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CLASSICO è un libro che non finisce mai d'insegnare

C'è un bellissimo passo in "Robinson Crusoe" di William Dafoe, dove il protagonista, costruita la sua dimora tra la roccia e la spiaggia, pensa di aver risolto in modo definitivo la sua sistemazione sull'isola, credendo di aver trovato il luogo adatto per il riparo dalle intemperie e dagli animali.
 
 Quando questa convinzione comincia ad essere certezza assoluta, ecco che un terremoto, che mai avrebbe immaginato potesse accadere su quell'isola e arrecare danni a lui già colpito dal naufragio, fa crollare la sua casa costruita con tanto lavoro e genialità.
E' questa l'esatta metafora della vita: non c'è cosa peggiore delle nostre certezze e delle nostre convinzioni per le quali a volte combattiamo come fiere!
Robinson Crousoe di Daniel Dafoe è un classico che non finisce mai di stupirci e sin dalle prime pagine induce ad una riflessione serrata dove è difficile riscontrare banalità e superficialità.
 
In un altro passo si racconta del protagonista che va a caccia  e vede da lontano una capra col suo piccolo. Spara sulla capra e salva il suo piccolo, che porta nel suo orto per allevarlo e mangiarlo in seguito, ma non immagina  che da lì a qualche giorno anche il capretto sarebbe morto di dolore.
 
Il lettore si imbatte, in questo romanzo, in tante riflessioni, tanti assunti  e tante considerazioni a cui l'uomo va incontro. La vita di Robinson potrebbe essere presa a modello per analogia e controllarne i vari momenti con la nostra in una sorta di metodo mitico come sviluppò James Joyce nel suo "Ulisse" rapportando l'intera giornata di Leopold Bloom, il protagonista del suo romanzo con l'intera storia dell'Ulisse di Omero. In questo modo troveremmo sicuramente episodi che si equivalgono o si sovrappongono.
 
C'è poi un momento di grande sconforto per il protagonista quando vede per lui un futuro di solitudine su quell'isola, come un  prigioniero. Si chiede che senso abbia la sua vita lì e quanto potrà sopravvivere alle ostilità del luogo e ai morsi della solitudine.
Se la prende con quel  Dio che, seppure lo ha salvato rendendolo unico sopravvissuto al naufragio,
 
dall'altra parte lo ha reso solo e lontano da un mondo che pure aveva conosciuto: quello della civiltà. Un mondo che aveva lasciato per la frenesia  di nuove avventure di vita, per lui che aveva un animo curioso e sempre in movimento, mentre ora voleva ritornare a quel mondo da cui proveniva.
Robinson oppone poi, a quel primo momento di scoraggiamento e disperazione, un altro di fiducia e di fede quando capisce che quel Dio che lo aveva fatto sopravvivere al naufragio, che lo aveva sbattuto su quell'isola deserta,  gli voleva certamente salvare la vita facendolo tornare a casa. E' solo in seguito a questi discorsi,  supportato dalla sua logica e dalla filosofia, che acquista un nuovo entusiasmo. E non importa il tempo che dovrà aspettare, è bello ritornare  alla consapevolezza di potercela fare e che, se ben motivato, quel ritorno a casa sarà la sua meta e non più un miraggio.
Fede e speranza, logica e conoscenza gli ridonano la condizione giusta per procedere quel percorso di vita che per un po' gli aveva annuvolato anche la ragione.
 
 
 
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