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L'affare Sonia I



Capitolo I

Parte1

La stiva della Madeira traboccava di merce, stipata da ogni parte, con  casse e contenitori ammassati finanche sul ponte, sparsi un po’ dovunque sotto l’occhio vigile  dell’equipaggio, che  si  affrettava a portare a termine le ultime incombenze per la partenza del giorno dopo. Il mercantile era ormai stanco di navigare gli oceani, dopo anni e anni di traversate, di carichi al limite  dell’impossibile, di tempeste e marosi presi in ogni parte del mondo. Ogni volta, alla partenza, si diceva che quello  era l’ultimo viaggio che poteva  sostenere ed, invece, era ancora lontana la sua fine. Il capitano si trovava ancora sul ponte ad arrotolare una gomena mentre scrutava l’orizzonte in quell'ultimo scorcio della giornata. La serata era calda e gli ultimi raggi di sole cadevano a mare in un tramonto che aveva tinto di rosso e di arancio il cielo, confuso di nubi leggere e stemperate qua e là. Raccolto nei suoi pensieri, si affidava al buon lavoro svolto  per poter affrontare  un viaggio tranquillo. La sua giornata  era finita e guardandosi intorno fu preso da una leggera malinconia cadendo nelle spire della paura: era pur sempre un viaggio che lo portava fuori per un bel po’ di tempo e gli imprevisti, per un uomo di mare, sono pane quotidiano.
 Moreno lo chiamò dalla banchina per ben due volte, ma Santo chiuso in se stesso  non sentì la sua voce. Era intento ad ammirare il golfo, superbo nella sua bellezza mozzafiato e poi il porto  con tutte le gru, le sue navi e i suoi traghetti che scivolavano sull'acqua negli arrivi e nelle partenze. Si trovava tra il mare e il cono del Vulcano alle sue spalle, tra i gabbiani  in cerca di cibo nel momento più sereno della giornata e i clamori della città ancora attiva all'imbrunire. Lassù, non ascoltava nessuno, era come ovattato e riparato dal frastuono, attento solo al fruscio dei  suoi pensieri, dei suoi timori, protetto dagli stessi suoni e rumori del porto.
“Capitano, mi senti?”- strillò l’amico da terra, “Sbrigati che perdiamo l’ultimo aliscafo per Sorrento. Qui è tutto pronto, dobbiamo solo andare!”
“Va bene Moreno, ho finito, scendo subito” e poi rivolto all’ equipaggio, “Ragazzi date voi un ultimo controllo, siate svegli e non dimenticate che questa è meno di una carretta!”
Santo scese a terra, si strofinò le mani dietro i pantaloni, raccolse il giubbotto e si avviò con Moreno all’ attracco per l’aliscafo. Tra loro poche parole, erano completamente assorbiti dalla partenza e la stanchezza non lasciava spazio nemmeno allo scherzo. L’aliscafo volò sull’ acqua così come i pensieri di Santo che a tratti nemmeno si accorgeva di Moreno, anch’ egli taciturno e preoccupato. L’aliscafo si librò in volo come un grande calabrone, con le onde  che si dividevano in due serpentoni spumeggianti e si alzavano lungo le fiancate, mentre il sole in lontananza, aveva ancora la forza di mescolarsi ai colori del mare. Santo osservò come il grande calabrone scappava dal porto in quel  brusio prodotto dai motori e dai mormorii delle persone che parlottavano tra loro, nel momento in cui la giornata chiudeva  le porte e la stanchezza affiorava in coloro che cercavano un appoggio per  distendersi.
Arrivati a Sorrento presero strade separate e con i pensieri  che giravano ancora per la testa. Santo si avviò al parcheggio dove la sua Fiat nera era tra le ultime auto parcheggiate. Salì a bordo, dentro ancora il tanfo di nuovo, avvertendo tutta la stanchezza della giornata. Sbirciò nello specchietto retrovisore e vide un uomo dal viso stanco e abbronzato  sotto una massa di capelli castani con qualche filo argenteo. Gli occhi grandi  avevano avuto un cedimento e sotto ampie occhiaie  testimoni di una giornata di tensioni.  Il suo aspetto mostrava più dei suoi 43 anni e dentro tutta l’esperienza di uomo di mare e di vita.  Cominciò a risalire la strada che dal porto si arrampicava su per la  costa verso piazza Tasso, poi giunto all’ incrocio, si diresse verso i colli, dove aveva la sua casetta a due piani con un giardino ben curato e una veduta del golfo spettacolare. Sulla soglia di casa lo aspettava la moglie Alida con le figliolette Marika e  Federica. Alida lo guardò con rimprovero, come sempre ogni volta prima di partire. Lei non amava le sue partenze e avrebbe fatto di tutto per dissuaderlo da quel lavoro, ma lui provava un amore viscerale per il mare, come d’altra parte tutte le persone di quella terra. Ad ogni viaggio era fuori per circa due mesi, poi al ritorno si tratteneva a casa per due settimane o qualcosa in più prima di partire di nuovo. Sua moglie era stata fortunata, lei, una donna poco attraente, aveva lasciato a bocca aperta tutte le sue rivali per aver sposato un uomo che tutte avrebbero voluto: affascinante, dolce, così malinconico. Un velo di tristezza attraversava sempre i suoi occhi e Alida ne conosceva il motivo. Santo non si era opposto, né si mostrò entusiasta per quel matrimonio e sapeva di non amare sua moglie alla follia, mentre un amore infinito lo legava alle sue due bambine. La più piccola, Marika, aveva tre anni ed era un tesoro, che  lo stupiva ogni volta di più, e dopo ogni viaggio, la sua cameretta non riusciva a contenere tutti i regali che il padre le portava; Federica, di otto anni, era bella come il suo papà, il suo perfetto ritratto e come lui era riservata, silenziosa, sempre al suo posto al momento giusto e aveva  un rapporto di perfetta intesa con lui.

 Le bambine sapevano della partenza del padre e cercavano pretesti per stargli accanto e non perdere nemmeno un minuto del suo tempo prezioso. Santo riuscì ad abbracciarle insieme sulla porta di casa, contenendo nel suo abbraccio i loro corpi uniti e le strinse entrambe allo stesso modo per dare un calore identico senza suscitare gelosie per questo. “Ma non dovreste  stare già a letto, marmocchie?”
“Ma che dici papà, sono appena le otto”.
“Per le bambine le  otto è già  tardi! Ciao”, disse poi rivolgendosi alla moglie, “la valigia   è pronta?” “Sì, è tutto pronto! Ma ti prego, non fare tardi stasera!”
“Non preoccuparti, il tempo di un whisky  per il rito prima della partenza!”
“Lo so, ma vorrei che tu stessi più tempo con noi, con me”.
Nel pronunciare le ultime parole, abbassò la voce, quasi a volersi scusare di averlo detto, ma Santo riuscì a sentire e a intuirne il significato, malgrado continuasse a coccolare le bambine.
Alida era  di animo forte, tenace, attiva, una buona madre e una moglie attenta. La sua dedizione alla casa, al marito, alle figlie era esemplare e Santo mal sopportava  tutte le attenzioni che aveva nei suoi confronti. Egli si trovava a suo agio solo sul ponte della nave, quando il vento lo scuoteva e lo lasciava ai rimproveri del mare.
Allora rifletteva di essere fortunato ad avere una famiglia, una casa che lo accoglieva ogni volta al suo ritorno e di avere una moglie perfetta. Quando era a casa, invece, provava il disagio di chi non sa gioire per la fortuna che si ritrovava ma pensava al dolore che si portava dentro e si sentiva come  chi approfittava  della situazione.
Alle cinque del mattino, Alida allungò il braccio verso il marito per trattenere ancora un po’ quel tepore che si creava quando c’era anche lui nel letto, ma il lenzuolo freddo e ruvido la fece svegliare di soprassalto. Come un automa si scaraventò dal letto per correre alla finestra e in lontananza scorse la Madeira con qualche luce accesa e dietro la scia per indicare il tratto percorso. Il marito era ormai partito. Di fronte a quella  scena, che si ripeteva da anni, restava silenziosa, assorta, preferiva non porsi domande, non andare oltre con i pensieri, ma fermarsi prima, facendo scattare la sua attesa per un altro ritorno. Alida conosceva bene quella parola e non ce n’era un’altra che avesse uguale valore per lei. Il ritorno era prezioso, rinnovava i suoi pensieri positivi e alimentava le speranze per un prossimo ritirarsi  di Santo dal mare.
 Il marito l’aveva sposata senza opporre resistenza, solo perché glielo aveva imposto dopo la scoperta della sua gravidanza. Dopo il loro matrimonio sembrò tutto normale, quasi una famiglia come tante, ma tra loro non era così..
Questa volta il carico era diretto a Lagos in Nigeria e nella stiva della nave erano ammassati generi di prima necessità, derrate alimentari che andavano consegnate in tempi rapidi per evitare che andassero a male. Santo e i suoi amici: Moreno, Gigione e Luca formavano un team di lavoro perfetto. Santo in qualità di comandante si faceva rispettare e aveva un’ascendenza su tutti, anche se tra loro c’era una confidenza sin dai banchi di scuola. In vent'anni di navigazione aveva raccolto una notevole esperienza ed era ritenuto un vero lupo di mare.

 Non c’era problema che lui non sciogliesse con i suoi consigli e, grazie alla sua perizia, riusciva a pianificare ogni cosa e a fare  così bene il suo lavoro che non pensò mai di poterne fare un altro con eguale maestria. Ormai solo, nella sua cabina, si versò qualcosa da bere e cominciò a prendersi in esame, cosa che non faceva quasi mai. La sua vita così normale, a tratti insignificante, si poneva davanti a lui ogni volta che partiva e si trovava lì solo, con il mare davanti a sé e dietro la costa che si allontanava sempre più. Accompagnava i pensieri con il suo bicchiere di gin e quando la mente cominciava a roteare, come una nave in tempesta, i bicchieri che mandava giù non si contavano più.
Si affacciò sulla porta il suo amico Luca, che fece accomodare offrendogli da bere: ”Vuoi?” “Non voglio bere Santo, vorrei conoscere il motivo di questa tua chiusura: ti isoli, sei silenzioso, ci eviti! Parla Santo, con me puoi farlo!”
“Lo so Luca, ti ringrazio! Il fatto è che non lo so nemmeno io”.
“E’ successo qualcosa a casa, tua moglie?”
“No, no, è tutto a posto, scorre tutto in modo normale”.
“Santo è questa normalità che mi preoccupa e  pensavo che ormai con tua moglie fosse tornato il sereno, vedo invece che ti porti dentro ancora quella ferita!”
“Vado alla deriva. Il mio unico motivo sono le mie figlie!”
“Lo so e hai cercato anche di dimenticare Sonia!”
“ Ho cercato, ma non ci sono riuscito, con tutto me stesso non ce l’ho fatta, con tutta la mia buona volontà! Ho fallito malgrado l’impegno. Lei è da sempre in me e ci resterà, qualunque cosa accada. Ho scelto la via del mare per stare lontano da casa quanto più tempo possibile. Sonia è sempre con me, è come se non se fosse mai andata. Capisci Luca? Non sono sereno, devo trovare una soluzione, altrimenti impazzirò!”
“Perché non sei stato franco con tua moglie?”
“ Per chi osserva le cose sembrano le più facili di questo mondo, ma quando le vivi non è così! Pensavo di riuscire ad amarla, è la madre delle mie figlie, una donna che tra l’altro merita di essere amata! Come potrei farle del male, lei così devota a me, che vede solo me, che mi aspetta con dedizione, mi coccola e morirebbe per me? Non ce l’ho  fatta a spegnere il suo sorriso, la sua vitalità. Ma è stato tutto inutile! Al cuore non si comanda ed è proprio vero. Avrei dovuto farlo quando aspettava la nostra prima bambina, Federica, ma non potevo abbandonarla in un momento così delicato e poi con la vita insieme abbiamo intrapreso un ritmo comune e nemmeno ho pensato più di farlo”.

“E Sonia? Perché l’hai fatta scappare?”

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