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L'affare Sonia 2

Capitolo I

Parte 2


“E’ dovuta scappare, non è stata colpa mia e nemmeno sua. Partì per l’America dopo la bufera e da allora non l’ho più rivista. E’ passato così tanto tempo, anche se a me sembra ieri. So che si è sposata, ha dei bambini, e poi chissà! Lei ormai fa parte del passato e non ho alcuna possibilità di avere un futuro con lei.”.
“Capisco, ma non sono d’accordo con le tue idee così estreme. Parli come se la vita avesse chiuso con te e non ci fosse più alcuna possibilità di cambiamento, come se tutto fosse irreversibile. Nella vita tutto è instabile Santo, la nostra è una continua precarietà di fatti e situazioni e le cose possono sempre cambiare e talvolta ci sono spiragli di bene che nemmeno riusciamo a vedere”.
“Da bambino credevo che la vita di adulto sarebbe stata un’altra cosa, sarebbe stata diversa: niente più solitudini, niente problemi irrisolvibili, né mancanze. Ricordo quando litigavo con i miei compagni dicevo sempre:”Vedrete quando sarò grande, sarà tutta un’altra cosa. Poi sono diventato grande e ho scoperto che non è cambiato nulla, proprio nulla. Sono quel bambino di allora con maggiori preoccupazioni e problemi, con la stessa voglia di giocare di allora, con la necessità di sentirmi voluto bene. Cosa è cambiato? Nulla Luca, proprio nulla. Essere grandi non è un tempo diverso da allora,  cresce il nostro corpo e si trasforma, ma non cambiano le domande che la vita produce. A volte pensiamo che da giovani si facciano scelte avventate, invece non è così. Si fanno quelle più spontanee e vere, che col tempo, se ricusi, te ne pentirai. Rimediare non sempre è possibile, a volte è proprio questa impossibilità a cambiare i fatti che ci fa commettere errori.. Beviamoci su, Luca!”
Luca era da sempre il suo confessore, colui che sapeva toccare le corde profonde, fino a fargli deporre le pene. Non aveva grandi pretese nei suoi confronti, solo quella di farlo scaricare, fargli buttare, come in un secchio della spazzatura, le sue angosce e i suoi tormenti che conosceva bene. Santo raramente si confessava e lo faceva solo sulla nave, con i suoi amici e tra questi proprio con Luca.
Nella settimana successiva il mercantile si avvicinò alle Azzorre, cambiando rotta, per prendere un carico impostogli da un’altra compagnia. Da terra avevano segnalato di dover prelevare una partita di pezzi meccanici lasciata da un’altra nave. E così, dopo aver caricato la nuova merce, la Madeira riprese la navigazione verso la costa africana. Il vecchio legno sentì tutto il nuovo peso e dovette scendere di nodi rallentando di molto. Santo imbarcò la merce alle Azzorre quasi opponendosi, conoscendo la precarietà in cui versava la nave e da questo momento in poi aumentarono le sue preoccupazioni.
 La primavera a Sorrento inondava mare e monti, una brezza scuoteva i turisti e i colori della nuova stagione entusiasmavano gli animi. La primavera è sempre una festa che scende negli animi e li carica di nuova vitalità. Quella sull' Oceano, invece, era priva di  colori, di spettacoli floreali. Il cielo assumeva forme diverse in base a come caricavano le nuvole, come procedevano i venti, come incrociavano le correnti. Ed era primavera in ciascun marinaio che si riportava agli splendori della sua terra. Ma non sempre la primavera oceanica corrispondeva a un tempo sereno, talvolta racchiudeva cambiamenti repentini come la volubilità dei bambini, sostituendo al ricordo della primavera, una bufera. La rotta seguiva un mare tranquillo e un orizzonte limpido. Quella sera non si poteva presagire che  da quella serenità potesse scaturirne una tempesta come difficilmente si possono dimenticare.  Santo era contento solo di aver recuperato la merce con minor dispendio di tempo possibile, ma per il resto era preoccupato. Controllava le carte nautiche con Moreno, suo secondo di bordo, cercando di guadagnare qualche giorno perso per andare  alle Azzorre. Il mare, cominciò ad incresparsi e le onde diventarono lentamente più alte. Dall'oblò della cabina si vedeva in lontananza un cielo coperto e chiuso mentre la giornata volgeva al termine. I marinai erano avvezzi  ai  cambiamenti repentini degli Oceani e i due amici,  davanti all'oblò, non si preoccuparono più di tanto. Un solo pensiero turbava Santo, che  il carico era aumentato e non era stato previsto cattivo tempo. Dopo le dovute considerazioni e precauzioni del caso, volle accertarsi personalmente delle condizioni del carico scendendo giù nella stiva. Si accorse che alcuni imballaggi erano bagnati, i pacchi mostravano un’umidità uniforme nella parte a contatto con la piattaforma su cui appoggiavano e in alcuni parti l’acqua era penetrata all' interno. Santo ebbe un dubbio che si trasformò in  certezza quando, alzando un pacco, notò abbondante acqua in un punto preciso al di sotto della merce. Subito corse in coperta a chiamare Moreno e Gigione per cercare, insieme a loro, la soluzione migliore. Nel salire inveiva contro il calafato che aveva sistemato la nave qualche tempo prima: ”Me lo sentivo che quel calafato  era un incompetente! Dobbiamo mettercela tutta, ragazzi, per rimediare a questo pasticcio!” Il fatto che non avesse sulla nave un artigiano specializzato in quei lavori, gli procurò una notevole ansia.. Raccolsero l’acqua sotto la merce cercando di asciugare quanto più possibile e nel modo migliore. Poi Moreno si adoperò per preparare, con una tecnica che aveva appreso da una ciurma cinese, qualcosa di molto simile a un miscuglio fatta di mastice, colla, pezzi di legno e stoppa, facendone una toppa bella e pronta.

Appena posta sulla fessura, attecchì immediatamente. Poi fecero in modo che l’acqua lasciasse libero il posto per una ventina di minuti, ma l’impresa fu difficile. Intanto dalla coperta scendevano goccioloni d’acqua di una pioggia che prima lentamente e poi in modo insistente, cominciarono a cadere senza sosta. Il cielo s’incupì e le onde diedero un percorso tortuoso alla nave che nel frattempo andava di bordata. Il mozzo, un ragazzo di diciotto anni, Filippo, correva su e giù, da poppa a prua  e viceversa, in un andirivieni infinito con un bugliolo in mano, roba da far ridere, per tirare l’acqua che si raccoglieva nei punti critici. Ma con tutta la buona volontà, l’acqua di quella portata non era per un bugliolo e Filippo agiva più in preda più alla paura che per fare un servizio efficiente. Moreno, nel frattempo, aveva ultimato l’operazione di riparazione e assisteva impotente alla pioggia che cadeva senza risparmio  allagando un po’ dappertutto. Al posto del rattoppo furono posti pesanti contenitori di bulloni  per impedire ogni infiltrazione. Il capitano fu chiamato dal nostromo per problemi di rotta: la nave non rispondeva ai comandi, il carico aveva messo a dura prova la strumentazione di bordo per quel peso fuori portata. Lampi, tuoni, grosse onde spumose si abbatterono contemporaneamente sulla nave mettendola in crisi. Il peso, che secondo l’equipaggio era stato fonte di squilibrio, per il comandante era solo una concomitanza. Il vecchio legno non ce la faceva più e di questo Santo era ormai cosciente. Credeva di aspettare quel giorno magari in un porto o prima di una partenza ma non in mare aperto. La nave sembrava prendere la strada del tramonto e il comandante non aveva una strategia per assistere all'evento che non fosse, in quel momento, di paura. Era diventata una carretta che poteva portare la metà di quello che trasportava. Non potendo tenere una rotta dritta, la nave cominciò a rollare così tanto che sembrava volesse spezzarsi da un momento all'altro. Giù nella stiva l’acqua riprese di nuovo il posto del rappezzo. Santo si perse, fu preso dalla disperazione anche se non mollava,  ma tutto sembrò andargli contro. In breve il carico imbarcò tanta acqua da presagire il peggio e senza capire come stesse accadendo tutto in così breve tempo. La costa africana distava parecchie miglia ancora e in quelle condizioni non avrebbe raggiunto nessun porto. Santo ebbe un primo contatto con Capoverde, poi Tenerife e altri porti del Marocco, ma i soccorsi non sarebbero stati lenti visto il cattivo tempo in corso. Preso dallo sconforto, provò ad avvisare la stessa Lagos dove attendevano il carico. Comunicare diventò un’impresa, i contatti andavano a singhiozzo e i messaggi poco chiari, soprattutto nelle risposte. La tempesta non accennava a diminuire e la nave imbarcò tanta acqua da diventare un colabrodo. Il mare era un lenzuolo bianco di schiuma. Anche il vento partecipò al concerto e ululati giungevano da ogni parte. Grosse onde s’infrangevano lungo le fiancate della nave che non resisteva più ed esausta cominciò a rollare e roteare facendo in modo che ogni cosa che si trovava a prua cadesse a poppa e lo stesso dall'altro lato.  I marinai, nella più completa disperazione si davano da fare per evitare che, come un piccolo pesce, la nave fosse inghiottita dalla balena. Tutti si misero al lavoro. Le intenzioni di Santo furono quelle di salvare il carico, ma, pensando di pretendere troppo, pretese solo di salvare la pelle di tutti. Bloccati in coperta, in quanto l’acqua aveva invaso la parte bassa e allagato la cambusa, non riuscivano a scendere di sotto e, quando la sopravvivenza non sembrò più nemmeno una speranza, cercarono di legarsi da qualche parte e stremati dalla fatica attesero una sorte migliore. Santo si attorcigliò il gran cavo alla vita vicino al boccaporto e gli parve che lì avrebbe finito i suoi giorni. Anche gli altri fecero lo stesso legandosi a qualcosa che riuscisse a preservarli dalle cadute e dai sobbalzi della nave in preda alla tempesta veramente inconsueta da quelle parti. Si accasciarono  senza un briciolo di resistenza anche per la difficoltà che ebbero, in quel trambusto delle onde, di  legarsi.


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