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L'affare Sonia 3

 Parte Terza 


 Il mare era appena increspato, come una tavola a forma di grattugia, le onde piccole, a punta, correvano ordinate in una serie continua senza fermarsi. La nave, seppur appena inclinata su una fiancata, era spinta da un vento forte, come un grande amico venuto in soccorso. Un tiepido sole mattutino stava cercando di asciugare l’acqua dalla coperta dove i corpi erano riversi e sparsi ovunque. Moreno fu il primo ad aprire gli occhi e a capire di avercela fatta. Esortò i compagni a svegliarsi perché la sorte era con loro e non riusciva a  spiegarsi come fossero ancora vivi. Il vento spirava tanto da asciugare tutta l’acqua e i loro vestiti, e la visione della sera precedente con quelle onde che travolgevano la nave, finì per essere solo un ricordo. Lentamente il vento li svegliò e li sorprese mentre cercavano di slegarsi. Santo si trovava dalla parte della tuga riverso e incastrato in una morsa, senza capire che cosa fosse avvenuto a quel punto. Un ammasso di legno e ferro aveva coperto tutta la gamba, mettendoci del tempo prima di capire come tirarsene fuori. Quello non era il posto dove si era legato, le onde alte e violente lo avevano sbattuto lì. Moreno e Luca si affrettarono a tirarlo fuori ma il dolore che provò lo bloccò e dovette attendere prima di poter liberare la gamba. Luigione cercò di creare un’apertura nella direzione dove il piede e parte della gamba erano imbrigliati. Alla fine riuscì a creare un appoggio morbido su cui poter fare leva. Il capitano era gravemente ferito e tutto quello che potettero fare fu di aspettare i soccorsi. I motori furono danneggiati in parte e la nave più che procedere si manteneva a galla. La comunicazione con la costa era disturbata e Moreno per tutto il giorno cercò affannosamente di sbloccare la situazione. La cambusa era piena d’acqua, i viveri galleggiavano e si aveva difficoltà a definire la merce in acqua e quella rimasta nelle scatole. Recuperare la mercanzia sembrò impresa ardua. Il carico da portare in Nigeria era incerto e non si poteva fare alcuna stima se non dopo che l’acqua si fosse ritirata per contare le perdite. Dovettero aspettare l’alba del nuovo giorno prima che qualche nave giungesse in loro aiuto. E fu un mercantile delle Canarie a soccorrerli. Il medico che era a bordo ordinò di trasportare il capitano subito  a terra per la necessità di un intervento: aveva una gamba a pezzi su cui vagliare il da farsi. Senza resistenze, Santo fu trasportato a Tenerife, mentre gli altri se la cavarono con medicamenti e tanto sonno oltre che abbondanti pasti. La nave  arrivò nel porto di Santa Cruz dove dovettero ripararla per l’ennesima volta. Non fu quello un caso raro in cui ritornò in un porto tutta sgangherata. Era già tanto vederla ancora per mare. Anche questa volta sarebbe stata rappezzata e, una volta riparata,  Moreno ne prese il comando e si diresse, con quel che restava del carico, a Laos mentre il capitano restò in clinica per l’intervento alla gamba. Al suo ritorno, Moreno lo avrebbe portato a casa. Santo non voleva abbandonare la sua nave, sebbene le sue condizioni fisiche lo inchiodassero a letto. Prese questa novità  come uno strano presentimento, di qualcosa che ancora non conosceva,  non era mai successo prima di lasciare la nave a metà viaggio. Moreno si assunse ogni responsabilità della nave e del carico e anche per lui fu la prima volta che lasciò il capitano e  viaggiò senza di lui.



La Madeira salpò da Tenerife, più leggera per aver scaricato la merce guasta. Era stata aggiustata e tutta la strumentazione di bordo aveva ripreso a funzionare. Era sempre accaduto di dover essere ripresa e messa a nuovo dopo una tempesta o un carico super o una rotta non facile, e per  tanti altri motivi. Quello che accadde di nuovo fu di avere il capitano bloccato sull’isola per l'incidente avvenuto, per il resto sembrava un vecchio copione per come era ridotta male la nave su cui viaggiavano da tanti anni. L’equipaggio era in forma e anche il tempo volgeva al bello. La compagnia era stata informata dell’accaduto e nessuno sembrò meravigliarsi più di tanto. Era già molto che riuscisse a fare ancora viaggi in quello stato precario in cui versava. Navi del genere vengono relegate nei cantieri per ricavarne pezzi di ricambio fino alla loro estinzione. La Medeira era ancora in vita e sembrava un leone sebbene con un ruggito meno graffiante. Santo rimase a Tenerife, in una camera d’albergo con una gamba appesa al letto, sulla poltrona accanto due stampelle nuove per permettergli di deambulare. Filippo, il mozzo, rimase con lui ad accudirlo, mentre al suo posto  sulla nave ci fu un nuovo collega e  una nuova ciurma che si compose per quel viaggio. L’albergo era immenso, lussuoso e dal bordo della piscina arrivavano in camera voci allegre, in diverse lingue. Turisti d’ogni parte del mondo popolavano quel posto  tenebroso. La piscina era alimentata con acqua dell’oceano e mostrava un gioco di fontane e zampilli che arricchiva lo scenario. Santo non potette vedere tanta bellezza, ma riuscì a immaginare ciò che lo circondava. Luca aveva messo Filippo a guardia dell’amico spiegandogli che il capitano, oltre ad essere invalido, era anche molto depresso e doveva fare in modo di non turbare la sua serenità. Filippo doveva occuparsi di Santo come sulla nave. Nessun altro poteva assolvere a questo ruolo come lui. Egli manifestava ubbidienza fino al parossismo e stravedeva per il capitano che  si era occupato di lui,per il passato, offrendogli un lavoro sulla sua nave. Si conoscevano bene perché vicini di casa e il capitano lo aveva tenuto quasi a battesimo, vedendolo crescere nel vicolo del suo borgo. I primi quindici giorni Santo li passò  seduto a leggere, a comunicare via radio con la nave e a sbrigare telefonicamente  tante incombenze. Non volendo mettere la moglie in apprensione, comunicava con lei come se stesse sulla nave, continuando a farle il diario di bordo, cercando di essere carino con lei per non indurla a pensare che le nascondesse qualcosa. Alida  credeva ciecamente nel marito senza mai immaginare che potesse mentirle, contava i giorni che la separavano da lui come ogni moglie che aspetta. Quanto più la moglie era premurosa tanto più Santo era infastidito e non gradiva l’apprensione che lei aveva nei suoi confronti, ma non l’avrebbe trattata mai male. Verso la terza settimana di permanenza,  il capitano prese a muovere dei passi, portandosi a volte fuori al balcone, al quarto piano, direttamente sulla piscina e di fronte all’oceano. Una piattaforma stretta e lunga di cemento divideva la piscina dal mare. Molti ospiti prendevano il sole ai suoi bordi  e lui, dall’alto, osservava con quanta spensieratezza quelle persone gustavano la loro vacanza. La sua, invece, era una vacanza forzata e come  succede in questi casi, il cervello lavorava molto di più invece di riposarsi e approfittarne per prendersi una vacanza come non aveva mai fatto. Guardava il mare così maestoso, in quel punto da cui si vedeva un oceano ruggente e arrabbiato da riversare i suoi flutti sulla scogliera per poi ricadere ai bordi della piscina, separata dal mare da una barricata di cemento. Sedette su di una sdraio facendo attenzione alla gamba che non toccasse da qualche parte e lì, nascosto tra la ringhiera e i fiori delle ciotole pensili, scrutava l’orizzonte e immaginava la vita di Sonia!
Sonia era sempre stata la sua ragazza. Sin da piccoli si erano giurati amore eterno e ancora bambini avevano suggellato quel sentimento tenendosi per mano, raccontandosi le loro emozioni, facendo attenzione l’uno verso l’altro in una sorta di patto fraterno ma che aveva dell’incredibile perché sempre insieme, con la pioggia e col sole, d’estate e in inverno, tristi o felici erano sempre l’uno accanto all’altra. Sonia era una bambina bellissima: bionda, occhi celesti, alta, proporzionata nelle misure ed elegante nel portamento. I suoi genitori non gradivano i loro incontri per il loro diverso stato sociale, la diversa cultura e un diverso futuro davanti a loro. L’incantesimo finì all’età dei quindici anni di Sonia, quando Santo ne aveva diciotto. Sonia fu mandata in America presso uno zio materno dove in seguito si trasferirono anche i genitori. Il papà di Sonia era armatore, aveva flotte sparse un po’ dovunque nelle quali aveva profuso tutto il suo capitale. Egli diede agio e benessere a tutta la famiglia e l’inconveniente di Sonia che si innamorasse di un ragazzo socialmente diverso, aveva mandato in tilt tutti suoi piani. Don Valentino si trasferì in America e anche oltreoceano riuscì a mantenere vivi i suoi interessi e i suoi affari che non conobbero declino, ma continuarono a crescere e a fare la sua fortuna. Lì, aveva acquistato una catena di alberghi e ristoranti nella zona di Long Island e Manatthan. Sonia, una volta trasferitasi in America, non aveva fatto più ritorno nella sua bella città. Santo si era sentito defraudato, Sonia gli era stata sottratta con violenza e infamia, senza alcuna pietà per quell’amore che li vedeva insieme come una delle coppie più belle in assoluto.
Gli anni passarono e la speranza di rivederla cominciò a scemare. Lì sul terrazzo, per la prima volta cercava di analizzare come uno psicologo, quegli incontri giovanili con Sonia, per cercare di intravedervi un qualcosa che lasciasse intendere un atteggiamento riprovevole di Sonia per poterla odiare, forse l’unica speranza per non pensare più a lei e vivere un po’ senza quel tormento che lo invadeva profondamente.

 Ma non vedeva alcun rimprovero da fare alla sua amata, Sonia era stata semplicemente stupenda con lui, e gli tornarono in mente le parole di Luca:”Aspetta che la sorte ti sia favorevole”.



http://miosole.blogspot.it/2016/06/laffare-sonia_21.html

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