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L'affare Sonia 6

"Quanto tempo Santo! disse con voce flebile, mentre gli occhi le brillavano. Lui riuscì ad essere freddo e distaccato. Non avrebbe permesso più a nessuno di farlo soffrire come era già successo un tempo. Fu quella una forma di difesa. Filippo comprese che si conoscevano già e con un fare scaltro riuscì a svignarsela.

“Come stai Sonia”,  le chiese con voce lenta e profonda.
“Io bene e tu?” “Io sto come mi vedi, una tempesta nell’ultimo viaggio mi ha spezzato una gamba. Ora attendo la mia nave di ritorno dalla Nigeria per rientrare a Sorrento” “Sei come quando ti ho lasciato, sembri il ragazzo di allora!” “Anche tu, forse ancora più bella!” Santo parlava con timore per non lasciar trapelare i suoi sentimenti ancora intatti come allora. Era un’americana forse con le idee ben lontane dalle sue ed era cauto nel palesare tutto l’amore che ancora provava per lei. Il sogno di una vita era lì e non sapeva gestirlo. D’altra parte non poteva contenere nemmeno tutto ciò che aveva seppellito in tanti anni proprio ora che lei era  davanti a lui. La conversazione fu convenzionale fino a quando il signor Krups ritornò dal suo ospite. “Vedo che ha già conosciuto mia nipote, capitano”. Poi rivolto a Sonia, disse: ”Questo è il capitano Santo Stazio, l’eroe della nostra serata”. “Zio ci siamo già presentati!” “Mia nipote è una donna di cuore e quando ha sentito il motivo per il quale si trovava qui a Tenerife, ha provato una grande solidarietà nei suoi confronti!” “La ringrazio signora…” “Rice, Sonia Rice”, lo interruppe lei con un po’ d’imbarazzo. Dopo aver pronunciato quel cognome, Santo  capì che era quello  da sposata, ma si ricordò anche che ora era vedova. “Vorrei che ci trasferissimo di là per un brindisi in suo onore”, disse l’armatore rivolto a Santo. Adesso che sua nipote aveva qualcuno con cui fermarsi, l’armatore sembrò soddisfatto.
Arrivati in terrazza, l’orchestra suonava una musica latino-americana e la pista era piena di ballerini di buona volontà tra cui Filippo. L’armatore fermò l’orchestra con una mano alzata a mo’ di bandiera e poi,  tiratala giù, dopo gli ultimi strascichi di note, ci fu un silenzio per permettere all’armatore di parlare. Tutti si  diressero dalla sua parte con calici alzati mentre il capitano  brindava così come l’armatore incitava a fare. Ci fu un lungo applauso, Santo dovette intavolare un discorso di ringraziamento a cui non era preparato. Il silenzio gli diede uno di quei momenti che era solito vivere sulla nave quando era in viaggio. Ma lì si rese conto, forse solo ora, che era oggetto di discussione per molti, per quanto era riuscito a portare a termine e non volle deludere le aspettative.
“Ringrazio  il signor Krups  per questa serata, ma non mi sento un eroe. A mare non c’è tempo per pensare, bisogna agire bene e presto perché il motto è:” Vivere o perire”. A parte tutto, il mare è  la mia vita, per me magico e divino al contempo. L’uomo e il mare si studiano e si sfidano continuamente e l’uomo che ama il mare sa come questo amore sia profondo. Ascoltando il mare, pesando le mie paure, io sento la mia anima e ho imparato a leggere dentro di me. A capo di un legno come la Madeira, impari cos’è la sopravvivenza, perdi la cognizione del tempo e per chi lavori. Davanti si pongono solo la rotta e gli obiettivi.  Un capitano si prefigge sempre delle mete e sa quello che vuole. Da sempre sapevo che sarei diventato uomo di mare ed è quello che volevo. Ora, senza il mio mare, non potrei più vivere! Grazie di tutto armatore e voi qui presenti”.
“Complimenti Santo, hai detto parole sagge e vere”…, disse Sonia commossa. Lui la guardò ricordandosi i loro incontri di una volta e come era tutto così semplice, ma subito smorzò quel pensiero troppo azzardato anche se antico per una donna appena ritrovata. Lei lo ammirava e vedeva in lui il ragazzo lasciato tanto tempo prima: bello, profondamente buono e onesto. Lei aveva intuito  che si sentiva a disagio sia per la condizione fisica in cui si trovava, sia per la sua presenza inaspettata anche se da sempre attesa. Lo vedeva in preda a un tumulto di sentimenti, come d’altra parte si sentiva lei. Si studiavano da lontano cercando di carpire  il cambiamento anche attraverso il loro respiro. L’uno si immerse nel mondo dell’altra e viceversa, volevano ritrovarsi ma temevano di perdersi ancora. Questo pensiero li tenne dapprima freddi, come chi troppo scottato dalle situazioni, avrebbe voluto farseli scivolare di dosso. Anche questo era un azzardo, quello di far finta di niente, di volersi riparare dietro il dolore provato una volta. Non sempre si riesce a superarlo e non sempre si può credere di nuovo. Erano ora in una zona neutra dove sentimenti nuovi e vecchi stavano in lotta, si scontravano, avevano domande da farsi, ricordi da smaltire e altri da richiamare. C’erano frasi dette che ritornavano, tristezze passate che non potevano più farcela e c’era il desideri di ricominciare. Questa esitazione nel lasciare liberi i pensieri di agire e vivere il momento, un po’ aveva frenato la sorpresa di essersi rivisti. Troppe emozioni, troppe analisi, e troppe paure. E come quando si giunge a una fonte, dopo aver sofferto la sete, sembra che l’acqua non riesca  a dissetare, malgrado la si beva a grandi quantità, l’uno non riusciva ad assaporare la presenza dell’altra. La serata proseguì mescolandosi tra tanta gente con la voglia di festeggiare. Il buffet fu quasi regale e gli ospiti stentavano a ritirarsi, tale era la voglia di beneficiare di una così grande ospitalità. Verso le tre di notte Santo pensò di congedarsi. Scortato da Filippo si presentò all’armatore facendogli i dovuti ringraziamenti. Sonia lo accompagnò al cancello principale. Era chiaro che non volessero lasciarsi. Lui la guardava come se fosse stata la prima volta in quella sera, lontano da occhi indiscreti e fu il momento in cui le manifestò tutto il suo calore:”E’ troppo chiederti di rivederci?”
“No, lo voglio anch’io, Santo!”
“Allora ti aspetto all’Atlantic domani, nel pomeriggio”.
“Va bene, disse Sonia dandogli un bacio sulla guancia, a domani!”
Il dottor Cortez andò a fare visita al suo paziente alle nove del giorno dopo  e stranamente lo trovò veramente in forma. Santo era ben vestito, sbarbato, tirato a nuovo, con la casacca hawaiana e un paio di bermuda.
“Be, caro meo paziente, fece Cortez, saria hora che daria uno sguardo al piede e se è il caso di togliere un pezzo di gesso per controllare a che punto è la guarigione!” “Sono tutto suo, dottor Cortez. Non vedo l’ora di togliermi questo strazio e muovermi con disinvoltura sulle mie gambe!”
Ad un primo esame sembrò che tutto andasse per il meglio. Il giorno dopo sarebbe dovuto andare in ospedale per una radiografia, Cortez voleva assicurarsi della buona riuscita dell’ingessatura. “ Non deve muovere il piede e non deve camminarci su, altrimenti siamo punto e a capo”.
Santo aspettava con ansia Sonia, così com’erano rimasti. Le ore che lo separavano da lei, furono un’eternità. Pensava a quello che le avrebbe detto e che desiderava sapere da lei. Erano le quattro del pomeriggio e di Sonia nemmeno l’ombra. A pensarci bene non aveva il suo numero, né quello dell’armatore, suo zio. Si erano semplicemente dati un appuntamento  e stava tutto nelle mani di Sonia. Verso le sedici e trenta  dal centralino lo avvisarono che  c’era una signora che lo attendeva. Col suo permesso Sonia salì in camera e Santo nel vederla si sciolse come neve al sole. “Scusami per il ritardo! Ti raccomando, lo zio non deve sapere del nostro incontro. Mi sono permessa di far aspettare il mio autista per portarci a fare un giro. Qui non è prudente, potrebbero vederci, caso mai entrasse qualcuno!” “Confido nel tuo aiuto per scendere giù e salire in macchina”. “Certamente” rispose Sonia con una nuova luce negli occhi.
Appena in macchina Sonia disse all’autista di portarli al parco sui colli.
Soli, in capo all’oceano, Santo con gli occhi puntati nei suoi: “Quanto tempo è passato Sonia, sembra ieri che correvamo per i campi!” “Hai ragione, è passata un’eternità!”
“Quando partisti attraversai un periodo molto difficile. I miei mi dicevano che non eri per me, eravamo molto diversi e che tu eri partita perché pensavi allo stesso modo dei tuoi genitori!”
“Quante bugie Santo! Sono stata strappata dalle cose che più amavo: te, la mia terra, i nonni, gli amici”. In America è stata dura. Nei primi tempi mi sono ammalata! Ho pensato anche di scappare, ma non si può scappare dal proprio destino. Ho resistito fino a quando ho incontrato Will, un ragazzo semplice e generoso col quale mi sono sposata. Ma non è durata, in lui cercavo te. In tutti i ragazzi che mi avvicinavano, io cercavo te! Dopo la nascita di Sally, tutto è andato a rotoli. La colpa è stata mia, gli rinfacciavo sempre di non essere paziente, sincero, vero come lo eri tu. Mi ha lasciato e non l’ho più rivisto.
Dopo tre anni ho incontrato Harry, lavorava nelle aziende di mio padre. Quando ci siamo conosciuti, Sally aveva tre anni. Lui veniva spesso a trovarmi. Mi divertiva, mi faceva dimenticare il mio malessere, ma non c’era tra noi nulla di serio, un vedersi senza pretese. Poi un giorno, visto che eravamo come una famiglia, mi ha chiesto di sposarlo e così è stato. Harry è morto l’anno scorso in un incidente stradale. Abbiamo avuto Carine che ha nove anni, mentre Sally ne ha tredici. Sono rimaste a casa per lasciarmi fare una vacanza per la prima volta da sola e che vedo si è trasformata in qualcosa di magico”. Sonia parlò tutto d’un fiato per dire tutto subito senza possibilità, da parte di Santo di replicare. Era come confidargli la sua vita senza interesse dopo che era andata via da lui e non voleva essere interrotta dal suo rimorso di non esserci stato. Quando finì di parlare, finalmente si girò a guardarlo negli occhi, ancora timorosa, incerta sui sentimenti che lui provava, anche se a prima vista non era per niente cambiato. Sentiva addosso i suoi occhi e la sua memoria, che uniti al malessere di entrambi per quello che non era stato tra di loro, li faceva sentire uniti da un destino irrinunciabile che li avrebbe visti per sempre insieme.
“Quanto mi sei mancata Sonia, è stato un inferno!” Santo non riusciva a proferire parole che non fossero lo stretto necessario, aveva bisogno di guardarla come accade quando vogliamo che tutto intorno a noi venga fagocitato. Si sentiva uno spettatore bloccato a metà tra lo scettico che non crede a tutto quello che vede e la consapevolezza di avere davanti una scena prevista tante volte, anzi, addirittura attesa. I suoi occhi la inondavano, ma senza parole, difficile contenere nelle parole la gioia, lo stupore di quel momento, sarebbe stato a dir poco insignificante parlare in quei momenti. Lasciava che Sonia si esprimesse, si agitasse per l’ansia che la situazione le provocava, che si dimenasse lì accanto nell’attesa di un suo gesto fermo col quale lei capisse di essere l’uomo che aveva sempre voluto. Santo non riuscì più a contenersi, in quel momento non era più la vista a guardare ma un bisogno irrefrenabile di averla tra le braccia si impadronì di lui in modo così forte che l’attirò a sé stringendola il più possibile, una stretta che facesse anche male e Sonia sentì bene le dita affondare nella sua pelle. Un abbraccio come una prigione ma anche liberatorio, dove l’uno e l’altra ad occhi chiusi avevano bisogno di sentire. Un lungo abbraccio dove tutte le ansie, i tremori, le paure, le attese e le speranze ebbero il loro trionfo. Si strinsero fino a  farsi male. Riprendevano il loro amore da dove avevano interrotto, sentivano di non aver perso mai quel filo che arrivava dai tempi della scuola e non ci furono parole che avrebbero potuto innalzare ancor di più quello che stavano liberando dai loro cuori oppressi per troppo tempo. Santo si staccò un attimo per guardarla ancora negli occhi e riavere il suo sguardo mentre con le mani accarezzava il suo viso sognato tante volte  che ora non sembrava vero. Erano i ragazzi di allora, spensierati e felici e in apparenza nulla era cambiato. Erano come due facce della stessa medaglia, ritornarono alla mente i loro baci di allora, le loro promesse, il loro cercarsi e tutto confluiva lì, in quel momento tra le loro braccia dove non c’erano solo due corpi, ma le vite intere trascorse fin ad allora. Sonia voleva sapere di lui, attaccata al suo braccio con il viso affondato nel petto gli chiese di parlare. “Dimmi di te Santo, cosa hai fatto in tutto questo tempo?”
“La vita certamente non mi ha sorriso. Mi ha riservato amarezze e delusioni. Dopo che sei partita la mente ti ha cancellata per non soffrire.


Mi sono imbarcato, così per mare aveva meno tempo di pensare ma era anche un modo per cercarti. Il mare per me era anche venirti a trovare. Ho cominciato come mozzo e il mio primo viaggio fu l’India. Indimenticabile. Ero un ragazzo timoroso di tutto, spaventato e ancora aggrappato alle sofferenze d’amore. Trasportavamo caffè e cashmire. Un’esperienza che mi formò oltre a darmi la possibilità di avanzare nel lavoro. Diventai, dopo altri viaggi per il mondo, secondo di bordo, ma quanta fatica! C’era una ragazza che conosceva la mia pena e mi esortava a riprendere in mano la mia vita. Uscivamo insieme, lei era sempre misurata, mai un chiedere o un pretendere, era così semplice che in breve tempo divenne il mio approdo. Fu così che quando si ritrovò incinta il minimo che potessi fare fu quello di sposarla. Avevo trentaquattro anni. Fu forse per convenienza o per abitudine o per accasarmi come vogliono i nostri, che ormai siamo insieme da nove anni. Abbiamo due bambine: Federica e Marika, di otto e tre anni. Alida è una donna forte e dolce, attenta a tutto, alla quale voglio bene ma certamente non amo.  E’ stata una forza che mi ha aiutato a sopravvivere. La vera passione non c’è mai stata da parte mia nei suoi confronti. Lei stravede per me e mi ama come non l’ho mai amata io. Tutto ciò che di bello ho provato dell’amore è stato con te”. Abbracciati come quando erano ragazzi, abbandonati alle loro confidenze avevano dimenticato che stavano già da due ore in macchina a girovagare. Due ore di confessioni e avevano solo cominciato a parlare, avevano da raccontarsi una vita. I colori dell’amore, le sfumature dei sentimenti acquistavano valore. “Non voglio più perderti Sonia, non sono disposto più a vivere come prima, ora che ti ho ritrovata” e mentre lo diceva la stringeva da sentirne il peso e con una presa ampia e tenace la avvolse in un abbraccio che sembrava accogliere l’infinito. Sonia tra le sue braccia e senza la forza di parlare rincorreva pensieri non proprio liberi: Annamaria, suo padre, suo zio, le sue figlie…sembrava facile ma non lo era per niente e in quella forza ritrovata aveva una nuova paura: quella di dover combattere per riavere Santo. Ora non voleva pensarci, non voleva fare calcoli, voleva vivere come non l’aveva mai fatto. Lui avvertì il rumore dei suoi pensieri e cominciò a baciarla per zittirne il prolificare e rassicurarla che ora niente era impossibile per loro due. Sonia si lasciò abbracciare e in quella stretta aveva le risposte di cui aveva bisogno, nei suoi baci il calore mai avuto e insieme erano il mondo che avevano lasciato. “Ora siamo più che adulti Sonia, nessuno potrà più manovrarci come burattini, siamo…” stava per dire liberi ma sapeva bene di non esserlo, “si liberi di amarci e questo è la cosa più bella Sonia”. L’uno era l’appoggio dell’altra, l’uno era stato la sofferenza dell’altra ma ora niente era più come prima. L’essersi incontrati quando si erano perse tutte le speranze.

http://miosole.blogspot.it/2016/07/laffare-sonia-5.html

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