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L'affare Sonia 16

“Pezzo di un idiota, disse Santo, avventandosi su di lui, ma che gioco fai, per chi parteggi? Dovresti assicurare e invece stai barando?" Sospendendolo dal pavimento Santo lo spingeva verso la parete e stava per affogarlo se Berigo non gli avesse detto: “ Mi lasci, e mi ascolti, le devo parlare. Posso offrirle metà di ciò che mi hanno offerto se lasciamo bruciare la nave e ad ogni modo non ci perde nemmeno lei”.


“Si rende conto che cosa stava per fare?” “Io condivido con lei la mia parte, capitano.” “Che cosa??? Ma tu da che parte stai?” “Rappresento l’assicurazione ma se la nave affonda guadagno anch’io su di una scommessa”. “Anche tu? Lo sai che posso mandarti in galera?” “Per questo posso farlo anch’io. Lei sta perfettamente nelle mie stesse condizioni e la posso buttare dentro".
“Io però sono il responsabile della nave e se lei non si comporta bene farò rapporto al signor Krups”. “Il signor Krups! Cosa pensa di avere a che fare con un santo? Sa quanta volte Krups ha fatto questo giochetto, il suo padrone? Come pensa si sia arricchito e come abbia fatto ad impossessarsi delle flotte di mezzo mondo?” “Cosa dice? Sta scommettendo su di me, capisce?” “Capitano lei non è sveglio come immaginavo.” Il signor Krups fa questo dagli anni 60 e sino ad oggi ha sempre vinto. Si servirà di lei, prenderà i soldi della scommessa e la relegherà fuori dalla sua orbita, come, non si sa. E’ un uomo pieno di sorprese! Tra l’altro sta già facendo affari con i soldi della scommessa in corso pensando di aver già vinto. La mia assicurazione è stata contattata per informazioni sulla flotta Connelly, un altro americano che vomita oro! Presumo che il signor Krups farà il suo giochetto promettendo qualche altra cosa in cambio al signor Connelly. Ha in mente di far sposare la ricca Sonia con il figlio di Connelly, un ragazzo malato di mente, instabile e viziato, più volte respinto e che ora sembra disposta a sposare, altrimenti sarà diseredata! “Che cosa? Ma che stai dicendo!” Santo lo prese di nuovo con insistenza e lo strattonò con violenza in preda all’ansia per quanto diceva. Berigo cercò di svincolarsi ma non ci riuscì. Alla fine stremato gli disse che aveva ricevuto notizie dalla società assicurativa in quanto fremevano per il buon andamento, poiché c’era in ballo un altro affare con il signor Krups. Poteva chiedere a Benassi. Santo incredulo lasciò andare Berigo, ma ordinò ai marinai di rinchiuderlo in una cabina al sicuro, dove solo lui poteva accedere. Intanto si precipitò da Benassi che gli confermò quanto aveva appena sentito. In quel momento Santo ebbe il mondo addosso. Tutti i suoi sogni crollarono, tutte le sue forze cedettero e l’amore per Sonia sembrò come un castello di sabbia appena abbattuto da un’onda impetuosa.
Come poteva Sonia prendersi gioco dei suoi sentimenti? Aveva avuto il coraggio di servirsi di lui, unicamente per una scommessa? Sonia! Ancora una volta gli sfuggiva, ancora una volta la perdeva. Non voleva arrendersi. Avrebbe portato a termine la scommessa e poi con i soldi avrebbe assecondato i suoi sogni per tanto tempo tenuti solo dentro. Il suo odio montò e divenne una tale sofferenza da privarsi del cibo per qualche giorno. Chiuso in cabina, buttava giù tutti i liquori che passavano sotto mano. Un pensiero sempre più insistente, però, gli diceva che forse si sbagliava, perché Sonia aveva giurato su sua madre di essere sincera. Dov’era la verità? Il paradiso vissuto alle Canarie era così lontano, come un ricordo di altri tempi. Si chiuse nel suo riserbo e si mostrò più duro del solito, giurando a se stesso di portare a termine il viaggio intrapreso a qualsiasi costo. “Capitano, abbiamo una nave battente bandiera marocchina sulla nostra rotta e ci insegue con una certa solerzia” fece notare Kaim, il mozzo della nave. “Dev’essere qualche soccorso mandatomi da Moreno, rispose Santo e si diresse nella cabina di comando”. Antonio", disse Santo al macchinista, "aumenta i nodi voglio prima accertarmi che siano veramente aiuti e non nemici”. “Capitano, siamo già al massimo”: “Potremmo nasconderci in qualche rada della costa e aspettare che passino avanti!” “Forse hai ragione, ma perderemo tempo prezioso ora che le condizioni atmosferiche sono per noi le migliori”. “E’ l’unica cosa che possiamo fare. Siamo completamente isolati e non ci è permesso nessun contatto. Raccogli tutto a sinistra, rasenta la costa, ci fermiamo aspettando che vadano avanti”. La nave ebbe una virata brusca e violenta, tanto che la moglie di Berigo stette di nuovo male. Nascosti in un rada ben protetti da una costa piuttosto alta da fare ombra, si uniformarono al colore del paesaggio aspro e roccioso della costa africana. Non fu una manovra facile, e non erano sicuri di farcela, ma dovettero provare. Il capitano era prudente anche in quel caso, e fu rapido nel sistemarsi in una zona d’ombra prima di poter essere avvistati. L’alta costa si prestava a questo mascheramento. Dopo che la nave marocchina fu abbastanza lontana, ripresero la rotta. Era interrotta ogni comunicazione con la terraferma. Le varie strategie adottate da Berigo, avevano immobilizzato o reso precario il sistema elettrico. Ogni sistema di comunicazione era di difficile utilizzo. Santo non poteva sapere se la nave andata oltre fosse la stessa inviata da Moreno. Essa poteva anche essere solo una nave pirata, gente senza scrupolo in cerca di razzie e ciò lo preoccupò notevolmente. Temeva allo stesso tempo di perdere la scommessa anche solo per aver chiesto aiuto. Al passaggio della nave davanti alle Canarie, Krups era in albergo che si teneva informato sui fatti e sulle difficoltà che si presentavano alla nave presa in scommessa. Mancavano ancora quattro giorni per la fine dell’impresa e malgrado i pericoli che incombevano sul buon esito dell’affare, Santo cominciò ad essere ottimista e a pensare che poteva anche farcela. Sonia, all’insaputa di Krups giunse a Santa Cruz per tenere d’occhio più lo zio che Santo. Ella temeva che Krups potesse sbarazzarsi di Santo appena la nave fosse arrivata a destinazione. Accerchiata da una folta schiera di amici cercava di contrastare lo zio e ambiva ad ogni costo di poter presiedere il momento in cui tutto sarebbe finito. Per certo sapeva che la buona riuscita della scommessa avrebbe riportato il Sonia nel porto di Santa Cruz da dove era partito. Sarebbe rimasta lì ad aspettare. Sentendosi più vicina a Santo, vedeva scongiurato il pericolo. L’8 luglio il Sonia giunse a Freetown, in Sierra Leone. Santo era in uno stato pietoso ma felice. Ora poteva essere fiero dell'impresa sostenuta. Era un eccezionale uomo di mare. Le peripezie che aveva dovuto escogitare l’avevano reso esausto. In cuor suo vi era orgoglio e soddisfazione, conscio del fatto che lo sforzo era stato ben ripagato. Sul tavolo della trattativa c’era un assegno di molti zeri, quasi inconcepibile, a suo nome, che Krups gli aveva mandato per mezzo dei suoi avvocati. Santo pretese che quei soldi gli fossero versati su un conto in una banca svizzera. Senza lasciar trapelare le sue emozioni salutò i suoi accompagnatori, prima Berigo al quale disse che aveva costituito per lui un vero ostacolo e che sperava di non incontrarlo più sulla sua rotta. A Benassi, che faceva le veci di Krups disse che non l’avrebbe chiamato nemmeno per dirimere una disputa tra bambini, che si era sentito offeso più che protetto. Salutò i suoi passeggeri e subito pensò alla partenza per Santa Cruz. L’incontro con Krups era l’ultima incombenza da sostenere. Partì con il solo equipaggio della nave. Si sentiva leggero e stentava a credere di aver portato a termine l’impresa. Non potè fare a meno di pensare a Sonia , a lei che si affacciava così prepotentemente nella sua mente. Sul ponte della nave guardava i flutti dell’acqua solcata che facevano spazio alla nave che avanzava. Qualche gabbiano dava un ultimo strepito, mentre ci si inoltrava in mare aperto. La nave era in condizioni veramente precarie, se non fosse priva di merce vuota, si aveva difficoltà a credere di potercela fare. Non dava alcun affidamento. Si trovava nella condizione di avere i motori sotto sforzo sin dalla partenza e, anche al massimo dei nodi, sbuffava come una caffettiera. Dopo 24 ore di navigazione difficoltosa il macchinista fece presente a Santo che i nodi scendevano pur accelerando .

“Spero di arrivare a Santa Cruz e lasciare per sempre questo rottame, nel frattempo dobbiamo fare miracoli,” disse Santo al nostromo. Sceso in cabina cercò un po’ di pace a tutte le emozioni che aveva provato. Voleva solo riposo assoluto e si distese chiudendo gli occhi, immaginando di assaporare l’arrivo, quando poteva sentirsi al sicuro economicamente e libero di scegliere. I suoi pensieri furono abbattuti dall’urlo di Kaim che diceva: “Al fuoco, al fuoco!”
Dalla cabina dei motori si era sprigionato il fuoco da lui tanto temuto. Berigo, con le sue strategie, aveva messo a segno un bel tiro. Santo si precipitò con il resto dell’equipaggio a spegnere le fiamme che non mostravano di voler morire. Fu un continuo alternarsi nella sala dei motori e quando tutto fu messo a tacere, c'erano ancora tanti piccoli focolai che  si ingagliardivano e si insuperbivano rapidamente che nulla sembrava intimorirli. Qualcuno con più lucidità o per eccessiva paura si occupò di lanciare SOS a tutte le navi di passaggio e anche alla terraferma. Santo, testardo come non mai, voleva sedare le fiamme senza arrendersi. Il lavoro si presentò massacrante e ingrato a quel gruppo stremato per le fatiche di una traversata. Era notte e una nuvola d’inferno toccava l’acqua a metà percorso dalle Canarie. Il fumo e l’aria irrespirabile rendevano tutto più lento e difficile. Si perse il controllo della nave, il fuoco aveva completamente invaso la cabina macchine. Quelli che la ancora contavano un po' di forze dentro dovettero abbandonare un'ala della nave e si riversarono sul ponte, consapevoli di non avere alternative. Santo si dimenava in mezzo alle fiamme per tirare fuori dalla cabina un compagno in difficoltà. Egli stesso respirava con fatica la poca aria rimasta a disposizione e subito divorata dall’inferno che allagava ogni cosa. Alle due di notte, stremati dalle fatiche, si accasciarono un po' dovunque, privi di una sola briciola di forza che potesse indurli a pensare che stavano per morire. Santo fino alla fine si tuffò nel fuoco come se non avesse accusasato il dolore prodotto dalle fiamme voraci e le vampate che lo soffocavano. Ora bastava anche solo salvare la pelle, ma sapeva bene che le loro sorti erano nelle mani di quel rottame. Fin in ultimo aveva cercato di non cedere alla stanchezza e di lottare come un dio più che un uomo e non si arrese nemmeno quando metà nave fu completamente in fiamme e dall’altro capo del ponte ebbe come una visione di tragedia ma impotente e incapace di reagire. Chiuse gli occhi come disperato per aver perso la battaglia e come vinto dal destino si accasciò come un cervo colpito in pieno, in attesa che l’agonia fosse quanto più breve possibile. L’incendio aveva fatto colare a picco il Sonia al largo delle coste africane poco prima delle Canarie.

(http://miosole.blogspot.it/2016/09/laffare-sonia-15.html)

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