27/07/16

Non dare mai niente per scontato


Mi diverte e mi sono abituata ad andare a mare con mio padre in barca. E' da tanto che in estate non vado da nessuna parte come una volta, mi piace stare qui, dalle mie parti.E mi piace ancor di più andare in barca con papà. Siamo così sincronizzati che nessuno potrebbe capire il nostro ritmo. Non andiamo tutti i giorni, il mare stanca, ma quando stiamo insieme in barca, non abbiamo fretta, ci prendiamo tutto il tempo che vogliamo. Mio padre è paziente, non dice mai di dovermi affrettare e so che mi aspetterebbe all'infinito. A volte faccio tardi prima di arrivare al porto ma lui mai una parola di rimprovero. Mi aspetta sereno, con calma. Sa che prima di partire devo preparare la famiglia. Appena arrivo comincia ad allentare le gomene della barca per la partenza e poi finalmente andiamo. Non so cosa farei adesso se non ci fosse lui con me.
Dei miei, mio marito non ama il mare, trova sempre una scusa per rimandare, mia figlia è impegnata con lo studio ed io vado con mio padre. Sono diversi anni che navighiamo d'estate io e lui per il nostro mare. A volte do per scontato tutto questo, ma so che è un privilegio, avere mio padre che mi asseconda, mi aspetta, non dice mai di no ad ogni mia richiesta e oggi pensavo che questo è per me come un regalo. A volte siamo così abituati alle cose che abbiamo che non ci facciamo più caso. Sono fortunata ad andare con lui, mi porta in giro per la costa, mi racconta fatti, si confronta con me, manifesta i suoi sentimenti, si interessa di me. Prima non ci facevo caso, ero anche esigente e mi arrabbiavo quando non riuscivo a fare quello che avevo in testa. Adesso ho imparato ad apprezzare le cose, a capire quanto valgono. Mi piace molto più oggi la mia estate che una volta, quando partivamo per luoghi rinomati con i figli al seguito e tornavamo anche dopo un mese, a volte anche scontenti. Oggi sono contenta, di fare la vacanza del cuore, di non lasciare il mio mare, nè mio padre, di vedere tutti i giorni la costa e navigarla in lungo e in largo. Oggi avevo detto di voler andare a Capri, ma poi subito pentita per il tempo e la stanchezza con cui sarei tornata. Mio padre mi ha preso alla lettera. Ci siamo fermati a Sorrento per fare la nafta e subito partiti. Vento contro,  pian piano ci siamo avvicinati all'isola. Avere un capitano solo per me, è qualcosa di unico e impensabile. La sua flemma, la sua sicurezza mentre io sono sempre spaventata da tante cose, mi fa bene, mi rasserena. Nessuno mi mette serenità come mio padre, con lui mi sento sicura, sull'onda delle stesse emozioni, complici, veloci nel pensiero contrariamente alla tranquillità che abbiamo. Mi sono abituata a questo ritmo che mi piace. L'estate per me è questa, correre a mare con lui, nelle nostre lunghe corse, nei luoghi che amiamo e con le nostre chiacchierate che sanno di tanti discorsi. Ma come quando siamo troppo felici, poi vengono le paure e mi fa paura quando tutto questo non lo avrò più. Lui è fatalista, non fa problemi di  nulla, io invece penso continuamente, vorrei certezze che non ci sono, o che non abbiamo, nessuno, e allora ho imparato ad amare il giorno, l'ora, i minuti. E così faccio finta che sarà sempre così, all'infinito, un tempo infinito. Tutti vogliamo l'infinito quando quello che abbiamo è proprio quello che vogliamo. Ma a volte l'infinito è racchiuso proprio nella bellezza di certi momenti che sembrano eterni per quanto sono meravigliosi. E così, quando arrivo in barca tutta trafelata, sudata, con borse  e roba varia al seguito e mio padre, sereno, mi sorride, io mi sento beata. E poi quando tra tutte le cose da posare e sistemare prima di partire, mi chiede il caffè, io sorrido e anche lui a ruota. Ecco, questi sono momenti impagabili, che vorrei fermare. Ma so che sono già bloccati per sempre nella mia mente. E poi quando finalmente parte e cominciamo a tirare un sospiro di sollievo per avercela fatta, non penso più a niente. Solo che in quel momento sono il mozzo di bordo al seguito del mio comandante. Non do mai niente per scontato, questo è il mio motto di sempre.

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26/07/16

L'affare Sonia (Parte settima)

Quella notte Santo dormì poco e male. Se è vero che porta consiglio, a lui portò un tumulto mentale. Per prima cosa avrebbe detto al dottor Cortes di togliergli quella costrizione alla gamba che non lo lasciava muovere. Pensò poi di telefonare a casa, lo faceva sempre più di rado non sapendo cosa dire. Doveva ritardare il suo ritorno e per questo ristabilire un contatto che rendesse credibile quanto andava dicendo. Pensò alle bambine con dispiacere per non poterle ancora vedere, ma questa volta non poteva arretrare e perdere l’occasione di avere Sonia ancora con lui. Passò tutta la notte in queste riflessioni che non facevano che aumentare  le sue ansie. Allo spuntare del sole avrebbe chiamato sua moglie per dirle che c’era un contrattempo e non sarebbe tornato in tempo utile come avevano stabilito.

“ Sarò a casa quanto prima, non ci voleva proprio questa nuova perizia alla nave. I periti dei soci azionari saranno qui a breve e noi dobbiamo aspettarli. Appena effettuato il sopralluogo partiremo. Stai tranquilla e saluta le piccole per me”.
La moglie, dall’altro capo rimase male, lo aspettava per la recita di fine anno della piccola e glielo ricordò con la preghiera di fare il possibile di non mancare. Santo non era avvezzo alle bugie  e ogni volta, che in quel periodo parlava con lei, sapeva che le avrebbe propinato delle bugie e ci stava male, proprio lui che aveva sempre fatto il moralista con gli amici! Il risveglio fu di malumore e violento: Filippo entrò in camera per avvisarlo che la Madeira era arrivata già nel porto  ed era contento per  la partenza dall’isola.
“Filippo, disse Santo, con tono appena udibile e simulando un dolore in atto, corri a chiamare Cortes, la gamba mi sta scoppiando per il dolore!”.
“Senor Stazio, disse Cortes appena lo vide, la sua gamba non essere completamente guarita. Secondo mio parere, qualche osso essere ancora fuori posto e tu tenere ancora ingessatura. Adesso facciamo esami e poi decidere” Dopo le radiografie ci si rese conto che c’era un nuovo osso in condizioni non previste e il dottore non si spiegava come fosse possibile dopo 20 giorni di degenza. La spiegazione la conosceva solo Santo che quella mattina si era fatto cadere sull’ingessatura il secchio del ghiaccio con dentro la bottiglia, pesante come non mai.  Ora notava con soddisfazione di aver raggiunto lo scopo desiderato, pertanto era necessaria ancora una settimana da paziente ed era proprio quello che voleva per restare lì con Sonia. Quella stessa mattina il signor Krups gli fece recapitare un biglietto che annunciava la sua visita e il capitano andò letteralmente in agitazione. Pensò che Krups potesse sospettare di lui e sua nipote e temeva di qualche attenta osservazione dell’armatore sul suo conto con la nipote.
Krups arrivò all’hotel, accompagnato da uno stuolo di persone: un segretario, una guardia del corpo e un facchino. Santo, incrociando lo sguardo dell’armatore, si sentì come se stesse nudo in mezzo alla folla.
“Come sta capitano?”
“Sto come un prigioniero, dovrò tenere ancora per un po’ quest’impalcatura e mi sento d’impazzire!”
“Signor Stazio, sono venuto a proporle di trasferirsi a casa mia. Le ho fatto preparare una stanza tutta per lei e non sa il piacere che provo ad ospitarla. E’ squallido quest’hotel, mi creda!”
“Non so come ringraziala, ma penso che non sia il caso che si prenda tanto disturbo per me”.
“Ma cosa dice capitano? Su dica al suo ragazzo di prepararvi che manderò qualcuno a prendervi tra qualche ora”.
Appena andato via, Santo si risollevò. L’ansia che lo attanagliava si sciolse e il motivo di quella visita era più dolce che mai. Pensava che stare sotto lo stesso tetto con Sonia sarebbe stato un sogno, ma anche un pericolo. Come poteva succedere tutto così in fretta da non capire più nulla? Mentre era strafelice per quella inaspettata fortuna, poi si sentiva in colpa per non poter tornare a casa. Il pensiero più ricorrente era quello delle figlie. Andò a fare delle compere per loro, aveva i rimorsi tipici dei genitori che, per farsi perdonare e colmare il vuoto che lasciano, li riempiono di giocattoli. A volte gli stessi adulti non sopportano le loro mancanze. Ma ora non poteva più cedere al peso del  passato e Sonia era come un richiamo del destino. Era così vicina che non aveva più nulla da chiedere.
Sonia passò a prenderlo e insieme andarono a comprare i giocattoli per Marika e Federica. Le bambole furono visionate per tutte le loro forme e colori e mode e materiali e poi secchielli, vestitini, peluche, libri, quaderni. Tra le cose che comprarono in un vecchio negozio al porto, c’era la storia de “Il battello sullo scoglio”. Raccontava di un povero battello andato alla deriva e il cui capitano si era perso e per questo era così triste che non riusciva a navigare. Una piccola barchetta riportò il capitano al suo battello che, ormai diventato legno vecchio, per tutto il tempo aspettato, non poteva portare il suo capitano per le rotte del mare. Santo, chissà perché, sentiva che in quella storia, così triste, c’era qualcosa di suo e sicuramente le sue bambine leggendola avrebbero pensato al loro papà. Comprò un’agenda anche per sua moglie, tutta rifinita in conchiglie e pietre, con i colori e le sfumature più belle e splendenti del mare. Sonia lo osservava mentre acquistava giocattoli e si chiedeva come facesse a pensare a tante cose dividendosi tra i vari affetti,  tra varie situazioni che vogliono  completa dedizione. Non conosceva il suo menage familiare, ma a vederlo era premuroso e attento a quello che comprava, metteva cura nella scelta nei particolari. Quando fu la volta dell’agenda, Sonia restò un po’ sulle sue, era già entrata in lei quell’idea di appartenenza  che prende tutte le persone perdutamente innamorate e  si chiedeva come faceva a mettere tutta quella cura nella scelta di un’agenda da mandare a sua moglie. Tante domande cominciarono a prendere posto nella sua mente, era solo l’inizio di quell’avventura insieme per un amore che non era mai cominciato a vivere ma nato da una vita. Dopo le spese si diressero al porto di Santa Cruz, Santo aveva nostalgia della sua nave. La Madeira era ancorata lì e a terra c’erano gli amici Luca, Moreno e Cicione che si prendevano cura del carico da trasportare: caffè arrivato dall’America.
La giornata era splendida. Il sole abbagliava la sua vista e la nave era lì davanti. Ricordò l’avventura vissuta e di cui riportava ancora i segni e fu tentato di salire a bordo, ma non ebbe il coraggio. Sonia era in macchina ad aspettarlo. Incontrò gli amici che vedendolo ancora claudicante, con le stampelle, con fare affaticato e camminando molto lentamente si preoccuparono  per lui e gli fecero tutti festa. Raccomandò loro di non parlare di Sonia, tutti lo avevano visto con lei, tutti al paese conoscevano la sua storia e come era finita tra di  loro. Essi cercarono di mantenere una certa indifferenza ma tra di loro c’era chi era felice dell’incontro e chi invece aveva da ridire; chi rimase colpito dall’incontro atteso da una vita e chi invece credeva che di lì a poco sarebbe scoppiata una bufera tra lui e la moglie. In queste voci discordanti Santo fu chiaro: assolutamente evitare di far trapelare qualsiasi cosa. Egli avrebbe preso un aereo al più presto ritardando solo di pochi giorni il suo rientro. Il suo trattenersi ancora a Santa Cruz era per incombenze burocratiche inerenti l’assicurazione della nave. Gli amici lo rassicurarono e  raccolsero le cose da portare a casa sua a cui Santo appose un biglietto e andarono via.
Quando tornò in macchina Sonia gli diede una stretta interminabile: lo aveva scortato con gli occhi dall’auto, non era scesa per non essere invadente e ora che lo vedeva affaticato lo coccolò come un bambino. Santo si raccolse nel suo abbraccio, affondò il viso nei suoi capelli a deporre il peso, un onere mentale che, da quando era comparsa lei, sembrava non lo lasciasse più. Quando riusciva a tenere sgombra la mente da quelle preoccupazioni si sentiva come un leone e cercava insistentemente lo sguardo di lei come a cadere nel fondo dei suoi occhi per essere sicuro di esserci.
Tornarono all’Atlantic per prendere la valigia con le sue cose e dirigersi alla villa dello zio dove lo attendeva un’intera dependance tutta per lui.


Da alcuni giorni Alida era nervosa, inquieta, di cattivo umore e non certamente per Santo. Sapeva che da lì a qualche settimana sarebbe tornato e non si preoccupava per questo. Sua madre, donna molto pratica, un giorno che la vide più strana e distratta le disse: ”Ehi nenna, ma sei incinta!” “ Ma che dici mamma?” “Dico che sei incinta e fidati di tua madre! Fai il test e poi avvisa tuo marito”. Lei frastornata prese atto che poteva aver ragione, non aveva pensato a questo e cominciò a credere nella possibilità che forse era possibile. “Non restare come un’ ebete, disse sua madre, in queste cose ci vuole poco, non bisogna darsi molto da fare”.
“Non scherzare mamma, sarebbe il terzo figlio e sinceramente non mi va di affrontare la vita con i figli da sola come succede da una decina di anni”.
“Hai sposato un uomo di mare e sei già fortunata che Santo sia così buono da non far mai promesse da marinaio come succede dalle nostre parti! E’ un uomo tutto d’un pezzo e pensa solo al lavoro!” “Sai mamma, in fondo non l’ho mai sentito mio, avverto un distacco tra di noi. Continuo ad amarlo, ma so che sta con me per dovere, lo sento. Una donna avverte quando un uomo è tutto preso da lei, ma non è il caso di Santo. Ama le sue figlie, questo sì, ma non me…D’altra parte sapevo già tutto questo, che non mi avrebbe amato col tempo. Mai pensare che l’amore arrivi col tempo, se non c’è mai stato non arriverà di sicuro. E non si può amare da una sola parte, io non so quanto reggerò sapendo questo. Mi auguro tutta la forza di questo mondo, me lo auguro per le mie bambine”.
“Ma la vita continua, va avanti e tu ora sei la moglie, questa è la cosa più importante. Figlia mia, tutto non si può avere e tu devi accontentarti”.
La mamma di Alida era un tipo molto pratico e non riusciva a leggere le cose al di fuori di questi parametri. Per lei la figlia aveva avuto tutto e doveva essere contenta: aveva un marito bello e gran lavoratore, una casa, due figlie e un altro molto probabilmente in arrivo.
Apparentemente aveva proprio ragione sua madre se non fosse per quella spiccata sensibilità che hanno le donne per cui percepiscono perfettamente come vanno le cose. Ogni tanto, in questi casi di depressione, quando prendeva coscienza di quello che viveva e provava, pensava a Moreno, l’amico di Santo, che tanto tempo prima e prima di Santo, la aveva chiesta in moglie, ma lei attratta da Santo aveva declinato la sua richiesta facendolo soffrire molto. Com’è strana la vita pensava, io  ho fatto soffrire Moreno e Santo  fa lo stesso con me, non si riesce ad essere felici. L’amicizia tra i due amici continuò e mentre Santo non pensò più a questo fatto accaduto, Moreno rimuginava continuamente la cosa anche intuendo che l’amico non aveva un grande amore per sua moglie.
Questo sentimento contraddittorio, di affetto amicale e contrasto amoroso, il tutto rivestito da amicizia, lo lasciava sempre insoddisfatto. Con lei non riusciva a mascherare quello che provava e Alida ben sapeva, ma nascondeva tutto dietro a un’apparente tranquillità. Non solo si era piegata un’amicizia di lungo tempo, ma la cosa più insopportabile per Moreno era vedere la sua presunta donna tra le braccia dell’amico e non poter far nulla. Si portava addosso un’amarezza che lo rendeva sempre scorbutico e scontento di ogni cosa oltre al fatto di sapere di non avere lo stesso fascino dell’amico e che al confronto lui era un perdente. Questo aspetto non lo preoccupava, non era invidioso, né covava cattiveria nei confronti di Santo, per lui provava solo  ammirazione e stima, ai suoi occhi era un dio per quanto era stato bravo a tirare su la sua vita da solo. Era un gran lavoratore, un “mangiatore di fatica” come si soleva dire dalle sue parti e questo lo innalzava sulla vetta più alta della benevolenza e della considerazione. Mai si sarebbe azzardato a competere con lui: santo era bello, forte, in gamba, un leader nato e Moreno gli aveva voluto sempre un gran bene, perché al di là delle varie considerazioni, l’amicizia tra loro era forte e sincera. Quando lei scelse Santo, Moreno lasciò che i due si amassero anche se per lui non fu facile da digerire. In momenti come questi di solitudine, lei si lasciava andare a pensieri inquieti che la mettevano in crisi. Immaginava come l’avrebbe amata Moreno se gli avesse detto di sì, ed era sicura che lui era l’uomo giusto per lei e conosceva quanto la amava. Moreno dopo l’approccio con lei e il suo rifiuto decise di non sposarsi, era un single e svolgeva la stessa vita da quando era ragazzino oltre al fatto di non avere fiducia in nessuna donna. Ogni qualvolta incontrava lo sguardo della sua amata, si mostrava gentile e sereno come un tempo, mentre Alida non poteva fare a meno di  abbassare lo sguardo per paura di incontrare l’animo sensibile di chi l’amava per davvero.

IL giorno dopo il test, Alida corse ad informare il marito telefonicamente ma dopo il primo entusiasmo pensò che sarebbe stato più bello dirglielo di persona e fargli una sorpresa. La madre fu felice del nuovo evento e mise in guardia il marito:” “Questa volta vedrai che nascerà Stefano e devi esigere che mettano il tuo nome!” Stefano era un uomo tranquillo e calmo come la quiete e le proteste della moglie lo infastidivano ma capiva il suo animo e il tormento che viveva per non avere il suo nome dato a nessuna delle nipotine. Per la gente era un fatto su cui chiacchierare e tutte quelle strane illazioni che facevano sul suo conto non le piacevano, ma doveva fare buon viso a cattivo gioco.  “Rachele non ti arrabbiare , sono i genitori che scelgono i nomi e ti ricordo che siamo solo i nonni”. “Eh no mio caro, dopo tanti sacrifici per nostro figlia un segno della sua gratitudine ci dovrebbe pur essere!” Rachele correva nei suoi ragionamenti senza contare che poteva essere ancora femmina. Alla fine esausta disse al marito:” Sei sempre il solito sornione. Per te mai un problema, solo io vedo problemi”. La questione si protrasse fino al giorno dopo quando a pranzo ebbe ancora a dire:”Stefano, se sarà maschio, se Dio vorrà, non dovrà scegliere il lavoro del padre, l’uomo di mare, ma deve esercitare una professione!” “Oh Rachele come corri, non mettere il carro davanti ai buoi, devi lasciargli la libertà di agire e di scegliere!”

http://miosole.blogspot.it/2016/07/laffare-sonia-6.html

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20/07/16

L'affare Sonia 6

"Quanto tempo Santo! disse con voce flebile, mentre gli occhi le brillavano. Lui riuscì ad essere freddo e distaccato. Non avrebbe permesso più a nessuno di farlo soffrire come era già successo un tempo. Fu quella una forma di difesa. Filippo comprese che si conoscevano già e con un fare scaltro riuscì a svignarsela.

“Come stai Sonia”,  le chiese con voce lenta e profonda.
“Io bene e tu?” “Io sto come mi vedi, una tempesta nell’ultimo viaggio mi ha spezzato una gamba. Ora attendo la mia nave di ritorno dalla Nigeria per rientrare a Sorrento” “Sei come quando ti ho lasciato, sembri il ragazzo di allora!” “Anche tu, forse ancora più bella!” Santo parlava con timore per non lasciar trapelare i suoi sentimenti ancora intatti come allora. Era un’americana forse con le idee ben lontane dalle sue ed era cauto nel palesare tutto l’amore che ancora provava per lei. Il sogno di una vita era lì e non sapeva gestirlo. D’altra parte non poteva contenere nemmeno tutto ciò che aveva seppellito in tanti anni proprio ora che lei era  davanti a lui. La conversazione fu convenzionale fino a quando il signor Krups ritornò dal suo ospite. “Vedo che ha già conosciuto mia nipote, capitano”. Poi rivolto a Sonia, disse: ”Questo è il capitano Santo Stazio, l’eroe della nostra serata”. “Zio ci siamo già presentati!” “Mia nipote è una donna di cuore e quando ha sentito il motivo per il quale si trovava qui a Tenerife, ha provato una grande solidarietà nei suoi confronti!” “La ringrazio signora…” “Rice, Sonia Rice”, lo interruppe lei con un po’ d’imbarazzo. Dopo aver pronunciato quel cognome, Santo  capì che era quello  da sposata, ma si ricordò anche che ora era vedova. “Vorrei che ci trasferissimo di là per un brindisi in suo onore”, disse l’armatore rivolto a Santo. Adesso che sua nipote aveva qualcuno con cui fermarsi, l’armatore sembrò soddisfatto.
Arrivati in terrazza, l’orchestra suonava una musica latino-americana e la pista era piena di ballerini di buona volontà tra cui Filippo. L’armatore fermò l’orchestra con una mano alzata a mo’ di bandiera e poi,  tiratala giù, dopo gli ultimi strascichi di note, ci fu un silenzio per permettere all’armatore di parlare. Tutti si  diressero dalla sua parte con calici alzati mentre il capitano  brindava così come l’armatore incitava a fare. Ci fu un lungo applauso, Santo dovette intavolare un discorso di ringraziamento a cui non era preparato. Il silenzio gli diede uno di quei momenti che era solito vivere sulla nave quando era in viaggio. Ma lì si rese conto, forse solo ora, che era oggetto di discussione per molti, per quanto era riuscito a portare a termine e non volle deludere le aspettative.
“Ringrazio  il signor Krups  per questa serata, ma non mi sento un eroe. A mare non c’è tempo per pensare, bisogna agire bene e presto perché il motto è:” Vivere o perire”. A parte tutto, il mare è  la mia vita, per me magico e divino al contempo. L’uomo e il mare si studiano e si sfidano continuamente e l’uomo che ama il mare sa come questo amore sia profondo. Ascoltando il mare, pesando le mie paure, io sento la mia anima e ho imparato a leggere dentro di me. A capo di un legno come la Madeira, impari cos’è la sopravvivenza, perdi la cognizione del tempo e per chi lavori. Davanti si pongono solo la rotta e gli obiettivi.  Un capitano si prefigge sempre delle mete e sa quello che vuole. Da sempre sapevo che sarei diventato uomo di mare ed è quello che volevo. Ora, senza il mio mare, non potrei più vivere! Grazie di tutto armatore e voi qui presenti”.
“Complimenti Santo, hai detto parole sagge e vere”…, disse Sonia commossa. Lui la guardò ricordandosi i loro incontri di una volta e come era tutto così semplice, ma subito smorzò quel pensiero troppo azzardato anche se antico per una donna appena ritrovata. Lei lo ammirava e vedeva in lui il ragazzo lasciato tanto tempo prima: bello, profondamente buono e onesto. Lei aveva intuito  che si sentiva a disagio sia per la condizione fisica in cui si trovava, sia per la sua presenza inaspettata anche se da sempre attesa. Lo vedeva in preda a un tumulto di sentimenti, come d’altra parte si sentiva lei. Si studiavano da lontano cercando di carpire  il cambiamento anche attraverso il loro respiro. L’uno si immerse nel mondo dell’altra e viceversa, volevano ritrovarsi ma temevano di perdersi ancora. Questo pensiero li tenne dapprima freddi, come chi troppo scottato dalle situazioni, avrebbe voluto farseli scivolare di dosso. Anche questo era un azzardo, quello di far finta di niente, di volersi riparare dietro il dolore provato una volta. Non sempre si riesce a superarlo e non sempre si può credere di nuovo. Erano ora in una zona neutra dove sentimenti nuovi e vecchi stavano in lotta, si scontravano, avevano domande da farsi, ricordi da smaltire e altri da richiamare. C’erano frasi dette che ritornavano, tristezze passate che non potevano più farcela e c’era il desideri di ricominciare. Questa esitazione nel lasciare liberi i pensieri di agire e vivere il momento, un po’ aveva frenato la sorpresa di essersi rivisti. Troppe emozioni, troppe analisi, e troppe paure. E come quando si giunge a una fonte, dopo aver sofferto la sete, sembra che l’acqua non riesca  a dissetare, malgrado la si beva a grandi quantità, l’uno non riusciva ad assaporare la presenza dell’altra. La serata proseguì mescolandosi tra tanta gente con la voglia di festeggiare. Il buffet fu quasi regale e gli ospiti stentavano a ritirarsi, tale era la voglia di beneficiare di una così grande ospitalità. Verso le tre di notte Santo pensò di congedarsi. Scortato da Filippo si presentò all’armatore facendogli i dovuti ringraziamenti. Sonia lo accompagnò al cancello principale. Era chiaro che non volessero lasciarsi. Lui la guardava come se fosse stata la prima volta in quella sera, lontano da occhi indiscreti e fu il momento in cui le manifestò tutto il suo calore:”E’ troppo chiederti di rivederci?”
“No, lo voglio anch’io, Santo!”
“Allora ti aspetto all’Atlantic domani, nel pomeriggio”.
“Va bene, disse Sonia dandogli un bacio sulla guancia, a domani!”
Il dottor Cortez andò a fare visita al suo paziente alle nove del giorno dopo  e stranamente lo trovò veramente in forma. Santo era ben vestito, sbarbato, tirato a nuovo, con la casacca hawaiana e un paio di bermuda.
“Be, caro meo paziente, fece Cortez, saria hora che daria uno sguardo al piede e se è il caso di togliere un pezzo di gesso per controllare a che punto è la guarigione!” “Sono tutto suo, dottor Cortez. Non vedo l’ora di togliermi questo strazio e muovermi con disinvoltura sulle mie gambe!”
Ad un primo esame sembrò che tutto andasse per il meglio. Il giorno dopo sarebbe dovuto andare in ospedale per una radiografia, Cortez voleva assicurarsi della buona riuscita dell’ingessatura. “ Non deve muovere il piede e non deve camminarci su, altrimenti siamo punto e a capo”.
Santo aspettava con ansia Sonia, così com’erano rimasti. Le ore che lo separavano da lei, furono un’eternità. Pensava a quello che le avrebbe detto e che desiderava sapere da lei. Erano le quattro del pomeriggio e di Sonia nemmeno l’ombra. A pensarci bene non aveva il suo numero, né quello dell’armatore, suo zio. Si erano semplicemente dati un appuntamento  e stava tutto nelle mani di Sonia. Verso le sedici e trenta  dal centralino lo avvisarono che  c’era una signora che lo attendeva. Col suo permesso Sonia salì in camera e Santo nel vederla si sciolse come neve al sole. “Scusami per il ritardo! Ti raccomando, lo zio non deve sapere del nostro incontro. Mi sono permessa di far aspettare il mio autista per portarci a fare un giro. Qui non è prudente, potrebbero vederci, caso mai entrasse qualcuno!” “Confido nel tuo aiuto per scendere giù e salire in macchina”. “Certamente” rispose Sonia con una nuova luce negli occhi.
Appena in macchina Sonia disse all’autista di portarli al parco sui colli.
Soli, in capo all’oceano, Santo con gli occhi puntati nei suoi: “Quanto tempo è passato Sonia, sembra ieri che correvamo per i campi!” “Hai ragione, è passata un’eternità!”
“Quando partisti attraversai un periodo molto difficile. I miei mi dicevano che non eri per me, eravamo molto diversi e che tu eri partita perché pensavi allo stesso modo dei tuoi genitori!”
“Quante bugie Santo! Sono stata strappata dalle cose che più amavo: te, la mia terra, i nonni, gli amici”. In America è stata dura. Nei primi tempi mi sono ammalata! Ho pensato anche di scappare, ma non si può scappare dal proprio destino. Ho resistito fino a quando ho incontrato Will, un ragazzo semplice e generoso col quale mi sono sposata. Ma non è durata, in lui cercavo te. In tutti i ragazzi che mi avvicinavano, io cercavo te! Dopo la nascita di Sally, tutto è andato a rotoli. La colpa è stata mia, gli rinfacciavo sempre di non essere paziente, sincero, vero come lo eri tu. Mi ha lasciato e non l’ho più rivisto.
Dopo tre anni ho incontrato Harry, lavorava nelle aziende di mio padre. Quando ci siamo conosciuti, Sally aveva tre anni. Lui veniva spesso a trovarmi. Mi divertiva, mi faceva dimenticare il mio malessere, ma non c’era tra noi nulla di serio, un vedersi senza pretese. Poi un giorno, visto che eravamo come una famiglia, mi ha chiesto di sposarlo e così è stato. Harry è morto l’anno scorso in un incidente stradale. Abbiamo avuto Carine che ha nove anni, mentre Sally ne ha tredici. Sono rimaste a casa per lasciarmi fare una vacanza per la prima volta da sola e che vedo si è trasformata in qualcosa di magico”. Sonia parlò tutto d’un fiato per dire tutto subito senza possibilità, da parte di Santo di replicare. Era come confidargli la sua vita senza interesse dopo che era andata via da lui e non voleva essere interrotta dal suo rimorso di non esserci stato. Quando finì di parlare, finalmente si girò a guardarlo negli occhi, ancora timorosa, incerta sui sentimenti che lui provava, anche se a prima vista non era per niente cambiato. Sentiva addosso i suoi occhi e la sua memoria, che uniti al malessere di entrambi per quello che non era stato tra di loro, li faceva sentire uniti da un destino irrinunciabile che li avrebbe visti per sempre insieme.
“Quanto mi sei mancata Sonia, è stato un inferno!” Santo non riusciva a proferire parole che non fossero lo stretto necessario, aveva bisogno di guardarla come accade quando vogliamo che tutto intorno a noi venga fagocitato. Si sentiva uno spettatore bloccato a metà tra lo scettico che non crede a tutto quello che vede e la consapevolezza di avere davanti una scena prevista tante volte, anzi, addirittura attesa. I suoi occhi la inondavano, ma senza parole, difficile contenere nelle parole la gioia, lo stupore di quel momento, sarebbe stato a dir poco insignificante parlare in quei momenti. Lasciava che Sonia si esprimesse, si agitasse per l’ansia che la situazione le provocava, che si dimenasse lì accanto nell’attesa di un suo gesto fermo col quale lei capisse di essere l’uomo che aveva sempre voluto. Santo non riuscì più a contenersi, in quel momento non era più la vista a guardare ma un bisogno irrefrenabile di averla tra le braccia si impadronì di lui in modo così forte che l’attirò a sé stringendola il più possibile, una stretta che facesse anche male e Sonia sentì bene le dita affondare nella sua pelle. Un abbraccio come una prigione ma anche liberatorio, dove l’uno e l’altra ad occhi chiusi avevano bisogno di sentire. Un lungo abbraccio dove tutte le ansie, i tremori, le paure, le attese e le speranze ebbero il loro trionfo. Si strinsero fino a  farsi male. Riprendevano il loro amore da dove avevano interrotto, sentivano di non aver perso mai quel filo che arrivava dai tempi della scuola e non ci furono parole che avrebbero potuto innalzare ancor di più quello che stavano liberando dai loro cuori oppressi per troppo tempo. Santo si staccò un attimo per guardarla ancora negli occhi e riavere il suo sguardo mentre con le mani accarezzava il suo viso sognato tante volte  che ora non sembrava vero. Erano i ragazzi di allora, spensierati e felici e in apparenza nulla era cambiato. Erano come due facce della stessa medaglia, ritornarono alla mente i loro baci di allora, le loro promesse, il loro cercarsi e tutto confluiva lì, in quel momento tra le loro braccia dove non c’erano solo due corpi, ma le vite intere trascorse fin ad allora. Sonia voleva sapere di lui, attaccata al suo braccio con il viso affondato nel petto gli chiese di parlare. “Dimmi di te Santo, cosa hai fatto in tutto questo tempo?”
“La vita certamente non mi ha sorriso. Mi ha riservato amarezze e delusioni. Dopo che sei partita la mente ti ha cancellata per non soffrire.


Mi sono imbarcato, così per mare aveva meno tempo di pensare ma era anche un modo per cercarti. Il mare per me era anche venirti a trovare. Ho cominciato come mozzo e il mio primo viaggio fu l’India. Indimenticabile. Ero un ragazzo timoroso di tutto, spaventato e ancora aggrappato alle sofferenze d’amore. Trasportavamo caffè e cashmire. Un’esperienza che mi formò oltre a darmi la possibilità di avanzare nel lavoro. Diventai, dopo altri viaggi per il mondo, secondo di bordo, ma quanta fatica! C’era una ragazza che conosceva la mia pena e mi esortava a riprendere in mano la mia vita. Uscivamo insieme, lei era sempre misurata, mai un chiedere o un pretendere, era così semplice che in breve tempo divenne il mio approdo. Fu così che quando si ritrovò incinta il minimo che potessi fare fu quello di sposarla. Avevo trentaquattro anni. Fu forse per convenienza o per abitudine o per accasarmi come vogliono i nostri, che ormai siamo insieme da nove anni. Abbiamo due bambine: Federica e Marika, di otto e tre anni. Alida è una donna forte e dolce, attenta a tutto, alla quale voglio bene ma certamente non amo.  E’ stata una forza che mi ha aiutato a sopravvivere. La vera passione non c’è mai stata da parte mia nei suoi confronti. Lei stravede per me e mi ama come non l’ho mai amata io. Tutto ciò che di bello ho provato dell’amore è stato con te”. Abbracciati come quando erano ragazzi, abbandonati alle loro confidenze avevano dimenticato che stavano già da due ore in macchina a girovagare. Due ore di confessioni e avevano solo cominciato a parlare, avevano da raccontarsi una vita. I colori dell’amore, le sfumature dei sentimenti acquistavano valore. “Non voglio più perderti Sonia, non sono disposto più a vivere come prima, ora che ti ho ritrovata” e mentre lo diceva la stringeva da sentirne il peso e con una presa ampia e tenace la avvolse in un abbraccio che sembrava accogliere l’infinito. Sonia tra le sue braccia e senza la forza di parlare rincorreva pensieri non proprio liberi: Annamaria, suo padre, suo zio, le sue figlie…sembrava facile ma non lo era per niente e in quella forza ritrovata aveva una nuova paura: quella di dover combattere per riavere Santo. Ora non voleva pensarci, non voleva fare calcoli, voleva vivere come non l’aveva mai fatto. Lui avvertì il rumore dei suoi pensieri e cominciò a baciarla per zittirne il prolificare e rassicurarla che ora niente era impossibile per loro due. Sonia si lasciò abbracciare e in quella stretta aveva le risposte di cui aveva bisogno, nei suoi baci il calore mai avuto e insieme erano il mondo che avevano lasciato. “Ora siamo più che adulti Sonia, nessuno potrà più manovrarci come burattini, siamo…” stava per dire liberi ma sapeva bene di non esserlo, “si liberi di amarci e questo è la cosa più bella Sonia”. L’uno era l’appoggio dell’altra, l’uno era stato la sofferenza dell’altra ma ora niente era più come prima. L’essersi incontrati quando si erano perse tutte le speranze.

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13/07/16

La cicale

Oggi, con la barca, siamo giunti in una rada, dove c'era di fronte la montagna, sulla sinistra la roccia ricca di vegetazione e in alto una casa a picco sul mare. Sul davanti tanti fichi d'india che si distendevano lungo tutta la parete. Le foglie erano riverse nell'acqua del mare come se si fossero volute specchiare ai loro piedi. Abbiamo ancorato e fatto un bagno. Subito dopo, ci siamo asciugati  e l'uno di fronte all'altra, mentre un venticello ci asciugava e le onde ci ricordavano i colori del mare, ci siamo dati a discorsi interessanti e un po' insoliti per la barca e per l'aria di vacanza. Di solito si scherza, si ride, si fa ironia...Oggi no, siamo partiti alla grande con argomenti molto difficili anche da completare. Si è cominciato per caso, con un discorso sul tempo di mio padre, niente male, quando ha affermato che la vita è carogna, ti rende perfetto quando il tempo ti toglie la salute. E non gli si poteva dare torto!
"Anche l'amore, mi diceva, quando sei giovane è uno scimmiottare, non capisci nulla, c'è tanto egoismo, c'è competizione, ti senti un leone. Poi col tempo capisci quello che hai fatto, quello che hai sbagliato, dove sei stato uno stupido...e tutti questi maltrattamenti alle donne... Se gli uomini capissero il male che fanno  alle donne, si castrerebbero da soli!" Io non sapevo di capire o meno. Non sapevo se approfondire o far finta di non aver sentito, ma avevo l'impressione che avesse bisogno di parlare, ne avevo conferma dalla serietà che metteva nei discorsi, a dispetto della sua ironia di sempre. Allora ho spezzato un po' fermandomi ad ascoltare le cicale! Che serenata, mentre le onde leggere, verdi smeraldo correvano a riva a infrangersi sugli scogli. Ho seguito con lo sguardo la corsa e quando hanno toccato terra sono ripartita con l'ascolto.  "Cos'è che hai capito rispetto a quando eri giovane?" gli ho chiesto.
"Non si tratta di capire, ma di sentire,  la vita la capisci quando ti passa addosso, ti stravolge, e ti lascia diverso da come ti ha trovato. L'amore non è quello dei vent'anni. No! Quello è sesso e basta. E passano anni per capire la differenza tra sesso e amore. Avviene quando l'amore lo conosci profondamente e sai che non può escludere il sesso, laddove prima erano due cose separate. Questo è il tempo della lentezza..." "Si, Milan Kundera!" "Cosa? Cosa dici?" mi chiede mio padre non conoscendo l'autore della Repubblica ceca. "Parlo di un autore che afferma quello che stai dicendo, gli rispondo. "Allora deve essere uno buono! Il tempo della lentezza ti fa assaporare le cose, te le fa ricordare bene, ti dà luce e riflette l'amore vero, quel poco amore che hai dato e quello che ti hanno dato" "Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse!" "Eh????" "E' un proverbio! Hai ragione, stai facendo un discorso filosofico niente male!" " Ma sì, oggi me lo chiamate amore? Accendi il computer e ci trovi tutto, sesso a volontà! Questi ragazzi che sanno tutto prima di scoprire le cose, la teoria prima della pratica. Una volta il sesso lo scopriva un po' per volta, come  quando nascono i bambini.Oggi a tredici anni portano a letto le ragazzine. Cos'è amore quello? Adesso può esserci amore, adesso che so come va la vita, come va vissuta, come va presa e cosa devo farne del tempo!" La sua è stata un'amara constatazione e per smussare quella vena malinconica ho riascoltato le cicale.
"Pa', ma senti come non la smettono le cicale?" "Certo", mi ha risposto, "tanto ci pensano le formiche a fare le provviste. Vedi l'amore è proprio così. La cicala è sesso, la formica è amore! L'una canta sola, l'altra lavora, infaticabile, senza sosta, non riposa, ma in inverno avrà tutto quello di cui ha bisogno. Da giovani si fa solo sesso, i giovani son tutti cicale, le persone adulte e mature sono formiche!" !Allora a quest'età vuoi dire che il sesso non serve? La formica mangia solo, vuole solo bene? Non le serve altro?" "No, gliene serve di più, di sesso quanto di amore. Che amore sarebbe senza vivere la carne e che sesso sarebbe senza amare profondamente? E' la forza di due l'amore, non è mai uno, sempre due!". "E allora come la mettiamo a questo punto?" Chiedo a mio padre ormai dopo un discorso che nemmeno all'esame di maturità ti fanno fare. "Che la vita è come dice il proverbio, che se tornassi indietro mi dedicherei alla donna, quella che amavo, le darei più attenzione, mi preoccuperei per lei di tutto quello di cui l'uomo non si preoccupa, dai pensieri al sesso, dal manifestarle il mio bene, a non pensare a me stesso per lei!" "Dici così per il fatto che adesso rifletti molto, hai tempo per pensare, cosa che prima non facevi!" "Anche questo è sbagliato! Diamo tempo all'azione e poco al pensiero. Meditare, riflettere, sono importanti quanto amare!" Senza farmene accorgere, mentre completava il discorso, mi sono buttata in acqua, non resistendo al sole e alla troppa concentrazione! "Papà oggi sei proprio un filosofo...ma gli uomini son tutti uguali, chi vuoi che si interessi di amore, tutti solo sesso, ho gridato dall'acqua!" "E allora non si chiamano uomini, sono solo marionette, devono ancora trasformarsi...un po' la storia di Pinocchio. Per diventare uomo pensa un po' quante disavventure da burattino!" " Papà, oggi ti sei superato, non pensavo di avere un papà ricco di amore e diverso da tutti gli uomini, che sa amare le donne! Se mamma fosse qui, ma credo ti sentirà anche da lassù, sarebbe fiero di te!" "Ma io sono stato burattino con lei, non ero ancora uomo, per il poco tempo che siamo stati, vorrei poter aver tanto tempo ora, per come sono migliore, e per come amo anche se lei non c'è! E dopo queste parole, me ne resto nell'acqua a riflettere su un discorso bellissimo, che stento a credere sia fatto da lui, uomo del sud, maschilista per antonomasia, che metterebbe il burka a tutte le donne, che mi parla di amore e di sesso sotto una luce nuova, proprio ora che cominciavo a credere che le cose stessero irrimediabilmente così lontane tra uomini e donne.
Meno male che ci sono le cicale che mi cantano questa lunga canzone che mi permette di non sentire niente  e assaporare un pomeriggio d'estate a mare, con mio padre a discutere d'amore. Se non l'avessi scritta questa cosa, sarebbe rimasta nel vuoto. Benedetta scrittura che ci permette di raccontare delle cicale...e dell'amore!


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L'affare Sonia 5

La donna discuteva gesticolando come solo un’italiana sa fare, mostrando le mani impreziosite da pietre e brillanti. Fu colpito dalla sua eleganza e quando finalmente potette guardarla in viso, notò in lei un velo di tristezza su un volto privo di sorriso. Era una bella donna, ben vestita, intenta a parlare con due signore di mezza età. Santo rimase per un attimo con il wisky a mezz’aria come se un’idea o un ricordo venisse spolverato. In un primo momento si permise di vedere in quella donna Sonia, ma non la ricordava così altera pur nella sua semplicità. Si passò una mano nei capelli e finì il wisky tutto in un sorso. I capelli di Sonia dovevano essere setosi e gli parve di sentire il profumo che emanava dalla sua chioma quando per mano andavano su e giù per il viali. L’armatore, che gli stava di fronte, notò il cambiamento del suo interlocutore e lo attribuì al fatto che non fosse ancora del tutto guarito, nel suo stato era plausibile. Krups gli si avvicinò per offrirgli uno dei suoi favolosi sigari: “Capitano, ha mai provato un sigaro? Questi sono l’ottava meraviglia. Niente di più benefico che fumare sigari cubani” e nel porgerglielo si fece spazio accanto a lui. Poi pregò Pedro, il cameriere, di portare da bere al capitano.

“In verità non fumo, signor Krups! Lo faccio raramente, proprio quando sono a pezzi, per distendere i nervi”. “Su capitano, la virtù viene fuori dai vizi, anche i santi lo sanno! Fumare sigari per un uomo di mare è naturale”. “Allora proprio non posso sottrarmi!”
“Così mi piace”, rispose Krups, contento di averlo corrotto.
“Allora capitano, la Medeira sarà di ritorno da Lagos a giorni?”
“Sì, forse tra due o tre giorni, ha portato a termine brillantemente la sua impresa”.
“E’ questo il motivo per cui l’ho invitata qui! Riuscire in un’impresa così grande con un vecchio legno come la Medeira è per gente fuori dal comune. Mi chiedo, però, perché stiparla così tanto se la nave non permetteva un carico del genere?” “Sì, questa è stata una mia leggerezza, devo ammetterlo. Avevo calcolato che si potesse andare tranquilli in un periodo primaverile, non erano previste burrasche, e che burrasche! Il tempo ci ha colti impreparati! L’effetto serra sta dando seri problemi ai marinai. Un errore è stato fatto da parte mia, quello di passare per le Azzorre. Non conoscevo l’entità del carico, pensavo fosse qualcosa di importante, ma non pesante. Questa è stata una deplorevole mancanza da parte mia,  un calcolo sbagliato, il fatto di non essermi informato su cosa dovessi imbarcare!”
“Be’ visto come sono andate le cose, la Iscasona verrà sovvenzionata da me con altre due navi prenotate già da qualche mese”.
“Sono contento di questa bella novità!”
“Una nave è come l’uomo, quando comincia a fare acqua da tutte le parti non ci sono calafati bravi a curarla. Sono consapevole che bisogna fare, invece, prevenzione. Il legno ordinato è stato ispezionato personalmente da me, prima di dare il via ai cantieri. Un armatore passa così il suo
tempo, occupandosi di ogni cosa nei minimi particolari”.
“Convengo con lei! Ma, mi tolga una curiosità, perché si acquistano navi buon mercato se i viaggi prevedono stazze maggiori per carichi al limite del possibile?”
Il signor Krups stava sondando la personalità del suo capitano. Santo, lo aveva messo in difficoltà dicendogli che non faceva nessun regalo se le navi della Iscasona erano tutte delle colabrodo, che vivevano lunga vita grazie alla perizia degli uomini che le guidavano e venivano stipate con carichi molto più pesanti di quanto potessero sopportare. Le navi, di cui la società disponeva, riuscivano a sopperire a malapena le loro stesse negligenze. La società aveva iniziato  con due navi recuperate chissà dove, a poco prezzo e grazie  alle ottime capacità degli uomini erano diventate venti.
Nonostante il discorso si facesse interessante, Santo avevo perso di vista la sua preda e con gli occhi sbirciava di qua e di là alla ricerca di quella visione avuta qualche minuto prima.
“Guardi capitano, vedo che è un uomo che ha arguito a pieno il discorso  affari, ma talvolta le cose non stanno come si vede da fuori. Per mettere su una società ci vuole un capitale notevole e può anche non  dare i frutti sperati. Una società è posta sulla testa di uomini che devono agire e collaborare, altrimenti naufraga prima ancora di costruirla. Ho cominciato giocando con barchette per giungere ad avere intere flotte, grazie al mio fiuto e alla mia esperienza e soprattutto ad uomini  come lei che hanno dato tanto per il  mare e si battono per portare un carico  a destinazione pur avendo solo e sempre uno stipendio indipendentemente dal carico che trasportano. Personalmente l’ammiro molto, capitano, perché la società è fatta più dagli uomini come lei che da quelli  come me!”  Santo ascoltava in modo interessato. Il signor Krups la pensava esattamente come lui. Era già da diverso tempo  che pensava di poter avere una piccola società tutta sua, ma in quel periodo non aveva la serenità necessaria per poter riflettere. L’armatore gli stava suggerendo indirettamente cosa fare  e come muoversi e quelli furono validi consigli. “Ora capitano è il caso di divertirci un po’. Di là c’è un’orchestra che ha dato inizio già alle danze. Spostiamoci in terrazza, anche se non potrà ballare potrà ascoltare una bella musica”. Santo sempre con sicurezza si destreggiò con le  stampelle e seguì l’armatore.
La terrazza era un’ampia piattaforma che si stendeva dalla villa fin sotto i colli, avendo sulla sinistra il panorama dell’Oceano, in quel momento stupendo, con un mare blu e onde argentee. Filippo raggiunse il capitano scusandosi ancora una volta il capitano seccato gli rispose: ”Mi abbandoni continuamente e poi ritorni per scusarti! Si può sapere dove te ne vai? Mi guardo intorno e non ti trovo e poi ti ricordo il motivo per cui sei rimasto a Santa Cruz è quello di essermi d'aiuto!”
“Su capitano non essere arrabbiato! Anche tu hai avuto diciotto anni!”
Santo non riusciva mai a rimproverarlo seriamente, Filippo era un ragazzo  molto
giudizioso e ciò che diceva era sempre giusto. Il signor Krups, intanto, era alla ricerca di sua nipote, scomparsa chissà dove e attendeva che si rifacesse viva. Si avvicinò a Santo per informarlo che gli avrebbe fatto conoscere sua nipote con grande entusiasmo: ”E’ una ragazza stupenda, capitano, ma non è stata per niente fortunata. Prima ha sposato un uomo che l’ha resa infelice per anni e si separarono. In seguito si risposò con un uomo che le voleva un bene dell’anima, ma morì ed ora è vedova con due bambine. Si è concessa una vacanza sotto mia pressione. E’ sempre così triste che mi fa una pena vederla sempre in quello stato. Lei aveva respinto l’invito ma io l’ho trascinata qui dicendole che avevamo un ospite importante e le abbiamo parlato di lei.

 Santo, mentre il signor Krups parlava delle sventure di sua nipote, pur ascoltandolo con interesse e partecipazione, volse lo sguardo intorno per incontrare la donna elegante che aveva lasciato poco prima. Come una meteora la scorse  mentre ballava un lento con un tale dall’aria seria e triste. Più la guardava e più affermava che non poteva essere che lei, sì, Sonia. Poteva essere lei, dopo vent’anni, lì a qualche metro di distanza? L’emozione cominciò a prenderlo lentamente,  prima una confusione in testa! E’ lei? Non è lei? No, non può essere! Ma è lei! Sì, è lei, ricordava il suo sguardo, gli occhi, quella pelle candida e bianca come la luna e poi la paura che, se fosse stata lei , quali sarebbero state le aspettative? La paura mista all’emozione lo confusero a tal punto che non si sentì più l’altra gamba, lo sguardo puntato su di lei e il sudore che cominciò a imperlare il suo volto. Ormai sbiancato in viso e privo di forze chiese all’armatore di potersi accomodare perché gli doleva la gamba. Il signor Krups lo accompagnò in biblioteca, in fondo al piano terra, dove si svolgeva la festa.  Si avviarono verso la stanza dove Santo si sistemò alla meglio su di un ampio divano così da poter stendere la sua gamba sofferente. I padroni di casa si accomiatarono da lui appena fu sistemato, per poter ricevere gli altri invitati. Su di un grande schermo all’interno della libreria scorrevano immagini di grandi imbarcazioni di flotte private e Santo  con in mano il telecomando, accelerava o indietreggiava per osservare meglio ciò che lo interessava di più. Filippo lasciò ancora una volta il suo capitano per andare a rifocillarsi e portare al padrone qualcosa da mangiare. Lui spense il video e appoggiò la testa allo schienale dl divano. “Oddio, è lei, Signore mio è proprio lei. Devo parlarle, vederla da solo, ma come faccio? Ci mancava anche la gamba! Quel tipo forse è il marito! Non è cambiata, è rimasta la ragazza di allora, forse ancora più bella! Forse non si ricorderà neppure di me! Sono passati venticinque anni. Santo ritornò ai suoi diciotto anni, spensierato ragazzo di un tempo, con l’unico pensiero di allora: Sonia. Per un attimo si preoccupò del suo aspetto fisico. Si toccò il viso accarezzandosi con una mano a voler prendere il ragazzo di allora. I capelli, forse solo i capelli erano un po’ più chiari, per il resto era il ragazzo di allora. Su tavolo davanti  a lui c’erano delle sigarette con accendino. Ne accese una e cominciò a fumare per scaricare la tensione. Come fare per incontrarla? Gli serviva l’aiuto di Filippo. Certo Filippo! Quando aveva bisogno di lui, non c’era mai, diavolo di un ragazzo. Appena finì di fumare, si alzò e uscì fuori al piccolo terrazzo della biblioteca. Sedette su di una sedia a riflettere. Si portò altre sigarette. Ne accese un’altra nervosamente. Accidenti a Filippo e mentre lo invocava, gli apparve sulla soglia della porta con Sonia.


“Come le dicevo signora, adesso le presento il mio bel capitano, con la cravatta scelta da lei!” Sonia sorrise e rispose: “Sono proprio curiosa di conoscere un uomo così famoso. La festa è in suo onore, la cravatta  che ho scelto è, senza volerlo, per lui! E’ proprio un uomo fortunato!” Santo nascosto dietro la vetrata della terrazza ascoltava impietrito. Filippo si guardò intorno poi vide il bagliore della sigaretta accesa fuori e uscirono in terrazza. Nell’oscurità della notte Sonia non focalizzò subito la fisionomia del suo interlocutore, ma, quando Filippo le presentò il capitano Stazio,  mancò poco che perdesse l’equilibrio. Sonia lo guardava e non credeva ai suoi occhi.

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10/07/16

Incontrarsi d'estate

L'estate ha un fascino maggiore rispetto alle altre stagioni, per il fatto di uscire spesso e stare di più all'aria aperta, per cui si fanno incontri di ogni tipo. Il caldo, la compagnia, il relax, sono buoni motivi per fare incontrare le persone, ma non tutti gli incontri sono piacevoli. Ci si incontra in spiaggia, al bar, in villa, in un luogo fuori zona. Spesso il luogo per ritrovarsi è la spiaggia, dove, magari vediamo la persona che proprio non ci è simpatica, che ci avvicina anche facendo finta, sulle prime, di non conoscerci.

Poi, più per vanità di farsi notare da noi che reale interesse nei nostri confronti, ci viene incontro salutandoci con un fare che poteva pure risparmiarselo. E tu lì a far finta di niente, tutt'al più manifesti la tua ritrosia e il non essere espansiva, ma lei ti sciorina fatti e misfatti che manco ti interessano e ti invita e vuole sapere tutto di te. Educata chiede della settima generazione se non fosse nel finale, ci tiene a dirti cosa ha comprato, chi è il genero, dove va ad abitare la figlia, e poi che sono fortunata e via così. Sono questi veri e propri attacchi non richiesti che tempestano le nostre giornate di relax e che magari ti fanno rimuginare tutta la giornata e poi a sera capisci che dovevi farle qualche domanda che non hai fatto, per esempio come mai era sola con una grande famiglia che si trova, o tante altre cose. Superata l'invadenza, ecco che nei giorni successivi vieni a contatto con l'amica che non vedevi dalla tua adolescenza con tanto di amarcord al seguito che ti escono anche le lacrime per tutto quello che ti fa ricordare e abbiamo modo di raccontarci la vita dalla scuola, alla laurea, alla famiglia, la casa, i genitori, sembra un David Copperfield interminabile che alla fine bisogna aggiornarsi il giorno dopo per il seguito. E spunta fuori il pensiero che non ti ha mai detto, l'ammirazione, l'emulazione che lei fa di te, e anch'io a raccontarle le cose che ho imparato da lei, le vicissitudini avute insieme, le chiacchiere e le confidenze. Poi, dopo aver svuotato il tuo cuore e lei il suo, ti rendi conto che ora abita a Nizza e non la vedrai facilmente, che passiamo a darci i rispettivi recapiti, ma sai che la lontananza un po' prende la frequenza con cui potersi vedere e in te stessa hai già capito che forse ti vedrai tra dieci anni o chissà. Ma tutti a dire che bello vedersi dopo tanto tempo, che affetto quella amica per te, in quale considerazione ti ha. Si, ma quante volte  ci siamo viste? Cosa mai ci siamo dette? Due giorni pieni e poi non ti vedi più. Certi incontri dell'estate sono quasi pericolosi, aprono ferite o lasciano segni, così anche le nuove conoscenze, quelle dell'ombrellone accanto, che magari incontri in albergo, ad una crociera, in piscina, in montagna. All'inizio è sempre un fatto entusiastico, poi restiamo di nuovo soli e non ci piace e poi chissà quando ci si vede. Sarà per questo che molti si comportano come perfetti sconosciuti, non danno confidenza, ti guardano come un'aliena e non per questione di educazione. Non si vogliono complicazioni, conoscersi per poi abbandonarsi. Mia madre aveva una sua concezione sulle conoscenze che era questa: di non lasciarsi andare ai ricordi, di non pendere dagli altri, di farti sempre una tua opinione e di essere una buona osservatrice dei costumi e del carattere delle persone. Quando andavamo in spiaggia, si dava confidenza solo a persone che avremmo rivisto, con le altre si era educati ma molto distaccati. Una volta ho fatto conoscenza con una signora di Napoli, amica di ombrellone, passando un'estate insieme in spiaggia con i nostri bambini. Ero convinta che ci saremmo riviste oltre al mare e così parlavamo di tutto, dei bambini, della casa, della scuola. A fine estate le regalai un centrino fatto da me tutto quel tempo passato insieme. Lei mi confidò che stava per trasferirsi all'estero con il marito ed era molto triste. Il giorno dopo sarebbe stato l'ultimo, ma non andai in spiaggia, non volevo fosse un addio. Eravamo state amiche per tre mesi. La mattina mi aspettava per aiutarmi con i bambini e dopo aver fatto loro il bagno, asciugati, andavano al parco giochi con gli altri, così avevamo un'oretta di chiacchiere e confidenze. A volte sappiamo raccontarci proprio alle persone che non conosciamo bene proprio per sapere che si tratta di una conoscenza a tempo. Di lei mi è rimasto la pagina di giornale da cui presi il modello del centrino. Questo è un ricordo prezioso per me, ricordo gli stati d'animo, le cose dette e i pomeriggi in acqua insieme ai bambini. Lei ne aveva uno, io due bambini allora, e lei mi aspettava col caffè, mi prendeva l'acqua fresca quando facevo l'uncinetto, diceva che le ricordavo la sua mamma. Qualche volta facemmo anche aerobica insieme divertendoci. Di sabato e domenica le due famiglie erano al completo e ci permettevamo anche qualche gioco a carte. Sono sicura che anche lei si ricorda di me.
Chi di noi non ha una persona da ricordare durante un'estate? Accade però, raramente, di incontrare persone che non si allontanano da noi e in questo caso è possibile intrecciare un'amicizia duratura o almeno una conoscenza che ci arricchisce. C'è poi l'amore di un'estate, di gran lunga il più pericoloso. Ci si conosce in modo approssimativo cercando solo complicità per il divertimento e il passatempo. Anche in questo caso è raro incontrare la persona giusta, molto spesso si fanno esperienze negative e invece di essere la stagione degli incontri, può diventare la stagione delle delusioni.


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08/07/16

Diario di bordo

Stamattina sono stata in barca con papà per  il primo bagno  della stagione. Ci siamo avviati verso la costa in direzione Punta Campanella. Appena seduta in barca mi sono guardata intorno uscendo dal porto. Mi piace lo scenario che lasciamo alle nostre spalle, lo conosco a memoria, ma ogni volta lo guardo con occhi nuovi. A destra una famigliola di anitre che scivolava sull'acqua tra le barche, senza timore di essere investita, a destra yacht e barche più grandi, sugli scogli qualche pescatore. Man mano che si procedeva, il vento riusciva a bloccare il caldo afoso che non ci lasciava respirare. Papà seduto al centro, al timone, da vero comandante, stava di spalle, mentre io, dietro di lui, ne osservavo la sagoma che conosco così bene, controllavo le spalle con leggera e impercettibile differenza. Non sono gli occhi che  guardano, talvolta è l'anima che fa essa stessa occhio e mi parla del tempo che passa. Forse, ogni volta che esco con lui, in tanto silenzio che sa di pensieri affettuosi, di prendere quello che ci viene dato, lo vivo come un privilegio. Quante volte siamo usciti per andare a fare il bagno insieme, ormai un rituale, eppure ogni volta è come se fosse la prima volta, con emozioni nuove, con sensazioni diverse, con pensieri cambiati. Stamattina erano pensieri sereni, filiali, di chi guarda il padre e pensa di voler bloccare quel momento. Guardavo mio padre ed ero contenta di stare lì con lui, anche se parliamo poco, anche se da uno sguardo comprendiamo tutto, anche se crescendo cambiano i modi di scambiarsi l'affetto. Oggi osservavo il suo fisico asciutto come se avessi voluto scrutare ogni segno del tempo che passa e la stanchezza dei suoi occhi. Leggevo la rassegnazione di chi non si aspetta niente e vive di momenti, di chi non chiede ma da uno sguardo ti dice tante cose. Abbiamo parlato dei suoi dolori alla schiena, del suo braccio con cui è caduto e non ne ha voluto sapere di operarlo, per cui da quella parte non riesce ad essere autonomo. Si lamenta del dolore che alle due di notte lo sveglia puntuale e non lo fa dormire, un dolore dovuto alle posizioni assunte nei lavori della vigna e dell'orto. I nostri silenzi, a tratti, si colmano di risposte e che non diciamo apertamente. Ma la bellezza di mio padre, a parte i suoi occhi brillanti, è il suo sorriso, sempre gioviale, allegro, pronto ad essere un valido compagno. Dopo aver fatto il bagno, in una cala dopo Sorrento, ci siamo seduti l'uno davanti all'altra sul tavolino consumando un panino, zucchine e albicocche. Ci siamo divertiti, abbiamo riso tanto. Mio padre mi spiega delle cose che, se volessi apprenderle da sola, non saprei dove andare a cercarle. Per esempio come funziona il motore della barca, o per quale motivo le patate con la buccia viola sono le migliori, ma il colmo è stato quando mi ha raccontato una battuta di caccia di un'aquila a Punta Campanella, lì si è superato. Ha descritto il volo del rapace  per raggiungere il nido di un piccolo gabbiano ma, nel momento in cui lo ha afferrato tra le zampe e  si è dato alla fuga, sono accorsi i gabbiani, non si sa se genitori o parenti ( e qui giù a ridere) che volevano riacciuffare la preda. Lei, regina incontrastata, continuando a volare lo ha  buttato giù voracemente.Tutta la scena vista dalla barca puntando lo sguardo verso la montagna. Come racconta mio padre una storia, non sa farlo nessuno. Poi ci siamo stesi a prendere il sole ed io mi lamentavo di non poter scrivere per aver dimenticato le penne. E lui a prendermi in giro dicendomi che  non riesco a stare senza far niente, nemmeno in barca. Poi al ritorno abbiamo scattato tante foto, in tante pose, con tanti panorami. E poi di nuovo il silenzio tra noi fino al porto.
Arrivati all'attracco, noto che  il sole è ancora caldo, la mia pelle arsa e le spalle bruciate. Finalmente al nostro posto, dopo la manovra, ci siamo soffermati ancora a guardare il sole e ho pensato di aver trascorso una bella giornata, fatta di bei pensieri, di sorrisi, di chiacchiere e di mio padre.

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06/07/16

L'affare Sonia 4

Ma aveva aspettato così tanto che tutte le speranze erano ormai deluse. In quel preciso momento entrò Filippo tutto ansimante:” Capitano, la Madeira parte oggi da Lagos. A bordo tutto bene e il carico non è andato del tutto perduto…”  “Molte cose sono state recuperate…” continuò Santo e Filippo:”Vedo che sei già informato capitano!”
“Un capitano non può fare diversamente, è sempre un passo più avanti degli altri, altrimenti che capitano è?” Scoppiarono a ridere entrambi.
“Capitano t’aiuto con la barba, vedo che hai qualche difficoltà”.
“No Filippo, è solo pigrizia, ti ringrazio, faccio da solo”.
“Ah, dimenticavo di dirti che tra poco arriva il dottor Cortez per un controllo!”
“Va bene, ma tu datti da fare qui, c’è una buona compagnia”, disse Santo ridendo.
“Vedo, vedo, capitano, ma sono troppo occupato a curare te, padrone, e non ho tempo per le altre “cose”. Qualche sera faremo conquiste insieme, mio bel capitano!”


Filippo aveva appena chiuso la porta che Santo si diresse nella stanza da bagno  per guardarsi allo specchio. L’immagine era veramente repellente: barba lunga e occhiaie, capelli fino alle spalle, poco curati, fisico stanco…era un disastro. Nello specchio vedeva l’immagine di un estraneo. Dov’era il bel capitano abbronzato e muscoloso, dal viso perfetto di una volta? Pensò di averlo fatto partire con Sonia in quel lontano giorno del loro distacco. Era una punizione alla gioventù che gli aveva portato via l’amore. Perché abbandonarsi, pensava? Si sentiva buio e triste. Ma voleva provare a riprendersi piccole gioie com’era prima, quando c’era Sonia con lui. Con questo spirito nuovo richiamò Filippo dalla hall giù, dall’altro capo una signorina gentile lo informò che al più presto glielo avrebbe mandato. In quel momento bussarono alla porta. Era il dottor Cortez con il capitano Sollo dell’Iscasona, la società per la quale lavorava. Il capitano Sollo lo salutò con affetto fraterno :”Salve capitano, anch’io alloggio all’Atlantic, ma sono in partenza per i Caraibi. Le porto i saluti dalla società e gli auguri di una pronta guarigione. Sono venuto anche per informarla che stasera ci sarà una festa in suo onore, perché nell’ambiente è ritenuto un grande uomo di mare, l’unico che possa vantare tanti viaggi tutti con esiti felici. Scampare a quella tempesta è stata una grande prodezza! Pensi che il cattivo tempo ha portato via 2 navi dal porto, trovate più in là come piccoli relitti. E’ vero, erano dei rottami, ma sempre delle navi da carico!”
“Adesso mi sta lusingando troppo, capitano Sollo, va a finire che ci credo sul serio e così diventerò da comandante, un pessimo marinaio”. Risero con trasporto e Sollo apprezzò la sua ironia che  da vero napoletano sapeva tenere testa a qualsiasi discorso.
“Sono veramente felice che parte del carico si sia salvato e quasi non ci credo, pensavo fosse andato tutto alla malora”.
“Stento a crederci anch’io, ma i fatti dicono così!”
“Ormai sta diventando un eroe nell’ambiente!”
“L’Italia è piena di santi, marinai e poeti, niente di nuovo all’orizzonte, almeno così era, forse i santi saranno scomparsi, ma in quanto a poeti e marinai ne siamo pieni!”
Sollo dovette fermarsi, Santo trovava sempre una risposta e quasi lo metteva in difficoltà.
Il dottor Cortez ascoltò con interesse i due capitani, poi rivolto a Santo in uno spagnolo compromesso gli disse:” Senor Stazio, la sua gamba essere forte come quercia e sarà perfetta tra una quindicina di iorni se lei di noce continuerà a tenerla ferma e deritta come ha fatto fino ad ora”.
“Starò fermo come una statua”, gli rispose Santo, rincuorato dalle parole del dottore.“Io retorno domane per vedere como tu fare exerchitiatione che io prescrivere, ok?”
“Va bene, rispose Santo, intanto la ringrazio!” Mentre Cortez e il capitano Sollo uscivano dalla stanza, arrivò Filippo tutto trafelato per essere stato informato che il suo capitano lo cercava. La sua amica giù nella hall l’aveva fatto rintracciare dagli addetti alla sicurezza, come se si fosse trattato di una questione di vita o di morte. Appena entrato si scusò:” Mio capitano perdona il mio ritardo ma sono stato a…” “Falla finita Filippo! Non voglio sapere dove sei stato, lo posso immaginare, qui ci sono dei soldi, vai al cambio e poi comprami qualcosa da indossare. Se la gamba lo permetterà, stasera dovremmo andare ad una festa e quello che ho è poco adatto all’occasione.”“Tornerò in tempo utile Capitano! Vedo che cominci ad accusare la solitudine, o mi sbaglio?” “Non sbagli Filippo, ma sbrigati”.
Filippo girò tutta la città, alla ricerca degli abiti per il suo capitano: non trovava nulla di adatto a lui e per l’occasione. Era sempre incerto e ogni volta doveva spiegare com’era il suo capitano.“Esta taglia è buena?”“Che taglia è questa?” rispondeva esasperato Filippo.“Lui essere como me?” gli chiedevano e lui rispondeva sempre:”Mio amico molto alto, muscoli come Rambo, vero macho, capisci?”“Allora va bien questa taglia, compriendo”.“Questa? Non saprei!”
Tornò in albergo portando con sé pantaloni, giacca grigio scuro, scarpe e camicia bianca. Aveva dimenticato la cravatta. Scese di nuovo nella hall e si fermò a parlare di Ines, la quale lo portò nella boutique dell’hotel e gli fece scegliere una cravatta tra le più belle.“Be’, come faccio a sapere i gusti del mio capitano? Ines aiutami! “Como essere vestito?” “E’ grigio scuro come Londra!” “Bene, allora scegli tra queste!” “Scegli tu per me!”fece Filippo imbarazzato.
Lì accanto sostava una giovane donna, molto elegante che, ascoltando il ragazzo non potette fare a meno di chiedergli: ”Italiano?” “Sì, rispose Filippo, anche lei?” “Si, no, rispose la donna confusa, volevo suggerirle, tornando al vestito, questa cravatta è adatta a quello che  ha descritto per il suo macho!” “Ah, veramente gentilissima, grazie! Accetto il suo consiglio! Il mio capitano la ringrazierà di persona!” “E auguri” rispose la donna. “Ancora grazie infinite”.
“Allora Ines, prendo quella che mi ha suggerito la signora! Tu, intanto, fammi trovare qualcosa anche per me. Devo accompagnare il mio capitano! Taglia 48. Fai tu. Ok? A dopo”. Giungendo in camera con la bella cravatta, Santo lo reputò un uomo eccezionale. Egli aveva individuato la giusta tonalità e poi giovanile, sobria, elegante. “Sei il mio angelo!” disse rivolgendosi a Filippo e il ragazzo apprezzò il complimento, ma gli nascose il fatto che gliela aveva suggerita la signora.
Santo con l’aiuto di Filippo dovette apportare qualche modifica ai pantaloni per poterci mettere anche l’ingessatura. Filippo lo aiutò a vestirsi. La coscia destra dei pantaloni fu leggermente scucita. Appena completo anche di scarpe  indossò la candida camicia, si profumò come rare volte aveva fatto, mise la cravatta e guardandosi allo specchio non si riconobbe. “Mamma mia Santo, sembri un dio!” “Hai fatto un buon lavoro! Grazie Filippo. Scendi a chiamare un taxi, io ti raggiungo subito. Andiamo alla festa dell’armatore”. Santo respirava aria nuova, diversa dal solito. Quella sosta forzata per la gamba gli stava donando. Solo a Tenerife, in convalescenza. Non aveva incontrato nessuno dei familiari e continuava a mantenere rapporti con casa come se stesse in Nigeria. Prima di uscire chiamò la moglie: ”Sono in albergo a Lagos, disse con una bugia eclatante, tu come stai? E le bambine?” “Tutto bene. Quando rientrerai?” “Stiamo aspettando un carico di caffè per conto di una ditta napoletana. Il tempo di riprenderci dalla traversata  e saremo presto a casa”.Dopo i saluti, Santo, abbassando la cornetta, si sentì in colpa per la bugia detta. Provava repulsione per se stesso perché sapeva bene che stava prendendo quel momento tutto per sé e non si comportava così per non mettere in ansia la famiglia. Filippo lo stava aspettando. Si trasportò con lentezza fuori dalla camera e fu arduo raggiungere l’ascensore. Appena il vano si aprì, Santo entrò con disinvoltura, celando molto bene il fatto di essere claudicante. Appena l’ascensore toccò terra e il vano si riaprì, si trovò davanti Filippo a parlare con una bella signora che  potette vedere solo di spalle. Subito riprese all’ordine Filippo :”Ma che fai, ti metti a bighellonare con le donne, invece di correre dietro le ragazzine?” “Capitano, peccato che sei andato via, ti volevo presentare quella signora americana, mi è stata di grande aiuto nella scelta del tuo abbigliamento e mi è sembrato un modo carino per ringraziarla. Lei è passata di qua perché amica di Ines, ma alloggia altrove. Tra l’altro è ansiosa di conoscere il mio capitano, perché le ho detto che sei alto, bello, muscoloso e rambo!”“Adesso mi fai anche la pubblicità?”“Non hai bisogno della mia pubblicità, capitano!”

 L’armatore John Krups era un uomo di grande mole e di buoni gusti, amante della cucina e dei sigari cubani. Per lui fumare era come respirare. Chi lo conosceva bene non aveva avuto il piacere di vederlo senza boccheggiare  i suoi sigari , anzi talvolta, prima ancora che ne finisse uno, usava accenderne già un altro con l’altra mano. Era un uomo conosciuto a Napoli come alle Canarie, in America e in Spagna. Racchiudeva in sé la cultura tedesca per parte di padre: tipo preciso, deciso, razionale, freddo e lontano da pettegolezzi. da questo punto di vista era un uomo all’antica: amava la famiglia prima di ogni altra cosa, saggio nelle scelte da prendere. da parte di madre aveva preso la cultura italiana: eclettico, solare nell’esprimersi e nel trovare motti e massime al momento giusto; tradizionalista, cuoco eccellente e raffinato con uno spirito d’iniziativa e grande capacità nel risolvere problemi di ogni sorta. E’ per questa smisurata varietà di aspetti del suo carattere che lo chiamavano “The King”. Nel suo ambiente, essere ricevuti da Krups, era ritenuto il massimo cui si potesse aspirare .
La sua villa alle porte di Santa Cruz era in stile hollywoodiano con accenni moreschi e coloniali. Rispecchiava perfettamente lo stile del proprietario. Un’immensa piscina circondava la casa. Tutt’intorno un prato verde ben curato e tante palme disseminate qua e là che incorniciavano la sontuosa tenuta. Il proprietario si trovava sul terrazzo antistante la villa, accerchiato da ospiti illustri. In lontananza si poteva  ammirare l’oceano e sopra grandi nuvoloni che lo sovrastavano. Tutte le luci del parco erano accese, mentre una serie di piccole lampadine percorreva e segnava la forma della casa rendendola illuminata a giorno. Filippo e Santo giunsero alla villa dove andò loro incontro il capitano Sollo. Questi li presentò all’armatore, il quale appena li vide non potè trattenersi :” Oh, carissimo capitano Stazio, sono proprio lieto di conoscerla!”
“Lieto anch’io, fece Santo un po’ imbarazzato”.
“Ho saputo dell’impresa portata a buon termine e sono proprio fiero di avere persone come lei nella mia flotta”, disse l’armatore.
“Un vero capitano rende possibile ogni ardua impresa”.
“Lei mi piace capitano perché ha dimostrato fegato senza badare alle conseguenze per l’incolumità della sua persona!”
“Signore ho fatto solo il mio dovere e in quella situazione non c’è stato altro da fare. Da qualche parte, ho letto che a mare il motto è:”vivere o perire” ed io sono attaccato alla vita.”
“Mi piace caro comandante. Lei ha carisma e farà molta strada”.
“Grazie per l’augurio”, fece Santo con tono serio e posato. Egli cercò di destreggiarsi con le stampelle per seguire il capitano Sollo, che lo precedeva nelle presentazioni all’interno del soggiorno. Si accomodò in un salotto dopo aver passato in rassegna un gran numero di persone mentre Filippo andò a prendergli un wisky. Matteo aveva fatto conoscenza con la signora Krups, una donna di straordinaria cultura. Si poteva discutere con lei di ogni sorta di argomento dal più stupido al più serio mostrando di avere le risposte sempre adatte  e convincenti. Matteo si complimentò con lei per la casa, gli arredi e la distribuzione degli spazi interni. Dopo qualche minuto lasciò che Matteo si intrattenesse con suo nipote, un armatore spagnolo, mentre lei continuò a fare gli onori di casa. Matteo, benché cercasse di ascoltare l’uomo così ben predisposto a fargli i conti delle sue navi, era attratto dalle persone che circolavano per la sala. Con la gamba appoggiata sul divano, le stampelle a riposo e un wisky in mano, scrutava i tipi delle persone che gli scorrevano sotto gi occhi. Intanto che l’armatore lo tediava, Santo soffermò lo sguardo su una giovane donna che riusciva a vedere solo di spalle perché rivolta  verso il lato della sala.

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