31/08/17

L'affare Sonia -ultima parte-

Sui colli il tempo scorreva sempre uguale come se non passasse mai. La vista era invidiabile, aria fine, frescura in estate e in inverno. Lungo la strada che portava a Sant’Agata vi era una casa enorme, bella, spaziosa, con tanto verde intorno costituito da un ricco parco. Il verde aveva coperto la parte bassa, le erbacce erano in ogni antro dando un tono smorto a tutto il fabbricato. Nessuno, dalla strada, salendo o scendendo, avrebbe fatto caso alla vista della struttura. Poi, come per incanto, così come nella fiaba il rospo divenne principe, questa casa si trasformò in un villa di rara bellezza, dove non c'era aspetto non curato. In primavera il colore della casa veniva rafforzato dal rosa dei peschi in fiore, dal verde delle giovani foglioline, da un cielo terso e turchese come non mai. Fu in questo periodo che Filippo fece caso alla villa e un giorno, incuriosito, parcheggiò la macchina e si affacciò al cancello. Sbirciando all’interno, vide una donna in compagnia di un ragazzo e di una signora anziana. Filippo ricordava la sagoma di quella signora, vecchi ricordi si sovrapposero alla vista e capì. Fu come una fulminazione e senza pensarci su due volte chiamò: "Sonia, Sonia!" La donna si avvicinò al cancello, aprì e riconobbe, ormai nell'uomo che aveva davanti, il ragazzo della cravatta a Santa Cruz. Si abbracciarono sapendo l'uno dell'altra e soprattutto sapendo che tra loro c'era lui, Santo. Stettero stretti come vecchi amici, consapevoli che sapevano tutto quello che era accaduto, ma Filippo anche di più.

“Mi sono stabilita qui, almeno col cuore gli voglio stare accanto. So che non accatterebbe il mio amore pensando ai miei soldi o che sono impietosita di lui perché non vede. Io lo amo, Peter è suo figlio". “Impressionante, disse Filippo, quanto assomigli al padre”. “Ho raccontato tutto a mio figlio! Mio marito si è suicidato, soffriva di crisi depressive. Ho detto a Peter che Jeffrey non era suo padre e quando ha saputo che il suo vero padre vive qui ha voluto che venissimo nello stesso luogo.Gli ho dovuto spiegare che la situazione è molto delicata ma che un po' per volta ce la faremo. E' un ragazzo forte, come suo padre e mi ha promesso di aspettare. E’ solo un ragazzino ma capisce benissimo l’importanza della situazione. Nel frattempo ho comprato questa casa e ci abito con mia zia, anche lei è rimasta vedova dello zio John e le altre due mie figlie. Lo aspetterò Filippo, sono io che devo aspettare lui ora”. “Sonia non sai quanto ti sono vicina in questo momento. Dimmi cosa devo fare. In tutti questi anni mi sono sentito così responsabile di lui che non ho pensato altro che alla sua vita".
"Sei un ragazzo d'oro, affidabile, un vero amico. Tu lo hai aiutato moltissimo, se non ci fossi stato tu, forse chissà. Non dire niente a Santo, facciamo maturare i tempi. Deve comprendere e capire senza che noi lo spingiamo. Voglio che capisca che siamo tutti intorno a lui!”
Da quel giorno Filippo, ogni pomeriggio, con la scusa di parlare con una donna del luogo di cui si era invaghito, si allontanava da casa. Andava da lei e le parlava del padrone, degli sforzi fatti, delle paure, della stanchezza e di come gli parlava di lei, di loro. Filippo era un valido messaggero. Quando era con Santo, faceva in modo di parlare di lei e il padrone diceva tante cose sul suo conto,così quando andava da Sonia le trasferiva le parole del padrone. Allo stesso modo quando era da Sonia parlava del padrone e poi trasferiva a Santo quello che lei diceva facendolo passare per sue presumibili ipotesi o modi di sentire. Santo non poteva accorgersi di niente. Spesso quando passava davanti alla villa, portando il padrone a fare un giro, ammirava loro tutti fuori in giardino, mentre Santo era a un palmo di distanza da loro senza saperlo.
Filippo, in accordo con Sonia, qualche pomeriggio lo avrebbe portato lì ma non dicendogli chi vi abitasse.

Un pomeriggio Santo era in terrazza. Paloma gli aveva preparato una spremuta e Zack dormiva come un sonnacchioso. Santo batteva ai bordi della sedia col suo bastone e sfregava col legno la vernice del muretto. Sognava ad occhi aperti: Peter, Sonia, Marika, Federica. Le ragazze stavano da lui tutti i giorni, ma era tutto così irreale. Sentì un puzzo di bruciato e chiamò Paloma per ricordarle che forse aveva lasciato qualcosa sul fuoco. Paloma non rispondeva forse non c’era. Allora si alzò e si diresse verso la cucina. Zack si svegliò e cominciò ad abbaiare come in caso di pericolo. Santo avvertì qualcosa di brutto visto che Paloma mancava all’appello. La donna era a terra mentre il piano di cottura era in fiamme. Fu in quel momento che Santo memore dell’altro incendio si diede da fare come un uomo che ci vedeva: azionò la pompa dell’acqua, portò fuori Paloma e quando tutto fu finito si distese sul divano esausto. Filippo arrivò quando tutto si era svolto. Santo con gli occhi chiusi gli spiegò l’accaduto e Filippo, malgrado la sua allegria, si rammaricò per non essersi trovato lì. Il padrone gli chiese il motivo del suo ritardo e Filippo dovette resistere dalla voglia di raccontarglielo. Quando aprì gli occhi Santo guardando in alto vide una crepa nel soffitto che non aveva mai visto prima. Filippo fece con un fare serio: “E’ il caso di far ridipingere questa casa da testa a piedi, non sopporto il disordine. Poi si girarono entrambi e consapevoli di ciò che era accaduto si abbracciarono come matti sotto gli occhi sbarrati di Zack e Paloma che stentava a reagire per le forze che ancora le mancavano. Zack leccava il suo padrone perché non l’aveva mai visto così esultante. La vista gli ritornò allo stesso modo come la aveva persa. Lui però mantenne il segreto perché aveva bisogno di alcune certezze e Filippo e Paloma, complici del padrone, stettero al gioco per molto tempo. Andarono a vivere nella casa di Sonia che lo sapeva ancora cieco. Solo al sicuro del suo amore per Sonia e quello di lei verso di lui che lo sapeva cieco. Egli un giorno, mentre si trovavano fuori a prendere un caffè in panchina, sotto un faggio giovane e ricco di foglie, disse: "Certo ti toccherà una bella fatica con questo armadio d'uomo. Lo dovrai sempre portare sotto braccio e poi camminare piano e aspettarmi sempre mentre tu corri avanti. Guarda, ti avviso, sarò una ciabatta. Ma ci tengo a dire che sono io il mio servitore, non voglio l'aiuto di nessuno, solo essere accompagnato!"Risultati immagini per villa in costiera sorrentina

"Certo che sei rimasto mulo, Santo! Credevo che in tutto questo tempo fossi cambiato, e un po' più dolce fossi diventato. D'accordo ti accompagnerò solo. Così resterai a fine settimana da solo con Paloma e zia mentre io esco a prendere aria per la costiera, qualche bella passeggiata. Da queste parti ci sono tanti amici che non vedo da tanto!" disse Sonia ironizzando. In quel momento comparve Marika con un piccolo dolce appena fatto da far assaggiare al papà e Sonia e ci mise anche una candelina per festeggiare il suo primo dolce fatto con le sue mani. Portò il dolce sul tavolino e tutti accorsero spinti dal profumo. Santo vide quella un'occasione unica per rivelare la bella notizia di vederci. E così, prendendo le misure da come doveva soffiare,ad un certo punto cominciò a dire che la avrebbe preferita celeste, che le more non gli piacevano e la voleva quadrata. Tutti aprirono la bocca con una smorfia di sorpresa e cominciarono a chiamarlo imbroglione. Anche Zack, come se avesse capito, gli si buttò addosso come fosse stata un'altra persona. Tutti ebbero una sensazione di liberazione e scioltisi dalla stretta corse avanti verso il parco con lo stuolo di gente dietro che voleva linciarlo per aver nascosto quella notizia speciale.
Quel giorno il tramonto ebbe dei colori indimenticabili. C'era il mare all'orizzonte, il sole col suo disco dorato, il cielo pieno di vita ancora e tanti riflessi che nemmeno il più bravo pittore avrebbe potuto fare. E come quando una gioia troppo forte non può essere contenuta, non ci rese nemmeno più conto cosa fosse cambiato. E Santo riuscì a dimenticare tutte le sofferenze che gli erano accadute come fatti distanti da lui, ormai solo un ricordo. Si trovavano dopo tanti anni di nuovo di fronte al mare, abbracciati, con le voci dei figli che correvano, il cane che si divertiva e Paloma e la zia come vecchie amiche a raccontarsi. Mai come allora benedissero di trovarsi nel posto più bello al mondo: la penisola sorrentina.

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Nella foto Relais, Villa Savarese, Sorrento.

30/08/17

Democrazia oggi

I politici di oggi  hanno un serio problema: quello di non relazionarsi con i loro elettori e di conseguenza col territorio. Una volta eletti si sottraggono ai loro doveri. Il che non significa voler ricevere da costoro privilegi o favoritismi, ma che si impegnino in virtù della referenza ricevuta per una politica attiva. 
La democrazia comincia qui a mostrare le sue falle e forse non esiste nemmeno più nel senso vero del suo significato: forma di governo il cui potere è esercitato dal popolo, la sua accezione più antica. Essa ha perso il valore per cui era nata. Il nostro tempo, di globalizzazione, di immigrati, di economie sempre troppo esigenti, vede la fine di una società che non si ritrova più. Il  concetto di democrazia è quello di governo del popolo, e si ritrova sempre più ad essere il governo di pochi, quello che per gli antichi era l’oligarchia. Chi va al potere trova grosse difficoltà a mantenere gli impegni promessi, deve sostenere uno sforzo immane tra interferenze varie, strategie di partito, demagogia, corruttela, compromessi, il che rallenta, quando non impedisce, il suo operato. Siamo in un mondo senza più confini e il governo non finisce più con le porte di casa, oggi deve gestire anche l’imprevedibile. Nello stato attuale non si possono fare gli interessi di tutti, ma si discrimina ogni volta che si legifera, ogni volta che si attua un provvedimento. Le leggi, pur fatte per tutti, rispondono a esigenze di pochi. La gestione principale finisce per essere quella degli interessi e dell’economia di una stretta cerchia venendo meno all’impegno preso e alle promesse fatte all’elettorato. Spesso il politico esercita un potere che raramente  coincide con i problemi di cui dovrebbe occuparsi seriamente.  La Democrazia è diventata un’utopia e molte volte  in suo nome si governa come in una dittatura. Non siamo più in democrazia se  siamo nel periodo della sfiducia, del populismo e dell’incapacità di stabilire ordini  e definire valori per tutti. Oggi si permette tutto a tutti e lo avvertiamo in rete, dove la possibilità di esternare può diventare nemica della stessa democrazia.  Questo fa capire quanto sia difficile accontentare tutti. La democrazia stenta a riconoscere anche i sui principi ispiratori come la libertà nel suo aspetto civile, politica e sociale, nell’uguaglianza, nella solidarietà che sono poi i capisaldi di un illuminismo ormai in declino. La globalizzazione ha presentato il conto: allargando i confini si è trovati in territori talvolta ingovernabili. Nella odierna società liquida, come afferma Bauman, le problematiche non finiscono mai, gli interessi si allargano a macchia d’olio e voler esaurire ogni situazione in ogni campo è pura utopia. Bauman afferma che al caos moderno preferiamo rifugiarci in un passato quando era tutto più limitato e dove il limite dava la possibilità di operare e svolgere realmente l’attività politica, calati in una “retrotopia”. La politica è credibile se coerente, se ha rapporti col territorio, se si impegna e attua strategie di risoluzione, se gli interessi non si limitano solo a quelli di tipo economico. Il voto, quello che a noi sembra la più democratica espressione, è stato spogliato di ogni valore e non stabilisce più alcun legame tra rappresentanti e popolo se poi il mondo va in direzione completamente opposta alle richieste di tutti. La politica è diventata un mero esercizio di Palazzo  credendo che lì si concentrino gli interessi, quasi fossero affari per pochi, e il popolo non c’entri, allungando la distanza tra le parti. Quando i Romani affermavano che la democrazia poteva sfociare in oligarchia, dicevano questo, e oggi siamo giunti al capovolgimento della stessa. Qual è il modo di arginare questo pericolo, di tenere sotto controllo questo fenomeno, visto che manca un contrappeso a tutto questo? Secondo Michel Foucault abbiamo come antidoto solo il poter dire quello che si sta sbagliando, il sorvegliare e il ribattere, il dire la verità ogni volta che viene offuscata. Questa “parresia”, di farci dire quello che pensiamo a riguardo, è l’unica forma di opposizione alla perdita di libertà e capovolgimento della democrazia. Una democrazia che opera senza confini non è più tale,  sfocia esattamente nel non governo. La tecnologia l’ha resa anche lenta, inadeguata. Mentre a Palazzo discutono, per i vari gruppi, nelle chat, su twitter si scatenano inferni peggiori delle arene romane. Prevale la legge del più forte visto che in questo caso è difficile discernere la verità che trabocca da tutte le parti e nessuno si cura di confutarla. La libertà sfocia nel permissivismo, la fratellanza nella diffidenza per il prossimo, l’uguaglianza in discriminazioni continue. Tutto questo esula dai concetti democratici o possiamo dire sono situazioni nuove e moderne non contemplate dalla politica attuale.  Quella di oggi è una democrazia ad horas, quella dell’ultimo minuto, quello che si è detto in ultima battuta che vale fino a prova contraria. C’è la voglia di tornare indietro, quando tutto era più limitato e gestibile, scappando  da una realtà attanagliata anche dalla paura che resta il metodo di governo del dispotismo. Un passato che porta La Gran Bretagna alla Brexit, gli Americani a eleggere Trump, solo illusori cambiamenti che, invece di far migliorare, apportano sempre nuovi rischi. La politica  nell’era tecnologica ha esaurito il suo vero ruolo. Resta quella di Palazzo, formale, fredda e distaccata dal resto e questa distanza affievolisce l’interesse politico, azzera l’impegno, fa aumentare i vuoti che si colmano con altro. Accentrando il potere nelle mani di pochi, la res pubblica diventa privata creando il caos.

Nella post-democrazia la soluzione è una visone nuova del mondo che deve migliorare includendo tutte le variabili che sono avvenute nel tempo. La vera politica è relazione e rete tra tutti, che bisogna tessere con intelligenza che non sia opportunismo sempre ai fini di un benessere di pochi. Fino a quando non capiremo che i pochi non possono sopravvivere senza i molti, la politica non sarà mai vera né attiva, ma una palude dove tutto viene coperto da melma.

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23/08/17

La ronda di notte

Questa foto è diventata una triste verità di oggi. I ragazzi smanettano con i loro telefonini mentre alle loro spalle  “La ronda si notte” di Rembrandt resta sola, come un quadro qualsiasi appeso a una parete di casa nostra. C’è una distrazione collettiva per un interesse diverso dalla bellezza. Eppure cosa c’è di più attraente su quei display sotto i loro occhi, cosa potranno dire le chat di più interessante per distogliere completamente lo sguardo da un’opera d’arte, tra l’altro costituita da una scena in cui un gruppo si muove in  corale movimento come se i personaggi volessero scendere dalla tela per mescolarsi a loro?


 Quale altra bellezza  potrà colpire se  si è indifferenti a quella vera? Preferire la tecnologia alla pittura! La storia dell’arte non è ormai più materia di studio nelle scuole, ne sono rimaste solo tracce diluite in sporadiche ore settimanali, almeno in Italia, e quel poco che si studia è irrisorio e insignificante. Eppure attraverso lo studio delle tele si perviene alla storia, alla conoscenza di società lontane dalle nostre, a concetti filosofici, a miti e letteratura, come non può accadere nelle altre discipline. Ricordo che davanti a questa tela  fui attirata all’interno del gruppo, come se ne avessi fatto parte anch’io. Da un dipinto del genere non te ne stacchi più. C’è sempre da osservare, ammirare, controllare. Il comandante sembra ti voglia parlare, il portabandiera sovrasta tutti, la persona che suona il tamburo ti sbircia e il gatto, il cane, come se si intrufolassero tra i tuoi piedi mentre i bambini danno quell’aria fresca  e allegra. E’la celebrazione della bravura, di caldi colori, di luce,  di un realismo che lascia esterrefatti. Io restai ferma nella stessa posizione per diverso tempo. Abbandonai la postazione solo al richiamo degli altri. Andai via con la consapevolezza di non aver visto abbastanza e in colpa per aver liquidato  il capolavoro di Rembrandt in così poco tempo. Qui tutti i   ragazzi, sono rapiti dall’interesse per lo smartphone e non per l’opera d’arte. E’ anche vero che una tela del genere va studiata, capita, digerita prima di visitarla. Molto spesso si svolge esattamente il contrario. Si arriva al museo senza alcuna cognizione di quello che si va a vedere e tutto passa sotto i nostri occhi con grande normalità, mentre l’opera ci dà suggerimenti e rimandi. Rembrandt  nacque a Leida in Olanda nel 1606. Iscrittosi all’Università, alla facoltà letteraria, la abbandonò ben presto per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Venne a contatto con le lezioni del Caravaggio attraverso i suoi maestri e si pose alla ricerca del vero e dell’umano. Rembrandt impostava i suoi quadri come  vere e proprie scene teatrali, i personaggi assumevano posizioni come se fossero sul palcoscenico. Questo è il suo capolavoro, risale al 1642 in occasione del decoro della Sala della Guardia di Palazzo del Municipio di Amsterdam. Esso rappresenta la compagnia del capitano Cocq, che si riconosce nell’uomo in  primo piano, con la fascia rossa in atto di dare ordini al luogotenente, l’uomo in costume giallo, nella fase preparatoria alla marcia. Tra la folla si riconoscono personaggi reali di cui 18  noti, i quali avevano pagato ciascuno una quota  per essere ritratti. Il titolo la “Ronda di notte” fu dato al dipinto alla fine del 700 per un equivoco, in quanto, il prevalere dei toni scuri dovuti alla patina accumulatasi con materiale polveroso, immergeva tutti i componenti nell’oscurità, dando l’idea della sorveglianza di notte in piena regola, là dove invece si trattava della fase preparatoria di una marcia. L’azione la si vuole vedere nella preparazione degli archibugi che si caricano e si scaricano, nella bandiera che sventola, nel rullo delle bacchette sul tamburo, atteggiamenti che danno l’impressione dell’azione in atto. D’altra parte la vigilanza notturna non fu mai di pertinenza della guardia civica. Il dipinto, benché fosse ritenuto già allora un capolavoro, fu mutilato di una parte per poterlo collocare nella sala Marziale nel 1715, perdendo 60 cm di tela in altezza e un metro in larghezza. La parte mancante è ben evidente nella mezza figura d’uomo che suona il tamburo e nello spazio antistante i due protagonisti al centro che, col taglio, si è accorciato di molto. Simbolica la presenza di due bambine a sinistra, che oltre ad avere un ruolo cromatico per la luce che irradiano, sono anche simbolo di vittoria. Il capolavoro del Rembrandt è un dipinto che mostra la sua straordinarietà nella  tecnica, nella massa, nei colori, nella simbologia, impresa costata al pittore due anni di lavoro. Ci sono riferimenti a Caravaggio per il gioco dei chiaroscuri, con i personaggi che emergono dal buio, per l’espressione dei volti che sono sul punto di muoversi,  in una complessa scena che deriva al pittore dalla sua grande passione e studio del teatro, un aspetto indispensabile per chi dipingeva nel 600. Davanti a una tela del genere i ragazzi dovrebbero sussultare come i movimenti della terra in preda al terremoto.  E’ un quadro corale  di alto grado sociale, dove la folla rappresenta la municipalità, l’organizzazione cittadina. I personaggi  quasi avanzano nello spazio del museo mettendosi accanto ai visitatori e confondendosi tra loro. Rembrant preferì la pittura alla letteratura, decidendo così di dipingere a vita e fu un grande maestro che non aveva nulla da imparare dagli altri. I suoi dipinti hanno fatto scuola seguendo uno studio originale fatto da oggettivazione fiamminga e cultura italiana con vibrante carica espressiva, tutto merito di quella luce, studio particolare che aveva appreso indirettamente da Caravaggio. L’atmosfera dei suoi quadri va dal drammatico all’inquietante producendo una suggestione per i colori che acquisiscono una giusta dose di controluce. Studiare una tela come il capolavoro di Rembrant per i ragazzi è come apprendere lezioni che vanno oltre le semplici nozioni che si possono dare in aula. L’arte è espressione di un’epoca, di un periodo storico, di una società, di un paese e non può fare altro che insegnare attivamente e più di quello che ci si può prefiggere con la fredda lezione scolastica. Per un paese come L’Italia, artefice di quel Rinascimento che il mondo ci invidia, l’arte non può retrocedere davanti all’insegnamento di questa disciplina che necessita di un numero maggiore  di ore a scuola,  come una materia fondamentale e non di coda come l’abbiamo fatta diventare. Se i nostri ragazzi fossero adeguatamente informati e attivati allo studio dell’arte, forse, trovandosi in un museo, si mostrerebbero più interessati. Se la tecnologia ne prende il posto è per aver fatto capire ai ragazzi che la storia dell’arte è facilmente reperibile attraverso il web che ci fornisce un sapere enciclopedico. Basta digitare Rembrandt e sappiamo, ma solo delle nozioni e nemmeno potremmo sapere tutto se al Rembrandt non ci siamo mai accostati. Il sapere è approfondimento delle parti, di fasi, di dettagli. L’arte non esclude la tecnologia e dovrebbe essere così anche per la tecnologia nei confronti dell’arte. I computer pur facendoci sognare non potranno mai mettersi al lavoro per cose che vanno insegnate in modo “più alla maniera umana” che attraverso fredde macchine. Imparare significa  interiorizzare, fare propria la materia col risultato di saper parlare di una tela senza averla davanti, conoscere la tecnica e l’autore senza il quale non si può definire quello che dipinge. Al di là delle ore di studio per la storia dell’arte, oggi questa scena di ragazzi distratti davanti a un capolavoro è la normalità. La tecnologia soppianta tutto il resto, ma non possiamo lasciarci fagocitare dalle macchine. Il nostro cervello  si alimenta e matura con attività umane e l’arte è la disciplina più pura per adempiere a questo esercizio. Tocca a noi, a chi conosce l’importanza dello studio dell’arte,  far capire ai ragazzi che sono davanti a qualcosa di eccezionale per cui vale la pena di lasciare i telefonini in borsa per ammirare. Ammirare è voler far proprio quello che vediamo, emulare, apprezzare, dare il giusto valore. E talvolta l’autorevolezza di quello che si dice è dovuta a quello che siamo, a come ci esprimiamo, a quello che sappiamo.  Un ottimo relatore che sappia esprimere, in un discorso compiuto, quello che i ragazzi non sanno e non vedono, più instillare più curiosità e voglia di sapere del freddo web che ci fornisce dati. Molti dicono che quando si è veramente interessati si impara da soli, come se il sapere fosse appannaggio di pochi. E si commette l’errore di diseducare più che insegnare la voglia di imparare e conoscere l’arte. E solo se infondiamo voglia di sapere possiamo ottenere che i ragazzi si interessino alla bellezza di un dipinto e non smanettino davanti ad esso. 
Voglio credere, invece,  che questi ragazzi stiano inviando a tutti la foto del dipinto del Rembrandt dopo aver fatto il pieno di immagini nei loro dispositivi. Solo così la foto assume un valore diverso e possiamo alla fine dire che “l’apparenza inganna”.

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18/08/17

Che bruci anche la politica con la montagna!


Agosto è passato col fuoco appiccato su ogni versante della montagna. Mai come quest’anno è stato bello ritornare sul Faito dopo tanto tempo, addirittura per presentare il mio romanzo “L’albero di noce”.
Dal 2 agosto non ha avuto più pace. Hanno fatto di tutto per abbattere  il verde, radendo al suolo la vegetazione e lasciando un panorama spettrale, quasi surreale. Una montagna senza più verde, carbonizzata. Hanno fatto un lavoro completo come nemmeno i migliori professionisti sono capaci di fare nelle loro professioni. Questo fuoco e questo ardere è un po’ la metafora del nostro tempo che non è capace più di competere con quello che ha prodotto.
Tutto deve essere sfasciato per ricominciare. La terza guerra la immaginavamo su di un campo di battaglia, ma il campo non è quello tradizionale, qui  si sposta continuamente: con il fuoco per le montagne, con gli attentati in ogni paese, con la paura che blocca la nostra vita. Bloccandola diamo vita a nuovi ordini, come se avessimo raggiunto il colmo della civiltà occidentale e non potesse accadere più nulla che faccia alzare il nostro Pil, la Borsa, la concorrenza, il commercio, gli affari. La guerra è in corso già da diverso tempo ed è quello che viviamo tutti i giorni. Solo così si spiega l’accanimento con cui avvengono i fatti come quello di bruciare Faito e tutte le altre montagne. Chi appicca il fuoco esegue e ci vuole del coraggio per dare vita a quel che fa, un coraggio che prende forza da qualcosa: una promessa, un sacrificio, un disegno, un riscontro. Veder bruciare la montagna è come vedere un essere umano agonizzante e nessuno può accettarlo. Anche per le istituzioni vale lo stesso discorso: non sono più valide, non assicurano più niente, né ordine, né aiuti, né interventi, né soluzioni. Si è allontanata di molto dal motivo per cui è nata. Adesso svolge interessi. Questo tipo di politica ha fatto il suo tempo. Intanto Faito è morto, e dire “cui prodest” è da ingenui! ” Prodest” a molti di quelli che credono in un nuovo ordine, nuovo sistema, nuova organizzazione. Una massiccia operazione del genere quasi su tutto il territorio nazionale non è cosa da poco e la si può spiegare  solo  se come risposta ci sono i soldi, non c’è altro motivo. Faito brucia per volere di criminali che non sono solo coloro che ne vanno appiccando il fuoco, ma anche quelli che da lontano seguono i fatti, stanno a guardare,  ne traggono vantaggi, speculano e sfruttano l’accaduto.
Un agosto bestiale! Ma fatte le dovute considerazione questo inferno lede gli interessi solo degli operatori turistici che, rimboccandosi le maniche risaliranno la china anche se in modo costoso e col tempo. Per gli altri? Tranne il dispiacere di vedere la cenere o di dichiarare lo stato di calamità che porterà soldi per rimboschire il luogo, tutti gli altri non vedranno ledere i propri diritti. Quindi non cambierà nulla! Quando cambiano le cose? Quando si ledono i diritti di molti, di troppi, solo allora si cambia, anche a costo di rivoluzionare lo stato di fatto. Una classe politica che non ha più mordente, non è fatta più per governare  ma per manipolare ed essere manipolata, asservire. Il voto lo si dà a chi sembra il più forte che spesso coincide con chi ha più mezzi, 

invece va dato a chi ha voglia di agire e di cambiare in meglio per 
tutti. Ma questa velleità per non restare tale deve essere di molti, moltissimi. Per troppi anni abbiamo assistito a scempi di ogni tipo credendo che le cose andassero così, che fosse l’iter burocratico, o il modo migliore per portare avanti le situazioni. Ma è sempre stata la stessa storia, lo stesso motivo, e anche i bambini capiscono i nessi che intercorrono tra i fatti e la politica e una politica che non risolve i fatti ma pensa ai suoi, non ha motivo di esistere, va buttata via. Negli anni abbiamo respirato aria inquinata, fatto il bagno in acque da cloaca, abbiamo assistito alla morte del fiume Sarno conosciuto a livello nazionale e internazionale per il fiume della vergogna, abbiamo assistito ad ogni sorta di scempio sulle nostre teste e le nostre vite tutte. Quanti soldi arrivati per ricominciare ma mai visti per i fini cui servivano. Se il messaggio da tutto questo è cambiare, allora che si cambi a cominciare dalla politica, crearne una diversa, alternativa, rispondente alle esigenze di oggi, che affronti la vita vera e non distribuisca soldi e appalti.  Questa politica deve morire come è morta la montagna, come è morto il nostro mare, come le scorie nella terra dei fuochi, come le più abominevoli razzie  subite  su questo territorio fino a questo momento. Nella montagna bruciata caliamoci pure "quella" politica che fino ad oggi non ha saputo dare risposte ma solo assenze e vuoti! 




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16/08/17

Zio Peppe

Quanto tempo ci siamo visti, io e te? Pochissime volte! Chissà, saranno state anche parecchie quando ero bambina. Allora, non ci facevo caso e, una volta andata via, credevo che che non ci saremmo più visti. E poi, invece, ci siamo rivisti. Tra te e papà tu eri il più dolce, il più sensibile, quello che somatizzava la vita. I tuoi mal di pancia sin da ragazzo erano tutte ansie mal gestite che poi cercavi di placare con il cibo. A vederti sembravi la nonna: stesse smorfie, modo di parlare, viso, contrariamente a papà che assomiglia tutto al nonno. Stamattina, con un rito semplice e una liturgia intensa, ti abbiamo salutato. Per me è come se ci fossimo lasciati allora, quando io ero piccola e tu giovane, come se ogni rapporto fosse finito in quel tempo. Certo è che eri un bel ragazzo, come tutti i fratelli. Mi piaceva la tua dolcezza, il non arrabbiarti mai, la tua pazienza, preciso nei giudizi, giusto nelle parole, serio con un sorriso gioviale sulle labbra, gli occhi da scugnizzo con un velo malinconico. Mi piaceva quando cantavi, facendo il caffè al bar, o lavando le tazze e accompagnando i motivetti con un fischio. Non sei mai stato un narcisista pur essendo un bel ragazzo, il massimo che ti concedevi era pettinarti guardandoti allo specchio sempre cantando le canzoni di quegli anni '60. Allora, mentre lo facevi, ti giravi e mi chiedevi se cantavi bene e mi piaceva che ti fidassi di me trattandomi da adulta. Avevo pochi anni e ti rispondevo sorridendo, talvolta ridendo a crepapelle per come ti rivolgevi mentre accennavi anche qualche passo di ballo. Eri svelto, attivo, sempre vigile e servizievole. Ma il massimo dello spasso era quando ti lamentavi che ti rubavo la scena al cospetto dei clienti, rapiti da me che, così piccola, scrivevo e disegnavo sul bancone con i nonni. E tu a vendicarti chiamandomi “Catarì” un modo per dire che ero grande. Ti ho lasciato lì in quel bar al banco a fare caffè e poi più nulla. Ma ti avrò nominato chissà quante volte, avrò mimato non so per quanto tempo i tuoi gesti, e ti avrò ricordato in mille situazioni. Zio Peppe, il fratello piccolo, il ruffiano di casa, il cocco di mamma, il pasticcione per il nonno, il giocherellone con me, diventato poi uomo, marito, padre, sempre serio, ubbidiente, semplice, come chi si accontenta della vita senza protestare né battere i piedi. Ma anche tu avevi i tuoi  difetti, uno grande era quello di lamentarti, sempre, soprattutto per i mali che ti assillavano. Mali di un ipocondriaco, di chi somatizza, sempre ammalato di qualcosa. Al di fuori di questo contesto eri gioviale e ironico, a volte pungente,  scanzonato, ansioso. Il tuo mondo è stato tra quelle quattro mura, in quel piccolo borgo, in quel bar, in quelle strade di paese che conoscevi così bene. Stamattina, quando ti abbiamo accompagnato, pensavo alla tua vita e quanto ci fossimo mancati. Quando ci siamo rincontrati, sei stato molto affettuoso, mi hai ricordato tante cose col sorriso e con gli occhi, di chi ritorna al passato con piacere. So che sei stato un papà dolce e premuroso, presente e affettuoso sempre e questo ti rendeva ancora più grande. Anche la tua educazione in ogni situazione faceva di te una persona unica. Mi sei rimasto impresso quando arrivavi a Caporivo sulla vespa per scambiare quattro chiacchiere con papà, con quel passo felpato, senza dare fastidio, giusto per un saluto, per tuo fratello maggiore. E come eri venuto così andavi via. Quante persone restano dentro pur andandosene e noi siamo la somma del loro essere, del loro vissuto e di quello che hanno rappresentato. Per me resterai sempre il ragazzo che canta “Non son degno di te” guardandosi nello specchio del bar mentre prepara i caffè. E’ li che sono cresciuta nei pomeriggi che alternavo con l’altra nonna, tra una parola e una canzone, una lamentela e un sorriso, uno sganasciarmi dalle risa e un velo di tristezza che portavi sempre negli occhi. Hanno detto che oggi sei nato e come vedi siamo sempre in differita. Spero che un giorno ci si possa vedere tutti nella nuova vita.
Dicevi sempre che saresti finito a San Francesco prima o poi portandoci le cuoia, e così è stato. Un saluto affettuoso al nuovo bambino che sei!

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11/08/17

L'albero di noce a Monte Faito

Questo pomeriggio, alle ore 18,30, presso l'Hotel Sant'Angelo, a Faito, in uno spazio allestito per la presentazione in modo incantevole, ho presentato il mio romanzo "L'albero di noce", Graus editore. Devo ringraziare l'assessore Laura del Pezzo con delega al Faito di Vico Equense per avermi dato la possibilità di organizzare la serata, una persona veramente di grande talento, conoscitrice di Faito sia come luogo che come persone. E' stato un piacere avere un pubblico di tutto rispetto, interessato e motivato ai temi della storia. Contenta anche di aver presentato in questo luogo per la prima volta, menzionato  nel romanzo e che tante volte è stato per me un punto di riferimento nella mia adolescenza. La serata è iniziata con un freddo pungente a cui non eravamo preparati dopo il caldo di questi giorni e, con tutta l'umidità che viaggiava sopra le nostre teste, le persone arrivavano puntuali. Poter parlare di questa storia ancora una volta, mi ha permesso di fare altre riflessioni, grazie anche a un pubblico attento e ben predisposto. La serata ci ha costretti a fornirci di  giacche e felpe, ma in complesso siamo stati bene in piacevole compagnia, a parlare del romanzo. Ringrazio anche i proprietari dell'Hotel Sant'Angelo per aver messo a disposizione la struttura e averci coccolato con le loro attenzioni. La serata mi ha riportato ai momenti passati trascorsi a Faito quando era una tappa fondamentale per incontrarsi d'estate con gli amici.


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08/08/17

La montagna bruciata

La terra ha il suo urlo e forse più acuto di una voce umana. Faito, come altre montagne, è stata colpita. Siamo giunti a quel limite di cui parla Thomas Mann nella sua Montagna incantata, romanzo di formazione dei primi decenni del secolo scorso. L’autore fa una disamina del  suo tempo, alla vigilia della prima guerra mondiale. Il romanzo fu pubblicato nel 1924, anche se la sua genesi inizia nel 1912 e  conferma, come tutti quelli dell’epoca, luci ed ombre della civiltà di fine secolo, arrivata al suo culmine, trasportata da quel “placet experiri”, ovvero il piacere di sperimentare, che l’aveva fatta collassare. 



La stessa prima guerra mondiale, sull’onda delle scoperte tecnologiche del tempo, iniziò come un gioco, convinti che il progresso avrebbe portato buoni risultati a chi aveva motivo di innescarla. Ma visto che la storia la si legge a ritroso, l’euforia di avere i mezzi per vincerla si trasformò  in tristezza per quello che si rivelò. Mann si pone sul filo del rasoio, tra vita e morte, tra ironia e tragedia, tra lucide riflessioni e complesse conclusioni. L’incanto della montagna  era una sorta di limbo, dove, venuto a cadere il tempo, tutto avveniva sotto una luce di maggiore consapevolezza. Una clinica di malati che, per chi giungeva da fuori, appariva come un mondo sconosciuto, diverso, irraggiungibile. Oggi ci stiamo lentamente calando in una falsa  consapevolezza che nulla può essere cambiato, tutto  scorre secondo ritmi e stili imposti dove si alternano verità nascoste, motivazioni taciute  e assuefazione a modi di pensare che sono privi di senso e di amore per la vita. Siamo giunti a un bivio o meglio sul ciglio del burrone, oltre, il nulla. Nella storia della Montagna incantata, il protagonista Hans Castorp si reca a trovare il cugino in un sanatorio svizzero a Davos e si accorge di un mondo a lui estraneo, lontano dalla vita e soprattutto dalla sua. Qui si vive in una dimensione diversa, fuori dalla realtà e dal tempo. Un mondo che il protagonista non comprende fino a quando non si ammala e va ad inserirsi in quella stessa realtà incomprensibile fino a poco tempo prima. Solo  attraverso la sua esperienza, si farà carico di tutte le miserie che invece non emergevano a chi si affacciava a quel mondo per la prima volta. E’ un continuo percepire la bellezza della vita in contrasto con l’inizio della prima guerra mondiale, ultima tappa di decadenza di quella società. La malattia è vista come una menomazione fisica e spirituale, come colpa che blocca, frena. Nella malattia  il protagonista si accorge di cose che non vedeva prima. Oggi la stupidità dell’uomo è nel credere che la corsa all’economia sia tutta la felicità del mondo per poi lentamente condurci ad una insoddisfazione perenne che non comprendiamo. La montagna oggi brucia e nel suo fuoco leggiamo quello che siamo diventati, esattamente un secolo dopo, quando la guerra non è fatta di trincee e di campi dove sono sparsi corpi senza vita, ma interessi che avanzano in modo spudorato. Essa brucia per una volontà ben precisa e dietro gli incendi filosofie di vita del tutto contorte e fuori controllo. Piange per aver perso la sua funzione, martoriata, depredata, depauperata, e come essa si spoglia, così l’uomo vive la sua epoca: privo di ogni incanto, di ogni sogno, di ogni passione, vivendo solo dei tentacoli del denaro. L’uomo soffre l’impossibilità di slegarsi da questa morsa, dal suo “placet experiri”, con cui crede di poter gestire dove comandare  è l’unica cosa cui ambisce, null’altro, tutto il resto per lui è diventato noia. Dare fuoco alla montagna costa solo un atto di coraggio, chiudere gli occhi e appiccare, il resto viene da sé. La malattia oggi è lo stato in cui ci troviamo perdendo la cognizione di quello che la natura rappresenta per noi. Nella montagna incantata, il personaggio Luigi Settembrini parla di pace e di amore scontrandosi col gesuita Naphta i cui discorsi sono intrisi di pessimismo e  nichilismo con cui  mette a nudo la realtà  a confronto di quella vita piatta e incantata che si respira nel sanatorio e che puntualmente Mann contrasta con la sua ironia, con il non credergli fino in fondo.  La montagna di oggi assurge  a vita che langue, che soffre per vedere gli uomini perdersi nel mondo degli interessi. Uomini volti a convogliare ogni forza, ogni bisogno, ogni opportunità a proprio vantaggio e non è che un mondo abbrutito da cattiverie e soprusi, sopraffazioni continue. Faito brucia, come tutte le altre in questo periodo e se bastasse il suo lamento a scuotere dal torpore fatto  di interessi economici e potesse risvegliare il senso vero della vita fuori da questo gioco di potere marcio e saturo, forse si svelerebbe una nuova era per tutti. Per Sant’Agostino il mondo da solo, con la sua “curiositas” avulsa dalla “sapientia”, non si salva. Oggi ci siamo sporti troppo da quel ciglio del burrone di cui parlava Mann e siamo in bilico. Non facciamo altro che consumare, e in questa famelica corsa divoriamo tutto, anche  i beni necessari per vivere. E non bastano le tesi, le antitesi e le sintesi, pur spiegandoci gli errori, perseveriamo come se la storia fosse un tempo vuoto e non un insegnamento. Il consumismo di oggi è la guerra del passato e quel limite, che sembrava invalicabile, è stato sorpassato. Le nuove guerre sono ingestibili, inarrestabili,  presentano il volto del possibile, del caso, del fuori programma. Se la montagna brucia, per quanti ne sono afflitti, ce ne sono altri che ne vivono.  Ma la vita prosegue come “la Nottola di Minerva” di cui Hegel si serviva per spiegare la filosofia. Come la civetta si alza al crepuscolo, quando ormai il giorno volge al termine, così la filosofia spiega la vita quando essa è già compiuta. E questo capire giunge sempre dopo, quando dovremmo prendere atto dei pericoli incorsi per evitarli in seguito e  si presenta sempre un nuovo elemento a confutare la sintesi. La stessa montagna, col suo sguardo triste e fumoso, è la metafora della vita di oggi, di quello che siamo diventati, della labilità della nostra esistenza pur sembrando fornita di ogni bene, sono beni vuoti e fragili. Bisogna ritornare a valori diversi e più veri, più sani. Ma con i beni anche la stupidità è aumentata esponenzialmente e la prima guerra di questa nuova era è contrastare l’ingestibile.

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