La pagina bianca

 

                                                                                         Immagine di Rena Konsta


La pagina bianca ha sempre fatto paura a tutti. Restare con il foglio e la penna in mano, guardarlo e continuare a pensare: «Come lo riempirò?».

Di solito, davanti al foglio bianco, mi sembra di avere delle scosse. Nel bel mezzo di un'idea comincio a mettere giù qualche frase, la stessa che dopo due minuti cancello. Non perché non fosse buona, ma perché non riesco a trovarne il seguito. Allora cancello. Poi appoggio il capo sul gomito sinistro e, mentre rigiro la penna tra le dita, costruisco nella mente tutto ciò che vorrei dire.

Con il tempo ho capito che la pagina bianca non fa paura tanto per il modo in cui inizieremo a scriverla, quanto per il luogo in cui ci condurrà. La vera difficoltà non è trovare le parole, ma capire quale direzione dare al pensiero. Quando non sappiamo ancora con chiarezza che cosa vogliamo comunicare, ogni frase sembra insufficiente e ogni inizio appare sbagliato.

Un discorso assomiglia a un albero. Si conoscono le radici, cioè l'idea da cui nasce, ma quando si arriva alla chioma ci si può perdere tra i rami. Senza accorgercene, sviluppiamo troppo una parte e trascuriamo un'altra, fino a compromettere l'equilibrio dell'intero ragionamento. Per questo scrivere significa anche imparare a distribuire il peso delle idee.

Quando mettiamo la penna sulla carta e cominciamo a imbastire un testo, può accadere di perdere il filo, di non sapere quando fermarsi, di temere ciò che potrebbe emergere. Perché nella scrittura non esprimiamo soltanto delle opinioni: spesso mettiamo in gioco noi stessi. Ogni pagina racconta qualcosa dell'argomento trattato, ma anche di chi la scrive.

Ricordo che a scuola capitava spesso di dover giustificare un'affermazione particolarmente seria o insolita. Dopo averla scritta, arrivava inevitabilmente la domanda: «Che cosa intendi dire?». Quello era il momento più difficile, perché costringeva a verificare se dietro le parole ci fosse davvero un pensiero chiaro. E forse è proprio questa la prova più importante della scrittura: accorgersi se stiamo dicendo qualcosa che comprendiamo fino in fondo.

La difficoltà principale di chi scrive, infatti, è comprendere lo scopo per cui scrive. Questo dovrebbe essere chiaro fin dall'inizio. Solo allora le parole cominciano a disporsi con maggiore naturalezza.

Per questa ragione mi torna spesso in mente un episodio legato a un tema che scrissi su San Francesco. Prima di iniziare mi posi alcune domande: chi era? Che cosa aveva fatto? Perché era diventato un santo così amato? Più cercavo una risposta, più mi sembrava di non trovare nulla di straordinario da raccontare. Tutto in lui appariva semplice. Ed era proprio quella semplicità a bloccarmi.

A un certo punto, però, compresi che stavo cercando nel posto sbagliato. La semplicità non era un limite del tema: era il suo centro. Il vero significato della figura di San Francesco stava proprio in quel mondo fatto di umiltà, essenzialità e chiarezza. Una volta individuato questo nucleo, il testo prese forma quasi da solo. Non avevo più bisogno di cercare qualcosa da dire: avevo trovato ciò che valeva la pena dire.

Da allora ho imparato che la pagina bianca richiede soprattutto riflessione. Bisogna concedersi il tempo di osservare un argomento, interrogarlo, confrontarlo con altre idee e lasciarlo maturare. Le parole arrivano dopo. Quando il pensiero è ancora confuso, la scrittura fatica; quando invece il nucleo del discorso diventa chiaro, le frasi trovano più facilmente il loro posto.

Per questo credo che scrivere significhi soprattutto scegliere. Scegliere che cosa dire e che cosa lasciare fuori. Le parole chiedono ordine, precisione e attenzione. Non conta accumularne molte, ma trovare quelle necessarie. Anche il silenzio, in fondo, fa parte della scrittura, e perfino il niente può essere detto bene.

La pagina bianca ha bisogno di ragionare insieme a noi. Occorre attraversare quella sorta di nebbia iniziale che avvolge ogni argomento, fino a quando il percorso non appare distinguibile. Solo allora la scrittura diventa davvero possibile.

Oggi la pagina bianca non mi spaventa più come una volta. So che riuscirò a posarvi la penna. Prima, però, sento il bisogno di conoscere il terreno che sto per percorrere: comprenderne i confini, le asperità, la direzione. In questo assomiglia a un campo da coltivare. Nessun contadino getterebbe i semi senza sapere dove e come farlo.

Forse è proprio questo il significato dell'antica immagine dell'Indovinello Veronese. La pagina bianca è un campo da arare, e la penna è l'aratro che vi traccia i solchi. Ma prima ancora del gesto dello scrivere viene il lavoro della mente, che prepara il terreno e sceglie che cosa seminare. Solo allora il campo può dare frutto.

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