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Nel mezzo del tempo a Pompei




Scrivere storie è come vivere, fatti vissuti o immaginati che lasciano orme sui fogli, tessendo come una ragnatela. Basta un’immagine, un pensiero, un’idea, a volte basta percorrere un sentiero, quello di casa, che non prendevi da tanto e che ritrovi intatto dopo una vita. Ecco che appaiono voci, riemergono visi, sfondi, profumi, odori, stagioni, come il contenuto di una cornucopia che trabocca. Questo romanzo nasce da odori, panorami, dall’erba accarezzata dal vento e dal sole, dall’eco dei passi che riportano altri di un tempo, dallo scroscio dell’acqua di sorgente, dai rumori delle barche e dei motori che salgono dalla strada ai piedi del monte. In questo posto di grazia non puoi che confonderti e mescolare passato e presente, futuro e immaginazione, fermentando personaggi, motivi e pretesti, domande a cui rispondere. “Nel mezzo del tempo”, Graus Edizioni, ha per protagonista la mia terra, ancora una volta, dopo le liriche Ritorno nei prati di Avigliano e L'albero di noce. Zia Felicina, Margherita, Davide hanno preso forma così, raccontandomi la loro storia, e non ho dovuto fare altro che assecondarli. Domani sera, domenica 10 febbraio 2019, alle ore 18:00, presenterò il romanzo all’AssociazioneLab e Nuovo Circolo Culturale di Pompei in Via Astolelle 112. Saranno presenti, con me, Giampiero Arpaia, Filippo Angora e Antonio Novi. Prossimo appuntamento a Nocera, il 28 febbraio 2019.

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Presentazione "Nel mezzo del tempo"ad Angri


Sabato, 2 febbraio 2019, l’Associazione di arte, cultura e spettacolo IL FARO ha presentato il mio romanzo  Nel mezzo del tempo, nei locali del centro polifunzionale “Biblioteca Terra” ad Angri( Sa). Il Presidente dell’Associazione, Antonio Novi, ha coinvolto tutti gli attori della compagnia nella lettura di alcuni passi del libro. Con me la giornalista Concetta Mainardi, con la partecipazione dell’assessore alle politiche giovanili del Comune di Angri Maria D’Aniello. La storia è quella di Davide e Margherita che si conoscono sin da ragazzi, ma poi si perdono di vista per ritrovarsi avanti con gli anni con un passato da srotolare e tutte le conseguenze che ne derivano. E’ ancora la storia di tre donne di una stessa famiglia con un passato comune ma destini differenti che si confrontano e si scontrano in un difficile cambio generazionale. La bellezza di una terra ammaliatrice che incanta offre spunti per la storia, a cominciare dalla Sperlonga. E il paesaggio diventa protagonista accanto agli altri. La storia è a tratti ironica, con riflessioni ed echi che risuonano anche a lettura spenta.












IL ladro


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Il ladro agisce quando meno te lo aspetti! Vogliamo  illuderci che sia uno di passaggio, che venga da “fuori”. Lo vogliamo sconosciuto, non accettiamo che sia uno dei nostri, che magari incontriamo tutti i giorni: dal tabaccaio, dal salumiere, per la città. Cosa ci dice la storia? I più grandi nemici erano prima ancora amici e sono stati capaci di tutto in nome dell’amicizia: Salieri e Mozart, Cesare e Marco Antonio... L’attività del ladro è di togliere agli altri. Ci sono ladri e ladri: quelli che rubano cose e quelli che rubano altro. Questi ultimi sono subdoli, gli altri sono la nostra croce. Dante ne parla nel XXIV Canto dell’Inferno, in una bolgia dal frenetico movimento causato da una “terribile stipa”  di serpenti, con le mani dietro la schiena legate anch’esse con rettili di “diversa mena”. Dante oppone alla sveltezza, che quelle mani avevano un tempo, l’impossibilità ora di agire. Strisciano come hanno vissuto a spese degli altri in vita. Poi si annientano e risorgono dalla cenere, proprio come l’Araba Fenice. Oggi sembrerebbe un’occupazione fuori moda ma il ladro non ha mai smesso di lavorare e arriva con le mani dove mette gli occhi.  Quello d’appartamento toglie la serenità e si aggira come uno spettro a periodi. A volte trova la casa in condizioni favorevoli: magari manca un’inferriata, o il buio favorisce l’impresa, o forse l’occasione fa l’uomo ladro. Se poi ci si comporta come se nulla fosse accaduto, chi andrà a pensare al vicino, al parente lontano, all’amico dell’amico, al conoscente? E poi c’è la filosofia del ladro da non sottovalutare: chi detiene una cosa che non usa, è ritenuto ladro alla stessa stregua di chi entra in  casa e porta via i tuoi beni. Anche Robin Hood rubava, ma per dare ai poveri, per distribuire equamente la ricchezza. Nel Vangelo si legge che “Né si accenderà una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candeliere, perché faccia luce a tutti coloro che sono nella casa”.(Matteo, 5,15) In Matteo la luce ha il valore della testimonianza di fede, ma se volessimo prendere i versetti alla lettera, potremmo dire che la casa va illuminata e non nascosta. Se la chiudiamo al buio per timore che le luci consumino energia elettrica, se non la custodiamo con il ferro, i moderni sistemi di allarme, se non la rendiamo sicura prima noi, come prendersela con chi viene da fuori e in un baleno la apre, la saccheggia e scappa? Il ladro d’ appartamento può agire per qualche nostra falla: abitiamo a piano terra e non ci sono gli infissi di ferro o forse abbiamo una serratura fatiscente, un balcone sgangherato, un passaggio incustodito e ci si illude:“Deve capitare proprio a me?” E poi diciamo sempre di non avere niente, dando a quel niente un valore non reale. E se quello che abbiamo è niente perché lamentarci se poi ce lo sottraggono?  In casa troverà sicuramente l’oro, quei ninnoli cari di comunioni, battesimi e cresime, che a volte quasi dimentichiamo di avere e ce ne ricordiamo quando vengono a sottrarceli. E poi, che diamine, troverà qualche soldo: una pensione, un anticipo, una pigione, uno stipendio appena preso, un gruzzolo che sta lì e non si tocca.  Da qualche parte del soggiorno uscirà qualche pezzo d’argento, una posata d’epoca, un quadro di qualche pittore conosciuto a nostra insaputa. Mi sono sempre chiesta come mai siano nati tanti negozi di “Compro oro”, per un cambio basta l’orefice. Una volta derubati, state tranquilli che nessuno ci riporterà la refurtiva con tanto di scuse come se si fossero sbagliati. E se vedessimo agire i ladri a casa nostra in un video, sarebbe impressionante prendere atto di come facciano scempio della nostra intimità.  E quando il ladro porta via i nostri beni, che siano ricordi o risparmi, è come una violenza alla nostra vita. E poi vorrei sapere come fa un ladro, che giunge da fuori, a operare in una zona sconosciuta! La figura del palo è inquietante quanto quella del ladro. Più esattamente parlerei di delatori, quelli che passano notizie, portano spie, inducono ad agire dietro lauto compenso. Non bisogna risparmiare sul ferro da mettere alle finestre e alle porte: è l’unica valida contromisura. Il vecchio detto “Chi ti conosce, ti apre!” è sempre valido come l’altro che dice che “Dopo aver rubato, si mettono le porte di ferro!” Il ferro va messo prima e in abbondanza. Meglio più rimedi, uno dopo l’altro, come delle matrioske, a sorpresa per bloccarlo. Il ladro, a meno che non sia un cleptomane, si industria, trova sempre un ingegno per raggiungere lo scopo e quando ha un disegno, prima o poi lo mette in atto.  Al ladro non bisogna dare la possibilità di arrivare in casa nostra, è questa la migliore prevenzione e l’unico modo di contrastarlo.


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Nel mezzo del tempo, presentazione ad Angri il 2 febbraio

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Genitori e figli



C’è la convinzione, tra gli adulti, che i giovani debbano fare esperienza e cavarsela da soli, un modo per rafforzare il carattere. Quei genitori, che a loro volta non hanno avuto le dovute cure, ora, adottano lo stesso atteggiamento con i figli, lasciandoli a se stessi, come se la libertà o lo sbaraglio li forgiasse meglio dell’esempio e del controllo genitoriale.  Se ce l’abbiamo fatta noi, ce la faranno anche loro! Questo il pensiero ricorrente. C’è poi la convinzione tra i giovani, soprattutto tra gli adolescenti, di essere presi in considerazione  solo se si atteggiano a “grandi”, un po’ per spogliarsi del “piccolo” che ancora si portano dentro, un po’ per sperimentare la vita adulta. Come si spiega questa voglia di sfuggire alla propria età, come un abito troppo stretto? I genitori protraggono la loro giovinezza, almeno idealmente, e lasciano che i figli facciano di testa loro, ricordando che, alla loro età, si comportavano allo stesso modo. Sono amici dei figli, li coprono, li assecondano. Si tengono a debita distanza dalle loro sfere inaccessibili quali sesso, amicizie, amori, progetti. I giovani oggi hanno genitori deboli, come adolescenti che ancora aspettano di dare vita ai sogni e di avere fortuna per i loro progetti giovanili. Attendono cambiamenti e hanno pretese  come se non avessero messo al mondo figli e questi non rientrassero nei loro progetti da portare a termine. Il discorso non cambia per quei genitori che dirigono i figli come marionette,  aspettandosi da loro onori e gloria per sfamare quel bisogno di continuità nel figlio, come se questi non avesse una sua identità e volontà. I giovani hanno bisogno dei loro simili per comunicare, confrontarsi, aiutarsi. E quando non hanno altro, ci pensa la droga, l’alcool, molto più immediati, ubbidienti, aderenti alle esigenze del momento. L’uso di droga è diventato sfacciato, non si fa più caso se è notte o giorno, se in un posto riparato o in una metropolitana, ogni momento o luogo è quello giusto. A questo punto bisogna chiedersi quando la cosa sia sfuggita di mano, quando la nostra debolezza abbia preso il sopravvento lasciando il figlio in un limbo, da solo, a gestirsi in situazioni più grandi di lui. Conosco una madre andata in analisi per voler aiutare suo figlio, partendo da se stessa, e solo dopo è riuscita a penetrare quel mondo ostile “del suo bambino”. Basta crederli grandi, che decliniamo ogni responsabilità. E non c’entra se li abbiamo forniti di beni materiali, ma solo quanto si sia preso a cuore la loro formazione, quanti pensieri positivi depositati nel loro animo, quanta fiducia accordata, quanto affetto manifestato, quanto siamo disposti a fare per loro senza mettere in primis il nostro narcisismo, arroganza, presunzione di essere il meglio, facendo, in questo modo, un danno irreparabile in lui. Comunicare è trovare un posto nel cuore dell’altro, creare un rapporto profondo. Non dobbiamo promettere ma presentargli la vita nei suoi vari aspetti, evitando di edulcorare le verità. Anche lo scontro è necessario. I sentimenti non vanno né smorzati né esagerati. Se proviamo affetto, dimostriamoglielo, lo stesso se siamo contrariati, se non approviamo, se abbiamo paura per quello che fa. Un genitore non è un dio, cerca solo di sperimentare e capire la strada giusta. Ma quanti hanno il coraggio di chiedere al figlio da dove viene, con chi esce, se sta bene, qual è la sua situazione affettiva, quali i suoi desideri, i suoi sogni e le sue paure? Se queste domande pensate siano troppo personali, immaginate quanto lo sia ritrovarsi un figlio estraneo. I silenzi in certi casi amplificano le difficoltà,  e non fanno altro che indurli a chiudersi in quella scatolina telefono che contiene tutto ciò di cui hanno bisogno e da cui escono fuori proprio i genitori. Fate caso: i figli non seguono i genitori su fb, non partecipano a eventi con loro, non vogliono che questi vadano a scuola, che si impiccino, che  controllino. E’un atteggiamento dell’età, della crescita, di quel bisogno di mostrarsi adulto. Simulano comportamenti di persone vissute e magari hanno solo paura. A volte è bene invadere il campo altrui, il modo migliore per conoscerlo, mentre a starne fuori si finisce per non entrarci più. Un genitore che non percorre la strada del figlio e lo lascia crescere come una pianta sferzata dalle intemperie, credendo che così si irrobustisca, non sospetta che il vento e l’acqua possano anche abbatterlo non trovando solide radici? La droga non è solo una sostanza, ma una risposta rapida alle emozioni dell’adolescenza. Induce a una sospensione dal mondo, allontana dal quotidiano che a volte è quello che più respingono. Poi ci sono le mode da seguire, gli altri da assecondare, provare… E poi si cade in trappole, in zone d’ombra, in vertiginosi vuoti e solitudini. Allo stesso modo l’alcool ipnotizza, dona oblio, dà la sensazione di essere grande. Ci sono poi quei genitori che credono di avere figli ineccepibili, al di sopra degli altri, avendo impartito  loro un’educazione esemplare, così tanto che i figli gli nascondono tutto. E’ così che langue la gioventù, sotto gli occhi distratti o meravigliati dei genitori, che quando prendono in considerazione il problema, è troppo tardi. E poi ci sono a questo punto le frasi di circostanze che non servono a nessuno: ma è un bravo ragazzo, è di buona famiglia, è tanto caro, non me lo sarei aspettato. Chi assume sostanze, lo fa con continuità. La droga va combattuta con forza e non con silenzi o con la speranza che sia solo una brutta esperienza che prima o poi passerà. Bisogna armarsi di pazienza, voglia di farcela, sia figli che genitori. Il vuoto, la non comunicazione, l’indifferenza, la pretesa sono atteggiamenti nocivi. I figli vanno “marcati” come un territorio da difendere. Bisogna averne il controllo come si fa per qualsiasi bene. E mai mollare la presa! Una famiglia che crede di non farcela ha il dovere di chiedere aiuto. La droga è un problema di tutti, non una vergogna. La vergogna è di una società che guarda indifferente alla caduta dei giovani! 

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I giochi di una volta




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Sul muretto di fronte un bambino ha tra le mani un telefonino ed è tutto preso dal gioco, gli occhi fissi al display come spilli. Osservo lo spazio intorno a lui, gli alberi, la siepe, le aiuole e non capisco come faccia a non rendersene conto, a non vedere. Il suo collo è completamente sporto in avanti. E pensare a tutta la fatica dell’uomo a mettersi in piedi, in posizione eretta. Ma non è colpa sua, è nato nell’era tecnologica, dei bottoni da pigiare e dell’interazione con le macchine. Davanti a questa scena mi ritorna alla mente quello che io riuscivo a fare in pochi metri di cortile, da bambina. Non ho mai più provato una libertà come quella di giocare all’aria aperta. Si scendeva tutti a un’ora prestabilita e compatibile con gli orari del condominio e subito la scelta cadeva sul gioco della “campana”, detto anche della “settimana”. Si partiva col disegnare le caselle al centro del viale e intanto che si  tracciava la sagoma, gli altri si intrattenevano a contare le catenelle,  a far rimbalzare la pallina, a mostrare  le figurine. Appena pronti, partiva la conta. Era un gioco di abilità, di equilibrio, controllo del piede a non sostare sulle linee, di ginnastica, facendo attenzione a non infrangere le regole. Gli occhi di tutti seguivano il piede del giocatore, con la speranza che finisse in fallo per dare ad altri la possibilità di giocare. Noi ragazze mettevamo i pantaloni per non scoprirci le gambe nei salti. Quando accadeva di indossarla, evitavamo passi lunghi, ci si muoveva come anchilosate e per questo motivo, quasi sempre, il nostro gioco finiva presto. Il tempo passava senza accorgercene. Si scendeva col sole e si saliva col buio, soprattutto in estate. I giochi erano tanti: la palla avvelenata, il nascondino, un due tre stella… Non importava quello che facevamo, ma come stavamo insieme. Si imparava a litigare, a rispettare l’altro, a prendere posizione all’interno del gruppo, ad aiutare i compagni. Il gioco come momento educativo e formativo. Quei rumori di palloni che balzavano, gessi che tracciavano, reti che venivano sistemate erano attività che impegnavano molto e non davano tregua, erano sottofondi alle nostre risa e chiacchiere. C’era una collaborazione e una complicità che fuori dal gioco non abbiamo mai avuto. Si formavano gruppetti a raccontare la giornata, i compiti, gli episodi scolastici.  Era così che si cresceva insieme. C’era sempre tanto da dire e da confrontarci. Oggi un freddo schermo cattura l’attenzione facendo allontanare dalla realtà. E’ finito il tempo di vivere all’aria aperta, di guardarsi intorno e scoprire la natura. Di generazione in generazione i giochi non sono diventati altro che chiudersi in un piccolo spazio, laddove prima si tornava a casa solo per dormire. I nonni avevano giochi ancora più semplici dei nostri. Molti raccontano dello “strummolo”, il gioco della trottola e passavano ore in mezza alla strada a rincorrere il pezzo di legno che girava tirando una funicella. Altri creavano il loro trabiccolo fatto con assi di legno e ruote di ferro per prendere una discesa e correre all’impazzata. Era l’antenato del monopattino. Spesso camminavano tenendo la tavoletta in mano tirata da una cordicella mentre chiacchieravano come adulti lungo la strada. E come non menzionare i giochi con la corda, la staffetta, la cavallina, le biglie…Giocare è sperimentare la vita, conoscere quello che si ha intorno. Il gioco, per il pedagogista tedesco Friederich Froebel, è l’equivalente lavoro degli adulti. Con esso il bambino crea, impara a rapportarsi. Giocare non è un lusso ma un bisogno, così come prevede anche la Convenzione dei diritti del bambino. Oggi i piccoli ricevono solo doni tecnologici. Con un telefonino giocano anche a letto, magari guardando il display sotto le coperte, ancora con gli occhi appiccicati. Il gioco è vita, per i piccoli come per i grandi. Quando sono ritornata al bambino sul muretto, era ancora lì a smanettare convulsamente a telefono, durante tutto il tempo in cui io avevo costruito il periodo di quando giocavo. Che tristezza per i genitori che si pongono come unico obiettivo quello di regalare sempre l’ultimo modello alla moda ai figli, un  benessere irrinunciabile. Con telefonino al seguito possono controllarlo, chiamandolo mille volte al giorno, avere in tempo reale sue notizie e posizione, e fornirlo di uno strumento, secondo loro, con cui potersi difendere.  Esprimono così le loro paure e loro angosce che trasferiscono ai figli. Questi, adeguandosi,  giungono a paradossi, come quello di comunicare col telefonino anche da una stanza all’altra. Questo non è gioco, ma un grande fratello che aleggia come un fantasma tra di noi, incrementando il nostro senso di inadeguatezza e inculcando l’incertezza e la paura ai figli più che educarli a sviluppare capacità che li rendano autonomi e maturi.

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"Nel mezzo del tempo" alla Biblioteca "Terra" di Angri

L'Associazione il Faro inaugura il nuovo anno con una presentazione letteraria  "Nel mezzo del tempo", mio nuovo romanzo, Graus Edizioni,  che sarà presentato domenica 20 gennaio alle ore 18.30 presso i Locali Centro Polifunzionale - Biblioteca "TERRA", via Incoronati, 32 ad  Angri.
La serata a cura de Il Faro sarà moderata dalla giornalista e associata Concetta Mainardi, con interventi degli attori che  rappresenteranno alcuni passi del libro.Interverranno gli attori de Il Faro con la lettura di brani tratti dal libro.
Il Faro ringrazia l' Associazione IL Quadrifoglio e l'assessore Maria D'Aniello per la disponibilità. 
Vi aspettiamo con un altro emozionante incontro!





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