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I nuovi viaggi


I viaggi in Occidente per il nostro bel mare furono inaugurati dagli Argonauti, leggendaria storia di Giasone e i suoi compagni alla ricerca del Vello d’oro, prima ancora che Omero desse vita ai suoi eroi. Furono portati dalla mitica Argòla veloce”,  costruita per andare alla ricerca dell’aurea pelle di ariete. Solida e veloce come un uccello guidava i mortali per cammini impossibili. Fu costruita con i pini del monte Pelio e pezzi di querce sacre a Dodona. Giasone  toccò le coste del Mediterraneo giungendo davanti alla Libia dove la nave si incagliò. Allora  fu portata sulle spalle attraverso il deserto fino al lago Tritonis. Il dio Tritone spinse di nuovo in mare Argo che fece così ritorno a Creta. Giasone, antesignano dei viaggi nel nostro mare, alla ricerca del Vello per poter guidare con Pelia il regno di Iolco, è un eroe diverso da Ulisse che pone il suo viaggio come percorso di formazione. Il Mediterraneo è come un utero in cui si sviluppa la storia dell’Occidente. Ma una nuova epoca viene inaugurata da Cristoforo Colombo nel 1492, quando con tre caravelle sfidò l’Oceano e segnando l’inizio della storia moderna. Giasone va alla ricerca di un Vello per poter regnare, Colombo apre a nuovi viaggi che alimentano la sete dell’oro, divenuto il nuovo pegno dell’epoca moderna. La storia continua e ancora oggi il Mediterraneo è l’utero di nuove gestazioni, e non si va alla ricerca di terre nuove, né di velli, né di scoperte. Il mare è diventato come la rupe Tarpea da cui cadono  vite inghiottite dal mare, nutrimento per i pesci. Le navi non sono più veloci come la rapida Argo e con l’urgenza di ritornare a casa. Queste sono lente, con eroi stanchi e privi di sogni se non quello di salvare la pelle al posto di recuperare un vello. Gli eroi di oggi nel Mediterraneo scappano dalle loro terre attanagliate dalla guerra e dalla povertà, dalle malattie e dalla paura. Sono guerre diverse che non combattono un pericolo ma contro i deboli, facili prede soprattutto quando abitano luoghi vergini da poter colonizzare e sottomettere. Risultati immagini per gli argonautiE come eroi di un tempo, i deboli di oggi vanno alla ricerca del sogno perduto, correndo verso quel mare che tutto vede e sa  e non può fare altro che trasportare le paure, gli affanni, le promesse, di uomini che, in un estremo tentativo, cercano di salvarsi. L’acqua diventa la culla e non più una via  da percorrere. E mentre il mare culla e assopisce, altri defraudano i loro sogni.  Giasone  condivideva con altri eroi il viaggio, un ’impresa d’onore, oggi il viaggio è una scommessa, un tentativo che ha la sua forza nel “tutto è perduto”. E non c’è dio che sollevi gli eroi verso l’impresa. Prima sono stati privati della libertà, poi la guerra e le malattie, e solo quando stanno per perdere anche la  vita si danno alla fuga. Tanti sacrifici, tante difficoltà che si abbracciano quando non resta che la speranza. Il Mediterraneo  come il Mar Rosso, un passaggio obbligato per chi cerca la terra promessa. Ma forse siamo giunti in un’epoca in cui oltre al mare anche le terre vanno condivise, e la nuova conquista è una mentalità diversa per le nuove convivenze. La nave diventa il simbolo del sogno perduto, e dove mancano sogni la vita non ha senso. Sogni infranti che si leggono negli occhi rassegnati, sogni che cadono dai gommoni, che pendono dalle politiche colonialistiche, dalle conquiste di terre ancora vergini che solleticano la voglia di dominarle per ricavarne nuovi ori, adesso come nei miti, una febbre mai passata. Questa volta Giunone non ha a cuore la nave di Giasone : «E se non che Giunone, cui molto a cuore Giasone stava, di sua mano la spinse» (Odissea XII, 96-97), non ci sono viaggi di formazione come per Ulisse, né di scoperte geografiche. Giasone pecca di superbia nell’oltrepassare il limite e nell’essere responsabile della follia di Medea, in un’eterna lotta tra furor e ordo. Così anche oggi la nave rappresenta un limite varcato, quello di voler ristabilire un ordine attraverso uno scompiglio. Non c’è più nulla da scoprire, se non l’animo umano, una terra forse irriconoscibile, che andrebbe non solo conquistata ma anche bonificata. E’ lì che si annidano  odi e brame mai sopite. La nave sfida il mare ancora una volta,  E non ci sono venti, né divinità capaci di fermare i viaggi dei nuovi eroi. Il mare non ha voce, si lascia attraversare, un ponte tra vittime e carnefici. Argo è vecchia e stanca e non ha più voglia di navigare, oggi ha bisogno di approdare in porti sicuri, del mare ha visto ogni cosa.


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La vita è tutto un doppio


E’ nel momento del bisogno che abbiamo la percezione degli altri. Tutto bene fino a quando la nostra salute regge, poi inevitabile il bisogno degli altri e ci accorgiamo di loro. 
Risultati immagini per ammalato
In questo caso si sperimenta la necessità di avere qualcuno che ti bussi alla porta solo per dirti se ti serve qualcosa, che ti porti un sorriso o alleggerisca le tensioni. Quando guardiamo gli altri nella loro sofferenza, subito crediamo  che a noi non sarà così, che noi siamo diversi! Noi siamo gli altri, non diversi, ma identici, uguali e con gli stessi sentimenti a cominciare dalla paura. Quella di dipendere dagli altri, di vivere in modo diverso da come abbiamo vissuto.  Un uomo in piena attività, di fronte a una malattia, si sente impotente e deve cambiare il suo stile di vita, rientrare in schemi nuovi. Ne vedo tanti, troppi di volti scavati dalla malattia e con quanta forza quegli occhi guardano  la vita che hanno bevuto fino in fondo e, proprio per conoscerla bene, non la sciupano ora. Sorridono!  Cosa vorrà dire, un arrendersi, una leggerezza, un esorcizzare?  C’è la consapevolezza di quella che è stata la loro vita e quello di voler dire agli altri di non perdersi in chiacchiere, pettegolezzi, speranze, inerzie e indifferenze, ma vivere, pensare a vivere. La vita è progetto che ci diamo e a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze, senza mai mollare. E’ energia che dobbiamo sempre far veicolare, scorrere tra di noi. Energia pura che non deve lasciarsi scalfire dalla malinconia di perderla. Sorridono! Tutti quelli che soffrono, sorridono. Non sono stupidi, né deficienti da non capire, ma costruiscono la loro energia, se la impongono, la invocano e sorridono per dire questa è la vita a cui non possiamo nulla se non ringraziarla per quello che ci dà. E quanto  supportano i sani questi sorrisi! Quanto sono d’aiuto a chi l’energia ce l’ha ma non la usa. Ultimamente riconosco questi sorrisi, sorrisi di cuore e di occhi e non di smorfie, di dolcezza e lotta e mai di resa. Sorrisi come affermazione e vitalità anche con un problema di salute. Chi soffre ha resettato il suo vecchio schema modulando su una frequenza più diretta, più piena. Conosce il valore di un’ora, di un gesto semplice, di una boccata d’aria. Indispensabili pur nell’invalidità. Sempre ultimamente (e da questo mi nasce la riflessione) ho visto con quanto piacere alcune persone augurano il male agli altri, e ho visto come, mentre l’altro stava male, rideva ed era palese il suo piacere. Una visione inquietante, quella di vedere l’altro diverso da noi e il male un maleficio che giunge a colpire chi vogliamo stia male. Il male ci vede uguali e non sceglie né risparmia quando colpisce. Ne ho avuto una visione ieri e mi sono sentita bloccata come accade nel gioco delle statuine. La sofferenza non è un castigo ma un modo della vita di procedere, un suo modo di inglobare tutto, di non perdere niente e così le foglie diventano concime, gli uomini energia, e noi? Non resta che prendere il giorno, il sole, l’aria, i fiori, l’amore, il carpe diem di Orazio che non vuol essere una poca considerazione della vita. Significa averne rispetto e viverla a pieno senza sprecare nemmeno un attimo del tempo che ci viene donato.  Passiamo molti giorni, anni della nostra vita a stare tristi, indifferenti, apatici, arrabbiati, astiosi, puntigliosi, ostinati! Quanto tempo perdiamo in questo modo! E non è già questo una perdita della vita, un venir meno alla costruzione che dobbiamo regalarci in questo spazio e questo tempo? Si risorge sempre, dal buio e dal dolore, dalla bruttezza e dal morire in vita. I malati, spesso hanno una visione migliore, che non è fatta di malinconia, ma di consapevolezza. Ci insegnano, quando sfoggiano quel sorriso, di voler richiamare la forza della vita, che l’unione tra noi è più forte del dolore e della malattia del singolo. E’ un po’ come il gioco salta cavallina: c’è chi fa da ponte e chi passa su, ma dopo, chi è stato ponte diventa cavallo al galoppo e ci si avvicenda all’infinito. Anche per noi un eterno gioco. Non siamo solo ponti o solo cavalli, ma un ciclo continuo che gira sempre e trasporta tutti dentro. Quando saltiamo, se non ci fosse chi ci fa da ponte noi non potremmo  spiccare il salto. Il malato è un ponte che serve al sano per capire e il sano vede nel malato quello che sarà. La vita è tutto un doppio: non c’è bene senza male, non c’è forza senza malattia. Tutto fa parte di noi.

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Il vicolo



Non sempre la tristezza giunge per toglierci qualcosa, a volte ci porta più cose insieme mai più avute o quello che credevamo facesse parte di una sola epoca. Poi succede che per altri motivi ritorni in un vicolo che non ricordavi più esistesse. Ieri sera, scendendo dalla chiesa di Massaquano, 
L'immagine può contenere: spazio all'aperto

come un automa camminavo lungo la stradina alla ricerca di qualcosa che nemmeno io capivo. Forse solo per il gusto di percorrerla? Per la bella immagine che dava? No, ero lì alla ricerca di una voce, di una corsa, di un bussare alla porta, di un correre irrefrenabile. Quella porta è ancora lì intatta. Mi sono fermata fuori, anche i colori erano gli stessi. Mi sono avvicinata, sembrava di sentire mia nonna che correva ad aprirmi, proprio lì sul vicolo. Ci arrivavo sempre trafelata, lei mi apriva, io facevo una sola domanda, ero lì per quello, e se la risposta era sì, allora ero allegra, altrimenti cadevo in un mutismo totale. Ma ieri sera i colori della porta erano ancora più belli: quel rosa dell’intonaco scrostato, il verde, il bianco. Stranamente ho avuto l'impressione che fosse più grande mentre da piccola mi sembrava una strettoia. Non sapevo nemmeno cosa cercavo. Ma si scava nei ricordi: sentivo il nonno dietro gli alambicchi del vino,  lo zio che canticchiava, o la nonna che trafficava nel retrobottega. E mi pareva che arrivasse a me anche il sapore dei ciu ciu, delle caramelle a menta e del caffè, come del fumo. Non so se sono stata attirata dalla porta come una calamita o la bellezza del vicolo mi ha costretta a percorrerlo. Credo che le cose ci chiamino e per quanto una porta sia inerte sarà diventata umana a furia di aprirsi e chiudersi, ascoltare e rimandare voci. Quella porta l’ho sentita amica, anzi era come una parente e mi sono meravigliata che fosse ancora intatta come allora. Il vicolo era quasi geloso della mia attenzione alla porta, ma non sa il tempo che ho impiegato a guardarlo, rimirarlo, prendere le misure per vedere se correvo più a destra o a sinistra, se toccavo le pareti o strisciavo da qualche lato. Ma di sicuro, lì a percorrerlo, c’era una bambina, svelta, paziente e tenace che lo attraversava anche più di quattro volte al giorno. Quando dall'inizio della stradina vedevo la sua fine qui, dal posto dove osservo, allora mi tranquillizzavo. Era come vedere la punta del monte e io, come Sisifo che rotolavo su il masso. Di notte o di giorno, a sera e al tramonto, a mezzogiorno o di domenica. Il vicolo senza tempo. Lì ho esercitato la mia forza interiore, prendevo le misure di quello che potevo fare, allenavo il mio coraggio. Un cantuccio di paese diventata la mia palestra. Nel vedermi anche il vicolo è rimasto senza parole, avrà risentito la mia voce, o le mie canzoni di quando passavo, o forse si è ricordato dei pianti e si è fatto un look strepitoso per me. Eppure sono passati decenni e la vita si snocciola sempre tutta intera e non puoi buttare proprio nulla, visto che dal fondo emerge con più forza, come una boa che cerchi di tirare sotto e lei sale più velocemente.

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Il mio "canarino"

Quando qualche volta mi ritrovo a ridere per qualsiasi motivo, mi viene in mente la risata di mia madre. Lei sì che sapeva ridere! Ironica fino a diventare sarcastica, faceva delle risate di gusto per cui cominciavo a ridere anch'io senza motivo. Ridevo a vedere il suo sorriso  fino alle lacrime. Per non perdere quel suo stato di grazia, mi inventavo qualcosa per farla continuare.Immagine correlata 

Nei pomeriggi di inverno, ma anche in estate, quando era d'obbligo il sonnellino pomeridiano, io la bloccavo sul lettino della mia camera e con mia sorella davamo vita a un teatrino di imitazioni di tutte le persone del palazzo. Indossavo lunghi strascichi, o cappelli o altro e davo vita ai personaggi. La inchiodavo per qualche ora lì fino a farla piangere dalle risate. A volte era lei a chiedermelo: "Fammi vedere come fa la signora ***" e io svelta parlavo come quella persona. Queste erano le uniche volte in cui si rilassava. Dopo rientrava nel suo ruolo materno di responsabilità e finiva anche la nostra complicità. Mi piaceva quel suo passare dalla severità alla dolcezza, dal riso alla serietà. Lei mi ha insegnato tutto, con gli esempi, le parole, i gesti. Ricordo le sue scenate di quando stiravo le camicie: così non andava bene, così non si fa, qui bisogna girare così e quando proprio non andava mi diceva: "Ma tu la stireresti una camicia così a tuo marito?" Oddio! Sono un'incapace, pensavo. Allora mettevo tutto il tempo  per fare come diceva lei. A quel punto mi riprendeva sul consumo di corrente. Ora mi piace stirare, il ferro corre veloce sulle camicie e, a volte, me la sento accanto ancora a sorvegliare e puntualizzare! Mica solo per lo stirare? E per stendere il bucato? Una storia impossibile. Prima i panni lunghi, poi i corti, poi i bianchi, poi i colorati, poi guardi giù a controllare che non vadano sul bucato della signora e poi quelli centrifugati e poi quelli che colano acqua, e poi e poi...Ora a colpo d'occhio, guardando un bucato steso, capisco molte cose di quella casa. E della cucina? Almeno in questo l'ho superata, ma quante cose mi ha insegnato! Una volta, ero in terza elementare, mi ha fatto salire sulla sedia accanto a lei, ai fornelli, solo per guardare come preparava la pasta e fagioli e sono stata lì senza annoiarmi fino alla fine. Poi è stata la volta di provare da sola a cucinare per tutti la mia pasta e fagioli. Che conquista! Il bello di mia madre era che mi responsabilizzava. Solo con la scuola lei non aveva mai da ridire. Mi chiudevo in una camera e là restavo e lei entrava solo per sapere come andava. Di mattina le portavo il canarino a letto: acqua, limone e zucchero tiepido, caffè e qualcosa di buono. Lo appoggiavo sul comodino tutte le mattine, compresa la domenica. Lo facevo per il suo fegato che aveva sempre bisogno di disintossicarsi e, quando beveva il mio canarino, diceva che cominciava bene la giornata. Quando mi abbracciava mi faceva male. Faceva penetrare le sue grosse dita nella carne e diceva che la mamma può farti tutto. Era possessiva, eravamo cose sue. Era sempre presente ed era così passionale che, appena si innervosiva, avvertiva i suoi morsi al fegato. Quel fegato che sin da piccola le aveva dato problemi e ad ogni arrabbiatura era costretta a stare a letto. Il mio canarino la rigenerava, le risate la tenevano su e i nostri progressi la inorgoglivano. Da adulta mi diceva sempre che quando vedeva le giovani madri lamentarsi, pensava a me che facevo di tutto di più, con la pazienza di una certosina. Oggi il canarino tocca a me. Ho cominciato a prendere l'abitudine anch'io dell'acqua, zucchero, poco, e limone, così senza alcun motivo. Ma credo che inconsciamente me lo abbia trasmesso lei. Quando di mattina preparo la tazza, la circondo con le mani, abbracciandola tutta e bevo guardando nel viale di casa mia.  A quell'ora, soprattutto in questi giorni di primavera inoltrata, c'è un ciarlare di uccelli e fili volanti che scappano durante il trasporto del materiale per i loro nidi sugli alberi di fronte. In quei pochi istanti è come se avessi un colloquio con lei. Stranamente non mi riprende più, anzi, quando appoggio la tazza nel lavandino, è come se finisse il tempo a disposizione tra noi. L'orologio corre e devo andare a scuola. Il suo canarino è la nostra pausa. Quando glielo portavo, lei si sedeva nel letto con due cuscini dietro e le appoggiavo il vassoio sulle gambe. Il suo sorriso mi ripagava della sveglia di primo mattino. E se qualche volta non me lo preparo, è per non restare male del fatto che devo scappare a scuola, dedicandole pochi minuti. Lo riservo soprattutto ai giorni di festa, quando facciamo lunghi discorsi, o almeno sembrano, senza lasciarmi quel vuoto subito dopo. Se potessi ritornare indietro mi piacerebbe ascoltarla di più, nei discorsi, negli insegnamenti, mentre cantava, mentre rideva. Le mamme sono sempre trattate in modo evasivo, scontato, tanto son tutte uguali. Ora so quello che non ho fatto, che non ho ascoltato o avrebbe avuto piacere che io facessi. Ora darei ascolto anche a tutte quelle parole inutili e vuote, solo per sentirla. Una mamma ha piacere di essere ascoltata sempre, anche nello scherzo, mentre crediamo che da lei vengano solo raccomandazioni. Non è così. Una mamma vuole ascolto e presenza proprio come vogliono i figli. Anche i bisbigli sono importanti, i sottovoce, le lamentele, quelle che nessuno prende mai in considerazione. Ma ogni rapporto tra madre e figlio è speciale, unico. Una mamma sa essere a forma del figlio, è questa la bellezza! Domani comincio la mia settimana col canarino!

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C'è un posto


C’è un posto tra le queste colline dove mi piace stare  a contemplare il panorama e ammirare il mare fino all’orizzonte. Davanti c’è un grande pino marittimo, come quello delle cartoline di Napoli, oltre, il mare, dietro di me, Faito. Mi sono sempre chiesta perché sono nata in un luogo e non in un altro e perché proprio qui.

Una di quelle domande stupide ma che tutti ci poniamo prima o poi. Sicuramente siamo anche il risultato del luogo dove abbiamo vissuto.  Forse dipendiamo da quanta luce o quanto sole abbiamo preso, o forse dall’aria di mare respirata o anche da quello che abbiamo intorno, dai colori, dagli uccelli, dal panorama. Siamo il prodotto tra l’ambiente e noi. Non sappiamo quanto  sia vero, ma sentiamo che qualcosa di simile deve essere. E se è vero che le piante hanno un’anima, devono molto alle nostre risate, alle nostre esclamazioni di stupore, o di incanto così come i nostri silenzi ricchi di adorazione. Crescono con le nostre carezze fatte di sguardi, di affetto, di entusiasmo per la vita. Se solo mancasse questo mare o l’azzurro del cielo o la montagna rocciosa e boschiva o la folta vegetazione, sarebbe  come essere di qualcosa. Posta in questo preciso punto tra mare e  collina, con la montagna alle spalle, mi sento in una posizione strategica. La cosa più bella e stupida che faccio è respirare, come se volessi bere l’aria, mangiare i fiori e le piante, introitare forme e colori. Riesco, dal ciglio della siepe, a vedere laggiù lo specchio carico  di azzurro e dentro i raggi del sole, attaccati ai bordi i cespugli folti che si innalzano verso il cielo, rami isolati che emergono dalla folta vegetazione come se nascessero dall’acqua subito prima dell’orizzonte, e sopra il pino che copre tutto. Che vista impagabile!  Non importa se col sole o con la pioggia, il vento o il cielo in burrasca. Lo scenario è straordinario in ogni stagione e in ogni momento della giornata. Con le mani quasi tocco la spiaggia, con gli occhi il monte, nel mezzo io. Non basta, c’è il profumo dell’erba, il sapore di sale nell’aria di mare che leviga il viso e quel pizzicore sulla pelle tra brivido e leggero fresco; il profumo asprigno dei fiori di siepe, di ortica e di giovani pampini. Intanto strappo fili d’erba, fiori, margherite, rametti di rosmarino e cento altre erbe che non saprei nemmeno annoverare. Da questa posizione riconosco il mondo. Il sole solca il cielo e si tuffa laggiù all’orizzonte come un ubriaco che non regge alla sbornia. La montagna è una sequenza cromatica di colori in base all’ombra, lasciando scorgere la macchia verde che la copre a tratti alterni, la roccia di colori vari e tenui confondendo i verdi con i blu. Se solo si potessero vedere le sfumature che la casa accanto  acquista al calare del sole, si farebbe un torto ai pittori in difficoltà a riprodurre fedelmente la calda sequenza. Anche il colore della terra assume una tinta regale, come fosse cioccolata fondente e là le piante giovani dell’orto, tante chiare tonalità confuse alle prime punte di ortaggi che spiccano tra i filari. Qui, in questo posto, sento la natura vibrare all’unisono col mio respiro e non so se sono io che aspiro o è lei che mi ingloba. Quassù le stelle hanno un aspetto insolito: tante lucciole ferme come in un viale, abbarbicate ai rami dei cespugli, dando la loro luce a intermittenza e il buio di un blu intenso fascia la notte come un vestito prezioso. “La bellezza è negli occhi di chi guarda”  diceva David Hume e noi siamo i luoghi che viviamo. Li abitiamo, li indossiamo e diamo loro forza con i nostri occhi. Questa collina è il posto in cui vorrei stare  per sempre. Che altra bellezza si chiede a un luogo che dona la meraviglia se non quello di viverlo all’infinito?

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Come Vitangelo Moscarda


Metti che un giorno guardandoti allo specchio ti succeda quello che accadde a Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno nessuno centomila, romanzo del 1925 di Luigi Pirandello, che si sentì dire dalla moglie di avere il naso storto, fino a quel 

momento creduto dritto. Risultati immagini per vitangelo moscarda

Guardandosi meglio scopre altri difetti di cui non era a conoscenza.  Nota per la prima volta che il suo aspetto non era come credeva e che gli altri vedevano di lui quello che non pensava di essere. Si poneva  non solo un problema di vanità ma anche di identità, di chi fosse realmente: quello che vedevano gli altri o quello che sentiva di essere? Cade sotto i colpi di una critica dopo aver creduto per una vita di essere privo di difetti.  E’ come quelli che affermano “Ho sempre fatto così e continuerò a farlo” convinti di avere la certezza assoluta come Vitangelo aveva avuto fino a quel momento. Quella piccola osservazione lo scopre fragile e sconosciuto a se stesso. Spesso, più di quanto crediamo, prendiamo in giro proprio noi stessi. Vitangelo si guarda allo specchio, nelle varie parti del profilo e non può che arretrare davanti all’evidenza. Forse non si era mai guardato come la moglie lo aveva visto o era passato sul naso adunco facendo finta di sentirsi sicuro del suo profilo? O forse aveva per tanto tempo nascosto a se stesso volutamente la verità credendo che gli altri non la notassero? Era più importante essere quello che voleva o come gli altri, a sua insaputa, lo avevano sempre visto? Ed era sicuro della vista degli o anche loro erano stati approssimativi e poco oggettivi? E poi, di quale oggettività parliamo, di quella che vediamo noi o quella degli altri? Spesso siamo noi e spesso gli altri, i Vitangelo Moscarda, uomini sicuri della realtà che vedono, come lo sono gli altri della loro e da qui scaturiscono tante incomprensioni e approssimazioni. Con quanti Vitangelo Moscarda veniamo a contatto facendo noi la parte della moglie mentre loro sembra ci vedano per la prima volta? Le persone sono convinte di essere il meglio di se stesse, e solo dopo un confronto fanno i conti con quello che realmente sono. Persone imperfette, con qualche problema irrisolto e con la convinzione di stare nella posizione migliore. La scoperta di Vitangelo è percepire che gli altri non hanno il suo punto di vista e da qui ne nasce una crisi di identità. Non sa più chi è, per questo il titolo Uno nessuno centomila, e come lui anche noi cambiamo personalità continuamente, tanto da spaventarci quando gli altri non ci vedono come quelli  del giorno prima. I rapporti si caricano di ambiguità per difendersi da possibili cattiverie o per portare gli altri alle nostre conclusioni. Il rapportarsi agli altri non è  solo questione di onestà o verità, che talvolta variano con noi e in base  al punto da cui si vede. Molti si comportano con gli altri in modo non riconducibile a  quello che realmente sono, adottando strategie per preservarsi dal sopruso. La realtà non è oggettiva ma soggetta a cambiamenti e proiezioni quanti sono i punti di vista che la osservano. Il relativismo pirandelliano afferma che niente è come sembra e tutto cambia con il variare della prospettiva. Il fatto che la moglie dica  a Vitangelo di avere un naso  adunco quando anche lei non se n’era mai accorta nella loro vita coniugale, sottende anche a una sua leggerezza in tutto quel tempo in cui non è riuscita a scoprire il marito per come realmente era. Anche lei è sottoposta al continuo divenire della vita e, mentre prima non aveva fatto caso a quel  naso, ora non solo lo vede per la prima volta, ma glielo rinfaccia come se fosse una colpa del marito e non una sua indelicatezza. La nostra personalità varia come la nostra fisionomia: giorno per giorno. Come la pelle muta colore, spessore e trama, così anche la personalità. Quanti incontriamo che, da un giorno all’altro, riportano atteggiamenti nuovi facendoci credere quasi di essere noi persone strane. Un amico che cambia modi nei nostri confronti, un altro che prima ci evitava e poi ci tratta da amico, un altro che trova in noi cambiamenti  che non avevamo notato, sono la realtà “mobile” cui ogni giorno ci imbattiamo. I rapporti cambiano in base al tempo, alla forza con cui li imbastiamo. Non ci sono spiegazioni, sappiamo solo che quelle persone possono avere un effetto negativo su di noi e al loro cospetto ci sentiamo a disagio. Le relazioni vanno ridimensionate continuamente, discusse, riprese e quello che a volte crediamo possibile è solo un’illusione. Quante discussioni in nome della verità, della giustizia, della trasparenza, del merito. Tutto finto. Agiamo e parliamo in base alla nostra esperienza maturata che è in continuo divenire. Ecco allora che se un giorno notiamo nella nostra amica un neo che non c’era prima e glielo diciamo in segno della nostra amicizia, lei può prenderla come un’offesa. Dirà che siamo strane, che non siamo le solite, solo perché non accetta da noi quell’osservazione. Lo stesso accade  quando ci riferiscono sul nostro aspetto fisico e sulla nostra personalità. I contrasti nascono per credere di essere sempre gli stessi e  per gli altri che si arrogano il diritto di vederci diversi. Da questa idiosincrasia  oserei dire “relazionale” elaboriamo i nostri rapporti e in essi scorre la nostra vita. E se un giorno una persona ci sembra buona e in un altro cattiva, è solo perché noi stiamo guardando per la prima volta quella persona da quel punto di vista. Alla fine del romanzo Vitangelo Moscarda capisce che niente è fermo e tutto cambia, tutto prende forma da noi ed è bene vivere in queste continue trasformazioni che ci diamo:“ La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo » Le parole non bastano a definirci al cospetto degli altri, talvolta risultiamo sconosciuti perfino a noi stessi e molte relazioni non sono altro che continui errori, uno sull’altro che non ci fanno incontrare mai. Se conoscersi è un terno al lotto, figuriamoci pretendere di essere conosciuti  dagli altri. E se la ragione ci viene in aiuto per scoprirci meglio, dall’altra si fa avanti l’ego e poi l’inconscio, e poi l’orgoglio e ancora la vanità o la giustizia, la verità, la delusione che aggiustano il tiro e stirano il nostro essere. E continuando in questo barcamenarci non avremo mai rapporti veri, solo approssimativi, a volte sì a volte no, altalenanti, fatti di mezze verità, mezze paure, mezze ritrosie, incomprensioni. E’ il relazionarci che crea i presupposti per difenderci da tutte queste forme di vite sovrapposte che rappresentano uno scudo per pararci, non solo dagli altri, ma soprattutto da noi stessi che, a nostra volta, non saremmo niente se non avessimo il confronto con gli altri.

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Metti un libro in una barca



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Tra qualche anno Zuckerberg dovrà trovare qualche altro espediente per sfuggire alla noia del web che ci sta rimbecillendo tutti. Non tanto per il tempo che trascorriamo sui social, che non sono poi così da demonizzare, ma per quello che, al punto in cui siamo, dobbiamo svolgere. Prendi ieri sera. Tra lo scaricare materiale dalla posta elettronica di scuola, il visionare il sito dove appaiono notizie non comprese nella posta, tra lo scrivere una pagina di Blog, tra una lettura e l’altra, lavori didattici da preparare, rigorosamente a computer,  mi sono accorta stamattina di non aver aperto la mia posta personale. Ma il lavoro viene prima e leggere tutto ciò che arriva  è un dovere. Ma non finisce qui. Dopo mi viene voglia di leggere  alcuni giornali online e poi di controllare un sito e ancora una recensione, leggere parti di un’opera, sempre sul web, un passaggio nella biblioteca online  e tutto questo senza lo straccio di un foglio, sempre e solo con gli occhi a roteare su e giù. Vuoi mettere un libro, alleggerire la vista con i colori tenui della pagina e leggere con lentezza? Ma il tempo a disposizione è poco e, quando gli occhi non ce la fanno più, ormai è ora di andare a letto. E io, che volevo prendermi il mio tempo libero suonando un valzer di Chopin a pianoforte o leggendo un libro, devo soprassedere. Via dal computer ci salviamo, se diamo ancora valore  al tempo libero. Si dovrebbe compensare con tanto tempo da riempire come vogliamo quanto quello usato per stare a computer. E se Gramellini, dalla prima pagina del Corriere della Sera di oggi,  medita sul grano di saggezza nella follia dell’uomo che, avuto un incidente, era privo di documenti, non perché lasciati a casa, ma per non averne più, strappati negli anni ‘90 e ormai privo di identità, io anelo spesso a qualcosa di simile, come stendermi sul fasciame  della barca a leggere un libro, dondolata dalle onde  mentre  viaggio nella storia. Il legno, l’acqua e la cellulosa della carta. Già il fatto di stare a contatto con elementi naturali  ha la sua positività. E pensare che ogni lavoro implica un computer, su cui  lavorarci molte ore giorno, stare curvo tutto il tempo e arrugginire su di una poltrona. Che la digitalizzazione sia un modo per farci ritornare Primati? E mentre i nostri antenati si rannicchiavano sugli alberi, noi siamo sempre appallottolati sulle sedie. Stiamo assumendo facce pallide, visi appesi, posture strane, irrigiditi, contratti e doloranti. Tutti vorremmo ritornare, non dico agli amanuensi, ma a lavori dove abbia ancora un senso usare il termine umano, dove si esiga ancora il “cosa ne penso” e non attenermi a uno schema da compilare. Tutto è logica. Passare la giornata a digitare elenchi, fare previsioni, programmazioni, verbali, proiezioni è una vera noia. Siamo umani e il contatto con la natura è fondamentale. E se anche ci si salva dal computer per una volta, non sfuggi al telefonino, sempre lì con l’occhio vigile che sbircia tra gruppi, messaggi, foto, instagram, posta, meteo, whatsapp, varie. Mi cullo allora nella barca col libro, senza telefonino. Così come immagino di essere portata in un bosco dove regna il silenzio e purificarsi dai continui clic mentali. Capisco Mattia Pascal, menzionato ancora da  Gramellini nello stesso articolo che voleva gabbare tutti dopo la vincita a Montecarlo. Eppure quella che a lui sembrava una libertà, si mostrò essere poi un impedimento, quando si rese conto, in seguito a una rissa, che non poteva presentarsi in caserma per non avere i documenti, visto che al suo paese lo avevano dato per morto e fatto anche il funerale. Non avere identità fu peggio che averne una e non essere nessuno. Non si può sfuggire al mondo in cui viviamo. Dobbiamo imparare a convivere con la tecnologia. Come? Lasciando squillare il telefono o togliendo la suoneria al telefonino, e non stare lì come sentinelle di guardia, lasciare accumulare la posta, prendendo atto che essere tempestivi non ci farà guadagnare tempo, ma solo oberarci di continuo lavoro. Bisogna pur difendersi dall’Homo ciberneticus. Eppure quando si scriveva con la penna, si imbucava la lettera, si affidava un testo alla macchina fotocopiatrice era tutto più piacevole. Lavorava la fantasia, il gusto, la creatività, il pensiero, dovendo decidere e scegliere. In quest’appiattimento totale dimenticheremo la calligrafia, avremo un pensiero ristretto visto che tutto è standard: per scrivere, modelli prestampati, per consegnare, grandi case di distribuzione, per ogni azione c’è un tutorial che insegna e devi pur guardare per apprendere, e altro tempo fermi davanti allo schermo. Ormai siamo rimasti noi con la schermata del computer e mentre ci sembra di avere in mondo in mano, abbiamo perso il nostro. Vuoi mettere, leggere un libro nella barca al posto di impallidire davanti al computer? Dopo ogni immersione digitale troviamo qualcosa di umano da fare, solo così ritorniamo alla nostra dimensione vera.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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