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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

Un’orchestra di voci e suoni per gli auguri



Stamattina mi mancano tanto gli auguri affettuosi di mia madre, di mia nonna, di mia zia Tonia e  di mio nonno. I loro auguri erano i migliori mai avuti.
Mia nonna mi faceva gli auguri portandomi la colazione a letto, comprandomi un vestito nuovo, andando a passeggio con lei, dolci e  pranzo speciale. Si ricordava chi mi faceva gli auguri e chi mancava, come se fossi stata un’adulta più che una bambina e cominciava a brontolare chiedendosene il motivo. Mi manca il suo passo mentre saliva le scale con un vassoio pieno di ogni bene facendo tintinnare il servizio buono di tazze, piattini e bicchieri. Cosa non c’era su quel vassoio. Latte appena munto, pane con miele, dolce, frutta tagliata e secca, sfogliatella. In un angolo del vassoio appoggiava sempre un biglietto imbustato con su rose giganti e dietro la scritta.” Buon Onomastico alla mia Filomena dalla nonna e dal nonno”. Mi chiedevo se ce ne fosse bisogno visto che lei era lì con me e mi stava dimostrando quello che aveva segnato a penna. Ma era fatta così. Senza biglietto, per lei, non c’era festeggiamento. Da qualche parte ne ho ancora, con quelle rose enormi di vari colori e forme. Si sedeva con me dopo aver aperto le finestre della stanza e mi cominciava a raccontare la giornata di lavoro svolto. Mangiavamo insieme, dando ospitalità anche ai cani che entravano dietro di lei. Ero una principessa nel letto matrimoniale, alto da terra più di un metro, con 4 comodi materassi. Mi diceva auguri cantando e schioccandomi due baci sulle guance come due panettoni. Lo schiocco mi rombava nelle orecchie per mezza giornata. Lì sedute facevamo festa, mangiando, ridendo, cantando e giocherellando con i cani che la accompagnavano sempre.  Sento ancora il profumo della sua pelle, il modo di porgere le labbra, come mi stringeva. Quando non ne potevo più, mi tiravo sotto il lenzuolo per un altro riposino. Lei socchiudeva gli scuri delle finestre e mi diceva di stare ancora un po’ mentre si lavava e vestiva. Poi sarebbe venuta a fare altrettanto con me per uscire. Andavamo a prendere gli auguri altrove e a darne. Il nonno era meno plateale, più sobrio e silenzioso. Ma quando saliva, prendeva il mio viso con le sue mani enormi e piene di ferite e mi dava due baci affettuosi. Poi mi chiedeva se volevo scendere e io mi tuffavo tra le sue braccia mentre mi stringeva forte. L’unica persona che mi faceva sentire su una torre d'avorio. Stretta dal suo abbraccio sarei andata alla fine del mondo. Giù in cucina mi metteva seduta accanto al tavolo e lo osservavo mentre faceva colazione. Era la volta di pane e pomodorini con origano, olio e sale, pezzi di formaggio, marmellata e fette biscottate, latte e dolci. Ovviamente piluccavo, avendo già fatto colazione, giocavo con i cani e da quel momento il giorno era mio. Il nonno cucinava per me dopo aver sentito se avessi pretese. Già il fatto che cucinasse era una festa. Nonna non era alla sua altezza in cucina ed era un privilegio averlo ai fornelli. Per l’occasione non mancava il pollo ruspante, pasta imbottita e tante cose che non ce la farei a ricordare. Il suo bene lo dispensava in ogni sua azione ed io lo sentivo attraverso la fiducia che mi dava, l’essere orgoglioso di me, il proteggermi sempre con fatti e parole e dandomi sempre il suo sorriso. Un uomo così grande e così buono.
Gli auguri di mia madre erano rumorosi. Partiva col portarmi il caffè a letto, con le sue strofe di canzoni o indovinelli e poesie, conosciute a memoria e che, immancabilmente, mettendo la testa fuori dal cuscino, mi facevano ridere e aprivo gli occhi. Poi la aiutavo a declamare la poesia o a cantare la canzone e quello che mi faceva morire era che, quando mi baciava quasi mi soffocava. Io a dire basta e  lei a rispondere: “Ma chi ti darà più i miei baci? Vuoi mettere il mio affetto? Nemmeno i figli lo faranno, solo la mamma, solo la mamma!” Su quel solo la mamma insisteva, e ci faceva un poema, ricamava parole, portava esempi, modi di dire, fatti e io la ascoltavo come il vate Dante con Virgilio. Per quella giornata le attenzioni erano tante. Si arrabbiava se non mangiavo le cose che proponeva, poi mi vedeva sempre pallida e mi rimpinzava come un uovo. Per la giornata ero dispensata dalle faccende di casa, potevo uscire, accompagnata da lei, avevo un regalo e un pranzo d’onore. Gli onomastici più belli sono stati così e non li ricordo per l’abbondanza quanto per l’affetto vero, forse un affetto come si dava una volta che molti credono eccessivo e cerimonioso, invece era vero e sentito. Oggi, nelle nostre fughe, anche l’affetto è dimezzato. La formalità è diventata essenziale, ridotta, tutti si limitano al pensiero. Forse nei cambi di generazioni si perdono azioni che valevano molto. Mia zia Tonia, per esempio, quando era in vita, mi telefonava ad ogni onomastico anche quando era ammalata e avrei dovuto farle io visita. Mi manifestava il suo affetto, la sua stima, la sua felicità nell’avere questa nipote.  Mi diceva sempre:”Mi basta sentire che tu stia bene. Riguardati e pensa alla tua vita che nessuno pensa per te. Sono felice di chiamarti e se non lo faccio sto male!” Questo era amore, quello che si prova e si dimostra senza fare conti di alcun genere. Lei mi ha insegnato questo: che il bene non è razionale e se vuoi bene agisci sempre per primo. Tutti dovremmo sperimentare questo. E poi una telefonata sempre gioiosa con sorriso e parole di conforto quando era lei ad averne bisogno. Mi ha insegnato che mentre doniamo agli altri traiamo il nostro conforto, nel dare, abbiamo, nell’amare, riceviamo, nell’esserci, ci siamo. Quattro figure che hanno dato luce alla mia vita. Stamattina, appena mi sono svegliata, non sapevo con chi mi trovavo, se tra le poesie di mamma e le sue prediche o le tenerezze di mia nonna, se tra le braccia forti di mio nonno o con mia zia che mi raccontava, tra una risata e l’altra, le storie di vita. Quando hai un’orchestra  di voci e suoni che nuotano nella mente, come fai a non aprire gli occhi consapevole che sia un giorno buono?

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Il croccante


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Il croccante è il gelato con la stecca ripieno di cioccolato, caramella mou e amarena, nella parte centrale, immerso in una vaniglia e ricoperto di una sfoglia di cioccolato e granella. Tirandolo fuori dall’involucro sono rimasta delusa: piccolo, con la granella rada e senza amarena, con una sottilissima sfoglia di cioccolato. Era una vita che non lo mangiavo, scandiva le mie estati di una volta. Quando ero ragazza era tutta un’altra cosa. Nei pomeriggi assolati, quando non bastava una pennichella per riprendersi dalla calura, ciò che tirava su era un buon gelato. Io e le mie sorelle prendevamo tutti i nostri spiccioli, li mettevano insieme e andavamo a comprare i gelati all’insaputa di mamma. Le mie sorelle preferivano: una il cornetto e l’altra il cuor di fragola. Accovacciate sui nostri letti sembravamo le chiocce a covare uova. Anche col gelato c’era da fare un buon lavoro e si finiva quando in bocca arrivava il sapore di legno dello stecco e non c’era più niente da tirare via. Poi, non soddisfatte, ripetevamo la stessa scena di prima, contando  altri spiccioli e andando una seconda volta a comprarne. Cosa eccezionale, mentre nei giochi litigavamo, il gelato metteva tutte d’accordo, ci rendeva complici, docili, pur in età diverse. Alla fine, ancora con residui di crema e cioccolato agli angoli della bocca, attendevamo di mangiare il secondo. E se mamma ci chiedeva per quale motivo stessimo così assorte, avevamo la bontà di non risponderle. Abbassavamo la testa per non farci cogliere in flagrante visto che ancora ci asciugavamo con le mani. Una di noi aspettava dietro la porta l’altra che arrivava. Lei non doveva sapere per vari motivi. Primo, mia sorella la piccola era grassottella e la sua dieta vedeva pochi dolci e gelati; secondo, avrei preso una bella ramanzina visto che ero la più grande e su di me ricadevano le responsabilità delle altre due; terzo, non volevamo, una volta scoperte, non poterne mangiare per un po’. Eravamo brave a non farci sorprendere. A volte accadeva che mamma, ignara dei nostri gelati appena mangiati, faceva esplodere la sua voglia andando giù e comprandone di tutti i tipi con grande stupore della salumiera che non si spiegava l’acquisto di tanti gelati a più riprese.  Poi mentre mangiavamo, ridevamo a crepapelle per aver ingannato mamma che non sapeva stessimo al terzo. E quando ci riportava le parole di Maria la salumiera, noi la guardavamo come se stesse raccontando cose dell’altro mondo. Ognuna le rispondeva: “Ma quando?”. E non trovando riscontro in quello che diceva, tutto sfumava. Per noi la salumiera stava invecchiando e s’inventava le cose. Spesso le nostre sedute col gelato diventavano vere e proprie riunioni che sfociavano in altri giochi. E in quel contare, controllare le uscite, mangiare, felici di stare insieme, c’era tutto il nostro mondo di bambine in crescita. Altre volte mamma ne faceva provviste e io sapendo che nel freezer c’era un pacco dei miei croccanti, non ci mettevo molto a svuotarlo. A quel punto lei si arrabbiava e finivano i gelati per un lungo periodo. Oggi, quando l’ho tirato fuori dal freezer, l’ho trovato spelacchiato di granella e la delusione è stata grande. La memoria è venuta in soccorso a portarmi quello della mia adolescenza, più ricco e gustoso, con tutte le sceneggiate che facevamo per procurarcelo. Era divertente mangiarlo insieme nella nostra stanza, in silenzio e come in adorazione. Il momento più irresistibile era quando, chi finiva per prima andava a stuzzicare l’altra per averne ancora un po’. La si imprecava, fingendo di piangere fino a quando, più per non sentire i suoi lamenti che per compassione, l’altra cedeva. E allora c’era quella che si lamentava di averne mangiato meno e quella che sapendo di averne avuto di più, faceva finta di stare male per togliersi l’ombra dell’usurpatrice del gelato altrui. Al momento della riunione mia sorella chiudeva la cagnolina fuori la porta della stanza,  senza che la piccola opponesse resistenza, ben sapendo che, se avesse fatto le sue rimostranze, avrebbe perso l’uscita serale. Mia sorella, che era la sua padroncina, l’aveva addestrata anche in quella situazione. Come cambia il croccante così tutte le cose della vita, e al ricco gelato di una volta si oppone quello di oggi, che dopo averlo mangiato in 4 bocconi, ti senti insoddisfatta e preoccupata di aver rovinato la dieta, mentre quelli della nostra infanzia avevano un sapore più intenso fatto di piacere nell’assaporare senza fretta e senza seguire alcuna dieta, condividendo il caldo, il mare, il sonno e i giochi.  

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Io mi prendo cura



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Vi è mai capitato di osservare come le persone hanno cura delle loro cose? Da questa rilevazione emergono elementi per comprendere quanto amore una persona porta dentro. Questa parola, di cui ci riempiamo la bocca, non è un carico di baci o di abbracci, ma una luce che illumina la vita. L’amore che mettiamo nel prenderci cura di una piantina sarà la stessa che dispensiamo al nostro cucciolo o alla persona amata. Conosco persone che fanno appassire ogni cosa passi sotto mano: gli oggetti come le persone. Mantenere pulita la casa, riordinare cassetti, far sbocciare un rametto che sembrava avvizzito, curare un figlio aiutandolo a crescere, dare una mano a un amico, sono azioni che possono apparire molto dissimili tra loro ma che hanno tutte la stessa fonte: prendersi cura che è l’opposto di dire  “me ne frego”. Di solito facciamo una selezione  delle cose di cui occuparci e quelle di cui fregarcene, e anche senza distinzione netta, ci interessiamo solo di quello che ci porta un tornaconto. Se il nostro interruttore è posto su “on”, questa selezione non potrà mai esistere e mai ci freghiamo di niente, così come se siamo in posizione “off”, in qualsiasi circostanza non siamo amorevoli. E’ un “modus vivendi” che ci prende completamente. Definisce il nostro essere, caratterizza il bene di cui siamo forniti. C’era un uomo, quando ero ragazza, che non lavava mai il suo cane, nemmeno se si rotolava nel fango per spulciarsi. A vederlo quel cane faceva male: spelacchiato, zoppicante, un occhio semiaperto, lento nell’incedere, con lo sguardo assente. Il suo padrone esigeva, però, che accorresse sempre al suo richiamo. E lui correva. Si catapultava a casa solo a sentire il suo fischio. Ma la sua dedizione non era corrisposta. Il padrone continuò a trattarlo senza prendersi cura di lui.  Ma a pensarci bene aveva lo stesso atteggiamento per la sua auto. Se il finestrino cadeva, lui inseriva un tappetto all’interno, ma non lo aggiustava. Con la casa faceva allo stesso modo, lasciandola nell’incuria totale. Tutto quello che aveva era in uno stato pietoso. Solo col tempo ho capito la sua aridità, il motivo per cui vivesse da solo, come mai nessuno andasse a trovarlo, ammantandosi di un alone di mistero per il suo distacco dal mondo. Lo stesso valeva per il suo campicello: quattro piante stecchite che non potava, non dissodava né metteva in ordine i solchi. La desolazione avvolgeva tutte le cose intorno a lui. Credo che in quell’uomo la luce fosse del tutto spenta. Al contrario conosco persone che illuminano intorno tutto quello che capita sotto mano: hanno attenzioni per se stessi come per la vicina di casa, il conoscente che incontrano tutte le mattine, il gattino entrato nel loro cancello e qualsiasi altra cosa che irrompa nella loro vita. Irradiano una luce con la quale accendono, si occupano e si preoccupano del prossimo, delle persone vicine, intorno e dappertutto. Non è questione di tempo per fare le cose, ma di atteggiamento, di predisposizione, di indole, di vita che si è disposti a vivere e a dare. Crediamo che dando luce a tutte le cose perdiamo la nostra, ma chi dona luce viene a sua volta illuminato. Molti vanno a risparmio, si limitano, non agiscono, non si impegnano, non producono, non sono stimolati e se si chiede loro  il motivo di questa apatia, rispondono che non vale la pena sbattersi per il mondo, che tanto ognuno pensa per sé, che la vita è breve e del “doman non c’è certezza”. E’ questa la filosofia del “me ne frego”, “non è un mio problema, che siano gli altri a pensarci”. Quando fate amicizia, rendetevi conto delle persone, quanta cura hanno per la loro vita, quanta ne mettono nelle cose, controllate i loro giardini se sono curati, se lavano le loro auto, se si occupano dei bambini, se giocano con loro, se si preoccupano, se aggiustano una sedia, un tetto, come si comportano con se stessi, da questo capirete la quantità di luce che emettono. E se per caso risultano “insolventi con l’Enel” e quindi messi al buio, fate qualcosa per loro. In qualche ganglio della loro vita si annida un corto circuito che ha fatto perdere loro l’illuminazione. Sono persone demotivate, cosiddetti “santi che non fanno miracoli”, perché hanno perso quella luce, forse per averne data tanta senza riceverne, per  non credere che la gioia di vivere possa essere a sua volta contagiosa. Non credono più nel miracolo della vita, nella sua bellezza, e diventano da rose come cactus nel deserto. Queste persone fanno terra bruciata intorno, fanno in modo che gli altri le tengano alla larga, e continuano così a vivere con la convinzione di bastare a se stessi. Ma quale vita si può condurre se non si condividono con gli altri le febbri e i collassi che la sua luce produce? Quando abbiamo cura della vita, avvengono miracoli come quando coltiviamo un campo rimasto incolto per anni. Sulle prime non si sa da dove cominciare e se ce la facciamo. Poi basta rivoltare le zolle, la fatica più dura, per capire che il grosso è fatto e si può anche seminare. Dopo, quando mangiamo i frutti del lavoro svolto, non ricorderemo più la fatica fatta per condurre il campo a quei risultati, ma il piacere di mangiare tante cose buone. Leggevo le pagine di un libro dove una donna aveva fatto della sua casa, semplice e umile, una reggia di bellezza e di comodità,  la stessa cura che aveva per le persone intorno. Leggendo queste pagine ho percepito che è quello il modo di rendere amore verso ogni cosa, non ce n’è un altro o uno diverso per ogni azione. L’amore che mettiamo nell’annaffiare i fiori la mattina sarà lo stesso che doniamo alla persona amata, all’amica, alla mamma, anche se a noi sembrano tanti aspetti diversi l’uno dall’altro e che teniamo in una scala di valori dal più al meno importante. L’amore è quella forza, impegno che profondiamo nelle nostre azioni, l’interesse che abbiamo per la vita che scorre accanto, l’educazione e il rispetto reciproco che ci doniamo. Mi giungono, a tale proposito, i versi di The Waste Land,  La terra desolata del 1922 di Thomas Stearns Eliot, uno dei massimi poeti del Novecento europeo e americano, personalità di spicco del modernismo, per quel senso di insoddisfazione da cui siamo afflitti nel mondo moderno e che fa spegnere quella luce di cui siamo portatori. Il poemetto traccia la crisi della cultura occidentale come perdita della fertilità naturale, e l’autore formula un itinerario per uscirne. Di solito, afferma, a una speranza frustrata, un desiderio insoddisfatto, al mondo che appare arido, segue un momento interiore, un ascolto che richiede anche un cambio di registro. Secondo l’autore:”E’ questo il modo in cui finisce il mondo/ non già con uno schianto/ ma con un piagnucolio”, un’insoddisfazione perenne che ci allontana e ci isola, e dove mancanza di fede e spiritualità inaridiscono le esperienze. La nostra luce non ha una batteria autonoma ma siamo intercollegati: l’uno fornisce energia all’altro, se lo dimentichiamo, se ci illudiamo di bastare a noi stessi, di essere tanti mondi distanti l’uno dall’altro anni luce, la nostra esistenza  diventa arida e vuota.

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Liberi di leggere



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In estate c’è chi legge di più e chi invece non riesce a prendere un libro. Chi si prepara la lunga pila come una montagna da scalare e chi per leggerne uno impiega tutta una stagione. Che l’estate sia un periodo di relax è risaputo, ma che questo coincida con la lettura non sempre è vero. Eppure non mancano i buoni propositi quando giriamo per le librerie alla ricerca del testo giusto, attirati dalle copertine, dall’argomento, dall’autore per poi, una volta comprati, metterli in bella vista sotto l’ombrellone. Siamo ben motivati e convinti di avere un’ora per cominciare l’impresa tra mille distrazioni, richiami, chiacchiere. Spesso passano giorni prima di aprire un libro nuovo, sono tante le cose a cui dare precedenza. Ci vuole una buona dose di concentrazione in mezzo al caos per leggere. Se succede, gli altri ci guardano come alieni, noi immersi nelle pagine, magari a sorridere o a corrucciarci, allontanandoci mentalmente da tutto quanto ci gira intorno. Sempre preferibile il libro al telefonino che ormai rappresenta un’appendice della mano. Nessuno più lo molla, sono più i momenti di connessione che di posizione off. La lettura mantiene allenata la mente, immerge in mondi lontani, come andare in vacanza stando nello stesso posto. Porta in luoghi e stagioni diverse, età giovanili o senili, con argomenti nuovi, situazioni mai lette o del tutto sconosciute. E quando si esce dalle pagine, è come tornare da un viaggio restando nello stesso posto. Questo effetto è garantito solo a chi la lettura la prende come un esercizio continuo, mentre saltuariamente non darà gli stessi effetti. Chi non è abituato a leggere, già alle prime pagine avvertirà come una delle fatiche di Ercole e troverà sempre tanti pretesti per evitarlo, quasi come quando si ara un campo e mi vengono in mente i versi dell’indovinello veronese: Se pareva boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, et negro semen seminaba: “Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, e un bianco aratro teneva, e un nero seme seminava”, il più antico testo in lingua romanza e uno dei documenti di nascita della lingua volgare. L’indovinello sottende l’atto dello scrivere, ma vedo che nella stessa situazione ci si trova chi non legge mai. La fatica di leggere è, per chi non è avvezzo, simile a quella di arare. Ci sono persone che non riescono a tenere aperto un libro, che non si concentrano, non entrano nella storia, e fanno fatica a rappresentarsi il contenuto. Il segreto per leggere è scoprire letture che fanno per noi, che sentiamo possano piacere. Si può andare a fiuto o a caso, secondo la necessità e il gusto così come attirati dalla curiosità. Se un buon libro può essere sostituito da un buon amico, ne vale la pena, altrimenti meglio leggere che è l’arte del relazionarsi, del frequentare gente senza muoversi, dell’apprendere e aggiornarsi. Quando diciamo leggere non intendiamo  guardare le parole nel loro ordine, ma farlo secondo i molteplici piani che il testo ci offre e soprattutto non porsi davanti alla lettura col pregiudizio. Non si leggono libri solo per trovarci dentro idee consone alle nostre, così come non ci si confronta solo con le persone che pensano come noi. Sono quelle che pensano diversamente da noi ad esercitare un lavoro più laborioso, fornendoci opinioni e riflessioni mai conosciute prima. Il pregiudizio inficia il contenuto e tutto il resto. Bisogna essere liberi per leggere secondo l’idea di chi parla e porci in atteggiamento di ascolto e non di avversione per principio. Man mano che la lettura procede, si aprono in noi dei nuovi contesti, nuove domande, e di conseguenza si va poi alla ricerca delle risposte. A lettura completa, procedendo allo sfoltimento di quello che è sovrabbondante, essenziale e non quello che volevamo dire noi, di quello che realmente è stato detto e non riuscivamo a farlo nostro perché diverso dalla realtà e soprattutto dalla nostra esperienza, resta l’essenza del libro che ci ritornerà nel tempo e in varie occasioni. Un buon libro matura con noi, è come un seme che cresce, mette radici  dà i suoi frutti. Ci ritornano le frasi, le parole, le immagini e tutta la nostra fantasia messa in moto per rappresentarcelo. Può essere una metafora, una visione, un aspetto che ci ha colpito che congiunto al nostro pensiero allarga gli orizzonti. Questo processo avviene lentamente. La lettura è un pretesto per scavare in noi e conoscerci meglio, scandagliare i nostri sentimenti, i pensieri rispetto agli eventi e ai fatti che accadono nella vita. E’ un fondamentale esercizio di confronto col quale ci mondiamo da tutto quello che può essere zavorra e appesantisce concezioni e visioni di vita. E’ l’unico modo per accendere pensieri e azioni, un carburante pulito per incentivare, creare, riflettere. La natura poi concilia la lettura e leggere un libro distesi sotto un albero, al fresco, pronti per i nostri voli, è un’immagine che prendo a prestito dai versi delle Bucoliche di Virgilio:“Tityre tu patulae, recubans sub tegmine fagi, silvestrem tenui musam meditaris avena”. Titiro lì modulava i versi con un esile flauto, mentre io creo immagini nate dalla lettura all’ombra di un ampio faggio. E se invece fosse in spiaggia, sotto l’ombrellone con granellini di sabbia che si appiccicano alle dita rendendole attaccaticce, senza farci caso per come si è immersi nella storia, produrrebbe lo stesso effetto benefico. Il libro è un percorso: una pagina, mezza, due o dieci per volta non contano, vale lo sforzo di incamminarsi come con un amico. Leggere non ha età né stagioni, né divieti, e in estate ha un fascino maggiore per sentirci più liberi. Potremmo quasi sconfiggere l’ansia da telefonino mantenendo in una mano il libro e nell’altra il nostro nemico numero uno e chissà che un buon libro non vinca la mania di connettersi continuamente. Ogni tanto chiudere la comunicazione col mondo per aprire quella interiore potrebbe pareggiare i conti, se non vogliamo che il telefonino diventi il nostro “grande fratello”.Virginia Woolf diceva:” L’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni”.


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Un'altra estate


In estate mai perdere il ritmo!
Mantenere lo stesso standard dell’inverno anche se la sveglia suona più tardi. Il rischio è trovarsi nel pieno gorgo della noia, quando, venuta a mancare la nostra routine, non sappiamo cosa fare. Il riposo è la parola d’ordine, che può produrre effetti strani e calarci nella più profonda incapacità di godere il tempo senza impegni di lavoro. Molti fanno progetti strani, insoliti, altri vogliono fermarsi, altri ancora promettono di fare l’impossibile. Poi, con tutti i buoni propositi, si finisce  in nuovi e strani ritmi come dormire poco e male, saltare i pasti, raffreddarsi, beccarsi il colpo della strega, curare le punture degli insetti, far fronte a un’orticaria. Sì, in estate  facciamo tutto tranne quello che vogliamo. Gli amici, che dovrebbero accompagnarci nei giorni di relax, hanno altri impegni o vanno lontano, i figli costringono a orari a loro vantaggio e ci accorgiamo di prendere  nuove abitudini che non avevamo in inverno. L’estate è sempre diversa, soprattutto è ingestibile. Dipendiamo dal tempo, dall’umore, dal benessere psicofisico, dagli altri. E’ come chiedere la luna mentre il mondo ci resta appiccicato e non possiamo prendere in considerazione i nostri bisogni. E’ un male anche aspettarsi troppo, o fare progetti credendo possano andare a buon fine. Basterebbe non essere legati a orari, avere un po’ di gente intorno, ma non troppa, vivere di più all’aria aperta e non farsi problemi, essere flessibili, forse più accomodanti, e mettere giù il dito che molto spesso puntiamo contro gli altri. Cerchiamo gli amici di sempre,quelli che ci sopportano o ci conoscono bene, il divertimento, le serate in compagnia come se, facendo il pieno di quello che non possiamo fare in un altro periodo, stessimo tranquilli e soddisfatti della nostra vacanza. A tirarci in impaccio ci pensano gli insetti che si nutrono di noi, il mare mai pulito quanto vogliamo, le scottature, le congestioni, l’insonnia, le provviste, il gelato serale, i parenti che ci fanno visita, gli amici che partono. Una stagione attiva quanto mai, per niente serena, né tranquilla. Così il libro da leggere attende, l’abbronzatura stenta, il  caldo ci opprime, la pigrizia ci prende e non sappiamo più se siamo ammalati o siamo gli stessi di quando avevamo i nostri ritmi. Dovremmo fare vacanze a piccoli sorsi durante tutto l’anno. E pensare che in inverno rimandiamo tutto all’estate quando ci promettiamo di fare grandi cose, così da mantenere alte le aspettative e sopravvivere alle giornate buie e corte. E quando arriva l’attesa estate non vogliamo altro che dare sfogo ai nostri progetti. L’ingiustizia poi è  una stagione calda di pochi mesi e un inverno lungo. Se almeno avessimo stagioni  di pari durata, sarebbe già diverso. In tre mesi vogliamo concentrare l’impossibile e si finisce per avere risultati inconcludenti. Alla fine le giornate indimenticabili sono quelle all’aria aperta col frinire dei grilli e delle cicale e il ronzare delle api, con fiori e verde che invade i sentieri e le colline, con i nostri giardini ricchi di aiuole ben curate o orti dove raccogliere frutta e verdura. Le giornate  afose  ci impediscono di pensare, i pasti saltano per mancanza di appetito, qualche volta  il menù ammette il gelato  a pranzo come premio o dieta improvvisata. L’estate è seguire il piacere di non stressarci, spesso controcorrente, come salmoni risalendo il fiume. Il cosiddetto perdere tempo in cose da nulla, in contrattempi non è poi un fatto grave. E’ il corpo che ce lo chiede, stanco di essere svegliato dalle suonerie, di sentire i colleghi, di mangiare sempre al solito orario, di non potersi permettere di fantasticare, concentrati sul da farsi, con sorrisi sempre tirati, arrabbiati, pensierosi. E’ tempo di guardare il cielo e rendersi conto di quante nuvole ci sono, come cambiano le foglie sugli alberi o notare le sfumature  del mare con occhio insolito. L’estate è guardare le persone senza la fretta dell’abitudine e del dovere, ma scoprire le loro espressioni, i segni del tempo che passa, il bisogno di ascoltarsi. L’estate è il nostro tempo che trascorre inesorabilmente e non dobbiamo dargli troppe incombenze o esigere molto, solo viverlo lentamente per ricaricarci, lasciando che i pensieri vaghino e trovino un nuovo assetto. Dobbiamo imparare ad ascoltare il corpo che manda segnali inequivocabili di ciò che abbiamo bisogno. Esso non dimentica, tutto passa addosso a questo miscuglio di sangue e pelle e tutto segna, annota, resta dentro come i cerchi di linfa all’interno di un albero. Metterci in suo ascolto potrebbe essere il modo più semplice di capire cosa vogliamo.  Bisogna trascorrere l’estate come un tempo ordinario, ma nuovo e più disteso. Anche questo è   tempo che passa e  non torna più. Dovrebbe essere un tempo vuoto, straordinario ma  che riempiamo per renderlo normale, incapaci di sottrarci alla routine e alle abitudini e alla paura di sprecarlo o perdere la continuità tra prima e dopo.

Dipinto di Mauro Valori



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Poldark




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In una sera d’estate seduta a cercare un film in tv, noto tra le serie a disposizione quella di Poldark. Ammetto di avere un debole per il personaggio sin  dalla prima volta che l’ho visto nello sceneggiato del 1975,  proposto dalla televisione inglese con Robin Ellis. Ricordo che aveva il sapore degli sceneggiati di Anton Giulio Majano: La cittadella, E le stelle stanno a guardare, entrambi di A.J.Cronin, a cominciare dalla colonna sonora che preannunciava burrasche.  Non ho letto i libri, ma ho amato subito il personaggio e l’attore inglese incarnava il perfetto capitano di marina, con la sua Demelza, un’attrice che ricordo di grande bravura. Sulla scia di questo sceneggiato, durante il mio viaggio in Inghilterra, ho visitato le miniere di Poldark facendomi rivivere la stessa atmosfera che si ha guardando il film. E che dire quando ho visitato la Cornovaglia dove è ambientata la storia. Un luogo di gran lunga più maestoso di quello che si vede in tv. Comprendo l’autore della saga dei Poldark, Winston Graham, che visse per quarant’anni in Cornovaglia. Quando abiti un luogo del genere, sei ispirato ovunque ti giri! Amo la letteratura inglese,  per quanto ci sia il pregiudizio, anche degli stessi Inglesi, nell’affermare che la nostra sia la vera letteratura. Ci invidiano il Rinascimento e la fantasia, ma io trovo la letteratura di ogni paese importante. La nuova serie di Poldark con Aidan Turner ed Eleonor Tomlinson è degna di rilievo. Lo dicono gli ascolti della Bbc One, e quelli italiani ancora alla seconda stagione, mentre in Gran Bretagna si sta per girare la quinta. E’ un romanzo sulla saga dei Poldark, antica famiglia nobiliare inglese che lotta da sempre con gli avidi Warlaggan. Sin dal primo episodio l’ho trovato avvincente, moderno, reale, molto più del primo Poldark. Sicuramente la tecnologia premia, ma ogni aspetto è ben curato, a cominciare dalla colonna sonora, le scene, i costumi, le interpretazioni. I paesaggi della Cornovaglia rappresentano un’attrazione ulteriore, per non dire degli attori, tutti giovani e bravi. Sono sceneggiati che riescono a tenere incollati allo schermo milioni di telespettatori come sta accadendo. L’autore vivendo in Cornovaglia ha fatto di questa terra il luogo di una saga volendo essere scrittore ad ogni costo. Dialoghi mai banali, molto freschi, a volte spiazzanti, efficaci, con aplomb e umorismo, e  forse sono il vero motivo del successo. Ross Poldark è un capitano di marina che, per  sfuggire alla giustizia, parte per la guerra. Ritorna sfregiato in patria e scopre di aver perso tutto: il padre è morto, le miniere esaurite e la sua promessa fidanzata sta per sposarsi. Spinto da una forza d’animo non indifferente, per non perdere quello che il padre gli aveva lasciato, si rimbocca le maniche e cerca di risalire. E’ un uomo di grande generosità, senso del dovere,  sempre in lotta contro il potere per i soprusi che infligge ai più deboli. La verità è che il suo animo battagliero, testardo e coraggioso gli dà le marce per rischiare in ogni cosa, senza mai mollare. E quella velocità d’azione e di pensiero, che sembrano essere sue debolezze, si rivelano mosse risolutive più di quanto egli stesso immagini. Ho seguito Poldark fino alla quarta stagione ancora non trasmessa qui in Italia, ovviamente l’ho vista in inglese, un modo per riscoprire anche la lingua e non mi sono annoiata per niente. Interessante i riscontri storici, l’epoca di fine XVIII secolo caratterizzata da tre Rivoluzioni: Industriale, Americana e Francese, così come un mondo ancora in formazione. Paesaggi straordinari, storie di umanità e di fatti sempre attuali dove campeggia l’amore con le sue battaglie, le sue vittorie e sconfitte. Una storia fatta di vita e passioni, caratteri,  di forti sentimenti che volgono anche al peggio, talvolta portati all’estremo come la vendetta, l’invidia, la cattiveria, l’ingordigia. Eravamo rimasti a  David Copperfield di Dickens,  Orgoglio e pregiudizio e Ragione e sentimento di Austen, o La fiera della Vanità di Thackeray. La letteratura di fine XVIII secolo porta con sé il concetto che la morte dà agli uomini la forza di sopportare le avversità della vita. L’urbanizzazione dà al ceto abbiente modi superbi nel trattare con quelli che vivono in campagna, vanificando il loro umile lavoro. La frase di Thomas Hardy “Via dalla lotta ignobile della pazza folla” che dà anche il titolo al suo romanzo, inneggia al bisogno di solitudine per ritrovare se stessi in un periodo in cui la vita si concentrava nelle città, col fenomeno dell’urbanizzazione, accrescendo il divario tra i ceti sociali. Concetto che in Italia aveva scosso il Parini a formulare le stesse considerazioni. In questo scenario sociale Poldark diventa paladino dei più deboli e la sua generosità così come la filantropia superano ogni normale considerazione.
Winston Graham nacque a Manchester nel 1908 e fu un prolifico scrittore che oltre alla saga di Poldark scrisse molti altri romanzi. Tra gli altri Marnie, ripreso da Alfred Hichock nel 1963 e interpretato da Tippi Hedren, madre dell’attrice Melanie Griffith, e Sean Connery. La sua produzione letteraria gli ha fruttato una fortuna tanto che, per evitare il fisco inglese, andò a vivere a Cap Ferrat in Francia, per poi ritornare, nello stesso anno, alla sua amata Cornovaglia ammettendo che avrebbe sopportato il fisco pur di non annoiarsi.
 Poldark è atteso anche in Italia, a grande richiesta. Gli stessi libri della saga non hanno avuto mai così successo come ora sull’onda delle serie televisiva che ha fatto scoprire i vari romanzi e il periodo storico. E gli Inglesi sono così attenti a quello che leggono e che seguono in tv che nel 1996 il film su Poldark, dal titolo Strangers from the sea, provocò malcontento per i personaggi poco credibili  che si allontanavano molto da quelli precedenti dello sceneggiato televisivo del 1975. E se una serie di successo serve a riconsiderare una certa narrativa sepolta, che ben venga. Cinema e letteratura sono due aspetti in correlazione che amplificano trame e storie e ne facilitano la divulgazione. Solo che non sempre il connubio riesce così felice come in questo caso. E si possono riscontrare casi divergenti come quando a  un grande romanzo seguono deludenti risultati televisivi o di cinema  o a una letteratura di nicchia ci si può trovare davanti a un risultato inaspettatamente di successo. Ma a volte si riscoprono trame solo per credere vadano bene con i tempi, o si possano riproporre per averle lasciate sedimentare abbastanza. Poldark è un concentrato di tutto questo. Un successo non sempre lo si può comprendere, è sempre frutto di tante motivazioni e a volte anche poco spiegabili. Un po’ come l’amore, non segue alcuna logica.

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Luoghi che ricordano la nostra vita passata



Spesso ho la sensazione che luoghi a noi sconosciuti abbiano un significato e un richiamo  al di sopra del normale. Mi è capitato ultimamente con un luogo di particolare predilezione che non ha niente a che vedere con la sua  bellezza. E’ una predisposizione dell’anima verso quel posto come se lo avesse sempre conosciuto, anche se si tratta di una terra  lontana. L’ho visitato una sola volta e al solo ricordo accadono in me reazioni inspiegabili. La prima volta che ci sono andata è stato più  un caso che altro, ma a volte anche le cose che ci sembrano scelte a caso hanno una logica. Quando sono giunta lì ebbi la sensazione di esserci nata e di conoscerlo bene. Nessun fatto procurò in me novità o scoperta. Mi erano familiari ogni pezzo di terra che battevo, ogni angolo, riuscivo ad aggirare perfino i pericoli. Un fatto che non si poteva spiegare e nemmeno gli altri avrebbero capito. Non mi era chiaro come un posto incantevole, che conoscevo per la prima volta, non destasse in me meraviglia ma solo un effetto strano ed emotivo. Di quel viaggio restano le foto e solo a guardarle sono trasportata lì. Poi, consapevole di non poterci ritornare né a breve né a lungo termine, l’attenzione scemò. Ma ultimamente questo richiamo è ritornato in seguito a una serie televisiva, un remake di un’altra che avevo visto circa 20 anni fa e che, come adesso, mi produsse gli stessi effetti di oggi. Ebbene, rivedendo i luoghi, da me visitati, attraverso lo sceneggiato, ho avuto le stesse reazioni di un tempo e ho provato l’esigenza di ritornarci, come se ci avessi lasciato qualcosa di mio.

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 Una sensazione inspiegabile e più forte di ogni altra cosa. Ho ripensato alla possibilità di ricordare altre vite vissute e pertanto, forse, ne ricordo una passata. Detto così può sembrare una stupidaggine, ma questo fenomeno deve pur avere una spiegazione. La trasmigrazione delle anime è alla base di tutte le religioni orientali e la filosofia ne parla abbondantemente. Il passaggio dell’anima  dopo la morte biologica del corpo in un altro è spiegata non solo dalla necessità di raggiungere la perfezione, ma anche dal fatto che la coscienza è  come un’ energia che non si estingue con la morte corporea. E’ come se sentissimo dentro di noi una forza incontrollabile e travolgente che ci precipita in una tale direzione, forte di qualche ricordo rimasto sulla coscienza e che fa tendere anche il corpo in quella direzione. Il fatto che quel luogo susciti in me emozioni e pensieri al di sopra di ogni possibile realtà, mi riconduca a situazioni come se fossero frutto della  fantasia e invece sono attrazioni forti a cui non resisto, può spiegarsi solo come qualcosa di già vissuto. Lo sceneggiato in questione mi immette in una dimensione oltre, dove io non faccio che riprendere esperienze vissute. Quello che avevo sempre creduto pura fantasia, è forse un ricordo che mi riporta lì.  Ormai sono passati tanti anni, da allora, e di quel posto ricordo l’energia che mi dava, una forza interiore, mentale, creativa. Ho sempre pensato che la suggestione sia un aspetto da non sottovalutare, ma essa non è un’azione così duratura nel tempo. Secondo la legge del Karma ogni vita è influenzata dalle sue precedenti e la sua memoria gioca un ruolo fondamentale in questa  attuale. Come se una matrice fosse ancora in noi e ci indicasse qualcosa, ci riportasse echi di vite anteriori. Una spiegazione filosofica e religiosa non basta a darmi chiarimenti in merito. Siamo poi abituati, quando si parla di questi fenomeni, ad essere approssimativi, evasivi, scettici evitando ogni implicazione visto l’ impossibilità di spiegazioni plausibili e convincenti. Purtroppo non siamo capaci di capire dimensioni diverse da quelle che viviamo e a volte siamo sconosciuti a noi stessi.
Con la tecnica dell’ipnosi si riesce a far riemergere esperienze  passate prima della nascita, ma non avendo sperimentato questo metodo, non posso nemmeno sapere se sia o meno esperienza di esistenza di coscienza anteriore alla vita attuale. Gli studi in tal senso affermano che i bambini sono i migliori detentori di notizie delle loro passate vite e le  ricerche con gruppi di ragazzini hanno confermato che tutto quanto dicevano sul loro vicino passato era realmente riscontrabile. Questo può affermare l’immortalità dell’anima. Secondo Platone l’anima è incorporea e semplice, che vive, dà vita ed è immortale. Essa non può morire e, prima di calarsi nel corpo, contempla modelli perfetti nel mondo delle idee, conoscenza delle quali avviene non attraverso i sensi e l’esperienza, ma da un’intuizione intellettuale a priori. E “sottile” è anche l’anima di Lucrezio nel suo De Rerum Natura di particelle minuscole e di germi molto più piccoli di quelli da cui è formato il liquido umor dell’acqua, o di nebbia, o di fumo, infatti molto li supera in mobilità, e si muove sollecitata da impulsi più lievi, sebbene bastino a stimolarla le parvenze del fumo e della nebbia” . Ciascuno di noi resta nel proprio mondo fatto di sensazioni ed emozioni e forse un retaggio di vite passate di cui non sappiamo nemmeno l’esistenza e  indaghiamo a fondo solo su quello che ci capita. Ci limitiamo a prenderne atto e ci accontentiamo della nostra conoscenza sensibile. Ognuno di noi è un mondo o comunque una parte di questo mondo estensibile al passato e al futuro ma  ci basta controllare il presente come unico dato utile tralasciando quello che potrebbe affollare la nostra vita sensibile. Tutto ciò che non vediamo, tocchiamo, o possiamo controllare sensibilmente lo accantoniamo. Ed ecco allora che fenomeni come questi non ce li spieghiamo. Ma se a contatto con questa realtà il mio io cambia notevolmente producendo sensazioni e stati d’animo mai avuti, reazioni incontrollabili, che stentano a rientrare nella normalità e questo ogni qualvolta che quel luogo giunge a me in qualche modo, sia esso nel pensiero, nel ricordo, nella visione di film  o in una semplice foto, non posso liquidare il fatto come una suggestione. Credo che qualcosa di simile ad esperienze passate prima della nostra nascita, risieda anche nei sogni, dove accadono fatti non sempre spiegabili, come parlare un’altra lingua pur non conoscendola nella realtà, di vivere azioni mai compiute o vedere volti e fatti che non accadranno mai. Ad ogni modo se un luogo evoca tanti stati d’animo, inquieta più del dovuto, diventa un’ossessione e non smette di presentarsi ai sensi come qualcosa di vissuto, deve pur esserci qualche legame. A suo tempo, quando ci sono stata, mi diressi verso dei massi che costeggiavano un sentiero alla ricerca di una pianta, una sorta di prezzemolo selvatico, e cercai con tanta cura che ne trovai un po’. Fu solo dopo, in un negozio del centro che vidi la stessa erba racchiusa in buste e che mi spiegarono essere un tipo di prezzemolo. Incredibile! Cosa ne sapevo io di quel prezzemolo? Intanto vivo questa esperienza come qualcosa di già accaduto, non riconducibile a un dejavù, che d’altra parte ha la durata di brevi attimi. E se anche, oggi,  evito qualsiasi contatto visivo di quel posto, aumenta la mia attività creatività che mi riporta quelle colline, case, scorci, paesaggi. Potrei liberarmene solo rappresentando col disegno le scene che appaiono alla mente senza che io le abbia richiamate, come unica  testimonianza di quello che mi succede pur non potendolo spiegare. E se come dice Lucrezio l’anima viene sollecitata anche solo da parvenze di fumo e nebbia, sono entrata in una nebulosa dove più piani di vita si incontrano o si scontrano o si perdono nel ricordo e nel vissuto o fanno parte dell’esistenza dove ciascuno porta le orme degli altri e siamo legati gli uni agli altri più di quello che immaginiamo, come una grande anima i cui brandelli si disperdono per poi rincontrarsi.


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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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