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Rosella, lo specchio dell'anima

Rosella", lo specchio di un'anima."


Rosella" (Sangel Edizioni) dell'autrice Filomena Baratto è un romanzo biografico che racconta la vera vita della madre e delle origini della sua famiglia.


Un romanzo intenso ed appassionante, ma soprattutto molto interessante che riporta il lettore in un'epoca andata, in un'atmosfera rustica e nostalgica dei tempi che furono. Soprattutto se si pensa alle famiglie dei nostri nonni e dei nostri bisnonni, oltre che dei nostri genitori. L'autrice descrive con minuzia di particolari ogni ricordo bene impresso nella sua memoria, ogni passaggio, ogni scena, ogni luogo e, naturalmente, ogni personaggio, raccontandone vizi, virtù, atteggiamenti, malinconie, disagi, problemi e certamente onori e oneri. L'autrice, quindi, nel raccontare le proprie origini, in realtà rivisita la sua memoria, ripercorre il destino di sua madre e quello di tutta la sua famiglia.E' un racconto piacevole, che non ha sbavature, che sa esplorare l'animo umano dei suoi personaggi, che sa trovare e far riemergere i valori di un tempo, quelli che nella nostra società odierna sembrano sbiadire sempre più. Un romanzo che si legge con gioia, che si scopre poco alla volta, che si sente proprio, pagina per pagina, che si fa quasi proprio nel seguirne il percorso, perché la storia consente una scoperta dietro l'altra, con la consapevolezza che siano "avventure" vere. Il linguaggio è semplice, scorrevole, risoluto, pratico e permette al lettore di immedesimarsi, di venire coinvolto, a sua volta, dalle vicende che si rincorrono e che trovano una propria naturale evoluzione.Un romanzo che va letto, che va sfogliato e magari vissuto con i suoi personaggi e con l'autrice che ne è fiera testimone con il coraggio di esporre le proprie vicende personali, di rendere partecipe il pubblico, di coinvolgere i lettori e permettere agli stessi di comprendere ciò che ha costellato il suo destino."Rosella" dell'autrice campana Filomena Baratto è reperibile in tutti i siti di shopping on line ed ordinabile in ogni libreria italiana.


di Tiziana Iaccarino.



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Un foglio per amico

Una famosa canzone di Lucio Dalla comincia con "Caro amico ti scrivo" e sarebbe un'ottima cosa poter scrivere spesso a un amico o un'amica per farsi ascoltare.




Scegliere un'amica non sempre è facile e anche se abbiamo la nostra amica del cuore, succede sempre, immancabilmente, che proprio in quel momento è troppo impegnata, o ha difficoltà anche lei o abbiamo finito di rincuorarla da poco e non ce la sentiamo di investirla con le nostre lamentele. Allora le passiamo in rassegna tutte: una non va bene perchè quella problematica non la può capire, un'altra perchè ne farebbe un'esagerazione, l'altra sminuirebbe il contenuto, l'altra ancora prende tutto con ironia o con troppa filosofia. Alla fine della nostra rassegna siamo rimasti soli con noi stessi. Sarebbe stato meglio non fare tutta questa disamina e passare direttamente a confidarci con l'amica più affidabile e basta, senza fare osservazioni in merito, ma non sempre riusciamo a essere così distaccati o semplicemente egoisti e pensare a noi stessi.Quando tutto ci sembra difficile e noi abbiamo una gran voglia di far sentire le nostre ragioni e raccontare le trame del nostro vissuto o di situazioni che ci fanno stare male, non ci resta altro che il foglio per raccogliere gli echi dei nostri pensieri.

Il foglio, talvolta ci mette più paura dell'amica più cinica: non sappiamo da dove iniziare, nè cosa scrivere per primo o se ne valga realmente la pena tracciare un percorso di notizie come se stessimo annotando una lista o facendo un memorandum.



Noi e il foglio, due perfetti sconosciuti! E invece anche il foglio ha bisogno di noi, basta poco per riempirsi e non sentirsi più solo, compagno nel bisogno e strumento di trasmissione quanto mai utile. Badate, non ho detto digitare il nostro pensiero, ma scrivere, sì, con la penna, dove possiamo scarabocchiare e cancellare come vogliamo, dove mentre pensiamo facciamo i nostri ricami così tortuosi da non riuscire a capire cosa diavolo stavamo pensando per fare quello obbrobrio. O forse dare spazio alle nostre cornicette così carucce che oltre a distrarci dal pensiero che vogliamo appuntare, ce ne fanno proprio dimenticare! Vale soprattutto per noi donne, i maschietti sono un po' più concisi, veloci e non si perdono in fronzoli di ricami e ghirigori, ma appuntano quando hanno già la frase e vanno avanti anche con una certa fretta.



Il pericolo è di riempire pagine che dicano sempre la stessa cosa. Ma anche questo può essere positivo, indicativo del nostro malessere: scrivere più volte lo stesso pensiero con parole diverse, vuol dire che quello è il nostro malessere e riusciamo a fare il punto della situazione.



Ci sono difficoltà che hanno bisogno solo di essere raccontate, altre invece di tempi più lunghi per capirne l'essenza, altre richiedono solo rassicurazioni, altre ancora di condividerle con gli altri. In ogni caso scriverne non può fare che bene alla nostra mente e al nostro cuore che si libera di notizie, sensazioni, emozioni che a volte, come una valigia troppo carica, di cui non ci servono tutte le cose contenute, va alleggerita e rinnovata.




Spesso potrebbe servire il metodo misto, cioè scrivere su un foglio le nostre difficoltà e poi leggerle alla nostra amica e riuscire così anche a discuterne. Perderemmo meno tempo nell'elaborazione di quello che vogliamo dire e riserveremmo tutta la nostra attenzione alla discussione dell'argomento descritto. Scrivere allenta le tensioni e fa riflettere, per cui anche i sentimenti subiscono dei cambiamenti: quelli negativi tendono ad affievolirsi, mentre quelli positivi tendono a enfatizzarsi, il tutto dosato con maggiore lucidità disperdendo gli effetti drastici o improduttivi del nostro malessere. In molte occasioni, in discussioni accese, vengono fuori parole anche troppo dure, che se avessimo provato a scrivere, avrebbero sortito un effetto più diluito.


Imparare a mettere i nostri pensieri su carta non è necessariamente una forma di scrittura letteraria, ma semplicemente un espediente per organizzare il pensiero e comprenderlo meglio, soprattutto quando parliamo del nostro io più profondo e abbiamo difficoltà a spiegarci le nostre motivazioni. Chi scrive per passione, sa che mettere penna su foglio significa sbrigliare anche la propria fantasia, che non aspetta altro che lo spunto per creare e dare forma alle idee nei modi più svariati.




Mi piace scrivere al mio amico bianco, riesco in poco tempo a riempirlo così tanto che sicuramente quando mi vede trema. Poi rileggo e già va meglio, rileggo ancora e correggo, rileggo e rileggo fino a renderlo scorrevole. Alla fine mi rendo conto che quello che volevo dire si riduce a poche righe, ma ho dovuto lavorare di testa e di penna per formulare in parole quello che in origine era solo un pretesto per scrivere.
























Tanta serenità

Mai come in questo periodo dell'anno siamo dispensatori di auguri a più non posso, senza nemmeno rendercene conto, con l'auspicio che le cose ci vadano bene, che la vita ci dia ciò che desideriamo o che tutto vada nel verso in cui ci auspichiamo. Augurare è il verbo della speranza, dell'attesa, del presagire ciò che accadrà.



L'etimologia della parola la vede legata agli "auguri" coloro che davano indicazioni sul futuro attraverso i sogni o semplicemente la lettura dei fatti. Il termine deriva anche dalla parola latina "augere" ovvero accrescere, aumentare e in tal senso va inteso come un volere prevedere abbondanza di fatti positivi e che portino tanta serenità. Augurare un futuro bello e prosperoso, ricco di sorprese e ogni sorta di bene è quello che chiediamo un po' tutti per sè e per gli altri.



A volte , però, siamo un po' troppo proiettati nel futuro, in questa ricerca spasmodica di volere l'optimum dal domani e magari perdersi il meglio di un presente, forse meno eccitante ma per niente scialbo. Il futuro, da sempre, proprio perchè inconoscibile, ci attrae fortemente e questo dipende dalla considerazione che possa essere migliore del nostro presente, possa darci meno dispiaceri, possa risultare più intrigante e radioso, possa contenere i nostri sogni e noi vogliamo raggiungerlo quanto prima . La vita, anche nei suoi momenti eccezionali, si presenta sempre in una normalità che forse non ce ne rendiamo conto. C'è una costante nella nostra vita, quasi un limare gli avvenimenti che non superano mai una certa soglia, perchè la nostra vita è fatta di momenti che in misura diversa contengono sempre emozioni che si bilanciano in positive e negative, anche nei momenti straordinari e unici. Ci sono eventi che segnano la nostra vita ed eventi ordinari che riempiono le nostre giornate, ma tutti portano emozioni positive e negative. Quest'ansia del futuro che, secondo noi, è scevro da ogni brutta esperienza come fosse depositario di soli eventi eccezionali, è pura fantasia. Questo dovrebbe bastarci come esperienza per farci vivere meglio il presente e imparare a non attendere eventi straordinari ma saper vivere quelli ordinari che ci possono dare emozioni di gran lunga più durature e profonde.



La nostra ansia ci porta a ricercare momenti sempre ricchi di emozioni che possano darci continue sensazioni di felicità e riponiamo nel futuro la possibilità di vivere il meglio della nostra vita.D'altra parte la nostra preoccupazione è di vivere intensamente la vita senza privarci di nulla, provando a esprimere i nostri desideri e sperando che essi si avverino e allora l'augurio è di provare sempre grandi cose, grandi emozioni, sensazioni, sentimenti, amori, passioni...



L'augurio più bello è quello di vivere le nostre emozioni sempre con grande partecipazione senza relegarle al futuro ma viverle giorno per giorno proprio per non perdersi nulla .































Il profumo del Natale

Una volta, da bambina, Natale arrivava col profumo di muschio tirato dai muri di cinta della strada per fare il presepe. Ricordo che il nonno lo allestiva nella scala che portava giù in cantina. Appena si apriva la porta, risaltavano le lucine della grotta con su la cometa e tanti pastori sparsi sugli scalini. Si notavano nitidamente Maria e Giuseppe e il poco calore in tutta la cantina era prodotto dal povero bue e asinello, che da soli non riuscivano a scaldare tutto quel freddo! Trovavo sempre una scusa per andare ad aprire la porta della cantina e sbirciare dentro cercando la famigliola illuminata sotto la cometa! Il nonno mi spiegò, dopo averglielo chiesto, che il presepe era stato costruito lì per dare un po' di luce alla cantina umida e gelata e Gesù era nato al freddo e al buio di una grotta, per cui quella cantina era perfetta. Quella spiegazione non mi piaceva e io talvolta prendevo in mano i pastori per riscaldarli e poi li riponevo di nuovo al loro posto osservando a lungo i loro visi e gli abiti e le pecorelle così piccole e come guardavano lì nella culletta a cercare il piccolo neonato!

Il mio profumo preferito era quello delle arance secche con le bacche e la cannella, che servivano per decorare, un'arte della nostra vicina che preparava non solo le marmellate di arance , ma anche gli addobbi per la casa. Di mattina presto, col freddo pungente dell'inverno sulle colline, c'era bisogno di riscaldarsi e tutti in casa prendevano il caffè con l'anice. Io pretendevo di bere dalla tazzina l'ultima goccia di caffè che aveva il gusto dell'anice e quel sapore mi restava fino al pasto successivo. Il profumo per eccellenza dei miei Natali, in assoluto, era l'anice sciolto col miele per ricoprire le zeppole, fatte scolare nelle carta assorbente con le foglie di alloro. Quello sì che era un profumo speciale per me e da solo mi rappresentava il Natale. E poi quello del lievito che si diffondeva per la casa quando i nonni impastavano le zeppole e che dire dei confettini, dell'olio fritto e del pesce o dei mostaccioli appena presi in pasticceria con la pasta di mandorle e le cassatine...e gli struffoli passati nel miele con la frutta candita e le torte di fichi e di noci, vere delizie dei palati di noi bambini che attendevamo come la manna dal cielo!


Natale era anche il profumo di paglia nella mangiatoia delle mucche che sapeva tanto della culletta del Bambino e quel latte sparso nei secchi grandi intorno, richiamava i pastori alla capanna. Il mio piacere raddoppiava quando sul mobile in cucina arrivavano i frutti di marzapane portati dal nonno quando andava giù in città per commissioni. La vista era allietata da tanti colori e quei piccoli frutti erano un piacere da mangiare uno dopo l'altro. Scomparivano dal piatto e nessuno sapeva niente, ma mi tradivo da sola con lo zucchero sparso sui vestiti e allora venivo puntualmente smascherata!

Tutti questi profumi sono rimasti in me e sono proprio loro a spingermi verso le tradizioni della mia infanzia, il periodo più bello della nostra vita. Nel tempo ho mantenuto le stesse tradizioni di allora per non perdere i miei profumi e la mia casa li deve contenere tutti per sentire il mio Natale.






"Rosella"evento letterario allo Square di Sorrento

L’ 11 dicembre una nuovo evento letterario, tra musica di sottofondo, accoglienza amicale e prelibatezze culinarie si è tenuto a Sorrento presso lo Square, nell’ambito del ciclo di appuntamenti “Aperitivo con l’autore”, dove i pomeriggi si trascorrono all’insegna della cultura e della buona tavola grazie alla collaborazione del bar-libreria con il gruppo “Il caffè delle muse”: Carlo Alfaro e Marianna Scarpato hanno presentato “Rosella”, intenso romanzo d’esordio della stabiese Filomena Baratto, già interessante autrice di un libro di liriche. Introdotta da Anna Bartiromo, intervistata da Carlo Alfaro, la scrittrice ha commosso il pubblico in sala con il suo scritto ricco di eventi e colpi di scena, che racconta le tante vicende attraverso le quali passa la protagonista, una donna forte e piena di vita, coinvolgendo il lettore dalla prima all’ultima parola. Gli stralci del testo, scelti da Marianna Scarpato, sono stati mirabilmente declamati da Carlo e Marianna, che con le loro voci alternanti hanno dato vita ai tanti vividissimi personaggi. L’interesse del testo investe più livelli oltre quello strettamente letterario, per lo spaccato socio-culturale che offre di un’epoca- la Vico Equense degli anni ‘50-70-, per i molti temi esistenziali nascosti nelle pieghe della vicenda, fatti emergere da Carlo nell’intervista- l’adozione, i rapporti genitori-figli, l’amore, l’amicizia, la violenza, il tradimento, l’abbandono, la malattia, la perdita-, e, non ultimo, per il valore umano e personale dell’opera, dato che la scrittrice confessa, all’intervistatore e al pubblico partecipe, che nulla di ciò che racconta è frutto di fantasia, ma tutto vero e sperimentato nella sua carne di figlia della protagonista, presente in ciascun passo della storia, ad assistere al dipanarsi assurdo del destino, come imprevedibilmente vera e crudele sa essere solo la vita.






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Il Caffè letterario

Da quando giro per le presentazioni del mio romanzo"Rosella", ho scoperto il piacere del caffè letterario.
E' un luogo soft, dove ci si raccoglie attorno al banco del bar per qualche consumazione, ma si tende l'orecchio anche a quello che si dice dall'altro lato della sala, dove quasi sempre si parla di libri. La serata comincia quasi in sordina, guardandosi intorno, bevendo qualcosa, aspettando amici, incontrandosi con esperti del settore e lasciandosi andare in attesa dell'afflusso lento ma continuo di pubblico.


Parlare di libri è un'arte quasi quanto quella di scriverli. Chi parla di libri dev'essere informato, deve aver letto il libro di turno, deve conoscere la vetrina del momento, il libro che tira di più, deve essere ben motivato a volgere il cuore e l'attenzione all'autore che presenta. Non è semplice imbastire una presentazione in un caffè letterario, per il luogo insolito dove si svolge un evento che, fino a poco tempo fa, era relegato solo ed esclusivamente alla libreria. Col tempo si è capito che bisogna portare il libro presso il lettore, coinvolgerlo, attirarlo e informarlo dettagliatamente. Il connubio Caffè-libri, pare stia andando bene: seduti ai tavolini, si ascolta l'autore, la sua storia, le curiosità, ci si lascia coinvolgere, quasi rapiti dal libro di turno e l'accoppiamento risulta essere geniale.


Se l'autore si presenta da solo, deve gestirsi il tempo a disposizione esaurendo l'argomento nel modo migliore. Non deve essere noioso ma deve attirare l'attenzione del pubblico con qualche curiosità, aneddoto, retroscena. Più semplice se a presentare è un esperto o un team di persone preposto a tale compito.



Una presentazione letteraria in un Caffè portata avanti da un team di lettura risulta più piacevole ed è fatta secondo uno schema che tenga presente gli aspetti fondamentali dell'opera da porgere al lettore nel modo migliore, con persone competenti e grandi comunicatori, dove ogni cosa è pensata nei minimi particolari senza lasciare niente al caso. Sono proprio le persone amanti della lettura e i critici letterari a costruire un ponte tra l'autore e il lettore.


E' questo il modo migliore di informare e invogliare alla lettura. Il lettore seduto, in ascolto, ha modo di formulare il suo pensiero a riguardo, verificando l'interesse del libro, conoscendo l'autore, trascorrendo qualche ora a riflettere sulla proposta e ad arricchire la sua formazione.


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I luoghi del romanzo "Rosella"


"Rosella" è ambientato nella penisola sorrentina, sulle colline di Vico Equense. E' un territorio collinoso, ricco di vegetazione, dove si alternano terrazze di viti e olivi, che caratterizzano i panorami mozzafiato, a grandi distese di terre coltivate che degradano lentamente verso il mare.

Oggi il paesaggio sta lentamente cambiando per i continui interventi dell'uomo sulla natura e, man mano che si sale verso Faito, sono sempre più le case e i palazzi a prendere il posto degli oliveti e dei vigneti, dei grandi alberi di noci che tanta ombra facevano un tempo. Il luogo, anche se più spoglio di una volta, è sicuramente un incanto, per i colori con cui si tinge tutto il versante di montagna, man mano che si sale e nelle varie stagioni che si avvicendano.


Al tempo del romanzo la vegetazione era molto fitta e i boschi erano una ricchezza per questo luogo, fornendo foraggio per le mandrie che davano litri e litri di latte puro. Oggi i bambini non conoscono una mucca da vicino e, per fargliele vedere, le scuole portano le scolaresche negli agriturismi dove le mucche e i vitellini sono visti alla stessa stregua di animali da zoo. Da bambina facevo a gara con i miei amici a mungere e a bere il latte. Quando ero sazia e il latte mi usciva da ogni poro, smaltivo le calorie correndo nei campi e spesso facevo seccare la schiuma sulla punta del naso e le guanciotte senza accorgermene, mentre una puzza di latte insistente si spargeva su tutti i miei vestiti e andava via solo con un tuffo nella grande vasca ricca di profumi di pino e di pesca che piacevano tanto alla nonna. Spesso, mentre mi lavava, lasciava emergere dall'acqua le bucce di arancia secca, di alloro e di chiodi di garofano che insieme davano un profumo che tenevo addosso per una settimana.


Questa zona collinare ha il suo fascino anche per le vie strette e tortuose che dall'alto scendono fino al mare e che permettono di raggiungere i posti più impensabili con facilità, dove con l'auto sarebbe impossibile. C'è un punto strategico da queste parti che ha visto tante volte protagonisti me e prima di me mia madre, sulla stradina che da Avigliano porta a San Francesco: un punto in cui si vede il mare giù, ai piedi di chi osserva, a sinistra si apre una distesa di olivi di un profumo e un colore intenso, mentre a destra una stradina stretta fatta di ghiaia porta giù a San Francesco. Chi riesce a fermarsi per qualche momento in questo punto preciso, ha l'impressione di trovarsi in un mondo incantato. Sarà per la bellezza di questi luoghi che non riesco a staccarmi da questo posto così radicato dentro di me, tanto da riuscire a descriverlo a occhi chiusi. Se poi si ha la fortuna di andarci in estate, ci saranno le cicale che non staccano mai di cantare così da spazzare via dalla mente ogni residuo pensiero negativo. Che dire dell'autunno di questi luoghi, quando i colori si mescolano nelle loro tonalità più ricche e l'occhio apprende l'arte in modo naturale, caricando la mente di forti sensazioni date da una vegetazione che sembra dipinta, con suoni e fruscii che incantano e profumi che inebriano. Di questa stagione è forte l'odore acre del mosto, delle uve ancora attaccate ai rami e che non raccolte, lasciano un profumo incantevole. Un tempo il profumo dell'uva era mischiato a quello del miele prodotto nell'alveare, profumato di un odore intenso e forte di zucchero appiccicoso, misto a foglie di alloro sparse nei viali.

Un altro luogo descritto nel romanzo è il Cilento, una terra arida, poco coltivabile, bruciata dal sole, oggi rivalutata che fa parte del Parco del Cilento. Il Tempone di Diego, padre di Rosella, era situato in una valle che per arrivarci bisognava scendere un bel tratto di strada ripida e scoscesa e ci si arrivava con l'aiuto di animali da soma. Paesaggi brulli, aridi dove la terra era formata di grosse zolle che restavano attaccate anche dopo essere state rivoltate, e dove l'acqua era un miraggio! Ancora adesso il paesaggio è quello di una volta ma ha assunto un aspetto più antropico e la natura viene rispettata anche nella sua asprezza.




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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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