Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

Che bruci anche la politica con la montagna!


Agosto è passato col fuoco appiccato su ogni versante della montagna. Mai come quest’anno è stato bello ritornare sul Faito dopo tanto tempo, addirittura per presentare il mio romanzo “L’albero di noce”.
Dal 2 agosto non ha avuto più pace. Hanno fatto di tutto per abbattere  il verde, radendo al suolo la vegetazione e lasciando un panorama spettrale, quasi surreale. Una montagna senza più verde, carbonizzata. Hanno fatto un lavoro completo come nemmeno i migliori professionisti sono capaci di fare nelle loro professioni. Questo fuoco e questo ardere è un po’ la metafora del nostro tempo che non è capace più di competere con quello che ha prodotto.
Tutto deve essere sfasciato per ricominciare. La terza guerra la immaginavamo su di un campo di battaglia, ma il campo non è quello tradizionale, qui  si sposta continuamente: con il fuoco per le montagne, con gli attentati in ogni paese, con la paura che blocca la nostra vita. Bloccandola diamo vita a nuovi ordini, come se avessimo raggiunto il colmo della civiltà occidentale e non potesse accadere più nulla che faccia alzare il nostro Pil, la Borsa, la concorrenza, il commercio, gli affari. La guerra è in corso già da diverso tempo ed è quello che viviamo tutti i giorni. Solo così si spiega l’accanimento con cui avvengono i fatti come quello di bruciare Faito e tutte le altre montagne. Chi appicca il fuoco esegue e ci vuole del coraggio per dare vita a quel che fa, un coraggio che prende forza da qualcosa: una promessa, un sacrificio, un disegno, un riscontro. Veder bruciare la montagna è come vedere un essere umano agonizzante e nessuno può accettarlo. Anche per le istituzioni vale lo stesso discorso: non sono più valide, non assicurano più niente, né ordine, né aiuti, né interventi, né soluzioni. Si è allontanata di molto dal motivo per cui è nata. Adesso svolge interessi. Questo tipo di politica ha fatto il suo tempo. Intanto Faito è morto, e dire “cui prodest” è da ingenui! ” Prodest” a molti di quelli che credono in un nuovo ordine, nuovo sistema, nuova organizzazione. Una massiccia operazione del genere quasi su tutto il territorio nazionale non è cosa da poco e la si può spiegare  solo  se come risposta ci sono i soldi, non c’è altro motivo. Faito brucia per volere di criminali che non sono solo coloro che ne vanno appiccando il fuoco, ma anche quelli che da lontano seguono i fatti, stanno a guardare,  ne traggono vantaggi, speculano e sfruttano l’accaduto.
Un agosto bestiale! Ma fatte le dovute considerazione questo inferno lede gli interessi solo degli operatori turistici che, rimboccandosi le maniche risaliranno la china anche se in modo costoso e col tempo. Per gli altri? Tranne il dispiacere di vedere la cenere o di dichiarare lo stato di calamità che porterà soldi per rimboschire il luogo, tutti gli altri non vedranno ledere i propri diritti. Quindi non cambierà nulla! Quando cambiano le cose? Quando si ledono i diritti di molti, di troppi, solo allora si cambia, anche a costo di rivoluzionare lo stato di fatto. Una classe politica che non ha più mordente, non è fatta più per governare  ma per manipolare ed essere manipolata, asservire. Il voto lo si dà a chi sembra il più forte che spesso coincide con chi ha più mezzi, 

invece va dato a chi ha voglia di agire e di cambiare in meglio per 
tutti. Ma questa velleità per non restare tale deve essere di molti, moltissimi. Per troppi anni abbiamo assistito a scempi di ogni tipo credendo che le cose andassero così, che fosse l’iter burocratico, o il modo migliore per portare avanti le situazioni. Ma è sempre stata la stessa storia, lo stesso motivo, e anche i bambini capiscono i nessi che intercorrono tra i fatti e la politica e una politica che non risolve i fatti ma pensa ai suoi, non ha motivo di esistere, va buttata via. Negli anni abbiamo respirato aria inquinata, fatto il bagno in acque da cloaca, abbiamo assistito alla morte del fiume Sarno conosciuto a livello nazionale e internazionale per il fiume della vergogna, abbiamo assistito ad ogni sorta di scempio sulle nostre teste e le nostre vite tutte. Quanti soldi arrivati per ricominciare ma mai visti per i fini cui servivano. Se il messaggio da tutto questo è cambiare, allora che si cambi a cominciare dalla politica, crearne una diversa, alternativa, rispondente alle esigenze di oggi, che affronti la vita vera e non distribuisca soldi e appalti.  Questa politica deve morire come è morta la montagna, come è morto il nostro mare, come le scorie nella terra dei fuochi, come le più abominevoli razzie  subite  su questo territorio fino a questo momento. Nella montagna bruciata caliamoci pure "quella" politica che fino ad oggi non ha saputo dare risposte ma solo assenze e vuoti! 




Commenta...

Zio Peppe

Quanto tempo ci siamo visti, io e te? Pochissime volte! Chissà, saranno state anche parecchie quando ero bambina. Allora, non ci facevo caso e, una volta andata via, credevo che che non ci saremmo più visti. E poi, invece, ci siamo rivisti. Tra te e papà tu eri il più dolce, il più sensibile, quello che somatizzava la vita. I tuoi mal di pancia sin da ragazzo erano tutte ansie mal gestite che poi cercavi di placare con il cibo. A vederti sembravi la nonna: stesse smorfie, modo di parlare, viso, contrariamente a papà che assomiglia tutto al nonno. Stamattina, con un rito semplice e una liturgia intensa, ti abbiamo salutato. Per me è come se ci fossimo lasciati allora, quando io ero piccola e tu giovane, come se ogni rapporto fosse finito in quel tempo. Certo è che eri un bel ragazzo, come tutti i fratelli. Mi piaceva la tua dolcezza, il non arrabbiarti mai, la tua pazienza, preciso nei giudizi, giusto nelle parole, serio con un sorriso gioviale sulle labbra, gli occhi da scugnizzo con un velo malinconico. Mi piaceva quando cantavi, facendo il caffè al bar, o lavando le tazze e accompagnando i motivetti con un fischio. Non sei mai stato un narcisista pur essendo un bel ragazzo, il massimo che ti concedevi era pettinarti guardandoti allo specchio sempre cantando le canzoni di quegli anni '60. Allora, mentre lo facevi, ti giravi e mi chiedevi se cantavi bene e mi piaceva che ti fidassi di me trattandomi da adulta. Avevo pochi anni e ti rispondevo sorridendo, talvolta ridendo a crepapelle per come ti rivolgevi mentre accennavi anche qualche passo di ballo. Eri svelto, attivo, sempre vigile e servizievole. Ma il massimo dello spasso era quando ti lamentavi che ti rubavo la scena al cospetto dei clienti, rapiti da me che, così piccola, scrivevo e disegnavo sul bancone con i nonni. E tu a vendicarti chiamandomi “Catarì” un modo per dire che ero grande. Ti ho lasciato lì in quel bar al banco a fare caffè e poi più nulla. Ma ti avrò nominato chissà quante volte, avrò mimato non so per quanto tempo i tuoi gesti, e ti avrò ricordato in mille situazioni. Zio Peppe, il fratello piccolo, il ruffiano di casa, il cocco di mamma, il pasticcione per il nonno, il giocherellone con me, diventato poi uomo, marito, padre, sempre serio, ubbidiente, semplice, come chi si accontenta della vita senza protestare né battere i piedi. Ma anche tu avevi i tuoi  difetti, uno grande era quello di lamentarti, sempre, soprattutto per i mali che ti assillavano. Mali di un ipocondriaco, di chi somatizza, sempre ammalato di qualcosa. Al di fuori di questo contesto eri gioviale e ironico, a volte pungente,  scanzonato, ansioso. Il tuo mondo è stato tra quelle quattro mura, in quel piccolo borgo, in quel bar, in quelle strade di paese che conoscevi così bene. Stamattina, quando ti abbiamo accompagnato, pensavo alla tua vita e quanto ci fossimo mancati. Quando ci siamo rincontrati, sei stato molto affettuoso, mi hai ricordato tante cose col sorriso e con gli occhi, di chi ritorna al passato con piacere. So che sei stato un papà dolce e premuroso, presente e affettuoso sempre e questo ti rendeva ancora più grande. Anche la tua educazione in ogni situazione faceva di te una persona unica. Mi sei rimasto impresso quando arrivavi a Caporivo sulla vespa per scambiare quattro chiacchiere con papà, con quel passo felpato, senza dare fastidio, giusto per un saluto, per tuo fratello maggiore. E come eri venuto così andavi via. Quante persone restano dentro pur andandosene e noi siamo la somma del loro essere, del loro vissuto e di quello che hanno rappresentato. Per me resterai sempre il ragazzo che canta “Non son degno di te” guardandosi nello specchio del bar mentre prepara i caffè. E’ li che sono cresciuta nei pomeriggi che alternavo con l’altra nonna, tra una parola e una canzone, una lamentela e un sorriso, uno sganasciarmi dalle risa e un velo di tristezza che portavi sempre negli occhi. Hanno detto che oggi sei nato e come vedi siamo sempre in differita. Spero che un giorno ci si possa vedere tutti nella nuova vita.
Dicevi sempre che saresti finito a San Francesco prima o poi portandoci le cuoia, e così è stato. Un saluto affettuoso al nuovo bambino che sei!

Commenta...

L'albero di noce a Monte Faito

Questo pomeriggio, alle ore 18,30, presso l'Hotel Sant'Angelo, a Faito, in uno spazio allestito per la presentazione in modo incantevole, ho presentato il mio romanzo "L'albero di noce", Graus editore. Devo ringraziare l'assessore Laura del Pezzo con delega al Faito di Vico Equense per avermi dato la possibilità di organizzare la serata, una persona veramente di grande talento, conoscitrice di Faito sia come luogo che come persone. E' stato un piacere avere un pubblico di tutto rispetto, interessato e motivato ai temi della storia. Contenta anche di aver presentato in questo luogo per la prima volta, menzionato  nel romanzo e che tante volte è stato per me un punto di riferimento nella mia adolescenza. La serata è iniziata con un freddo pungente a cui non eravamo preparati dopo il caldo di questi giorni e, con tutta l'umidità che viaggiava sopra le nostre teste, le persone arrivavano puntuali. Poter parlare di questa storia ancora una volta, mi ha permesso di fare altre riflessioni, grazie anche a un pubblico attento e ben predisposto. La serata ci ha costretti a fornirci di  giacche e felpe, ma in complesso siamo stati bene in piacevole compagnia, a parlare del romanzo. Ringrazio anche i proprietari dell'Hotel Sant'Angelo per aver messo a disposizione la struttura e averci coccolato con le loro attenzioni. La serata mi ha riportato ai momenti passati trascorsi a Faito quando era una tappa fondamentale per incontrarsi d'estate con gli amici.


Commenta...


La montagna bruciata

La terra ha il suo urlo e forse più acuto di una voce umana. Faito, come altre montagne, è stata colpita. Siamo giunti a quel limite di cui parla Thomas Mann nella sua Montagna incantata, romanzo di formazione dei primi decenni del secolo scorso. L’autore fa una disamina del  suo tempo, alla vigilia della prima guerra mondiale. Il romanzo fu pubblicato nel 1924, anche se la sua genesi inizia nel 1912 e  conferma, come tutti quelli dell’epoca, luci ed ombre della civiltà di fine secolo, arrivata al suo culmine, trasportata da quel “placet experiri”, ovvero il piacere di sperimentare, che l’aveva fatta collassare. 



La stessa prima guerra mondiale, sull’onda delle scoperte tecnologiche del tempo, iniziò come un gioco, convinti che il progresso avrebbe portato buoni risultati a chi aveva motivo di innescarla. Ma visto che la storia la si legge a ritroso, l’euforia di avere i mezzi per vincerla si trasformò  in tristezza per quello che si rivelò. Mann si pone sul filo del rasoio, tra vita e morte, tra ironia e tragedia, tra lucide riflessioni e complesse conclusioni. L’incanto della montagna  era una sorta di limbo, dove, venuto a cadere il tempo, tutto avveniva sotto una luce di maggiore consapevolezza. Una clinica di malati che, per chi giungeva da fuori, appariva come un mondo sconosciuto, diverso, irraggiungibile. Oggi ci stiamo lentamente calando in una falsa  consapevolezza che nulla può essere cambiato, tutto  scorre secondo ritmi e stili imposti dove si alternano verità nascoste, motivazioni taciute  e assuefazione a modi di pensare che sono privi di senso e di amore per la vita. Siamo giunti a un bivio o meglio sul ciglio del burrone, oltre, il nulla. Nella storia della Montagna incantata, il protagonista Hans Castorp si reca a trovare il cugino in un sanatorio svizzero a Davos e si accorge di un mondo a lui estraneo, lontano dalla vita e soprattutto dalla sua. Qui si vive in una dimensione diversa, fuori dalla realtà e dal tempo. Un mondo che il protagonista non comprende fino a quando non si ammala e va ad inserirsi in quella stessa realtà incomprensibile fino a poco tempo prima. Solo  attraverso la sua esperienza, si farà carico di tutte le miserie che invece non emergevano a chi si affacciava a quel mondo per la prima volta. E’ un continuo percepire la bellezza della vita in contrasto con l’inizio della prima guerra mondiale, ultima tappa di decadenza di quella società. La malattia è vista come una menomazione fisica e spirituale, come colpa che blocca, frena. Nella malattia  il protagonista si accorge di cose che non vedeva prima. Oggi la stupidità dell’uomo è nel credere che la corsa all’economia sia tutta la felicità del mondo per poi lentamente condurci ad una insoddisfazione perenne che non comprendiamo. La montagna oggi brucia e nel suo fuoco leggiamo quello che siamo diventati, esattamente un secolo dopo, quando la guerra non è fatta di trincee e di campi dove sono sparsi corpi senza vita, ma interessi che avanzano in modo spudorato. Essa brucia per una volontà ben precisa e dietro gli incendi filosofie di vita del tutto contorte e fuori controllo. Piange per aver perso la sua funzione, martoriata, depredata, depauperata, e come essa si spoglia, così l’uomo vive la sua epoca: privo di ogni incanto, di ogni sogno, di ogni passione, vivendo solo dei tentacoli del denaro. L’uomo soffre l’impossibilità di slegarsi da questa morsa, dal suo “placet experiri”, con cui crede di poter gestire dove comandare  è l’unica cosa cui ambisce, null’altro, tutto il resto per lui è diventato noia. Dare fuoco alla montagna costa solo un atto di coraggio, chiudere gli occhi e appiccare, il resto viene da sé. La malattia oggi è lo stato in cui ci troviamo perdendo la cognizione di quello che la natura rappresenta per noi. Nella montagna incantata, il personaggio Luigi Settembrini parla di pace e di amore scontrandosi col gesuita Naphta i cui discorsi sono intrisi di pessimismo e  nichilismo con cui  mette a nudo la realtà  a confronto di quella vita piatta e incantata che si respira nel sanatorio e che puntualmente Mann contrasta con la sua ironia, con il non credergli fino in fondo.  La montagna di oggi assurge  a vita che langue, che soffre per vedere gli uomini perdersi nel mondo degli interessi. Uomini volti a convogliare ogni forza, ogni bisogno, ogni opportunità a proprio vantaggio e non è che un mondo abbrutito da cattiverie e soprusi, sopraffazioni continue. Faito brucia, come tutte le altre in questo periodo e se bastasse il suo lamento a scuotere dal torpore fatto  di interessi economici e potesse risvegliare il senso vero della vita fuori da questo gioco di potere marcio e saturo, forse si svelerebbe una nuova era per tutti. Per Sant’Agostino il mondo da solo, con la sua “curiositas” avulsa dalla “sapientia”, non si salva. Oggi ci siamo sporti troppo da quel ciglio del burrone di cui parlava Mann e siamo in bilico. Non facciamo altro che consumare, e in questa famelica corsa divoriamo tutto, anche  i beni necessari per vivere. E non bastano le tesi, le antitesi e le sintesi, pur spiegandoci gli errori, perseveriamo come se la storia fosse un tempo vuoto e non un insegnamento. Il consumismo di oggi è la guerra del passato e quel limite, che sembrava invalicabile, è stato sorpassato. Le nuove guerre sono ingestibili, inarrestabili,  presentano il volto del possibile, del caso, del fuori programma. Se la montagna brucia, per quanti ne sono afflitti, ce ne sono altri che ne vivono.  Ma la vita prosegue come “la Nottola di Minerva” di cui Hegel si serviva per spiegare la filosofia. Come la civetta si alza al crepuscolo, quando ormai il giorno volge al termine, così la filosofia spiega la vita quando essa è già compiuta. E questo capire giunge sempre dopo, quando dovremmo prendere atto dei pericoli incorsi per evitarli in seguito e  si presenta sempre un nuovo elemento a confutare la sintesi. La stessa montagna, col suo sguardo triste e fumoso, è la metafora della vita di oggi, di quello che siamo diventati, della labilità della nostra esistenza pur sembrando fornita di ogni bene, sono beni vuoti e fragili. Bisogna ritornare a valori diversi e più veri, più sani. Ma con i beni anche la stupidità è aumentata esponenzialmente e la prima guerra di questa nuova era è contrastare l’ingestibile.

Commenta...

L'affare Sonia 28

“Ecco alla mia destra debordano due seni che forse la mia mucca Serafina farebbe il diavolo a quattro pur di averle; alla mia sinistra chiappe sode che mi sembrano altri due seni nella sezione posteriore. Santo è proprio quest’abbondanza che mi disgusta, non mi lasciano pensare che mi trovo tutto spianato qui davanti, sono sicuro che i tuoi occhi se potessero vedere avrebbero la nausea. E poi non capisco come si fa a fare un bagno aggiustandosi ogni due minuti le striscioline che vanno per i fatti loro senza educazione nelle parti più intime di queste povere ragazze che non trovano tregua. Al loro posto mi sarei già tolto tutto”. “Ti lamenti per tanta abbondanza? Io invece vorrei fare proprio il guardone come non mai in questo momento e lascerei te senza possibilità di vedere”. “Santo come sei crudele, vorresti questo ben di Dio tutto per te? Non ti facevo così egoista!” “E’ per questo che ti ho portato qui, lontano da occhi indiscreti in questa riserva paradisiaca, ma tu mi devi sempre aggiornare perché devo poterti consigliare!” “Ai tuoi ordini, padrone!” Paloma li ascoltava come due figli monelli, poi esausta delle loro bambinate e senza più un briciolo di pazienza li arringava severamente: “Vergognatevi, sembrate due liceali… e giù di lì fino a pronunciare la fatidica frase: “Potrebbero essere le vostre figlie”. A questo punto lo scherzo finiva e ogni cosa rientrava nelle righe. Nel primo giorno del loro soggiorno sedettero ai bordi della grande piscina a bere tequila e a guardare lo sfarzo intorno. Santo si faceva descrivere da Paloma e attraverso lei e Filippo viveva il mondo intorno a lui.
Filippo dopo un giro di perlustrazione, come era suo solito arrivò da Santo. “Sai, fece rivolto al padrone, ho visto la signorina Cornelia”. “Chi?” fece Santo quasi disturbato.” “ La signorina Cornelia, la passeggera che abbiamo avuto nella traversata”. Nel frattempo Cornelia aveva seguito Filippo e si trovò lì davanti a loro: “ Buongiorno capitano, mi sento una stupida per quello che le ho pronosticato, perché vedo che è in bella forma”. Santo alquanto perplesso di quella visita inaspettata, guardò con paura quella donna che gli aveva predetto il buio. “Buongiorno signorina malaugurio!” “Capitano come è cattivo, ma per farmi perdonare vorrei dirle il seguito che non le ho detto troppo presi dal buio”: Gli prese la mano e dopo averla accarezzata e osservata bene, disse: “Sarò precisa questa volta e senza nascondermi dietro ai paraventi”. Santo la temeva un po’ perché aveva predetto quanto gli era poi accaduto realmente, e mentre da un lato voleva sottrarsi a quella violenza che gli stava facendo, dall’altro non aveva la forza di reagire e si mise ad ascoltarla in silenzio religioso come se pendesse dalle sue labbra. “Nel suo futuro vedo una casa in mezzo al verde, grande, molto grande, con tante persone”. “E magari vede anche la luce, fece Santo ironico e senza possibilità di credere quanto stesse dicendo”. “La luce è dentro la casa, disse Cornelia, un chiarore eccessivo, anzi è tanto forte che sembra fuoco”. “Ancora con questo fuoco, mi ricorda l’incendio. Da bambino mi piaceva sentirmi predire il futuro, ma ora Cornelia è meglio che la smetta. La realtà è questa”. “ Santo deve credermi le mie doti di preveggente fanno paura anche a me stessa”. “La ringrazio, ma come può vedere tutta quest’ansia nel predirmi il futuro non serve ad un cieco!” “Non disperi capitano, la vita va e viene. Tutto è a doppio: il bello e il brutto, il sano e il malato, l’uomo ha bisogno dell’uno e dell’altro”. Cornelia era rimasta delusa dall’accoglienza fredda del capitano anche per sperare in un loro approccio. Lui non voleva neppure vederla tanto rappresentava la sciagura! Dovette ricredersi e ammetter che Santo non doveva essere in condizioni psicofisiche adatte ad un rapporto a due. Rispettò la sua ermetica chiusura e lasciò a malincuore la possibilità di avere con lui una relazione. Filippo pensò a informarla del fatto che il cuore del capitano batteva per un’altra donna e si sa quando il cuore è occupato nessuno può prendere il suo posto. La vacanza sortì l’effetto di un’attesa, Santo si pose in uno stato di grazia, in attesa che qualcosa accadesse ai suoi occhi, che qualcuno perorasse la sua causa o aspettasse un tempo migliore dove avrebbe potuto fare tutto quello che gli era stato impedito fino ad allora. Ritornò a Sorrento con tanta voglia di darsi una mossa e togliersi di dosso quel tepore che lo ottundeva completamente ma era tutto così difficile se non impossibile. La sua fortuna era quella di vedere sempre gente per il suo lavoro, di stare in mezzo agli altri pur nel suo buio. Spesso portava le sue bambine al suo ufficio e talvolta in giro per Napoli a conoscere la bella città. Sentiva però un vuoto dentro che non riusciva a colmare. Molte donne che frequentava avrebbero avuto una grande voglia a stare con lui anche col suo handicap. Era un uomo giovane, ricco, forte per posizione, eppure tanto chiuso. Non vi era alcuna possibilità di poter penetrare quell’animo ferito e disilluso.

Commenta...

Quattro amiche al bar

In un pomeriggio assolato, mentre in lontananza il Vesuvio brucia da far venire voglia di piangere, con un’amica, mi dirigo al bar. E’ una persona solare, col raro dono di unire gente intorno. Mi ha presentato lì delle sue amiche e ci siamo trovate così in quattro sedute a bere qualcosa di fresco, proprio come la canzone di Gino Paoli. L’intrusa ero io, se si può dire, loro si conoscevano, ma subito ci siamo trovate a nostro agio. Non “perdevo” tempo così da tanto. Ogni tanto un sano momento di relax, dove ci scappa una risata e si dicono anche tante inezie, è piacevole. La leggerezza della vita non è superficialità. Un’oretta a parlare di costumi, di amicizie, di libri, di persone, mentre si beve sotto la frescura dei pini che alleggerisce l’afa e ci allontana da quella criminale visione del Vesuvio che brucia. Come sanno essere brave le donne a raccontarsi, nessuno. Sono complici, determinate e intuitive. Sono attente osservatrici e poi hanno quel fiuto infallibile di sapere se la persona appena conosciuta sia affidabile. Le donne hanno bisogno di credenziali per lasciarsi andare, altrimenti sono diffidenti e si chiudono a chiave come un comò. Mentre loro parlavano, io vedevo in noi le ragazzine che eravamo state. I nostri invece erano discorsi di vita, di figli, di affetti, di passioni, di benessere, di persone. Ho notato in tutte noi la capacità di ascoltare e capire la persona di fronte. E lentamente si svelava qualcosa di noi. Lì sedute, il tempo è volato e ho ripensato al valore dell’amicizia un po’ perso per strada, da quando i tempi si sono assottigliati e mi resta solo quello del fare.

  

Capelli spettinati, lunghi e in piega, altri mossi e poi alle spalle biondi, visi abbronzati e bianco, il mio, cannucce sparse, bottigline in mano, aria svagata, occhiate trasversali, rannicchiate sulla sedia ad ascoltare o parlare, a sorseggiare, a sorridere, un mondo in mezzo agli altri. L’aria mi ha riportato alle amiche del cuore della mia adolescenza. L’amicizia vera è duratura e mai si spezza, ma molto spesso come nasce così finisce, forse per mancanza di affinità, anche per antipatie, pregiudizi, interessi. Necessita di tempo per nascere e se finisce vuol dire che non lo era. E’ senza soluzione di continuità, un lavoro a tempo indeterminato e i veri amici sono pochissimi. Nei nostri discorsi si diceva che è meglio un’amica che ti dice tutto, il bello e il brutto di te e di ogni cosa. Non piace la diplomazia, la bugia per non ferire, un po’ come in amore. Talvolta serve anche evitare qualche parola di troppo per non far soffrire così come inutili dispiaceri. Parlarsi è fondamentale, evitare le spiegazioni credendo che spetti all’altra il primo passo, anche questo lede il rapporto. In tal caso, subito si pensa a una cattiva disposizione di animo e si abbandona il campo. Ma poi strada facendo nascono le incomprensioni che, se spiegate e risolte subite, fanno risplendere di nuovo la voglia di essere amiche. Mai tergiversare per spiegarsi, si rischia di ledere il rapporto. Da un’ultima ricerca si è visto che con l’età diminuiscono i gli amici. Tra le motivazioni ci sono il conoscersi meglio, capire chi è il vero amico, indole più riflessiva e meno espansiva. La nostra amica comune è brava a “trascinare”. L’amicizia è crescere insieme, confrontarsi, prendersi cura reciprocamente, sempre in modo educato e rispettoso. Spesso la scambiamo per sottomissione, per aiuto, per interesse, per spirito corporativo. Così come molto spesso si scambia una conoscenza per amicizia. E’ trascorsa così qualche ora tra chiacchiere e riflessioni, un modo per fermarsi e guardarsi intorno senza fretta.

Commenta...

"L'albero di noce" alla Ubik di Vico Equense

Il giorno 13 luglio, alla libreria Ubik di Vico Equense,  serata dedicata al mio romanzo "L'albero di noce", Graus Editore,  giugno 2017.
La serata non poteva rivelarsi migliore di come è andata: pubblico attento, io a raccontarne il contenuto. Ho scelto personalmente di presentare la storia volendo essere l'unica a poterne parlare.
Il ruolo di relatrice di me stessa mi è piaciuto molto ed è stato anche molto apprezzato, avendo avuto un modo più stretto di rapportarmi al pubblico.
Il romanzo, uscito in una nuova versione dopo quella del 2012, con nuova veste, nuovo titolo, è stato sviluppato per i temi, notevoli e diversi come l'adozione, la condizione della donna negli anni 60, parallelo sulla figura paterna naturale e adottiva, l'amore materno, il pregiudizio, l'essere e l'apparire... Al centro la storia di due ragazzi che vivono un amore troppo bersagliato da tutti. Anche la lettura di  tre brani importanti della storia, da cui emergeva l'importanza dell'albero di noce, che dà il titolo al romanzo, è stato un momento partecipato.





Commenta...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog