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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

Presentazione alla Libreria Mondadori di Castellammare di Stabia

Venerdì 7 giugno, alle ore 18,30, nella Libreria Mondadori Bookstore di Castellammare di Stabia, a Santa Maria dell'Orto 33, ci sarà una nuova presentazione del mio romanzo 
                              Nel mezzo del tempo.
Con me ci saranno Claudia Squitieri, Emilia Ammendola e Antonio Novi.


La geostoria


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E’ opinione comune che la storia e la geografia siano discipline distanti tra loro. Così almeno è stato fino a poco tempo fa. Oggi spazio e tempo sono più vicini. Da quando siamo figli della globalizzazione, crediamo di conoscere bene il pianeta così come trasformiamo la storia a nostro tornaconto, tanto si sa che è scritta dai vincitori. Storia e geografia si completano e l’una serve dell’altra per raccontarsi. Nel romanzo di Giulio Verne, Il Giro del mondo in 80 giorni, il protagonista, Phileas Fogg, vince la scommessa per aver guadagnato un giorno viaggiando verso Est. Un espediente questo per scrivere un romanzo alla scoperta del mondo come voleva la cultura  positivistica in pieno periodo delle scienze applicate.  Il passaggio di quattro continenti  lascia il lettore meravigliato per quello che impara dai luoghi visitati. Così, accompagnato da Passepartout, Fogg parte da Londra per Parigi, arriva a Brindisi, attraversa Suez e poi Aden, da lì a Bombay. Ancora Calcutta, Singapore, Hong Kong, Shangai, Yokohama, San Francisco, Omaha, New York, Liverpool, Londra. Un viaggio che tocca appena le mete, quanto basta per apprendere usi e costumi del posto. Conoscere l’esatta collocazione di un luogo nel mondo così come conoscerne di nuovi è prendersi cura del nostro pianeta. Una volta l’Atlante era strumento indispensabile dove si sottolineavano le capitali, i fiumi, i monti, i laghi, i confini, le città... Studiare un paese era un po’ come partire. Ricordo che la mia insegnante esigeva che appoggiassimo il dito esattamente al centro del nome preso in considerazione, senza guardare la cartina. Ma oggi  perchè applicarci se ci pensano le agenzie a spedirci nei posti, Google a fornirci coordinate,  mappe, foto, magari di mete dove non andremo mai ma in cui abbiamo l’illusione di essere stati. Dalla Tavola Peutingeriana alla scoperta dell’America, ai viaggi di Marco Polo, alla colonizzazione delle Americhe le carte hanno fatto un lungo cammino. La cartografia è relegata agli esami universitari mentre nelle scuole il percorso è breve e snello.  Chi vuoi che si cimenti nella spiegazione delle isoipse, della riduzione in scala, delle carte tematiche o mappe, se i programmi non prevedono che pochissime ore a settimana?  Ma se portano via la geografia come si potrà pensare di studiare la storia? Come studiare le Crociate senza la geografia dei territori interessati o la politica di Carlo V con un regno che si estendeva dalla Spagna ai Paesi Bassi, se non cominciando dall’aspetto fisico e politico dei paesi chiamati in causa? E come comprendere la storia della prima guerra mondiale senza la carta fisica alla mano che mostri il nostro paese prima del conflitto e della terza guerra d’Indipendenza, vista la relazione tra i due fatti storici?   La storia parla del passato, per mezzo di fonti, di documenti, in libri scritti  da esperti e  accademici. La storia  è porsi domande sul passato e sul futuro mettendo in luce quello che altri hanno fatto prima di noi. La geografia fornisce dati alla storia e quest’ultima usufruisce dell’altra. Con il satellite, poi, controlliamo i confini del mondo come se lo avessimo in mano. Più la tecnologia ci semplifica la conoscenza, più non approfondiamo. Spazio e tempo intanto oggi camminano insieme ed e’ impensabile escludere dalla nostra attenzione due discipline così importanti. Sarebbe come instaurare un processo inverso al progresso e alla nostra umanità.  

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L'Hecyra di Terenzio

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Un binomio da sempre poco felice è quello di suocera e nuora, rapporto difficile da gestire. Madre e moglie si contendono rispettivamente il figlio e il marito e sono viste come due rivali. La cultura popolare pone il figlio maschio sotto l’egida materna: il mammone che resta legato alle mille apprensioni e alla completa benevolenza della madre, anche quando dovrebbe essere redarguito. L’uomo che prende moglie, diciamo la verità, subisce un impatto notevole nel passaggio di consegna dall’una all’altra. Il  confronto diventa spietato. Come rinunciare al ragù di mammà che non potrà reggere il confronto con quello di una giovane donna senza esperienza culinaria. La mamma stira la camicia come la sacra Sindone, la moglie non arriverà mai alla sua perfezione soprattutto per il collo e le grinze qua e là. Il bianco del bucato di mammà era immacolato, il bianco post matrimonio diventa un beige. Il caffè della madre è un rito, della moglie un frettoloso servizio. E il risveglio mattutino? Mammà sempre dolce, la moglie sempre isterica. Litigare con la mamma finisce sempre con una risata, con la moglie con una rottura di timpani. E poi la biancheria pulita tutti i giorni sull’asse da stiro, da marito bisogna cercarla nei cassetti e soprattutto fare accoppiamenti quanto meno possibile disastrosi. La mamma si arrabbia sempre in silenzio, la moglie sa solo rimproverare. Il figlio perde una nutrice, una confidente, una complice, una protezione completa. D’altra parte la moglie mal digerisce la continua interferenza della suocera che a sua volta non gradisce di uscire di scena troppo presto dalla vita del figlio. Un altro possibile malcontento di madre è che il figlio, molto probabilmente, vivrà più tempo con sua moglie che con lei. E anche quando tra le due donne si instaura un rapporto accettabile, gli altri credono che si sopportino. E’ difficile spezzare un pregiudizio che dura da secoli. Perfino nell’antica Roma ci si serviva di questo punto debole per costruire storie. Come la commedia di Terenzio (184 a.C. - 159 a.C.), l’Hecyra. Terenzio è l’autore che più di ogni altro approfondisce i rapporti umani, l’uomo al cospetto col suo simile. La sua humanitas è in tutte  e sei le sue commedie che differiscono da quella plautina, ridanciana e ricca di equivoci. L’Hecyra fu compresa solo alla sua terza rappresentazione a causa di un pubblico non proprio devoto a questo tipo di approfondimento etico. L’autore tratta temi psicologici ed educativi e le sue commedie si prestavano alla riflessione. La storia racconta di Filumena e Panfilo sposi che vivono con la madre di lui, Sostrata. Panfilo, innamorato della cortigiana Bacchide, solo dopo il matrimonio, avvenuto per volere del padre, viene conquistato dalla moglie. Sostrata intanto mette a suo agio la nuora che un bel giorno abbandona il marito e si trasferisce dal padre visto che aspetta un figlio, frutto di una violenza avvenuta  prima del matrimonio. Qui si innesta il pregiudizio. La gente, non conoscendo la vera causa del suo allontanamento, comincia a credere che la suocera la maltratti. Sostrata è una madre amorevole, che non esita a sciogliere i dubbi sulla buona fede della nuora e non infierisce nei suoi confronti. Cerca soluzioni, si incolpa del problema ed è molto umana. Viene sfatato il luogo comune della suocera velenosa e la nuora tenera. Difatti è proprio la suocera  a risolvere la faccenda. Si ritira in campagna togliendo ogni possibile interferenza tra i due. A questo punto interviene un personaggio nuovo, Bacchide, la cortigiana di cui era innamorato Panfilo che svela a Lachete, padre di costui, che nella sera in cui il figlio era andato da lei, aveva un anello che le aveva raccontato di aver strappato a una fanciulla a cui aveva usato violenza. E grazie a quell’anello si apprende che la donna, di cui Panfilo aveva abusato, era proprio sua moglie, per cui il figlio che aspettava Filumena era suo. Tutto ritorna, dopo un giro di incomprensioni e pregiudizi. Terenzio presenta personaggi nuovi e insoliti come quello della suocera e della cortigiana, e dei due forse Bacchide è la vera protagonista, colei che salva e gratuitamente si presta a sciogliere il nodo. Terenzio aveva la capacità di entrare nelle intercapedini dei rapporti ed esaminarne gli aspetti psicologici, le emozioni e conseguenze. D’altra parte è autore di quella famosa frase, tratta da un’altra sua commedia l’ “Heautontimorumenos”(che significa il punitore di se stesso), “Homo sum: humani nil a me alienum puto”, “Sono un uomo: nulla di ciò che è umano penso debba essermi estraneo”.
Nella vita odierna la suocera è giovane, sa affrontare le problematiche di coppia, non si intromette nelle scelte del figlio. Le donne hanno raggiunto una maggiore conoscenza di se stesse e si rispettano di più, trovano punti di forza in comune e non invadono il campo dell’altra. La donna dona armonia all’interno della famiglia, pur svolgendo più ruoli: madre, nuora, moglie, suocera, nonna. Li attraversa tutti e nei vari passaggi dovrebbe ricordare quello che è stata la sua precedente posizione per essere d’aiuto alle altre anche quando le giovani non comprendono e non si allineano alle leggi dei cambiamenti che la vita detta. La donna è un fuso attorno al quale si arrotola la vita. L’intelligenza gioca un ruolo importante ma non sempre assicura un rapporto scevro da sentimenti negativi quali gelosie, invidie, rancori, avversioni e vendette. Solo accettando il figlio come qualcosa al di fuori di se stessa e con una propria autonomia, e non come una proprietà, si può vedere la donna che gli sta accanto con occhi benevoli. E solo vedendo la suocera non come una rivale ma una donna con una sua storia da rispettare, si potrà comprendere il suo modo di agire e amare il marito senza timori. Come in ogni rapporto pedagogico c’è sempre qualcuno che insegna e un altro che impara e viceversa. Nei rapporti umani insegnare e imparare sono azioni complementari che avvengono in tempi diversi, raramente ravvicinati. Dovremmo ricordarcene nelle varie fasi della vita.

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Sotto la pioggia alla Sperlonga





La Sperlonga è il sentiero di tutti. E’ preso d’assalto dagli abitanti della zona, dagli sportivi, ciclisti, fotografi, artisti. Gli agricoltori muniti di tre ruote e furgoncini si spostano per la via stretta e tortuosa per raggiungere i loro terreni o casolari dove allevano gli animali. Quando questi incontrano persone lungo la strada, allora si fermano da lontano, osservano, si rendono conto se conoscono gli ospiti, poi aspettano che passino per guardarli in faccia, in modo da capire chi sono e se è il caso, salutare. Salendo, nella prima parte del sentiero, qualche giorno fa, gironzolavano sulla nostra testa le cornacchie con quel suono inconfondibile del loro verso che di solito preannuncia la pioggia. Siamo stati fortunati a fare un servizio fotografico prima dell’arrivo di un bel temporale. Inzuppati abbiamo fatto ritorno. Ma a casa mi è rimasto l’odore del bosco e i colori, soprattutto il marrone e il blu delle pozzanghere che si allargavano a vista d’occhio per la pioggia  facendomi ricordare quando da bambina ci andavo a sguazzare di proposito. Peccato, avrei potuto ripetere il gioco, ma le scarpe non me lo hanno permesso. In Svizzera adottano questa attività ludica come lezione almeno una volta a settimana nella scuola dell’Infanzia. Battere i piedi in una piccola quantità d’acqua, tra l’altro sporca, è come avere il mondo in mano. L’aria nuvolosa e umida rendeva gli alberi e le piante lucide. Ho visto un albero stracarico di gemme e più là il carrubo nel suo verde scuro abituale. Un altro mi ha ricordato i macchiaioli o il modo di dipingere dei pittori francesi. Era alto e dritto, con i rami rivolti al cielo mentre le estremità cadevano verso il basso. Il tronco perfetto, dritto, come fosse stato un pilastro al centro della via. L’edera ricamava con le sue giovani foglie i pali e gli alberi vestendoli di nuovo. Sono riuscita a fotografare un fico d’India tra gli arbusti davanti al mare e lo scoglio della Margherita, piccolo in lontananza,  come fosse un calabrone sull’acqua. Mi sono poi seduta su un masso dove poco prima due lucertole prendevano gli unici raggi fuoriusciti dalle nuvole assiepate sulla
nostra testa. E poi a un tratto piccole gocce sulle guance che colavano sulla borsa e i capelli cominciavano a pesarmi per l’acqua. Imperterriti abbiamo continuato a camminare, sfidando i nuvoloni neri sul capo. Così abbiamo preso la strada del ritorno. Le scarpe inadatte scivolavano sul selciato e la pioggia, che picchiava sempre più forte, mi ha ricordato quando restavo sola in mezzo al terreno all’arrivo del temporale ed ero restìa a tornare a casa. Abbiamo affrettato il passo ma non troppo: c’era il pericolo di scivolare. Nel frattempo la pioggia ci ha levigati bene. Si continuava a parlare e a raccontare come se l’acqua non scendesse giù a catinelle e ci stessimo divertendo con la primavera. In quelle pozzanghere vedevo ballare Jene Kelly mentre cantava Singing in the rain. L’acqua penetrava nelle foglie, tra i rami, nel terreno, dissetando fin troppo la vegetazione.  E la forma delle nuvole di poco prima, che era pressappoco quella di due secchi carichi d’acqua, ora prendeva le sembianze di onde più chiare che cavalcavano oltre i monti. Alla fine della strada di ritorno, il sole ha fatto di nuovo capolino anche se non c’era da credergli visto che lo stesso scherzo lo aveva fatto prima che ci immettessimo sul sentiero.

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La via della seta


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La via della seta, sin dall’antichità, metteva  in comunicazione 
l’Oriente con l’Occidente. Un percorso costruito via terra e via 
mare che  avvicinava l’impero cinese a quello romano. Su questa 
rotta  si pose il veneziano Marco Polo, viaggiatore e mercante, 
nonché scrittore, che all’età di 17 anni effettuò il primo viaggio in 
Cina.  Partì nel 1271, con il padre e lo zio, e fu affascinato da quel 
mondo così lontano. La via era detta della seta per essere 
quest’ultima la merce più richiesta a quel tempo. I Romani la 
importarono dall’Asia e arrivò a Roma già nel I secolo a.C. grazie a Giulio Cesare. Così preziosa da incontrarla nei versi di Virgilio, «velleraque ut foliis depectant tenuia Seres»di come i Seri cardano con il pettine/ i sottili fili di seta dalle foglie'»(Virgilio, Georgiche, II, 121), e in quelli di  Plinio il Vecchio «I Seri sono famosi per la sostanza lanosa che si ottiene dalle loro foreste. Dopo un'immersione nell'acqua essi pettinano via la peluria bianca dalle foglie...» (P.il Vecchio, Storia Naturale, 23, 79).
 Le carovane non si limitavano a portare solo la seta, con essa giungevano anche altri beni. Oggi, con la globalizzazione, la Cina ha deciso di portarci la seta di persona, evitandoci anche il fascino del viaggio. Una lenta conquista cominciata in modo silenzioso, per affermare un commercio intenso con l’Eurasia e andare anche oltre. Chissà che cosa direbbe, oggi, Marco Polo, o cosa farebbe al cospetto dell’Impero cinese che si avvicina  sempre più all’Europa proponendo un percorso commerciale che va oltre quello della seta.  Nel Medioevo, con l’esplorazione di nuove terre, la Cina era un mondo ancora isolato  e da scoprire. I suoi progressi e la tenacia del suo popolo lo rendono un attore economico di primo piano a livello mondiale. Il viaggio del giovane Marco durò più di due anni. Di quel mondo affascinante e nuovo raccolse diverso materiale per  un resoconto  che scrisse solo dopo il suo ritorno. L’occasione gli fu data mentre era prigioniero di guerra a Genova. Qui dettò le sue memorie a  Rustichello da Pisa. Il libro nasce in lingua d’oil, Devisament du monde, cosiddetto Il Milione solo in seguito, nome tratto da un soprannome di famiglia “Emilione”, per distinguere la grande famiglia Polo dalle altre omonime. E forse per menzionare più volte la parola mille al suo interno. Un testo prezioso con notizie di scienza e di storia raccolte in 25 anni. Marco Polo narra la storia col garbo del visitatore, attenendosi alla realtà conosciuta. Usa una scrittura scarna, priva di aggettivi e parole di circostanza, attenendosi solo ai fatti e alle impressioni ricevute, con descrizioni fedeli e precise che appartengono più allo scienziato che al narratore. Eppure il testo ebbe una larga diffusione grazie ai rari sprazzi avventurosi in esso descritti che affascinavano i lettori che per la prima volta si avvicinavano all’Oriente. Ci furono varie edizioni, da quelle latine a quelle volgari per un pubblico di commercianti. Nell’opera sono omesse molte cose e lo stesso autore, in punto di morte, tenne a dire di non aver scritto che la metà delle cose viste o forse ancora meno. Oggi si apre una nuova via della seta, con una rotta terrestre e un’altra marittima. Il paese sta cercando da alcuni anni di preparare sbocchi in Europa con una fitta rete di scali che permettano di raggiungere facilmente le destinazioni delle merci e che trovino approdi sicuri. La visita del Presidente cinese Xi Jinping di questi giorni in Italia ha portato all’adesione del nostro paese al progetto Belt and Road Iniziative con cui si sono firmate 29 intese tra istituzionali e commerciali. L’Italia è il primo paese dell’UE a firmare l’adesione. Un progetto geopolitico che porterà la Cina a un’espansione in più continenti. Importanti scali sono dati proprio dall’Italia con i porti di Genova e Venezia. E mentre il Governo italiano punta a uno sviluppo economico, la Cina ne prevede anche uno politico. Posizioni non proprio convergenti, mentre per gli altri paesi dell’UE più che all’adesione del progetto cinese si è volti a condurre azioni prettamente economiche col paese asiatico. La vecchia via della seta ha un nuovo ordine e nuove rotte, ma questa volta è l’Oriente a spostarsi verso l’Occidente.

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Il padre


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         Che cos'è un padre? Difficile definirlo e tutte le risposte possibili disattendono quello che vogliamo sentire. Metà del nostro patrimonio genetico è sua, e si sarà anche dimenticato il tempo, il luogo e modo in cui è accaduto. Diversamente una mamma conosce il giorno e l’ora in cui concepisce, per lei le date sono segnate in rosso. La madre ci porta alla luce, il padre ci porta per il mondo. E’ un osservatore, un pioniere di una terra sconosciuta che  partorisce in altro modo.  Eppure ci sono aspetti di noi che conosce meglio di ogni altro e in profondità. Una presenza poderosa capace di smuovere i nostri pensieri, cambiare le nostre opinioni, dare ordine e luce alla nostra vita. Nei figli è alla ricerca di se stesso: le passioni, gli ideali, visti come elementi chiari di quel legame. E succedono questioni per  un naso, un carattere, un’aspirazione, un vizio o una virtù del figlio e che vuole appartengano solo a lui,  per ostentare una paternità difficile da costruire. Il genitore si riconosce nel figlio e lo induce a intraprendere quel percorso che gli ha preordinato con la speranza di portare a termine ciò che in lui si è fermato. E una nuova giovinezza prima e maturità dopo ritornano in lui come quelle dei figli, estensione del suo territorio, nuove terre che necessitano di un buon governo. E a tal fine guardano al futuro, alla vita che comincia sempre e non si estingue mai. Sono i guardiani, i fari che illuminano, con tutte le imperfezioni e le mancanze, con i limiti e le cadute. Fanno progetti lavorando sul domani, su cui scommettono per una vita all’altezza dei figli. Sono lungimiranti, profetici, precisi,  a tratti noiosi, ripetitivi, ma efficaci nel ruolo cui assolvono. Anche quando i figli non potranno eguagliarli, per essere esempi troppo alti, o quando la vita non è generosa con loro e non hanno nulla da offrire, o quando non sono pronti e si lasciano trasportare e non sono di esempio, in tutti questi casi non sono da biasimare.  Conoscono sempre il modo di infondere la scintilla d’amore per accendere la nostra vita e che ci permetterà, a nostra volta, di accenderne altre. E’ una fonte, una forza, un gesto di cui abbiamo bisogno così tanto che ci avvinghiamo a lui  come i tralci alla vite, senza temere  il vento che ci sconvolgerà o la pioggia che  ci bagnerà. Ci basta sapere che possiamo appoggiarci e quando spuntano i germogli, sappiamo dove indirizzarli, che forma dargli, quale strada intraprendere. E non esiste tra padre e figlio incomunicabilità che non possa sciogliersi o offesa che non possa cancellarsi in suo nome. Il padre è presenza attiva, testimone e custode della vita del figlio, che deve preservare e supportare. Un ruolo che si arricchisce ogni giorno con un  confronto continuo, che si impara strada facendo, memore anche  della sua stessa esperienza di figlio. Un padre lo è sempre a suo modo, che è unico e inconfondibile. Ed è questa peculiarità che lo rende prezioso: si uniforma al figlio attraverso un canale esclusivo, gli dà ciò che gli è mancato, quello per cui vive. Ogni padre per suo figlio diventa un re, un esempio da emulare. E lo diventa anche se non se ne accorge, se non è d’accordo con lui, se lo contrasta. I figli hanno bisogno di quell’orma nella sabbia per orientarsi e, per quanto l’orma possa essere indefinibile, nascosta o poco chiara, è indispensabile. Un padre va sempre rispettato e onorato, fosse anche solo per averci dato la vita.

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Io, Umberto e Felicina...





Ore 11.30 al bar con un artista: Umberto Astarita! Io sotto il sole di marzo ad aspettarlo, lui, come sempre educato e attento, mi chiama per dire che sta in leggero ritardo. Lo scorgo da lontano nella sua stazza inconfondibile, dall’andatura dondolante, con la sua cascata di riccioli, immancabilmente a telefono. Di lì al bar. Gli mostro il mio libro e lui cosa fa? Sorride alla vista del disegno in copertina  che racchiude un tratto del sentiero della Sperlonga, la  casa in fondo e in primo piano zia Felicina e lo stuolo di animali al seguito. Un artista lo riconosci dal primo contatto con ciò che ha intorno. Col dito passava sulle linee del disegno, come i bambini che scoprono qualcosa di importante in semplici cose. E solo in un secondo momento mi ha chiesto se lo avessi fatto io. Alla mia risposta affermativa la sua attenzione è andata alla cocorita sulla spalla della zia e alla casa. Credo abbia significato qualcosa anche per lui se ha mostrato di volerci andare al più presto. E così ci siamo immessi virtualmente sul sentiero, avevamo la sensazione di camminarci mentre io gli spiegavo la collina, il panorama, le luci, i profumi. Poi è stata la volta di Zia Felicina. Gli ho parlato di lei, rappresentata così come vestiva, con quello scialletto con i colori del mare come l’ho conosciuta nella realtà, le scarpe basse da montagna, le gonne ampie. L’ho descritta facendo attenzione a non svelare la trama.  E’ rimasto a contemplare la cocorita sulla spalla dell’anziana donna e mi continuava a dire che gli piaceva molto. Un artista è così, trova corrispondenze continue tra la sua vita e quello che gli gira intorno, tra le sue emozioni e quelle degli altri. L’artista Umberto è un fotografo, un pittore, un osservatore attento, con l’animo di un fanciullo, che è poi quello di ogni artista.  Ha messo in moto subito la sua memoria, i suoi desideri, ha parlato della sua tecnica pittorica, dei colori dell’Africa, dell’America Centrale, degli artisti conosciuti lì, di politica, di progetti. E quando ci incontriamo i nostri discorsi si sovrappongono sempre,  presi dall’entusiasmo dei rispettivi progetti a cui vogliamo dare fiato. E non finisce l’uno di raccontare che l’altra sta già parlando e viceversa. E le voci si rincorrono, nascono  idee che si lasciano e poi si riprendono nei discorsi, fatti soprattutto di storie di vita. E non poteva non mostrarmi i dipinti di un pittore conosciuto a  Cuba di cui mi spiegava la tecnica, e io di rimando le tele che sto ultimando e poi il desiderio di dipingere un prato stile Renoir e  lui a parlare di una villa dove abbiamo preparato un servizio fotografico e io a riprendere Felicina e lui a dirmi di volere il primo disegno a matita della copertina del libro, dopo averlo visto sul display del telefonino. E mentre parlava mi rendevo conto del vero artista che avevo davanti. Com’è un vero artista? E’ senza tempo, senza invidia, con un grande cuore, volto al bene, con una generosità immensa,  scopritore di mondi nuovi, universi per altri irraggiungibili, che per l’arte trova sempre tutto: il tempo, l’entusiasmo, i  luoghi, gli spunti, che si accerchia di persone che stima e ammira, a cui non interessano discorsi futili, volto alla contemplazione della bellezza, da quella dell’anima al mondo fisico. Mentre parlava mi rendevo conto del motivo per cui gli italiani sono creativi, con quello che si ritrovano intorno, nel paese del Rinascimento, in una terra unica. Ed è stata la volta poi  di Pinocchio, passando per il Grillo, la Casina Vanvitelliana, gli appunti su Leonardo e il suo metodo di studio e di pittura, alla tecnica del pittore cubano, che sovrapponeva pezzi artigianali sulla tela ricca di uccelli variopinti, ai tramonti africani, alle donne senegalesi, ai bambini che giocano nel fango, ai migranti, alla caduta del Boeing 737, alla necessità di andare in Africa, ai Cinesi che hanno comprato parte del deserto africano, all’Islamismo e ai cimiteri africani, ai pannelli fotovoltaici, ai riposi all’ombra di un baobab africano a disquisire di cavalli, di campi da arare, di gente da sfamare. Che vulcano! E nelle nostre ampie divagazioni  con voci che si accavallavano, con telefoni che squillavano, e noi irremovibili, non avevamo mica intenzione di rispondere e rompere quel filo di parole e risate, ci siamo persi sul sentiero della Sperlonga tra gli alberi e la cocorita, i cani e i gatti, le linee e l’inchiostro di china. Ora la mente pullula di idee, di immagini trasferitemi, di colori e sfumature uscite dalle foto del grande maestro, con quelle atmosfere che rimanda ai Racconti africani di Doris Lessing o Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, un’invasione mentale da digerire lentamente, meglio di qualsiasi altro stordimento. Ma dall’artista  Umberto Astarita emerge soprattutto tanta umanità come non ne trovi negli altri, senza la quale anche la sua arte sarebbe una mera esercitazione. Grazie Umberto.



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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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