Romanzo inedito a puntate
Capitolo settimo
Capitolo VII
«Chi dorme non piglia pesci!» urlò Andrea, passando davanti alla camera di Alfonso di buon mattino.
«In verità, oggi prendo uccelli. Vado a caccia!» rispose Alfonso, mentre finiva di vestirsi. Poi socchiuse la porta e sporse il viso per guardare il fratello.
«Non starai vivendo di rendita, fratello?»
«Ti ricordo che sono il fratello maggiore e che prima di te c'è anche nostra sorella. Tu sei il figlio minore, quindi attieniti alla gerarchia.»
La risata di Alfonso irritò Andrea, che decise di chiudere lì il siparietto. Ma quando, poco dopo, si ritrovarono a tavola per fare colazione, non poterono ignorarsi a lungo. Erano soli, ciascuno con i propri programmi: uno diretto in farmacia, l'altro nei boschi.
«Sembri un pesce fuor d'acqua!» esordì Andrea.
«Perché?»
Andrea lo guardò per qualche istante, come se stesse cercando le parole giuste.
«Alfonso, perché cerchi sempre di eludere quello che, invece, capisci così bene?»
Alfonso sollevò lo sguardo, pronto a ribattere.
«Non ho la tua chiaroveggenza. Mi vuoi illuminare?»
Tra i due stava per accendersi un'altra discussione, quando Maria intervenne, richiamandoli all'ordine.
Li guardò, prima l'uno e poi l'altro.
«È in atto una guerra e nessuno si è preso la briga di avvertirmi?»
Adorava i suoi fratelli e non riusciva a dar torto del tutto a nessuno dei due.
«Tu, Andrea, hai la lingua lunga. Non credere che gli altri debbano affrontare le cose della vita con la tua stessa fretta. E tu, Alfonso, sei un tantino pigro quando si tratta di prendere decisioni e fare i conti con la realtà. Questo è quanto!»
«Non sono pigro, io pondero, valuto e cerco di capire prima di agire. Tu», disse rivolgendosi ad Andrea, «bruci le tappe. Sì, va bene, lo so: sei ansioso, premuroso, sempre preoccupato per gli altri. Ma gli altri non hanno necessariamente le tue stesse priorità. Quindi smettila di preoccuparti per me.»
«Se non sapessi quanto sei bradipo, mi dovrei offendere», replicò Andrea, un po' irritato.
Maria li ascoltava mentre mangiava un dolce. Non si trattava di una vera lite, ma non le piaceva vederli punzecchiarsi troppo. Decise così di intervenire a modo suo, spostando l'attenzione su un argomento che le stava particolarmente a cuore.
«Questo è tutto ciò che sapete fare. E io? Chi sono io? Vi rendete conto che questa sorella avrebbe bisogno di un marito e che voi non vi degnate nemmeno di aiutarla a trovarne uno? Non voglio finire come una vecchia Varriale, circondata da marmocchi. Vi avviso: non accudirò i miei nipoti se prima non mi fate incontrare il principe azzurro.»
Scoppiarono a ridere. La tensione si sciolse e, seduta stante, i due fratelli cominciarono a elencarle i nomi dei possibili pretendenti, quasi tutti già bocciati da Maria in precedenza.
«Vediamo un po': Matteo Dauno, Oreste Floris, Sergio Russo, Marco Bottaro, Claudio Onagra…»
«Tutta gente insopportabile!» li interruppe lei.
«E poi sarei io il bradipo!» esclamò Alfonso. «E tu? La principessa sconsolata. Troverai qualcuno che vada bene o deve ancora nascere?»
«Molto spiritoso. Quando lo troverò, sarai il primo a saperlo.»
Fortunatamente, riuscivano sempre a trovare un modo per stare insieme e scherzare era uno dei loro preferiti.
Alla fine Alfonso si alzò, salutò entrambi e uscì di casa.
Con il fucile a tracolla e l'aria di chi aveva ben chiaro il programma della giornata, imboccò il sentiero che conduceva ai boschi.
La giornata era appena cominciata. A quell'ora la campagna sonnecchiava ancora nel tepore della terra umida, avvolta da una foschia leggera che il sole, salendo lentamente, cominciava a dissolvere.
Ottobre era un mese amabile per la natura. Alfonso si guardava intorno, riconoscendo ogni cosa di quella terra che apparteneva ai Varriale da generazioni: i filari di vigneti a sud, gli ulivi più in alto, gli appezzamenti coltivati a ortaggi.
I campi erano stati arati da poco e la luce del mattino illuminava le zolle, facendo brillare quelle ancora umide e disegnando lunghe ombre nelle zone più riparate.
Quella era casa sua. Non soltanto la casa in cui era cresciuto, ma tutto ciò che si stendeva davanti ai suoi occhi. Ogni sentiero e ogni albero custodivano una storia che precedeva la sua nascita e che, in qualche modo, gli apparteneva.
Come avrebbe fatto a lasciare tutto quello per trasferirsi altrove?
Il pensiero lo accompagnò lungo il sentiero. Si sentiva così radicato in quei luoghi che l'idea di trapiantarsi altrove gli sembrava quasi innaturale. Eppure, prima o poi, avrebbe dovuto farlo. La sua carriera lo aspettava, lo studio in città era quasi pronto e il futuro che aveva immaginato per sé cominciava finalmente a prendere forma. Anche gli Stati Uniti erano ormai una prospettiva concreta: quella che fino a poco tempo prima era stata soltanto una possibilità professionale assumeva ora un significato diverso, perché implicava una scelta di vita e una distanza ancora maggiore dalle proprie radici.
Andare a caccia era stato soprattutto un pretesto per stare solo. La casa era diventata troppo affollata per i suoi gusti, troppo piena di parole, domande e commenti sugli ultimi avvenimenti. La questione dei due appezzamenti di terreno, poi, finiva per occupare ogni conversazione.
Continuò a salire verso il monte, chiedendosi come avrebbero affrontato quella storia suo nonno e gli altri Varriale che avevano custodito quelle terre prime di lui.
Alfonso aveva sempre avuto una grande considerazione di suo padre. Lo riteneva un uomo laborioso, capace di concedersi il giusto tempo libero, ma soprattutto lo considerava l'anima di quel luogo.
Lo capiva ogni volta che lo vedeva affacciato alla terrazza di casa, intento a osservare i campi. Da lassù suo padre sembrava abbracciare con lo sguardo ogni appezzamento, individuando i lavori da fare, i progressi compiuti e i progetti a cui dedicarsi.
Alfonso ricordava quante volte, da bambino, si fosse fermato a guardarlo. Suo padre rimaneva spesso in silenzio, assorto nei propri pensieri, come se gli bastasse osservare le cose per intuire quale direzione dovessero prendere. Dove posava gli occhi, sembrava che qualcosa prendesse vita.
Conosceva anche i suoi sacrifici. Sapeva quanta fatica ci fosse dietro quella terra e quanta dedizione richiedesse. Da lui aveva ereditato l'amore per la campagna e il desiderio di ricavare dal terreno il meglio che potesse offrire.
Forse era proprio questo a rendere tanto difficile l'idea di andarsene. Non si trattava soltanto di lasciare una proprietà o una casa, ma di allontanarsi da una parte di sé.
Arrivato a metà del percorso, decise di fermarsi. Nel cuore del bosco trovò una grande pietra sulla quale sedersi. Il sole cominciava a filtrare tra i rami e il silenzio era quasi assoluto. Non si sentiva nemmeno una cornacchia.
Doveva ammettere che gli uccelli non sembravano avere alcuna intenzione di farsi vedere. Poi, dietro un ramo, scorse un piccolo volatile che non riuscì a identificare. Imbracciò il fucile, prese la mira e sparò.
Il colpo fece levare in volo alcuni uccelli nascosti tra i rami più alti. Si allontanarono in uno stormo disordinato, dirigendosi verso l'altro versante del monte. Alfonso provò a sparare ancora, ma anche il secondo colpo andò a vuoto.
Sorrise tra sé.
A quanto pareva, quella mattina sarebbe tornato a casa a mani vuote. Almeno ci aveva provato. Aveva ancora qualche cartuccia e avrebbe potuto tentare di nuovo dopo una breve sosta.
Erano appena le otto e gli sembrava di aver già percorso chilometri.
Appoggiò il fucile accanto a sé e rimase a osservare il bosco. Fu allora che, inevitabilmente, il pensiero tornò a Letizia.
Fino a quel momento gli era sembrato sufficiente sentirla, sapere come trascorresse le giornate, scambiare con lei qualche parola e lasciarle raccontare ciò che le accadeva.
Eppure, ogni volta che riattaccava, gli restava la sensazione che mancasse qualcosa.
Proprio in quel momento squillò il telefono.
Era Letizia.
Alfonso rispose con un sorriso che nessuno avrebbe potuto vedere, ma che gli cambiò la voce. Si sentivano spesso, ormai, e le loro telefonate erano diventate una consuetudine. Parlarono del più e del meno, come facevano sempre. Si raccontarono piccoli episodi della giornata, si scambiarono qualche battuta e indugiarono su argomenti che sarebbero potuti sembrare insignificanti a chiunque altro.
«Non sapevo avessi la passione per la caccia», disse Letizia.
«Si può avere la passione per la caccia? Siamo mica tra i cavernicoli? Ho semplicemente voglia di prendere la mira e colpire… anche se, finora, ho collezionato soltanto tiri a vuoto.»
«Allora vai al poligono e punta lì il bersaglio!»
«Ho bisogno di stare all'aria aperta. Per ora ho soltanto spaventato uno stormo di uccelli, che se n'è volato dall'altra parte del monte.»
«Mi sa che gli uccelli hanno capito tutto prima di te.»
Alfonso rise.
«Può darsi. Sono decisamente più fortunati dei miei bersagli.»
Continuarono a parlare ancora per qualche minuto, finché la telefonata si concluse.
Alfonso rimase con il telefono in mano, fissando lo schermo ormai spento.
Conosceva i propri sentimenti, o almeno così gli sembrava. Eppure continuava a comportarsi come se avesse bisogno di sottoporli a un esame prima di concedersi il diritto di crederci.
Si alzò dalla pietra e riprese il cammino. Aveva bisogno di muoversi, di lasciare che le gambe lo portassero avanti mentre la mente continuava a lavorare.
Poco più avanti incontrò un amico di suo padre, anche lui a caccia.
«Buongiorno, Alfonso! Preso qualcosa?»
«Per niente! E tu?»
L'uomo fece un gesto sconsolato, poi lo guardò con un sorriso complice.
«Pazienza. Intanto ti faccio i miei complimenti. Ho saputo che ti sei fidanzato!»
Alfonso trasalì.
«Fidanzato? E chi te l'ha detto?»
L'uomo rise, senza accorgersi del suo imbarazzo.
«Le voci girano, ragazzo mio. E poi, quando c'è qualcosa di bello, è difficile tenerlo nascosto.»
«E da chi sarebbe partita questa voce?»
«La moglie di Andrea. Sono passato in farmacia e, tra una chiacchiera e l'altra, ho chiesto di te. Mi è sembrata contenta della novità.»
Alfonso accennò un sorriso, ma non rispose.
Cecilia, che di solito non spiccicava troppe parole, aveva ficcato il naso nella faccenda. La notizia doveva essersi già diffusa ben oltre la cerchia familiare.
Avrebbe voluto spiegare al suo interlocutore che le cose non erano così semplici, che nessuno aveva pronunciato una parola definitiva e che lui stesso non sapeva ancora quale nome dare a quello che stava accadendo.
Eppure, mentre salutava il conoscente e riprendeva il sentiero, una sola parola continuò a risuonargli nella testa.
Fidanzato.
Era davvero così che li vedevano gli altri? Bastavano qualche telefonata, una confidenza più profonda e un'estate trascorsa insieme per dare un nome a qualcosa che lui continuava a interrogare senza sosta?
Forse gli altri avevano visto prima di lui ciò che non voleva ancora riconoscere. Oppure avevano semplicemente dato un nome a una possibilità, senza preoccuparsi di sapere se fosse davvero quella giusta.
Si fermò lungo il sentiero e guardò verso valle.
La campagna si apriva davanti a lui nella sua consueta bellezza. I campi che conosceva fin da bambino si stendevano fino alla casa che, in lontananza, sembrava custodire ogni certezza della sua vita.
E pensò a Letizia.
Ad Aosta, alla sua voce al telefono, alle conversazioni che si prolungavano senza che nessuno dei due sembrasse avere fretta di concluderle. Pensò alla distanza che li separava e a quanto fosse facile, da lontano, continuare a rimandare ciò che avrebbe richiesto il coraggio di esporsi.
Lui, invece, continuava a prepararsi. Preparava lo studio, organizzava il futuro e cercava di mettere ordine persino nei propri sentimenti, come se ogni cosa dovesse essere pronta e perfettamente al suo posto prima di poter cominciare.
Ma la vita non aspettava che tutto fosse in ordine.
Forse Andrea aveva ragione, almeno su una cosa: a volte, riflettere troppo diventava un modo per non agire.
L'idea di raggiungere Letizia ad Aosta gli attraversò la mente con una chiarezza nuova.
Non un'altra telefonata, non l'ennesima conversazione in cui sondare le sue intenzioni senza esporsi davvero. Un viaggio. Presentarsi da lei, magari senza preavviso, e vedere la sua espressione quando se lo fosse trovato davanti.
Il pensiero gli procurò un'immediata allegria, subito seguita da un dubbio.
E se non fosse stata contenta? Se avesse interpretato quel gesto in modo diverso da come lui lo immaginava? E se, invece, fosse stata proprio quella la cosa che aspettava anche lei, senza aver mai trovato il modo di dirglielo?
Alfonso scosse la testa, sorridendo. Stava già ricominciando a fare ciò che sapeva fare meglio: esaminare ogni possibilità, anticipare ogni reazione, cercare di prevedere persino quello che non poteva conoscere.
Non poteva continuare così.
Eppure, l'idea di raggiungere Letizia gli sembrò più naturale di tutte le ragioni che aveva trovato fino a quel momento per rimandare.
Non doveva decidere in quel preciso istante come sarebbe stato il loro futuro. Doveva soltanto capire se desiderava davvero incontrarla, guardarla negli occhi e scoprire che cosa ci fosse tra loro al di là delle telefonate.
La risposta, in fondo, la conosceva già.
Riprese a camminare verso casa. Il fucile era ancora a tracolla e non aveva preso nemmeno un uccello.
Quella mattina, forse, aveva trovato qualcosa di molto più importante: non una risposta definitiva, ma il coraggio di considerare una possibilità concreta.
Perché, qualche volta, per scoprire dove ci avrebbe portati la strada, bisognava semplicemente cominciare a percorrerla.
https://miosole.blogspot.com/2026/09/via-del-greto-vi.html (capitolo precedente,VI)
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