Vita da bar

 




Qualche giorno fa mi sono fermata in un bar sul lungomare. Con me un tablet e un quaderno. Non sono avvezza a girare per la città, né a prendere il caffè al bar. Avevo solo bisogno di quattro passi in preda al l’ansia di un nuovo confinamento a casa. Dalla vetrata del bar, subito mi sono immersa tra le palme e i passanti del lungomare. Per strada poca gente, oltre, una visuale sgombra e chiara, con il sole che creava bagliori fosforescenti. Il bar non è il luogo  più adatto a scrivere: gente che entra ed esce, rumori, voci, registratore di cassa. Non è il massimo per tranquillità e concentrazione ma un modo piacevole di aprirsi alla giornata. Lì, davanti alla mia tazza fumante, con una strepitosa prospettiva oltre la vetrata, le idee che cominciano a fermentare, mi sono sentita a mio agio. Sorseggiavo e pensavo ai caffè della nostra vita: a quelli che ci hanno tirato su, altri che ci hanno impedito di pensare, alle pause che ci hanno regalo, le chiacchiere e confidenze in sua compagnia, una sorta di forza che allevia ogni fatica. Sobbalzo ad ogni caffè che scorre sul bancone, agli scontrini e alle monete che volano alla cassa. Mi distraggo a guardare i baristi, così sorridenti di buon mattino, che sbrigano fischiando, canterellando, sempre con parole gentili in bocca, magari restassero così fino a sera!  Difficile anche non naufragar nel mare delle cassatine e prussiane che dalla vetrina mi invitano come un incantatore di serpenti. Un profumo di babà mi stordisce, ma non mi  lascio sedurre. In due minuti metterei un bel po’ di calorie senza aver saziato la mia voglia di dolce. Scrivere, a questo punto, sembra una missione ardua. La soluzione è scegliere un punto fuori cui guardare, allontanando da me ogni tentazione e frastuono di tazze e cucchiaini, tenendo lontano dagli occhi fragranti cornetti e sfogliatelle frolle e ricce. Ci provo, ma non riesco a liberarmi dei profumi. Poi mi è parso di farcela puntando al costone di Faito e da lì all’orizzonte. Quando ero bambina, l’altro lato del mare per me era l’America. Da qualsiasi punto guardassi, dicevo: “Ecco l’America”. Era stato mio padre a farmelo credere, quando una volta accompagnammo al porto di Napoli una sua zia che partiva per il continente. Al ritorno, dalle parti di Pozzano, gli chiesi cosa ci fosse là, oltre il mare, dove c’erano quelle infinite luci fioche, intense, grandi e piccole. E sebbene si ergesse il Vesuvio, mi rispose l’America. Ricordo com’ero felice di aver fatto quella scoperta: scrutare il Nuovo Continente al di là del Golfo, proprio come Ciaula quando scopre la luna nella novella di Pirandello.

Intanto le idee per una storia sono arrivate. Riesco a delineare i protagonisti e la trama. Sorseggio, miro in lontananza e scrivo. Nel bar siamo rimasti in due ai tavoli, ora c’era più ordine e meno fragore. Un anziano signore mi distoglie con le sue espressioni dialettali molto colorite. Siede di fronte. Vedendomi scrivere, mi chiede scusa e si gira di spalle, a suo dire per non distrarmi. Gli dico che può restare dov’è, non dà alcun fastidio. Il caffè è finito e chiedo un tè. Osservandolo meglio, è un tipo interessante. Fa proprio il mio caso e decido di inserirlo nella storia. E mentre sono convinta di poter iniziare a scrivere, un pastore tedesco, proprio come Rex, fa in suo ingresso nel bar  al seguito del padrone, raggiungendo subito la mia postazione. Il mio tavolino traballa con le tazze e i piattini come una scossa. E ancora mi strattona, portando il padrone a scusarsi. Rido, perchè Rex mi mancava proprio. Avevo anch’io un pastore che non è più tornato. Questo ricordo vuole che io lo inserisca accanto all’anziano signore. E vista la furia con cui si è presentato, non posso lasciarlo fuori. Rex si mette a cuccia accanto al padrone, un tipo parecchio accigliato, che in due secondi fagocita un cornetto come il lupo fece con Cappuccetto, trangugia un caffè e poi si rilassa.  Ce ne vuole un altro per me, il vecchio di fronte va per un secondo bicchierino, mentre il burbero, un whisky. Appena rivedo il cameriere, gli chiedo anche un cornetto. Il passeggio si è fatto più fitto, le auto sono aumentate. La vita da bar è affascinante e intramontabile, con o senza confinamento a casa. Nessun altro luogo coccola con i suoi profumi, odori, aromi, ricordi, vita. Il bar è l’ambiente giusto per sentirsi insieme anche da soli ed è il posto per stare soli anche in mezzo agli altri. Uscirne è stato tirarmi fuori da un incantesimo.

Intanto i tre personaggi sono entrati nella storia: il vecchio, il burbero e Rex. Al vecchio ho messo accanto il pastore tedesco e ho lasciato solo il burbero. A conti fatti la storia mi è costata: due caffè, un tè, un cornetto e un vassoio di dolci da portare a casa. Certo che la vita da bar costa, ma vuoi mettere? Emana un fascino e un’attrazione  come nessun altro luogo sociale.


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Il ritorno in classe

 



La scuola è ripresa dopo il lungo periodo di chiusura Covid. Siamo ritornati nelle nostre aule. Ci mancava il gruppo classe, il luogo dove si cresce e si matura passando dall’essere bambini ad adulti senza accorgersene. Ci mancava l’aula impregnata di gessi, ricca di voci, talvolta chiassosa. E ancora il contatto, lo sfogliare i quaderni, i libri, i dialoghi, le spiegazioni, le risate, la continuità, il confronto, i vari momenti della lezione, gli obiettivi da raggiungere che rendono il tempo, trascorso al suo interno, unico. Il rapporto umano è alla base di ogni crescita, se manca tutto diventa più freddo e incomprensibile. In questi mesi durante i quali ci siamo dati molti surrogati per illuderci di vivere come prima, la scuola ha spento la sua energia. Negli edifici è sceso un silenzio al posto del suo naturale fermento. Gli schermi sono diventati le nostre aule, dove insegnanti e alunni, attraverso le voci e le immagini,  riprendevano quella continuità e voglia di esserci a tutti i costi. Abbiamo alimentato il rapporto, abbiamo cercato di abbattere la solitudine e vincere la depressione. Gli attori per dirsi scuola c’erano, le famiglie anche, ma c’erano anche le voci delle nostre case, i pigiami in bella vista e gli sbadigli mattutini. E c’erano i caffè che sbucavano mentre si spiegava, si parlava, si correggeva. Ma è la classe il vero campo di battaglia della scuola, dove ogni giorno accadono fatti, si vivono esperienze, s’imparano lezioni didattiche e di vita. Gli alunni si incontrano e si scontrano, si confrontano e si affrontano. Una vita a loro misura che insegna a crescere, a relazionarsi e in tutto questo c’è spazio per imparare, apprendere e progredire. E’ il luogo dove nascono i progetti, si accende l’entusiasmo, si provano emozioni, un organismo che vive di vita propria. Ne è passato di tempo dalla descrizione della vita di classe narrata nel libro Cuore di Edmondo De Amicis, 1886, che tutti abbiamo conosciuto. Quante lezioni prese da quel testo. Garrone, Franti, Bottini, Crossi, Derossi, non sono calciatori, ma i protagonisti che lo hanno animato, oltre ai personaggi dei racconti mensili. La scuola nasce con la legge Casati nel 1859 e il libro Cuore ne racchiude l’anima. Il romanzo è ambientato in una scuola di Torino subito dopo l’Unità d’Italia e narra le esperienze di un anno scolastico di una terza classe elementare. Per chi voglia capire le dinamiche di un gruppo classe, i momenti significativi dell’esperienza scolastica, questo testo offre materiale per ogni tipo di discussione. Quell’aula è la stessa di oggi anche in una scuola cambiata profondamente per ispirazione, contenuti e caratteristiche. Ci sono lezioni che non finiscono mai di insegnare e libri sempre attuali. La scuola è un mondo di cui veniamo a far parte, una zona propedeutica e ineludibile che tutti devono attraversare. Ogni rapporto può diventare freddo se lo deleghiamo alla distanza, quello vero ha bisogno di contatto diretto, dei sensi, dell’empatia, dei sentimenti, che in rete restano imbrigliati. I cambiamenti vissuti in seguito alla pandemia assumono sempre più la volontà di voler delegare alla tecnologia la parte vitale della scuola, un modo per trasferire in rete quello che non si riesce più a mantenere in presenza. Sottesa a questa l’idea quella che la tecnologia possa risolvere il caos e le problematiche che la scuola vive da sempre e che non si sono mai risolte del tutto. E’ un po’ come abdicare al ruolo di insegnante e sostituirlo con qualcosa di indefinibile che viene preso per avveniristico. La funzione docente viene espletata attraverso il dialogo,  un relazionarsi continuo mentre in rete diventa orfana di qualcosa. La forza della scuola è il rapporto umano prima ancora dei contenuti, di avere un ruolo formativo e di erogazione di saperi. E’ vero che la DaD deve essere il famigerato piano B, ma non può assolvere a tutte le funzioni della scuola. Tra le righe del libro Cuore si legge: "I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana”, riferendosi all’alunno visto metaforicamente un soldato.

 

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La parola d'ordine

 

La nostra vita scorre tra le password, le parole d’ordine. Quando abbiamo cominciato a usarle, eravamo certi di avere i nostri dati al sicuro. Che invenzione! La privacy salvaguardata da una combinazione di parole, segni e numeri.

Dieci semplici regole per utilizzare le password - Data Manager Online

La password è indispensabile per entrare in ogni programma e accesso in rete. Le cambiamo a ritmo continuo, perché si perdono, si dimenticano, ce ne richiedono di nuove. All’inizio è stato fantastico, pensavo, chi andrà mai all’idea di quello che scrivo? Quante situazioni, numeri, fatti passati in rassegna per formulare la nostra password. Le ho setacciate tutte. Ho cominciato con la letteratura: A rebours, Carlino Altoviti, Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, Mr. Fogg, La signora Ramsay, La certosa di Parma, Con gli occhi chiusi, FederigoTozzi… E’ stata la volta dei nomi: Donna Prassede, Il conte Ugolino, Pico della Mirandola, La Pisana, Serafino Gubbio, Holden Caufield, Edmond Dantes… Nemmeno questi son bastati, sono passata alle battaglie: di Lepanto 1571, di Hastings 1066, Maratona 490, così mescolando nomi e numeri è più difficile scoprirla. Quanti nomi son passati sotto la mia penna: da Filippo il Bello a Napoleone, da Carlo V a Cleopatra e Churchill, da Ulisse ad Artemisia, Costanza d’Altavilla, Zeno Cosini, Marianna Ucrìa. La cerchia si stringeva sempre più, adesso inserivo anche  il numero, il segno, la lettera maiuscola o minuscola, lo /, il punto, lo spazio… facile crearla difficile, e poi? Come la ricordi? La scrivi da qualche parte. Bene, ci vuole un’agenda  che le contenga tutte e, quando l’hai creata, addio privacy: chiunque potrà leggere. Un vero problema. Più il tempo passa, più servono password. Molte ricordano momenti della nostra vita, fatti, persone che forse non vorresti nemmeno aver incontrato, ma stanno lì, nel libro nero delle parole d’ordine. E se scorri tutto quello che hai scritto, i nomi, i numeri, i fatti, i segni, le maiuscole e le minuscole, uscirà fuori il tuo romanzo,  che credi nessuno conosca e invece il primo a saperlo è il signor Google, che ogni volta che digitavi, seguiva il tuo percorso, conosceva un po’ di te. Per non parlare di quando la scrivi per sbaglio dove non devi e tu la vedi per la prima volta scritta e ti dici: ma cosa ho fatto? Qualcuno potrà vederla! E la cancelli riscrivendola al posto giusto. Abbiamo regalato alla rete pezzi della nostra vita, abbiamo fornito notizie che potevamo tenere per noi. E intanto quella centrifuga del web, che macina tutto e sembra non ricordare, non conoscere, memorizza tutto senza il nostro permesso e ogni nostra notizia è un’indicazione preziosa che involontariamente gli forniamo. Maggiore è il nostro uso dello strumento, maggiore la conoscenza che i motori di ricerca hanno di noi. E continuiamo a credere che tutto quello che passa attraverso il web resti anonimo. Niente resta a noi se non un piccolo antro del nostro cervello in cui chiudiamo 4 cose, forse nemmeno le più importanti e che crediamo di conoscere solo noi. Ma il meglio lo abbiamo già dispensato, già fatto archiviare, già è entrato in funzione attraverso meccanismi sofisticati che rilevano i nostri desideri, idee, pensieri, carattere, sesso, gusti... E allora a che serve la password? A evitare che le persone vicine leggano? Serve a fornire di noi la migliore proiezione, quella che  nemmeno i nostri parenti e amici possono conoscere. I codici che forniamo alla rete ci proiettano agli altri che sapranno cosa farci vedere individualmente, come forgiare il nostro pensiero, come prenderci, cosa presentarci.

La password è un modo di scrivere la nostra storia in codice, più vera di quella che daremmo con una nostra biografia.  La formiamo in base a quello che viviamo al momento: un evento importante, un fiore, un titolo, un numero. Un codice, tutto sommato siamo un codice col quale ci definiamo nel mondo. Bastano poche cose per distinguerci. Se scrivo nomi di letteratura, battaglie, date, storia, si saprà che mi piace la letteratura, l’arte, la pittura, la storia, la geografia, si comprendono meglio le mie scelte,  i miei desideri.  Ma da quello che non scriviamo si comprendono tante altre cose. Gli algoritmi questo lo segnano. Mettono a punto ciò di cui non parliamo. E forse il nostro profilo più vero nasce da ciò che non diciamo. Una parte di noi resta registrata, la parte in ombra fornirà elementi inaspettati e significativi che potrebbero dare la nostra vera immagine. Ecco allora il motivo delle password. In quei piccoli segni si captano notizie di noi, una tracciabilità che non avremmo in alcun altro modo. Cosa resta per noi, di veramente privato? Il mondo vive di socialità e la privacy non si addice ai ritmi veloci della vita odierna. Più si parla di qualcosa più se ne conosce poco, mentre il non detto resta un valore certo. La vera privacy è quando le cose giacciono in noi, poiché  essere in due a conoscere un fatto è già come in tanti a saperlo.


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La fiaba turca

 Quest’estate mi sono appassionata ad alcune serie tv italiane. Ho cercato di coinvolgere mia figlia esortandola a guardarne una con me, ma lei continuava a troneggiare al centro del divano a tre posti con la sua serie del cuore sul computer: DayDreamer- Le ali del sogno. L’ho vista ogni pomeriggio a sganasciarsi dalle risate, dimentica di quello che le accadeva intorno. Poi ha cominciato a coinvolgermi facendomi guardare qualche scena che ovviamente non mi diceva niente, dal momento che non ero al corrente della storia. E mi chiedevo cosa ci trovasse di tanto divertente. Così siamo arrivate a un compromesso: avrei visto la sua serie se lei avesse visto la mia.

Mi sono arresa: ho cominciato a seguire DayDreamer-Le ali del sogno. Come quando si legge un libro, la prima puntata è stato un incipit convincente. Storia, fotografia, musiche fatte di ritmi mediorientali che tanto mi piacciono, protagonisti, tutto era perfetto. E’ stato un crescendo. Mi sentivo come l’unica persona al mondo a non conoscere DayDreamer. Per chi come me si avventura nella scrittura, notavo che aveva tutti gli ingredienti per farti andare avanti nella storia. Non vedevo qualcosa del genere dai tempi delle serie degli anni ‘80. Erano anni che non mi appassionavo così. Ci sono punti fermi su cui siamo tutti d’accordo. Innanzitutto i personaggi principali: Can e Sanem, non solo belli ma anche convincenti, che riescono a tenere inchiodati i telespettatori allo schermo.  La storia è ambientata a Istanbul, e questo mi ha riportato all’atmosfera de Le mille



e una notte, con il mare, lo stretto, il ponte, i minareti. Mancava solo un tappeto volante, i ladroni, le lampade, il visir, la principessa. Vedevo sullo schermo una storia moderna uscita dalle pagine di un testo che ho sempre amato: Le mille e una notte. E quella principessa che si sacrifica tutte le notti per non essere ammazzata dall’annoiato principe che, tradito la prima volta, non crede più all’amore, ritorna qui. Sanem, la protagonista, per uscire da un fidanzamento combinato cerca un lavoro e grazie alla sorella lo ottiene in un’agenzia pubblicitaria. Lei ha un sogno: diventare scrittrice e vivere alle Galapagos. Già nella prima puntata conosce il suo principe che per sbaglio la bacia nel palchetto di un teatro e resta folgorato dal suo profumo, così da non dimenticarla più. Cenerentola perde la scarpa, Sanem disperde la sua fragranza. E’ una storia attuale che si svolge per la maggior parte sul luogo di lavoro, un’agenzia pubblicitaria e per il resto in un quartiere popolare dove la vita di tutti i giorni scorre tra pettegolezzi e difficoltà. Interessanti i dialoghi ben curati e per niente banali, con una cultura un po’ distante dalla nostra, quella turca, ma allo stesso tempo affascinante, con personaggi solari e che si danno molto da fare come Cey Cey, Deren, Mavkibe, la stessa protagonista vulcanica ed effervescente Sanem e Can che manda in delirio tutti. Non per niente il sottotitolo è Le ali del sogno ma a me piace tanto quel  Erkenci kus, titolo originale, L’uccello mattiniero, che ha in sé tutta la freschezza della protagonista che insegue il suo sogno. E poi una storia con tutti i crismi della fiaba moderna con protagonisti e antagonisti, trama ben costruita, elementi di aiuto magici, con tutte le funzioni di cui parlava Vladimir Propp quando formulava lo schema della fiaba. E cosa meglio di una fiaba può far stare bene, tranquillizzare, insegnare? Si sperimenta il valore dell’ amicizia, le ansie dei genitori, le tempeste dell’amore, la gelosia, l’invidia, la cattiveria, l’aiuto delle persone care. Il punto forte della storia è l’aderenza alla realtà. Can Divit, fotografo e poi capo dell’agenzia e Sanem Aydin, i protagonisti della serie, non sono altro che il principe e la principessa il cui amore viene costantemente ostacolato tra equivoci, paure, ansie, malintesi, invidie. E’ la fiaba di una volta, che avevamo dimenticato. In essa la descrizione di un mondo moderno con tanto di tradizione, tra ilarità e serietà, novità e colpi di scena. Tutto raccontato con tensione, ironia, effervescenza. E si capisce allora il successo della serie, fatto di una storia semplice con un protagonista che oppone alla forza fisica una gentilezza d’animo. Mai arrogante, sempre attento, con l’unico difetto di essere allergico alle bugie e geloso come un bue spagnolo. Be’ chi non vorrebbe un uomo così? Sembra quasi in antitesi con gli stessi suoi muscoli, fatti di tartarughe e torace da superman. Di solito scarica in palestra i suoi momenti di tensione, trova sempre la calma per ogni cosa, affettuoso e passionale senza mai sconfinare. L’educazione, la pazienza, sono per lui valori importanti. Ebbene, il successo di Erkenci kus è questo. Ovviamente ci sono i momenti in cui non ce la fai più a seguire per la storia che ricade nelle trappole per mantenere l’incantesimo, proprio come faceva Sharazade, che raccontava al principe le sue storie senza fermarsi mai per non permettergli di ucciderla. E allora si allungano i tempi per le risoluzioni, allentano le situazioni, si mantiene la tensione, si sdrammatizza quando i fatti diventano troppo seri. E poi quell’atteso ricongiungimento dei due che mai avviene. Adesso mia figlia non si raggomitola più sul divano con le cuffie, ma guarda con me senza spoilerare, visto che conosce tutti gli episodi, ridendo e scherzando. Solo alla 40esima puntata si è presentata con dei fazzoletti che mi ha messo accanto dicendo che ne avrei avuto bisogno. E così è stato.

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"Non mi manchi, quindi ti lascio!"



Il periodo d'isolamento vissuto in casa ha fatto disastri su tutti i fronti. Un versante poco esplorato, di questo periodo, è quello delle relazioni. Molti, alla fine, si sono lasciati con un messaggio che diceva pressappoco così: “Non provando la tua mancanza in questo periodo di lontananza, credo sia meglio lasciarci”. Già il fatto di comunicarlo tramite messaggistica rende l’azione più avvilente di quello che è. Chi prima della quarantena era abituato ad avere una relazione ricca e varia col partner, durante la prigionia avrà sofferto molto. All’inizio erano messaggi rassicuranti, poi, tornati alla normalità, puntuali sono arrivati quelli in cui si diceva che il rapporto finiva lì e proprio da chi inizialmente rassicurava l’altro. Restare a casa ha incrementato la vita online, più adatta al momento. Molti subito hanno rimpiazzato le mancanze con la vita virtuale. E in questo gioco e scambio di situazioni è stato naturale fare i conti anche con i sentimenti, facendo una disamina della nostra vita affettiva. Ci si è accorti che è importante ciò che desideriamo e che non dobbiamo sempre misurare le azioni dell’altro nei nostri confronti. Molti rapporti si sono rivelati vuoti, inconsistenti, altri solo di facciata, altri appena esistenti. C’è chi ha trovato il coraggio di lasciare la persona amata che già da qualche tempo avrebbe mollato. Fermarci ha permesso di cogliere molte sfumature della nostra vita che la quotidianità aveva reso abitudinarie. L’analisi sul nostro stato affettivo e relazionale, in molti casi, ha avuto un epilogo poco elegante, fatto di un freddo messaggio. E’ stata la paura di non farcela, il fatto di non essere sicuri, la probabilità che forse ci si lasciava temporaneamente per poi ritornare insieme? Chissà, ma il modo in cui è avvenuto la dice lunga sullo stato della relazione, anche prima che volgesse al termine. Se per un verso non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi per dirsi addio, dall’altro è meglio evitare lo sguardo di chi non merita più nemmeno un confronto. Di sicuro l’amore non si spiega e certe cose si capiscono, anche se non ci vengono dette. E allora già prima c’erano avvisaglie di un rapporto tiepidino e che non abbiamo saputo cogliere o non abbiamo voluto e, non accettandone la fine, continuiamo a dire che ci è caduto addosso come un fulmine a ciel sereno. Forse il cielo era già grigio, ma noi ci ostinavamo a vederlo azzurro. A volte si è complici anche in quelle azioni che sembrano appartenere solo al partner. L’altro non parla, io non dico, l’altro non si spiega, non capisco perché debba farlo io e così via. Bisogna avere sempre il coraggio di leggersi fino in fondo e chiamare le cose per nome. E se l’altro non ci interessa più, lasciarlo con un messaggio può sembrare uno sforzo notevole. Non è così. Quando ci si lascia, è bene non perdere di vista la dignità della persona. Non si può disprezzare o odiare l'altro per il fatto di non stare più insieme. L’epilogo di una storia ci permette di comprendere il tipo di rapporto che abbiamo avuto, un’esplorazione che ci dà la misura di chi siamo e cosa vogliamo. E poi mai aspettarsi tutto dall’altro. Ne siamo una parte attiva e di grande responsabilità. Più che chiederci “chissà se mi ama”, dovremmo capire il nostro impegno profuso. Spostando l’asse su di noi, non dobbiamo più interpretare l’altro, solo metterci in discussione. I fatti parlano per noi e sono inconfutabili, mentre le parole assumono caratteristiche sempre diverse. La costrizione a restare a casa ci ha fatto riflettere sulle cose realmente importanti: quelle cui teniamo e quelle di cui possiamo fare a meno. E allora, quando ci si è resi conto del vuoto intorno, è bastato uno scritto per dire basta. Quanti rapporti procedono per inerzia. Chiediamoci di quale impegno siamo capaci, come ci manifestiamo all'altro e come ci sentiamo quando siamo insieme, com'è cambiata la nostra vita. Molti rapporti si basano sulla paura: di restare soli, di non farcela, di non essere autonomi. Altri sull’incapacità di capire quello che ci fa stare bene. Ogni domanda implica un’indagine che non sempre siamo pronti a condurre. Ognuno cerca qualcosa in un rapporto ed è difficile un’unione d'intenti. Al di là delle motivazioni che inducono a lasciare la persona amata, non bisogna mai opporsi a un rifiuto, mai ostacolarlo temendo l’abbandono. L’amore non vuole costrizioni, è uno stato di grazia. Quando si tratta di quello vero, che arriva di solito senza preavviso, non facciamo alcun pronostico o conto. In tutte le altre situazioni è più una combinazione di fatti da cui non sappiamo scioglierci. E così come viene, allo stesso modo l’amore può andar via. Solo che nel frattempo le abitudini hanno alzato muri e pareti diventati invalicabili e  si reagisce come a un nemico da combattere, poiché  lede quella tranquillità interiore acquisita che molto spesso scambiamo per amore.  
Fortunatamente, nel periodo di prigionia, sono sopravvissuti quegli amori forti e indissolubili, che la quarantena ha rafforzato. Come diceva La Rochefaucauld “La lontananza spegne i piccoli amori e accresce  le forti passioni”.


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La spiaggia nel tempo


Negli anni ‘70 andava in vacanza il 28% degli italiani, che sceglieva il mare come meta per rilassarsi. Erano 4 settimane filate che si trascorrevano in spiaggia. La vacanza si chiamava villeggiatura.  Lì, tra ombrelloni e battigia, trovavi il pallavolista, il corridore, il saltatore, il tuffista, il ginnasta…un festival dello sport all’aperto. Si prendevano certe rincorse da metà spiaggia verso le onde dove si finiva con un capitombolo. E poi  ci si copriva con la sabbia fino al collo per saltare fuori  all’improvviso e  correre a sciacquarsi. In acqua tutta la gamma dei gonfiabili: le ciambelle, i lettini e canotti colorati. A riva i secchielli, palette, formine. Si andava in spiaggia a intere famiglie con le teglie di pasta nascoste nelle borse, tra i bikini e i borselli colorati, i ricambi e i teli arrotolati. E poi i braccioli, i costumi, le pinne,  i giornali. Dopo il bagno era normale cambiarsi il costume avvolgendosi un telo intorno,  con aria indifferente,  spogliandosi sotto quella sorta di tenda che riparava sì, ma che lasciava trapelare qualche lembo di pelle. E dopo subito un panino per placare la fame. E c’era tempo per pomiciare sdraiati sullo stuoino, all’ombra o sotto il sole e, proprio per stare in mezzo agli altri, nessuno ci faceva caso. Si raccontavano barzellette,  a gara a chi faceva più ridere, o si restava  sotto il sole a raccontarsi. Si andava a mare con le  amate utilitarie di una volta da cui usciva una casa intera, con il tetto stracolmo di roba mantenuta da elastici. E dall’auto si scendeva con in mano l’ombrellone, le borse stracolme.  Il concetto importante era che andare a mare era necessario, per l’aria e il sole, importanti per la salute. Si era disposti a fare lunghe file di traffico pur di raggiungere la località desiderata.

Negli anni 80 la vacanza è diventata irrinunciabile. Comincia l’era dei villaggi turistici, ricchi di ogni comfort. Si parte per staccare completamente dalla routine e cambiare ritmi. I costi aumentano e quando si torna a casa ci si ritrova più stanchi di prima. Dopo sono cominciate le partenze intelligenti, i voli, le spiagge lontane, snobbando quelle a portata di mano. Si viaggiava per il mondo e al ritorno ci si riversava sui lidi di casa. Il mare è diventato sempre più affollato di barche ormeggiate di fronte alle spiagge, simbolo di un benessere crescente. Così la spiaggia privata ha preso il sopravvento, presentando, a un pubblico esigente, ogni tipo di comfort.

 Scendere in spiaggia oggi e trovarsi  in un recinto,  uno spazio delimitato allontana subito dai ricordi. Una spiaggia dai nuovi stili di vita per assicurare il distanziamento. Ci si reca a mare con ansia, rabbia, malessere, sentimenti che non vanno d’accordo con lo stato d’animo vacanziero. La postazione, l’app, l’orario da
rispettare per consentire turni ad altri bagnanti, il comportarsi come se sostenessimo un lavoro mette in una cattiva predisposizione. In spiaggia siamo seri, guardinghi,  molto tesi, un po’ preoccupati. I giochi sono ridotti, tutto deve essere sotto controllo togliendo un po’ di serenità. E’ finito il tempo di attardarsi in spiaggia fino al tramonto. Si sta come le foglie d’autunno, direbbe Ungaretti, dove mangiare è un sacrilegio e leggere impossibile. Per darsi alla lettura bisogna sentirsi liberi e quando incombe un pericolo non si può leggere. Si è costantemente scossi, per non trovare posto, per il tempo contato, per controllare  se gli altri mantengono il rigore richiesto a noi, se qualcuno infrange le regole, se siamo trattati alla stessa stregua degli altri. E’ diventata una sorta di trincea, da cui ci si affaccia  come a una finestra per capire ciò che puoi o non puoi fare. Vietato giocare o stare in gruppo. Mantenersi a debita distanza. La libertà sta assumendo un altro valore: quello di nuocere a se stessi.  Dell’estate di una volta resta la nostalgia e il juke box di una che dava “sapore di mare”, i sorbetti e i gelati consumati  a ritmo dei tormentoni estivi, mentre oggi anche la musica a mare sembra un  controsenso. Allora la spiaggia era un richiamo e attrazione per giovani, adulti e bambini.
Oggi i bambini vedono il tempo ridotto e mentre si adattano, devono andare via lasciando la spiaggia nel bel mezzo del gioco. Per i bambini passare la giornata in riva al mare è il più bel regalo. Impareranno a distanziarsi, a contenersi, a fermarsi prima che scada il tempo, a non capire chi o cosa vieta di restare. Una volta sotto l’ombrellone i bambini ci vivevano, mangiavano, dormivano, prendevano il sole, giocavano con gli amici, scavavano, costruivano. Come la scuola, si devono accontentare anche della spiaggia a metà. Li abitueremo a non approfondire, a lasciare le cose incomplete, a essere approssimativi. La lentezza non è un difetto, ma un bisogno dell’animo nell’apprendere. Nelle lunghe dormite in spiaggia di una volta, nei giochi con le racchette, le palle, i birilli e i castelli di sabbia si svolgeva una vita interessante che restava scolpita in mente. Così un relitto di nave sulla spiaggia, per me, era un momento di gioco e di immaginazione, sui cui bordi mi sedevo a mangiare il panino, a spalmare la protezione. A volte era una cabina a cielo aperto dove mi cambiavo il costume, quello turchese  pezzo intero profilato di blu. Una memoria che custodisce così bene il vissuto di una volta che oggi, vedere quello che resta a quel posto, faccio fatica a riconoscere lo stesso luogo. Le spiagge allora sembravano immense, perché eravamo piccoli, ora sono strette e cementate. Il mare insegna tante cose e l’estate sulle sue rive è quello che di più naturale si possa vivere. Ma tutto questo non dovrebbe avere un costo, dovrebbe essere un diritto di tutti, senza vincoli né barriere e lasciare ancora un senso alla libertà.

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C'era una volta il mare



Soltanto il mare gli brontolava la solita  storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare  non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra gli scogli, nei quali si rompe, e par la voce di un amico”. E’ quanto scrive Giovanni Verga nel suo romanzo I Malavoglia del 1881.
Il mare è di tutti, si legge tra le righe. Non puoi dare cittadinanza al mare, anche se esistono le acque territoriali, anche se abbiamo messo paletti qua e là e usiamo dire acque di questo o quel paese. Il mare è di tutti, come l’aria che respiriamo. Ma cosa ne abbiamo fatto? Inquinato e inaccessibile. Andare in spiaggia non è privilegio di pochi, ma  un diritto di tutti. Quel posticino che tanto amiamo, in riva al mare, sulla battigia, tra acqua e terra, è un bisogno e non una concessione. Stiamo perdendo di vista il concetto di libertà e di democrazia, di diritto e di dovere. Il virus sembra sia venuto a confonderci e a ribaltare concetti fondamentali.  Tutte le belle parole non riescono a contrastare l’interesse. Dopo il virus, le spiagge si sono assottigliate, quelle libere rimpicciolite e manca lo spazio necessario per tutti. Era un’offesa prima vedere al largo barche ormeggiate in rada mentre a due passi, a riva, intere famiglie si accalcavano per contendersi un posticino al sole; ed è un’offesa oggi vedere che i panfili sono aumentati e le famiglie a mare diminuite. Il divario è sempre esistito, con una piccola differenza: chi aveva il mare continua ad averlo, mentre gli altri lo devono condividere a dure condizioni.  E  se prima sulle spiagge c’era disordine, oggi ce n’è ancora di più con le severe disposizioni di distanziamento. Per permettere di andare a mare a tutti a causa del distanziamento, si dovrebbe scendere in spiaggia a giorni alterni, forse due volte a settimana. E’ difficile adeguarsi a regole restrittive per pubblico e gestori e si finisce per mercanteggiare il metro in più o meno, il residente e il forestiero, il plexiglass o la recinzione, a dimostrazione che tirando da una parte e dall’altra si resta tutti scontenti. E in un momento di confusione come questo, c’è chi ne approfitta. Gli ingredienti a demotivare di non andare a mare, oltre che a spaventare, ci sono tutti: la paura, la crisi, la depressione. E se il distanziamento è norma, bisogna assicurare a tutti la discesa a mare. La spiaggia libera non è un residuo di costa su cui mettere chi non va alla privata, ma un tratto fruibile da tutti. Questa serie di conflitti in cui inciampiamo, confonde e intristisce.
Una volta si andava in spiaggia a respirare l’aria ricca di iodio, stendere il telo, un pezzetto di mondo solo nostro, portare i bambini a giocare, indorarli di sole per non fargli prendere la bronchite,  per il bisogno di sentire il mormorio del mare, lo sciacquettio sul bagnasciuga, per incontrare gli amici, abbronzarsi. Oggi il distanziamento, le precauzioni, i costi, il cemento, i divieti, la maleducazione, l’incompetenza, l’arroganza, il menefreghismo, l’incapacità hanno reso le spiagge un miraggio. I bambini di oggi potranno mai raccontare delle loro giornate a mare come noi un tempo, quando la spiaggia era un luogo da vivere e non un posto riservato a pochi? Potranno mai raccontare le ore in acqua a giocare a palla o con i secchielli a riva, il sonnellino, il gelato? E questo non sicuramente per il virus ma per le interminabili burocrazie che cambiano ogni giorno, per capire che oggi condividere la vita non è più una scelta ma un dovere. Il virus ci ha fatto comprendere che dobbiamo cominciare a spezzare le nostre certezze, che la vita è fragile e basta un niente per mandarci in tilt. E mentre impariamo ad affrontarla, non dovremmo farci del male, ma essere pazienti e creare possibilità per tutti.
Il nuovo concetto di libertà non ci vuole ancorati ai nostri egoismi, ci chiede di non ledere i diritti degli altri, caso mai ce ne fossimo dimenticati, di imparare a condividere e osservare regole uguali per tutti.
Se Verga vedesse quello che abbiamo fatto del mare, crederebbe I Malavoglia ricchi anche nella loro sventura. Una famiglia che di quella distesa d’acqua imprevedibile ci viveva, la stessa che fa morire alcuni membri della famiglia,  sconvolgendo le loro vite. Se il Verga potesse vedere il cemento iniettato sulle rive, allora inorridirebbe.  E l’errore che si continua a perpetrare è quello di impossessarsi sempre più delle spiagge, di renderle sottili scorci di costa, estremi lembi di ciottoli e scogli.
Il virus si è trasformato in un orco venuto a rovistare nelle nostre vite. E’ anche vero che ciò che prima non era ben gestito, oggi è diventato impossibile con le nuove disposizioni.
Ma il mare sa aspettare e chissà che in una furia futura, con i suoi rigurgiti, non si riprenda quello che non abbiamo saputo gestire, ma solo offeso e sfruttato, ricordando all’uomo che nulla gli appartiene.

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