Coltivare lo spirito




Il termine cultura deriva dal latino colere, coltivare. In origine indicava la cura della terra. Con il tempo quella parola ha ampliato il suo significato fino a indicare qualcosa di ancora più prezioso: la coltivazione dello spirito.

Coltivare significa prendersi cura di ciò che può crescere. Così come la terra, anche la mente ha bisogno di essere lavorata, nutrita, arata. Senza questa cura rimane incolta; con essa, invece, diventa fertile.

Coltivare lo spirito vuol dire formare un animo forte, capace non solo di affrontare la vita, ma anche di comprenderla. La conoscenza allarga i nostri orizzonti: ci permette di interpretare ciò che accade intorno a noi e di dare un senso al nostro cammino.

Ma la cultura non nasce soltanto dallo studio. A nutrirla contribuiscono anche le tradizioni, i valori trasmessi, l’etica, la morale, l’educazione. Sono queste le radici che sostengono l’individuo e lo aiutano a orientarsi nel mondo, soprattutto quando la realtà si fa complessa o difficile.

Senza conoscenza l’uomo resta disarmato. È come chi tenta di affrontare una tempesta con strumenti rudimentali. La cultura, invece, ci fornisce strumenti più raffinati: sviluppa le capacità cognitive, ci aiuta a comprendere la complessità e, soprattutto, forma il nostro senso critico.

Il senso critico è la nostra bussola interiore. È ciò che ci permette di distinguere, di valutare, di scegliere. Ci aiuta a capire cosa è giusto o sbagliato per noi, a prevedere le conseguenze delle nostre azioni e a prendere decisioni con maggiore consapevolezza.

Ma che cos’è davvero il sapere? Non è un semplice accumulo di nozioni. Sapere significa fare esperienza, confrontarsi, mettere in discussione ciò che si crede di conoscere. È un processo continuo di apprendimento che dura tutta la vita.

Anche l’educazione fa parte di questo percorso. È il linguaggio condiviso della convivenza: quell’insieme di comportamenti che permette agli individui di relazionarsi con rispetto e di costruire una società armoniosa.

E poi ci sono le grandi vie della cultura: i libri, l’arte, la musica, il cinema, il teatro. Ognuna di queste esperienze apre nuove prospettive e ci consente di immaginare mondi diversi dal nostro. Attraverso di esse impariamo a comprendere gli altri, a immedesimarci, a riflettere sulle scelte e sulle loro conseguenze.

La mente, in fondo, è come uno strumento musicale: ha bisogno di essere accordata. È come un pezzo di legno che deve essere levigato perché possa diventare un’opera compiuta. Chi attraversa queste esperienze affina la propria sensibilità, sviluppa la capacità di progettare, di prevedere, di orientarsi nel futuro.

La cultura, dunque, non è un ornamento dell’intelligenza. È una forza che sostiene la vita. Ci introduce in meccanismi complessi e raffinati e ci offre strumenti che spesso non sappiamo nemmeno di possedere. Il suo fine più alto è la libertà: di pensare con la propria testa; di discernere e di scegliere; di costruire il proprio futuro.

Perché un uomo colto non è semplicemente qualcuno che sa molte cose. È qualcuno che ha imparato a essere libero.

La candelina all'alba

 


Ieri la mia giornata di compleanno è iniziata alle sei. Sveglia presto per andare a Napoli, alla discussione della tesi del Master di II livello post laurea in Farmacia di mia figlia.

Non avrei immaginato di trovare in cucina una piccola sorpresa: muffin con la candelina, pronti per la colazione. C'erano anche i fiori e le tazzine del servizio “in”. Così mi sono ritrovata a spegnere la candelina all’alba e a mangiare il muffin mentre iniziava lo sciame dei messaggi di auguri che arrivavano senza sosta.

Rispondendo a una mia amica che, a ogni mio compleanno, riesce sempre a farmi gli auguri per prima, le ho chiesto se fosse normale festeggiare a quell’ora del mattino e spegnere anche la candelina. Lei mi ha risposto: «Certo! Diceva mio nonno che gli auguri di compleanno si danno prestissimo». Quindi ero perfettamente in regola. Poi, però, ho pensato che in fondo sono nata alle due e mezza di notte: dunque avevo già tre ore e mezzo di vita.

Ad aspettarci c’era l’aula magna del Dipartimento di Farmacia per la seduta di tesi del Master. Non eravamo i primi? Non riuscivo a crederci. Ogni volta diciamo: il traffico, Napoli, troppe macchine… e invece la strada era tutta nostra.

Verso le 9.30 si comincia. Tredici candidate. Mia figlia, l’ultima. E devo dire che gli argomenti erano davvero di grande interesse. Mentre ascoltavo, però, l’occhio cadeva sui messaggi che continuavano ad arrivare. Cercavo di rispondere a tutti. A volte, scorrendo le chat, qualcosa inevitabilmente sfugge. Alzavo gli occhi quando sentivo qualcosa di interessante o quando una slide attirava l’attenzione. Allora chiudevo il telefono e continuavo ad ascoltare.

Quando è arrivato il turno di mia figlia ho dovuto smettere del tutto: era il momento delle foto, ma soprattutto dell’ascolto. Poi ho ripreso a rispondere ai messaggi mentre la commissione si riuniva. Intanto la sala, piena fino a poco prima, cominciava lentamente a sciogliersi in chiacchiere e piccoli spostamenti. E io sempre lì, a rispondere agli auguri.

Accanto a me mio marito non si era accorto di niente: era intento a rispondere ai suoi pazienti. Ogni tanto usciva dal suo silenzio per controbattere a qualche imprecisione durante le discussioni, soprattutto quando si parlava di medicinali, tecniche o argomenti di suo interesse. Ho dovuto scuoterlo per le foto, altrimenti se ne sarebbe dimenticato. Ma io non ero da meno: digitavo, scrivevo, leggevo le slide e ascoltavo.

Per le tredici eravamo fuori e, dopo un’ora, già a casa.

In casa vige una sorta di tradizione: il giorno del compleanno è come una piccola giornata di libertà, da usare come si preferisce. Sanno che sono impegnata a rispondere agli auguri e mi lasciano tranquilla. Nessuno si lamenta, nessuno chiede, nessuno obietta. Mentre negli altri giorni il telefono corre con noi, in questo giorno possiamo sederci e dedicarci con calma a quel rituale.

Come ogni compleanno mi tornano in mente quelli passati, quando c’eravamo tutti e nessuno mancava all’appello. Soprattutto quelli della mia infanzia, che hanno lasciato ricordi indelebili, legati a momenti che non si dimenticano.

Non che mi piaccia molto festeggiare. Ed è tutta colpa de Il sabato del villaggio. Da quando ho studiato per la prima volta questa poesia, ho sempre preferito il giorno prima, l’attesa, quando si pregusta ciò che sarà. Siamo tutti un po’ contagiati da quel benedetto pessimismo leopardiano: anche se cerchiamo di sfuggirgli, il pensiero torna sempre lì. Temiamo sempre che qualcosa possa sottrarci il nostro momento, e finiamo quasi per evitarlo.

Eppure, col tempo, forse dovremmo festeggiare un po’ di più. I compleanni che passano diventano più preziosi e impariamo a viverli con maggiore consapevolezza.

Il pomeriggio non è stato diverso dal mattino. Ho continuato a rispondere ai tanti messaggi e, sorridendo, ho ricordato le parole di una collega: «Quando tutti ti rispettano è perché sei diventata vecchia». 

Così, come ogni anno, questa giornata, che in casa mi lasciano vivere quasi come un piccolo privilegio, finisce sempre allo stesso modo: io seduta a rispondere agli auguri.

Ma com’era quando non c’erano i social? Andavamo a trovare le persone a casa loro. E quel verbo, trovare, descrive bene ciò che accadeva davvero: spostarsi verso gli altri per incontrare qualcosa che si desidera. Ed era proprio questo il punto: il desiderio di vedere le persone, di averle vicino.

Adesso che abbiamo il telefonino, invece, le abbiamo tutte più vicine. O almeno così crediamo.

Giancarlo Siani, la verità che continua a parlare




C’è qualcosa di profondamente necessario nel tornare a raccontare Giancarlo Siani. Non solo per ricordare un giovane giornalista ucciso dalla camorra, ma per riportare al centro una storia che ancora oggi interroga il nostro presente.

La serata di presentazione del libro “Giancarlo Siani. Terra nemica” di Piero Perone, ieri sera al Circolo Internazionale di Castellammare di Stabia, è stata proprio questo: un momento di memoria viva, di riflessione e di responsabilità collettiva. 

Giancarlo Siani non era un eroe costruito a posteriori. Era un ragazzo di ventisei anni che faceva il giornalista con passione e ostinazione, convinto che raccontare i fatti fosse il modo più concreto per difendere la libertà. Collaborava con Il Mattino e seguiva soprattutto la realtà di Torre Annunziata, un territorio complesso, segnato dalle dinamiche della camorra e da equilibri di potere spesso invisibili. Siani osservava, indagava, metteva insieme dettagli e li trasformava in articoli chiari, diretti, scomodi.

È proprio questa capacità di leggere il territorio che emerge con forza nel lavoro di Piero Perone. Terra nemica non è soltanto una ricostruzione giornalistica, ma un viaggio dentro il contesto in cui Siani si muoveva ogni giorno: una terra difficile, dove raccontare la verità poteva significare esporsi a rischi enormi. Il libro restituisce la dimensione di quel lavoro quotidiano fatto di appunti, incontri, intuizioni e verifiche, mostrando quanto il giornalismo di Siani fosse già maturo, rigoroso, profondamente radicato nel territorio.

Durante la presentazione è emersa con chiarezza una consapevolezza: la storia di Giancarlo Siani non appartiene solo al passato. È una storia che continua a parlarci, soprattutto in un tempo in cui il valore dell’informazione e il coraggio di chi racconta i fatti sono messi continuamente alla prova. La sua vicenda ricorda che il giornalismo, quando è autentico, non è soltanto un mestiere ma una scelta civile.

Il 23 settembre 1985 Siani venne assassinato sotto casa, a Napoli, mentre era ancora nella sua Citroën Méhari verde. Aveva scritto troppo, aveva capito troppo, aveva raccontato dinamiche che qualcuno voleva restassero nell’ombra. Ma la sua morte non ha cancellato le sue parole. Al contrario, le ha rese ancora più necessarie.

Libri come quello di Piero Perone servono proprio a questo: a tenere aperta la memoria, a restituire complessità e verità a una storia che non può essere ridotta a una semplice commemorazione. Raccontare Giancarlo Siani significa continuare a interrogarsi sul rapporto tra informazione, potere e territorio. Significa chiedersi quale sia oggi il ruolo del giornalismo e quale responsabilità abbia chi sceglie di raccontare i fatti.

La serata dedicata a Terra nemica è stata, in fondo, un invito a non considerare la memoria come un esercizio rituale. Ricordare Siani vuol dire riconoscere il valore di chi prova a illuminare le zone d’ombra della società. Vuol dire comprendere che la verità, anche quando è fragile e scomoda, resta uno degli strumenti più potenti contro ogni forma di sopraffazione.

E forse è proprio questo il messaggio più forte che emerge dal libro e dall’incontro: Giancarlo Siani non appartiene soltanto alla storia del giornalismo. Appartiene alla coscienza civile di un territorio e di un Paese che, ancora oggi, ha bisogno di guardare in faccia la propria “terra nemica” per poterla finalmente cambiare.

Bisogna sempre dare ascolto all'istinto?



L’istinto è una forza primaria, rapida e immediata, che nasce dall’esperienza sedimentata nel tempo. In molte situazioni ci salva, perché reagisce prima della razionalità. Pensiamo a un pericolo improvviso: non ragioniamo, agiamo. In questo senso, l’istinto è una forma di intelligenza antica.

Ma l’istinto non è infallibile. Spesso ciò che chiamiamo “istinto” non è altro che paura mascherata da prudenza, pregiudizio mascherato da intuizione, abitudine mascherata da certezza.

L’istinto attinge al nostro vissuto; ma se il vissuto è limitato o condizionato, anche l’istinto può esserlo. Può ingannarci quando reagisce sulla base di emozioni non elaborate o di esperienze non comprese fino in fondo. La vera maturità non sta nel soffocare l’istinto, ma nel saperlo ascoltare consapevolmente.

L’istinto ci spinge ad agire, la ragione a riflettere, la coscienza a guardare oltre.

Una persona colta, nel senso più profondo del termine, dà voce all’istinto, ma lo educa. Lo mette alla prova. Anche l’intuizione può essere coltivata, resa più lucida e meno impulsiva.

Dunque, bisogna sempre dare adito al proprio istinto? No, ma nemmeno ignorarlo. L’istinto è una bussola; la cultura è la capacità di leggerla correttamente.

Eppure, a volte, le prime sensazioni si rivelano giuste. In quei casi è importante ascoltarle. Questo accade perché l’intuizione non nasce dal nulla: è il risultato di esperienze accumulate, di osservazioni inconsce, di segnali sottili che la mente ha registrato senza che ce ne accorgessimo. Quando diciamo “lo sentivo”, spesso significa che abbiamo colto qualcosa prima ancora di riuscire a formularlo razionalmente.

Tuttavia esiste una differenza sottile ma decisiva: l’intuizione è rapida, ma lucida; l’impulsività è rapida, ma emotiva. La prima nasce da una sintesi profonda, la seconda da una reazione immediata.

Il punto, quindi, non è decidere se ascoltare o meno la prima impressione, ma chiedersi: questa sensazione nasce da chiarezza o da paura? Da esperienza o da insicurezza? Da equilibrio o da ferita?

Le prime sensazioni sono spesso affidabili quando siamo interiormente sereni, quando non siamo dominati dall’ansia o dal desiderio. In una mente calma, l’intuizione è più limpida. L’istinto è una voce; la maturità consiste nell’imparare a riconoscere quando quella voce parla con saggezza e quando, invece, sta solo reagendo.

Ascoltare la prima sensazione, dunque, ma concederle qualche istante di silenzio per capire se è verità o soltanto rumore.

A volte si crea confusione tra sospetto e istinto. Si somigliano, perché entrambi precedono il ragionamento, ma non sono la stessa cosa.

L’istinto è una percezione immediata che nasce da una lettura profonda della situazione. È spesso calmo, essenziale, quasi silenzioso. Non urla, non agita: semplicemente “sa”.

Il sospetto, invece, è carico di tensione. Porta con sé inquietudine, diffidenza, talvolta paura. Non si limita a osservare: interpreta già in negativo. Dove l’istinto dice “c’è qualcosa che non torna”, il sospetto dice “c’è qualcosa contro di me”.

Una possibile differenza sta proprio nelle sensazioni che li accompagnano: l’istinto è chiaro ma non aggressivo; il sospetto è insistente, ripetitivo, spesso alimentato dall’ansia. Il primo apre alla verifica; il secondo tende a chiudere e a costruire una tesi.

Un altro criterio utile è che l’istinto cerca conferme nella realtà, mentre il sospetto cerca conferme nelle proprie paure.

Quando siamo interiormente sereni è più facile distinguere. Quando siamo feriti, insicuri o stanchi, il sospetto può travestirsi da intuizione.

Per questo possiamo fidarci del nostro istinto, ma solo dopo aver riconosciuto lo stato d’animo in cui ci troviamo. Se siamo lucidi, è affidabile, se agitati, l'istinto è solo un'inquietudine. 

Custodi del cammino

 


                                                  
Un paio di scarpe, Van Gogh

Vi siete mai chiesti cosa raccontano le vostre scarpe, quando restano in silenzio sotto il letto o accanto alla porta?

Sono le prime a svegliarsi quando decidiamo di andare. Ci aspettano immobili, ma sanno già che porteranno il peso dei nostri pensieri. Custodiscono l’impronta dei nostri piedi come un segreto: si piegano dove siamo più fragili, si tendono dove insistiamo, si consumano dove torniamo più spesso. Non hanno voce, eppure parlano di noi.

Sono loro a tastare il mondo prima della nostra pelle. Saggiano il terreno, misurano l’equilibrio, avvertono l’insidia. Entrano ed escono dalla polvere delle strade, attraversano soglie, marciapiedi, stazioni, prati umidi all’alba. Ogni passo è un incontro che registrano senza dimenticare.

Le scegliamo secondo la moda, le stagioni, le occasioni. Le costringiamo a essere eleganti, leggere, sportive, brillanti. A volte costringono noi, stringono i piedi fino a farli tacere. Scarpe di vernice, col tacco sottile, scarpe robuste da viaggio, scarpe che conoscono la fatica delle lunghe attese. Ce n’è un paio per ogni ruolo che interpretiamo. E mentre le accumuliamo come trofei silenziosi, altrove qualcuno possiede un unico paio consumato, rattoppato, fedele come un compagno.

Il mondo cammina in modo diseguale: c’è chi ha scarpiere colme e chi avanza scalzo. Ma chi è davvero più vicino alla terra?

Camminare senza scarpe significa sentire il mondo senza traduzioni. Il caldo che punge, il freddo che ritrae, il sasso che interrompe, l’erba che accarezza. Significa lasciare orme vere, non filtrate, destinate a sparire ma non per questo meno autentiche. Ogni granello diventa parola, ogni asperità una sillaba del linguaggio della terra.

Noi, protetti dalle suole, raramente tocchiamo davvero ciò che attraversiamo. E quando restiamo scalzi è su sabbie morbide o pavimenti levigati, superfici addomesticate. Ma la terra vera è irregolare, viva, sorprendente. Se la sentissimo fino in fondo, forse cambierebbe il nostro modo di camminare, e di scegliere la direzione.

Le scarpe attutiscono il mondo. Ci difendono, sì, ma ci separano. Sono barriera e alleate, distanza e salvezza. Ci permettono di andare lontano senza ferirci, ma ci sottraggono una parte di verità.

Eppure custodiscono la memoria dei nostri passi. Sanno quando trasciniamo la stanchezza e quando invece spingiamo verso qualcosa che ci chiama. Conoscono l’impazienza, l’esitazione, la fuga. Raccolgono polvere e sogni nello stesso modo.

A volte basta guardare un paio di scarpe per intuire una storia: la cura, l’abbandono, la fretta, l’attesa. Sono il nostro biglietto da visita più sincero, perché stanno in basso, dove finisce l’apparenza e comincia il contatto.

Forse le scarpe non sono soltanto oggetti. Sono piccole custodi del nostro cammino. Trattengono la forma dei nostri giorni, il peso delle scelte, l’eco delle strade percorse.

E quando le sfiliamo, la sera, restano lì, vuote ma ancora calde, come due conchiglie che conservano il rumore del mare. Dentro, c’è il suono dei nostri passi. Davanti, la promessa di altri.

Perché finché avremo strada sotto di noi, le scarpe, o i nostri piedi nudi, continueranno a raccontare chi siamo diventati camminando.


La locomotiva

 

Il treno nella neve, Claude Monet

Ricordo un tema scritto al liceo: lo iniziai parlando della diligenza, dei mezzi di trasporto che avevano attraversato la storia. Eppure, già allora, capivo che il mio cuore apparteneva alla locomotiva.

Mi hanno sempre affascinata quei fari che sembrano occhi accesi nella notte, capaci di scrutare la distanza come se cercassero qualcosa. E poi il fumaiolo sbuffante, quasi fosse un respiro affaticato, a raccontare la fatica del procedere. Le ruote, mosse dal semiasse, scandiscono un ritmo antico; e soprattutto quella lentezza solenne, che non è debolezza ma scelta, misura del tempo.

Il mondo della locomotiva nasce nel suo ventre ardente. Lì, dove il fuoco va alimentato con pazienza, dove il carbone diventa energia e lo sforzo umano si trasforma in movimento. Immagino la fatica degli addetti, la fuliggine che sporca i volti, il frastuono operoso che precede ogni partenza. Li ho incontrati tra le pagine dei libri: ne sentivo lo sbuffo insinuarsi tra le righe, il rumore farsi eco a ogni curva del racconto. Talvolta portava un protagonista, talvolta una disgrazia, altre volte un evento destinato a cambiare tutto.

Anch’io viaggiavo su quelle rotaie. Dire che non sono vissuta in quell’epoca sarebbe quasi una bugia: ci sono stata, forse meglio e con più consapevolezza di quanto lo sarei stata se vi fossi nata davvero. Sono stata Anna Karenina, sospesa tra destino e scelta; sono stata un pioniere del West davanti all’ignoto; sono stata Phileas Fogg nel suo instancabile giro del mondo. Ho attraversato storie e paesaggi, accompagnando personaggi che salivano su quei vagoni con il cuore colmo di speranze o di paure.

Ma qual è, davvero, il fascino della locomotiva?

È un intreccio di sensazioni ed emozioni. È il suo incedere lento, distante dalla frenesia dei treni moderni. È quella partenza arrancata, come se il viaggio pesasse ancora prima di cominciare. Eppure, proprio in quella fatica c’è qualcosa di rassicurante: la locomotiva non corre contro il tempo, lo abita.

Chi viaggiava allora era spesso silenzioso. Erano persone che cambiavano città, vita, destino. Ogni partenza segnava una trasformazione profonda. Anche chi si spostava per piacere accettava una rotta lenta, quasi meditativa. Il viaggio non era una parentesi da abbreviare, ma un tempo da attraversare.

Forse è questa la sua magia: la lentezza. In un mondo che oggi misura tutto in minuti da guadagnare, la locomotiva batteva sempre lo stesso ritmo, costante, ostinato. Cullava i viaggiatori come una presenza solida e rumorosa, proteggendoli lungo il tragitto.

E mentre il treno avanzava, dai finestrini si aprivano paesaggi al limite dello sguardo: montagne maestose, distese marine, ponti sospesi nel vuoto, foreste oscure, luoghi impervi e segreti. Ogni scorcio era una promessa, ogni curva un’attesa.

La locomotiva non trasportava soltanto persone. Trasportava destini. E forse, ancora oggi, nel suo sbuffo antico continua a chiamare chi sa ascoltare il ritmo lento del tempo.


Eredità emotive prima ancora che materiali

 




L’amore in famiglia va bene finché non subentrano gli interessi.

Le famiglie oggi sono variegate, allargate, complesse. Ci sono famiglie che non sanno nemmeno di esserlo, altre che pur sapendosi tali non si incontrano. E c’è una verità scomoda: l’amore sembra volere l’esclusiva.

Un figlio nato da una coppia fatica ad accettare che uno dei genitori possa avere altri figli con un’altra persona. In quel caso si parla di “fratellastri”, e spesso ci si ignora. È curioso che non nasca spontanea la voglia di conoscere i propri consanguinei, di scoprire eventuali affinità.

La prima reazione può essere lo shock: scoprire di non essere unici, di avere fratelli o sorelle con gli stessi diritti. Può essere destabilizzante. E quando queste situazioni esistono, i rapporti raramente sono sereni.

Servirebbero empatia e comprensione. La conoscenza dovrebbe essere il primo passo, e invece viene evitata, come accade con un estraneo. Anche quando qualcuno prova a includere, spesso prevale la diffidenza. Ci si mette sulla difensiva più che nella disposizione ad accogliere.

La prima incresciosa dinamica è accusare i genitori, come se fossero colpevoli di aver concluso un rapporto per iniziarne un altro. Si crea persino una sorta di competizione tra chi è nato prima e chi dopo, come se l’ordine cronologico desse una precedenza morale o affettiva.

In realtà, la responsabilità non è tanto nell’aver ricostruito una vita, quanto nel non saper gestire le conseguenze emotive. Quando manca una figura capace di fare da arbitro, di spiegare, di proteggere tutti i figli senza distinzioni, si alimentano distorsioni che diventano insanabili.

Un genitore che non si fa carico di tutti i figli allo stesso modo dovrebbe riflettere prima di metterne al mondo altri.

La realtà, però, è più complessa. L’amore familiare talvolta è un miraggio. Dentro le mura di casa possono convivere discussioni, avversioni, rancori, dove dovrebbe esserci solo unione. Se l’armonia non è esistita tra i genitori, difficilmente potrà nascere spontaneamente tra i figli.

Il miglior collante di una famiglia dovrebbe essere l’atteggiamento protettivo e amorevole di padre e madre. Ma non tutti i genitori riescono a dimostrare affetto senza preferenze. Sono piccole sfumature che i figli percepiscono immediatamente e che diventano motivo di recriminazione. Così la famiglia, invece di compattarsi, si frammenta fino a diventare un arcipelago di fazioni.

Quando poi entrano in gioco gli interessi economici, le tensioni si moltiplicano.

Spesso i genitori, consapevolmente o meno, propendono per alcuni figli a scapito di altri. Può influire il rapporto con le rispettive madri, o la convinzione che un figlio “stia meglio economicamente” e quindi abbia meno bisogno. Ma l’affetto non può ridursi a un calcolo matematico.

Agli occhi dei figli, un genitore che non divide equamente i beni è sempre percepito come ingiusto, e questo alimenta equivoci e fratture.

Quando prevale l’idea che conti solo il proprio interesse, si generano insofferenze profonde. Subentrano sotterfugi, alleanze, strategie per escludere chi viene percepito come esterno al “clan”.

Non si lotta solo per una casa o per dei beni. Si lotta per sentirsi legittimi. Per sentirsi figli allo stesso modo.

E così la famiglia, invece di essere casa, diventa tribunale.
Ognuno presenta le proprie prove: torti subiti, preferenze notate, silenzi mai spiegati.

L’eredità diventa l’ultima sentenza.
Non riguarda solo beni, ma riconoscimento. Non riguarda solo diritti, ma dignità.

E quando il patrimonio si divide senza aver prima sanato le ferite, ciò che resta non è ricchezza, ma macerie emotive. Fratelli che diventano avversari. Ricordi che si trasformano in accuse.

Alla fine, il vero fallimento non è nella spartizione dei beni, ma nell’incapacità di spartire l’amore senza condizioni.

Perché una famiglia che misura l’affetto in percentuali è già povera, anche se eredita tutto.


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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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