Via del Greto - VII

    


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo settimo




                                                                     Capitolo VII

«Chi dorme non piglia pesci!» urlò Andrea, passando davanti alla camera di Alfonso di buon mattino.

«In verità, oggi prendo uccelli. Vado a caccia!» rispose Alfonso, mentre finiva di vestirsi. Poi socchiuse la porta e sporse il viso per guardare il fratello.

«Non starai vivendo di rendita, fratello?»

«Ti ricordo che sono il fratello maggiore e che prima di te c'è anche nostra sorella. Tu sei il figlio minore, quindi attieniti alla gerarchia.»

La risata di Alfonso irritò Andrea, che decise di chiudere lì il siparietto. Ma quando, poco dopo, si ritrovarono a tavola per fare colazione, non poterono ignorarsi a lungo. Erano soli, ciascuno con i propri programmi: uno diretto in farmacia, l'altro nei boschi.

«Sembri un pesce fuor d'acqua!» esordì Andrea.

«Perché?»

Andrea lo guardò per qualche istante, come se stesse cercando le parole giuste.

«Alfonso, perché cerchi sempre di eludere quello che, invece, capisci così bene?»

Alfonso sollevò lo sguardo, pronto a ribattere.

«Non ho la tua chiaroveggenza. Mi vuoi illuminare?»

Tra i due stava per accendersi un'altra discussione, quando Maria intervenne, richiamandoli all'ordine.

Li guardò, prima l'uno e poi l'altro.

«È in atto una guerra e nessuno si è preso la briga di avvertirmi?»

Adorava i suoi fratelli e non riusciva a dar torto del tutto a nessuno dei due.

«Tu, Andrea, hai la lingua lunga. Non credere che gli altri debbano affrontare le cose della vita con la tua stessa fretta. E tu, Alfonso, sei un tantino pigro quando si tratta di prendere decisioni e fare i conti con la realtà. Questo è quanto!»

«Non sono pigro, io pondero, valuto e cerco di capire prima di agire. Tu», disse rivolgendosi ad Andrea, «bruci le tappe. Sì, va bene, lo so: sei ansioso, premuroso, sempre preoccupato per gli altri. Ma gli altri non hanno necessariamente le tue stesse priorità. Quindi smettila di preoccuparti per me.»

«Se non sapessi quanto sei bradipo, mi dovrei offendere», replicò Andrea, un po' irritato.

Maria li ascoltava mentre mangiava un dolce. Non si trattava di una vera lite, ma non le piaceva vederli punzecchiarsi troppo. Decise così di intervenire a modo suo, spostando l'attenzione su un argomento che le stava particolarmente a cuore.

«Questo è tutto ciò che sapete fare. E io? Chi sono io? Vi rendete conto che questa sorella avrebbe bisogno di un marito e che voi non vi degnate nemmeno di aiutarla a trovarne uno? Non voglio finire come una vecchia Varriale, circondata da marmocchi. Vi avviso: non accudirò i miei nipoti se prima non mi fate incontrare il principe azzurro.»

Scoppiarono a ridere. La tensione si sciolse e, seduta stante, i due fratelli cominciarono a elencarle i nomi dei possibili pretendenti, quasi tutti già bocciati da Maria in precedenza.

«Vediamo un po': Matteo Dauno, Oreste Floris, Sergio Russo, Marco Bottaro, Claudio Onagra…»

«Tutta gente insopportabile!» li interruppe lei.

«E poi sarei io il bradipo!» esclamò Alfonso. «E tu? La principessa sconsolata. Troverai qualcuno che vada bene o deve ancora nascere?»

«Molto spiritoso. Quando lo troverò, sarai il primo a saperlo.»

Fortunatamente, riuscivano sempre a trovare un modo per stare insieme e scherzare era uno dei loro preferiti.

Alla fine Alfonso si alzò, salutò entrambi e uscì di casa.

Con il fucile a tracolla e l'aria di chi aveva ben chiaro il programma della giornata, imboccò il sentiero che conduceva ai boschi.

La giornata era appena cominciata. A quell'ora la campagna sonnecchiava ancora nel tepore della terra umida, avvolta da una foschia leggera che il sole, salendo lentamente, cominciava a dissolvere.

Ottobre era un mese amabile per la natura. Alfonso si guardava intorno, riconoscendo ogni cosa di quella terra che apparteneva ai Varriale da generazioni: i filari di vigneti a sud, gli ulivi più in alto, gli appezzamenti coltivati a ortaggi.

I campi erano stati arati da poco e la luce del mattino illuminava le zolle, facendo brillare quelle ancora umide e disegnando lunghe ombre nelle zone più riparate.

Quella era casa sua. Non soltanto la casa in cui era cresciuto, ma tutto ciò che si stendeva davanti ai suoi occhi. Ogni sentiero e ogni albero custodivano una storia che precedeva la sua nascita e che, in qualche modo, gli apparteneva.

Come avrebbe fatto a lasciare tutto quello per trasferirsi altrove?

Il pensiero lo accompagnò lungo il sentiero. Si sentiva così radicato in quei luoghi che l'idea di trapiantarsi altrove gli sembrava quasi innaturale. Eppure, prima o poi, avrebbe dovuto farlo. La sua carriera lo aspettava, lo studio in città era quasi pronto e il futuro che aveva immaginato per sé cominciava finalmente a prendere forma. Anche gli Stati Uniti erano ormai una prospettiva concreta: quella che fino a poco tempo prima era stata soltanto una possibilità professionale assumeva ora un significato diverso, perché implicava una scelta di vita e una distanza ancora maggiore dalle proprie radici.

Andare a caccia era stato soprattutto un pretesto per stare solo. La casa era diventata troppo affollata per i suoi gusti, troppo piena di parole, domande e commenti sugli ultimi avvenimenti. La questione dei due appezzamenti di terreno, poi, finiva per occupare ogni conversazione.

Continuò a salire verso il monte, chiedendosi come avrebbero affrontato quella storia suo nonno e gli altri Varriale che avevano custodito quelle terre prime di lui.

Alfonso aveva sempre avuto una grande considerazione di suo padre. Lo riteneva un uomo laborioso, capace di concedersi il giusto tempo libero, ma soprattutto lo considerava l'anima di quel luogo.

Lo capiva ogni volta che lo vedeva affacciato alla terrazza di casa, intento a osservare i campi. Da lassù suo padre sembrava abbracciare con lo sguardo ogni appezzamento, individuando i lavori da fare, i progressi compiuti e i progetti a cui dedicarsi.

Alfonso ricordava quante volte, da bambino, si fosse fermato a guardarlo. Suo padre rimaneva spesso in silenzio, assorto nei propri pensieri, come se gli bastasse osservare le cose per intuire quale direzione dovessero prendere. Dove posava gli occhi, sembrava che qualcosa prendesse vita.

Conosceva anche i suoi sacrifici. Sapeva quanta fatica ci fosse dietro quella terra e quanta dedizione richiedesse. Da lui aveva ereditato l'amore per la campagna e il desiderio di ricavare dal terreno il meglio che potesse offrire.

Forse era proprio questo a rendere tanto difficile l'idea di andarsene. Non si trattava soltanto di lasciare una proprietà o una casa, ma di allontanarsi da una parte di sé.

Arrivato a metà del percorso, decise di fermarsi. Nel cuore del bosco trovò una grande pietra sulla quale sedersi. Il sole cominciava a filtrare tra i rami e il silenzio era quasi assoluto. Non si sentiva nemmeno una cornacchia.

Doveva ammettere che gli uccelli non sembravano avere alcuna intenzione di farsi vedere. Poi, dietro un ramo, scorse un piccolo volatile che non riuscì a identificare. Imbracciò il fucile, prese la mira e sparò.

Il colpo fece levare in volo alcuni uccelli nascosti tra i rami più alti. Si allontanarono in uno stormo disordinato, dirigendosi verso l'altro versante del monte. Alfonso provò a sparare ancora, ma anche il secondo colpo andò a vuoto.

Sorrise tra sé.

A quanto pareva, quella mattina sarebbe tornato a casa a mani vuote. Almeno ci aveva provato. Aveva ancora qualche cartuccia e avrebbe potuto tentare di nuovo dopo una breve sosta.

Erano appena le otto e gli sembrava di aver già percorso chilometri.

Appoggiò il fucile accanto a sé e rimase a osservare il bosco. Fu allora che, inevitabilmente, il pensiero tornò a Letizia.

Fino a quel momento gli era sembrato sufficiente sentirla, sapere come trascorresse le giornate, scambiare con lei qualche parola e lasciarle raccontare ciò che le accadeva.

Eppure, ogni volta che riattaccava, gli restava la sensazione che mancasse qualcosa.

Proprio in quel momento squillò il telefono.

Era Letizia.

Alfonso rispose con un sorriso che nessuno avrebbe potuto vedere, ma che gli cambiò la voce. Si sentivano spesso, ormai, e le loro telefonate erano diventate una consuetudine. Parlarono del più e del meno, come facevano sempre. Si raccontarono piccoli episodi della giornata, si scambiarono qualche battuta e indugiarono su argomenti che sarebbero potuti sembrare insignificanti a chiunque altro.

«Non sapevo avessi la passione per la caccia», disse Letizia.

«Si può avere la passione per la caccia? Siamo mica tra i cavernicoli? Ho semplicemente voglia di prendere la mira e colpire… anche se, finora, ho collezionato soltanto tiri a vuoto.»

«Allora vai al poligono e punta lì il bersaglio!»

«Ho bisogno di stare all'aria aperta. Per ora ho soltanto spaventato uno stormo di uccelli, che se n'è volato dall'altra parte del monte.»

«Mi sa che gli uccelli hanno capito tutto prima di te.»

Alfonso rise.

«Può darsi. Sono decisamente più fortunati dei miei bersagli.»

Continuarono a parlare ancora per qualche minuto, finché la telefonata si concluse.

Alfonso rimase con il telefono in mano, fissando lo schermo ormai spento.

Conosceva i propri sentimenti, o almeno così gli sembrava. Eppure continuava a comportarsi come se avesse bisogno di sottoporli a un esame prima di concedersi il diritto di crederci.

Si alzò dalla pietra e riprese il cammino. Aveva bisogno di muoversi, di lasciare che le gambe lo portassero avanti mentre la mente continuava a lavorare.

Poco più avanti incontrò un amico di suo padre, anche lui a caccia.

«Buongiorno, Alfonso! Preso qualcosa?»

«Per niente! E tu?»

L'uomo fece un gesto sconsolato, poi lo guardò con un sorriso complice.

«Pazienza. Intanto ti faccio i miei complimenti. Ho saputo che ti sei fidanzato!»

Alfonso trasalì.

«Fidanzato? E chi te l'ha detto?»

L'uomo rise, senza accorgersi del suo imbarazzo.

«Le voci girano, ragazzo mio. E poi, quando c'è qualcosa di bello, è difficile tenerlo nascosto.»

«E da chi sarebbe partita questa voce?»

«La moglie di Andrea. Sono passato in farmacia e, tra una chiacchiera e l'altra, ho chiesto di te. Mi è sembrata contenta della novità.»

Alfonso accennò un sorriso, ma non rispose.

Cecilia, che di solito non spiccicava troppe parole, aveva ficcato il naso nella faccenda. La notizia doveva essersi già diffusa ben oltre la cerchia familiare.

Avrebbe voluto spiegare al suo interlocutore che le cose non erano così semplici, che nessuno aveva pronunciato una parola definitiva e che lui stesso non sapeva ancora quale nome dare a quello che stava accadendo.

Eppure, mentre salutava il conoscente e riprendeva il sentiero, una sola parola continuò a risuonargli nella testa.

Fidanzato.

Era davvero così che li vedevano gli altri? Bastavano qualche telefonata, una confidenza più profonda e un'estate trascorsa insieme per dare un nome a qualcosa che lui continuava a interrogare senza sosta?

Forse gli altri avevano visto prima di lui ciò che non voleva ancora riconoscere. Oppure avevano semplicemente dato un nome a una possibilità, senza preoccuparsi di sapere se fosse davvero quella giusta.

Si fermò lungo il sentiero e guardò verso valle.

La campagna si apriva davanti a lui nella sua consueta bellezza. I campi che conosceva fin da bambino si stendevano fino alla casa che, in lontananza, sembrava custodire ogni certezza della sua vita.

E pensò a Letizia.

Ad Aosta, alla sua voce al telefono, alle conversazioni che si prolungavano senza che nessuno dei due sembrasse avere fretta di concluderle. Pensò alla distanza che li separava e a quanto fosse facile, da lontano, continuare a rimandare ciò che avrebbe richiesto il coraggio di esporsi.

Lui, invece, continuava a prepararsi. Preparava lo studio, organizzava il futuro e cercava di mettere ordine persino nei propri sentimenti, come se ogni cosa dovesse essere pronta e perfettamente al suo posto prima di poter cominciare.

Ma la vita non aspettava che tutto fosse in ordine.

Forse Andrea aveva ragione, almeno su una cosa: a volte, riflettere troppo diventava un modo per non agire.

L'idea di raggiungere Letizia ad Aosta gli attraversò la mente con una chiarezza nuova.

Non un'altra telefonata, non l'ennesima conversazione in cui sondare le sue intenzioni senza esporsi davvero. Un viaggio. Presentarsi da lei, magari senza preavviso, e vedere la sua espressione quando se lo fosse trovato davanti.

Il pensiero gli procurò un'immediata allegria, subito seguita da un dubbio.

E se non fosse stata contenta? Se avesse interpretato quel gesto in modo diverso da come lui lo immaginava? E se, invece, fosse stata proprio quella la cosa che aspettava anche lei, senza aver mai trovato il modo di dirglielo?

Alfonso scosse la testa, sorridendo. Stava già ricominciando a fare ciò che sapeva fare meglio: esaminare ogni possibilità, anticipare ogni reazione, cercare di prevedere persino quello che non poteva conoscere.

Non poteva continuare così.

Eppure, l'idea di raggiungere Letizia gli sembrò più naturale di tutte le ragioni che aveva trovato fino a quel momento per rimandare.

Non doveva decidere in quel preciso istante come sarebbe stato il loro futuro. Doveva soltanto capire se desiderava davvero incontrarla, guardarla negli occhi e scoprire che cosa ci fosse tra loro al di là delle telefonate.

La risposta, in fondo, la conosceva già.

Riprese a camminare verso casa. Il fucile era ancora a tracolla e non aveva preso nemmeno un uccello.

Quella mattina, forse, aveva trovato qualcosa di molto più importante: non una risposta definitiva, ma il coraggio di considerare una possibilità concreta.

Perché, qualche volta, per scoprire dove ci avrebbe portati la strada, bisognava semplicemente cominciare a percorrerla.


https://miosole.blogspot.com/2026/09/via-del-greto-vi.html (capitolo precedente,VI)

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La presunzione di aver già capito. Quando il pregiudizio uccide il dialogo


Faccio uno sforzo immane a rapportarmi con quelle persone che, mentre parli, spieghi o racconti, ti parlano sopra, presumendo di sapere già cosa stai per dire o, peggio ancora, esprimendo un pregiudizio sul personaggio di cui stai raccontando un fatto.

Naturalmente, il loro discorso non ha nulla a che vedere con ciò che stavi per dire. È soltanto un modo per sminuire quello che stai raccontando. Oltre a interromperti continuamente, dimostrando una palese maleducazione, queste persone rivelano un’elevata considerazione di sé, come se ciò che stai dicendo non interessasse a nessuno. È come se volessero prendere le redini della conversazione, convinte di aver già capito dove vuoi andare a parare e che, quindi, sia meglio chiuderla lì.

L’intento sembra essere quello di svilire il tuo pensiero o di accelerare la conclusione del discorso. Una spiegazione ancora più sottile è che, credendo di intuire ciò che stai per dire, vogliano deliberatamente boicottarti, pur scadendo nella maleducazione.

In tutto questo, il comune denominatore è la fine dell’ascolto. E se poi ciò che stai raccontando va in una direzione completamente diversa da quella che il tuo interlocutore aveva immaginato, non lo saprà mai. A quel punto, infatti, la comunicazione si interrompe, perché non hai più voglia di parlare con una persona presuntuosa, indisponente e arrogante, che ricorre a mezzi poco eleganti per impedirti di esprimerti.

E questa è la comunicazione odierna.

Stamattina, per l’ennesima volta, stavo raccontando la trama di una storia, per arrivare al punto focale su cui volevo soffermarmi. Poiché il mio interlocutore ha idee ben precise al riguardo, ha cercato di chiudere il discorso sul nascere.

Peccato, perché il mio intento era proprio quello di soffermarmi su un aspetto emerso in un dialogo di una serie televisiva, che si prestava perfettamente a descrivere ciò che stava accadendo in quel momento. Una situazione analoga, persino ilare, ma ricca di significati.

Il mio interlocutore, però, non ha colto il riferimento. Ha preferito etichettare il personaggio con un epiteto prima ancora di ascoltare, liquidando così il fatto, l’ascolto e, di conseguenza, ogni possibilità di dialogo.

Cosa si può fare, a quel punto? Chi può conservare ancora la voglia e l’entusiasmo di cercare di far cogliere all’altro il nesso tra ciò che sta accadendo e ciò che ha visto, se l'altro si è già pronunciato senza capire e quando l’unico desiderio è semplicemente quello di condividere qualcosa? Fosse anche una sciocchezza, poco importa: a volte, è proprio da un dettaglio apparentemente insignificante che può nascere una riflessione interessante.

Eppure sarebbe potuto nascere un bel confronto, un’occasione per approfondire situazioni nelle quali spesso ci ritroviamo anche noi. Bastava ascoltare.

Molte persone non sono abituate a sostenere questo tipo di conversazioni: la capacità di mettersi in discussione, di sospendere il giudizio e di ascoltare davvero, senza la pretesa di sapere già tutto prima ancora che l’altro abbia finito di parlare.

Non si interrompe soltanto un discorso, ma si spegne una possibilità di incontro. 

 

Un fungo bellissimo

 


Quello che sto per raccontare può sembrare un’esagerazione, ma non lo è. Ne parlo anche per esorcizzare un po’ la paura che ancora provo al ricordo di quella esperienza.

Era un giorno d’ottobre e, con il cesto, me ne andavo per funghi. Non che ne capissi di funghi commestibili o velenosi: ci andavo semplicemente perché sapevo che si potevano trovare dopo la pioggia. Ed erano diversi giorni che veniva giù senza sosta.

Camminai parecchio nel terreno di mia nonna prima di trovarne uno piccolissimo, in un solco intorno a un noce. A quel punto mi sedetti, ormai stanca e convinta di essermi sbagliata su quanto ricordavo della stagione dei funghi.

Come per incanto, arrivò un raggio di sole che filtrava da una nuvola e che, nel giro di mezz’ora, asciugò il prato. Ed ecco che, per magia, proprio accanto a me, vidi altre piccole testoline ondeggiare, che ancora stentavano a reggersi sugli steli: tanti piccoli cappelli che scuotevano la testa. Una meraviglia!

Ma, guardandomi intorno, mi accorsi che, ai piedi di altri alberi, spuntavano tante altre testoline sotto i ciuffi d’erba. Dietro di me mi seguiva il cane. Quando il cesto fu pieno per metà di funghi piccoli e carucci, mi sedetti su una pietra a giocare un po’ con lui, desideroso di avere le mie attenzioni.

Fu allora che il mio occhio cadde su un grande fungo dal largo cappello, ricoperto di tanti punti. Mentre mi avvicinavo, il cane, prevedendo forse ciò che stavo per fare, mi precedette: si avventò sul cappello, lo sfilò dallo stelo e cominciò a mangiucchiarlo.

Sulle prime lo rimproverai, perché stava rovinando un fungo bellissimo. Poi, però, vidi che tossiva e faceva per vomitare. Pensai al peggio.

Provai a scuoterlo. Prima lo misi a testa in giù, affinché buttasse fuori quel poco che aveva mangiato. Poi lo stesi a terra e, con un piccolo ramoscello, cercai di indurlo a vomitare, ma, nonostante i conati, non ci riusciva.

Entrai in crisi quando lo vidi ormai immobile a terra, senza dare alcun segno di vita.

Corsi a prendergli una scodella d’acqua. Mi avvicinai, gli aprii la bocca, come avevo visto fare con i coccodrilli, e gli versai l’acqua in gola.

A quel punto ebbe un debole sussulto e una specie di singhiozzo continuo che lo fece rialzare. Poi cominciò a tossire più volte.

Visto che l’acqua sembrava averlo scosso, gliene diedi ancora. E poi ancora.

Finché, stringendogli le braccia intorno al corpo per fargli aprire la bocca, vidi che finalmente buttava fuori pezzi di fungo e steli d’erba.

Ormai esausto, si assopì sull’erba mentre io lo accarezzavo. Mi guardava con gli occhi socchiusi, senza avere la forza di alzare il capo. Chiudeva gli occhi, ma poi scuoteva la coda; e più lo accarezzavo, più la scuoteva.

Il peggio sembrava passato. Con un po’ d’erba gli pulii il musetto e lo lasciai riposare. Io, intanto, guardavo i funghi che avevo raccolto e mi chiedevo se fossero buoni. Poi, quasi distrattamente, con una mano mi tolsi un capello dalla bocca, insistendo più volte. Fu poco dopo che avvertii un sonno irresistibile.

Ebbi appena il tempo di pensare che poteva succedermi la stessa reazione del cane, quando arrivò mio nonno. Non ricordo più nulla. Mi svegliai nel mio letto che era già sera. Davanti a me c’erano il medico e i nonni. Sentivo dire:

«Fortunatamente sarà stato un piccolo fungo.»

Quando mi ripresi, mi spaventai a morte. Avevo rischiato di morire per quel fungo bellissimo che il cane aveva adocchiato e mangiucchiato e che io avevo appena toccato, portandomi poi le mani alla bocca.

Mio nonno, preoccupato per quello che mi era accaduto, cominciò, già dal giorno dopo, a ripulire i campi, soprattutto intorno ai noci, dove crescevano i funghi, in modo da poter tenere meglio sotto controllo la situazione.

Poi, quando ritornai alle mie attività nei campi, il nonno mi disse: «I funghi sono una cosa seria e vanno raccolti insieme a persone esperte. Hai capito?»

Da allora, quando mi chiedeva di andare a funghi con lui, io gli rispondevo di no.

In compenso, amo mangiare i funghi...



Quando l'amore diventa una questione di potere



Ci sono sottili dinamiche di coppia che non nascono necessariamente da ciò che accade, ma da uno stato d’animo che, quando si manifesta, produce un comportamento che ricade sull’altro come se fosse il responsabile di qualcosa che non ha fatto.

Non è necessariamente un fatto concreto ad accendere il conflitto. A volte è la percezione di un’ingiustizia: uno dei due ritiene di non ricevere dall’altro il giusto riconoscimento per ciò che fa, per ciò che sostiene o, soprattutto, per ciò che decide. Da quel momento il semplice disaccordo può assumere un significato diverso: non è più una divergenza tra due persone che hanno pari diritto di esprimersi, ma diventa, agli occhi di uno dei due, una mancanza di rispetto, quasi un’insubordinazione.

Quando questa persona è anche quella economicamente più forte, lo squilibrio può diventare ancora più evidente. Ciò che dovrebbe rimanere un contrasto di opinioni può trasformarsi in una forma di pressione o di coercizione, perché chi dispone delle risorse dispone, di fatto, anche di una possibilità maggiore di condizionare l’altro.

E non è detto che si tratti dell’uomo rozzo, ignorante o privo di mezzi. È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti: può essere un uomo colto, intelligente, professionalmente affermato, abituato a ragionare, a decidere e a comprendere situazioni complesse. Può essere perfettamente educato con gli altri, stimato sul lavoro, capace di mostrarsi equilibrato e persino comprensivo. E tuttavia, nella relazione privata, può pretendere che la compagna occupi una posizione diversa dalla sua: che ascolti, assecondi, riconosca, accudisca e, soprattutto, non contraddica.

L’intelligenza, dunque, non coincide necessariamente con la capacità di costruire una relazione paritaria. La cultura non garantisce il rispetto dell’altro. Il successo professionale non impedisce di essere autoritari nella vita privata. Una persona può avere grandi capacità di comprensione quando si tratta del mondo e mostrarne assai meno quando deve confrontarsi con chi vive accanto a lei.

È qui che il carattere e il modello di relazione diventano determinanti. Se una persona è abituata a considerarsi quella che decide, quella che ha l’ultima parola, quella alla quale spetta il riconoscimento, ogni opposizione dell’altro può essere vissuta non come un normale dissenso, ma come una sfida alla propria autorità. E allora succede qualcosa di particolare.

La donna esprime un dissenso, pone un limite, manifesta un’esigenza o semplicemente non accetta una decisione. Lui reagisce con un’aggressività sproporzionata rispetto a ciò che è accaduto. La svaluta, la offende, la fa sentire inadeguata, incapace, ingrata. Le attribuisce la responsabilità del proprio stato d’animo. Non le contesta più ciò che ha fatto: mette in discussione ciò che è.

All’inizio lei può pensare che sia soltanto un momento. Che sia nervoso. Che gli passerà. Che, tornato tranquillo, capirà di avere esagerato.

E infatti, passato il momento, può tornare ad essere affettuoso, disponibile, persino premuroso. Diventa quasi un’altra persona. Ed è proprio questo uno degli aspetti più destabilizzanti.

Difficile conciliare l’uomo che poco prima ti ha umiliato con quello che adesso ti sorride, ti parla con dolcezza e sembra non comprendere nemmeno perché tu sia ancora ferita. A quel punto puoi arrivare a chiederti se non sia stata tu a esagerare. Se davvero sia successo ciò che ricordi. Se forse non sia stato soltanto un brutto momento. Ma la normalità che segue l’aggressione non cancella l’aggressione.

Se il comportamento si ripete, e se gli intervalli tra un episodio e l’altro diventano sempre più brevi, non si è più davanti a un incidente occasionale. Si è davanti a una modalità relazionale.

È questo il punto nel quale la donna dovrebbe smettere di interrogarsi soltanto sulle ragioni di lui e cominciare a guardare gli effetti di quella relazione su di sé.

Perché il problema non è stabilire se quell’uomo sia, in fondo, una persona buona. Può anche esserlo in molte circostanze. Può essere un buon padre, un professionista stimato, un amico generoso, una persona gentile con gli estranei. Può persino essere, per lunghi periodi, un compagno premuroso.

Ma tutto questo non rende meno grave il comportamento che assume quando esercita il proprio potere sulla persona che gli è più vicina.

Non è necessario attribuirgli una diagnosi. Non occorre stabilire se sia narcisista, borderline o affetto da un disturbo della personalità. Queste sono valutazioni cliniche che non possono essere ricavate semplicemente dal comportamento osservato in una relazione. È sufficiente guardare ciò che accade.

Se una persona viene sistematicamente svalutata, intimidita, controllata, umiliata, privata della possibilità di dissentire o indotta a dubitare continuamente di se stessa, il problema esiste indipendentemente dal nome che gli si vuole dare.

Anche il cosiddetto gaslighting, quando effettivamente presente, va inteso prima di tutto come una modalità di comportamento: negare ciò che è accaduto, alterare sistematicamente la percezione dell’altro, convincerlo che sta esagerando, che ricorda male, che è troppo sensibile o che il problema è sempre lui.

E così si crea un meccanismo perverso: prima ti ferisco, poi normalizzo ciò che è successo. Prima ti faccio sentire una nullità, poi torno a essere l’uomo buono di sempre. Prima ti porto a dubitare di te stessa, poi mi comporto come se non fosse accaduto nulla.

Non è necessario immaginare due persone diverse che abitano lo stesso corpo. È la stessa persona, con comportamenti diversi, e proprio questa alternanza può rendere difficile riconoscere la natura della relazione. La tragedia è che la donna spesso spera che prevalga l’uomo buono.

Non vuole credere che l’altro sia davvero quello che ha visto nei momenti peggiori. Pensa che quella parte possa essere corretta, che l’amore, la pazienza, la comprensione possano bastare. E qualche volta, dietro questa speranza, c’è anche qualcosa di più profondo: riconoscere che la relazione non cambierà significa ammettere che tutto ciò in cui si è investito — tempo, affetti, energie, progetti, anni di vita — potrebbe non essere recuperabile. E allora resiste. Ma a cosa?

A stare continuamente male. A non avere un vero interlocutore. A sentirsi riprendere, correggere, svalutare o offendere anche quando non ha fatto nulla che lo giustifichi. A vivere nella previsione del prossimo episodio, senza sapere quando arriverà, quanto durerà e con quale intensità.

Le ragioni apparenti possono essere le più diverse: una rivalità professionale, una diversa visione della vita, una decisione non condivisa, una critica, un semplice rifiuto. Talvolta persino qualcosa di banale.

Ma quando qualunque divergenza diventa l’occasione per ristabilire una gerarchia, il problema non è più l’argomento della discussione. È la relazione di potere.

E qui cultura, istruzione e posizione sociale non sono sufficienti a spiegare il fenomeno. Un uomo può aver studiato, aver raggiunto una posizione importante, avere ottime capacità professionali e una grande intelligenza. Può conoscere perfettamente il significato delle parole rispetto, autonomia, libertà e dignità. E tuttavia non essere disposto ad applicarle alla donna con cui vive.

Perché sapere che cosa sia la parità non significa necessariamente accettarla quando mette in discussione il proprio ruolo.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da riconoscere: alcuni uomini non hanno bisogno di una donna incapace o ignorante. Hanno bisogno di una donna che, nel momento decisivo, non metta in discussione la loro centralità.

La vogliono intelligente, purché non troppo autonoma. Forte, purché non contraddica. Capace, purché riconosca che la decisione finale spetta a lui.

E naturalmente non vale per tutti gli uomini. Ma quando questo schema è presente, il problema non è il livello culturale della persona: è il modello di relazione che pretende di instaurare.

Ci sono poi donne che, davanti al primo episodio grave, decidono di andarsene. Non perché siano incapaci di amare, ma perché hanno riconosciuto qualcosa di essenziale: non possono cambiare un'altra persona al posto suo.

Uno schiaffo, una minaccia, un'umiliazione grave, un comportamento intimidatorio non dovrebbero essere archiviati semplicemente perché il giorno dopo arrivano le scuse.

Le scuse hanno valore soltanto se sono accompagnate dalla responsabilità e da un cambiamento reale del comportamento. Altrimenti possono diventare semplicemente un'altra fase dello stesso ciclo: aggressione, pentimento, normalizzazione, nuova aggressione. E qui entra in gioco anche il denaro.

Se l'uomo è il principale o unico percettore di reddito, se la casa, il patrimonio, le decisioni economiche e la possibilità di mantenersi dipendono da lui, la libertà della donna di interrompere la relazione può diventare molto più difficile da esercitare.

Non perché una donna senza un uomo non sia "nessuno". Al contrario: proprio questa convinzione è una delle conseguenze più pericolose di un sistema di dipendenza.

Il problema è che una persona economicamente dipendente può sapere perfettamente di vivere male e, nello stesso tempo, non vedere una via d'uscita praticabile.

Per questo la violenza nelle relazioni non è soltanto una questione privata o psicologica. È anche una questione di autonomia, di risorse, di possibilità concrete di scegliere.

E forse è qui che si trova il nodo più antico.

L'idea che l'uomo debba comandare, decidere, provvedere economicamente e avere l'ultima parola, mentre alla donna spetta comprendere, seguire, accudire e adattarsi, non è una legge della natura. È un modello culturale che, quando diventa rigido, può trasformare la differenza tra due persone in una gerarchia.

Una coppia dovrebbe essere un luogo nel quale due persone possano dissentire senza avere paura, discutere senza essere umiliate, decidere senza essere sottomesse, cambiare idea senza essere punite.

Quando questo non è più possibile, non siamo semplicemente davanti a una coppia che "non va d'accordo". Siamo davanti a una relazione nella quale il potere ha preso il posto del dialogo.

Ed è proprio quando il potere diventa più importante della persona che il rapporto smette di essere una relazione tra pari.


Via del Greto - VI


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo sesto




                                                                  Capitolo VI

L'estate volgeva ormai al termine. Nei campi comparivano le prime avvisaglie dell'autunno e, in casa, si cominciavano a fare provviste per l'inverno.

La tenuta richiedeva lavoro continuo e quattro contadini si occupavano di mantenerla in ordine. Enea, ormai in pensione, trascorreva gran parte delle sue giornate all'aperto, lontano dall'ambulatorio che per tanti anni era stato il centro della sua vita. Gli piaceva seguire personalmente i suoi uomini nei lavori dei campi e godersi, finalmente, il tempo che aveva a disposizione.

Il terreno era vasto e generoso nei raccolti. Enea, a dire il vero, non aveva mai saputo con precisione dove finissero le sue proprietà. Oltre il punto che considerava il limite delle sue terre si estendevano altri due ampi appezzamenti coltivati a frutteto.

Da molti anni quegli alberi fornivano frutta destinata alle conserve delle fabbriche del posto e agli alberghi della zona, garantendo un guadagno considerevole. Quell'anno, però, qualcosa era cambiato.

Un parassita aveva aggredito gli alberi e nessuno dei rimedi tentati era servito a fermarlo. La produzione di mele e pere si era ridotta drasticamente. Molti frutti cadevano ancora acerbi, creando un problema sempre più serio. Anche i fornitori cominciavano a lamentarsi della qualità della merce ricevuta.

Enea, dopo averci pensato a lungo, prese una decisione: avrebbe fatto abbattere gli alberi e destinato il terreno a un'altra coltivazione.

Valeria, sua moglie, si oppose. Gli ricordò quanto avessero speso tra operai, concimi, humus, acqua per irrigare  e tutto il resto.

«Meglio tagliare adesso che aspettare ancora. Potremmo spendere molto di più se non prendiamo alcun provvedimento», disse deciso.

«Lasciamo riposare il terreno per un anno e concimiamo gli alberi prima della fioritura. Potremmo affidare al nostro uomo di fiducia il compito di occuparsene.»

Enea non poté sottrarsi alle ragioni di sua moglie. Era sempre stata saggia nelle sue valutazioni. Sapeva, però, che in questo modo avrebbe caricato quell'uomo di un lavoro ben più gravoso rispetto a quello che fino ad allora aveva svolto.

Subito Valeria aggiunse:

«A meno che tu non voglia venderlo e finirla qui.»

Enea rifletté ancora. Alla fine decise di vendere almeno il primo appezzamento del frutteto, mantenendo però per sé, fino alla morte sua e di Valeria, il diritto al raccolto. Questa sarebbe stata una condizione imprescindibile per venderlo. Sicuramente il colono che lo curava gli avrebbe fatto la prima offerta: erano anni che accarezzava l'idea di poter acquistare quel terreno. Sicuramente Enea lo avrebbe anche agevolato nelle modalità di acquisto. 

A quel punto Valeria tacque. Pensò che fosse meglio avere un campo ordinato, che poteva tornare a rendere, piuttosto che una terra incolta destinata a creare nuovamente quelle situazioni incresciose nelle quali non volevano più trovarsi.

Non ne parlarono subito con i figli. Una settimana più tardi, Enea chiese al geometra di fiducia le planimetrie della proprietà da portare all'avvocato.

Fu allora che arrivò la sorpresa.

«Ma qui non c'è nessun terreno.»

Il geometra lo guardò senza capire.

«Queste carte non sono aggiornate!»

«Signor Varriale, sono le planimetrie appena acquisite al catasto. Sono complete in ogni loro parte.»

Enea prese i documenti e li osservò nuovamente.

«Ma come è possibile? Manca una porzione della proprietà. Anzi, ne mancano due. Due appezzamenti notevoli. È impossibile che queste carte siano aggiornate.»

Ne nacque una discussione che andò avanti per giorni. I Varriale protestavano, cercavano vecchi documenti, ricostruivano confini e ricordi. La burocrazia, però, continuava a ripetere la stessa cosa: quei due ampi appezzamenti, catastalmente, non erano mai appartenuti a loro.

Alfonso, seguendo il suo istinto, cominciò a pensare che forse quelle terre non fossero mai state della famiglia. Enea, invece, ne era certo: quelle terre erano sempre state loro. In breve tempo la situazione cambiò completamente.

L'avvocato e il perito effettuarono le loro ricerche e portarono il risultato alla famiglia.

Secondo i documenti, quei due appezzamenti appartenevano da sempre a Massimo Ferrero, il padre di Letizia.

Andrea fu il primo a porsi la domanda che, poco alla volta, cominciò a tormentare tutti.

Com'era possibile che nessuno lo ricordasse? La questione risaliva a quando loro erano bambini. E nella memoria di tutti non c'era mai stato altro proprietario che Enea.

La scoperta alimentò inevitabilmente un sospetto. Forse Letizia era arrivata lì proprio per quel terreno.

Forse il suo scopo era stato quello di avvicinarsi alla famiglia, conoscere i Varriale e, soprattutto, conoscere i vicini della proprietà che un giorno avrebbe potuto reclamare.

Se il terreno era già suo, perché aveva avuto bisogno di conquistarsi la loro amicizia? Le domande si moltiplicavano senza trovare risposta.

Alfonso non riusciva a liberarsi da quel pensiero. Era plausibile che Letizia fosse arrivata per la sua proprietà. Ma c'era qualcosa che continuava a non tornargli.

Se quei terreni non erano mai appartenuti ai Varriale, perché nessuno lo ricordava?

Una sera, al telefono con Letizia, decise di raccontarle tutto.

Lei non sembrò affatto sorpresa.

Non negò. Non cercò giustificazioni.

«Tu sapevi che questi terreni erano tuoi?» le chiese Alfonso, quasi con dolore.

«L'ho sempre saputo.»

Alfonso rimase in silenzio.

Dopo qualche convenevole si salutarono.

Quelle poche parole furono sufficienti a riaccendere tutti i dubbi che da tempo circolavano in famiglia.

Andrea, come sempre, sembrava avere avvertito il problema prima degli altri.

«Te l'avevo detto che bisognava andarci cauti. Sin dall'inizio avvertivo qualcosa di strano.»

Tutti in famiglia conoscevano  Massimo Ferrero, il padre di Letizia. Era stato un uomo d'affari e un proprietario terriero. Delle sue numerose proprietà, però, dopo la sua morte ne erano rimaste ben poche. Lui e sua moglie erano morti anni prima in un incidente stradale. Erano al corrente che avevano una figlia, Letizia, affidata a sua zia. Si apprese in quel frangente che in paese c'era anche suo nipote con la madre.

Alfonso  seppe la notizia da Enea e una domanda gli si insinuò immediatamente nella mente.

Perché Letizia non era andata a trovare suo cugino?

Quella sera riunì nuovamente la famiglia.

Chiese al padre se sapesse della presenza di quel ragazzo in paese e perché non ne avesse mai parlato, nemmeno quando Letizia era arrivata.

Alfonso insisteva, cercava di ricostruire la storia, ma  nessuno sembrava sapere da dove cominciare.

Dopo qualche ricordo confuso e spiegazioni poco convincenti, Alfonso lasciò cadere la questione, affidandosi quasi al caso.

Andrea, invece, non era disposto ad aspettare.

Si rivolse a un investigatore e gli chiese di scoprire chi fossero gli eredi dei Ferrero.

Un mese dopo arrivò la risposta.

L'investigatore riferì ad Andrea notizie dettagliate. «Si chiama Giulio Ferrero. Ha ventisette anni, è avvocato ed esercita in un'altra zona della regione. Vive con sua madre, sorella del padre di Letizia.»

Andrea rimase senza parola. 

«Continui a cercare. Voglio sapere tutto di lui. Dove va, chi frequenta, cosa fa. Ogni cosa.»

Anche Alfonso venne a conoscenza della scoperta.

«Perché Letizia non si è fatta vedere con questo cugino?» domandò ad Andrea.

Il fratello alzò le spalle.

« Potrebbero averlo fatto senza che noi ne sapessimo nulla. E poi è un avvocato. Magari insieme hanno già messo a punto qualcosa.»

Forse Andrea aveva ragione.

Alfonso cominciava a pensare di essere stato troppo frettoloso nel fidarsi di Letizia.  Non si era preoccupato abbastanza di conoscere il suo passato.

Quella sera, dopo diverso tempo dalla partenza di Letizia, decise di aprire finalmente lo scritto che lei gli aveva affidato.

Si chiuse nello studio.

Estrasse dalla cassaforte il quaderno e si lasciò andare sulla poltrona. La lampada, accanto a lui, illuminava le pagine.

Cominciò a leggere.

Non conosco questo posto, eppure lo sento come mio. C'è nell'aria una sensazione familiare, come se fossi sempre stata qui.

La famiglia è accogliente, deliziosa. Persone attente e sensibili. Una famiglia unita, molto legata. Il problema di uno diventa il problema di tutti.

Ho scoperto il valore di avere una famiglia. Sarebbe stato bello poter avere ancora la mia.

Mi è rimasta solo zia Norma. Che cosa non ha fatto per me. Forse anche troppo, forse più di una madre.

Abbiamo vissuto sempre io e lei, sole, nel bene e nel male. Pur essendo stata sempre sola, ha avuto una forza incredibile nel guardare avanti e nel credere nei propri obiettivi.

Ma la famiglia Varriale è qualcosa di speciale.

Tutte persone belle e affettuose. Con loro mi sono sentita come se ne facessi parte da sempre.

Alfonso è come se lo avessi sempre conosciuto. Un ragazzo sensibile e sincero, affettuoso. Mi piacerebbe conoscerlo più a fondo, ma non so se sarà possibile.

Mi dà un senso di protezione, di appartenenza.

Mi piace quando ride, quando gioca e fa battute. Ma mi piacciono anche i suoi silenzi. Sa sempre cosa dire e come comportarsi, mentre io non sono mai sicura di niente.

Alfonso è dolce nel suo metro e novanta: grosso fisicamente e grande di cuore.

Mi piacciono i suoi occhi grandi. Occhi che sanno guardare, che sanno dove posarsi.

Avevo paura di guardare nei suoi occhi, ma poi ci sono caduta. Non avevo mai scoperto un paio di occhi così.

E' difficile guardare negli occhi di un'altra persona. È come calarsi in un pozzo al buio. Io sono finita laggiù in fondo.

Alfonso rimase immobile.

Quella metafora lo colpì più di tutto il resto.

Un pozzo.

Letizia era finita in un pozzo e non riusciva a risalire.

Che cosa voleva dire?

Era un modo per dirgli che desiderava uscire da quella situazione? Che non si sentiva a suo agio? Eppure, ripensando ai giorni trascorsi insieme, gli era sembrato esattamente il contrario.

Non capiva più niente. Alla fine prese il telefono e la chiamò.

Letizia rispose quasi senza fiato. Era appena rientrata dallo studio e, entrando nella sua stanza, aveva lanciato le scarpe in aria prima di lasciarsi cadere sul letto.

«Che ne dici del pozzo?»

«Eh?»

«Del pozzo in cui ti trovi adesso.»

Lo disse come chi aspetta una risposta che conosce già.

«Alfonso, non capisco...»

Poi ci fu una pausa.

All'improvviso Letizia comprese.

«Ma tu dici laggiù, in fondo ai tuoi occhi?»

«Finalmente!»

Silenzio.

Poi lei rispose con calma:

«Sin dal primo momento mi sono trovata una meraviglia. Sono ancora lì. Non mi sono mossa e non ho mica voglia di uscirne.»

Un altro silenzio.

Poi aggiunse:

«A meno che non voglia farmi uscire tu.»

Alfonso sorrise.

«Non preoccuparti. Provvederò a farti un po' di luce. E anche a riscaldarti, così starai bene lì dentro.»

Letizia capì allora che aveva letto il suo quaderno.

«Non so se ho fatto bene a lasciartelo.»

«Hai fatto benissimo.»

«Perché?»

«Perché accorcia un po' la distanza.»

Dall'altra parte del telefono ci fu un sorriso che Alfonso non poteva vedere.

«Per ricambiare questo dono, allora, ti scriverò una lettera. Così anche tu avrai qualcosa di mio.»

«Ottima idea.»

Quella notte Alfonso pensò a lungo al terreno e al pozzo di Letizia.

Il terreno gli ricordava che intorno a lei c'erano ancora troppe cose che non conosceva.

Il pozzo, invece, gli ricordava che ormai Letizia era entrata dentro di lui.

Anche lui, in fondo, si trovava in un posto dal quale non aveva alcuna intenzione di uscire.

Letizia era al centro della sua testa. Ogni pensiero, ogni idea, ogni situazione sembrava dover fare i conti con lei.

Eppure, insieme a quella felicità, cominciavano a insinuarsi anche dubbi leggeri. Pensieri che non sembravano adatti a quella fase iniziale, così fragile e bella, di qualcosa che ancora non aveva un nome.

Alfonso non aveva la lucidità di Andrea né la prudenza di Maria.

Aveva, però, un cuore grande e ostinato che andava contro ogni logica e ogni cautela.

Non si poneva troppe domande.

Ascoltava quello che sentiva.

E, per lui, quello bastava a capire se si trattasse di un capriccio o di qualcosa di molto più importante.

Quella stessa notte, senza quasi rendersene conto, si mise a scriverle.

Sullo schermo le parole comparivano una dopo l'altra, come se arrivassero da sole e si disponessero in fila.

Alfonso le vedeva scorrere, ma quasi non leggeva ciò che stava scrivendo.

Letizia cara,

dopo aver letto l'inizio del tuo scritto mi è parso di sentirti più vicina.

 Forse ho fatto bene o forse no. Ma adesso che l'ho letto, ho la sensazione di conoscerti un po' di più. E, stranamente, anche di sentirne ancora di più la mancanza.

Il tempo che sei rimasta qui mi è sembrato davvero unico. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione di conoscerti da sempre. Non so spiegarti perché. Si dice che quando si prova una cosa simile sia perché due persone sono fatte l'una per l'altra. Non so se sia vero e, sinceramente, non voglio ancora dare un nome a quello che sento.

Mi basta sapere che con te sono stato bene. Molto bene. Forse più di quanto avrei dovuto.

Ho paura di chiamare le cose con il loro nome, ma credo che prima o poi dovrò farlo. E forse quel momento arriverà da solo, quando saremo di nuovo insieme e non ci sarà bisogno di scriverlo.

Aosta è lontana da qui, ma non così lontana da non poterla raggiungere.

E forse è proprio questo il problema: adesso che sei tornata a casa, mi sono accorto di quanto sia strano questo posto senza di te.

Devo anche dirti che mi è dispiaciuto scoprire che hai un cugino e che non me ne hai parlato. E mi ha fatto effetto sapere che sei proprietaria del terreno confinante con il nostro e che noi non lo sapevamo.

Non te ne faccio una colpa.

Nel poco tempo che abbiamo avuto non poteva esserci spazio per tutto. Quando ci vedremo, però, dovrai raccontarmi ogni cosa.

Ora riposa. So che sei stanca e che hai bisogno di dormire.

E ricordati una cosa: sei al centro della mia testa.

Da quando sei partita, niente sembra funzionare più come prima. Ogni pensiero finisce per girare intorno a te.

Non voglio usare parole vuote e non voglio avanzare pretese.

Voglio soltanto dirti che non mi piace che tu sia lì e io qui.

Mi manca averti vicino.

Dovremmo trovare una soluzione.

Stammi bene.

Alfonso

Premette invio. Subito dopo si pentì di essere stato così freddo. Avrebbe potuto dirle qualcosa in più.

Qualcosa di più vero. Ma Alfonso era fatto così. Era scaramantico. Credeva che le cose avessero bisogno di silenzio. Più se ne parlava, più venivano esposte agli altri, più rischiavano di prendere freddo e irrigidirsi. Così lasciò che quella lettera facesse il suo lavoro.

Nei giorni successivi, però, aveva già in mente qualcosa.

Voleva farle una sorpresa.


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