Il ragazzo venuto dal mare

                                   


E' stata una bella avventura durata circa tre anni scrivere il mio nuovo romanzo, Il ragazzo venuto dal mare, edito da LFA Publisher. L'idea c'era da tempo ma sono state le occasioni a offrirmi l'opportunità di dare vita all'ispirazione.

E' una storia di accoglienza in un paese del Sud dove i personaggi hanno volti e storie che ho conosciuto, visto, approfondito. Tutto inizia con un fatto di cronaca che colpisce una comunità intera ma l'attenzione è sempre puntata sul protagonista, con le sue scelte e la fatica di crescere. 

Scrivere questo romanzo non è stato facile, la sua complessità ha reso necessario conoscere a fondo i fatti e i risvolti. Ci sono i colori delle terre, del mare, di un continente, del Sud.

I personaggi viaggiano ancora nella testa, siamo stati insieme per molto tempo. Ora sembra non siano mai appartenuti a me, ma come ospiti vengono a trovarmi di tanto in tanto. Ancora mi pongo domande su ciò che hanno compiuto, sulla loro vita, su quello che mi hanno insegnato.

E proprio vero che una volta terminato il romanzo, ciò che è stato creato non è più dell'autore, quasi mi sento un'estranea  al loro cospetto.

Devo ringraziare tutti coloro che, inconsapevolmente, mi hanno fornito motivi e situazioni per scrivere questo romanzo.

https://www.ibs.it/ragazzo-venuto-dal-mare-libro-filomena-baratto/e/9788833433608


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L'ira


A tutti capita di adirarsi qualche volta ed entro certi limiti l’ira è un’emozione che scuote. Quando, però, si presenta con una reazione eccessiva e smodata, scade in un atteggiamento reprensibile e di grande maleducazione. Gli effetti nocivi dell’ira ledono chi la prova e quelli che gli sono accanto. I fatti scatenanti vanno da motivi futili ad altri più seri, in base alla sensibilità e alla capacità reattiva dell’interessato. Diventa  una maschera con cui ci difendiamo dai soprusi, dalle delusioni, dalle invadenze altrui.

Chi è avvezzo ad arrabbiarsi crede che l’ira sia un aspetto coraggioso del carattere. L’adirato mostra un volto teso, privo di sorriso, la pelle rugosa, la bocca serrata, gli occhi sbarrati, sempre a caccia di fatti che avvalorino le sue ragioni.  E’ poi convinto di essere attento alla vita, capace di gestire i problemi, di non lasciare nulla al caso e di sbrogliare le situazioni. Intanto chi gli vive accanto subisce uno stile di vita non suo, che vorrebbe ricusare ma è costretto a resistergli per non lasciarsi sopraffare. Ma da dove nasce questa collera inamovibile che col tempo si consolida sempre più? Oltre a una disposizione del carattere, è possibile che la persona spesso arrabbiata abbia subito un torto pesante e scarichi la sua implosione mostrando ora i denti. Per carattere è diffidente, talvolta malpensante che vive una vita lontana da quella che vorrebbe. Si pone in una perenne sospensione, in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare. Le delusioni, i malumori, le cattiverie ricevute la fanno sostare in uno stato di disagio  perenne.  Soffre e fa soffrire. Come convivere con l’arrabbiato cronico? Intanto è importante il dialogo, un modo per incontrarsi anche quando sembra impossibile. E poi dargli ascolto. Mai insistere o accentuare un diverbio, trascendere fino a sfociare in qualcosa di ingestibile. Fermarsi prima e non dopo. La rabbia, in un primo momento, porta a scuotersi, a muoversi. In letteratura un grande poema come l’Iliade nasce con l’ira di Achille: “Cantami o diva del pelide Achille l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei”. Sant’Agostino dice che ogni peccato è volontario, ma l’ira non è volontaria, in quanto l’irato agisce con tristezza che è un sentimento che accade contro la nostra volontà. E ancora afferma nella “Città di Dio”che “l’ira è un ribollire del sangue intorno al cuore. Per Ugo da San Vittore “l’ira arreca un danno maggiore dell’invidia, un sentimento che ci toglie il prossimo, mentre l’ira ci toglie noi stessi”.

Nella sua Summa Theologiae San Tommaso afferma che essa sorge perchè qualcuno pensa a torto o a ragione che sia avvenuta un’ingiustizia, mentre se qualcuno pensa di aver subito un danno giustamente non si adira, semmai odia e si rattrista. Interagendo con l’irato pensiamo al motivo della sua tristezza più che alla sua maleducazione. Ciò che di positivo fornisce l’ira è che ci fa mettere a fuoco i fatti. Diventa deleteria se ci lascia in uno stato di scontentezza perenne per cui non apprezziamo più ciò che di buono facciamo. Può sfociare, poi, nell’arroganza come il personaggio di Filippo Adimari, detto Argenti, nel V cerchio dell’Inferno della Divina Commedia dove ci sono iracondi e accidiosi. I primi si azzuffano, si saltano addosso e si mordono. Lo stesso Argenti si morde le mani e cerca di rovesciare la barca, su cui viaggiano Dante e Virgilio, traghettata da Flegias nella palude Stigia. Dante, gli manifesta tutta la sua avversione per il fatto che, quando era in vita, Filippo Argenti lo aveva schiaffeggiato.

 Si dovrebbe aver la forza di tradurre la rabbia in parole per farla sfumare e non chiuderla dentro. D’altra parte essa non porta a niente di buono. Ogni azione necessita di lucidità e serenità altrimenti è destinata a fallire.

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Conversazioni mattutine

 

Spesso, di mattina, passo a prendere una collega con la quale vado a scuola. Siamo amiche di lunga data. Ricordo la prima volta che ci siamo incontrate, al collegio dei docenti, nella scuola dove ancora oggi ci troviamo. Una nostra comune amica mi parlò di lei descrivendola una persona unica e lo stesso fece con lei, parlandole di me. Quando incrociammo lo sguardo, alla fine dell’incontro, avemmo la sensazione di conoscerci già. La nostra comune collega ci aveva descritte in modo così preciso che ci salutammo come due vecchie amiche che non si vedevano da un bel po’.

E’ una donna pratica, essenziale, semplice, vera, con un cuore bambino e una chiarezza di pensiero che disarma. Ci lega una stima reciproca, la capacità di capirci al volo e una sensibilità, di entrambe, notevole. La sua umiltà la rende un esempio per tutti noi che le giriamo intorno. Di carattere è allegra e disinvolta in ogni situazione, ligia al dovere e precisa.

Incontrarci di mattina, andando a scuola, è un bel pretesto per fare quattro chiacchiere.  Mi pone continue domande, pensando che io abbia una risposta per tutto. Conversiamo per circa un quarto d’ora, che pare un tempo insignificante ma le domande, gli argomenti e la ricerca di risposte, rende questo momento molto interessante. Appena sale in macchina parte la sua prima osservazione. E’ diventata la mia "pungolatrice" e tutto quello che diciamo mi resta in mente per diversi giorni. Stamattina ero con la radio accesa ad ascoltare Feel di Robbie Williams quando lei, aprendo la portiera e affacciandosi, mi ha chiesto a cosa fosse dovuta la mia allegria. Poi da sola ha risposto che di mattina tutti siamo allegri. Ma io le ho fatto notare che l’allegria può nascondere altri stati d’animo. D’accordo con me ha aggiunto: “Ciò che si vede non è come sembra, le luci emergono dalle ombre”.

“E allora spiegami” ha attaccato, “perchè, quando sembra di avere la vita in mano, con tutta l’esperienza accumulata, tanto da poter ricominciare, mettendo in atto quello che abbiamo imparato, dobbiamo invece fare la valigia e partire. E qui mi è piaciuta la metafora della partenza. Le ho risposto che la vita è un mistero e le esperienze individuali non sono la “summa” di tutte le esperienze possibili. Per quanto la conoscenza ci renda preparati, potranno esserci sempre nuove situazioni a coglierci di sorpresa. Quindi la nostra vita non è comprensiva di tutto ciò che potrebbe accaderci o potremmo vivere. Sembra quasi soddisfatta della risposta ma subito mi lancia una nuova sfida chiedendomi  perchè nella non riusciamo mai a comprenderci del tutto, siamo diffidenti, individualisti, poco empatici. Le rispondo che ognuno nasconde un fondo insondabile forse anche a se stesso. Pertanto i nostri rapporti saranno sempre precari poichè soggetti ai cambiamenti di ognuno, alle situazioni e agli avvenimenti. Quindi l’amicizia, la vita di coppia sono relazioni in continuo mutamento. La conversazione, a questo punto, diventa interessante e noi, sedute in macchina nel parcheggio della scuola, dove nel frattempo siamo arrivate, cerchiamo di consumare gli ultimi 5 minuti in sagge conclusioni prima di andare a chiuderci nelle rispettive aule. Le altre colleghe ci guardano scendendo dalle auto. Non sanno delle nostre disquisizioni, pensano a normali pettegolezzi. Ma non è il nostro caso. A questo punto mi chiede il motivo delle incomprensioni in qualsiasi tipo di rapporto. La risposta ce la siamo data insieme affermando che la vita è un intreccio tra il bene e il male, con un confine impercettibile. E di seguito il motivo per cui ci priviamo di vivere per mancanza di tempo, presi dal lavoro e da tutto ciò che ci tiene prigionieri ogni giorno. Ci troviamo poi d’accordo sul discorso di dover trovare il tempo per stare accanto alle persone amate, siano essi figli, amici, parenti, invece di correre nelle nostre giornate multitasking.

“Ma dove corriamo?”mi ha chiesto. Le ho risposto che nel tempo è cresciuta l’esigenza di lavorare, di avere un’autonomia economica, perchè il lavoro ci gratifica, ci fa sentire utili e indispensabili. L’amore di per sè è gratis e, pur impegnandoci moltissimo, sembra sia invisibile anche agli occhi di chi amiamo. Esso  necessita di dedizione, é facilmente attaccabile e, se finisce, ci deprime. Il denaro ci fa progredire e ci dà potere. I sentimenti, di contro, ci indeboliscono e ci rendono succubi, dipendenti. E tuffarsi nel lavoro, vuoi per necessità, vuoi per  compensare, diventa un diversivo catartico. Ecco perchè ci lasciamo inglobare dalla fatica con la quale giustifichiamo ogni altra nostra mancanza. Al lavoro non diciamo di no, mentre possiamo sacrificare i rapporti in suo nome. Una volta l’amore scusava tutto, oggi si vive per lavorare e non più per vivere. Ha definito quest’ultima una bella riflessione. Saremmo rimaste a chiacchierare per ore, dimenticandoci anche del telefono al quale oggi diamo più tempo che alle persone. Ed è proprio il breve intervallo a disposizione che sollecita risposte rapide e valide. Solo quando ci apprestiamo a entrare nell’atrio della scuola, abbiamo cominciato a parlare di orari, di alunni, di riunioni. Ma ciò che avevamo sciorinato in macchina era ancora nella testa. Un bel confronto mattutino!

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Vivere fino all'ultimo respiro



Scegliere di morire deliberatamente è un gesto estremo che lascia sgomenti. Per metterlo in atto richiede una volontà e una forza. Il Cristianesimo condanna il suicidio con il quinto comandamento: non uccidere. San Tommaso d’Aquino ne spiega le motivazioni: si pecca contro se stessi, contro la società e contro Dio. La religione e la legge non bastano, però, a evitarlo. Il suicida attraversa un tormento interiore cui non sa dare una risposta. Ci vorrebbe una forza contrastante pari a quella che l’ha provocato per evitarlo. Un amore finito, un dolore inconsolabile, una sconfitta non accettata, un male fisico che divora le forze e l’animo possono diventare promotori di azioni nefaste. Una debolezza mentale che fa sragionare porta agli stessi esiti. E’ proprio la perdita di senno, in preda alla disperazione, a dettare il gesto. Non sempre ci si accorge dei mali che affliggono gli altri, anzi, di solito, si tende ad allontanare le persone deboli. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele definisce il suicidio come un’offesa nei confronti degli altri. E se da una parte i Greci lo tenevano in pessima considerazione, dall’altra lasciavano all’individuo decidere della propria vita. Il primo suicidio avviene in Sofocle con l’Edipo re, dove Epicasta, madre e moglie del re, si toglie la vita per non sopportare l’avvenuto incesto. La tragedia di Sofocle gravita intorno a “un uomo eroico nella sua essenza d’infelicità”. L’uomo, nella sventura, mantiene intatta la nobiltà.

 

I Romani davano al suicidio una veste d’onore, un modo coraggioso di finire la vita soprattutto quando era in gioco la propria virtus. Dante, nel tredicesimo canto della Divina Commedia, pone i suicidi nel settimo girone dell’Inferno. Sono anime imprigionate negli alberi per aver lasciato violentemente il proprio corpo. Le Arpie che si nutrono delle piante, strappando i rami degli alberi, procurano sofferenza ai dannati che si lasciano andare a lamenti e parole: “Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietà alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi”. Shakespeare infligge questa pena a molti dei suoi personaggi, grandi e piccoli delle sue tragedie come extrema ratio a una solitudine indicibile. Così per Otello, Macbeth, Ofelia, Marco Antonio, Bruto, Giulietta, Romeo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, romanzo epistolare pubblicato nel 1801, il protagonista, nelle missive all’amico Lorenzo Alderani, parla del suo amore impossibile per Teresa che è andata in sposa a Odoardo e della delusione per il trattato di Campoformio nel 1799, con cui Napoleone cede Venezia all’Austria. Jacopo è spinto verso la morte da una tensione distruttiva che lo conduce alla rottura di ogni rapporto col mondo. Già prima, nel 1774, Goethe aveva dato alle stampe il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther in cui il protagonista si toglie la vita per amore di Lotte, la sua Charlotte che è promessa ad Albert, quanto basta per scatenare la gelosia di Werther. Qui non c’è riferimento politico ma la delusione amorosa porta alla tragedia. Il libro ebbe ripercussioni notevoli con un aumento di suicidi in quel periodo tanto da ritenere il testo pericoloso. L’autore cercò di arginare il fenomeno apponendo un’avvertenza «Sii uomo e non seguire il mio esempio». Aggiunse anche una nota dove si affermava che il protagonista soffriva di depressione. La letteratura segue i suoi canoni, la realtà, le tempeste della vita. E non basta approfondire clinicamente con un’anamnesi del soggetto per prevenire le mosse di un presunto suicida. Così come le sue fragilità possono presentarsi impercettibili e silenziose con momenti d'isolamento senza che gli altri se ne accorgano. Ci sono poi implicazioni caratteriali, culturali, di storia familiare che sono imprescindibili per definire il caso. Anche una conoscenza approfondita dell’ambiente intorno, delle persone e dei loro atteggiamenti, con le loro azioni e reazioni può indurre la persona debole a simulare gli avvenimenti che succederanno e, non sopportandolo, finire nel vortice della propria fine. Il sociologo francese Emile Durkheim afferma che l’insieme dei suicidi, verificatosi in una data società e in un determinato arco di tempo, non sia una semplice somma di unità indipendenti, bensì un fatto sui generis, con una propria natura essenzialmente sociale, indipendente dalle decisioni individuali delle persone che si suicidano: «ogni società è predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie» Sono tre per il sociologo i tipi di suicidi: quello altruistico quando l’individuo antepone regole, valori morali e gruppo di appartenenza alla sua esistenza; anomico quando la società non può offrire norme morali coerenti e ben strutturate nei periodi di crisi e cambiamenti sociali; egoistico quando l’Io prevale sulla società per una debole integrazione. E’ stato dimostrato, da un rapporto dell’OMS, che le persone che si sono suicidate si erano rivolte, nelle settimane precedenti al gesto, al proprio medico o ai servizi. E’ questo il momento in cui agire e dare alla persona che si sente senza speranza il sostegno di cui necessita. Già il fatto di condividere le proprie idee riduce l’ansia e favorisce la possibilità di trovare una soluzione. Chi sta intorno alla persona ha la responsabilità di agire e trovare il tempo dell’ascolto, indispensabile come quello di raccontarsi per liberarsi dalle tensioni. Dare ascolto e riceverlo sono due momenti fondamentali in ogni relazione. “E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare - afferma Plutarco nella sua opera L’arte di ascoltare. - Molti sbagliano perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare”. Il neuropsichiatra Eugenio Borgna afferma che per tanto tempo si è relegato il suicidio nella follia, come non volendo saperne nulla, come negandone ogni senso. Non tutti i suicidi, dice Borgna, sono riconducibili a malattia mentale. Piuttosto a una strutturale mancanza di speranza, non conosciuta, non incontrata in famiglia, a scuola, tra gli amici. Speranza che non è da confondere con un ottimismo, che potrebbe anche essere vano. Speranza, disse Kierkegaard, è “passione del possibile”, apertura a un futuro che non conosciamo e spesso indipendente da noi. Ma la speranza per Eugenio Borgna è anche un dovere verso l’altro, in una dimensione necessariamente di comunione: «Abbiamo l’obbligo morale di non lasciar morire la speranza in noi per farla rinascere in chi l’abbia perduta, e in questo senso la speranza ha un valore rivoluzionario: ci inquieta, ci libera da pregiudizi che non ci consentono di cogliere la realtà nella sua spontaneità e nella sua ricchezza umana».

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L'ultimo giorno di scuola

 



La scuola è finita quasi senza accorgercene. Ieri, ultimo giorno, è volato con normalità. In altri tempi, di questi giorni, si facevano progetti per le vacanze, si aspettava di staccare completamente per il meritato riposo. E tra lezioni in presenza e Dad, rientri e chiusure in casa, più che la fine della scuola è parsa una tregua  a una guerra ancora in atto. La stanchezza di questi mesi ci ha fatto perdere le consuetudini precedenti, come se fossimo assorbiti da una normalità apparente, che ci siamo  imposti per non subire contraccolpi. Anche gli alunni mostrano una tranquillità inverosimile nell’ultimo giorno, dovuto forse al carattere intermittente in cui è caduta la scuola. Durante quest’ anno abbiamo assistito a una rivoluzione dentro e fuori l’aula. L’utilizzo del computer in classe, visto come un elemento costante e imprescindibile di didattica, la collaborazione dei genitori, l’ingresso giornaliero dei docenti nelle case degli alunni e la conoscenza di ritmi e stili di vita delle famiglie, la solidarietà per una migliore collaborazione tra le parti, ha fatto scoprire aspetti prima sconosciuti. Siamo ancora stanchi delle ore passate davanti al freddo schermo in cui volevamo incorporare pedissequamente le lezioni strutturate come in classe. Lo schermo ha trattenuto le nostre forze e ci ha impedito il movimento procurandoci anche tanti malanni. La scuola è entrata in un’altra era. Abbiamo approntato nuovi metodi e strategie d’insegnamento grazie alla tecnologia. Il computer è entrato in classe mentre solo pochi mesi prima sembrava che il telefonino usurpasse la serenità della scolaresca.  Una volta l’insegnante era alle prese con i registri cartacei, oggi esce dall’aula col computer. E’ diventato un fedele segretario, che immagazzina dati in tempo reale.  Gli alunni seguono tutorial, guardano film, ascoltano lezioni e musica. In un anno abbiamo sviluppato potenzialità che prima credevamo appartenessero a un lontano futuro. Nell’ultimo giorno, tra una correzione e l’altra, mi giravano in mente le ultime pagine del libro Cuore,  apponendo al modello di scuola di oggi, quello di più di un secolo fa. Quest’anno le pareti delle aule non hanno visto un cartellone né una cartina geografica, lasciando uno spazio interno minimalista. Pareti spoglie, sussidi lasciati a casa, armadi col minimo indispensabile. Via i mappamondi, i cartelloni che riprendevano lezioni effettuate, aule scarne: solo cattedre, banchi e lavagne, poi nulla. Quando andavo a scuola io, l’aula era una casa arredata e in cattedra, tutte le mattine, c’erano pure i fiori, alle pareti i nostri lavori, in bellavista le cartine. Le sedie malmesse, tanto da recare sempre qualche graffio alle gambe o smagliatura ai calzettoni, e i banchi, con buchi e screpolature, davano all’ambiente un’aria vissuta. Forse l’ultima pagina di addio del libro Cuore mi è giunta per questo ricordo. Eppure, nell’imprevedibilità delle nostre giornate scolastiche di oggi, la didattica non ha subito alcun arresto, pur con tutte le difficoltà incontrate, pur continuando a ripetere il rituale ritornello di parole come distanziamento, igienizzare, tirare su la mascherina, disinfettare. Osservavo gli alunni con quanta disinvoltura adesso portano la mascherina, con quanta abilità la cambiano se si sporca o cade, come igienizzano o lavano le mani. E’ stato un ultimo giorno di un lunghissimo anno, in cui abbiamo vissuto con paura, tensione e preoccupazione. La scuola cambierà, se non è già cambiata. Nuovi attori hanno reso la scena più corale rispetto a una volta. Quante volte ho visto la fine di un anno scolastico da docente, tante da poter dire che quest’anno non si avvicina a nessun altro. Una volta ci si salutava, ci si abbracciava, effusioni che non possono più esistere. La preoccupazione di ammalarsi ci costringe a tenerci lontano. Siamo entrati in un’altra epoca anche per i rapporti: più formali e meno calorosi. Ognuno rientra nel proprio spazio, nella propria isola in cui crede di stare al riparo. Ma lì siamo anche più spaventati. Gli alunni, invece,  non hanno perso l’entusiasmo, né la voglia. Stare a loro contatto aiuta a uscire dalla solitudine in cui siamo caduti. Quando la scuola è rimasta sola, il cancello ha chiuso i battenti e il silenzio ha avvolto lo spazio antistante l’edificio, ho guardato il salice che reclinava i rami a terra e mi sono identificata in quell’immagine. Ogni anno finisce un’epoca, ogni anno porta via cose che non torneranno più. E quello che si è appena concluso è un anno che vorremmo dimenticare. Ho pensato anche che sarebbe stato meglio se, al posto del salice, avessero piantato un pino, si sarebbe stagliato al cielo e sarebbe apparso alto e vigoroso infondendo un coraggio maggiore. Ma non basta un albero a scacciare un anno come quello appena passato.


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Espressione sempreverde



La lingua napoletana ha una cadenza particolare: nella pronuncia le parole sono prive di vocali finali mentre ritornano nello scritto. La sua inflessione, a chi non è avvezzo ai suoi termini e modulazione, la rende grossolana. Ma ogni buon napoletano sa parlare correttamente l’italiano. Ogni buon napoletano, d’altra parte, cade nella tentazione di usare espressioni della  lingua nativa come se non potesse farne a meno, consapevole del fatto che non troverebbe in nessun’altra lingua termini così appropriati per ogni situazione. Tra queste l’espressione “Azz”. Quando vedo queste tre lettere sul display del cellulare, o pronunciate con una certa disinvoltura, resto basita. Come se in un battibaleno tutta l’eleganza, la formalità o la buona educazione andassero a finire. Azz è un’espressione di meraviglia, di sorpresa, roba da non credere. In italiano potrebbe significare cavolo, accidenti, non ci posso credere, mamma mia, tutte intercambiabili ma che non traducono mai il senso di Azz napoletano. E non pensiate che derivi dall’altra parola napoletana c*** fin troppo abusata, menzionata da uomini e donne indistintamente, che fa tanto volgare e cafone, ma che nessuno evita di pronunciare, per quel senso di liberazione che dà quasi fosse uno scacciapensieri. Detto questo, l’espressione Azz, secondo quanto spiegato da più parti, deriva dal tedesco “Ach, so!” ed è un’espressione che risale alla seconda guerra mondiale. Secondo altri viene assimilata dai dialetti meridionali a seguito della presenza degli austriaci durante il triennio in cui il Regno di Napoli fu viceregno austriaco, all’inizio del 1700. Sicuramente deriva da contatti con la lingua tedesca. All’inizio “Ach, so!” divenne Azz con un o finale, e tra le tre lettere e la o c’era una pausa, tradotta poi   in napoletano Azzò. Oggi vige la forma più breve Azz calcando la voce sulle due zeta quasi a quadruplicarle e con accento eccessivo sulla a. Ma la cosa più sorprendente è che è stata trasformata in un’espressione tutta nostrana come se non derivasse da altra lingua. E’ un complesso di cose, un modo di esprimere stupore, un dire caspita e tanto altro, una forma di meraviglia ma anche di sarcasmo, di essere presi in contropiede. La meraviglia tedesca è misurata, semplice, il nostro Azz è esagerato, amplificato, un compendio. Resta il fatto che inserendola come intercalare in un discorso sa di poco elegante, di inopportuno. Ma nessun napoletano se ne priva, è una sorta di liberazione cui tutti ricorrono. In chi la pronuncia prevale non tanto lo sbigottimento quanto il dispiacere di privarsi di ciò che apprende dall’altro. Per dire: “Hai capito un po’? E perchè io no?”. Si legge sgomento e stupore ma anche un tantino di invidia, di rammarico, di dispiacere. Sarà anche una parola di derivazione tedesca ma la bravura nel pronunciarla e nel conferirle un valore forse del tutto diverso da quello iniziale è  napoletana. Così siamo giunti ad accettarla come una sorta di esclamazione alla stessa stregua di tutte le altre, perdendo anche quel tanto di volgare.


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Fedor Dostoevskij: l'uomo del sottosuolo

 

Dostoevskij è uno dei più grandi autori della letteratura mondiale. Tutte le sue opere sono uno studio approfondito dell’uomo. Le pagine dei suoi romanzi si presentano a noi come spilli che pungolano, alcune ci strattonano fino a farci cadere, altre rovistano il nostro animo mettendolo a soqquadro.

Fedor Dostoevskij nacque nel 1821 a Mosca, in una famiglia in cui si respirava un clima autoritario. Pur dedicandosi alla carriera militare, i suoi interessi erano rivolti alla letteratura. Nel 1841, appena promosso sottotenente, decise di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. In seguito, accusato di partecipare a una società segreta, fu condannato al patibolo nel 1849, da cui fu sottratto dallo zar Nicola I che gli inflisse come pena i lavori forzati a Omsk, in Siberia. In quel periodo ripresero le sue crisi epilettiche. Il primo attacco arrivò dopo la morte del padre nel 1839. Intanto, aveva già scritto Povera gente nel 1846, Il sosia nello stesso anno e Le notti bianche nel 1848. Il romanzo che scava l’essere nelle sue profondità è Memorie dal sottosuolo del 1864. Il sottosuolo è l’abisso della coscienza, dove l’uomo è piegato da una sofferenza. In quel sottosuolo avviene una lotta furiosa tra principio negativo e positivo. L’uomo vive così nella tana della sua coscienza come uno scarafaggio. Si servì di questa metafora prima ancora di Kafka che, nel racconto Le Metamorfosi, trasforma il protagonista Gregor Samsa in uno scarafaggio. Freud non era ancora nato, bisogna aspettare il 1856, e L’interpretazione dei sogni fu pubblicata solo nel 1899,  ma Dostoevskij analizzava già l’animo umano in ogni suo meandro. La malattia di cui soffre l’uomo del sottosuolo è l’ipertrofia della coscienza. Che cosa fa l’uomo, raccolto in se stesso, se non rimuginare, considerare le parti del suo pensiero, individuare il bene e il male e, pur riconoscendolo, trovare sempre una giustificazione per andare al di là dell’evidenza. I ragionamenti portano a niente e l’unico ragionamento valido è il gesto. Ma il gesto non ha alcuna giustificazione, quella resta in noi. Il sottosuolo dell’uomo è dato dalla società e, al suo interno, ogni fallimento è riconducibile alla famiglia. La colpa peggiore del sottosuolo è di non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Con Delitto e castigo, del 1866, assistiamo alla messa in scena dell’uomo in tutta la sua grandezza e bassezza. Il protagonista, Raskolnikov, si convince che è giusto uccidere l’usuraia Aljona, perché un essere inutile. Ma con lei deve uccidere anche sua sorella Lizaveta, Un delitto che mette in subbuglio l’animo del protagonista. La difficoltà di leggere Dostoevskij è stare di fronte alla pagina da soli.   Lì c’è il nostro sottosuolo, il taciuto, il pensato e quello che poi non facciamo o facciamo e di cui non ci assumiamo le conseguenze. In un momento ci porta alle stelle e in un altro ci fa sprofondare.  Con Dostoevskij cerchiamo di sondare i nostri abissi che non finiscono mai di meravigliarci. Come arriva l’autore a conoscere così bene l’animo umano? Durante gli anni di prigionia in Siberia non poteva né scrivere né leggere, gli unici libri a disposizione erano i Vangeli. Dalla loro lettura capì che la fede è l’unica cosa che ci trasforma. Ma l’uomo è mosso solo da un gesto utilitaristico e in completa libertà. Ed è con la trasvalutazione di tutti i valori che Nietzsche è vicino a Dostoevskij. Riconosce in lui “suo fratello di sangue” con una critica ante litteram a se stesso, giustificando la concezione utilitaristica in quella del superomismo, cioè della libertà assoluta. Raskolnikov è il critico di se stesso quando percepisce di aver commesso un gesto abominevole. La centralità del romanzo è nel nichilismo di quest’uomo che assume diverse maschere e, assumendole, ha orrore della sua vita.  Delitto e castigo è un romanzo filosofico poiché concentra le teorie del nichilismo, dell’utilitarismo e del superomismo, ma poi, una volta in scena il protagonista se ne stacca e le giudica. Ed è un romanzo criminale, con un delitto, un colpevole e un movente.  Ma al di sopra di ogni concezione c’è il peccato. Il criminale trasgredisce alla legge, mentre il peccatore obbedisce alla coscienza, alla legge del suo cuore che non mente a se stesso prima ancora di non uccidere.  Raskolnikov prima ancora che un criminale è un peccatore che raggiunge il livello più alto mentendo a se stesso. Quando si mente a se stessi si è pronti a qualsiasi infamia.  Aleggia in tutto il romanzo un’ombra costante, un peso che incombe su tutti i personaggi, per concludere che la condizione umana è quella di sostare nel peccato. Ed è questa l’unica consapevolezza possibile, quella di aver perso anche il significato del peccato. E’ un lungo percorso che l’autore intraprende nelle sue opere a cominciare da Povera gente fino ai Fratelli Karamazov. Quest’ultimo romanzo è il capolavoro di Dostoevskij, scritto tra il 1878 e il 1880. E’ la storia di quattro figli nati da madri diverse e il loro rapporto con il padre, ma è anche la storia di un parricidio. Nel romanzo una pagina importante è la La leggenda del grande Inquisitore, in cui la domanda “Come possa un perfido animale, l’uomo, concepire l’idea di Dio”, diventa l’asse portante del romanzo. Ogni riflessione di Dostoevskij è riconducibile a quest’affermazione. L’autore è ossessionato da come Dio vive nell’esperienza dell’uomo e soprattutto si lamenta del libero arbitrio che gli ha concesso.

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