Via del Greto- VIII

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo ottavo


 

                                                                      Capitolo VIII

Alfonso partì di buon mattino, senza lasciare alcun messaggio alla famiglia. Aveva tanta fretta di mettere in pratica ciò che gli era passato per la testa che non si preoccupò nemmeno di avvertire i suoi. Quando, a colazione, non lo videro comparire a tavola, la sua assenza non passò inosservata.

Alle nove era già in viaggio. Aveva deciso di andare ad Aosta per fare una sorpresa a Letizia, raggiungendola senza preavviso. Non sapeva fino a che punto quella scelta fosse giusta, ma si era imposto una nuova regola: non rinunciare alla prima decisione soltanto perché, a un esame più attento, poteva sembrare difficile o rischiosa.

In passato avrebbe tergiversato, rimandato, cercato mille ragioni per non agire. Ora voleva cambiare. Era arrivato il momento di dimostrare a se stesso di essere capace di prendere in mano la propria vita, senza lasciare che i dubbi gli impedissero di fare ciò che desiderava.

Eppure, mentre il treno procedeva verso Aosta, qualche perplessità continuava ad affiorare. Presentarsi senza aver avvisato Letizia poteva sembrare inopportuno, persino scortese. Ma ormai aveva deciso. Forse sarebbe stata felice. Forse lo avrebbe rimproverato per quella visita improvvisa. In ogni caso, non voleva più rinunciare a ciò che sentiva.

L'assenza di Alfonso si fece sentire anche a pranzo. Maria, sua sorella, dapprima andò su tutte le furie, poi cominciò a preoccuparsi. La stessa cosa accadde ad Andrea, che da quando si era sposato era diventato ancora più apprensivo del solito.

Soltanto Enea e Rosaria sembravano tranquilli. La loro apparente indifferenza irritava gli altri due fratelli. Anche loro avevano intuito che tra Alfonso e Letizia ci fosse qualcosa di importante, ma nessuno avrebbe immaginato che Alfonso potesse prendere una decisione tanto improvvisa.

Quella mattina, infatti, Enea aveva visto il figlio attraversare il viale di casa con un piccolo bagaglio a mano, mentre un taxi lo attendeva per accompagnarlo alla stazione. Aveva riferito tutto a Rosaria, ma insieme avevano deciso di non parlarne con gli altri.

Nel frattempo, Andrea aveva altri pensieri per la testa.

«Papà, avremmo bisogno di cambiare stanza. Anche stanotte il gallo non mi ha fatto dormire. Visto che Alfonso dorme così poco qui, sarebbe il caso che io e Cecilia occupassimo la sua camera. Lui, almeno, non ha certo problemi di sonno.»

Enea lo guardò perplesso. «Andrea, da quando vivo in questa casa, e per quanto ne sappia, nessuno ha mai cambiato stanza. Tu hai sempre dormito nella tua, limitandoti a cambiare il letto. Come faccio a chiedere ad Alfonso di lasciare la sua camera? E poi, tutta questa storia del gallo! Sai quanta gente vorrebbe una sveglia naturale invece di quegli aggeggi mostruosi che strillano come forsennati?»

«Sarò anche ansioso e avrò problemi di sonno, ma adesso comincia a dormire male pure Cecilia. E non vorrei che la situazione peggiorasse, magari con l'arrivo di un bambino!»

Maria intervenne subito. «Ho capito, vi cedo la mia stanza. Così risolviamo il problema senza disturbare Alfonso. Sono una zia premurosa e non voglio togliere serenità ai miei nipoti. Sei d'accordo?»

Andrea le sorrise. «Ah, sorellina, sei sempre la migliore! Ma perché non ti lamenti mai, eh?»

«Perché ci siete già voi due a farlo! Io preferisco evitare le questioni, non fomentarle. Però almeno un grazie potresti anche dirmelo. E poi, già che ci siamo, comincia a fare un pensierino sui nomi: se sarà maschio, Mario; se sarà femmina, Maria. D'accordo?»

La conversazione finì tra le risate e le battute. In realtà, a titolo di cronaca, Andrea non avrebbe cambiato stanza e avrebbe continuato a dormire nella propria.

Rosaria, che aveva ascoltato lo scambio, si rivolse alla nuora.

«Ma c'è qualche novità che dovrei sapere?»

Cecilia sorrise, un po' emozionata.

« Non ne sono certa. Farò il test.»

Rosaria trattenne a stento la gioia. Non aspettava altro che una notizia del genere. Un nipotino era ciò che mancava in quella casa e, soprattutto, non ne poteva più delle domande di conoscenti e parenti che continuavano a chiedere quando sarebbe arrivato un bambino.

Poco dopo, tornò a pensare ad Alfonso. Compose il suo numero con insistenza, ma non ottenne risposta. Come faceva abitualmente in simili circostanze, incaricò Ennio di continuare a chiamarlo.Non poteva essere scomparso nel nulla.


Il treno arrivò ad Aosta in perfetto orario.

Alfonso non vedeva l'ora di raggiungere Letizia, ma il buon senso gli suggerì di passare prima dalla pensione per rinfrescarsi e sistemarsi. Avrebbe avuto tutto il tempo per presentarsi da lei nel pomeriggio.

Il freddo di Aosta lo colpì appena sceso dal treno. Non si aspettava che la temperatura fosse così rigida e dovette tirare fuori il giubbotto che aveva portato con sé soltanto per precauzione.

Dopo essersi sistemato, visto il freddo, decise di noleggiare un'auto. Col navigatore poteva muoversi tranquillamente. Nel pomeriggio si presentò davanti alla casa di Letizia, in via delle Betulle. Ad aprire fu una ragazza gentile.

«Buonasera. La signorina non è ancora tornata dall'ospedale. Dovrebbe rientrare tra qualche ora. In casa, al momento, non c'è nessuno.»

Alfonso ringraziò senza aggiungere altro e si allontanò. Decise di passare per l'ospedale e attenderla fuori.

Man mano che si avvicinava alla struttura ospedaliera, cominciò a trovare mille pretesti per rimandare. Avrebbe voluto comprare dei fiori, ma non li aveva presi prima. Pensò anche a un regalo, da acquistare all'ultimo momento, e poi si domandò se fosse presentabile, se avesse un aspetto adeguato. Erano tutte scuse. In realtà, cominciava a temere il momento dell'incontro.

Non avendo più tempo per fare nulla, scacciò via quell'idea.

Parcheggiò in un punto da cui poteva osservare agevolmente chiunque uscisse. Rimase in macchina, al caldo, con gli occhi fissi sull'ingresso. Non vedeva l'ora di rivedere Letizia.

Aveva preparato tanti discorsi, immaginato tante cose da dirle, ma alla fine ciò che desiderava davvero era guardarla negli occhi. Sarebbe stata contenta? Avrebbe sorriso? Lo avrebbe abbracciato?

Erano giorni che pensava di andare ad Aosta e, finalmente, ce l'aveva fatta. Eppure, mentre aspettava, si sentiva prigioniero di quella situazione. Il tempo sembrava non passare mai.

Alfonso si fece più attento. Scrutava ogni persona che compariva davanti all'ingresso, cercando tra i volti quello di Letizia. Cinque minuti dopo, finalmente, la vide.

Indossava un giubbotto lungo, aveva i capelli sparsi sulle spalle, una borsa a tracolla e la borsa medica in mano.

Per Alfonso fu una visione meravigliosa. Stava già per scendere dall'auto quando si accorse che accanto a lei c'era un ragazzo alto.

L'uomo le stava vicino con una premura che non lasciava indifferenti. Le sistemò il cappuccio del giubbotto sulle spalle e poi le offrì il braccio, accompagnandola verso la macchina.

Alfonso rimase immobile. Non riusciva a capire ciò che stava vedendo.

I due passarono a pochi metri da lui. Il ragazzo aprì la portiera per far salire Letizia, che appariva tranquilla, quasi sorridente. Poteva essere il freddo a renderla così silenziosa? O c'era qualcos'altro?

L'uomo salì dall'altra parte e si misero in viaggio. Alfonso li seguì.

Non sapeva nemmeno lui perché lo stesse facendo. Forse voleva soltanto capire chi fosse quell'uomo. Forse sperava che tutto ciò che aveva visto avesse una spiegazione innocente.

L'auto si fermò davanti a un palazzo che non era quello in cui abitava Letizia.

Il ragazzo scese per primo, aprì la portiera e l'aiutò a scendere. Le prese la borsa medica e, ancora sottobraccio a lei, la accompagnò all'ingresso.

Poi entrambi scomparvero nell'ascensore.

Alfonso rimase lì, incapace di muoversi.

Chi era quell'uomo? Perché Letizia si trovava in quel palazzo? E soprattutto, perché sembravano così intimi?

Le domande si affollavano nella sua mente, ma nessuna trovava una risposta certa.

Eppure, dentro di lui, un sospetto stava già diventando una certezza.

Forse stavano insieme. Forse quella relazione durava da tempo. Forse lui, senza rendersene conto, si era illuso di essere importante per una donna che aveva già un altro nella propria vita.

Restò in macchina ancora a lungo, sperando di vederli ricomparire. Ma di loro non ci fu più traccia.

A quel punto decise di andarsene. Non sarebbe tornato in pensione. Voleva rientrare subito a casa.

Si sentiva uno stupido.

Come aveva potuto fidarsi di lei senza conoscere davvero la sua vita? E poi, che cosa si erano detti, in fondo? Quale diritto aveva di considerarsi il suo fidanzato? Con quale coraggio aveva dato per scontato che tra loro ci fosse qualcosa di definito?

La rabbia si rivolse soprattutto contro se stesso. Era partito con tante speranze e ora non riusciva nemmeno a trovare il coraggio di chiederle una spiegazione.  La rabbia montò a tal punto di portare la macchina dove l'aveva noleggiata per poi dirigersi alla stanzione con la speranza di prendere l'ultimo  treno disponibile in partenza da Aosta.

Giunse a casa in mattinata. Per non affrontare le domande dei familiari, preferì raggiungere la barca e rifugiarsi lì, lontano da tutti.

Aveva bisogno di restare solo.

Continuava a rivedere Letizia sottobraccio a quell'uomo. Rivedeva le sue mani mentre le sistemava il cappuccio, la naturalezza con cui le prendeva la borsa medica, il modo in cui si erano avviati insieme verso l'ascensore. Sembravano complici, affettuosi, abituati l'uno alla presenza dell'altra. E lei sorrideva. Era proprio quel sorriso a ferirlo più di ogni altra cosa.

Esausto, chiuse gli occhi. Dormì qualche ora prima che Andrea raggiungesse la barca con un'espressione raggiante. Fu lui a scuoterlo dal sonno. Non sapeva che  si era addormentato soltanto da un'ora.

Alfonso impiegò molto prima di aprire gli occhi. Quando realizzò che aveva davanti il fratello, si destò subito come se fosse stato colto in flagrante.

«Nessuno mi ascolta mai, ma io certe cose le sento! Lo sapevo che non eri andato da nessuna parte e che eri qui. Ma nessuno mi ha creduto.»

Alfonso colse al volo l'occasione. Preferì non spiegare dove fosse stato e lasciò che il fratello continuasse a credere alla propria intuizione. Andrea, del resto, non era venuto per controllarlo.

«Ma non sono qui per sorvegliarti, fratellone! Sono venuto per darti una notizia e volevo farlo di persona. Preparati: tu, Alfonso Varriale, stai per diventare zio! È in arrivo un piccolo Varriale o una piccola Varriale!»

Per la prima volta da quando era rientrato, Alfonso riuscì a sorridere.

Era una bella notizia, di quelle capaci di portare un po' di luce anche nelle giornate peggiori. Non avrebbe mai immaginato di riceverla proprio in quel momento.

Andrea aveva portato con sé dei cornetti per l'occasione. 

«Sono felice per te», disse Alfonso, cercando di mostrarsi sereno.

Andrea gli chiese che cosa fosse successo. Non era da lui trascorrere la notte in barca senza avvertire nessuno. Alfonso non ebbe il coraggio di raccontargli la verità. Non aveva voglia di ripercorrere ciò che era accaduto, né di sentire il parere di qualcuno. Preferì tacere e lasciare che Andrea interpretasse a modo suo il suo comportamento.

Ma il fratello non si arrese.

«Se la lontananza ti fa soffrire così tanto, perché non vai a trovarla? Non pensarci troppo. E vai da lei!»

Alfonso lo ascoltava in silenzio.

Si rese conto, in quel momento, che tutti ormai consideravano Letizia la sua fidanzata. La famiglia, gli amici, persino chi conosceva appena la loro storia.

Fino a poco tempo prima quella convinzione gli avrebbe fatto piacere. Adesso, invece, gli pesava. Gli sembrava che tutti dessero per certa una relazione che lui stesso non aveva mai avuto il coraggio di definire davvero.

Andrea, ignaro di ciò che gli passava per la testa, continuò:

«E poi, se ci tieni tanto a lei, sposatevi! Che ci vuole a chiederglielo?»

Questa era la bellezza di Andrea: per lui tutto sembrava possibile. Affrontava le questioni, anche le più complicate, con la semplicità di un bambino.

Ma quella volta Alfonso non riuscì a rispondere.

Il silenzio si prolungò, finché trovò la forza di parlare.

«Devo partire per gli Stati Uniti, Andrea. Ho già perso troppo tempo e non posso più rimandare.»

Il fratello spalancò gli occhi.

«O zio banana! Vuoi vedere che non ci sarai quando nascerà il mio bambino? Non accetto scuse! Se non sarai qui, ti tolgo dall'albero genealogico. E Letizia che cosa dirà? Lo sa che parti?»

Alfonso sentì la rabbia riaffiorare.

«Lo dici come se stessimo insieme e vivessimo vicini. Siamo a novecento chilometri di distanza, Andrea! Aosta non è dietro l'angolo.»

Mentre pronunciava quelle parole, pensò al viaggio appena concluso. Nove ore all'andata e altrettante al ritorno, per non essere riuscito nemmeno a parlare con Letizia.

Forse avrebbe dovuto fermarsi. Aspettare. Chiederle spiegazioni.

Per un istante si domandò se non avesse sbagliato a ripartire così in fretta. Ma il ricordo di quella scena gli tornò davanti agli occhi e la convinzione di essere stato ingannato riprese il sopravvento.

Non voleva più pensarci.

Quando Andrea lo lasciò, Alfonso era ormai deciso. Sarebbe partito per gli Stati Uniti e avrebbe cercato di lasciarsi alle spalle quella storia.

Doveva recidere quel legame, prima che gli facesse ancora più male.

Eppure, nel momento in cui rimase solo, qualcosa dentro di lui vacillò.

Prese il telefono e chiamò Letizia.

Non sapeva esattamente che cosa sperasse di ottenere. Forse desiderava soltanto sentire la sua voce. Forse, in fondo, sperava che qualcuno gli dicesse che si era sbagliato, che quell'uomo non significava nulla, che non c'era stato alcun tradimento.

Dopo alcuni squilli rispose una voce maschile. Poi, quasi subito, il telefono passò a Letizia.

«Pronto?»

Alfonso riconobbe immediatamente la sua voce. Non riuscì a dire nulla. Chiuse la comunicazione.

Letizia non aveva fatto in tempo a capire chi la stesse chiamando. Non c’era il riferimento del suo numero. Alfonso non voleva farsi riconoscere.

Lui, invece, aveva rinunciato ancora una volta a chiedere una spiegazione.


Nel frattempo, Andrea aveva raccontato alla famiglia di aver trovato Alfonso a dormire in barca. La notizia rassicurò tutti: almeno sapevano dov'era e che non gli era accaduto nulla.

Poi, però, riferì anche che il fratello aveva intenzione di partire per gli Stati Uniti.

La notizia provocò stupore e una serie di commenti. Nessuno riusciva a capire perché Alfonso avesse deciso di partire proprio in quel momento.

Enea, suo padre, sperò inizialmente di aver capito male. Ma conosceva abbastanza suo figlio da intuire che una decisione tanto perentoria non poteva essere nata dal nulla. Qualcosa doveva essere successo.

Che cosa, però, non riusciva a immaginarlo.

E nessuno, in quella casa, poteva ancora sapere che il viaggio ad Aosta, nato dal desiderio di sorprendere Letizia, avrebbe potuto cambiare il corso della vita di Alfonso.


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https://miosole.blogspot.com/2026/10/via-del-greto-vii.html (Capitolo precedente, VII)

Le radici non si perdono: cultura, memoria e migrazioni Al Circolo Internazionale

  
 



Ieri sera, al Circolo Internazionale di Castellammare di Stabia, la casa editrice Hanta Edizioni ha presentato il proprio Catalogo Editoriale, dando vita a un incontro che è andato ben oltre la semplice presentazione di libri. La serata si è trasformata in un’occasione di riflessione e confronto sulla cultura, sulle tradizioni e sulla storia del territorio: un patrimonio che da sempre contraddistingue la nostra comunità, aperta all’incontro e al dialogo grazie alla sua posizione geografica, alla ricchezza del contesto culturale e alla naturale propensione verso l’altro.

Protagonista dell’incontro è stato l’autore Hugo Javier Freitas, che con la casa editrice Hanta Edizioni ha pubblicato due opere dedicate al tema delle migrazioni dall’Europa verso il Río de la Plata, avvenute in successive ondate dalla fine dell’Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale.

Nel raccontare la genesi dei suoi libri, l’autore ha ripercorso un cammino di ricerca nato dalla curiosità per le proprie origini familiari. L’interesse per gli avi provenienti dall’Europa si è progressivamente trasformato in un’indagine più ampia e approfondita, condotta attraverso il metodo della ricerca storica, fino a restituire un quadro articolato di un fenomeno che ha segnato profondamente la storia di intere generazioni.

Al centro del suo lavoro, tuttavia, non vi sono soltanto le vicende storiche, ma soprattutto le persone, le loro esperienze e il legame profondo con la terra d’origine, un legame che spesso continua a vivere anche dopo essersi stabiliti in un nuovo Paese. A riaccendere il ricordo delle proprie radici può bastare un dettaglio apparentemente insignificante: un profumo, una fotografia, una pietanza, un oggetto o una memoria custodita nel tempo. Piccoli frammenti di vita capaci di ricomporre un mondo lontano e di restituire il senso di un’appartenenza mai del tutto perduta.

È proprio questa la forza delle radici: non scompaiono con la distanza, né si dissolvono con il passare degli anni. Al contrario, sembrano talvolta rafforzarsi, diventando una parte ancora più viva e consapevole dell’identità personale.

La riflessione si è quindi allargata al confronto tra le migrazioni di ieri e quelle contemporanee, mettendo in luce differenze e analogie nelle motivazioni che spingono uomini e donne a lasciare la propria terra. Se le condizioni storiche, economiche e sociali cambiano, rimane costante il desiderio di costruire un futuro migliore, insieme alla necessità di affrontare lo spaesamento, la nostalgia e la ricerca di un nuovo equilibrio nella società che accoglie.

Nel corso della serata, l'autore ha anche espresso il sentimento di sentirsi, almeno in parte, europeo, soffermandosi su alcuni tratti del proprio carattere nei quali riconosce un legame con le sue origini. Un’affermazione che ha restituito, in modo personale e autentico, il significato di un’identità capace di attraversare i confini e di appartenere a più luoghi e culture.

Ha poi presentato la raccolta di racconti Memorie ed echi migranti, sua seconda pubblicazione, nella quale vengono approfonditi temi e suggestioni già presenti nel primo libro. Tra i racconti, uno occupa un posto speciale nelle sue preferenze: Avanti, sempre avanti. Vi si narra il rapporto che, ancora giovane, instaurò con un uomo che incontrava davanti a un supermercato, dove vendeva merci come ambulante. Un tano — termine con cui in Argentina si indicano gli italiani, spesso con particolare riferimento ai napoletani — con il quale, incontro dopo incontro, nacque una conoscenza sempre più profonda, fino a trasformarsi in un’amicizia spontanea e sincera.

È un racconto particolarmente coinvolgente, nel quale la quotidianità diventa il luogo privilegiato dell’incontro umano e in cui le differenze, anziché rappresentare una distanza, si trasformano in occasione di conoscenza e vicinanza.

La partecipazione attenta del pubblico ha confermato quanto il tema delle migrazioni sia ancora oggi sentito e capace di suscitare domande, emozioni e riflessioni. A dare voce ai testi è stato l’attore Rodolfo Medina, mentre la professoressa Ilenia Zirham ha curato l’interpretazione in lingua spagnola, contribuendo a rendere il dialogo accessibile e vivo anche nella sua dimensione linguistica e culturale.

La serata si è così configurata come un momento di autentico arricchimento, nel quale la letteratura ha offerto l’opportunità di guardare alla storia attraverso le vicende individuali, riconoscendo dietro ogni migrazione un intreccio di speranze, sacrifici, memorie e nuove possibilità.

Perché raccontare le migrazioni significa, in fondo, raccontare l’umanità stessa: il coraggio di partire, la fatica di ricominciare, il desiderio di essere accolti e la capacità di conservare ciò che ci lega alla nostra storia. Le radici non impediscono di andare lontano; accompagnano il cammino, custodiscono la memoria e ci ricordano che ogni incontro può diventare un ponte tra mondi diversi. Ed è proprio su questi ponti, costruiti con la cultura, la letteratura e l’ascolto reciproco, che una comunità può riconoscere la propria identità e aprirsi, con maggiore consapevolezza, al futuro.

La decadenza del pensiero e la fuga dalla realtà

 

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                                                                                                             La finestra di Magritte

Da cosa si denota la decadenza della nostra civiltà? Dal fatto che ognuno agisce come se si trovasse davanti a un videogioco: osserva, si fa un'idea e dice la sua. È facile parlare seduti a tavola, mentre ci si riempie la pancia, osservando con fare disgustato ciò che accade agli altri. Da spettatori, tutto sembra semplice: si individuano colpevoli, si propongono soluzioni e si giudicano comportamenti senza doversi confrontare con le difficoltà concrete di chi quella realtà è costretto a viverla.

Guy Debord, nella sua analisi della società dello spettacolo, aveva individuato il rischio di una realtà trasformata in rappresentazione, qualcosa da osservare e commentare anziché vivere direttamente. Sembra che oggi abbiamo imparato a confondere il fatto di assistere a un evento con la capacità di comprenderlo. Ci indigniamo, giudichiamo, esprimiamo opinioni, ma raramente ci chiediamo se abbiamo davvero capito ciò che accade.

Noto che molti parlano non sulla base della contingenza, ma di ciò che pensavano già prima di osservare i fatti. Non è il pensiero a formarsi attraverso la realtà, ma è la realtà a essere interpretata secondo un pensiero già costituito. Si cerca conferma alle proprie convinzioni anziché metterle alla prova. Eppure ragionare significa anche dubitare, verificare, accettare la possibilità di sbagliare e modificare le proprie idee quando i fatti lo richiedono.

Hannah Arendt ha posto al centro della sua riflessione la necessità di pensare e giudicare autonomamente. Il problema non è soltanto avere idee sbagliate, ma rinunciare alla fatica di esaminarle. Molti si affidano al pensiero altrui, alle idee già costituite, al partito che indica cosa sostenere, senza verificare se ciò che viene detto sia fondato. Oggi possiamo persino chiedere all'intelligenza artificiale una risposta già pronta e appropriarcene senza averne esaminato le ragioni. Il problema non è servirsi degli strumenti disponibili, ma utilizzarli per evitare di pensare. Una risposta ben formulata non equivale a un pensiero elaborato.

Kant chiamava autonomia la capacità di servirsi del proprio intelletto senza dipendere costantemente dalla guida altrui. Ma pensare con la propria testa richiede impegno: bisogna mettere in discussione le proprie convinzioni, confrontarsi con ciò che non si conosce e assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni. È molto più comodo delegare il giudizio e aderire a una posizione già pronta, così si evita la responsabilità di averla scelta.

La stessa dinamica si ritrova nella politica, dove le parole abbondano e i fatti spesso mancano. Chi dovrebbe comprendere i problemi e trovare soluzioni si rifugia talvolta in dichiarazioni contraddittorie, promesse disattese e posizioni che cambiano senza spiegazioni convincenti. Naturalmente, cambiare idea può essere necessario; ciò che manca è spesso la capacità di rendere conto delle proprie decisioni e di assumersene le conseguenze. Si parla senza comprendere, si giudica senza conoscere, si agisce senza risolvere.

Anche Ortega y Gasset, riflettendo sull'uomo-massa, aveva descritto il rischio di un individuo che considera naturali le proprie convinzioni e i vantaggi di cui dispone, senza sentire il bisogno di metterli in discussione. Forse il benessere contribuisce a questa condizione quando ci abitua a ricevere senza comprendere, a consumare senza interrogarci e a pretendere soluzioni senza partecipare alla loro costruzione. Non è l'abbondanza in sé a renderci incapaci, ma la rinuncia a esercitare quelle capacità che ci permettono di affrontare la difficoltà, risolvere i problemi e adattarci alla realtà.

Ed è proprio questo il punto: forse ci stiamo disabituando alla realtà, perché la incontriamo sempre più attraverso immagini, interpretazioni e risposte preconfezionate. Viviamo come se ogni problema appartenesse a un film, come se bastasse commentarlo per aver fatto la nostra parte. Ma nella realtà le conseguenze rimangono, le difficoltà non scompaiono e le decisioni ricadono sulle persone.

La decadenza, allora, potrebbe manifestarsi non nella mancanza di informazioni, ma nell'incapacità di comprenderle; non nell'assenza di opinioni, ma nella convinzione che averne una significhi aver ragionato; non nella mancanza di strumenti, ma nella rinuncia a utilizzarli con autonomia.

Una civiltà può disporre di ricchezza, tecnologia e conoscenze e, contemporaneamente, perdere l'abitudine al pensiero critico e alla responsabilità. Quando tutti hanno qualcosa da dire, ma pochi si fermano a comprendere; quando il giudizio precede la conoscenza e le parole sostituiscono i fatti, si finisce per vivere in una dimensione che assomiglia alla realtà, ma che dalla realtà si allontana sempre più.

Perché il vero problema non è avere risposte a disposizione, ma aver smesso di porsi le domande necessarie. La realtà non chiede spettatori capaci di commentarla, ma persone disposte a comprenderla, ad affrontarla e a rispondere delle proprie azioni.


Custodire le parole per custodire la nostra storia


 

Durante un telegiornale, la banda dei titoli che scorreva nella parte bassa dello schermo, su quattro parole che comparivano, ben tre erano in inglese.

Non ho nulla contro questa lingua, né contro le altre lingue. Mi sembra, però, eccessivo assistere alla progressiva sostituzione di parole italiane con termini inglesi che, spesso, esprimono lo stesso concetto. Il rischio è che, non utilizzando più determinati vocaboli, questi finiscano per scomparire dal nostro linguaggio quotidiano e, con essi, si perda anche la consapevolezza del loro significato.

Basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto questo fenomeno sia ormai diffuso.

Non si parla quasi più di passatempo, ma di hobby; il riposo diventa relax. La lettera ha ceduto il posto all'email, mentre l'incontro si è trasformato in meeting. Anche il nostro abbigliamento deve necessariamente chiamarsi look e, se ci riferiamo a ciò che indossiamo ogni giorno, ecco comparire l'immancabile outfit.

Un tempo si andava a fare le spese, le compere o gli acquisti. Oggi tutto si racchiude nella parola shopping, che forse suona più moderna, più internazionale, più fashion. E proprio fashion è un altro termine inglese che ha preso il posto della nostra semplice e bella parola: moda.

Ma non si tratta soltanto di una questione di parole. È come se tutto dovesse essere racchiuso in un unico termine straniero, quasi che la ricchezza delle espressioni italiane fosse diventata superflua.

Nel mondo del lavoro, poi, il fenomeno è ancora più evidente. Una riunione informativa diventa un briefing, una telefonata una call, l'aggiornamento di un progetto un update. Quando ci si riunisce per trovare una soluzione a un problema, si organizza un brainstorming.

L'amministratore delegato è diventato CEO, il responsabile è un manager e il gruppo di lavoro un team. Se si lavora da casa, non si dice più semplicemente che si lavora da casa, ma che si fa smart working. Un obiettivo da raggiungere diventa un target.

Anche il linguaggio della vita quotidiana non è immune da questa trasformazione. Il bilancio delle nostre disponibilità economiche si chiama budget, il pettegolezzo è diventato gossip, mentre un apprezzamento espresso sui social si riduce a un like. La pausa caffè è un coffee break e il fine settimana un weekend.

Siamo sempre busy, cioè occupati, e cerchiamo di rendere tutto easy, vale a dire facile. Al bar ordiniamo un drink e, quando decidiamo di partire all'ultimo momento, approfittiamo di un'offerta last minute.

Ultimamente vanno molto di moda anche parole come upgrade, usata per indicare un miglioramento o un aggiornamento, e glamour, che dovrebbe evocare fascino ed eleganza.

L'elenco potrebbe continuare a lungo. Chi non conosce la parola flop, utilizzata al posto di insuccesso o fallimento? E chi non ha mai sentito parlare di digital detox, espressione che indica una pausa dai dispositivi digitali?

Si sta affermando una sorta di omologazione linguistica, come se parlare correttamente la propria lingua fosse diventato meno moderno, meno prestigioso, quasi motivo di imbarazzo. Sembra che una parola straniera abbia, per il solo fatto di esserlo, un valore superiore a quella italiana.

Eppure, le parole non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Ognuna può avere sfumature, richiami, significati e suggestioni che un termine straniero non riesce a restituire nello stesso modo. Anche quando due parole sono considerate sinonimi, non è detto che esprimano esattamente la stessa cosa.

La lingua italiana possiede un patrimonio straordinario, costruito nel corso dei secoli attraverso la storia, la letteratura, le tradizioni e la vita delle persone. Un patrimonio fatto di parole che permettono di descrivere con precisione sentimenti, situazioni, comportamenti e aspetti della realtà che ci circonda.

Eppure, molte di queste parole rischiano di cadere nell'oblio, non perché siano diventate inutili, ma perché abbiamo smesso di utilizzarle.

Basti pensare a termini come albagio, efedra, trassinare e oblungo, sciamanato, facondia, probo, gaglioffo, granciporro... Sono parole che oggi possono sembrare appartenere a un altro mondo, tanto sono poco conosciute e raramente utilizzate se non in disuso. Alcune sono desuete, altre appartengono a usi regionali o a contesti particolari, ma tutte testimoniano, in modi diversi, la ricchezza e la complessità della nostra lingua.

E queste sono soltanto alcune. L'elenco potrebbe essere molto più lungo.

Naturalmente, non tutte le parole dimenticate devono necessariamente tornare nell'uso quotidiano. Una lingua cambia, si trasforma e si adatta ai tempi. Alcuni termini scompaiono perché scompaiono gli oggetti, le attività o le realtà che descrivevano; altri vengono sostituiti perché la società cambia. È un processo naturale.

Ma diverso è il caso in cui una parola italiana, ancora viva e perfettamente comprensibile, venga abbandonata soltanto perché un termine inglese sembra più moderno, più elegante o più adatto a stare al passo con le mode del momento.

Possiamo imparare l'inglese, apprezzarne le espressioni e accogliere le parole che davvero ci servono, senza per questo rinunciare a quelle italiane che esprimono già con efficacia ciò che vogliamo dire.

Perché sostituire incontro con meeting, pausa con break o obiettivo con target non ci rende automaticamente più moderni. A volte ci fa soltanto dimenticare quanto sia ricca la nostra lingua.

In quel caso non stiamo necessariamente evolvendo: forse stiamo semplicemente dimenticando. Le parole sono le radici della nostra cultura. Possiamo far crescere nuovi rami, aprirci al mondo e imparare nuove lingue, ma se dimentichiamo le nostre radici, rischiamo di perdere una parte di noi stessi.



Via del Greto - VII

    


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo settimo




                                                                     Capitolo VII

«Chi dorme non piglia pesci!» urlò Andrea, passando davanti alla camera di Alfonso di buon mattino.

«In verità, oggi prendo uccelli. Vado a caccia!» rispose Alfonso, mentre finiva di vestirsi. Poi socchiuse la porta e sporse il viso per guardare il fratello.

«Non starai vivendo di rendita, fratello?»

«Ti ricordo che sono il fratello maggiore e che prima di te c'è anche nostra sorella. Tu sei il figlio minore, quindi attieniti alla gerarchia.»

La risata di Alfonso irritò Andrea, che decise di chiudere lì il siparietto. Ma quando, poco dopo, si ritrovarono a tavola per fare colazione, non poterono ignorarsi a lungo. Erano soli, ciascuno con i propri programmi: uno diretto in farmacia, l'altro nei boschi.

«Sembri un pesce fuor d'acqua!» esordì Andrea.

«Perché?»

Andrea lo guardò per qualche istante, come se stesse cercando le parole giuste.

«Alfonso, perché cerchi sempre di eludere quello che, invece, capisci così bene?»

Alfonso sollevò lo sguardo, pronto a ribattere.

«Non ho la tua chiaroveggenza. Mi vuoi illuminare?»

Tra i due stava per accendersi un'altra discussione, quando Maria intervenne, richiamandoli all'ordine.

Li guardò, prima l'uno e poi l'altro.

«È in atto una guerra e nessuno si è preso la briga di avvertirmi?»

Adorava i suoi fratelli e non riusciva a dar torto del tutto a nessuno dei due.

«Tu, Andrea, hai la lingua lunga. Non credere che gli altri debbano affrontare le cose della vita con la tua stessa fretta. E tu, Alfonso, sei un tantino pigro quando si tratta di prendere decisioni e fare i conti con la realtà. Questo è quanto!»

«Non sono pigro, io pondero, valuto e cerco di capire prima di agire. Tu», disse rivolgendosi ad Andrea, «bruci le tappe. Sì, va bene, lo so: sei ansioso, premuroso, sempre preoccupato per gli altri. Ma gli altri non hanno necessariamente le tue stesse priorità. Quindi smettila di preoccuparti per me.»

«Se non sapessi quanto sei bradipo, mi dovrei offendere», replicò Andrea, un po' irritato.

Maria li ascoltava mentre mangiava un dolce. Non si trattava di una vera lite, ma non le piaceva vederli punzecchiarsi troppo. Decise così di intervenire a modo suo, spostando l'attenzione su un argomento che le stava particolarmente a cuore.

«Questo è tutto ciò che sapete fare. E io? Chi sono io? Vi rendete conto che questa sorella avrebbe bisogno di un marito e che voi non vi degnate nemmeno di aiutarla a trovarne uno? Non voglio finire come una vecchia Varriale, circondata da marmocchi. Vi avviso: non accudirò i miei nipoti se prima non mi fate incontrare il principe azzurro.»

Scoppiarono a ridere. La tensione si sciolse e, seduta stante, i due fratelli cominciarono a elencarle i nomi dei possibili pretendenti, quasi tutti già bocciati da Maria in precedenza.

«Vediamo un po': Matteo Dauno, Oreste Floris, Sergio Russo, Marco Bottaro, Claudio Onagra…»

«Tutta gente insopportabile!» li interruppe lei.

«E poi sarei io il bradipo!» esclamò Alfonso. «E tu? La principessa sconsolata. Troverai qualcuno che vada bene o deve ancora nascere?»

«Molto spiritoso. Quando lo troverò, sarai il primo a saperlo.»

Fortunatamente, riuscivano sempre a trovare un modo per stare insieme e scherzare era uno dei loro preferiti.

Alla fine Alfonso si alzò, salutò entrambi e uscì di casa.

Con il fucile a tracolla e l'aria di chi aveva ben chiaro il programma della giornata, imboccò il sentiero che conduceva ai boschi.

La giornata era appena cominciata. A quell'ora la campagna sonnecchiava ancora nel tepore della terra umida, avvolta da una foschia leggera che il sole, salendo lentamente, cominciava a dissolvere.

Ottobre era un mese amabile per la natura. Alfonso si guardava intorno, riconoscendo ogni cosa di quella terra che apparteneva ai Varriale da generazioni: i filari di vigneti a sud, gli ulivi più in alto, gli appezzamenti coltivati a ortaggi.

I campi erano stati arati da poco e la luce del mattino illuminava le zolle, facendo brillare quelle ancora umide e disegnando lunghe ombre nelle zone più riparate.

Quella era casa sua. Non soltanto la casa in cui era cresciuto, ma tutto ciò che si stendeva davanti ai suoi occhi. Ogni sentiero e ogni albero custodivano una storia che precedeva la sua nascita e che, in qualche modo, gli apparteneva.

Come avrebbe fatto a lasciare tutto quello per trasferirsi altrove?

Il pensiero lo accompagnò lungo il sentiero. Si sentiva così radicato in quei luoghi che l'idea di trapiantarsi altrove gli sembrava quasi innaturale. Eppure, prima o poi, avrebbe dovuto farlo. La sua carriera lo aspettava, lo studio in città era quasi pronto e il futuro che aveva immaginato per sé cominciava finalmente a prendere forma. Anche gli Stati Uniti erano ormai una prospettiva concreta: quella che fino a poco tempo prima era stata soltanto una possibilità professionale assumeva ora un significato diverso, perché implicava una scelta di vita e una distanza ancora maggiore dalle proprie radici.

Andare a caccia era stato soprattutto un pretesto per stare solo. La casa era diventata troppo affollata per i suoi gusti, troppo piena di parole, domande e commenti sugli ultimi avvenimenti. La questione dei due appezzamenti di terreno, poi, finiva per occupare ogni conversazione.

Continuò a salire verso il monte, chiedendosi come avrebbero affrontato quella storia suo nonno e gli altri Varriale che avevano custodito quelle terre prime di lui.

Alfonso aveva sempre avuto una grande considerazione di suo padre. Lo riteneva un uomo laborioso, capace di concedersi il giusto tempo libero, ma soprattutto lo considerava l'anima di quel luogo.

Lo capiva ogni volta che lo vedeva affacciato alla terrazza di casa, intento a osservare i campi. Da lassù suo padre sembrava abbracciare con lo sguardo ogni appezzamento, individuando i lavori da fare, i progressi compiuti e i progetti a cui dedicarsi.

Alfonso ricordava quante volte, da bambino, si fosse fermato a guardarlo. Suo padre rimaneva spesso in silenzio, assorto nei propri pensieri, come se gli bastasse osservare le cose per intuire quale direzione dovessero prendere. Dove posava gli occhi, sembrava che qualcosa prendesse vita.

Conosceva anche i suoi sacrifici. Sapeva quanta fatica ci fosse dietro quella terra e quanta dedizione richiedesse. Da lui aveva ereditato l'amore per la campagna e il desiderio di ricavare dal terreno il meglio che potesse offrire.

Forse era proprio questo a rendere tanto difficile l'idea di andarsene. Non si trattava soltanto di lasciare una proprietà o una casa, ma di allontanarsi da una parte di sé.

Arrivato a metà del percorso, decise di fermarsi. Nel cuore del bosco trovò una grande pietra sulla quale sedersi. Il sole cominciava a filtrare tra i rami e il silenzio era quasi assoluto. Non si sentiva nemmeno una cornacchia.

Doveva ammettere che gli uccelli non sembravano avere alcuna intenzione di farsi vedere. Poi, dietro un ramo, scorse un piccolo volatile che non riuscì a identificare. Imbracciò il fucile, prese la mira e sparò.

Il colpo fece levare in volo alcuni uccelli nascosti tra i rami più alti. Si allontanarono in uno stormo disordinato, dirigendosi verso l'altro versante del monte. Alfonso provò a sparare ancora, ma anche il secondo colpo andò a vuoto.

Sorrise tra sé.

A quanto pareva, quella mattina sarebbe tornato a casa a mani vuote. Almeno ci aveva provato. Aveva ancora qualche cartuccia e avrebbe potuto tentare di nuovo dopo una breve sosta.

Erano appena le otto e gli sembrava di aver già percorso chilometri.

Appoggiò il fucile accanto a sé e rimase a osservare il bosco. Fu allora che, inevitabilmente, il pensiero tornò a Letizia.

Fino a quel momento gli era sembrato sufficiente sentirla, sapere come trascorresse le giornate, scambiare con lei qualche parola e lasciarle raccontare ciò che le accadeva.

Eppure, ogni volta che riattaccava, gli restava la sensazione che mancasse qualcosa.

Proprio in quel momento squillò il telefono.

Era Letizia.

Alfonso rispose con un sorriso che nessuno avrebbe potuto vedere, ma che gli cambiò la voce. Si sentivano spesso, ormai, e le loro telefonate erano diventate una consuetudine. Parlarono del più e del meno, come facevano sempre. Si raccontarono piccoli episodi della giornata, si scambiarono qualche battuta e indugiarono su argomenti che sarebbero potuti sembrare insignificanti a chiunque altro.

«Non sapevo avessi la passione per la caccia», disse Letizia.

«Si può avere la passione per la caccia? Siamo mica tra i cavernicoli? Ho semplicemente voglia di prendere la mira e colpire… anche se, finora, ho collezionato soltanto tiri a vuoto.»

«Allora vai al poligono e punta lì il bersaglio!»

«Ho bisogno di stare all'aria aperta. Per ora ho soltanto spaventato uno stormo di uccelli, che se n'è volato dall'altra parte del monte.»

«Mi sa che gli uccelli hanno capito tutto prima di te.»

Alfonso rise.

«Può darsi. Sono decisamente più fortunati dei miei bersagli.»

Continuarono a parlare ancora per qualche minuto, finché la telefonata si concluse.

Alfonso rimase con il telefono in mano, fissando lo schermo ormai spento.

Conosceva i propri sentimenti, o almeno così gli sembrava. Eppure continuava a comportarsi come se avesse bisogno di sottoporli a un esame prima di concedersi il diritto di crederci.

Si alzò dalla pietra e riprese il cammino. Aveva bisogno di muoversi, di lasciare che le gambe lo portassero avanti mentre la mente continuava a lavorare.

Poco più avanti incontrò un amico di suo padre, anche lui a caccia.

«Buongiorno, Alfonso! Preso qualcosa?»

«Per niente! E tu?»

L'uomo fece un gesto sconsolato, poi lo guardò con un sorriso complice.

«Pazienza. Intanto ti faccio i miei complimenti. Ho saputo che ti sei fidanzato!»

Alfonso trasalì.

«Fidanzato? E chi te l'ha detto?»

L'uomo rise, senza accorgersi del suo imbarazzo.

«Le voci girano, ragazzo mio. E poi, quando c'è qualcosa di bello, è difficile tenerlo nascosto.»

«E da chi sarebbe partita questa voce?»

«La moglie di Andrea. Sono passato in farmacia e, tra una chiacchiera e l'altra, ho chiesto di te. Mi è sembrata contenta della novità.»

Alfonso accennò un sorriso, ma non rispose.

Cecilia, che di solito non spiccicava troppe parole, aveva ficcato il naso nella faccenda. La notizia doveva essersi già diffusa ben oltre la cerchia familiare.

Avrebbe voluto spiegare al suo interlocutore che le cose non erano così semplici, che nessuno aveva pronunciato una parola definitiva e che lui stesso non sapeva ancora quale nome dare a quello che stava accadendo.

Eppure, mentre salutava il conoscente e riprendeva il sentiero, una sola parola continuò a risuonargli nella testa.

Fidanzato.

Era davvero così che li vedevano gli altri? Bastavano qualche telefonata, una confidenza più profonda e un'estate trascorsa insieme per dare un nome a qualcosa che lui continuava a interrogare senza sosta?

Forse gli altri avevano visto prima di lui ciò che non voleva ancora riconoscere. Oppure avevano semplicemente dato un nome a una possibilità, senza preoccuparsi di sapere se fosse davvero quella giusta.

Si fermò lungo il sentiero e guardò verso valle.

La campagna si apriva davanti a lui nella sua consueta bellezza. I campi che conosceva fin da bambino si stendevano fino alla casa che, in lontananza, sembrava custodire ogni certezza della sua vita.

E pensò a Letizia.

Ad Aosta, alla sua voce al telefono, alle conversazioni che si prolungavano senza che nessuno dei due sembrasse avere fretta di concluderle. Pensò alla distanza che li separava e a quanto fosse facile, da lontano, continuare a rimandare ciò che avrebbe richiesto il coraggio di esporsi.

Lui, invece, continuava a prepararsi. Preparava lo studio, organizzava il futuro e cercava di mettere ordine persino nei propri sentimenti, come se ogni cosa dovesse essere pronta e perfettamente al suo posto prima di poter cominciare.

Ma la vita non aspettava che tutto fosse in ordine.

Forse Andrea aveva ragione, almeno su una cosa: a volte, riflettere troppo diventava un modo per non agire.

L'idea di raggiungere Letizia ad Aosta gli attraversò la mente con una chiarezza nuova.

Non un'altra telefonata, non l'ennesima conversazione in cui sondare le sue intenzioni senza esporsi davvero. Un viaggio. Presentarsi da lei, magari senza preavviso, e vedere la sua espressione quando se lo fosse trovato davanti.

Il pensiero gli procurò un'immediata allegria, subito seguita da un dubbio.

E se non fosse stata contenta? Se avesse interpretato quel gesto in modo diverso da come lui lo immaginava? E se, invece, fosse stata proprio quella la cosa che aspettava anche lei, senza aver mai trovato il modo di dirglielo?

Alfonso scosse la testa, sorridendo. Stava già ricominciando a fare ciò che sapeva fare meglio: esaminare ogni possibilità, anticipare ogni reazione, cercare di prevedere persino quello che non poteva conoscere.

Non poteva continuare così.

Eppure, l'idea di raggiungere Letizia gli sembrò più naturale di tutte le ragioni che aveva trovato fino a quel momento per rimandare.

Non doveva decidere in quel preciso istante come sarebbe stato il loro futuro. Doveva soltanto capire se desiderava davvero incontrarla, guardarla negli occhi e scoprire che cosa ci fosse tra loro al di là delle telefonate.

La risposta, in fondo, la conosceva già.

Riprese a camminare verso casa. Il fucile era ancora a tracolla e non aveva preso nemmeno un uccello.

Quella mattina, forse, aveva trovato qualcosa di molto più importante: non una risposta definitiva, ma il coraggio di considerare una possibilità concreta.

Perché, qualche volta, per scoprire dove ci avrebbe portati la strada, bisognava semplicemente cominciare a percorrerla.


https://miosole.blogspot.com/2026/09/via-del-greto-vi.html (capitolo precedente,VI)

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