Amicizia o semplice contatto?





Osservo, di tanto in tanto, persone che decidono di interrompere un'amicizia o di cancellare un contatto. Devo ammettere che, più che procurarmi dispiacere, questo spesso mi suscita un senso di sollievo. Mi porta infatti a pensare che, probabilmente, quella vicinanza non fosse autentica fin dall'inizio e che quel rapporto fosse nato per ragioni estranee alla stima reciproca, alla sincerità o al genuino interesse umano.

Naturalmente, ogni persona è libera di interrompere un rapporto quando ritiene che siano venute meno le condizioni per mantenerlo. Nessuna amicizia è un vincolo irrevocabile. Ciò che induce a riflettere non è la scelta in sé, bensì il modo in cui essa viene talvolta maturata: dopo mesi o anni di apparente cordialità, di consenso e persino di reciproca approvazione, tutto si dissolve nel silenzio, come se quel legame non fosse mai esistito.

La cosa sorprendente è che spesso si tratta di persone apparentemente cordiali, disponibili e partecipi. Alcune avevano manifestato apprezzamento per riflessioni come questa, mostrando condivisione e interesse. Eppure, con il tempo, hanno scelto di allontanarsi. Non è tanto l'allontanamento a stupire, quanto il contrasto tra l'immagine che avevano costruito e il comportamento successivo. È una contraddizione che mostra quanto spesso l'approvazione pubblica sia superficiale e quanto raramente coincida con una reale comunanza di valori, di carattere o di intenti.

A questo punto mi sento quasi di fare un elogio del nemico. Il nemico possiede almeno una virtù: la chiarezza. Non finge simpatia dove non esiste, non coltiva rapporti che non desidera e non pretende di beneficiare di una vicinanza che considera priva di valore. Per quanto spiacevole possa essere, un'avversione dichiarata è più comprensibile di una cordialità soltanto apparente.

Più difficile da comprendere è chi continua a mantenere un'apparenza di amicizia pur nutrendo risentimento, diffidenza o semplice disinteresse. In questi casi il rapporto sopravvive soltanto nella forma, mentre la sostanza è venuta meno da tempo. È una sorta di rappresentazione che finisce per ingannare prima di tutto chi la mette in scena.

Trovo che questo modo di comportarsi riveli spesso una concezione immatura delle relazioni umane. Si confonde la gestione di un elenco di contatti con la gestione dei rapporti reali, come se bastasse un clic per modificare ciò che la vita ha costruito nel tempo. Ma la realtà non obbedisce alla logica degli strumenti digitali. Le persone non scompaiono come una scritta cancellata da una lavagna. Le esperienze condivise, gli incontri, gli aiuti ricevuti, le delusioni e perfino i conflitti continuano a far parte della storia di ciascuno. Eliminare un nome da un elenco non equivale a cancellarne l'esistenza né il significato che quel rapporto ha avuto.

Non è raro, infatti, ritrovarsi un giorno davanti proprio quelle persone che si pensava di aver eliminato dalla propria vita con la semplicità di un comando digitale. Ed è allora che diventa evidente quanto fosse illusoria quella presunta cancellazione.

Vi sono poi coloro che arrivano perfino a fingere di non conoscerti, assumendo atteggiamenti distaccati o sarcastici. Sembrano dimenticare che, in altri momenti, avevano avuto bisogno di te e che tu non ti eri sottratta dall'offrire ascolto, sostegno o aiuto. È una forma singolare di memoria selettiva: si dimentica ciò che si è ricevuto e si conserva soltanto ciò che consente di giustificare le proprie scelte presenti. La gratitudine, quando diventa scomoda, è spesso la prima vittima della convenienza.

Forse il problema risiede anche nel significato stesso della parola "amicizia", che nel tempo si è progressivamente impoverita. Un tempo indicava un legame raro, costruito lentamente e fondato sulla fiducia reciproca. Oggi viene attribuita con estrema facilità e, proprio per questo, rischia di perdere il suo valore originario. Più che di amicizie, sarebbe spesso più corretto parlare di contatti: relazioni che durano finché coincidono con un interesse, una convenienza o un bisogno e che vengono interrotte con la stessa rapidità con cui erano nate.

Qualunque sia la ragione che conduce alcune persone a comportarsi in questo modo, ciò che emerge non è tanto una prova di forza quanto una difficoltà nel gestire con trasparenza i rapporti umani. Si preferisce evitare il confronto, rifugiarsi nel silenzio o nell'indifferenza, come se ignorare una persona fosse sufficiente a risolvere ciò che il rapporto aveva lasciato in sospeso. Ma la vita non concede scorciatoie di questo genere. Ciò che non viene affrontato non cessa di esistere: semplicemente continua ad accompagnarci sotto altre forme.

La vera maturità consiste nell'assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando comportano la fine di un rapporto. Interrompere un'amicizia può essere una decisione legittima; farlo con rispetto, chiarezza e coerenza è ciò che distingue un gesto responsabile da una semplice fuga. Perché il valore di una persona non si misura soltanto dalla capacità di creare relazioni, ma anche dalla dignità con cui sa concluderle.


La voce del luogo


Che cosa porta una persona a tornare sempre nel luogo natio, anche quando quel luogo, talvolta, si è mostrato ostile?

Forse è perché il primo legame che si crea tra noi e il posto in cui nasciamo è più forte di qualunque altro. Nei primi anni di vita esiste una sorta di simbiosi: ogni elemento del paesaggio si deposita dentro di noi e contribuisce a formarci. È come se fossimo stati noi a disegnarlo, a dargli forma e significato. Lo sentiamo parte di noi, come un braccio, una gamba o una mano.

È il luogo che ci ha visti crescere, che ci ha allevati. Conosce ogni cosa di noi; custodisce i nostri ricordi e, forse, perfino i nostri pensieri, perché è proprio lì che hanno avuto origine. Come si potrebbe non amarlo?

Poi, però, accade qualcosa. La vita ci costringe a partire e, in qualche modo, quel distacco ci fa sentire dei traditori. Eppure, nei momenti di solitudine o di smarrimento, il richiamo si fa irresistibile e si torna sempre. Si torna per capire se quel luogo sappia ancora accoglierci come un tempo, se sia ancora capace di stringerci nel suo abbraccio e di farci sentire in sintonia con ciò che siamo stati. A volte non accade: ci sembra che qualcosa si sia spezzato. Altre volte, invece, basta un istante perché tutto torni al proprio posto.

Più di ogni altra cosa è l'aria di casa a curarci. È la stessa aria respirata da bambini, quella che inconsciamente associamo alla sicurezza e alla serenità. Forse non cerchiamo davvero il luogo, ma la persona che eravamo allora, il nostro modo di guardare il mondo. E il luogo natio è la prima porta attraverso cui tentiamo di ritornare a quella condizione.

Davanti a me ondeggiano numerosi asfodeli, piegando e rialzando il capo sotto il vento come se rendessero omaggio a una presenza invisibile, o semplicemente si affidassero con rispetto all'aria che li accarezza. Poco più in là spiccano due rose di un insolito colore rosa-arancio, ostinatamente aggrappate ai loro rami mentre il vento, impetuoso come un Eolo gonfio e ubriaco, cerca invano di strapparle.

Il fruscio delle piante risveglia ricordi dell'infanzia. È un suono che sembra appartenere soltanto a questo luogo.

Al di sopra del verde si erge la chiesa, chiusa e silenziosa. Solo gli uccelli interrompono la sua immobilità con il loro chiacchiericcio. Tutto intorno regna un silenzio profondo. Qui la mente non deve combattere alcuna battaglia: ritrova il proprio ambiente naturale, respira, si riempie d'aria e di tregua.

Quattro rintocchi di campana rompono per un momento quella quiete, ma subito dopo il silenzio torna a distendersi nel vento della valle. Ogni tanto, in lontananza, arriva il suono di un clacson che mi distrae dalla scrittura e quasi profana l'incanto. Ma c'è un rumore che, più di ogni altro, mi riporta al passato: quello di un aereo che attraversa il cielo ad alta quota, lasciando dietro di sé il suo sommesso borbottio e una lunga scia bianca, quasi celestiale, sospesa tra la terra e il paradiso.

Ora il vento si fa più insistente e il sole comincia a tramontare. L'aria è diventata più fresca. Davanti a me c'è un noce completamente spoglio, tanto spoglio da farmi temere che sia malato. Voglio credere, invece, che sia soltanto in ritardo nel mettere i germogli.

Qualcosa, però, accade davvero, proprio come quando ero bambina: quest'aria mi mette fame. Mi tornano alla mente i panini imbottiti mangiati sulla tovaglia stesa in mezzo al prato, come facevano i nonni quando preparavano il pranzo per chi lavorava nei campi. Erano pasti semplici, eppure avevano il sapore della festa.

Andarmene mi pesa. Non voglio lasciare questo luogo che, ogni volta, restituisce vita a uno spazio interiore che credevo dimenticato. Forse è questo il dono più grande del luogo natio: ricordarci che una parte di noi è rimasta qui, ad aspettarci, insieme all'aria, al vento e al silenzio.

Aspettative infrante

 




Ci sono sentimenti che a volte non riusciamo a definire con precisione. Tra un'emozione e l'altra esistono piccole oscillazioni, sfumature che rendono difficile attribuire loro un nome. Eppure, quando le proviamo, sappiamo riconoscerle. Anche senza definirle, ne percepiamo chiaramente la natura.

Esiste, ad esempio, una forma di delusione che si avvicina molto al tradimento. Il legame tra questi due sentimenti passa attraverso un elemento fondamentale: la fiducia.

Tradire, dal latino tradere, significa "consegnare", "trasmettere"; da qui deriva anche il significato di "consegnare qualcuno al nemico" e, per estensione, venire meno alla parola data o alla fedeltà dovuta. Deludere, invece, deriva dal latino deludere e significa "ingannare le aspettative", "frustrare una speranza".

Mentre nel tradimento viene violata la fiducia che avevamo riposto in qualcuno, nella delusione semplicemente non accade ciò che speravamo o ci aspettavamo. Si può essere delusi senza essere traditi, ma difficilmente si può subire un tradimento senza provare anche delusione. Quando la fiducia viene infranta, infatti, nasce quasi inevitabilmente una profonda delusione, perché ciò che credevamo saldo improvvisamente si dissolve.

Più che una successione rigida di eventi, il rapporto tra questi sentimenti può essere visto come un intreccio: la fiducia genera aspettative; quando la fiducia viene tradita, le aspettative crollano e nasce la delusione. Tutto questo avviene quasi nello stesso istante, come se una sola crepa fosse sufficiente a far cedere l'intera costruzione.

La delusione produce uno stato interiore particolare. Non realizzandosi ciò che desideravamo profondamente, tutta l'energia investita nell'attesa si trasforma in vuoto. Lo stress accumulato nell'aspettare e nello sperare lascia spazio a un senso di prostrazione. È come perdere improvvisamente le speranze che avevamo riposto in un evento o in una persona. Col tempo, tuttavia, possiamo accettare ciò che è accaduto, riformulare le nostre aspettative e continuare il nostro cammino.

Il tradimento, invece, lascia una ferita diversa. Non consiste semplicemente nella mancata realizzazione di un desiderio, ma in un cambiamento improvviso dell'altro nei nostri confronti. È un voltafaccia che fatichiamo a comprendere, perché rompe l'immagine che avevamo costruito di quella persona e incrina la fiducia che nutrivamo verso di lei.

Nella vita capita spesso di attraversare esperienze simili. Talvolta non perdiamo soltanto la fiducia negli altri, ma iniziamo a dubitare anche di noi stessi e della nostra capacità di giudicare le persone. Quanto più forte era il legame affettivo, tanto più intenso sarà il dolore che proveremo.

Queste esperienze, tuttavia, possono diventare una palestra di crescita. Ci costringono ad affinare la nostra capacità di comprendere gli altri, ad adattarci agli eventi, a riformulare desideri e aspettative e a riconoscere i limiti delle nostre certezze.

Il vero pericolo è un altro: smettere di fidarsi del prossimo, abbassare progressivamente le proprie aspettative fino a diventare cinici, diffidenti e superficiali. Se delusioni e tradimenti si susseguono nel tempo, possiamo convincerci che non valga più la pena attendersi nulla dalla vita, quasi che ogni speranza sia destinata a essere smentita. A questo si aggiunge il rischio di leggere le persone attraverso il filtro del pregiudizio, giudicandole prima ancora di conoscerle davvero e chiudendoci sempre più in noi stessi.

Molto spesso, però, l'errore nasce all'inizio del rapporto. Riponiamo in una persona una fiducia immensa quando ancora la conosciamo poco e, di conseguenza, costruiamo su di lei aspettative altrettanto grandi. Crediamo di conoscere il nostro interlocutore, ma in realtà conosciamo soprattutto l'immagine che noi stessi ci siamo costruiti di lui.

La fase iniziale di ogni relazione richiederebbe meno entusiasmo e più osservazione, meno impulsività e più discernimento. Non significa amare di meno, ma permettere al cuore di essere accompagnato dalla ragione. Spesso, invece, lasciamo che tutto passi prima attraverso il cuore, convinti che ciò che sentiamo sia necessariamente vero. Ma anche i sentimenti possono ingannarci. Possono nascere da bisogni, desideri o illusioni che non corrispondono alla realtà. Eppure concediamo loro il potere di orientare le nostre scelte e di impossessarsi del nostro cuore.

Lo specchio che più facilmente ci inganna è quello in cui vediamo riflessi i nostri desideri. Su quelle prime impressioni fondiamo aspettative che spesso non hanno ancora solide basi. È proprio la fase che dovrebbe essere la più lunga e prudente a diventare, invece, quella che attraversiamo con maggiore fretta, convinti che ciò che proviamo sia già sufficiente per conoscere davvero l'altro.

Può anche accadere che ciò che proviamo sia autentico, mentre l'altra persona vive il rapporto con riserve o sentimenti diversi. Quelle riserve, prima o poi, emergono e noi le interpretiamo come un tradimento e ne subiamo la conseguente delusione.

Chi può farci questo? Un amico? Un familiare? La persona che vive accanto a noi? La risposta è semplice: chiunque.

Siamo tutti, in misura diversa, potenziali autori di delusioni. Non sempre, però, chi delude o tradisce agisce con piena consapevolezza del dolore che provocherà. Esistono tradimenti intenzionali, ma esistono anche comportamenti che feriscono profondamente senza che chi li compie ne comprenda fino in fondo le conseguenze. Chi li subisce, invece, accoglie inevitabilmente quel gesto come una frattura della fiducia e, insieme al tradimento, sperimenta anche la delusione.

Vorremmo che le persone che amiamo non ci tradissero mai. Eppure sono proprio loro, più di ogni altra, ad avere il potere di ferirci. Le persone estranee possono deluderci, ma difficilmente lasciano segni profondi. Chi amiamo, invece, conosce la parte più vulnerabile di noi e, proprio per questo, un suo tradimento lascia una ferita che non si cancella facilmente.

Forse il contrario della fiducia non è la diffidenza, ma la consapevolezza. Continuare a fidarsi, senza rinunciare alla prudenza; continuare ad amare, senza trasformare l'altro nell'immagine dei nostri desideri. Perché il cuore ha bisogno della speranza, ma anche la speranza ha bisogno della verità.



Cantieri senza fine: quando la programmazione diventa un miraggio




D'estate, quando si registra un notevole afflusso di turisti e il traffico stradale aumenta sensibilmente, scattano immancabilmente i lavori. Che sia l'Anas, la Gori o qualche altra azienda, il risultato è sempre lo stesso: strade impraticabili, polvere, deviazioni, code interminabili e una viabilità che sembra appartenere a un'altra epoca.

Non c'è un'estate in cui non si vedano ruspe, operai, semafori provvisori e cartelli con la scritta "Lavori in corso". Per non parlare di quei luoghi che vengono interessati più volte dagli stessi interventi: prima gli scavi, poi i lavori, quindi la riasfaltatura. E, dopo pochi mesi, di nuovo le ruspe con la giustificazione che occorre integrare altri impianti o completare ulteriori opere. Una scena che si ripete con una regolarità disarmante.

Stamattina, ad esempio, le gallerie sono state chiuse a causa del distacco di una rete di protezione e per consentire gli interventi di ripristino. Il traffico è stato deviato sulla viabilità interna. Auto e camion, costretti a percorrere una strada cittadina, suonano continuamente il clacson, come se questo potesse risolvere l'ingorgo, senza rendersi conto che nei centri abitati l'uso del clacson dovrebbe essere limitato ai soli casi di effettiva necessità. Nel frattempo manca una gestione efficace del traffico e tutto procede nella più assoluta normalità, come se il disagio fosse inevitabile.

Ci si chiede come sia possibile che, pur sapendo di vivere in una zona ad alta vocazione turistica, proprio nei mesi estivi emergano improvvisamente sopralluoghi, verifiche tecniche, controlli e cantieri di ogni genere. Non sarebbe più logico programmare questi interventi nei periodi di minore afflusso, evitando di paralizzare la circolazione proprio quando le strade sono maggiormente utilizzate? E che si tenga conto, soprattutto, che una volta iniziati vengano portati a termine in breve tempo.

E non si tratta di una sola città o di una singola regione. Ovunque si vada si incontrano cantieri, corsie chiuse, restringimenti, deviazioni e tratti di strada che sembrano prolungamenti degli scavi di Pompei. Fa quasi sorridere pensare che nell'antica Roma la costruzione e la manutenzione delle strade rispondevano spesso a criteri di efficienza e organizzazione che, in molti casi, sembrano superiori a quelli odierni.

Viene spontaneo chiedersi anche come vengano pianificati questi interventi. Prima di avviare un'opera non dovrebbe esistere una programmazione dettagliata, un coordinamento tra gli enti coinvolti e un controllo finale che ne certifichi il completamento? Com'è possibile che, appena terminato un lavoro, si debba nuovamente scavare nello stesso punto per eseguirne un altro? È evidente che manca una regia capace di coordinare gli interventi e di evitare inutili duplicazioni, con conseguente spreco di denaro pubblico e di tempo per i cittadini.

Ogni estate la storia si ripete. Partono nuovi cantieri e diventa quasi impossibile trovare una strada libera da lavori. Il caldo, la polvere, il rumore e il traffico finiscono per accompagnare proprio quel periodo dell'anno che dovrebbe essere dedicato al riposo e alla serenità.

Le amministrazioni sembrano aver perso la cultura della prevenzione e della programmazione. Spesso manca un'adeguata informazione ai cittadini, così come manca una visione complessiva della mobilità urbana e della qualità della vita. Una città dovrebbe garantire ordine, servizi efficienti, sicurezza e una viabilità scorrevole. Invece, troppo spesso, prevalgono improvvisazione, disorganizzazione e precarietà.

La manutenzione delle infrastrutture è indispensabile e nessuno mette in discussione la necessità di intervenire quando la sicurezza lo richiede. Ciò che appare incomprensibile è l'assenza di una pianificazione capace di conciliare le esigenze dei lavori con quelle dei cittadini, delle attività economiche e del turismo. Programmare gli interventi nei periodi meno critici, coordinare gli enti che operano sul territorio e informare tempestivamente la popolazione non sono obiettivi irraggiungibili, ma il minimo che ci si aspetta da un'amministrazione moderna. Fino a quando prevarrà la logica dell'emergenza anziché quella della programmazione, ogni estate continuerà a trasformarsi nello stesso copione: traffico, disagi, polvere e la sensazione che il tempo passi, mentre l'organizzazione rimanga sempre ferma al punto di partenza.

Un gesto apparentemente strano

                                                                                                                                Immagine di Tulla Morwen

Gerardo, per la gente, era “un ragazzo strano” perché aveva l’abitudine di recarsi ogni giorno sul ponte che metteva in comunicazione due strade parallele all’autostrada. Arrivato a quel punto, mentre sotto le auto sfrecciavano a velocità supersonica, cominciava a incidere sul muro, con un sasso, una piccola asticella. Io ero bambina e lo vedevo quando, con mamma, andavo al supermercato proprio dall’altro lato del ponte.

Un giorno io, mia madre e una signora giungemmo a quel punto. La donna si avvicinò al muro e contò le asticelle: erano ben trentaquattro.

Il giorno dopo, mossa dalla curiosità, mi allontanai fino al ponte senza chiedere il permesso a mia madre.

Quando arrivai, Gerardo era lì che tracciava la sua solita asticella. Mentre si allontanava, gli chiesi cosa significassero quei segni. Lui mi guardò e proseguì senza rispondere.

Così contai le asticelle: erano trentacinque, una in più rispetto al giorno precedente.

Lungo la strada del ritorno incontrai Maria, la nostra vicina, alla quale chiesi perché ce l’avessero con quel ragazzo. Lei mi raccontò tutto.

Mi disse che anni prima era finito su un binario e che per poco un treno non lo aveva travolto. A causa di quell’incidente aveva quasi perso l’uso di un arto, rimasto incastrato nella ferraglia. Per molti anni non uscì di casa: era diventato claudicante e aveva rinunciato allo sport, agli amici e a una vita normale.

A ciò si aggiunse che sua madre, un giorno, lo trovò proprio su quel ponte, deciso a lanciarsi nel vuoto. La donna riuscì a richiamare la sua attenzione e gli promise che avrebbe potuto guarire del tutto se l’avesse accompagnata per una serie di esami clinici.

E alla fine ce l’aveva fatta. Il miracolo era avvenuto e, per la gioia, segnava i giorni trascorsi da quando aveva ripreso a essere quello di un tempo. Appena trentacinque giorni.

Nei primi giorni della sua ripresa fisica era persino riuscito a precipitarsi sull’asfalto dell’autostrada quando, dal ponte, aveva assistito a un incidente. Salvò un uomo estraendolo dall’abitacolo e gli impedì di lasciarsi sopraffare dalla disperazione quando si rese conto che le gambe non rispondevano più ai suoi comandi.

Dopo quell’episodio tutti cominciarono a guardare Gerardo come un ragazzo che aveva fatto miracoli.

Gerardo continuò ogni giorno ad andare sul ponte. Le sue asticelle non raccontavano più soltanto il trascorrere del tempo, ma anche qualcosa che gli altri avevano osservato per anni senza vedere: la fatica di ricominciare a vivere senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

Solo molto tempo dopo qualcuno si domandò se, in fondo, non avessero mai capito niente di quel ragazzo e se i pregiudizi non limitassero profondamente la conoscenza, quando non la impedissero del tutto.


Voler avere sempre ragione

                                             


La voglia di avere sempre ragione non è forza di pensiero. Spesso è un bisogno di difesa. Chi non tollera il dubbio non cerca la verità: cerca controllo.

Trasforma ogni confronto in una gara, ogni opinione diversa in un attacco, ogni errore in una minaccia alla propria identità. Avere sempre ragione significa non ascoltare davvero. Significa rispondere per vincere, non per capire; correggere per affermarsi, non per costruire.

Dietro l'ossessione di avere ragione si nasconde spesso la paura di perdere valore, autorevolezza o riconoscimento. Così il dialogo muore e resta soltanto il rumore dell'ego che si difende.

Le persone davvero solide non hanno bisogno di imporsi. Sanno che cambiare idea non è una sconfitta, ma una prova di intelligenza e maturità. Chi invece sente il bisogno di prevalere a ogni costo non sta necessariamente crescendo: spesso sta semplicemente proteggendo una fragilità. La verità non ha bisogno di essere urlata. Ha bisogno di spazio.

Quante volte, durante una discussione, ci sentiamo dire: «Allora vuoi dire che ho torto?». Di tutto il confronto resta questa domanda, come se il problema fosse stabilire un vincitore e un perdente. Come se il valore di una conversazione dipendesse soltanto da chi ha ragione e da chi ha torto.

Altre volte accade il contrario: si accusa l'altro di voler avere sempre ragione, trasformando il dialogo in una sorta di partita dove qualcuno deve per forza segnare un punto. In entrambi i casi si perde di vista ciò che conta davvero.

Ogni confronto dovrebbe poggiare sulla comprensione reciproca, sulla volontà di conoscere le ragioni dell'altro e di mettere alla prova le proprie convinzioni. Non si tratta di decretare chi abbia ragione, ma di capire meglio ciò che ciascuno pensa, sente e vive.

Confrontarsi significa mettere insieme idee, esperienze e prospettive differenti. Significa cercare un terreno comune che tenga conto delle esigenze e delle motivazioni di tutti, senza annullare le differenze.

Il vero problema nasce quando fondiamo il nostro valore personale sul giudizio degli altri. Allora sentiamo il bisogno di apparire sempre competenti, sempre preparati, sempre dalla parte della ragione. Ma il valore di una persona non si misura dal numero di discussioni vinte.

Anche il linguaggio che utilizziamo rivela questa tendenza. Spesso, dopo aver espresso un'opinione, concludiamo con un «Non ho ragione?». Come se ciò che conta davvero non fosse il contenuto di ciò che abbiamo detto, ma l'approvazione che riceviamo.

Eppure le parole non sono verità assolute. A volte ragioniamo con lucidità, altre volte siamo approssimativi, influenzati dalle emozioni, dalle esperienze o dalle informazioni che possediamo in quel momento. Per questo ogni punto di vista è inevitabilmente parziale.

Avere ragione non ci rende persone migliori. Può persino renderci più rigidi e meno disponibili ad ascoltare. Quando il bisogno di conferme alimenta continuamente il nostro ego, rischiamo di perdere la capacità di osservare la realtà con equilibrio.

La domanda più importante non è se abbiamo ragione. È se abbiamo capito. Se siamo riusciti a entrare, almeno in parte, nella prospettiva dell'altro. Comprendere non significa necessariamente essere d'accordo, ma riconoscere che la nostra visione del mondo non è l'unica possibile.

Spesso ciascuno possiede soltanto una parte della verità. È proprio dal confronto autentico tra queste diverse prospettive che può nascere una comprensione più ampia e più profonda della realtà.

La pagina bianca

 

                                                                                         Immagine di Rena Konsta


La pagina bianca ha sempre fatto paura a tutti. Restare con il foglio e la penna in mano, guardarlo e continuare a pensare: «Come lo riempirò?».

Di solito, davanti al foglio bianco, mi sembra di avere delle scosse. Nel bel mezzo di un'idea comincio a mettere giù qualche frase, la stessa che dopo due minuti cancello. Non perché non fosse buona, ma perché non riesco a trovarne il seguito. Allora cancello. Poi appoggio il capo sul gomito sinistro e, mentre rigiro la penna tra le dita, costruisco nella mente tutto ciò che vorrei dire.

Con il tempo ho capito che la pagina bianca non fa paura tanto per il modo in cui inizieremo a scriverla, quanto per il luogo in cui ci condurrà. La vera difficoltà non è trovare le parole, ma capire quale direzione dare al pensiero. Quando non sappiamo ancora con chiarezza che cosa vogliamo comunicare, ogni frase sembra insufficiente e ogni inizio appare sbagliato.

Un discorso assomiglia a un albero. Si conoscono le radici, cioè l'idea da cui nasce, ma quando si arriva alla chioma ci si può perdere tra i rami. Senza accorgercene, sviluppiamo troppo una parte e trascuriamo un'altra, fino a compromettere l'equilibrio dell'intero ragionamento. Per questo scrivere significa anche imparare a distribuire il peso delle idee.

Quando mettiamo la penna sulla carta e cominciamo a imbastire un testo, può accadere di perdere il filo, di non sapere quando fermarsi, di temere ciò che potrebbe emergere. Perché nella scrittura non esprimiamo soltanto delle opinioni: spesso mettiamo in gioco noi stessi. Ogni pagina racconta qualcosa dell'argomento trattato, ma anche di chi la scrive.

Ricordo che a scuola capitava spesso di dover giustificare un'affermazione particolarmente seria o insolita. Dopo averla scritta, arrivava inevitabilmente la domanda: «Che cosa intendi dire?». Quello era il momento più difficile, perché costringeva a verificare se dietro le parole ci fosse davvero un pensiero chiaro. E forse è proprio questa la prova più importante della scrittura: accorgersi se stiamo dicendo qualcosa che comprendiamo fino in fondo.

La difficoltà principale di chi scrive, infatti, è comprendere lo scopo per cui scrive. Questo dovrebbe essere chiaro fin dall'inizio. Solo allora le parole cominciano a disporsi con maggiore naturalezza.

Per questa ragione mi torna spesso in mente un episodio legato a un tema che scrissi su San Francesco. Prima di iniziare mi posi alcune domande: chi era? Che cosa aveva fatto? Perché era diventato un santo così amato? Più cercavo una risposta, più mi sembrava di non trovare nulla di straordinario da raccontare. Tutto in lui appariva semplice. Ed era proprio quella semplicità a bloccarmi.

A un certo punto, però, compresi che stavo cercando nel posto sbagliato. La semplicità non era un limite del tema: era il suo centro. Il vero significato della figura di San Francesco stava proprio in quel mondo fatto di umiltà, essenzialità e chiarezza. Una volta individuato questo nucleo, il testo prese forma quasi da solo. Non avevo più bisogno di cercare qualcosa da dire: avevo trovato ciò che valeva la pena dire.

Da allora ho imparato che la pagina bianca richiede soprattutto riflessione. Bisogna concedersi il tempo di osservare un argomento, interrogarlo, confrontarlo con altre idee e lasciarlo maturare. Le parole arrivano dopo. Quando il pensiero è ancora confuso, la scrittura fatica; quando invece il nucleo del discorso diventa chiaro, le frasi trovano più facilmente il loro posto.

Per questo credo che scrivere significhi soprattutto scegliere. Scegliere che cosa dire e che cosa lasciare fuori. Le parole chiedono ordine, precisione e attenzione. Non conta accumularne molte, ma trovare quelle necessarie. Anche il silenzio, in fondo, fa parte della scrittura, e perfino il niente può essere detto bene.

La pagina bianca ha bisogno di ragionare insieme a noi. Occorre attraversare quella sorta di nebbia iniziale che avvolge ogni argomento, fino a quando il percorso non appare distinguibile. Solo allora la scrittura diventa davvero possibile.

Oggi la pagina bianca non mi spaventa più come una volta. So che riuscirò a posarvi la penna. Prima, però, sento il bisogno di conoscere il terreno che sto per percorrere: comprenderne i confini, le asperità, la direzione. In questo assomiglia a un campo da coltivare. Nessun contadino getterebbe i semi senza sapere dove e come farlo.

Forse è proprio questo il significato dell'antica immagine dell'Indovinello Veronese. La pagina bianca è un campo da arare, e la penna è l'aratro che vi traccia i solchi. Ma prima ancora del gesto dello scrivere viene il lavoro della mente, che prepara il terreno e sceglie che cosa seminare. Solo allora il campo può dare frutto.

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