Non ho molto tempo per girovagare su Facebook. Di solito sono online, ma spesso è come se non ci fossi. Accedo a Facebook soprattutto per inviare articoli e aggiornare le varie pagine, però, mi soffermo su qualche post che mi colpisce, sul ricordo di qualche contatto che non vedo più da tempo.
A volte mi vengono in mente alcuni amici di cui non ho notizie da tempo e controllo le loro pagine. In questi casi scopro novità: alcuni hanno tolto l’amicizia, altri hanno aperto più profili, altri ancora sono deceduti. E tra questi ultimi rivedo immagini insieme, ritorn al tempo in cui ci sentivamo spesso.
Passo oltre quando la tristezza comincia a diventare insistente e riaffiorano i momenti in cui ci si scambiava qualche parola: sempre gentili, affabili, pronti a raccontare delle attività che svolgevano, a confrontarsi su idee e fatti della vita quotidiana.
Il pensiero che non ci siano più mi porta a riflettere sulle nostre pagine, curate nel corso degli anni e improvvisamente prive del loro animatore. Spesso i parenti ne assumono la gestione, e non sempre è piacevole assistere a questo passaggio. Ma d’altra parte, come si fa a capire quando è arrivato il momento di chiudere quella finestra?
Eppure è sempre emozionante rileggere vecchi post, rivedere immagini che sembrano riportarli in vita, ricordare fatti condivisi. Questo fa capire quanto siamo legati gli uni agli altri, anche in un mondo che spesso ci appare estraneo. Di alcune persone restano le idee, le convinzioni, l’allegria, quei messaggi pieni di verve che arrivavano come scariche elettriche, oppure gli interventi sinceri e senza reticenze nel raccontare ciò che accadeva.
Ma accanto a quelli che non ci sono più, si scoprono anche quelli che, pur essendo vivi, se ne sono andati da noi. Persone che hanno deciso di interrompere quel legame. E tra costoro, devo dire, molti già all’inizio mostravano un approccio discutibile.
C’è chi si considera una personalità superiore e, se non interagisci abbastanza con ciò che pubblica, preferisce eliminarti. Sono quelli più plateali, quelli che pretendono attenzione e approvazione costante.
Poi ci sono gli “amici” che a un certo punto decidono di allontanarsi per una tua mancanza nei loro confronti. Questa forse è la categoria più numerosa: pretendere che gli altri si comportino esattamente come desideriamo noi. E se questo non accade, si taglia il rapporto.
Infine ci sono quelli che, deducendo dai tuoi scritti di non condividere le loro stesse idee politiche, decidono di escluderti. Questo è un atteggiamento che trovo profondamente limitante. È come rifiutarsi di stare a tavola con qualcuno solo perché la pensa diversamente da noi. Non sopporto chi mette le proprie idee politiche davanti all’umanità e agli interessi comuni.
Una volta, durante un confronto su Pirandello, invece di parlare della sua scrittura l'amico si interessava delle sue idee politiche. La politica non dovrebbe limitare relazioni e socialità; anzi, è proprio confrontandosi anche su quel piano, senza pretendere di avere ragione a priori e per partito preso, che l’incontro diventa interessante. Invece abbiamo fatto della politica una religione e della religione una politica. Ci sono persone che non riescono ad accettare che un rapporto possa sopravvivere alle differenze. E molti si allontanano proprio per questo motivo.
Ci sono poi quelli che, vedendoti in foto, si costruiscono un’immagine completamente sbagliata di te: carina, dolce, accomodante. Poi però, parlando, si stupiscono e ti dicono: “Sai che non pensavo ragionassi così bene e fossi così preparata sugli argomenti?”
E lì capisci quanti pregiudizi esistano ancora sulle donne, sulla bellezza e sull’intelligenza. Sorprende ancora quanto l’intelligenza femminile venga considerata un’eccezione se si accompagna a un volto gradevole. Il cervello delle donne non è un soprammobile, ma un laboratorio attivo ventiquattr’ore su ventiquattro.
Quando incontrano una donna che risponde, argomenta e pone domande, molti si sentono a disagio e preferiscono allontanarsi, come se quella presenza diventasse improvvisamente ingombrante.
Devo dire, però, che ci sono anche persone di cui apprezzo sinceramente il pensiero, pur comunicando poco con loro. A volte per mancanza di tempo, altre perché Facebook si consulta sempre in fretta, distrattamente.
Esistono poi amicizie che si riscoprono: persone con cui non si era mai interagito davvero e che, all’improvviso, con uno scritto riescono a scuoterti.
Sulla home scorrono fiumi di notizie e sappiamo bene che l’algoritmo favorisce soprattutto pubblicità e contenuti affini alle nostre preferenze. Così ci arrivano più spesso post legati a ciò che abbiamo mostrato di gradire, piuttosto che quelli degli amici.
Nel tempo abbiamo imparato a convivere con questo meccanismo, ma spesso la fretta, la pigrizia o la distanza nei rapporti ci fanno arretrare. I like parlano per noi: leggiamo senza lasciare traccia, quasi per ingannare l’algoritmo. Ma lui sa molto più di quanto immaginiamo, perché basta soffermarsi sul post di qualcuno per ritrovarselo di nuovo il giorno successivo.
Accade anche di commentare il post di un’amica che non si vedeva da tempo semplicemente perché ciò che ha scritto ci ha colpiti davvero, anche se poi lei potrebbe pensare: “Guarda chi si rivede”.
Non è strategia, né il tentativo di ingraziarsi qualcuno. È semplicemente riconoscersi, anche solo per un attimo, nelle parole di un’altra persona.
E così abbiamo trasformato Facebook in una sorta di retropolitica dei rapporti: sappiamo mostrarci a chi vogliamo, colpire qualcuno, ignorare altri, essere affabili con chi ci interessa, premurosi con i pochi amici reali.
I giovani definiscono Facebook un social da adulti, ma poi continuano a tornarci nei momenti in cui sentono il bisogno di lasciare una traccia pubblica di sé.
Eppure sono proprio i Boomer a coltivare questo spazio con maggiore costanza. Se un giorno decidessero di abbandonarlo, probabilmente i più giovani finirebbero per appropriarsene. Quello che forse non sopportano davvero è vedere genitori ancora socialmente attivi, come se la vita pubblica dovesse appartenere solo a loro.
Senza contare che molte attività commerciali hanno bisogno di visibilità e Facebook continua a rispondere bene a questa esigenza. Perché, nel bene e nel male, continuiamo ancora a lasciare lì frammenti della nostra vita.

