"Non mi manchi, quindi ti lascio!"



Il periodo d'isolamento vissuto in casa ha fatto disastri su tutti i fronti. Un versante poco esplorato, di questo periodo, è quello delle relazioni. Molti, alla fine, si sono lasciati con un messaggio che diceva pressappoco così: “Non provando la tua mancanza in questo periodo di lontananza, credo sia meglio lasciarci”. Già il fatto di comunicarlo tramite messaggistica rende l’azione più avvilente di quello che è. Chi prima della quarantena era abituato ad avere una relazione ricca e varia col partner, durante la prigionia avrà sofferto molto. All’inizio erano messaggi rassicuranti, poi, tornati alla normalità, puntuali sono arrivati quelli in cui si diceva che il rapporto finiva lì e proprio da chi inizialmente rassicurava l’altro. Restare a casa ha incrementato la vita online, più adatta al momento. Molti subito hanno rimpiazzato le mancanze con la vita virtuale. E in questo gioco e scambio di situazioni è stato naturale fare i conti anche con i sentimenti, facendo una disamina della nostra vita affettiva. Ci si è accorti che è importante ciò che desideriamo e che non dobbiamo sempre misurare le azioni dell’altro nei nostri confronti. Molti rapporti si sono rivelati vuoti, inconsistenti, altri solo di facciata, altri appena esistenti. C’è chi ha trovato il coraggio di lasciare la persona amata che già da qualche tempo avrebbe mollato. Fermarci ha permesso di cogliere molte sfumature della nostra vita che la quotidianità aveva reso abitudinarie. L’analisi sul nostro stato affettivo e relazionale, in molti casi, ha avuto un epilogo poco elegante, fatto di un freddo messaggio. E’ stata la paura di non farcela, il fatto di non essere sicuri, la probabilità che forse ci si lasciava temporaneamente per poi ritornare insieme? Chissà, ma il modo in cui è avvenuto la dice lunga sullo stato della relazione, anche prima che volgesse al termine. Se per un verso non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi per dirsi addio, dall’altro è meglio evitare lo sguardo di chi non merita più nemmeno un confronto. Di sicuro l’amore non si spiega e certe cose si capiscono, anche se non ci vengono dette. E allora già prima c’erano avvisaglie di un rapporto tiepidino e che non abbiamo saputo cogliere o non abbiamo voluto e, non accettandone la fine, continuiamo a dire che ci è caduto addosso come un fulmine a ciel sereno. Forse il cielo era già grigio, ma noi ci ostinavamo a vederlo azzurro. A volte si è complici anche in quelle azioni che sembrano appartenere solo al partner. L’altro non parla, io non dico, l’altro non si spiega, non capisco perché debba farlo io e così via. Bisogna avere sempre il coraggio di leggersi fino in fondo e chiamare le cose per nome. E se l’altro non ci interessa più, lasciarlo con un messaggio può sembrare uno sforzo notevole. Non è così. Quando ci si lascia, è bene non perdere di vista la dignità della persona. Non si può disprezzare o odiare l'altro per il fatto di non stare più insieme. L’epilogo di una storia ci permette di comprendere il tipo di rapporto che abbiamo avuto, un’esplorazione che ci dà la misura di chi siamo e cosa vogliamo. E poi mai aspettarsi tutto dall’altro. Ne siamo una parte attiva e di grande responsabilità. Più che chiederci “chissà se mi ama”, dovremmo capire il nostro impegno profuso. Spostando l’asse su di noi, non dobbiamo più interpretare l’altro, solo metterci in discussione. I fatti parlano per noi e sono inconfutabili, mentre le parole assumono caratteristiche sempre diverse. La costrizione a restare a casa ci ha fatto riflettere sulle cose realmente importanti: quelle cui teniamo e quelle di cui possiamo fare a meno. E allora, quando ci si è resi conto del vuoto intorno, è bastato uno scritto per dire basta. Quanti rapporti procedono per inerzia. Chiediamoci di quale impegno siamo capaci, come ci manifestiamo all'altro e come ci sentiamo quando siamo insieme, com'è cambiata la nostra vita. Molti rapporti si basano sulla paura: di restare soli, di non farcela, di non essere autonomi. Altri sull’incapacità di capire quello che ci fa stare bene. Ogni domanda implica un’indagine che non sempre siamo pronti a condurre. Ognuno cerca qualcosa in un rapporto ed è difficile un’unione d'intenti. Al di là delle motivazioni che inducono a lasciare la persona amata, non bisogna mai opporsi a un rifiuto, mai ostacolarlo temendo l’abbandono. L’amore non vuole costrizioni, è uno stato di grazia. Quando si tratta di quello vero, che arriva di solito senza preavviso, non facciamo alcun pronostico o conto. In tutte le altre situazioni è più una combinazione di fatti da cui non sappiamo scioglierci. E così come viene, allo stesso modo l’amore può andar via. Solo che nel frattempo le abitudini hanno alzato muri e pareti diventati invalicabili e  si reagisce come a un nemico da combattere, poiché  lede quella tranquillità interiore acquisita che molto spesso scambiamo per amore.  
Fortunatamente, nel periodo di prigionia, sono sopravvissuti quegli amori forti e indissolubili, che la quarantena ha rafforzato. Come diceva La Rochefaucauld “La lontananza spegne i piccoli amori e accresce  le forti passioni”.


Commenti...

La spiaggia nel tempo


Negli anni ‘70 andava in vacanza il 28% degli italiani, che sceglieva il mare come meta per rilassarsi. Erano 4 settimane filate che si trascorrevano in spiaggia. La vacanza si chiamava villeggiatura.  Lì, tra ombrelloni e battigia, trovavi il pallavolista, il corridore, il saltatore, il tuffista, il ginnasta…un festival dello sport all’aperto. Si prendevano certe rincorse da metà spiaggia verso le onde dove si finiva con un capitombolo. E poi  ci si copriva con la sabbia fino al collo per saltare fuori  all’improvviso e  correre a sciacquarsi. In acqua tutta la gamma dei gonfiabili: le ciambelle, i lettini e canotti colorati. A riva i secchielli, palette, formine. Si andava in spiaggia a intere famiglie con le teglie di pasta nascoste nelle borse, tra i bikini e i borselli colorati, i ricambi e i teli arrotolati. E poi i braccioli, i costumi, le pinne,  i giornali. Dopo il bagno era normale cambiarsi il costume avvolgendosi un telo intorno,  con aria indifferente,  spogliandosi sotto quella sorta di tenda che riparava sì, ma che lasciava trapelare qualche lembo di pelle. E dopo subito un panino per placare la fame. E c’era tempo per pomiciare sdraiati sullo stuoino, all’ombra o sotto il sole e, proprio per stare in mezzo agli altri, nessuno ci faceva caso. Si raccontavano barzellette,  a gara a chi faceva più ridere, o si restava  sotto il sole a raccontarsi. Si andava a mare con le  amate utilitarie di una volta da cui usciva una casa intera, con il tetto stracolmo di roba mantenuta da elastici. E dall’auto si scendeva con in mano l’ombrellone, le borse stracolme.  Il concetto importante era che andare a mare era necessario, per l’aria e il sole, importanti per la salute. Si era disposti a fare lunghe file di traffico pur di raggiungere la località desiderata.

Negli anni 80 la vacanza è diventata irrinunciabile. Comincia l’era dei villaggi turistici, ricchi di ogni comfort. Si parte per staccare completamente dalla routine e cambiare ritmi. I costi aumentano e quando si torna a casa ci si ritrova più stanchi di prima. Dopo sono cominciate le partenze intelligenti, i voli, le spiagge lontane, snobbando quelle a portata di mano. Si viaggiava per il mondo e al ritorno ci si riversava sui lidi di casa. Il mare è diventato sempre più affollato di barche ormeggiate di fronte alle spiagge, simbolo di un benessere crescente. Così la spiaggia privata ha preso il sopravvento, presentando, a un pubblico esigente, ogni tipo di comfort.

 Scendere in spiaggia oggi e trovarsi  in un recinto,  uno spazio delimitato allontana subito dai ricordi. Una spiaggia dai nuovi stili di vita per assicurare il distanziamento. Ci si reca a mare con ansia, rabbia, malessere, sentimenti che non vanno d’accordo con lo stato d’animo vacanziero. La postazione, l’app, l’orario da
rispettare per consentire turni ad altri bagnanti, il comportarsi come se sostenessimo un lavoro mette in una cattiva predisposizione. In spiaggia siamo seri, guardinghi,  molto tesi, un po’ preoccupati. I giochi sono ridotti, tutto deve essere sotto controllo togliendo un po’ di serenità. E’ finito il tempo di attardarsi in spiaggia fino al tramonto. Si sta come le foglie d’autunno, direbbe Ungaretti, dove mangiare è un sacrilegio e leggere impossibile. Per darsi alla lettura bisogna sentirsi liberi e quando incombe un pericolo non si può leggere. Si è costantemente scossi, per non trovare posto, per il tempo contato, per controllare  se gli altri mantengono il rigore richiesto a noi, se qualcuno infrange le regole, se siamo trattati alla stessa stregua degli altri. E’ diventata una sorta di trincea, da cui ci si affaccia  come a una finestra per capire ciò che puoi o non puoi fare. Vietato giocare o stare in gruppo. Mantenersi a debita distanza. La libertà sta assumendo un altro valore: quello di nuocere a se stessi.  Dell’estate di una volta resta la nostalgia e il juke box di una che dava “sapore di mare”, i sorbetti e i gelati consumati  a ritmo dei tormentoni estivi, mentre oggi anche la musica a mare sembra un  controsenso. Allora la spiaggia era un richiamo e attrazione per giovani, adulti e bambini.
Oggi i bambini vedono il tempo ridotto e mentre si adattano, devono andare via lasciando la spiaggia nel bel mezzo del gioco. Per i bambini passare la giornata in riva al mare è il più bel regalo. Impareranno a distanziarsi, a contenersi, a fermarsi prima che scada il tempo, a non capire chi o cosa vieta di restare. Una volta sotto l’ombrellone i bambini ci vivevano, mangiavano, dormivano, prendevano il sole, giocavano con gli amici, scavavano, costruivano. Come la scuola, si devono accontentare anche della spiaggia a metà. Li abitueremo a non approfondire, a lasciare le cose incomplete, a essere approssimativi. La lentezza non è un difetto, ma un bisogno dell’animo nell’apprendere. Nelle lunghe dormite in spiaggia di una volta, nei giochi con le racchette, le palle, i birilli e i castelli di sabbia si svolgeva una vita interessante che restava scolpita in mente. Così un relitto di nave sulla spiaggia, per me, era un momento di gioco e di immaginazione, sui cui bordi mi sedevo a mangiare il panino, a spalmare la protezione. A volte era una cabina a cielo aperto dove mi cambiavo il costume, quello turchese  pezzo intero profilato di blu. Una memoria che custodisce così bene il vissuto di una volta che oggi, vedere quello che resta a quel posto, faccio fatica a riconoscere lo stesso luogo. Le spiagge allora sembravano immense, perché eravamo piccoli, ora sono strette e cementate. Il mare insegna tante cose e l’estate sulle sue rive è quello che di più naturale si possa vivere. Ma tutto questo non dovrebbe avere un costo, dovrebbe essere un diritto di tutti, senza vincoli né barriere e lasciare ancora un senso alla libertà.

Commenta...

C'era una volta il mare



Soltanto il mare gli brontolava la solita  storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare  non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra gli scogli, nei quali si rompe, e par la voce di un amico”. E’ quanto scrive Giovanni Verga nel suo romanzo I Malavoglia del 1881.
Il mare è di tutti, si legge tra le righe. Non puoi dare cittadinanza al mare, anche se esistono le acque territoriali, anche se abbiamo messo paletti qua e là e usiamo dire acque di questo o quel paese. Il mare è di tutti, come l’aria che respiriamo. Ma cosa ne abbiamo fatto? Inquinato e inaccessibile. Andare in spiaggia non è privilegio di pochi, ma  un diritto di tutti. Quel posticino che tanto amiamo, in riva al mare, sulla battigia, tra acqua e terra, è un bisogno e non una concessione. Stiamo perdendo di vista il concetto di libertà e di democrazia, di diritto e di dovere. Il virus sembra sia venuto a confonderci e a ribaltare concetti fondamentali.  Tutte le belle parole non riescono a contrastare l’interesse. Dopo il virus, le spiagge si sono assottigliate, quelle libere rimpicciolite e manca lo spazio necessario per tutti. Era un’offesa prima vedere al largo barche ormeggiate in rada mentre a due passi, a riva, intere famiglie si accalcavano per contendersi un posticino al sole; ed è un’offesa oggi vedere che i panfili sono aumentati e le famiglie a mare diminuite. Il divario è sempre esistito, con una piccola differenza: chi aveva il mare continua ad averlo, mentre gli altri lo devono condividere a dure condizioni.  E  se prima sulle spiagge c’era disordine, oggi ce n’è ancora di più con le severe disposizioni di distanziamento. Per permettere di andare a mare a tutti a causa del distanziamento, si dovrebbe scendere in spiaggia a giorni alterni, forse due volte a settimana. E’ difficile adeguarsi a regole restrittive per pubblico e gestori e si finisce per mercanteggiare il metro in più o meno, il residente e il forestiero, il plexiglass o la recinzione, a dimostrazione che tirando da una parte e dall’altra si resta tutti scontenti. E in un momento di confusione come questo, c’è chi ne approfitta. Gli ingredienti a demotivare di non andare a mare, oltre che a spaventare, ci sono tutti: la paura, la crisi, la depressione. E se il distanziamento è norma, bisogna assicurare a tutti la discesa a mare. La spiaggia libera non è un residuo di costa su cui mettere chi non va alla privata, ma un tratto fruibile da tutti. Questa serie di conflitti in cui inciampiamo, confonde e intristisce.
Una volta si andava in spiaggia a respirare l’aria ricca di iodio, stendere il telo, un pezzetto di mondo solo nostro, portare i bambini a giocare, indorarli di sole per non fargli prendere la bronchite,  per il bisogno di sentire il mormorio del mare, lo sciacquettio sul bagnasciuga, per incontrare gli amici, abbronzarsi. Oggi il distanziamento, le precauzioni, i costi, il cemento, i divieti, la maleducazione, l’incompetenza, l’arroganza, il menefreghismo, l’incapacità hanno reso le spiagge un miraggio. I bambini di oggi potranno mai raccontare delle loro giornate a mare come noi un tempo, quando la spiaggia era un luogo da vivere e non un posto riservato a pochi? Potranno mai raccontare le ore in acqua a giocare a palla o con i secchielli a riva, il sonnellino, il gelato? E questo non sicuramente per il virus ma per le interminabili burocrazie che cambiano ogni giorno, per capire che oggi condividere la vita non è più una scelta ma un dovere. Il virus ci ha fatto comprendere che dobbiamo cominciare a spezzare le nostre certezze, che la vita è fragile e basta un niente per mandarci in tilt. E mentre impariamo ad affrontarla, non dovremmo farci del male, ma essere pazienti e creare possibilità per tutti.
Il nuovo concetto di libertà non ci vuole ancorati ai nostri egoismi, ci chiede di non ledere i diritti degli altri, caso mai ce ne fossimo dimenticati, di imparare a condividere e osservare regole uguali per tutti.
Se Verga vedesse quello che abbiamo fatto del mare, crederebbe I Malavoglia ricchi anche nella loro sventura. Una famiglia che di quella distesa d’acqua imprevedibile ci viveva, la stessa che fa morire alcuni membri della famiglia,  sconvolgendo le loro vite. Se il Verga potesse vedere il cemento iniettato sulle rive, allora inorridirebbe.  E l’errore che si continua a perpetrare è quello di impossessarsi sempre più delle spiagge, di renderle sottili scorci di costa, estremi lembi di ciottoli e scogli.
Il virus si è trasformato in un orco venuto a rovistare nelle nostre vite. E’ anche vero che ciò che prima non era ben gestito, oggi è diventato impossibile con le nuove disposizioni.
Ma il mare sa aspettare e chissà che in una furia futura, con i suoi rigurgiti, non si riprenda quello che non abbiamo saputo gestire, ma solo offeso e sfruttato, ricordando all’uomo che nulla gli appartiene.

Commenta...

Anziani e solitudine


Gli anziani, oggi, sono una grande risorsa in un paese che invecchia sempre più e dove le aspettative di vita continuano a salire.
Assistiamo i nostri genitori in questo processo giorno per giorno anche se non accettiamo vederli  invecchiare, nonostante si tratti di un inesorabile ritmo cui andiamo incontro tutti. 
Pordenone, nuova residenza per anziani in località Villanova ...


A volte gliene facciamo una colpa, non gli perdoniamo di allontanarsi dai nostri ricordi, da quelle immagini giovanili che ancora girano per casa e ci parlano del tempo in cui erano belli e forti e noi tra le loro braccia. Poi, in breve, noi ci troviamo adulti e loro lontano da quel modello. E’ come sentirsi traditi, delusi. Un sentimento reciproco che provano anche i genitori quando non hanno più davanti il figlio bambino ma un uomo. Sono immancabili considerazioni che avvengono in ogni rapporto affettivo. Ne scaturiscono impressioni negative e positive e mentre i figli resistono per la vita ancora in corsa, i genitori ne soffrono e somatizzano quei pensieri che restano dentro senza risposta.  Spesso si trasformano in dolori fisici inspiegabili, manifestando in questo modo ciò che provano. Vengono poi meno le forze, i progetti e l’entusiasmo. Dicono di non stare bene, di non farcela, di voler riposare, di non riconoscersi per quello che facevano prima. E’ la reazione ai cambiamenti  che innesca meccanismi di rivolta. Molte cose si trasformano in modo irreversibile e ci vuole poco a cadere in depressione. Poi, che sia depressione, lo si capisce quando cominciano altre abitudini, rallentano, evitano, non escono. Lentamente le azioni di un tempo si spengono e giustificano l’atteggiamento con la fatidica espressione: ”E’ la vecchiaia”, un processo fisiologico e ineluttabile.  La solitudine è definita dalla relazione dell’altro, l’isolamento, invece, è una solitudine negativa in cui si è chiusi in se stessi. “Non fa paura l’isolamento causato da una malattia – afferma Eugenio Borgna – ma quello causato dal deserto delle emozioni, con freddezza transferale, così inquietante e strisciante, così camaleontico e dissimulante, così arido e così nascosto in ognuno di noi”. L’esperienza della quarantena  ci ha mostrato la fragilità di questa fase di vita e di quanto si speculi su di essa. Non è il benessere che interessa a un anziano, ma il calore della sua famiglia. Che vuoi che se ne faccia di quello che mangia o veste,  ha bisogno di condividere la sua vita con gli altri, di tenere accanto i nipoti, di sentirsi ancora utile e preso in considerazione, di essere a sua volta un punto di riferimento per gli altri. La dignità  è restare quello che si è sempre stati.
 A questa età si è più fragili, si reagisce poco anche alla cattiveria, si è accomodanti, a volte insistenti e testardi per dimostrare di avere ancora una volontà con la quale imporsi. Anche il più sano degli anziani ha le sue carenze e momenti malinconici, che dovrebbe superare in ambito familiare con una degna e accurata accoglienza. E’ fondamentale continuare a fornire alle persone anziane l’attenzione di quando erano al massimo della loro efficienza, senza declassarle a incapaci o bambini. A questa età possono accentuare le spigolosità del carattere, diventando lamentosi, ossessivi, insistenti, un buon motivo, secondo alcuni, per tenerli lontano. Sarebbe troppo  capire  e sfogliare la vita di un anziano come un insieme di  fatti che lo hanno reso quello che è ora? E’ l’espressione finale di un vissuto che lo ha forgiato. E ancora si aspetta dalla vita ciò che non conosce. Per ogni uomo avanti negli anni il giorno è prezioso, le piccole cose necessarie. Sa apprezzare quel poco che riceve, che sia un saluto, un’attenzione, un sorriso, una mano e non accetta di essere messo al bando. E scattano litigi e incomprensioni all’interno della famiglia,  a volte, proprio per questa estromissione e dove ci si aspetta che a soccombere sia sempre lui.   E giungiamo  alla conclusione che quella persona debba stare da sola, volendola punire ancora di più. Queste disaffezioni diventano nocive per chi le attua e per chi le subisce. Dovremmo avere più rispetto per l’ultima parte della nostra vita facendola scorrere con  serenità. La vera civiltà si preoccupa e si occupa dei più deboli, ma nella nostra non abbiamo ancora dato valore  alla vecchiaia: di solito o la eludiamo, credendoci eterni giovani, o la sottovalutiamo, credendola una “fine” e basta.
L’anziano chiede di vivere nel contesto in cui è sempre stato, chiede ascolto e vuole continuare a dare il suo contributo  anche in condizioni non ottimali. Per non parlare di quei sentimenti, a volte anche contrastanti, che attraversano la mente come fulmini, con repentini cambiamenti di umore. Andrea Riccardi afferma che “L’esperienza di invecchiare, fino a qualche generazione fa, era un fatto di pochi, e limitata per lo più al mondo del benessere. Oggi, ovunque, è l’attesa di ogni vita. Si possono allontanare gli anziani dalle case, si possono allontanare dagli ambiti di vita, pensiamo alla presunta ineluttabilità degli istituti, una mentalità profondamente sbagliata che porta ad atti di disumanità, oltre che di follia pura, in termini economici e sociali, (…) ma non si può eliminare quell’anziano che è in ognuno”. Il vero problema è la paura della fragilità, ma talvolta
può diventare un punto di forza.


Commenta...

Le vie del Signore sono infinite


 L’altro giorno in chiesa è stata dura assistere alla liturgia con la mascherina a mo’ di “museruola”. Chi aveva gli occhiali stava anche peggio, rimandando ai beccamorti del ‘600.
Sul sagrato c’era chi misurava la temperatura corporea e sulla porta il dispenser col disinfettante per le mani. I posti a sedere, distanziati, per ogni banco due persone.  La chiesa aveva 100 posti disponibili. Il sacerdote non sapeva dove sistemare le persone rimaste sulla porta, alle quali aveva già detto dall’altare che non c’erano più posti liberi. Le vecchiette non recepivano nemmeno il messaggio. Il Signore certamente non le avrebbe mandate a casa. Una contraddizione se deve accogliere tutti.  Come si fa a spiegare agli anziani questa novità? Sembra inverosimile che una volta si entrava in chiesa a tutte le ore, le porte erano sempre aperte e non c’era alcun limite da mantenere. A Pasqua e Natale si stava come le acciughe, segno che eravamo tutti rispettosi e devoti. Anzi, più si stava assiepati in chiesa, più era segno tangibile di fede. 


Ora solo due persone per banchi, agli antipodi, anche dello stesso nucleo familiare e in tanto spazio ci si sente smarriti. La messa è iniziata con mezz’ora di ritardo per sistemare  chi era rimasto fuori.  Come poteva un tempo Gesù non accogliere tutti? Come avrebbe potuto dire che non c’era posto, che bisognava stare distanti? Già immagino Zaccheo (Lc 19,1-10) che, alla mancanza di un sicomoro nelle vicinanze, cerca la postazione nel coro con l’organo, di fronte l’altare,  sovrastando tutti dall’alto. Religione e salute, corpo e spirito che vanno in collisione! Conciliare il diritto alla salute con la professione di fede. Alla fine il parroco ha sistemato le persone nei posti disponibili sull’altare, sempre distanziati secondo norma.
Molto suggestiva l’immagine del sacerdote durante l’omelia con la mascherina che rollava sul viso, come una barca sospinta dalle onde, mentre noi fedeli recitavamo le preghiere avendo la sensazione che la voce giungesse da fuori. Il massimo lo abbiamo raggiunto alla Comunione, ma prima  il parroco ha spiegato come comportarci: allungare le braccia e prendere l’ostia appoggiandola nel palmo della mano, poi con l’altra prenderla e portarla alla bocca, spostando la mascherina. In quel momento sembravamo tanti ladri che preso il bottino lo incameravano velocemente per non farselo soffiare. E poi il segno di pace: ognuno si girava intorno alla ricerca dello sguardo altrui su cui appoggiarsi, con un accenno di riso che si percepiva da un arricciamento ai lati degli occhi. Ma ancora non era finita. A fine messa, non sapevamo come salutarci tra amici, parenti, persone che non vedevamo da tanto. A quel punto ci voleva una stretta di mano, un abbraccio, un sorriso…ma niente. Qualcuno ha azzardato uno slancio, qualche altro si teneva a notevole distanza, qualche altro ancora ci scherzava su. C’erano quelli che rapidamente si salutavano facendo toccare il gomito, come quel gioco di aste che si incrociano velocemente. E’ il nuovo modo di celebrare, dettato dal virus. Non è la prima volta che la Chiesa si adopera a prendere precauzioni per le epidemie. Una volta  si sigillavano le fonti battesimali e ci si muniva di altari portatili per messe all’aperto.

Oggi non mancano gli esempi di strategie pastorali: negli Stati Uniti Tim Pelc, parroco di Saint Ambrose (Detroit) asperge i fedeli  a distanza con  acqua santa da una pistola, mentre a Pisa,  Mario Brotini, parroco di San Miniato, dopo aver comunicato via Whatsapp l’orario del passaggio, percorre il paese in un maggiolone con capote abbassata e brandisce un ramo d’ulivo per benedire. (C.Ferlan sul Corriere della sera)

E chissà un giorno diremo ai nostri nipoti: “Una volta in chiesa non era così. Si cantava a squarciagola, si stava vicini nei banchi, si origliava la persona del banco dietro o avanti, si scambiava una parola con chi non vedevi mai fuori di lì, ci si confidava. Ci si incontrava tutti, era un po’ una festa, un momento di fede e di comunione con gli altri. Una volta per prendere l’Eucarestia c’era una lunga fila di persone con le mani giunte. E poi, nel tornare a posto, ci si sfiorava, si chiedeva permesso, ci si salutava, incrociavi lo sguardo degli altri regalando un sorriso. Il padre nostro si recitava tenendosi per mano e ci si dava un segno di pace abbracciandoci e baciandoci”. Chissà che non ci guarderanno con gli occhi fuori dalle orbite e ci prenderanno per dei primitivi. La messa sarà svelta e ultramoderna e durante la funzione non si vedrà più un sorriso, tutti mortificati da maschere di ogni tipo. Le uniche fiammelle accese saranno gli occhi, le mani più ferme che mai. Togliendo il tatto e la voglia di contatto come il gusto di proferire parola, forse daremo più valore all’ascolto e alla vista insieme.

Commenta...

L'amicizia






Come dice il proverbio: “I parenti li manda Dio e gli amici li scelgo io”. Gli antichi ne sapevano in fatto di amicizia. Cicerone nella sua opera Laelius de amicitia afferma: “Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest”( Ecco perché l’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no). Oggi non ci fidiamo molto dell’altro, riteniamo i parenti più importanti per un fatto di consanguineità, come se ci preservassero dalla cattiveria e dalle ingiustizie. Eppure tutti abbiamo sperimentato  genitori esigenti, fratelli egoisti, zii menefreghisti, fino a sopportare quel determinato parente di cui avremmo fatto volentieri a meno. La famiglia è il luogo deputato al nostro bene e se dobbiamo vivere o morire sarà solo per lei, facendo passare in secondo piano la sfera degli amici. Cicerone afferma che il senso profondo dell’amicizia  è quello di andare alla ricerca della sua virtù: “nulla è più amabile della virtù”. L’amicizia è possibile e reale, nasce  solo da uomini di bene, per questo è così difficile. Gli uomini che riescono a instaurare una vera amicizia sono uomini migliori. Oggi diventiamo amici con un clic, perdiamo facilmente la calma e la pazienza, non siamo in grado di approfondire o di capire l’altro e lo vediamo quasi sempre un rivale. Scambiamo l’amicizia con la conoscenza, con le persone che abbiamo visto nascere, con chi ci torna utile, con chi ci fa un sorriso, con chi ci è familiare, con l’ospitalità. Conoscenze lunghe una vita possono restare tali e mai trasformarsi in amicizia. Socrate definiva l’amicizia uno dei beni più belli che si possa desiderare. Essa racchiude la conoscenza di ciò che davvero costituisce il bene per noi e per chi amiamo. Il bene profondo porta a essere anche insistente con l’amico, se questo lo aiuterà. A questo punto ci si chiede se l’amico debba essere della stessa natura o diverso. Per Esiodo ognuno è ostile ai propri simili, di conseguenza gli amici dovranno disporre della stessa natura, avere delle affinità che portino a legarsi. Platone ne parla ampiamente nel Liside dove non  giunge mai a una vera definizione di amicizia, forse per non poter racchiudere l’attività di due individualità. Aristotele diceva che ci sono tre tipi di amicizia: quella basata sull’utile, sul piacere e sul bene. Sicuramente ci si deve fondare sul bene e ciò significa che abbiamo per l’amico una vera ammirazione, la capacità di percepire la sua luce profonda. Il vero amico sa leggerci, trae il meglio di noi  e ci corregge. Certi sentimenti si percepiscono  nel silenzio e col tempo e l’amicizia nasce lentamente avventurandoci nel campo dell’altro e solo dopo aver sondato quello che ci attrae, lo scegliamo.
Con l’amico non abbiamo bisogno di molte parole per spiegarci, non c’è competizione, né invidia. Abbassiamo le difese ed entriamo in un territorio sano, privo di maschere, dove non si combatte ma non evitiamo il confronto. A questo proposito Jacques Derrida afferma che condizione dell’amicizia è la dissomiglianza che valorizza le differenze. Essa è un bene quando mantiene i “due” e non li costringe a confondersi per sembrare uguali, altrimenti scadiamo nelle varianti dell’amicizia.  E’ un sentimento molto vicino all'amore, se non più alto. E come l’amore, se lo cominci a spiegare, non è più amore, così l’amicizia non si spiega e trova le sue strade dove non possono essercene. Conosce  i tuoi limiti e i tuoi pregi e fa di tutto per mettere in risalto  le tue qualità. Un vero amico trae da te il meglio, ti fa stare a tuo agio, ti trasforma anche attraverso un litigio, un’opposizione. Non è importante come, ma il fine cui tende, che è quello di un confronto continuo, necessario alla crescita. L’amicizia è capace di grandi cose, se è quella ben stretta, con radici profonde. Come diceva Platone, l’amicizia si dimostra con i fatti.



Commenta...

L'uomo e la natura




Le epidemie fino a qualche anno fa le avevamo studiate, mica provate? La mia generazione ricorda quella di colera del 1973, le varie influenze pericolose di questi anni: Mers, Sars, Suina, Ebola, fino ad arrivare alla Spagnola negli anni 1918-20 raccontata dai nostri nonni. Il nostro immaginario è carico di scene di lazzaretti, di peste nera, bubbonica, del Norico, di Atene… Quelle letterarie poi sono  ricche di pathos, di paura, di fede. E quegli scenari, solo visitati, sono diventati realtà. Nel 2020 abbiamo ancora le epidemie riconducibili a una natura che non conosce leggi umane ma solo quelle della conservazione della specie, del suo percorso biologico e fisico. E noi che ci illudevamo di poterla piegare ai nostri bisogni e di esserne al di sopra! Per Leopardi vi è impossibilità di conciliare civiltà e natura. Essa scuote il suo manto e fa capire chi comanda seriamente qui, da secoli, da che mondo è nato. E se affina sempre il modo di colpirci, noi continuamente la sfidiamo senza capire che con lei condividiamo l’esistenza. Da alcuni mesi il virus ci sta facendo guerra. Si stabilisce nelle nostre stanze, vi alberga per un bel po’e poi decide se esacerbare la lotta, limitarsi a convivere o farci soccombere. Ci apporta immobilità, irrigidimento mentale, restrizioni, preoccupazione, perdita della serenità, ossessione. Come quando un flipper lancia al massimo la sua pallina in alto, toccando l’estremità opposta, per poi scendere vertiginosamente con la stessa forza con la quale è salita, così noi, in quella fase di discesa, ci facciamo male mentre tocchiamo a  destra e a sinistra prima di ritornare nel punto iniziale. Stiamo sperimentando la paura dell’ospite invisibile, l’angoscia di vederci relegati nelle nostre case ad aspettare, insopportabile perfino a Godot. Sentiamo la malinconia di tempi migliori, di spensieratezza, di libertà, di stare con gli altri, di decidere come trascorrere le nostre giornate. Stiamo provando la mancanza degli affetti, sperimentando l’utilizzo massiccio della tecnologia, dalla quale dipendono la nostra serenità e operosità giornaliera. E ancora il lutto come fatto quotidiano, in un’epoca in cui la mortalità doveva essere un evento straordinario. E mentre ancora si aspetta il farmaco dell’eternità, che con tanta probabilità pensavamo di aver quasi raggiunto, stiamo qui a combattere per la sopravvivenza. Pur con la nostra intelligenza, siamo fragili e ci lasciamo sopraffare dal timore. Davanti a queste morti siamo impotenti, impossibilitati a frenare il corso della natura. E a cosa serve l’intelligenza se ci facciamo cogliere impreparati, alla stessa stregua di

un patogeno che ha bisogno di impiantarsi in un corpo per vivere? Un’intelligenza

che non si proietta nel futuro e non ne calcola i rischi e i fenomeni

che da esso possono nascere, non è di aiuto. L’intelligenza che crede di essere suprema, di non avere rivali, di vivere tra esseri inferiori, questa sì che è una bella superbia. E il danno della superbia è che, nella sua convinzione di essere invincibile, non lascia vedere e prevedere le cose. Le azioni spese per il nostro progresso, ci hanno inviato il conto. Lo paghiamo con la stessa nostra vita, segno di un’intelligenza che, per quanto si atteggi, non riconosce i rischi cui andiamo incontro. Siamo accecati dal competere con i nostri simili e, mentre ci preoccupiamo di combatterli, siamo sopraffatti dai patogeni. La vita è un sistema simbiotico  e  se spostiamo alcune sue parti, altre reagiscono. La guerra tra simili non ha più senso davanti a un pericolo maggiore. Si combatte non più con l’avveniristico e spietato corredo bellico ma con le provette in laboratorio, sganciando virus che ci scoppiano dentro e fanno più stragi dei bombardamenti e riescono, in tempo reale, a stravolgere le economie, scuotere le Borse, creare povertà, isolare popolazioni con tutti i risvolti che ne derivano. La paura scava un vuoto dentro, irrigidisce e priva della forza di pensare al domani.  Negli Adagia, una raccolta di proverbi tratti dalla cultura classica, del 1508, Erasmo da Rotterdam afferma che la guerra è bella per chi non l’ha provata e ci viene incontro con la storia dell’aquila e dello scarabeo, una favola greca, per avvalorare la tesi che Dio si serve delle cose deboli per confondere i potenti. Qui lo scarabeo chiese all’aquila di risparmiare un coniglio che era andato nel suo nido. In risposta l’aquila mangiò il coniglio. Allora lo scarabeo andò nei nidi delle aquile buttando via le uova. A questo punto intervenne Zeus con un armistizio tra i due. Erasmo propende per la pazienza dello scarabeo, ammira l’insetto che esce dallo sterco più del rapace. Eppure l’aquila, spietata e feroce, appare sugli scudi dei governanti che sono altrettanto spietati.  L’invisibile virus, oggi, sconvolge il mondo mettendolo a soqquadro nella sua bella civiltà acquisita, un abito che comincia a invecchiare. Se qui lo scarabeo riesce a svuotare il mondo delle sue certezze, non ci resta che un armistizio di convivenza tra il rapace e lo sporco ma lucido scarabeo.


Commenta...
Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog