Computers e privacy

 

Mi è capitato più di una volta, dopo aver parlato di qualche argomento in particolare, o dopo qualche affermazione ad alta voce, tra amici o in famiglia, di aver letto poi su Facebook o anche su una pagina web, durante una ricerca, immagini e argomenti di cui parlavo. Pensavo fosse capitato solo a me, ma consultandomi, tutti hanno affermato di aver fatto caso a questa specie di “magia”. Questo ci fa capire quanto la tecnologia ci controlli.


                                       


Sembra surreale ma è così. Gli aggeggi che, ostinatamente, continuiamo a portare in mano, senza     liberarcene mai, finanche in bagno, sono dei delatori. Spiano i gusti, le abitudini, gli argomenti di cui      parliamo, patologie, idee, stili di vita… Per non parlare del computer o più nelle nostre case. Sono spie concentrate su dettagli della nostra vita, rapportano su ogni cosa. Non facciamo altro che portarli a spasso nelle nostre vite manco fossero delle guardie del corpo e della mente. In un articolo del 1970 si legge che la Repubblica federale tedesca studiava, allora, un progetto per targare tutti i cittadini tedeschi, un metodo che riprendesse“ i loro dati personali, tutti i loro incontri (a qualsiasi titolo) con la pubblica amministrazione”. E prima ancora c’era la proposta di prendere le loro impronte digitali. La motivazione era di stanare la criminalità organizzata. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, erano già schedati tutti i dipendenti pubblici, i criminali, i militari, quelli delle imprese e quelli che avevano a che fare col fisco. Le registrazioni rilevavano anche le amicizie, le spese, le infedeltà,  tutto ai fini, a detta dello stato, di un controllo per l’effettiva veridicità della dichiarazione dei redditi. Grande altra schedatura quella dei dati forniti dalle banche. Tutto ciò emerse per caso discutendo in parlamento della vita privata dei cittadini e di come fosse invasa in nome del controllo fiscale e criminale. Il polverone sollecitò la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che portò a parlarne in un dibattito con 400 giuristi.

 La parola privacy fu coniata dagli inglesi per tenere a bada la vita privata da quella pubblica. La normativa, aggiornata il 4 maggio 2016, è diventata un paradosso: più è invocata, più manca. Una volta non si parlava apertamente di salute, religione e politica, oggi non sono più dei tabù.  Il tracciamento delle nostre ricerche online segna un percorso le cui notizie appartengono alla nostra sfera privata. Se per più di una volta incalziamo lo stesso argomento nelle ricerche online, riveliamo una nostra tendenza, abitudine o interesse. A cominciare dai giornali che seguiamo, gli argomenti, il tipo di pagina che cerchiamo. Siamo degli algoritmi da seguire, nient’altro. Anche la nostra intelligenza può essere calcolata dalle nostre scelte. Tutto si sa di noi mentre non si conosce chi usufruirà dei nostri dati e per quale motivo. Se poi per un po’di giorni ci allontaniamo dai social, arriveranno inviti di ogni sorta preoccupati della vostra mancanza in rete.

Ogni paese, fornito di tecnologia, ha dovuto fare i conti con la privacy, concetto oggi molto assottigliatosi nel suo valore. La stessa sicurezza sociale ha fatto sì che la necessità di mappare e conoscere ogni movimento del cittadino producesse il suo effetto contrario. Siamo talmente scontati che per la nostra unicità forse scatteranno altri tipi di conoscenze: dichiarare il neo in qualche parte nascosta del nostro corpo o quell’abitudine gretta o ancora un tic, una smorfia, un ricordo, un evento. In Italia nel 1970 si calcolavano 2300 computers funzionanti, 15mila in Europa, 51mila negli Stati Uniti. Il computer è un elaboratore dati che incamera e archivia, e mentre prima ogni cinque anni tutti i documenti erano bruciati per l’impossibilità di incamerarli, oggi che senso ha poter gestire tutti questi dati?  Tra l’altro immagazzinare ha un costo e ci possono essere abusi da parte di chi usufruisce delle informazioni.

Il tutto si riduce a una disponibilità di potere: quello di fornire informazioni illimitate, di calcolo e di previsione. Un potere nelle mani dei detentori dell’economia per consolidare quanto già hanno.

Non solo, ma questo potere potrà moltiplicarsi per quanti sono gli interessi per cui si usano. Già allora, nel 1970, si parlava del computer come strumento di controllo e di oppressione se il suo uso non sarà sorvegliato. Oggi, dopo 52 anni da quelle previsioni, si va ben oltre e già vediamo gli effetti  negativi che il computer genera. Non sempre abbiamo la visione chiara poiché siamo annebbiati dagli effetti positivi del suo uso che pure ci sono, ma a un costo veramente alto, quello di mettere nelle mani delle multinazionali la nostra privacy e la nostra libertà. Niente resta che sia esclusivamente nostro, anzi, da quando è nata a parola privacy non siamo più protetti nella sfera privata. Ogni azione produce da sé la privacy e puntualmente è travalicata.

Niger Calder, uno scrittore scientifico britannico (1931-1914), affermò che ”i paesi liberi non possono garantire che continueranno a essere liberi; e l’esistenza di potenti tecnologie politiche, come spionaggio privato e gli schedari elettronici, può ridurre la possibilità di rimanere tali”.

E ancora: ”Qualora esista una rete di calcolatori, che copra tutti i campi in ogni ufficio e in ogni casa, potrebbe essere semplicemente impossibile di smettere di usarla nel caso che salisse al potere un dittatore; e, naturalmente, il fatto stesso di non usarla sarebbe considerato come un sospetto…”

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Vicolo del mortaio

 

Leggo sempre con grande interesse i libri di Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. E’ uno dei massimi rappresentanti della letteratura araba di tutti i tempi e unico ad aver ricevuto il premio Nobel. Tra i suoi romanzi spicca Vicolo del mortaio del 1947, ambientato durante la seconda guerra mondiale sotto il dominio britannico. L’autore affascina sin dalle prime frasi, immettendoci in un’atmosfera esotica già con l’incipit, dieci righe per descrivere la strada che ci farà conoscere, quanto basta per incollarci alla storia.

Nel vicolo del mortaio, alle porte del Cairo, la grande metropoli egiziana e la più grande del mondo arabo, gli abitanti si conoscono tutti, si osservano, si spiano, s’incontrano e scontrano. Il luogo mostra un’apparente tranquillità dall’alba al tramonto ma dentro gli animi ci sono moti invisibili agli altri, passioni che si vivono in silenzio, angosce e dolori impenetrabili. Il cuore del vicolo è il Caffè Kirsha, che pullula di vita con i suoi avventori, soprattutto a notte tarda, quando diventa il posto per i nottambuli. Tutto qui si consuma tra l’oblio e l’indifferenza. Ed escono così, dalla penna delicata dell’autore, i personaggi. Tra i primi Kamil, il venditore di basbusa, dolce tipico di semolino, Abbas al- Helwn, il barbiere innamorato di Hamida, la ragazza più bella del quartiere; Kirsha, il proprietario del caffè tormentato dalla passione omosessuale che lo porta a scontrarsi frequentemente con la moglie; Bushi, il dentista imbroglione che non ha mai preso il titolo di studio ed esercita per esperienza, e ruba ai morti le dentiere d’oro per impiantarle ai vivi; Zaita, oscuro personaggio, che procura infermità a chi vuole dedicarsi a fare il mendicante. L’autore alterna con la sua lente d’ingrandimento la descrizione dei personaggi e la loro vita con gradualità e tatto, con fare preciso e armonico. Mahfuz passa da una finestra a una bottega, da un uscio a una strada ponendosi a osservatore che rileva ma non giudica i vizi e le virtù dei personaggi. Il vero protagonista è il vicolo, un luogo tranquillo e sicuro che tiene al riparo i suoi abitanti dal feroce frastuono della città e in cui tutto accade e nulla trapela. Lo stile, come dice Harold Bloom, il più grande critico letterario americano, è ciò che contraddistingue un autore e talvolta diventa più importante della trama. Lo stile di Mafhuz è avvolgente, le parole scelte accuratamente, dialoghi e narrazione ben dosati. La sua partecipazione alla vita dei personaggi si avverte in tratti d’ironia e distacco senza mai penetrare nel giudizio, nel castigo o avversione. Tutti i personaggi sono trattati con lo stesso interesse e passione e mai l’autore prevarica mettendosi al loro posto. Il romanzo sembra uscito da “Le mille e una notte” e l’autore, proprio come Sharazade, incanta il lettore che non si sazia mai e aspetta il seguito sia esso scontato o inaspettato. L’atmosfera è di una storia infinita racchiusa in un realismo quanto mai tangibile. Il vicolo è un microcosmo che non manca di nulla e, tutto ciò che in esso accade, dà la misura di quanto avviene nell’animo umano. Si alternano sentimenti, decisioni, strategie, vendette. Nessuno è felice della sua sorte e si adopera per cambiarla. Così per Hamida, ragazza bellissima e ambiziosa che non si accontenta della povertà in cui vive e cerca con tutte le sue forze di uscirne. La vita di ciascuno è spinta dalle aspettative su cui si modellano il ritmo e le attese dei personaggi. Il vicolo è un mondo racchiuso in sé, con le sue leggi, usanze e tradizioni, ma basta uscirne per entrare nel vortice più chiassoso della metropoli. Nel suo ventre gli abitanti restano al sicuro pur odiandolo. Ma fuori di lì prevale il pericolo, c’è un mondo troppo grande per loro. L’autore ha interesse per la vita di tutti i giorni dei singoli personaggi, ed è in quella quotidianità che riesce a tirar fuori l’indicibile di ognuno. Nel placido vicolo scorrono le leggi di vita: di mattina si piange ma di sera già si sghignazza. A pagina 116,  Zaita, il personaggio che vive procurando infermità, dichiara: “Ognuno di noi viene al mondo come un re, ma poi la malasorte ne fa quello che vuole. Ed è giusto che la vita ci inganni, altrimenti, se sapessimo subito ciò che ci aspetta, rifiuteremmo di nascere!”

La lezione di Mahfuz  è che la vita, a volte, è un grosso abbaglio, l’amore non ripaga mai come dovrebbe, e alcune debolezze del cuore non sono altro che inganni, come la generosità e l’ingenuità. “Destino dell’uomo è essere scordato e del cuore venire trasformato”, afferma il maestro d’inglese Shaykh Darwish, un altro personaggio, alla fine del romanzo.

E una volta chiuso il libro viene voglia di rileggerlo per lo stato d’animo che lascia allo scorrere delle pagine. I personaggi restano nella mente con le loro dinamiche, le conquiste o l’ineluttabile fine cui vanno incontro.

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Atmosfere di una volta

 Qualche giorno fa a scuola, durante la mensa, un’alunna ha cominciato a sminuzzare la buccia del mandarino per poi costruire un personaggio sulla tovaglietta bianca. A ruota anche gli altri. Mentre si spandeva un profumo per l’aula, ho cominciato a raccontare cosa ci facevamo noi, una volta, con le bucce dei mandarini.  Raccolti intorno a un tavolo, davanti alle cartelle della tombola, tutti avevamo le mani piene per giocare nelle feste di Natale. I ragazzi mi ascoltavano attenti ma con difficoltà: non avevano alcun ricordo simile. Intanto narravo del contenitore scosso energicamente per avere il numero vincente. Anche chi non sopportava il gioco della tombola si fermava con gli altri attorno al tavolo. Non era solo il desiderio di giocare a trattenerci, quanto il calore dello stare insieme che accadeva di rado e soprattutto durante le feste. Tra un giro e l’altro arrivavano, sotto i nostri occhi, le zeppole all’anice e miele e poi gli struffoli, come chiedeva la tradizione. Bastava il profumo dei dolci a caricare ancora di più la voglia di giocare. Tra un assaggio e l’altro si sentiva la voce di turno che strillava: il morto che parla, l’Italia... C’erano i familiari, gli amici, le persone che frequentavano la casa, i vicini. La maggior parte dei ragazzi di oggi non conosce le tradizioni del Natale, non sa che le bucce di mandarino andavano nel fuoco per profumare l’aria, che le zeppole e gli struffoli erano pronti già per l’Immacolata, che in questo periodo inizia la novena alla Madonna, che i paramenti sacri in chiesa cambiano colore in base ai giorni di festa. Molti ragazzini stentano a fare anche il segno della croce , altri non conoscono il nome del Papa, e il significato della parola parroco, o il sacramento della cresima. Quando ho raccontato ciò che facevamo noi adulti di oggi, raccolti intorno a un tavolo, non sapevano nemmeno che esistesse il gioco della tombola. Come spiegare che, finiti i pezzettini di mandarino, si continuava con i fagioli, che ad ogni pie’ sospinto rotolavano giù e bisognava raccoglierli subito per posizionarli sulle cartelle; che c’era quello che barava appena ne aveva l’opportunità, della confusione che si creava dopo la vincita per suddividere il denaro. Mentre rivivevo le scene, sentivo ancora il suono delle monete, una sull’altra a formare una lunga pila al centro del tavolo, che tutti guardavano con avidità.




Verso la fine della tombolata, si stava in silenzio in attesa di capire chi fosse il fortunato della vincita. Subito dopo partivano gli sfottò per il vincitore, colpevole di aver ripulito il tavolo. Il gioco si fermava, poi, per una pausa dolciaria di castagne, susamielli, noci, nocciole, tortanetti, cucchiaiate di struffoli grondanti di miele e confettini con scorzette di frutti canditi. C’era sempre da sgranocchiare qualche cantuccino, un biscotto, un torroncino. Le cucine di allora erano ampie, intorno stufe a legna, profumo di alloro sparso sulle zeppole, di zucchero sciolto, di liquori. Le gote dei bambini erano rosse così quelle degli anziani che combattevano il freddo con bicchieri e bicchierini di vino o liquore. C’era sempre qualcuno fuori dal coro che chiedeva una crema caffè o con l’anice, magari lo zio in trasferta per le feste natalizie, il papà che aveva esagerato a pranzo. E tra una ciambella e uno struffolo partiva il racconto di un fatto con puntatina fuori a ritemprarsi. I vetri della stanza dove si giocava erano sempre appannati e il vapore acqueo sulle vetrate faceva staccare ora Babbo Natale di ovatta, ora l’alberello di stoffa o la befanuccia infreddolita. Si era tutti lì. Si scherzava, si rideva, si ripeteva la Smorfia:72, la meraviglia, 23, lo scemo, 77, il diavolo, 87, la vecchia, 90, la paura… C’era chi aspettava il commento al numero più della vincita, di bere un bicchierino con gli altri, raccontarsi e ascoltare gli altri. La tombola al centro del tavolo era un richiamo favoloso. Il fuoco ardeva nella fornace e fuori poteva esserci la bufera o la tormenta, nemmeno ce ne accorgevamo tanto era il calore dentro.  A volte il vento passava sotto le fessure delle porte giungendo come pugnali ai piedi, ma subito il calore del fuoco cacciava via quella ventata arrivata all’improvviso. Oggi è un po’ difficile se non anacronistico vivere qualcosa del genere in tempo di Covid. Ma esiste anche il virus della diffidenza, del mollare le tradizioni soppiantate dalle novità, ciò che può sembrare fuori moda. Il virus sembra una macchina da guerra che controlla i nostri avvicinamenti e li classifica. Sembra che dica di soffocare i nostri slanci, l’entusiasmo, l’incontro. Tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo propone il computer che ci immette in realtà virtuali con stanze per ogni bisogno. Ma con la freddezza della tecnologia cadono le emozioni, fatte di scoperte, curiosità, partecipazione. Non ci sono più certe atmosfere di una volta. Tutto scorre tra le braccia del consumismo che ci impone cosa, come, quanto e quando comprare. Quando ho spiegato che il giorno dopo la casa era ancora sotto l’assedio dei fagioli e delle bucce che venivano fuori dai posti più reconditi della casa, c’è stato uno scoppio di risa. Ho raccontato che una volta per inseguire un fagiolo avventuratosi sotto il divano, sono finita col dito su un ferro pungendomi con il sangue che defluiva come un torrente. Allora bandimmo i fagioli ai quali davamo la caccia per lungo tempo. Ma due giorni dopo la busta dei fagioli era di nuovo sul tavolo, al centro, come un ospite di riguardo. E mentre il nonno inforcava gli occhiali per leggere i numeri e posizionarli sul tabellone, già le mani affondavano nella busta per una manciata di legumi da tenere stretti per la giocata, mentre i bambini preferivano le bucce forse per le spruzzate di aroma inconfondibile  che davano. Qualcuno usava anche le molliche di pane o piccoli bottoni di madreperla rotti. Si poteva barare benissimo: bastava far rotolare i fagioli, spostare la buccia o far scivolare il bottone velocemente verso il numero appena pronunciato. E giocare diventava l’arte dello stare insieme. Quelle calde sere non sono più tornate, restano scene di un film che ciascuno rivede tra i ricordi. Anche i cani abbaiavano quando qualcuno vinceva: raggiungevano il vincitore girandoci intorno e scodinzolando. E non mancava l’arrivo di Fra’Cosimo, che trovandoci in un consesso così raccolto, ci invitava subito a pregare con la benedizione finale. Solo dopo onorava la padrona di casa assaggiando zeppole e struffoli.


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Il ragazzo venuto dal mare

                                   


E' stata una bella avventura durata circa tre anni scrivere il mio nuovo romanzo, Il ragazzo venuto dal mare, edito da LFA Publisher. L'idea c'era da tempo ma sono state le occasioni a offrirmi l'opportunità di dare vita all'ispirazione.

E' una storia di accoglienza in un paese del Sud dove i personaggi hanno volti e storie che ho conosciuto, visto, approfondito. Tutto inizia con un fatto di cronaca che colpisce una comunità intera ma l'attenzione è sempre puntata sul protagonista, con le sue scelte e la fatica di crescere. 

Scrivere questo romanzo non è stato facile, la sua complessità ha reso necessario conoscere a fondo i fatti e i risvolti. Ci sono i colori delle terre, del mare, di un continente, del Sud.

I personaggi viaggiano ancora nella testa, siamo stati insieme per molto tempo. Ora sembra non siano mai appartenuti a me, ma come ospiti vengono a trovarmi di tanto in tanto. Ancora mi pongo domande su ciò che hanno compiuto, sulla loro vita, su quello che mi hanno insegnato.

E proprio vero che una volta terminato il romanzo, ciò che è stato creato non è più dell'autore, quasi mi sento un'estranea  al loro cospetto.

Devo ringraziare tutti coloro che, inconsapevolmente, mi hanno fornito motivi e situazioni per scrivere questo romanzo.

https://www.ibs.it/ragazzo-venuto-dal-mare-libro-filomena-baratto/e/9788833433608


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L'ira


A tutti capita di adirarsi qualche volta ed entro certi limiti l’ira è un’emozione che scuote. Quando, però, si presenta con una reazione eccessiva e smodata, scade in un atteggiamento reprensibile e di grande maleducazione. Gli effetti nocivi dell’ira ledono chi la prova e quelli che gli sono accanto. I fatti scatenanti vanno da motivi futili ad altri più seri, in base alla sensibilità e alla capacità reattiva dell’interessato. Diventa  una maschera con cui ci difendiamo dai soprusi, dalle delusioni, dalle invadenze altrui.

Chi è avvezzo ad arrabbiarsi crede che l’ira sia un aspetto coraggioso del carattere. L’adirato mostra un volto teso, privo di sorriso, la pelle rugosa, la bocca serrata, gli occhi sbarrati, sempre a caccia di fatti che avvalorino le sue ragioni.  E’ poi convinto di essere attento alla vita, capace di gestire i problemi, di non lasciare nulla al caso e di sbrogliare le situazioni. Intanto chi gli vive accanto subisce uno stile di vita non suo, che vorrebbe ricusare ma è costretto a resistergli per non lasciarsi sopraffare. Ma da dove nasce questa collera inamovibile che col tempo si consolida sempre più? Oltre a una disposizione del carattere, è possibile che la persona spesso arrabbiata abbia subito un torto pesante e scarichi la sua implosione mostrando ora i denti. Per carattere è diffidente, talvolta malpensante che vive una vita lontana da quella che vorrebbe. Si pone in una perenne sospensione, in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare. Le delusioni, i malumori, le cattiverie ricevute la fanno sostare in uno stato di disagio  perenne.  Soffre e fa soffrire. Come convivere con l’arrabbiato cronico? Intanto è importante il dialogo, un modo per incontrarsi anche quando sembra impossibile. E poi dargli ascolto. Mai insistere o accentuare un diverbio, trascendere fino a sfociare in qualcosa di ingestibile. Fermarsi prima e non dopo. La rabbia, in un primo momento, porta a scuotersi, a muoversi. In letteratura un grande poema come l’Iliade nasce con l’ira di Achille: “Cantami o diva del pelide Achille l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei”. Sant’Agostino dice che ogni peccato è volontario, ma l’ira non è volontaria, in quanto l’irato agisce con tristezza che è un sentimento che accade contro la nostra volontà. E ancora afferma nella “Città di Dio”che “l’ira è un ribollire del sangue intorno al cuore. Per Ugo da San Vittore “l’ira arreca un danno maggiore dell’invidia, un sentimento che ci toglie il prossimo, mentre l’ira ci toglie noi stessi”.

Nella sua Summa Theologiae San Tommaso afferma che essa sorge perchè qualcuno pensa a torto o a ragione che sia avvenuta un’ingiustizia, mentre se qualcuno pensa di aver subito un danno giustamente non si adira, semmai odia e si rattrista. Interagendo con l’irato pensiamo al motivo della sua tristezza più che alla sua maleducazione. Ciò che di positivo fornisce l’ira è che ci fa mettere a fuoco i fatti. Diventa deleteria se ci lascia in uno stato di scontentezza perenne per cui non apprezziamo più ciò che di buono facciamo. Può sfociare, poi, nell’arroganza come il personaggio di Filippo Adimari, detto Argenti, nel V cerchio dell’Inferno della Divina Commedia dove ci sono iracondi e accidiosi. I primi si azzuffano, si saltano addosso e si mordono. Lo stesso Argenti si morde le mani e cerca di rovesciare la barca, su cui viaggiano Dante e Virgilio, traghettata da Flegias nella palude Stigia. Dante, gli manifesta tutta la sua avversione per il fatto che, quando era in vita, Filippo Argenti lo aveva schiaffeggiato.

 Si dovrebbe aver la forza di tradurre la rabbia in parole per farla sfumare e non chiuderla dentro. D’altra parte essa non porta a niente di buono. Ogni azione necessita di lucidità e serenità altrimenti è destinata a fallire.

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Conversazioni mattutine

 

Spesso, di mattina, passo a prendere una collega con la quale vado a scuola. Siamo amiche di lunga data. Ricordo la prima volta che ci siamo incontrate, al collegio dei docenti, nella scuola dove ancora oggi ci troviamo. Una nostra comune amica mi parlò di lei descrivendola una persona unica e lo stesso fece con lei, parlandole di me. Quando incrociammo lo sguardo, alla fine dell’incontro, avemmo la sensazione di conoscerci già. La nostra comune collega ci aveva descritte in modo così preciso che ci salutammo come due vecchie amiche che non si vedevano da un bel po’.

E’ una donna pratica, essenziale, semplice, vera, con un cuore bambino e una chiarezza di pensiero che disarma. Ci lega una stima reciproca, la capacità di capirci al volo e una sensibilità, di entrambe, notevole. La sua umiltà la rende un esempio per tutti noi che le giriamo intorno. Di carattere è allegra e disinvolta in ogni situazione, ligia al dovere e precisa.

Incontrarci di mattina, andando a scuola, è un bel pretesto per fare quattro chiacchiere.  Mi pone continue domande, pensando che io abbia una risposta per tutto. Conversiamo per circa un quarto d’ora, che pare un tempo insignificante ma le domande, gli argomenti e la ricerca di risposte, rende questo momento molto interessante. Appena sale in macchina parte la sua prima osservazione. E’ diventata la mia "pungolatrice" e tutto quello che diciamo mi resta in mente per diversi giorni. Stamattina ero con la radio accesa ad ascoltare Feel di Robbie Williams quando lei, aprendo la portiera e affacciandosi, mi ha chiesto a cosa fosse dovuta la mia allegria. Poi da sola ha risposto che di mattina tutti siamo allegri. Ma io le ho fatto notare che l’allegria può nascondere altri stati d’animo. D’accordo con me ha aggiunto: “Ciò che si vede non è come sembra, le luci emergono dalle ombre”.

“E allora spiegami” ha attaccato, “perchè, quando sembra di avere la vita in mano, con tutta l’esperienza accumulata, tanto da poter ricominciare, mettendo in atto quello che abbiamo imparato, dobbiamo invece fare la valigia e partire. E qui mi è piaciuta la metafora della partenza. Le ho risposto che la vita è un mistero e le esperienze individuali non sono la “summa” di tutte le esperienze possibili. Per quanto la conoscenza ci renda preparati, potranno esserci sempre nuove situazioni a coglierci di sorpresa. Quindi la nostra vita non è comprensiva di tutto ciò che potrebbe accaderci o potremmo vivere. Sembra quasi soddisfatta della risposta ma subito mi lancia una nuova sfida chiedendomi  perchè nella non riusciamo mai a comprenderci del tutto, siamo diffidenti, individualisti, poco empatici. Le rispondo che ognuno nasconde un fondo insondabile forse anche a se stesso. Pertanto i nostri rapporti saranno sempre precari poichè soggetti ai cambiamenti di ognuno, alle situazioni e agli avvenimenti. Quindi l’amicizia, la vita di coppia sono relazioni in continuo mutamento. La conversazione, a questo punto, diventa interessante e noi, sedute in macchina nel parcheggio della scuola, dove nel frattempo siamo arrivate, cerchiamo di consumare gli ultimi 5 minuti in sagge conclusioni prima di andare a chiuderci nelle rispettive aule. Le altre colleghe ci guardano scendendo dalle auto. Non sanno delle nostre disquisizioni, pensano a normali pettegolezzi. Ma non è il nostro caso. A questo punto mi chiede il motivo delle incomprensioni in qualsiasi tipo di rapporto. La risposta ce la siamo data insieme affermando che la vita è un intreccio tra il bene e il male, con un confine impercettibile. E di seguito il motivo per cui ci priviamo di vivere per mancanza di tempo, presi dal lavoro e da tutto ciò che ci tiene prigionieri ogni giorno. Ci troviamo poi d’accordo sul discorso di dover trovare il tempo per stare accanto alle persone amate, siano essi figli, amici, parenti, invece di correre nelle nostre giornate multitasking.

“Ma dove corriamo?”mi ha chiesto. Le ho risposto che nel tempo è cresciuta l’esigenza di lavorare, di avere un’autonomia economica, perchè il lavoro ci gratifica, ci fa sentire utili e indispensabili. L’amore di per sè è gratis e, pur impegnandoci moltissimo, sembra sia invisibile anche agli occhi di chi amiamo. Esso  necessita di dedizione, é facilmente attaccabile e, se finisce, ci deprime. Il denaro ci fa progredire e ci dà potere. I sentimenti, di contro, ci indeboliscono e ci rendono succubi, dipendenti. E tuffarsi nel lavoro, vuoi per necessità, vuoi per  compensare, diventa un diversivo catartico. Ecco perchè ci lasciamo inglobare dalla fatica con la quale giustifichiamo ogni altra nostra mancanza. Al lavoro non diciamo di no, mentre possiamo sacrificare i rapporti in suo nome. Una volta l’amore scusava tutto, oggi si vive per lavorare e non più per vivere. Ha definito quest’ultima una bella riflessione. Saremmo rimaste a chiacchierare per ore, dimenticandoci anche del telefono al quale oggi diamo più tempo che alle persone. Ed è proprio il breve intervallo a disposizione che sollecita risposte rapide e valide. Solo quando ci apprestiamo a entrare nell’atrio della scuola, abbiamo cominciato a parlare di orari, di alunni, di riunioni. Ma ciò che avevamo sciorinato in macchina era ancora nella testa. Un bel confronto mattutino!

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Vivere fino all'ultimo respiro



Scegliere di morire deliberatamente è un gesto estremo che lascia sgomenti. Per metterlo in atto richiede una volontà e una forza. Il Cristianesimo condanna il suicidio con il quinto comandamento: non uccidere. San Tommaso d’Aquino ne spiega le motivazioni: si pecca contro se stessi, contro la società e contro Dio. La religione e la legge non bastano, però, a evitarlo. Il suicida attraversa un tormento interiore cui non sa dare una risposta. Ci vorrebbe una forza contrastante pari a quella che l’ha provocato per evitarlo. Un amore finito, un dolore inconsolabile, una sconfitta non accettata, un male fisico che divora le forze e l’animo possono diventare promotori di azioni nefaste. Una debolezza mentale che fa sragionare porta agli stessi esiti. E’ proprio la perdita di senno, in preda alla disperazione, a dettare il gesto. Non sempre ci si accorge dei mali che affliggono gli altri, anzi, di solito, si tende ad allontanare le persone deboli. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele definisce il suicidio come un’offesa nei confronti degli altri. E se da una parte i Greci lo tenevano in pessima considerazione, dall’altra lasciavano all’individuo decidere della propria vita. Il primo suicidio avviene in Sofocle con l’Edipo re, dove Epicasta, madre e moglie del re, si toglie la vita per non sopportare l’avvenuto incesto. La tragedia di Sofocle gravita intorno a “un uomo eroico nella sua essenza d’infelicità”. L’uomo, nella sventura, mantiene intatta la nobiltà.

 

I Romani davano al suicidio una veste d’onore, un modo coraggioso di finire la vita soprattutto quando era in gioco la propria virtus. Dante, nel tredicesimo canto della Divina Commedia, pone i suicidi nel settimo girone dell’Inferno. Sono anime imprigionate negli alberi per aver lasciato violentemente il proprio corpo. Le Arpie che si nutrono delle piante, strappando i rami degli alberi, procurano sofferenza ai dannati che si lasciano andare a lamenti e parole: “Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietà alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi”. Shakespeare infligge questa pena a molti dei suoi personaggi, grandi e piccoli delle sue tragedie come extrema ratio a una solitudine indicibile. Così per Otello, Macbeth, Ofelia, Marco Antonio, Bruto, Giulietta, Romeo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, romanzo epistolare pubblicato nel 1801, il protagonista, nelle missive all’amico Lorenzo Alderani, parla del suo amore impossibile per Teresa che è andata in sposa a Odoardo e della delusione per il trattato di Campoformio nel 1799, con cui Napoleone cede Venezia all’Austria. Jacopo è spinto verso la morte da una tensione distruttiva che lo conduce alla rottura di ogni rapporto col mondo. Già prima, nel 1774, Goethe aveva dato alle stampe il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther in cui il protagonista si toglie la vita per amore di Lotte, la sua Charlotte che è promessa ad Albert, quanto basta per scatenare la gelosia di Werther. Qui non c’è riferimento politico ma la delusione amorosa porta alla tragedia. Il libro ebbe ripercussioni notevoli con un aumento di suicidi in quel periodo tanto da ritenere il testo pericoloso. L’autore cercò di arginare il fenomeno apponendo un’avvertenza «Sii uomo e non seguire il mio esempio». Aggiunse anche una nota dove si affermava che il protagonista soffriva di depressione. La letteratura segue i suoi canoni, la realtà, le tempeste della vita. E non basta approfondire clinicamente con un’anamnesi del soggetto per prevenire le mosse di un presunto suicida. Così come le sue fragilità possono presentarsi impercettibili e silenziose con momenti d'isolamento senza che gli altri se ne accorgano. Ci sono poi implicazioni caratteriali, culturali, di storia familiare che sono imprescindibili per definire il caso. Anche una conoscenza approfondita dell’ambiente intorno, delle persone e dei loro atteggiamenti, con le loro azioni e reazioni può indurre la persona debole a simulare gli avvenimenti che succederanno e, non sopportandolo, finire nel vortice della propria fine. Il sociologo francese Emile Durkheim afferma che l’insieme dei suicidi, verificatosi in una data società e in un determinato arco di tempo, non sia una semplice somma di unità indipendenti, bensì un fatto sui generis, con una propria natura essenzialmente sociale, indipendente dalle decisioni individuali delle persone che si suicidano: «ogni società è predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie» Sono tre per il sociologo i tipi di suicidi: quello altruistico quando l’individuo antepone regole, valori morali e gruppo di appartenenza alla sua esistenza; anomico quando la società non può offrire norme morali coerenti e ben strutturate nei periodi di crisi e cambiamenti sociali; egoistico quando l’Io prevale sulla società per una debole integrazione. E’ stato dimostrato, da un rapporto dell’OMS, che le persone che si sono suicidate si erano rivolte, nelle settimane precedenti al gesto, al proprio medico o ai servizi. E’ questo il momento in cui agire e dare alla persona che si sente senza speranza il sostegno di cui necessita. Già il fatto di condividere le proprie idee riduce l’ansia e favorisce la possibilità di trovare una soluzione. Chi sta intorno alla persona ha la responsabilità di agire e trovare il tempo dell’ascolto, indispensabile come quello di raccontarsi per liberarsi dalle tensioni. Dare ascolto e riceverlo sono due momenti fondamentali in ogni relazione. “E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare - afferma Plutarco nella sua opera L’arte di ascoltare. - Molti sbagliano perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare”. Il neuropsichiatra Eugenio Borgna afferma che per tanto tempo si è relegato il suicidio nella follia, come non volendo saperne nulla, come negandone ogni senso. Non tutti i suicidi, dice Borgna, sono riconducibili a malattia mentale. Piuttosto a una strutturale mancanza di speranza, non conosciuta, non incontrata in famiglia, a scuola, tra gli amici. Speranza che non è da confondere con un ottimismo, che potrebbe anche essere vano. Speranza, disse Kierkegaard, è “passione del possibile”, apertura a un futuro che non conosciamo e spesso indipendente da noi. Ma la speranza per Eugenio Borgna è anche un dovere verso l’altro, in una dimensione necessariamente di comunione: «Abbiamo l’obbligo morale di non lasciar morire la speranza in noi per farla rinascere in chi l’abbia perduta, e in questo senso la speranza ha un valore rivoluzionario: ci inquieta, ci libera da pregiudizi che non ci consentono di cogliere la realtà nella sua spontaneità e nella sua ricchezza umana».

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