La stanza fredda



                                                     Picasso, Donna accovacciata, 1902


 Una stanza fredda

di parole calde da bocche informate,

presenti attenti, con gli occhi puntati

ma dentro un vuoto

come se fosse un posto sbagliato.

Un tempo il sorriso non bastava

a esprimere quel che si provava

lo dicevano gli occhi  a tutta la stanza.

A ogni estate, l'inverno,

e ci si ritrova soli.

Né più gli occhi puntati addosso, 

né parole ad personam

né il tempo di sentirselo dire

che tutto scoppia,

eppur non sembra una guerra.

Basta poco a morire.

 A volte sono le parole,

a volte i silenzi, altre, l'indifferenza.

E si continua a credere di essere innocenti,

che l'immobilità non faccia danni.

Se ciascuno sapesse ciò che procura agli altri,

non basterebbe il tempo rimasto 

per rimediare.


L'Odissea: il poema che continua a parlarci

 


Ultimamente si parla molto dell'Odissea di Christopher Nolan, un film intenso e ambizioso che ha suscitato apprezzamenti e critiche. Tutti parlano del film, ma io amo l'Odissea e voglio parlare di quella attribuita a Omero. È il poema di Odisseo, conosciuto nella tradizione latina come Ulisse. Un'opera composta da 12.007 esametri, suddivisi dai grammatici alessandrini in 24 canti, la cui redazione scritta viene generalmente collocata intorno al 720 a.C., pur affondando le proprie radici in una tradizione orale molto più antica. Il nome Odisseo è stato interpretato come "colui che odia" o, secondo un'altra lettura, "colui che è odiato", un'etimologia che ben si accorda con il destino tormentato dell'eroe.

Nel I secolo d.C. alcuni critici ritenevano l'Odissea inferiore all'Eneide e sostenevano che fosse stata composta nella vecchiaia di Omero, quando il poeta avrebbe ormai perduto parte della sua forza creativa. Si tratta però di un giudizio che la critica moderna non condivide.

I critici di oggi non sono d'accordo con questa affermazione, anzi l'opera è molto più vicina a noi  di quanto non lo fosse l'Iliade. Nel corso del tempo Ulisse è diventato quasi l'eroe moderno. E' una figura complessa e irrequieta che potremmo chiudere nell'affermazione di "un uomo dalle grandi sofferenze" e "dalle molte astuzie".

Odisseo esplora luoghi, si avventura in viaggi, a contatto con gente diversa. Il suo è un atteggiamento completamente opposto ai guerrieri dell'Iliade, mosso da maggiore prudenza al cospetto di uomini e situazioni. A lui non basta il valore per ripararsi dalla stoltezza del mondo. Mostri, forza del mare, situazioni avverse mettono a dura prova la sua serentà e la sua stessa vita. Ed è questo il motivo per cui sviluppa una scaltrezza fuori dal comune, tale da renderlo l'eroe astuto per antonomasia. Ce ne aveva dato prova già nell'Iliade con l'inganno del cavallo.

Rispetto all'Iliade l'Odissea non ha la sua stessa forza espressiva ma si presenta con momenti e sfumature più affini al pensiero del nostro tempo.

È ricca di personaggi, mostri, donne e situazioni che per la prima volta vengono affrontati. L'Odissea è chiamata anche il poema del ritorno, quello a Itaca, e della vendetta, nei confronti dei proci. Rispetto all'Iliade, dove la civiltà micenea resta un po' in seconda linea, qui abbiamo la testimonianza della condizione sociale prima della formazione della Polis. Altra differenza tra l'Iliade e l'Odissea è che mentre nella prima si parte da un tema ben preciso, l'ira di Achille, nella seconda abbiamo più di un nucleo tematico.

La storia di Odisseo assume le caratteristiche di una storia romanzata costituendo, in assoluto, il primo testo narrativo avventuroso all'interno della letteratura europea.

L'opera si snoda in tre punti: le avventure di Odisseo, le mosse di Telemaco e la vendetta.

All'inizio, dopo il Prologo, succedono quattro capitoli cosiddetti della "Telemachia", appunto su Telemaco, figlio di Odisseo che va alla ricerca del padre.

La storia è narrata dallo stesso Odisseo in flashback con il ritorno in patria nei canti IX-XII che racchiudono i racconti dell'eroe alla corte dei Feaci.

Segue la parte dedicata alla vendetta e alla riconquista del regno, che occupa i canti XVII-XXIV.

Il momento più intenso del poema è quando l'eroe deve confrontarsi col mondo, con l'altro, al di fuori della sua cerchia. Qui l'eroe è solo, dopo il peso della scoperta, conoscenza, ricade su se stesso.

È l'uomo solo a sperimentare, errare, escogitare, sopravvivere, lontano dalla sua casa, dalla sua vita familiare. Durante le sue peregrinazioni viene a contatto con le massime autorità divine e gli infimi, gli uomini vicini alle bestie(Ciclopi, Lestrigoni, Lotofagi).

Canto I – Nell'assemblea degli dèi, Atena chiede a Zeus di permettere il ritorno di Odisseo, ancora trattenuto dalla ninfa Calipso sull'isola di Ogigia. Zeus accoglie la richiesta e invia Ermes da Calipso affinché lasci partire l'eroe. Intanto Atena, sotto mentite spoglie, si reca a Itaca per incoraggiare Telemaco a cercare notizie del padre e a reagire alla presenza dei pretendenti, che da anni occupano la reggia consumando le ricchezze della casa di Odisseo.

Canto II – Telemaco convoca l'assemblea degli abitanti di Itaca e denuncia la prepotenza dei pretendenti, che continuano a consumare le ricchezze della sua casa. Con l'aiuto di Atena, decide di partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo. Organizza quindi di nascosto una nave e si prepara al viaggio verso Pilo e Sparta, alla ricerca di informazioni sul destino dell'eroe.

Canto III – Telemaco giunge a Pilo, dove viene accolto con grande ospitalità da Nestore, il saggio re dei Pili e uno degli eroi della guerra di Troia. Nestore racconta le vicende del ritorno degli Achei dopo la guerra e ricorda le qualità di Odisseo, ma non sa fornire notizie sulla sua sorte. Suggerisce quindi a Telemaco di recarsi a Sparta presso Menelao, che potrebbe avere informazioni sul padre.

Canto IV-  Telemaco riprende il viaggio accompagnato dal figlio di Nestore. Giunge a Sparta dove è ospite di Menelao e sua moglie Elena. Menelao prende occasione per raccontare le imprese di Odisseo a Troia, soprattutto del cavallo, e dell'astuzia  escogitata da Odisseo. Poi Menelao parla del suo viaggio di ritorno durante il quale apprende da Proteo, demone marino, che Odisseo è trattenuto da Calipso su un'isola. Intanto a Itaca i pretendenti insorgono decidendo di eliminare Telemaco al suo ritorno a casa.

Canto V- Zeus, sotto consiglio di Atena, invia  Ermes dalla ninfa Calipso per intimarle di lasciar partire Odisseo. La ninfa, seppure dispiaciuta, aiuta Odisseo a costruire una zattera. In viaggio, quando era quasi in prossimità dell'isola dei Feaci, Poseidone, arrabbiato a morte con Odisseo per avergli accecato il figlio Polifemo, gli scaglia contro una tempesta. Odisseo si salva grazie a Leucotea, divinità marina, che gli concede di raggiungere la riva.

Canto VI – Naufragato sulle coste della Scheria, l'isola dei Feaci, Odisseo incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo. La giovane, ispirata da Atena, lo accoglie con gentilezza, gli offre cibo e vesti e gli indica la strada per raggiungere il palazzo del padre, dove potrà chiedere aiuto per fare ritorno a Itaca. 

Canto VII – Odisseo giunge al palazzo del re Alcinoo e della regina Arete, dove viene accolto secondo le sacre leggi dell'ospitalità. Pur evitando di rivelare il proprio nome, racconta le sofferenze del suo viaggio e chiede ai Feaci di aiutarlo a fare ritorno in patria.

Canto VIII – Durante un banchetto alla corte dei Feaci, l'aedo Demodoco canta le vicende della guerra di Troia e, in particolare, l'episodio del cavallo di legno. Odisseo, ascoltando il racconto delle proprie imprese, non riesce a trattenere le lacrime. Il re Alcinoo, colpito dalla sua commozione, lo invita a rivelare finalmente il proprio nome e a raccontare le vicende che lo hanno condotto fin lì.

Canto IX- Odisseo inizia il racconto delle sue avventure. Dopo aver saccheggiato la città dei Ciconi e aver incontrato i Lotofagi, i cui frutti fanno dimenticare la patria, approda nell'isola dei Ciclopi. Qui lui e i suoi compagni vengono imprigionati da Polifemo. Grazie a uno stratagemma, Odisseo lo ubriaca, gli rivela di chiamarsi "Nessuno", lo acceca e riesce a fuggire nascosto sotto il ventre degli arieti. Allontanandosi, però, rivela il proprio nome al ciclope, che invoca la vendetta del padre Poseidone, dando origine alle future sciagure del viaggio.

Canto X- Odisseo approda sull'isola di Eolo, signore dei venti, che gli dona un otre nel quale sono racchiusi i venti contrari, così da favorire il suo ritorno verso Itaca. Durante la navigazione, però, i compagni, credendo che nell'otre siano nascosti dei tesori, lo aprono e liberano i venti, provocando una terribile tempesta che li respinge lontano dalla patria. Giunti presso la terra dei Lestrigoni, giganti cannibali, subiscono un nuovo attacco: tutte le navi vengono distrutte e solo quella di Odisseo riesce a salvarsi. Successivamente approdano sull'isola della maga Circe, che trasforma i compagni dell'eroe in porci. Grazie all'aiuto di Ermes, che gli consegna un'erba protettrice, Odisseo riesce a resistere alla magia della dea e la convince a restituire ai compagni sembianze umane.

Canto XI – Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo giunge ai confini del mondo e scende nel regno dei morti per interrogare l'indovino Tiresia e conoscere il destino del suo viaggio. Tiresia gli predice le difficoltà che dovrà affrontare e gli rivela che potrà tornare a Itaca solo se rispetterà i buoi sacri del dio Sole. Odisseo incontra poi la madre Anticlea, dalla quale apprende le sofferenze della famiglia durante la sua lunga assenza, e numerosi eroi del passato, tra cui Achille, Agamennone e Aiace. Il dialogo con Achille è particolarmente significativo: l'eroe della guerra di Troia confessa di preferire una vita umile tra i vivi piuttosto che il prestigio e la gloria nel regno dei morti.

Canto XII – Lasciata l'isola di Circe, Odisseo e i compagni affrontano nuove prove. Per superare il pericolo delle Sirene, il cui canto ammalia i marinai conducendoli alla morte, Odisseo tappa le orecchie dei compagni con la cera e si fa legare all'albero maestro della nave, così da poter ascoltare il loro canto senza cedere alla tentazione. Successivamente affronta lo stretto dominato da Scilla e Cariddi: Scilla riesce a divorare alcuni compagni, mentre la nave supera il vortice di Cariddi. Giunti sull'isola del Sole, o Trinacria, i compagni, nonostante il divieto ricevuto, uccidono i buoi sacri del dio Elio. Per punizione Zeus scatena una tempesta e distrugge la nave: tutti muoiono, tranne Odisseo, che, dopo essere sopravvissuto al passaggio presso Cariddi, approda infine sull'isola di Ogigia, dove viene trattenuto dalla ninfa Calipso.

Canto XIII – Il racconto delle sue avventure commuove il re Alcinoo, che decide di aiutare Odisseo e gli offre una nave per il ritorno in patria. I Feaci lo accompagnano durante la navigazione fino a Itaca, dove l'eroe giunge finalmente dopo vent'anni di assenza. Qui Atena lo incontra e, per permettergli di organizzare la vendetta contro i pretendenti, lo trasforma nell'aspetto di un vecchio mendicante. Intanto Poseidone, adirato perché i Feaci hanno favorito il ritorno di Odisseo, chiede a Zeus di punirli e trasforma in pietra la nave che lo ha riportato a casa.

Canto XIV – Giunto a Itaca, Odisseo, trasformato da Atena nell'aspetto di un vecchio mendicante, si reca alla capanna di Eumeo, il fedele porcaro della sua casa. Qui viene accolto con grande ospitalità dal servo, che non sa di trovarsi davanti al suo padrone. Odisseo, per mettere alla prova la fedeltà di Eumeo e mantenere nascosta la propria identità, racconta una falsa storia: dice di essere un cretese che ha partecipato alla guerra di Troia e di aver conosciuto Odisseo. Nel frattempo racconta la propria esperienza e lascia intravedere la speranza del ritorno del re di Itaca.

Canto XV – Atena appare in sogno a Telemaco e lo invita a lasciare Sparta per fare ritorno a Itaca. Prima della partenza, Menelao ed Elena gli offrono doni e lo salutano. Durante il viaggio Telemaco riesce a evitare l'agguato organizzato dai pretendenti, che volevano ucciderlo al suo rientro. Giunto a Itaca, invece di recarsi subito alla reggia, si dirige alla capanna di Eumeo, dove incontra il padre Odisseo ancora sotto le sembianze di un mendicante.

Canto XVI – Telemaco giunge alla capanna di Eumeo senza sapere che l'ospite accolto dal porcaro è in realtà suo padre Odisseo. Atena interviene e restituisce all'eroe il suo vero aspetto: Telemaco, inizialmente incredulo, riconosce il padre e i due si abbracciano commossi dopo vent'anni di separazione. Insieme elaborano un piano per affrontare i pretendenti: Odisseo tornerà alla reggia sotto le sembianze di un mendicante e, con l'aiuto del figlio e dei fedeli servi, preparerà la vendetta.

Canto XVII – Il giorno dopo Odisseo, ancora travestito da mendicante, si avvia verso il palazzo insieme a Eumeo. Durante il cammino incontra il fedele cane Argo, ormai vecchio e abbandonato, che riconosce il suo padrone dopo vent'anni di assenza. Odisseo, pur trattenendo le lacrime, non può rivelare la propria identità. Subito dopo entra nella reggia, dove è costretto a chiedere l'elemosina ai pretendenti, assistendo agli abusi e alle offese rivolte ai servi e alla sua casa.

Canto XVIII – Nel palazzo Odisseo, ancora sotto le sembianze di un mendicante, osserva la situazione e comprende fino a che punto i pretendenti abbiano violato la sua casa. Costretto a sopportare insulti e umiliazioni, subisce anche l'aggressione di Iro, un mendicante arrogante che lo sfida a duello. Odisseo, pur mantenendo nascosta la propria identità, lo sconfigge facilmente. Intanto Penelope appare nella sala e riceve dai pretendenti numerosi doni, mentre Atena prepara il momento della futura vendetta.

Canto XIX – Odisseo, ancora travestito da mendicante, incontra Penelope e le racconta una falsa identità, narrando di essere un cretese che ha conosciuto il marito e rassicurandola sul suo imminente ritorno. Penelope accoglie il forestiero con ospitalità e gli affida le cure della nutrice Euriclea, incaricandola di preparargli il bagno. Durante il lavaggio dei piedi, Euriclea riconosce Odisseo dalla cicatrice sulla coscia, ricordo di una ferita ricevuta in gioventù, ma l'eroe le impone di mantenere il segreto. Intanto Penelope, ormai esasperata dalla presenza dei pretendenti, annuncia che sposerà colui che riuscirà a superare la prova dell'arco appartenuto a Odisseo.

 Canto XX – Nella reggia di Itaca si svolge un banchetto durante il quale Odisseo, ancora travestito da mendicante, è costretto a sopportare gli insulti e le provocazioni dei pretendenti. L'eroe, pur soffrendo per le offese ricevute, riesce a controllare la propria ira in attesa del momento opportuno per agire. Il canto è caratterizzato da numerosi presagi che annunciano la punizione dei proci: visioni e segni divini rivelano che la loro morte è ormai vicina e che l'ordine nella casa di Odisseo sta per essere ristabilito.

Canto XXI – Penelope porta nella sala l'arco appartenuto a Odisseo e annuncia che sposerà colui che riuscirà a tenderlo e a far passare la freccia attraverso gli anelli di dodici scuri. I pretendenti tentano uno dopo l'altro, ma nessuno riesce nell'impresa. Odisseo, ancora travestito da mendicante, chiede di poter provare l'arco nonostante le proteste dei proci. Dopo averlo facilmente teso, scaglia la freccia e supera la prova, rivelando la propria superiorità e preparando il momento della vendetta.

Canto XXII – Dopo aver superato la prova dell'arco, Odisseo scaglia la prima freccia contro Antinoo, il più arrogante dei pretendenti, e rivela finalmente la propria identità. Insieme a Telemaco, Eumeo e Filezio affronta i proci nella sala della reggia: la battaglia è violenta e si conclude con la strage dei pretendenti, puniti per aver usurpato la sua casa e offeso le regole dell'ospitalità. Odisseo risparmia soltanto il cantore Femio e l'araldo Medonte, che non hanno partecipato alle colpe dei proci. Euriclea, Eumeo e Filezio, invece, assistono e collaborano alla restaurazione dell'ordine nella reggia.

Canto XXIII – Dopo la strage dei pretendenti, Penelope rimane prudente e non si lascia convincere subito che il mendicante sia davvero il marito tornato dopo vent'anni. Odisseo le rivela allora un segreto che solo loro due conoscono: la costruzione del loro letto nuziale, ricavato dal tronco di un ulivo radicato nella camera. Di fronte a questa prova certa, ogni dubbio di Penelope svanisce e i due sposi possono finalmente riabbracciarsi.

Canto XXIV – Odisseo incontra il padre Laerte e gli rivela finalmente la propria identità. Nel frattempo le anime dei pretendenti uccisi scendono nell'Ade, dove incontrano gli eroi della guerra di Troia. I parenti dei proci, desiderosi di vendetta, si preparano allo scontro contro Odisseo e i suoi alleati. Quando la lotta sta per iniziare, interviene Atena per volontà di Zeus e impone la pace tra le due parti. Con il ritorno dell'ordine, Odisseo può finalmente riunirsi alla famiglia e ristabilire il proprio ruolo di re di Itaca.

Con l'intervento di Atena si conclude il lungo viaggio di Odisseo. Il suo ritorno a Itaca non rappresenta soltanto il ricongiungimento con la famiglia e la riconquista del trono, ma anche il compimento di un percorso umano fatto di dolore, conoscenza, errori e maturazione. È proprio questa dimensione profondamente umana che rende l'Odissea un poema ancora attuale. Odisseo non è l'eroe invincibile dell'Iliade: è un uomo che cade, soffre, sbaglia e riesce a salvarsi grazie all'intelligenza, alla prudenza e alla capacità di adattarsi alle circostanze. Per questo continua a parlare ai lettori di ogni epoca e rimane una delle figure più moderne della letteratura occidentale.



















































































































Libri con il sapore di mare

                                                            Immagine di Audrey Buoy

Leggere sotto l'ombrellone, oggi, non è più così semplice. Ci ho provato e, in un certo senso, ho fallito. E pensare a quanti libri ho letto in passato proprio in spiaggia! Si aspetta l'estate anche per questo: immaginando ore di tranquillità da dedicare alla lettura. E invece posso garantire che è diventata un'impresa.

Anzitutto è inutile portarsi tre libri quando il tempo basta appena per sfogliarne uno. Si pensa di poter scegliere sul momento da quale iniziare, ma non funziona così. La giornata al mare è fatta di bagni, asciugamani da stendere, shampoo, quattro chiacchiere, qualche passeggiata. Quando finalmente ci si sdraia, sembra arrivato il momento giusto. E invece bisogna cercare gli occhiali da lettura, perché quelli da sole non bastano. Io preferisco averli separati, ma appena li indosso ecco che la luce diventa troppo forte e leggere si fa faticoso.

Si resiste un quarto d'ora, forse venti minuti, senza che nella storia accada ancora qualcosa di davvero coinvolgente. Così il libro si richiude con la promessa di riprenderlo più tardi. Si prende allora il secondo, convinti che magari susciti maggiore interesse, ma il risultato è identico. Dopo poche pagine torna la voglia di fare un altro bagno.

Mentre si è in acqua si ripensa alle poche righe lette e ci si promette che, una volta usciti, si ricomincerà con più concentrazione. Ma tutto ricomincia da capo.

A complicare le cose c'è il telefonino. Ogni pochi minuti viene spontaneo controllare se qualcuno ha chiamato, scritto un messaggio o inviato una mail. È una distrazione continua che, senza quasi accorgercene, prende il sopravvento.

Eppure una volta non era così. Sotto l'ombrellone sembrava di stare su un'isola deserta, riparati non solo dal sole ma anche dal resto del mondo. Non esistevano i social, non c'era l'urgenza di sapere tutto e subito. C'eravamo soltanto noi e il libro. I capitoli scorrevano senza interruzioni e le pagine si divoravano una dopo l'altra.

Ricordo ancora quei libri con il sapore del mare, i granelli di sabbia rimasti tra le pagine, la copertina un po' incurvata dalla salsedine e dal vento. Ogni volta bastava scuoterli leggermente e tornavano quasi nuovi. Sotto quell'ombrellone le storie prendevano vita davanti agli occhi: i personaggi camminavano con noi e, a distanza di anni, ricordo meglio certe pagine lette che non molte giornate trascorse al mare.

Oggi, invece, la spiaggia sembra una palestra del tempo libero. Bisogna fare sempre qualcosa: nuotare, passeggiare, allenarsi, fotografare, controllare il telefono. Se lascio il libro sul lettino, il vento comincia subito a sfogliarlo come se volesse leggerlo lui. Allora lo proteggo, lo ripongo nella borsa quasi fosse una reliquia.

E non manca mai qualcuno che ti interrompe con una domanda, una richiesta o un piccolo imprevisto. Non fai in tempo a sdraiarti che devi già rialzarti.

Poi basta alzare gli occhi dalle pagine perché il mondo della spiaggia catturi l'attenzione. Una distesa di tatuaggi che sembrano raccontare intere enciclopedie: animali, scritte, simboli che sbucano dai punti più impensati del corpo.

L'altro giorno osservavo una ragazza distesa sul lettino. Continuava a fare smorfie e pose senza che riuscissi a capirne il motivo. Solo dopo mi sono accorta che teneva il telefonino nascosto per fotografarsi in continuazione. Quando finalmente si è alzata, non si era resa conto che il bikini, ormai ridotto ai minimi termini, lasciava ben poco all'immaginazione. Non sapevo se ridere o provare imbarazzo.

E poi c'è sempre il personaggio che arriva in spiaggia come se dovesse fare il suo ingresso in scena, con l'aria di chi sembra dire: «Eccomi, so che mi stavate aspettando.»

Anche i bambini sono cambiati. Sono pochi, perché ormai sembriamo davvero un popolo in estinzione, e arrivano armati di ogni genere di gonfiabile e natante. Noi, invece, con un secchiello e una paletta costruivamo castelli, fossati, fortezze e cunicoli per ore intere. C'era fantasia, pazienza e tanta voglia di inventare. Oggi il tempo si trascorre quasi tutto in acqua. Così, ogni volta che alzo lo sguardo dal libro, c'è qualcosa che interrompe il filo della storia.

L'altro giorno Federico II stava raccontando al suo fedele Addid i delicati rapporti con Al-Kamil quando, in lontananza, ho visto una barca dall'aspetto curioso: sembrava una zattera uscita da Robinson Crusoe, con due pali e un telo a fare da vela improvvisata. Mi sono messa a osservarla, cercando di immaginare da dove venisse e cosa ci facesse laggiù.

Quando sono tornata al libro, senza accorgermene avevo ripreso alcune pagine precedenti e continuavo a leggere convinta di essere andata avanti. Solo dopo qualche minuto ho capito l'errore. A quel punto ho chiuso il libro, quasi per protesta.

Mi succede anche di sorridere leggendo una battuta o un dialogo e di accorgermi che qualcuno mi osserva incuriosito. Allora provo a raccontare ciò che sto leggendo, pensando di condividere un piccolo momento di entusiasmo. Ma è tempo perso. Nessuno ascolta davvero. Ognuno torna immediatamente al proprio smartphone, a scorrere immagini, messaggi e notifiche.

Quando, raramente, alzano lo sguardo, hanno l'aria stanca di chi abbia già lavorato per ore. Se mettessi loro in mano un libro invece del telefono, credo che reagirebbero come davanti a un oggetto estraneo.

Io, però, continuo ostinatamente a portare i miei libri al mare. So che mi distrarrò, che il vento li sfoglierà e che qualcuno interromperà la lettura. Eppure, quando finalmente intorno torna un po' di silenzio, rientro volentieri nella stanza di Federico, ormai malato, accanto al suo amico e fedele guardia Addid.

Ascoltare l'imperatore che racconta la propria vita, mentre l'amico gli rinfresca la memoria e condivide con lui ricordi lontani, mi ricorda ogni volta quanto abbiamo ancora da imparare dagli uomini del passato. È un patrimonio di esperienze e di storie così vasto che, forse, non basterebbe un'intera vita per leggerlo tutto.

Via del Greto - II

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo secondo


 

                                                                     Capitolo II


La casa cambiò suono quando Alfonso partì. Non fu un silenzio vero, ma una diversa disposizione dei rumori: le porte chiuse con più cautela, i passi più leggeri, la voce della madre che chiamava Maria dalla cucina. Letizia se ne accorse mentre rifaceva il letto nella stanza degli ospiti. Si fermò un momento con il lenzuolo tra le mani, come se avesse dimenticato cosa stesse facendo.

Si affacciò alla finestra. I campi erano immobili sotto il sole di giugno, attraversati solo da una striscia di vento che muoveva le foglie degli ulivi. Il mare, più in basso, era una distesa chiara, quasi ferma. Le sembrò lontano, più del solito.

Aveva sempre pensato di tornare per poco. Tre settimane. Un tempo misurabile, controllabile. E invece, da quando era arrivata, il tempo aveva smesso di comportarsi come avrebbe dovuto. Le giornate scorrevano lente e dense, come se ogni gesto avesse bisogno di essere assaporato prima di essere lasciato andare.

La madre di Alfonso stava preparando il pranzo.

«Vuoi andare a mare oggi?» le chiese, senza voltarsi.

Letizia esitò.

«Più tardi», rispose. «Prima vado un attimo nel terreno.»

Uscì. L’aria era calda, ma non opprimente. Camminò lungo il vialetto di ghiaia, riconoscendo senza sapere punti che non ricordava di conoscere. Un muretto, un albero più grande degli altri, una curva del sentiero. Non erano ricordi veri, piuttosto sensazioni: il corpo che si muoveva con una sicurezza che la mente non giustificava.

Si fermò sotto un fico. Da bambina si sedeva lì, ne era quasi certa. Non vedeva l'immagine, ma ne sentiva la postura: le gambe raccolte, la schiena contro il tronco. Si appoggiò. Chiuse gli occhi.

Le sembrò curioso che fosse il corpo a ricordare prima della mente. Come se certi luoghi continuassero a vivere dentro di noi anche quando le immagini si cancellano.

Pensò ai suoi genitori senza vederli. Da sempre era così. Sapeva di averli avuti, ma non riusciva ad afferrarli. Erano una mancanza, non una memoria. A volte si chiedeva se fosse colpa sua, se non avesse voluto ricordare. Altre volte pensava che il dolore fosse arrivato troppo presto, quando ancora non aveva parole per trattenerlo.

Riaprì gli occhi. Il mare brillava tra i rami.

In Valle d'Aosta tutto era diverso. Le montagne avevano un modo severo di occupare il paesaggio, come se ricordassero ogni giorno quanto fosse piccolo chi viveva ai loro piedi. Lì aveva costruito la sua vita: lo studio, il lavoro, una casa ordinata. Una vita scelta con cura, che non aveva mai sentito il bisogno di mettere in discussione.

Solo adesso capiva che si può abitare un luogo senza appartenervi del tutto.


 Alfonso le tornò in mente senza preavviso. Il modo in cui l’aveva guardata quella mattina, alla stazione: non stupito, piuttosto disallineato, come se non sapesse bene dove collocarla. Le era sembrato giusto così. Lei stessa non sapeva dove collocarsi.

Aveva corso per portargli le pillole come se fosse una necessità assoluta. Solo dopo, seduta sulla panchina, aveva capito che non si trattava davvero dell’allergia. Era il pensiero che lui partisse senza qualcosa di essenziale. Che lasciasse un vuoto. Come aveva fatto lei, tanti anni prima, senza sapere cosa stava lasciando dietro di sé.

Rientrò in casa nel primo pomeriggio. Maria non c’era. Si sedette al tavolo con un libro, ma dopo poche pagine smise di leggere. Guardò l’orologio. Pensò ad Alfonso in viaggio in quel momento.

Lei, invece, restava.

Nel tardo pomeriggio scese al mare da sola. Percorse il viottolo che costeggiava le mura del castello. Ogni passo le sembrava familiare, come se il corpo ricordasse ciò che la mente aveva dimenticato. Arrivata alla spiaggia, si tolse i sandali e camminò sulla sabbia calda. L’acqua era limpida.

Entrò lentamente. Quando il mare le arrivò alle ginocchia, si fermò. Restò così, immobile, lasciando che le onde le toccassero le gambe. Pensò che forse tornare non significava recuperare il passato, ma accettare di essere rimasti incompleti altrove.

Quando il sole cominciò a scendere, uscì dall’acqua. Si sedette sulla riva. Il mare davanti a lei non prometteva nulla. E proprio per questo le sembrò sincero.

Rimase ancora qualche minuto a osservare il mare.

Non le restituiva risposte. Ma neppure gliene chiedeva.

Per la prima volta da molti anni non sentì il bisogno di capire tutto subito.


Il mattino seguente si svegliò con una canzoncina che Maria canticchiava dalla cucina. Il sole era già alto e i raggi che filtravano dalla persiana invadevano la stanza. Si alzò, aprì il balcone e respirò profondamente. L'aria profumava di mare e di terra scaldata dal sole.

Le bastò un istante per ricordare che Alfonso non sarebbe stato a colazione. La casa le sembrò di nuovo diversa, come se l'assenza del giorno prima avesse trovato posto anche in quella mattina.

Scese in cucina e fu accolta da un vassoio di cornetti ancora caldi, marmellate fatte in casa e una caffettiera fumante.

«Dimmi la verità, ti ho svegliata?» le chiese Maria con un sorriso.

«Piacevolmente.»

«Meglio così.»

Mentre versava il caffè, Maria disse quasi distrattamente:

«Sai che Andrea si sposa tra qualche mese?»

«Davvero? E con chi?»

«Con una ragazza che lavora con lui, anche lei medico.»

Letizia sorrise.

«In questa famiglia di medici solo Alfonso è uscito dal coro.»

Maria rise.

«È vero. La medicina non lo ha mai attirato. Da ragazzo passava più tempo a fare conti che sui libri. Ancora oggi è lui a tenere in ordine tutto il patrimonio di famiglia.»

Si fermò un momento, come se il ricordo la divertisse.

«Per questo ci sorprese quando decise di partire per un anno negli Stati Uniti. Eravamo convinti che non avrebbe mai lasciato questo podere. Per lui è sempre stato più di una casa.»

Quelle parole riportarono Letizia ai racconti della zia. Anche lei, negli anni, finiva sempre per parlare di Alfonso nello stesso modo: sincero, incapace di cattiveria, profondamente legato alla sua terra. Era curioso come, a distanza di tanto tempo, Maria gli restituisse lo stesso volto.

Prese un sorso di caffè.

«E Andrea? Lo conosco così poco.»

«Andrea è l'opposto di suo fratello», rispose Maria sorridendo. «È quello che tiene allegra la casa. Organizza tutto, trova sempre una soluzione quando c'è un problema e riesce a far sorridere tutti. Ha un cuore grande.»

Scosse appena la testa.

«Ma forse non sono la persona più obiettiva per dirtelo.»

Letizia ascoltava senza interromperla. Più Maria parlava, più le sembrava di entrare in una famiglia costruita su gesti semplici, ricordi condivisi e affetti che non avevano bisogno di essere ostentati. Lo si capiva dal modo in cui parlavano gli uni degli altri, con naturalezza, come se volersi bene fosse la cosa più semplice del mondo.

Pensò a sua zia. Era stata tutto ciò che aveva avuto: una casa, una guida, una presenza instancabile. Le aveva insegnato il valore dello studio, del rispetto e della dignità. Di quell'amore le sarebbe stata sempre grata.

Eppure, seduta a quella tavola, si rese conto che dentro di sé era rimasto uno spazio vuoto.

Forse non era l'assenza dei suoi genitori. Era l'assenza di una storia condivisa.

Abbassò lo sguardo sulla tazza ormai vuota. Le tornò in mente il mare della sera precedente e quella pace inattesa che aveva provato restando semplicemente lì, senza cercare spiegazioni.

Forse una storia non torna tutta insieme. Forse riaffiora a piccoli gesti, in una voce, in un sentiero, nel modo in cui qualcuno pronuncia un nome.

Per la prima volta ebbe l'impressione che quella storia, lentamente, stesse tornando a cercarla.


© 2026 Filomena Baratto
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Il ciclo di Nastagio degli Onesti: il capolavoro di Botticelli al Prado




I primi tre pannelli si trovano al Museo del Prado, il quarto è conservato a palazzo Pucci a Firenze.



Al Prado di Madrid, uno dei più importanti musei del mondo, sono conservate opere italiane che ogni visitatore dovrebbe ammirare. Tra queste spiccano i quattro pannelli di Botticelli dedicati alla novella di Nastagio degli Onesti: tre si trovano al Museo del Prado, mentre il quarto è conservato a Palazzo Pucci, a Firenze.

Le scene sono tratte dall'ottava novella della quinta giornata del Decameron di Boccaccio, dedicata agli amori che, attraverso una serie di traversie e situazioni avverse, giungono infine a un lieto fine.

La novella racconta la storia di Nastagio degli Onesti, un ricco gentiluomo di Ravenna che si innamorò della figlia di messer Paolo Traversari, uomo molto più ricco di lui. La giovane, però, non ricambiava il suo amore. Nastagio ne soffrì profondamente e fu sul punto di togliersi la vita, finché gli amici non gli consigliarono di allontanarsi da Ravenna. Si trasferì così a Classe (l'antica pineta di Chiassi), dove si stabilì.

Agli inizi di maggio concesse una giornata di libertà alla servitù e si inoltrò nella pineta. Qui fu testimone di una terribile visione infernale: una donna nuda, con i capelli sciolti e il corpo ferito, correva inseguita da due cani feroci che la mordevano, mentre un cavaliere armato, a cavallo, la inseguiva minacciandola di morte.

Mosso a compassione, Nastagio tentò di soccorrerla, ma il cavaliere glielo impedì e gli raccontò la propria storia. Era Guido degli Anastagi, innamorato di quella donna molto più intensamente di quanto Nastagio non fosse innamorato della figlia di Paolo Traversari. Disperato per il suo rifiuto, si era suicidato. La donna aveva gioito della sua morte ma, poco tempo dopo, era morta anch'essa. Poiché non si era mai pentita della propria crudeltà, entrambi erano stati condannati alle pene dell'inferno. Quella scena rappresentava la sua eterna punizione.

Ogni venerdì il cavaliere la raggiungeva, le apriva la schiena, le strappava il cuore e lo gettava in pasto ai cani. Poi la donna si rialzava come se nulla fosse accaduto e ricominciava la sua fuga, nuovamente inseguita dai mastini e dal cavaliere.

Nastagio ebbe allora un'idea: far assistere alla scena la giovane che lo aveva respinto e i suoi familiari.

Per permettere loro di assistere alla rappresentazione, organizzò un sontuoso banchetto sotto la pineta e invitò la famiglia Traversari e molti nobili di Ravenna. Durante il pranzo comparve la terribile visione. I commensali furono atterriti e la stessa giovane, sconvolta da ciò che aveva visto, accettò infine di sposare Nastagio.

Boccaccio riprende alcuni temi dell'amor cortese, ma li interpreta in modo nuovo, realistico e spesso ironico. La novella mostra come l'ingegno di Nastagio riesca a trasformare una situazione disperata in un esito favorevole.

Per Boccaccio l'amore è una forza travolgente alla quale non ci si può sottrarre. La novella riflette inoltre la mentalità medievale, secondo cui la crudeltà di una donna nei confronti di un innamorato fedele costituisce una colpa destinata a essere punita dalla giustizia divina.

La rappresentazione della novella è affidata ai quattro pannelli di Botticelli. Nel primo pannello il pittore raffigura la donna inseguita nella pineta dal cavaliere, vestito di un'armatura nera, e da tre cani feroci, anziché due come nel racconto di Boccaccio. Nel secondo pannello il cavaliere raggiunge la donna, le apre la schiena e le strappa il cuore per darlo in pasto ai cani. Nel terzo è rappresentato il banchetto organizzato da Nastagio affinché la giovane amata e i suoi parenti assistano alla terrificante scena. Questi sono i tre pannelli conservati al Prado. Il quarto, custodito a Palazzo Pucci a Firenze, raffigura invece il matrimonio tra Nastagio e la giovane che, dopo aver assistito alla visione, decide di sposarlo. La scena culmina in una sontuosa cerimonia nuziale.

I pannelli furono probabilmente commissionati da Lorenzo il Magnifico in occasione delle nozze di Giannozzo Pucci e Lucrezia Bini, celebrate nel 1483, come dono destinato alla famiglia Pucci.

Botticelli rappresenta una scena di estrema violenza, ma la trasfigura attraverso l'eleganza del disegno, la raffinatezza delle figure e l'armonia della composizione. La crudeltà dell'episodio viene così attenuata dall'equilibrio formale tipico della cultura neoplatonica fiorentina.

Le scene sono ricche di dettagli; la vicenda principale occupa il centro della composizione ed è resa con colori luminosi, linee morbide e un perfetto equilibrio tra narrazione e paesaggio. Botticelli fonde il racconto fantastico con una rappresentazione estremamente realistica della società fiorentina del Quattrocento, evidente soprattutto nelle figure dei commensali e nell'ambientazione.

Nel primo pannello, al centro della composizione, la donna viene assalita da uno dei cani mentre il cavaliere, subito dietro di lei, continua l'inseguimento senza darle tregua. Nel secondo il cavaliere scende da cavallo per aprirle la schiena e strapparle il cuore. Botticelli utilizza la tecnica della narrazione continua, rappresentando nello stesso spazio diversi momenti della vicenda. Lo sguardo dello spettatore segue naturalmente il percorso della fuga della donna.

La violenza dell'azione è mitigata dall'equilibrio compositivo, dalla luminosità del paesaggio e dalla compostezza delle figure.

Nel terzo pannello la scena infernale si ripete davanti ai commensali. Dominano colori chiari e luminosi; il banchetto occupa gran parte dello spazio ed è costruito come una rappresentazione teatrale, creando un forte contrasto tra la serenità della festa e l'irruzione improvvisa della visione infernale.

Il quarto pannello conclude il racconto con il matrimonio di Nastagio degli Onesti e della sua amata, suggellando il lieto fine della novella.

Di fronte ai pannelli di Botticelli il visitatore non assiste soltanto al racconto di una novella del Decameron, ma entra in uno dei massimi capolavori della pittura rinascimentale. Letteratura, arte e cultura umanistica si fondono in un racconto di straordinaria eleganza, nel quale anche la drammaticità degli eventi viene trasfigurata dalla bellezza della pittura. È questo il fascino senza tempo del ciclo di Nastagio degli Onesti, una delle opere più preziose conservate al Museo del Prado.

Il lettore e il non detto

 


Nella lettura di un testo non c'è soltanto un autore che racconta: c'è anche un lettore che legge. L'uno offre i contenuti, l'altro li elabora. Il messaggio non arriva a tutti nello stesso modo, perché ogni lettore interpreta ciò che legge attraverso la propria sensibilità, la propria esperienza e il proprio vissuto. Esiste certamente un nucleo di significato comune, quello che l'autore costruisce e che tutti possono comprendere; ma ciò che cambia da lettore a lettore è tutto ciò che lo scrittore lascia in ombra, quel "dire e non dire" che invita chi legge a completare il tassello mancante.

Ci sono fatti che, una volta narrati, continuano a svilupparsi nella mente del lettore. È lì che interviene la sua intelligenza, la sua immaginazione, la sua capacità di interpretare. Il lettore non è un soggetto passivo né ingenuo: comprende le parti mancanti, coglie le allusioni e intuisce ciò che l'autore ha scelto di non esplicitare. Spiegare ogni particolare rischierebbe di risultare non solo superfluo, ma persino didascalico.

Uno scritto deve essere chiaro, ma la chiarezza non coincide con la spiegazione di tutto. Esistono elementi che emergono naturalmente dal contesto e che non hanno bisogno di essere sottolineati. Anzi, è proprio la fiducia nell'intelligenza del lettore a rendere una narrazione più viva.

Nel Conte di Montecristo, ad esempio, la vendetta di Edmond Dantès è evidente fin dalle sue azioni. Alexandre Dumas non sente il bisogno di ripetere continuamente che il protagonista è animato dal desiderio di vendicarsi: lo mostra attraverso i suoi gesti, le sue decisioni, la pazienza con cui costruisce il proprio piano. Questo è uno dei compiti fondamentali della narrativa: mostrare invece di spiegare.

Naturalmente esistono anche lettori diversi. Se da una parte lo scrittore deve conoscere le regole della narrazione, dall'altra deve sapere che ogni lettore affronta il testo con aspettative differenti. Alcuni amano il non detto e provano piacere nel completare da soli ciò che manca; altri, invece, desiderano leggere proprio quelle parole che sembrerebbero inutili, perché trovano soddisfazione nel vedere espresse emozioni che nella vita quotidiana vengono spesso soltanto suggerite.

Esistono, dunque, molti modi di leggere. C'è chi apprezza la sottrazione e chi preferisce la completezza; chi ama interpretare e chi desidera essere accompagnato dall'autore anche nei passaggi più emotivi.

Quando si giunge al culmine di una storia d'amore, ad esempio, la frase «Ti amo» potrebbe sembrare superflua. Il sentimento è già evidente nei comportamenti dei personaggi. Eppure molti lettori attendono proprio quel momento. Non tanto per le due parole in sé, quanto per la reazione che esse provocano: come verranno accolte? Cambieranno il rapporto tra i protagonisti? Saranno pronunciate nel momento giusto oppure troppo tardi? È spesso la conseguenza di quelle parole a interessare il lettore più delle parole stesse.

Nell'economia della narrazione certe scene potrebbero apparire ridondanti, ma rispondono a un bisogno profondo di chi legge. A volte desideriamo trovare sulla pagina ciò che nella vita viene dato per scontato e che, proprio per questo, raramente viene espresso. Anche questa è una funzione della letteratura.

Ogni autore, allora, dovrebbe chiedersi quale sia lo scopo della propria scrittura. Se l'intento è soprattutto informare, sarà naturale esplicitare maggiormente i passaggi e guidare il lettore. Se invece lo scopo è suscitare domande, emozioni e interpretazioni, allora il non detto diventa uno strumento prezioso, perché lascia spazio all'immaginazione di chi legge.

Ed è proprio l'immaginazione a fare la differenza. Essa nasce dalla realtà, ma la supera continuamente, costruendo possibilità, scenari e interpretazioni. Lo scrittore offre gli elementi essenziali; il lettore, con la propria esperienza, li trasforma in immagini, emozioni e significati personali. È in questo incontro che la storia prende davvero vita.

È proprio quest'ultima, l'immaginazione, a fare la differenza. Essa nasce dalla realtà, ma su quella realtà costruisce ipotesi, possibilità, percorsi alternativi. Da una sola situazione possono nascere molte interpretazioni. Lo scrittore non offre soltanto una storia: mette il lettore davanti a molteplici possibilità di interpretazione. Sarà quest'ultimo, attraverso la propria esperienza e la propria immaginazione, a scegliere quale sviluppare e a completare ciò che il testo lascia intenzionalmente in sospeso.

Non tutti leggono per le stesse ragioni. C'è chi cerca nella lettura un'occasione di apprendimento, chi desidera allenare il proprio spirito critico e chi, invece, è attratto soprattutto dallo stile dello scrittore, dal modo in cui racconta più che da ciò che racconta. Sebbene forma e contenuto siano strettamente legati, può accadere che uno prevalga sull'altro: ci sono libri che conquistano per la qualità della scrittura e altri che rimangono impressi soprattutto per la forza delle idee.

Una storia può perfino essere simile a molte altre nel suo intreccio. Ciò che distingue un libro da un altro è il modo in cui viene narrata: la scelta delle parole, il ritmo, la costruzione delle scene, la voce dell'autore, la capacità di soffermarsi sui dettagli o, al contrario, di procedere con essenzialità.

Lo stesso autore può essere volutamente prolisso nella descrizione di una scena e sorprendentemente sintetico in un'altra, proprio dove il lettore avrebbe desiderato soffermarsi più a lungo. Anche queste scelte fanno parte della poetica di uno scrittore e del dialogo che instaura con chi legge.

Esistono poi i luoghi comuni, quelle situazioni così note da sembrare quasi inutili da raccontare. Eppure sono proprio le più difficili da scrivere. Il rischio è duplice: cadere nel ridicolo oppure nel banale, trasformando un'emozione autentica in una frase già sentita.

Se parliamo d'amore, ad esempio, occorre conoscere il sottile confine tra ciò che è inevitabilmente ovvio e la capacità di raccontarlo in modo nuovo; tra il romanticismo e la frase sdolcinata; tra la necessità di rappresentare un momento decisivo della storia e il pericolo di non rendergli giustizia.

I luoghi comuni, quindi, non vanno semplicemente eliminati: vanno reinventati. La scrittura ha bisogno di immagini sempre nuove, di sfumature inattese, di stati d'animo osservati da prospettive originali e di parole capaci di restituire significati che sembravano ormai consumati dall'abitudine.

Alcuni lettori dei miei romanzi mi hanno confidato di aver atteso scene che non sono mai arrivate. Io le avevo lasciate fuori perché le consideravo implicite, convinta che il lettore potesse immaginarle senza bisogno che venissero raccontate. Eppure loro avrebbero desiderato proprio quella scena, con tutta la sua descrizione, i dialoghi e le emozioni che io avevo scelto di lasciare nel non detto.

Questo mi ha fatto capire che anche il lettore più attento e più abituato a interpretare, talvolta, desidera leggere proprio ciò che ha sempre dato per scontato. Non perché non sia in grado di immaginarlo, ma perché vuole vivere quell'emozione insieme ai personaggi.

Anche uno stesso lettore cambia nel corso della vita. Ci sono periodi in cui cerca soprattutto saggi, altri in cui sente il bisogno del romanzo, altri ancora in cui si rifugia nella narrativa sentimentale o nell'ironia. La lettura risponde spesso a un'esigenza interiore, compensando ciò che in quel momento manca alla nostra esperienza.

Per questo credo che la letteratura assomigli a una farmacia. Nessuno ha sempre bisogno dello stesso medicinale: a volte servono vitamine, altre un analgesico, altre ancora una cura più specifica. Così è anche per i libri. Ogni lettura risponde a un bisogno diverso e accompagna il lettore in un particolare momento della sua vita.

Tra lo scrittore e il lettore si crea così un filo sottile, fatto di sensibilità, immaginazione, aspettative, capacità critica e fiducia reciproca.

Il non detto è parte integrante della narrazione. Il fatto che un avvenimento non venga raccontato esplicitamente non significa che non sia accaduto. In un romanzo, come nella vita, alcuni eventi rimangono sullo sfondo e continuano a produrre effetti anche quando non vengono più nominati. Spetta al lettore ricordarli, collegarli e comprenderne le conseguenze.

Per questo, nella lettura, protagoniste sono insieme la storia e l'immaginazione. Ogni scena prende forma nella mente di chi legge, che la colora con la propria esperienza, la rende concreta attraverso i propri ricordi e la anima con la propria sensibilità.

È forse anche per questo che spesso diciamo di essere rimasti delusi da un film tratto da un romanzo. Durante la lettura avevamo costruito immagini, volti e ambienti completamente diversi da quelli scelti dal regista. Il film ci appare allora estraneo alla nostra immaginazione. Talvolta, però, accade anche il contrario: la versione cinematografica riesce a chiarire alcuni passaggi della storia e rende più evidente ciò che sulla pagina era rimasto implicito.

Nessuno scrittore è davvero solo mentre racconta una storia. Accanto ai personaggi c'è sempre il lettore, che osserva, interpreta, pone domande, si aspetta risposte, accompagna l'autore lungo il cammino della narrazione. In un certo senso, la storia continua a prendere forma anche grazie alla sua presenza.

Ed è proprio per questo che ogni libro cambia a seconda di chi lo legge. Una volta pubblicato, non appartiene più soltanto al suo autore, ma anche ai lettori che lo fanno vivere con la propria immaginazione. Ognuno vi porta immagini diverse, interpretazioni personali, ricordi ed emozioni. Per questo motivo, a volte, una conversazione tra lettori dopo la lettura può rivelarsi persino più ricca e illuminante della presentazione dello stesso libro.


Il mio vecchio metronomo



Il mio vecchio metronomo da anni occupa lo stesso posto sul pianoforte, accanto alla scrivania del mio studio, dove trascorro gran parte delle mie giornate tra libri, appunti, articoli e pagine da scrivere. Il tempo lo ha segnato: ha perso il coperchio frontale e alla base gli manca un pezzettino che lo fa zoppicare. Per farlo battere con regolarità bisogna sistemarlo con attenzione, trovargli il giusto equilibrio. Eppure continua a essere presente, quasi vigile, come un vecchio compagno che non ha mai smesso di aspettarmi.

Una volta, terminata la lezione o lo studio, avevo l'abitudine di richiuderlo e spostarlo più indietro sul pianoforte, per evitare che potesse cadere sui tasti. Oggi il suo pendolo è immobile. Eppure basta posare gli occhi su di lui, mentre scrivo, perché ricominci a muoversi dentro di me. Riaffiorano i giorni in cui ogni studio iniziava immancabilmente dalla tecnica, proseguiva con il solfeggio e solo dopo lasciava posto ai brani da interpretare.

Risento nelle orecchie i diversi battiti del metronomo: ora lenti, ora più incalzanti, secondo l'andatura richiesta dal pezzo. Quel ticchettio regolare era molto più di un semplice aiuto musicale. Era una disciplina. Mi insegnava il valore dell'attesa, della gradualità, della precisione. Senza accorgermene, mentre imparavo il tempo della musica, imparavo anche quello della vita. Ogni cosa ha il suo ritmo, e forzarlo significa quasi sempre comprometterne la bellezza.

Ora il metronomo sembra guardarmi dalla sua postazione. Senza il suo coperchio ha quasi l'aspetto di un piccolo volto che mi osserva. Ogni tanto mi invita silenziosamente a sedermi al pianoforte. All'inizio mi concedo qualche brano conosciuto; poi, senza rendermene conto, torno agli esercizi di tecnica, agli studi e persino a provare qualcosa di nuovo. È curioso come il percorso si sia invertito: da ragazza iniziavo con la tecnica per arrivare alla musica; oggi parto dalla musica e finisco inevitabilmente con la tecnica, come se cercassi di ritrovare le fondamenta di ciò che sono stata.

Il tempo trascorso davanti al pianoforte non è mai stato tempo perso. Anzi, è stato uno dei modi più intensi e autentici di vivere la mia giovinezza. Solfeggiare, scrivere la musica sotto dettatura, esercitare le dita, correggere un passaggio decine di volte, aumentare lentamente la velocità senza perdere precisione: ogni conquista aveva il sapore di un esame superato, di un dipinto al quale si aggiunge l'ultima pennellata, di una figura di danza finalmente eseguita con naturalezza dopo infiniti tentativi.

L'arte non concede scorciatoie. Chiede concentrazione, fatica, costanza, pazienza, umiltà. Chiede di mettersi continuamente in discussione. Ogni nota sbagliata diventa un invito a ricominciare, ogni miglioramento una piccola vittoria conquistata con il lavoro.

Suonare allena insieme la mente e le mani. Educa l'orecchio ad ascoltare davvero, a distinguere le sfumature, a percepire quando una frase musicale respira e quando invece è ancora rigida. Il suono prodotto dalle nostre mani sembra nascere da un luogo nascosto dell'anima. Attraverso la musica prendono forma emozioni, ricordi, malinconie, entusiasmi. Non si suona soltanto perché gli altri ascoltino: si suona, prima di tutto, per ascoltare se stessi. L'esecuzione diventa così un dialogo silenzioso con la parte più profonda di noi.

Ogni forma d'arte possiede questa capacità. Anche quando viene ammirata dagli altri, è anzitutto un confronto con se stessi. Ci obbliga a misurare i nostri limiti, a riconoscere le nostre fragilità, a dare una forma visibile a ciò che sentiamo. Per questo l'arte cura. Cura chi la pratica e, qualche volta, anche chi la incontra.

Il mio vecchio metronomo continua a regalarmi improvvisi flash del passato. Mi rivedo ragazza mentre batto il tempo con entrambe le mani quando le note sembrano sfuggirmi. Ricordo l'impazienza con cui lo afferravo quando la velocità non aumentava come desideravo o quando un passaggio sembrava ribellarsi a ogni tentativo. Facevo scorrere lentamente il cursore lungo l'asticella, provando un'andatura dopo l'altra fino a trovare quella capace di accompagnare il brano senza tradirlo.

La sua casa è sempre stata il pianoforte, appoggiato sopra un centrino lavorato all'uncinetto da me. Anche quello racconta una parte della mia storia. Il pianoforte doveva essere sempre impeccabile: spolverato con cura, i tasti lucidati, ogni impronta cancellata. Era un gesto di rispetto verso lo strumento che mi accompagnava ogni giorno.

Ancora oggi, quando mi siedo davanti alla tastiera, la prima cosa che faccio è cercare il tempo. Ho bisogno di quel battito regolare che mi accompagna come un maestro discreto. Mi ricorda l'adolescenza, quando restavo ore a ripetere gli stessi passaggi finché le mani non imparavano da sole ciò che all'inizio sembrava impossibile. Ricordo la confusione delle prime letture, le esitazioni, gli errori. Poi, lentamente, tutto acquistava ordine. Le dita trovavano la strada, il ritmo diventava naturale, il brano iniziava finalmente a respirare. Solo allora arrivava il momento più bello: rifinirlo, cercarne le sfumature, renderlo davvero mio.

Ogni conquista musicale mi insegnava qualcosa che andava ben oltre la musica. Mi abituava allo sforzo prolungato, alla disciplina quotidiana, alla capacità di non arrendermi davanti alle difficoltà. Si studiava in estate come in inverno, con il caldo che appiccicava le mani ai tasti o con il freddo che irrigidiva le dita. Non esistevano scuse. Suonare era un impegno preso con me stessa prima ancora che con gli altri.

Da quella posizione il metronomo sembra quasi un piccolo omino sempre pronto a rimettersi al lavoro. Talvolta mi rimprovera per averlo trascurato troppo a lungo; altre sembra incoraggiarmi, come se aspettasse soltanto che io torni a dargli una ragione per battere ancora il tempo. Mi ricorda le nostre antiche battaglie quando cercavamo insieme l'andatura giusta per affrontare i brani più difficili. A volte ero costretta persino a metterlo da parte, perché alcune pagine musicali richiedevano prima una libertà che solo in seguito poteva essere ricondotta alla precisione del ritmo.

Molte volte ho pensato di sostituirlo con un metronomo nuovo. Ma se lo togliessi definitivamente dal pianoforte sarebbe come perdere una parte della mia storia. Quel piccolo oggetto conserva le ore di studio, i sacrifici, le soddisfazioni, i sogni di un'adolescente che nella musica aveva trovato un linguaggio capace di darle voce.

Così continua a restare lì mentre io scrivo, leggo, correggo un libro o preparo un nuovo lavoro. È diventato un punto di riferimento silenzioso. Mi ricorda che il tempo è il bene più prezioso che possediamo e che va custodito con la stessa cura con cui si custodisce un'opera d'arte.

Forse è proprio questo che la musica mi ha insegnato più di ogni altra cosa. Un brano non nasce tutto insieme. Prima si leggono le note, poi si studiano le mani separatamente, si cerca il ritmo, si uniscono le parti, si correggono gli errori e soltanto alla fine si ascolta la composizione nella sua interezza.

Anche la vita è così. Mentre la viviamo ci appare frammentaria, fatta di episodi che sembrano non avere un legame tra loro. Alcuni momenti sono armoniosi, altri dissonanti; certe battute sembrano arrestarsi, altre accelerano senza preavviso. Solo guardando indietro comprendiamo che ogni esperienza aveva un posto preciso nello spartito della nostra esistenza e che anche le pause erano necessarie quanto le note.

Per questo ho deciso di dare un nome al mio vecchio metronomo. Lo chiamo "il pendolare". Non soltanto perché la sua asticella continua ad andare da una parte all'altra, ma perché ogni suo movimento è un viaggio continuo tra il presente e il passato. Ogni volta che spolvero il pianoforte faccio oscillare il pendolo a un'andatura media, quasi per assicurarmi che non abbia perso il suo respiro. È il nostro modo di salutarci. Come per dirgli che il nostro non è finito, ma un tempo che continua ad abitarmi.

Ormai viviamo in una silenziosa simbiosi. Lui sembra aspettare qualcosa da me e io, ogni volta che il lavoro me lo permette, mi avvicino al pianoforte. Se non posso farlo, gli prometto che tornerò presto. Così nascono i nostri appuntamenti: per riscoprire un vecchio valzer, una sonata dimenticata, uno studio di tecnica o semplicemente il piacere di ascoltare ancora una volta il suono delle mie mani sui tasti.

Perché il passato, quando è stato vissuto con passione, non diventa mai davvero passato. Rimane dentro di noi come una melodia imparata da bambini: può restare in silenzio per anni, ma basta un piccolo battito di metronomo perché torni a risuonare con la stessa limpida emozione di allora.

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