Eredità emotive prima ancora che materiali

 




L’amore in famiglia va bene finché non subentrano gli interessi.

Le famiglie oggi sono variegate, allargate, complesse. Ci sono famiglie che non sanno nemmeno di esserlo, altre che pur sapendosi tali non si incontrano. E c’è una verità scomoda: l’amore sembra volere l’esclusiva.

Un figlio nato da una coppia fatica ad accettare che uno dei genitori possa avere altri figli con un’altra persona. In quel caso si parla di “fratellastri”, e spesso ci si ignora. È curioso che non nasca spontanea la voglia di conoscere i propri consanguinei, di scoprire eventuali affinità.

La prima reazione può essere lo shock: scoprire di non essere unici, di avere fratelli o sorelle con gli stessi diritti. Può essere destabilizzante. E quando queste situazioni esistono, i rapporti raramente sono sereni.

Servirebbero empatia e comprensione. La conoscenza dovrebbe essere il primo passo, e invece viene evitata, come accade con un estraneo. Anche quando qualcuno prova a includere, spesso prevale la diffidenza. Ci si mette sulla difensiva più che nella disposizione ad accogliere.

La prima incresciosa dinamica è accusare i genitori, come se fossero colpevoli di aver concluso un rapporto per iniziarne un altro. Si crea persino una sorta di competizione tra chi è nato prima e chi dopo, come se l’ordine cronologico desse una precedenza morale o affettiva.

In realtà, la responsabilità non è tanto nell’aver ricostruito una vita, quanto nel non saper gestire le conseguenze emotive. Quando manca una figura capace di fare da arbitro, di spiegare, di proteggere tutti i figli senza distinzioni, si alimentano distorsioni che diventano insanabili.

Un genitore che non si fa carico di tutti i figli allo stesso modo dovrebbe riflettere prima di metterne al mondo altri.

La realtà, però, è più complessa. L’amore familiare talvolta è un miraggio. Dentro le mura di casa possono convivere discussioni, avversioni, rancori, dove dovrebbe esserci solo unione. Se l’armonia non è esistita tra i genitori, difficilmente potrà nascere spontaneamente tra i figli.

Il miglior collante di una famiglia dovrebbe essere l’atteggiamento protettivo e amorevole di padre e madre. Ma non tutti i genitori riescono a dimostrare affetto senza preferenze. Sono piccole sfumature che i figli percepiscono immediatamente e che diventano motivo di recriminazione. Così la famiglia, invece di compattarsi, si frammenta fino a diventare un arcipelago di fazioni.

Quando poi entrano in gioco gli interessi economici, le tensioni si moltiplicano.

Spesso i genitori, consapevolmente o meno, propendono per alcuni figli a scapito di altri. Può influire il rapporto con le rispettive madri, o la convinzione che un figlio “stia meglio economicamente” e quindi abbia meno bisogno. Ma l’affetto non può ridursi a un calcolo matematico.

Agli occhi dei figli, un genitore che non divide equamente i beni è sempre percepito come ingiusto, e questo alimenta equivoci e fratture.

Quando prevale l’idea che conti solo il proprio interesse, si generano insofferenze profonde. Subentrano sotterfugi, alleanze, strategie per escludere chi viene percepito come esterno al “clan”.

Non si lotta solo per una casa o per dei beni. Si lotta per sentirsi legittimi. Per sentirsi figli allo stesso modo.

E così la famiglia, invece di essere casa, diventa tribunale.
Ognuno presenta le proprie prove: torti subiti, preferenze notate, silenzi mai spiegati.

L’eredità diventa l’ultima sentenza.
Non riguarda solo beni, ma riconoscimento. Non riguarda solo diritti, ma dignità.

E quando il patrimonio si divide senza aver prima sanato le ferite, ciò che resta non è ricchezza, ma macerie emotive. Fratelli che diventano avversari. Ricordi che si trasformano in accuse.

Alla fine, il vero fallimento non è nella spartizione dei beni, ma nell’incapacità di spartire l’amore senza condizioni.

Perché una famiglia che misura l’affetto in percentuali è già povera, anche se eredita tutto.


La nostra storia nelle mani

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Le mani, per quanto cerchiamo di tenerle curate e belle, mostrano i segni del tempo. Non quello dell’orologio, ma quello vissuto.

La mia mano sinistra, a guardarla, è una mano normale. Ma so che alla base del pollice c’è una stiratura del nervo, ricordo di un’ancora tirata male in barca da una posizione contorta. Mi riporta alle giornate di mare con mio padre, alle nostre chiacchierate e, ancora di più, alle risate. Ricordo perfettamente lo sforzo di quel momento, la tensione nel braccio, la presa stretta sulla cima.

A volte sento piccoli pizzichi che arrivano fino al polso. Allora apro il palmo e comincio ad accarezzarlo, dal centro della mano fino al braccio. È un modo per alleviare quel piccolo dolore, per rassicurarla che, lentamente, passerà.

E che dire dell’indice. Quando il tempo è cattivo, all’estremità,  proprio sulla falangetta, mi prende un torpore che mi riporta a una lavagna caduta dall’asse, finita con lo spigolo sopra il mio dito, rimasto intrappolato in quella posizione per un quarto d’ora. Non riuscii a trattenere il pianto dal dolore. I ragazzi in classe non sapevano come aiutarmi; li rassicurai finché arrivò il bidello a liberarmi da quella morsa. In quel punto è rimasto un leggerissimo rialzo. E ogni volta che il ricordo si riaccende nel corpo, accarezzo il dito come per proteggerlo. Dopo ogni piccolo massaggio mi sento alleggerita dalla tensione.

Poi ci sono i segni più quotidiani: screpolature, piccole bruciature lasciate dai fornelli. Tracce silenziose di gesti ripetuti, di cura donata agli altri.

La mia mano destra è quella tenace, quella che lavora di più. È leggermente più grande dell’altra, sempre pronta a fare qualcosa: è lì che si avverte maggiormente il peso del lavoro svolto.

E poi c’è il callo della scrittura: la penna appoggiata tra pollice e indice, sorretta dal medio, così caratteristico con quel piccolo rilievo sotto l’unghia, come un segno inciso dalla presa costante della penna.

Ogni segno, ogni piccola piega racconta una fatica, una giornata lunga, uno sforzo fatto senza clamore. Le mani non mentono: portano addosso la verità del lavoro, delle responsabilità, delle cose costruite poco alla volta. Sono il nostro primo strumento, quello che usiamo prima ancora di capire davvero quanto valga ciò che stiamo facendo.

Con le mani abbiamo imparato. Hanno stretto altre mani nei momenti importanti, hanno sorretto pesi visibili e invisibili, hanno creato qualcosa dal nulla. E mentre il resto di noi cambia quasi senza accorgercene, loro restano lì, fedeli, a testimoniare il cammino.

Ma la fatica si alleggerisce quando si intreccia con quella degli altri, quando troviamo riparo in qualcuno e lo facciamo tenendoci per mano. Il calore che si trasmettono è la vera linfa che le sostiene. In quei momenti non avvertiamo alcuna stanchezza.

Mi sorprende come la nostra storia passi attraverso le nostre mani.
Dentro le mie vivono quelle di mia madre e, prima ancora, quelle di mia nonna.
È così che il tempo continua: non nei giorni che scorrono, ma nei gesti che restano.

"Il museo dell’innocenza": l'amore tra memoria e ossessione


È un romanzo di Orhan Pamuk ambientato nella Istanbul degli anni Settanta. Racconta l’amore ossessivo di Kemal, giovane ricco dell’alta borghesia, per Füsun, una lontana parente di umili origini.

Inizia così tra i due una storia d'amore segreta. Ma Kemal deve sottostare alle convenzioni sociali che lo vogliono sposo di Sibel, ragazza del suo stesso ambiente sociale. Dopo il fidanzamento, Füsun scompare dalla sua vita, ma Kemal rifiuta il matrimonio e la cerca disperatamente.

La cerca per anni e la ritrova sposata. Pur di starle vicino, accetta di frequentare la sua casa come amico di famiglia, coltivando in silenzio una speranza che non si realizzerà mai.

A quel punto capisce che nella vita l'amore lo si incontra una sola volta e che l'aveva trovato con Füsun. Solo allora ammette: «Era l'istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l'avessi capito, forse avrei potuto preservare quell'attimo e le cose sarebbero andate diversamente».

Nel frattempo, Kemal comincia a raccogliere oggetti legati a Füsun: mozziconi di sigaretta, fermagli, piccoli oggetti quotidiani, trasformandoli in reliquie di un amore perduto. L’idea culmina nella creazione di un museo che custodisca la memoria della loro storia, come tentativo di dare forma e senso al dolore e al tempo trascorso.

Il museo dell'innocenza è una storia d’amore che va ben oltre il semplice sentimento romantico. Si esplorano temi profondi come l’ossessione, la memoria, il tempo e il peso delle convenzioni sociali. La riflessione riguarda la natura dell’amore e il modo in cui gli esseri umani cercano di dare senso alla perdita. 

Il sentimento di Kemal per Füsun col tempo diventa ossessione. Kemal non riesce ad accettare la fine della loro relazione e costruisce la propria vita attorno al ricordo di lei. In questo senso, il romanzo solleva una domanda importante: quando l’amore smette di essere un sentimento condiviso e diventa un bisogno egoistico? Kemal sembra amare Füsun, ma allo stesso tempo la trasforma in un ideale, in un’immagine immobile che appartiene solo alla sua memoria.

Un altro tema centrale è quello della memoria legata agli oggetti. Il protagonista conserva tutto ciò che è appartenuto a Füsun: piccoli oggetti quotidiani che, agli occhi degli altri, non hanno valore. Tuttavia, per lui diventano preziosi perché racchiudono frammenti di vita ed emozioni. Questo aspetto mostra come gli oggetti possano assumere un significato simbolico: non valgono per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano. Il museo che Kemal costruisce è dunque un tentativo di fermare il tempo e rendere eterno ciò che è stato perduto. Tuttavia, questa operazione dimostra l’impossibilità di rivivere davvero il passato.

Il romanzo affronta inoltre il tema delle differenze sociali e delle convenzioni culturali. La relazione tra Kemal, appartenente alla borghesia benestante di Istanbul, e Füsun, di ceto più modesto, è influenzata dalle aspettative familiari e sociali. Il matrimonio appare come un’istituzione fondamentale, più legata al prestigio e alla stabilità che ai sentimenti autentici. In questo modo Pamuk mostra come l’amore non sia mai completamente libero, ma condizionato dal contesto storico e sociale.

Infine, l’opera invita a riflettere sul rapporto tra passato e presente. Kemal vive costantemente nella nostalgia, incapace di costruire un futuro diverso. Il passato diventa per lui un rifugio, ma anche una prigione. Il museo rappresenta il suo tentativo di dare ordine e senso al dolore, ma allo stesso tempo dimostra quanto sia difficile accettare il cambiamento e la perdita.

Il lettore è portato a interrogarsi su cosa significhi davvero amare e su quanto sia pericoloso vivere più nei ricordi che nella realtà. Il romanzo ci mostra che il desiderio di trattenere ciò che è stato può trasformarsi in un’illusione e che accettare la fine è spesso l’unico modo per andare avanti.

A tavola, ma altrove





All’ora di pranzo, a tavola, nasce spontanea la voglia di parlare: raccontare la giornata, ascoltare gli altri, condividere pensieri. Potrebbe essere un momento ricco, e invece lo abbiamo quasi cancellato.

Spesso ci si rifugia in convenevoli o in argomenti tecnici che interessano solo alcuni. Il dialogo diventa unilaterale, centrato su sé stessi, senza vero ascolto.

Il vero problema è che la conversazione, che un tempo aveva nella famiglia il suo momento a tavola, ormai non c’è più. Il nemico numero uno è il telefonino, che fa soccombere ogni tipo di scambio. E non c’è regola di galateo che tenga, né a casa né altrove. A un certo punto si avverte una necessità impellente di prenderlo per sondare le ultime novità. Se la conversazione si profila noiosa o da evitare, il telefono diventa l’alleato perfetto in cui rifugiarsi per schivare qualsiasi situazione spiacevole. Ma dovremmo ricordare che la persona di fronte è più importante di chi ci chiama al telefono.

Quando la conversazione non è di gradimento, si viene subito gratificati dalla visione delle notifiche, che spesso portano buone notizie. Si avverte l’urgenza di sapere cosa scrivono gli altri, cosa ci siamo persi, se c’è qualcosa di nuovo da scoprire. È anche uno strumento di lavoro, per cui ogni momento sembra quello giusto per scrivere a un contatto o anticipare qualcosa.

Molti non sanno stare in modalità rilassata: passano da un’app all’altra, da un pettegolezzo a una notizia, da un messaggio a un’email. Sono mossi dalla curiosità di sapere cosa fanno gli altri, senza accorgersi che, in quel momento, sarebbe più importante dedicarsi a chi siede con noi a tavola.

Il momento di confronto familiare oggi non c’è più: tolta la convivialità del pasto, durante la giornata, spesso non ci sono altri momenti in cui ci si incontra davvero. Il confronto attraverso una conversazione autentica pesa.

Questo approccio richiede forza e concentrazione, mentre la mente è più volta allo svago. Si preferisce l’evasione alla conversazione. Non ci si confronta più su argomenti importanti, né sullo stato di salute della famiglia né sulle necessità di ciascuno. Si fanno rapide incursioni nei fatti per tornare velocemente al proprio orizzonte, senza produrre cambiamenti né arricchimento.

Il telefono diventa l’amico più fedele, quello che ci fa dimenticare anche i rapporti con i nostri familiari. Avere il coraggio di metterlo via per occuparsi degli altri sarebbe il vero atto di rivoluzione da compiere. Dedicarsi agli altri, alla conversazione, dovrebbe diventare un’abitudine per imparare a relazionarsi con chi abbiamo accanto. È molto facile farlo con persone distanti.

L’affetto che non fa rumore

 



Il bene ha una sua forma per manifestarsi, ma, ancora di più, ha un suo codice per farsi sentire. Ci sono persone che ci stanno intorno e ci sono per noi senza che ce ne accorgiamo. Siamo abituati ai gesti plateali, alla parola detta, come se il rumore ne provasse la vera natura e consistenza. Di quanto gli altri ci apprezzino, ci siano accanto, ci stimino, non sempre ce ne rendiamo conto.

Sono quelle manifestazioni silenziose che spesso non consideriamo, proprio perché non vengono proclamate. Vi sembra poco avere qualcuno con cui scambiare confidenze, a cui chiedere un consiglio, qualcuno che con leggerezza allevi le nostre ansie? E altri che ci danno forza solo con la loro presenza o con la loro pazienza.

Ci sono figure alle quali non diamo peso: un amico che magari bistrattiamo, ma che ritorna con sincerità e non ci abbandona mai; persone che non ci fanno pesare la loro presenza, e presenza non significa necessariamente esserci fisicamente, ma accompagnarci con il pensiero, con discrezione, in modo semplice e propositivo, senza deluderci.

Viene in mente quella pubblicità di telefonia mobile in cui una ragazza chiedeva in modo insistente all’altro se la amasse e quanto. Spesso immaginiamo così l’affetto: qualcuno che dichiari il suo amore nel momento esatto in cui abbiamo bisogno di sentirlo, mentre l’altro si affanna a dimostrarlo. È vero, abbiamo bisogno che ci venga detto. Ma è ancora più vero che ciò che resta sono le azioni di chi ci vuole bene.

Non tutti sanno esprimere il loro bene, ma sanno impegnarsi in ciò in cui credono, senza parole, attraverso gesti, atteggiamenti, fatti. E ci sono fatti inconfutabili che possono significare una sola cosa e che non possiamo ignorare.

Ricordiamo forse le parole non dette dei nostri padri, ma non dimentichiamo ciò che hanno fatto per noi. I silenzi delle nostre madri racchiudevano universi interi. Le attenzioni dell’amica del cuore, che non ha mai rinunciato a noi. L’insegnante che si è prodigata perché credeva nelle nostre capacità. Gran parte della vita si impara e si avverte così, senza dichiarazioni plateali. Uno sguardo acceso su di noi può gratificarci più di mille parole. Un’attenzione da chi credevamo non ci vedesse affatto può risultare più vera e sincera di qualsiasi promessa.

La nostra energia si nutre anche di chi crede in noi, di chi ci fa sentire capaci, di chi ha fiducia e affetto senza alcun tornaconto. E proprio perché fatichiamo a confidare in chi dà senza voler ricevere, spesso non riconosciamo questo flusso silenzioso di bene che ci raggiunge ogni giorno.

L'orma indelebile dei libri





          
Vi ricordate quando, da bambini, qualcuno ci poneva quella domanda sciocca e crudele insieme: «A chi vuoi bene di più, mamma o papà?»

Una domanda senza risposta, o meglio, una risposta impossibile. Come si può misurare l’amore? Come si può dire di voler più bene alla madre, anche quando sembra così, o al padre? È come chiedere se si ama di più l’occhio destro o il sinistro, o una qualsiasi altra parte del proprio corpo.

E poi ci sono domande che non smettono di assomigliare a quella, anche quando cresciamo. Come quando ti chiedono quale sia il libro che preferisci tra quelli che hai scritto.
Ogni libro è un’esperienza, un frammento di vita, un tempo preciso dell’esistere. Di ciascuno ricordo lo spirito che lo ha generato, la sua nascita, il periodo, il vissuto che lo ha attraversato, le ragioni intime che mi hanno spinto a scriverlo. Non è possibile sceglierne uno sacrificandone un altro. Sono tutti parti di me: uno è la mano che ha scritto, un altro le braccia che hanno sorretto la fatica, un altro ancora la testa che ha pensato e immaginato.

Chiedere di scegliere, in questi casi, è improprio. Non si può: li hai scritti tu. Altro è esercitare uno sguardo critico su ciò che hai prodotto. C’è il testo nato da una storia ascoltata, quello germogliato da un desiderio affidato alla scrittura, quello scaturito da un fatto realmente accaduto. Possiamo dire quale ci ha rapito di più, quale è stato scritto d’impulso, e quale, al momento della sua nascita, non immaginavamo potesse poi incontrare un favore così inatteso.

Forse la domanda giusta dovrebbe essere un’altra: «Qual è il libro che ti ha lasciato qualcosa, o ti ha insegnato qualcosa?»
Ogni libro lascia in noi un’orma indelebile. Ogni libro assorbe energie, ci conduce su sentieri ancora inesplorati. Ogni libro porta con sé una novità. E come i figli, anche i libri si amano in modo diverso, ma sempre con lo stesso, identico amore.

L'attaccapanni

 

                                                   


 

A voce alta ho espresso il desiderio di parlare dell’attaccapanni come se avessi scoperto l’uovo di Colombo. «Ma dimmi», mi sono detta, «chi può mai parlare dell’attaccapanni?»

Sembra assurdo, forse persino stupido. Eppure a me ispirano proprio le cose ovvie, quelle che nessuno prenderebbe in considerazione. Perché allora l’attaccapanni? Intanto, mi affascinano i vari modelli: a parete o a piantana, in legno o in ferro battuto. Ciascuno di essi esprime una pausa, un momento in cui i nostri soprabiti prendono congedo da noi. Non è facile seguire un cappotto per tutta la giornata; appenderlo significa concedergli una sosta, un piccolo distendersi.

Cerco di mantenere l’attaccapanni sempre libero, mai sovraccarico. Ma quando mi fermo a guardare i cappotti o gli impermeabili appesi, succede qualcosa di curioso: assumono caratteri propri. Il cappotto rosso di mia figlia, dritto e ben teso, sprigiona un’eleganza inattesa. Il mio blu marina, doppio petto con cintura, appare quasi vivo: le spalle ben sorrette, il collo ampio, la cintura che scende come un piccolo fiume. Separarmene sarebbe un tradimento. Lo osservo e mi vedo dentro di lui, sospeso tra movimento e memoria.

E poi ci sono borse, ombrelli, zaini e cappelli. L’attaccapanni diventa uno spaventapasseri gentile, vigile, un usciere che distribuisce protezioni adatte alle uscite. Quando è sovraccarico, sembra un omino di Botero alle prese con una dieta impossibile, ma persino sotto quel peso conserva un certo fascino.

Gli attaccapanni a muro, invece, danno un senso di solidità: i panni si aggrappano alla parete, frenati da quelli sovrapposti. Di solito sono in legno, caldi, tradizionali. Sono appoggi di passaggio, piccole pause fuori dall’armadio.

E poi ci sono le forme più strane degli indumenti appesi: ora grassi omini, ora stecchiti manichini senza forma. Curiosamente, a volte gli indumenti appaiono più eleganti senza le nostre protuberanze, più liberi e leggeri, quasi volessero ricordarci che la bellezza può esistere sospesa, senza di noi.

Quando resta solo con i cappelli, sembra privo di corpi ma ricco di teste da scaldare. Ce ne sono di tutte le forme, alcuni restano appesi fino a primavera, come se non volessero andare via. Stessa fine le sciarpe, che si avvolgono a forma di ciambella o scendono a terra come bisce curiose pronte a insinuarsi da qualche parte.

Con un po’ di attenzione, gli si possono dare anche forme umane: un ombrello, un cappello, una borsa, un cappotto posizionati nella giusta maniera possono trasformarlo in una persona sulla soglia di casa. Il suo ruolo è indispensabile: accompagna chi entra ed esce, fornendo tutto l’occorrente. E il suono che fa girando su sé stesso è unico: chi lo muove a vuoto, chi gira lamentandosi, chi cerca il cappotto, chi lo fa ruotare per curiosità.

Quando lo spolvero e lo vedo libero, appare quasi vuoto e inutile. Eppure il peso degli abiti è necessario per la sua funzione: sostiene, regge, attende. A volte mi diverto a cambiare il suo posto, a immaginare il suo giro nello spazio dell’ingresso come un piccolo sistema solare domestico.

E poi c’è la cosa più divertente: anche senza abiti, l’attaccapanni resta creativo. Si può vestire di altri oggetti, dare colori, forme e fantasia. Osservandolo da lontano, indica tregua, assestamento, riposo… attesa.

L’attaccapanni, insomma, è un piccolo teatro domestico. Silenzioso, paziente, un po’ comico. Ed io, controcorrente come sempre, lo guardo, lo ammiro e, sì, a volte gli parlo.




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