Ragazza allo specchio, Giulio Salti (1899-1984).
Di mattina, appena sveglia, mi siedo sul bordo del letto. Di fronte a me lo specchio è già vigile. Mi guarda. Basta un’occhiata per sapere come sto. I capelli, migliori che dopo qualsiasi piega, incorniciano il volto con una precisione sospetta, come se una mano invisibile li avesse disposti con cura.
Il pigiama, quello che preferisco, asseconda le forme senza pretese. A piedi nudi accenno un passo di danza e, per un istante, tutto sembra trovare una sua armonia.
La stanza è ancora in penombra, complice benevola. E poi sono assonnata: in quelle prime ore la coscienza è indulgente, la critica dorme ancora. È sufficiente alzarmi in piedi perché l’incanto s’incrini. Passando davanti allo specchio del comò, la sagoma prende corpo, si definisce troppo.
È lì che mi sento improvvisamente fuori posto, come se avessi cambiato
scena, senza esserne stata avvertita. Scivolo in cucina per bere il mio
bicchiere d’acqua e limone e, all’ingresso, mi ritrovo davanti al terzo
specchio. Quello sullo scrittoio. Qui non esistono indulgenze.
Il volto si offre nella sua forma e nel
suo colore reale. I capelli, i gesti, le proporzioni: tutto è esatto, definito.
A volte gli concedo un sorriso, come a dirgli: "Anche oggi ho retto l’urto".
O forse sorrido perché so che tenta, con ostinazione, di ridurmi. Al ritorno,
mentre gli do le spalle, mi volto appena e gli dico: «Non guardarmi troppo. Mi
fai vacillare».
Dopo che tre specchi hanno già pronunciato il loro verdetto, mi attende quello del bagno. Il quarto. Il più severo.
Qui la luce è eccessiva, quasi teatrale. Nulla sfugge. Mi avvicino e mi
allontano, fingendo disinteresse, mentre controllo ciò che nemmeno so nominare.
La trama della pelle, le labbra accese come se avessero già deciso di farsi
notare, gli occhi più dolci, le gote piene, i capelli che cadono sulle spalle
come se obbedissero a un disegno.
Quando l’esame è superato, penso che
dovremmo vederci tutti così, al mattino presto, quando non abbiamo ancora
imparato a mentire nemmeno a noi stessi. Eppure non mi fermo. Indago ancora.
Come chi cerca il difetto non per correggerlo, ma per confermare un sospetto. È
allora che avverto un’altra presenza. Non sono più io.
Questo è lo specchio più crudele: quello
che non nasconde nulla. Lo congedo con un sorriso, ma so che sono loro, gli
specchi, a decidere l’umore delle nostre giornate.
Basta scoprire qualcosa che il giorno prima non c’era: una ruga, un capello bianco, uno zigomo che ha ceduto, per sentirsi come Vitangelo Moscarda, quando scopre il suo naso per la prima volta. Non è la cosa in sé a ferire, ma la rivelazione.

