L'amicizia






Come dice il proverbio: “I parenti li manda Dio e gli amici li scelgo io”. Gli antichi ne sapevano in fatto di amicizia. Cicerone nella sua opera Laelius de amicitia afferma: “Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest”( Ecco perché l’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no). Oggi non ci fidiamo molto dell’altro, riteniamo i parenti più importanti per un fatto di consanguineità, come se ci preservassero dalla cattiveria e dalle ingiustizie. Eppure tutti abbiamo sperimentato  genitori esigenti, fratelli egoisti, zii menefreghisti, fino a sopportare quel determinato parente di cui avremmo fatto volentieri a meno. La famiglia è il luogo deputato al nostro bene e se dobbiamo vivere o morire sarà solo per lei, facendo passare in secondo piano la sfera degli amici. Cicerone afferma che il senso profondo dell’amicizia  è quello di andare alla ricerca della sua virtù: “nulla è più amabile della virtù”. L’amicizia è possibile e reale, nasce  solo da uomini di bene, per questo è così difficile. Gli uomini che riescono a instaurare una vera amicizia sono uomini migliori. Oggi diventiamo amici con un clic, perdiamo facilmente la calma e la pazienza, non siamo in grado di approfondire o di capire l’altro e lo vediamo quasi sempre un rivale. Scambiamo l’amicizia con la conoscenza, con le persone che abbiamo visto nascere, con chi ci torna utile, con chi ci fa un sorriso, con chi ci è familiare, con l’ospitalità. Conoscenze lunghe una vita possono restare tali e mai trasformarsi in amicizia. Socrate definiva l’amicizia uno dei beni più belli che si possa desiderare. Essa racchiude la conoscenza di ciò che davvero costituisce il bene per noi e per chi amiamo. Il bene profondo porta a essere anche insistente con l’amico, se questo lo aiuterà. A questo punto ci si chiede se l’amico debba essere della stessa natura o diverso. Per Esiodo ognuno è ostile ai propri simili, di conseguenza gli amici dovranno disporre della stessa natura, avere delle affinità che portino a legarsi. Platone ne parla ampiamente nel Liside dove non  giunge mai a una vera definizione di amicizia, forse per non poter racchiudere l’attività di due individualità. Aristotele diceva che ci sono tre tipi di amicizia: quella basata sull’utile, sul piacere e sul bene. Sicuramente ci si deve fondare sul bene e ciò significa che abbiamo per l’amico una vera ammirazione, la capacità di percepire la sua luce profonda. Il vero amico sa leggerci, trae il meglio di noi  e ci corregge. Certi sentimenti si percepiscono  nel silenzio e col tempo e l’amicizia nasce lentamente avventurandoci nel campo dell’altro e solo dopo aver sondato quello che ci attrae, lo scegliamo.
Con l’amico non abbiamo bisogno di molte parole per spiegarci, non c’è competizione, né invidia. Abbassiamo le difese ed entriamo in un territorio sano, privo di maschere, dove non si combatte ma non evitiamo il confronto. A questo proposito Jacques Derrida afferma che condizione dell’amicizia è la dissomiglianza che valorizza le differenze. Essa è un bene quando mantiene i “due” e non li costringe a confondersi per sembrare uguali, altrimenti scadiamo nelle varianti dell’amicizia.  E’ un sentimento molto vicino all'amore, se non più alto. E come l’amore, se lo cominci a spiegare, non è più amore, così l’amicizia non si spiega e trova le sue strade dove non possono essercene. Conosce  i tuoi limiti e i tuoi pregi e fa di tutto per mettere in risalto  le tue qualità. Un vero amico trae da te il meglio, ti fa stare a tuo agio, ti trasforma anche attraverso un litigio, un’opposizione. Non è importante come, ma il fine cui tende, che è quello di un confronto continuo, necessario alla crescita. L’amicizia è capace di grandi cose, se è quella ben stretta, con radici profonde. Come diceva Platone, l’amicizia si dimostra con i fatti.



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L'uomo e la natura




Le epidemie fino a qualche anno fa le avevamo studiate, mica provate? La mia generazione ricorda quella di colera del 1973, le varie influenze pericolose di questi anni: Mers, Sars, Suina, Ebola, fino ad arrivare alla Spagnola negli anni 1918-20 raccontata dai nostri nonni. Il nostro immaginario è carico di scene di lazzaretti, di peste nera, bubbonica, del Norico, di Atene… Quelle letterarie poi sono  ricche di pathos, di paura, di fede. E quegli scenari, solo visitati, sono diventati realtà. Nel 2020 abbiamo ancora le epidemie riconducibili a una natura che non conosce leggi umane ma solo quelle della conservazione della specie, del suo percorso biologico e fisico. E noi che ci illudevamo di poterla piegare ai nostri bisogni e di esserne al di sopra! Per Leopardi vi è impossibilità di conciliare civiltà e natura. Essa scuote il suo manto e fa capire chi comanda seriamente qui, da secoli, da che mondo è nato. E se affina sempre il modo di colpirci, noi continuamente la sfidiamo senza capire che con lei condividiamo l’esistenza. Da alcuni mesi il virus ci sta facendo guerra. Si stabilisce nelle nostre stanze, vi alberga per un bel po’e poi decide se esacerbare la lotta, limitarsi a convivere o farci soccombere. Ci apporta immobilità, irrigidimento mentale, restrizioni, preoccupazione, perdita della serenità, ossessione. Come quando un flipper lancia al massimo la sua pallina in alto, toccando l’estremità opposta, per poi scendere vertiginosamente con la stessa forza con la quale è salita, così noi, in quella fase di discesa, ci facciamo male mentre tocchiamo a  destra e a sinistra prima di ritornare nel punto iniziale. Stiamo sperimentando la paura dell’ospite invisibile, l’angoscia di vederci relegati nelle nostre case ad aspettare, insopportabile perfino a Godot. Sentiamo la malinconia di tempi migliori, di spensieratezza, di libertà, di stare con gli altri, di decidere come trascorrere le nostre giornate. Stiamo provando la mancanza degli affetti, sperimentando l’utilizzo massiccio della tecnologia, dalla quale dipendono la nostra serenità e operosità giornaliera. E ancora il lutto come fatto quotidiano, in un’epoca in cui la mortalità doveva essere un evento straordinario. E mentre ancora si aspetta il farmaco dell’eternità, che con tanta probabilità pensavamo di aver quasi raggiunto, stiamo qui a combattere per la sopravvivenza. Pur con la nostra intelligenza, siamo fragili e ci lasciamo sopraffare dal timore. Davanti a queste morti siamo impotenti, impossibilitati a frenare il corso della natura. E a cosa serve l’intelligenza se ci facciamo cogliere impreparati, alla stessa stregua di

un patogeno che ha bisogno di impiantarsi in un corpo per vivere? Un’intelligenza

che non si proietta nel futuro e non ne calcola i rischi e i fenomeni

che da esso possono nascere, non è di aiuto. L’intelligenza che crede di essere suprema, di non avere rivali, di vivere tra esseri inferiori, questa sì che è una bella superbia. E il danno della superbia è che, nella sua convinzione di essere invincibile, non lascia vedere e prevedere le cose. Le azioni spese per il nostro progresso, ci hanno inviato il conto. Lo paghiamo con la stessa nostra vita, segno di un’intelligenza che, per quanto si atteggi, non riconosce i rischi cui andiamo incontro. Siamo accecati dal competere con i nostri simili e, mentre ci preoccupiamo di combatterli, siamo sopraffatti dai patogeni. La vita è un sistema simbiotico  e  se spostiamo alcune sue parti, altre reagiscono. La guerra tra simili non ha più senso davanti a un pericolo maggiore. Si combatte non più con l’avveniristico e spietato corredo bellico ma con le provette in laboratorio, sganciando virus che ci scoppiano dentro e fanno più stragi dei bombardamenti e riescono, in tempo reale, a stravolgere le economie, scuotere le Borse, creare povertà, isolare popolazioni con tutti i risvolti che ne derivano. La paura scava un vuoto dentro, irrigidisce e priva della forza di pensare al domani.  Negli Adagia, una raccolta di proverbi tratti dalla cultura classica, del 1508, Erasmo da Rotterdam afferma che la guerra è bella per chi non l’ha provata e ci viene incontro con la storia dell’aquila e dello scarabeo, una favola greca, per avvalorare la tesi che Dio si serve delle cose deboli per confondere i potenti. Qui lo scarabeo chiese all’aquila di risparmiare un coniglio che era andato nel suo nido. In risposta l’aquila mangiò il coniglio. Allora lo scarabeo andò nei nidi delle aquile buttando via le uova. A questo punto intervenne Zeus con un armistizio tra i due. Erasmo propende per la pazienza dello scarabeo, ammira l’insetto che esce dallo sterco più del rapace. Eppure l’aquila, spietata e feroce, appare sugli scudi dei governanti che sono altrettanto spietati.  L’invisibile virus, oggi, sconvolge il mondo mettendolo a soqquadro nella sua bella civiltà acquisita, un abito che comincia a invecchiare. Se qui lo scarabeo riesce a svuotare il mondo delle sue certezze, non ci resta che un armistizio di convivenza tra il rapace e lo sporco ma lucido scarabeo.


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Guardando cose mai viste prima





In questi giorni a casa, in isolamento per il coronavirus, confinati in alcune stanze, se va bene, in pochi metri quadrati, se va male, stiamo facendo i conti con quello che ci gira intorno. Passiamo del tempo a fissare alcuni oggetti della nostra camera, o alcuni mobili e pezzi di arredamento che forse guardiamo solo per la prima volta. Siamo costretti a passare in rassegna  la poltrona che non ci piace o lo stesso ordine dei libri negli scaffali che forse va cambiato, il lampadario verso il quale non avevamo mai alzato lo sguardo, o vecchie foto che stanno lì ormai da anni. I ritmi lenti delle giornate in isolamento ci permettono di accendere lo sguardo per la prima volta tra le pareti delle nostre camere. Prima eravamo presi dal far entrare nella giornata quante più cose possibili, gran parte del nostro tempo lo passavamo all'esterno. Ora i giorni ci impongono di guardare e vedere tutto quello su cui prima sorvolavamo. Quanti sono i meandri della nostra casa che non conosciamo o cui non abbiamo più dato attenzione? Un cassetto di cianfrusaglie che contiene una vecchia penna mai più trovata, una tovaglia che sbuca da un mobile e davamo per smarrita, un posacenere rinvenuto tra le cose che non ci piacciono più e notare che l'ordine dei quadri sulla parete  forse poteva andare meglio o compiacersi di come siamo stati bravi ad abbinarne la sequenza. Restando a casa, ci si appropria degli ambienti, delle comodità, si usano oggetti messi da parte, si rivede l'ordine e l'utilità di quello che ci passa sotto gli occhi. Solo guardandoci intorno possiamo capire di cosa abbiamo bisogno, di quello che abbiamo usato nel tempo e di quante cose superflue siamo circondati. Come facevamo prima a correre tutto il giorno senza accorgerci delle nostre stanze, dei nostri spazi abituali, così tanti che avevamo dato per scontato e non avevamo guardato più con gli occhi dell'interesse o del bisogno. L'abitudine ci toglie anche la bellezza dagli occhi e appiattisce tutto quello che ci circonda. Tutto diventa uguale ad altro e lo sguardo ci passa su con la velocità di un baleno. Per apprezzare si deve guardare e poi vedere con occhi aperti, bisogna intercettare quello che ci dice il vaso o la scodella, la tazza, regalo di un compleanno e la maglia vecchia che non buttiamo perché ci ricorda una giornata di tanti anni fa. La casa come custodia di momenti della nostra vita, di vissuti lontani, di attimi preziosi raccolti in alcune immagini, libri vecchi sottolineati e da cui, ad ogni riga, riemergono i pensieri soggiunti quando li studiavi. E' come assistere a un processo, il nostro processo, in cui ci scopriamo. La casa contiene orme che valgono più di un registro per identificarci. Ogni elemento è soggetto a una scansione mentale, da cui emerge un'epoca, un periodo, una mentalità, un giudizio. In questi giorni di forzato riposo siamo costretti a guardarci tra le cose e può accadere che ci immergiamo a tal punto da dimenticare pure il motivo per cui siamo relegati in casa. Viene alla mente Xavier de Maistre,  autore francese, che dal 1790 al 1794 scrisse Viaggio intorno alla mia camera,  un viaggio appunto tra le pareti della sua stanza, che gli dava l'opportunità di scorgere quello che non aveva mai visto. Prendeva spunto dagli oggetti per cucire un monologo, che molto spesso sfociava in un dialogo  tra anima e corpo. Lo spunto della stanza per viaggiare intorno a se stessi, diventando di riflesso l'oggetto di studio. La casa che ci accoglie tra i suoi spazi, spesso anche stretti e angusti, può significare la nostra reggia, ma anche la nostra prigione. Talvolta ci tiene al sicuro, altre diventa il posto da cui vogliamo evadere. Tutto ruota attorno alla conoscenza che abbiamo di noi stessi. Una vecchia poltrona di 50 anni fa, ancora ai piedi del letto, mi ha fatto rievocare quando mia madre, poco prima di morire, disse di vederci seduta la madre che era venuta a prenderla. Ora quella poltrona è sempre allo stesso posto, a mo' di reliquia, su cui non oso sedermi. Rimane la poltrona di mia nonna e, quando ci penso, passo in rassegna due generazioni, la sua vecchia forma, il successivo restyling, le macchie tolte nel tempo, il posto su cui sedevo da ragazza, quando mamma era a letto, l'appoggio degli abiti che non andavano riposti subito. E' sempre in ombra, come a voler esserci ma non troppo, a voler ricordare ma non tanto da stare male, a tenere il posto che le spetta, come se quel metro quadrato su cui è collocata fosse il suo regno inespugnabile. Quello è il suo posto fisso, guadagnatosi nel tempo, per le testimonianze che porta con sé e resta lì, sia  che si cambi stile alla stanza, sia che arrivino altri mobili. Lei sosta come un vecchio faro e non fa che elencare e riportare alla luce fatti e storie del passato, come se quella fosse la  missione per cui è nata.


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Epidemia, tra realtà e letteratura




In letteratura il topos dell’epidemia è ricorrente. Rappresenta la limitazione umana in ogni ambito: scientifico, morale, spirituale. L’epidemia di peste nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, descritta a cominciare dal XXXI capitolo, è rimasta nel nostro immaginario. Se la mente ripesca questo momento letterario è per affinità di situazioni con quanto accade oggi, ma cambiano le condizioni. Allora il contagio avvenne in seguito al passaggio delle truppe dei Lanzichenecchi nella pianura Padana, oggi che conosciamo i virus da vicino e ci lavoriamo in laboratorio e  abbiamo abbattuto le distanze, questi si propagano in modi anche più rapidi. 

Manzoni scrive la storia nel 1823 (3 le edizioni: 1823, 1827, 1840), ma è ambientata nel ‘600, periodo di guerre e pestilenze con conseguente carestia del 1630. All’inizio non si capiva il motivo di quelle morti.  Il sospetto che ci fossero untori cominciò a circolare ben presto, facendo di questo vocabolo qualcosa di molto temuto. Lo si vedeva nel vecchio in chiesa che passava la mano sul banco prima di sedersi o nei tre turisti che, accostatisi al duomo, furono accerchiati e malmenati, poi portati al palazzo di giustizia, ma lì rilasciati. Gli untori erano lo spettro anche delle campagne: tutti quelli che agivano in modo strano, con qualche segno o atteggiamento fuori luogo, venivano presi per responsabili del contagio. Dopo la processione a San Carlo, i morti crebbero: anche i santi non avevano abbastanza mezzi per contrastare l’epidemia. Il Manzoni afferma che ogni giorno bisognava sostituire, aumentare i serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori e commissari. I monatti erano addetti a prelevare i cadaveri dalle case e dalle strade e dare loro sepoltura. Il nome dal greco monos,(unico) dal latino monere ( ammonire, avvertire), erano chiamati di volta in volta, forse con contratto breve  e ce lo fa credere la probabilità che possa derivare anche dal tedesco monathlich, con valore di mese in mese. Si fecero costruire in fretta capanne di legno all’interno del lazzaretto per accogliere i malati ogni giorno. Ma a questa continua organizzazione da un lato accadde, come afferma il Manzoni, che  i mezzi, le persone, il coraggio diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva”. Si legge anche che gli apparitori, muniti di campanellini che avvisavano dell’arrivo del carro e i monatti “lasciassero cadere dal carro robe infette, per propagare e  mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa”. Qualcosa di più brutto e più funesto il sospetto per tutti e tutto. “La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca”. I dotti vedevano invece segni nefasti in una cometa apparsa nel 1628, in una congiunzione di Saturno con Giove. La peste nel Manzoni porta scompiglio e diventa riequilibratrice sociale. I potenti perdono forza, il popolo sopravvive abituato da sempre alla sofferenza e alle privazioni. Oggi come allora l’epidemia ci pone allo scoperto. Mette in mostra le nostre miserie, le nostre incapacità di fronte al sovrumano, svela la nostra fragilità, siamo tutti prede di situazioni più grandi di noi. Josè Saramago, nel suo romanzo  Cecità, afferma che “in

un’epidemia non ci sono colpevoli, ci sono soltanto vittime” e diventando tali scopriamo di avere stessi bisogni e necessità. E nella sofferenza manifestiamo la paura che a volte si trasforma in usurpazione e profitto. Un’epidemia scuote la società dalle sue certezze, rifà i conti, azzera le mete raggiunte. Dal caos un nuovo ordine. E’ difficile credere alla diffusione di un’epidemia oggi: l’era delle vaccinazioni, dei protocolli ad hoc per ogni malattia. E proprio quando crediamo di avere in mano la possibilità di sconfiggere ogni morbo, un ignoto virus sopraggiunge a seminare il panico. E se Manzoni lascia grande azione alla Provvidenza, che ottempera ad ogni bisogno e necessità, oggi ci affidiamo al Divino rispolverando una fede che nel tempo ha arrugginito i cardini. Un’epidemia rimescola valori e situazioni colpendo il centro della nostra vita. Ed è lecito pensare che un virus possa diventare un’arma “naturale” per destabilizzarci e abbassare le nostre difese fisiche e mentali riducendo consumi ma anche velleità, ambizioni, progetti, sogni. Si ridimensiona il futuro e c’è un bisogno di semplicità, di concretezza. Nella paura aumentano nuovi consumi, ci sono rinascite insperate, travolgimenti economici e di mercato. Nei Promessi Sposi l’epidemia mette Renzo in viaggio per la regione alla ricerca di Lucia. Un passaggio necessario nel contagio come un processo di ricognizione e rivisitazione di se stesso e degli altri. Si sovvertono priorità e finalità e allora come oggi gli esiti sono gli stessi. Nel romanzo manzoniano il mondo era ancora paese, non come oggi un luogo dove tutto avviene in tempo reale. Questo lascia intravedere le trame, i passi, le falle, i vuoti. Oggi si percepiscono gli untori, i monatti, gli apparitori e i commissari. Hanno le sembianze di scenari politici, conti bancari, sciacallaggi, scialacquatori, guadagni, perdite, sconti. Nel 1660 si scrutavano i segni nel passaggio delle comete, oggi si scruta tutto dall’occhio del mondo globale, dal grande fratello che ha in mano le nostre vite. Lì la peste salva  Renzo e Lucia, che finalmente trovano pace. Gli untori, accusati dalla superstizione popolare, subirono un supplizio che Manzoni descrisse Nella storia della colonna infame, un’appendice aggiunta alla prima redazione del romanzo Renzo e Lucia e non pubblicata, poiché avrebbe distolto i lettori dal percorso della storia principale. Gli untori erano necessari per trovare capri espiatori. Il Manzoni si rivolge all’atteggiamento poco idoneo dei giudici in situazioni tanto gravi. Ma oggi un’epidemia è una fatalità, lo scotto del progresso, della scienza che avanza e deve fare la sua parte. E’ un’arma letale capace di ridurre popolazioni in modo scientifico e chirurgico. E all’epidemia si sopravvive anche leggendo come accade nel Decamerone di Boccaccio. La cornice è data da una brigata di 10 ragazzi, 3 giovani e 7 fanciulle, che si incontrano in Santa Maria Novella durante  la peste a Firenze  nel 1348 e decisero di ritirarsi  in una casa sulle colline a raccontare novelle in attesa che l’epidemia si attenuasse. Qui trascorrono dieci giorni  a raccontare la vita, l’umanità, la mondanità dell’uomo di cui Boccaccio parla ampiamente, opponendosi a quel sacro che aveva imperato in tutto il medioevo. La serietà della materia trattata è data proprio dalla descrizione del contagio. E di peste Virgilio nel terzo libro delle georgiche descrive la peste del Norico (attuale Austria)nei versi 470- 566:

Qui un tempo per infezione del cielo sorse una miseranda stagione, e arse per tutto il calore dell’autunno, e diede a morte ogni specie di animali e di fiere, inquinò i laghi, fece imputridire i pascoli. Non era semplice la via della morte; ma quasi un’ardente sete penetrata in tutte le vene aveva contratto i miseri arti, di contro abbondava a fiotti un sudore e a gradi assorbiva in sé le membra disfatte dal morbo.   Spesso in un rito per gli dèi, stando nel mezzo la vittima presso l’ara, mentre la benda di lana viene cinta al niveo nastro, cadde morente fra l’esitare dei celebranti, o se altra ne aveva abbattuta prima il sacerdote, non ne ardevano le fibre poste sui sacri altari.

Una peste insolita è quella di Cecità, romanzo di Josè Saramago del 1947, dove l’epidemia contagia gli occhi. La perdita della vista fa sprofondare nella cattiveria lasciando solo un istinto di sopravvivenza. L’uomo, secondo l’autore, sembra fatto di indifferenza ed egoismo. Ma eloquente per titolo e descrizione la Peste di Albert Camus, romanzo del 1947 dai risvolti tragici. Qui un’invasione di ratti porta  un’epidemia di peste. E in questo evento si analizza il male, i rapporti, le attese, i risvolti della vita: Il microbo è cosa naturale, il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.”  E di epidemie ne sono piene le Sacre Scritture, gli autori antichi e i libri di storia. Rappresentano un freno, una svolta, un capovolgimento, un rimescolare il tutto.

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Febbraio


Sembra il titolo dei compiti di una volta, quando a scuola l’insegnante dava un argomento da trattare, un pretesto per indurre l’alunno a scrivere e non c’era tema più semplice del tempo. E cosa si scriveva a riguardo? Che è il mese del Carnevale ricordando che è una festa religiosa, che fa freddo, talvolta c’è la neve. Oggi l’inverno non è poi così lungo, la primavera è saltuaria e la pioggia fa i capricci sbagliando stagione. 

Una volta il vento veniva di marzo, con un compito preciso: trasportare i semi. E noi? Osservavamo ogni piccolo cambiamento della terra, del cielo, dei nostri stati d’animo. L’estate ci rendeva allegri e l’inverno malinconici. Oggi basta un bel viaggio per cambiare umore e abbiamo così l’estate tutto l’anno. Una volta l’influenza era italiana, l’indigestione avveniva per un cibo che ben conoscevamo. Oggi siamo cosmopoliti e se ti becchi l’influenza è quella pandemica, se ti punge un insetto non sai bene se sia stato sul Nilo o nella Pianura Padana, se hai un’indigestione, devi fare uno sforzo per capire cosa e dove hai mangiato: se al ristorante giapponese, cinese, al McDonald, alla mensa. La globalizzazione ha cambiato anche i pensieri e parlare di febbraio può sembrare uno stupido esercizio di scrittura. Chi vuoi che si interessi a questo mese, corto, insignificante, col clima che cambia, i ghiacciai che si sciolgono, le giornate con le loro perenni nebbie che hanno tolto la nitidezza ai colori di una volta. Ma abbiamo bisogno di un punto di riferimento che non ci faccia dimenticare la bellezza delle stagioni, di quella che abbiamo conosciuto sin da piccoli, quando si guardava fuori alla finestra per osservare il cielo, la terra, il mare, le prime punte sugli alberi, gli insetti, la pioggia con i suoi suoni, i bubbolii dei tuoni di pascoliana memoria, gli spostamenti delle nuvole. Tutto accadeva con un tempismo perfetto. Allora un germoglio annunciava la primavera e la neve una lunga coperta sulla terra che dormiva, una montagna innevata era l’immagine dell’inverno e il mare grigio e burrascoso incuteva paura. Oggi nel tema di febbraio possiamo scrivere che  la mimosa è quasi fiorita e forse per l’8 marzo sarà già secca, che non fa freddo, che il Carnevale qualche volta viene a marzo, sugli alberi già c’è qualche gemma e il sole è caldo e per niente pallido. Febbraio si è aggiornato, non è più quello di una volta. Anche Greta Thunberg avrà effettuato un confronto con i temi dei suoi genitori notando che il suo febbraio è così lontano da quello descritto nei loro quaderni di scuola. Febbraio è diverso. Quante specie di uccelli non vedrà più, quanti profumi persi, quanti colori. E se volessimo evitare le parole, avremmo sempre uno stuolo di pittori con giornate uggiose, freddi di tramontana, alberi spogli con i rami stecchiti al cielo, acque ghiacciate di fiumi e i bucaneve che si affacciano sul bianco macchiato di giallo nelle mattine con sole o di celeste quando il freddo congela ogni cosa. Febbraio lo conosciamo bene, ormai sono anni che ritorna. Ha affinato il nostro sentire e vedere per capire che non è più quello dei nostri temi. Nessuna rondine si prepara a tornare per il mese prossimo, ormai sono in estinzione, non c’è più il camino con la legna, ma stufe e condizionatori che hanno inquinato gli interni delle nostre case. Ma se ne dobbiamo scrivere ci sovviene la memoria che non sopporta i cambiamenti, lei è fedele a ciò che ha imparato, restia ad ogni metamorfosi di tempo come di ogni cosa. D’altra parte anche noi ci sentiamo sempre bambini, per poi aggiungere “dentro”, volendo sottolineare che ben sappiamo quanto siamo cambiati fuori, ma nello spazio interiore custodiamo il nostro tempo che non tradisce nemmeno le stagioni. Febbraio resta sempre il mese della Candelora, la Presentazione di Gesù al tempio, del Carnevale, delle chiacchiere, della lasagna, del sanguinaccio, del gelo, degli alberi spogli, delle formiche che, finite le provviste, escono per i primi sopralluoghi in cerca di avanzi, dei fiori che fanno capolino tra la neve, dei paesaggi innevati e silenziosi, della leggera malinconia che prende prima della primavera. Abbiamo bisogno di certezze per affrontare i cambiamenti.


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Analfabeti sentimentali




L’educazione socioaffettiva si apprende sin dalla tenera età. Il rituale di rimboccare le coperte, per esempio, è un modo per accompagnare i piccoli nel mondo dei sogni e dire di essere lì con loro. Passeggiare insieme non è da meno, come giocare, leggere storie, condividere il riposo o l’impegno sono momenti formativi. Attraverso i gesti, i bambini imparano tante cose, apprendono stati d’animo e pensieri, provano emozioni e costruiscono il loro modo di sentire. Se a un bambino non date carezze, non gli dite che gli volete bene, non lo rincuorate, non lo aiutate, non lo valorizzate, dove dovrebbe prendere la forza per affrontare il mondo? Addirittura abbiamo la presunzione di credere che se si comporta da adulto, sia più intelligente e puntiamo a rafforzare quest’aspetto del suo carattere. La mancanza di affettività produce indifferenza, vuoto e assenze che si presentano sotto forma di svogliatezza, incapacità, distrazioni, disinteresse. La sfera emotiva è fondamentale alla vita relazionale e un bambino privo di esperienze affettive diventerà un adulto distratto, puntando solo su se stesso e avvertendo il prossimo come un potenziale nemico. L’affettività è essa stessa fonte necessaria e indispensabile per lo sviluppo intellettivo. I sentimenti vanno educati, insegnati, devono fare un percorso prima di maturare. Non è come insegnare una materia, ci vuole tatto e tutta la sensibilità di un adulto che si propone con gli esempi, l’identificazione, la dedizione e l’affetto. E bisogna stare attenti a non far credere che tutto sia possibile, dovuto, rendendo i figli esigenti, prepotenti e arroganti. La questione è più delicata di quanto s'immagini. I bambini privi di manifestazioni affettive saranno adulti analfabeti di carezze, di abbracci, di attenzioni e proietteranno i loro disagi sugli altri finendo per non comprendere il mondo e chiudendosi in se stessi. Chi è affetto da immaturità affettiva si pone come in uno stato puerile, per cui non può esprimere i suoi sentimenti, non sa relazionarsi agli altri, non prova il senso di colpa, né quello del rimorso, è indifferente alle frustrazioni, è apatico anche di fronte a situazioni che invece dovrebbero sconvolgere. Si tratta di uno stato psicotico. La psicopatia, secondo il professore Umberto Galimberti è indifferenza, per cui “quando le emozioni scomposte e disordinate stanno a bollire nella nostra anima, innescano un meccanismo imprevedibile che sfocia in gesti estremi”. Quando parliamo di educazione emotiva, pensiamo a un rammollimento del nostro carattere, o a un sentimentalismo da femminucce. Si tratta di risposte e reazioni alle esperienze che ci toccano e che creano in noi dei precedenti, delle costanti cui rifarci quando ritorna quel tipo di esperienza ed ogni volta che il nostro io viene sopraffatto da quella situazione. Secondo Howard Gardner i tipi d’intelligenze sono sette: linguistica, matematica, musicale, spaziale, cinestetica, interpersonale, intrapersonale. Sono queste due ultime a essere alla base dell’intelligenza emotiva, quella che ci predispone alla comprensione e alla relazione esterna. Oggi il mondo digitale predispone all’analfabetismo affettivo, lasciando i giovani privi di rapporti ed esperienze costruttive, educative. Non insegnano a capire le proprie emozioni su determinati fatti, ma lasciano nell’equivoco e nell’illusione, raddoppiando la difficoltà di apprendere come comportarsi, cosa scegliere. E ‘molto comodo chiudersi tra lo schermo e la tastiera e trasferire il nostro mondo su un piano diverso e poco coinvolgente se non addirittura mascherato. L’esperienza diretta è ancora l’educazione migliore, quella che affina le nostre intelligenze che non sono più settoriali ma interdipendenti tra loro. L’educazione sentimentale avviene per mezzo di fiabe, favole, tradizioni, libri, rappresentazioni teatrali adatte, visioni di film per comprendere un vissuto. Un bambino non è un contenitore vuoto da riempire, ma un mondo da tirare fuori. In se stesso c’è tutto quello di cui ha bisogno, ma ci vogliono pionieri che entrino con sensibilità  in quegli spazi e li accendano. L’adulto deve scendere a livello del piccolo e non deve pretendere che il bambino si uniformi al suo pensiero come segno di maturità. Quello che trasmettiamo formeranno i pensieri di domani dei nostri figli. Cultura, attenzione, tempo, affetto, educazione sono gli elementi fondamentali per costruire uomini attenti e non sconnessi dalla realtà.
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Itarella e le altre storie...La scatola nera, il regalo più gettonato






Itarella è in treno verso Roma. Con lei l’amica di sempre.

-Itarè ma stai sempre con questo telefonino in mano?

-Parli tu che ci mangi, ci dormi, ti selfie…si dice così? Questa è la nostra scatola nera, è stata inventata per contenere tutta la nostra vita. Una volta esisteva l’anagrafe, oggi ricavi tutto dal cellulare.

-Ogni tanto dovremmo imparare a farne a meno. E poi mica siamo aerei che la chiami scatola nera?

-Embè, non è così? Si rifanno al telefono in ogni circostanza. Qua dentro, pensa, ho la dieta del professore, con l’app della bilancia peso le porzioni, poi gli invio i risultati in tempo reale.

-E come fai, mentre stai pesando la pasta e ti chiama qualcuno?

-Lo sospendo, cioè lo lascio “appeso” e carico la pasta.

-E se ti fa una videochiamata?

-Mi trova con gli spaghetti che cerco di calare in bocca per assaggiarli.

- Comunque non si può stare con questo aggeggio in mano sempre, anche in bagno, sul comodino. E’ un attentato alla persona.

- Ma che dici, qua dentro c’è un patrimonio. C’è la lista delle persone a cui devo fare i regali, le ricette nuove che mi servono per Natale, i negozi dove spendere…non parliamo della banca, delle bollette, della posta, dei pagamenti…

-Ormai la memoria non fa alcuno sforzo, tutto le viene servito in questa scatolina,  non possiamo farne a meno.

-No, non è questo, è che abbiamo trovato qualcosa con cui “sbariare”. Un passatempo per tutti, uomini, donne, bambini. Mette d’accordo tutti.

- Lo usano più donne e bambini che uomini.

- Sono proprio quelli che li usano maggiormente.Prima l’uomo faceva un corteggiamento che gli costava fatica, oggi quattro scemenze scritte qui sopra assumono il valore di una dichiarazione, salvo poi riempirti di improperi se ti permetti di dargli un palo. Poi c’è sempre una pausa di riflessione. Si usa ancora o manco quella vale più? E quando dicono così stai certa che ti hanno scaricata senza ombra di dubbio. Una volta mica potevi dire a una donna che ci dovevi ripensare?

- Il mondo è cambiato Itarè, va a un’altra velocità, è superato quello di una volta.

- Hai ragione, una volta c’era Babbo Natale ora è diventato vecchio e stanco, al suo posto arriva Amazon, con un camion sempre colmo di pacchi. Con un clic prenoti e un altro ti arriva quello che desideri. Prima erano gratis, ora devi pagarli. I furgoni dei corrieri girano tutta la giornata per la città e da una città all’altra.

- E non è una comodità?

-Vuoi mettere andare al negozio, dove toccare con mano quello che vuoi comprare? E poi cos’è sto via vai. Se non ti va, se non ti piace? lo rimandi indietro. Questi giorni sono di andirivieni con Amazon.

-Ma oggi è cambiata l’economia, il gusto, la mentalità.

-No, con questa scatola nera in mano è cambiato il modo di pensare, abbiamo scambiato questa scatolina per un potere. Tutti camminano col cellulare in mano, raccolto nel palmo, pronto per servire, come nei film western dove c’era sempre uno che prima di entrare nel saloon, girava la rivoltella pronta a sparare. E’ diventato la nostra Colt.

-Vedrai che quando sarai padrona della scatolina e te ne servirai nel modo giusto, allora capirai l’utilità.

-Sì l’altro giorno ho scoperto la mia amica alle ore 16.00 a farsi un selfie a Capodimonte, mentre mi aveva detto di stare a letto un po’ raffreddata.  E’ questa l’utilità? Non era meglio non sapere niente a questo punto? Ignorare a volte ci salva anche da noi stessi, invece vogliamo curiosare, sapere, intrigarci, “gossippare”. Tempo perso.

-Sei solo delusa da qualche amica.

-Macchè! Secondo te quanti messaggi, tra quelli che riceviamo, sono utili o veramente importanti?  Di 50 messaggi solo tre o quattro sono necessari e importanti, gli altri sono chiacchiere al vento.

-Bisogna usarlo per necessità.

-Pensa che la mia vicina, di domenica, mentre cucina, ascolta la messa dal telefonino. Posiziona il trabiccolo sul frigorifero, io la vedo dalla mia finestra, e risponde con le mani giunte a tutte le preghiere. Dico io, la chiesa è a quattro passi, che ti costa scendere e partecipare? Che mondo è questo? La scatola nera è diventata il nostro padrone. Mio marito pure ‘a sveglia mette col telefono. E poi tutte ‘ste foto che intasano le schede e si continua a scattare. Vogliamo fermare attimo per attimo. Una volta potevi dire che non ti ricordavi, oggi ti rispondono “aspetta ti faccio vedere, ho ripreso il fatto. Anche la legge ascolta il telefonino. Vuoi mettere il valore di una foto rispetto a un’altra prova? L’immagine batte tutte.

-Ma non possiamo rigettare il progresso!

- E’ progresso riempirlo di foto che si scattano anche mentre fanno la pipì? Una mia amica ha comprato un cellulare per ogni situazione. E allora ho pensato che a Natale regalerò a tutti il telefonino, tanto non bastano mai. L’uso che ne facciamo è colossale.

-Itarè, ma sei senza fantasia, sforzati di farne uno adatto per ogni caro.

- Ma se anche i bambini giocano con il cellulare! La mia amica lo dà al figlio per farlo giocare mentre lei pulisce e il bambino ha fatto per sbaglio delle foto che attestano che prima di pranzo mangia di tutto e il marito non le dà più i soldi per andare dal professore come me. Io ho messo una civetta che esce e mi riprende quando sente la porta del frigo aprirsi. E’ lì che si annida il pericolo, e la tentazione è forte. Così appena apro,  la civetta gufa e di sicuro mi cade il piatto e tutto quello che ho in mano. Mi aiuta, ma da quando ho messo quest’app sto facendo disastri: ho rotto quasi tutto in cucina. Però ho capito che il cellulare funziona e tutti lo apprezzano. Pure i pastori me li sono costruiti io con la pasta di sale. Ho fatto le riprese a San Gregorio Armeno e poi a casa ci ho lavorato su.

- Comunque il telefono va usato con la dovuta attenzione. Io ci scarico anche i documenti.

-Che dici, se al professore regalo un telefonino per Natale?

-Itarè, ma ti sei fissata?

- Così il professore  mi risponderà sempre quando lo chiamo per darmi qualche consiglio.

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