La notte della poesia










Martedì scorso, nella Basilica del Santuario di Santa Maria di Pozzano, a Castellammare di Stabia, si è tenuta la serata “La notte della poesia”, V edizione, consueto appuntamento  poetico, ideato e organizzato  da Carmen Matarazzo con Raffaele Ragone. Una serata all’insegna di versi e musica iniziata sul sagrato della chiesa con la voce della grande Anna Spagnuolo che si è misurata con un repertorio di tutto rispetto, accompagnata dal maestro Salvatore Torregrossa  incantando la platea assiepata tutto intorno a contrastare la brezza fredda del mare, prima di dare voce ai poeti. Dopo le prime poesie declamate all’esterno, ci si è trasferiti all’interno della Basilica, per l’occasione gremita. Hanno partecipato 13 poeti con poesie a tema libero, ognuno declamando per un tempo di sei minuti. Il parroco, Gianfranco Scarpitta,  ha fornito, a metà serata, notizie utili e interessanti  sulla Basilica. Tra i poeti due voci giovani, quelle di Serena Ferrara e Marco Melillo. Tra gli altri poeti Raffaele Ragone, organizzatore con Carmen Matarazzo della serata, Filomena Baratto, Giancarlo Cavallo, Floriana Coppola, Giovanni D’Amiano, Carlo Di Legge, Bruno Di Pietro, Giuseppe Vetromile, Lina Sanniti, Costanzo Ioni, Anna Maria Gargiulo che hanno letto testi di diverso approccio alla poesia e di vario tema. Un luogo incantevole e sacro  dove l’ascolto è stato il vero protagonista, le parole, suoni per gli orecchi con un contenuto che spaziava dall’ interiorità all’attualità.  Grande impegno anche per chi ha collaborato con gli organizzatori della serata.

Bisogna riconoscere un grande merito a Carmen Matarazzo che ha fatto della cultura una missione di vita cui non viene mai meno. Encomiabile ancora di più se riesce a tenere intorno  un circolo sempre vivo e attento, e  a far emergere la poesia in modo così energico come solo lei sa fare, qualità che attengono ai leader.


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Costanza e Federico




Cercando un libro di storia, mi sono imbattuta nel romanzo  La sposa normanna di Carla Maria Russo, che mi ha piacevolmente sorpreso. In verità ero alla ricerca di Federico II di Svevia, sì, lo Stupor Mundi. Un imperatore che ha lasciato un’orma indelebile nella nostra storia. Figlio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI, nonchè  nipote di Federico Barbarossa, nacque già erede di due casate e pretendente al trono del Sacro Romano Impero. Il meridione porta segni importanti di questo imperatore che fu invidiato da più parti, scomunicato per due volte da Papa Gregorio IX che vedeva in lui un diavolo da perseguire con ogni mezzo. Quello che non gli perdonavano erano le sue doti di grande politico  e di uomo di cultura oltre ad essere forte, bello e intraprendente. Attorno alla sua figura girano miti e leggende. Intanto la sua corte fu un luogo di incontro di culture e personalità, dove ebbe inizio la nostra letteratura con la Scuola poetica siciliana. Fondò l’università di Napoli nel 1224, diede impulso alla Scuola Medica Salernitana. Il libro  è così convincente che potrebbe essere adottato nelle scuole per rendere la storia più  viva e a portata dei ragazzi ed entusiasmarli alla conoscenza dei fatti.


Scritto in modo fluido e chiaro rende perfettamente l’epoca, fornisce elementi storici e descrive i personaggi con una  tale forza e precisione che sembra di conoscerli da sempre. Si prende in considerazione il periodo precedente la nascita di Federico e i suoi primi anni di vita. Costanza D’Altavilla, figlia di Ruggero II il normanno, aveva scelto il convento, ma all’età di trent’anni, mentre sul trono di Sicilia c’era Guglielmo I, fu costretta a uscire , chiamata dal nipote  in punto di morte per affidarle la reggenza del regno. Costei, appena fuori, si recò a Milano per il fidanzamento con  Enrico VI, uomo dai modi discutibili e molto restio a quel matrimonio, che veniva celebrato per volere del padre. Enrico riaccompagnò Costanza a casa, in Sicilia,  ma dovette lasciarla a Salerno,  per tornare in  Germania dove era appena morta sua madre. A quel tempo Costanza aveva un’età ritenuta vecchia per una donna che andava in sposa. Enrico si era fatto della futura moglie un’idea di donna non idonea al ruolo da sostenere. Ma quando le fu accanto dovette ricredersi. Non solo era di grande bellezza, ma aveva ogni carta in regola e  non si poteva credere che fosse stata chiusa in convento mentre era nata per essere regina. E non si comprende l’avversione che provava nei suoi confronti se come donna andava oltre le sue aspettative. L’autrice descrive minuziosamente i caratteri
e le personalità di Enrico e Costanza oltre a fornire un quadro completo di quella che era la Sicilia di allora: una  terra difficile da governare. ll Papato, intanto, manteneva sempre i suoi emissari sul luogo per informarsi, e se il vuoto politico si fosse protratto, sicuramente avrebbe messo le mani sul grande regno. Dopo il matrimonio Costanza andò in Germania dove rimase per un po’. Il clima e l’ambiente di corte sicuramente non le giovavano e pensava alla sua terra di Sicilia e a farvi ritorno quanto prima. In un passaggio si legge:” L’Italia del sud  si mostrava alla sovrana nei colori più amati: il blu del cielo e del mare gareggiava con l’oro del sole e delle spighe mature. E poi il verde argentato degli ulivi, quello più deciso dei limoni e degli aranci, i mille colori dei fiori. Terrazze coltivate a vigneti e frutteti si alternavano sulle pendici dei monti che terminavano a strapiombo sul mare”. Intanto nessun erede all’orizzonte. La parte centrale del romanzo è la descrizione di quello che visse Costanza per dare alla luce suo figlio, ormai avanti con gli anni, e in condizioni non proprio adatte. La vita con Enrico fu un inferno,  continuamente sopraffatta dalla sua arroganza e dalla sua misoginia, per cui tornò in Sicilia col bambino che diede alla luce a Jesi nel 1194, all’età di quarant’anni. Poco dopo Enrico VI morì, ma l’anno successivo anche  lei  se ne andò. Federico II rimase orfano all’età di quattro anni, sotto la protezione del Papa a cui si era rivolta Costanza d’Altavilla, vista l’età del piccolo Federico, e sotto la gestione di cavalieri dell’Impero. In questo periodo crebbe con la compagnia di persone del popolo, con i bambini della sua età scoprendo un mondo ricco e multietnico in una Palermo dalla mille sfaccettature. Fu allevato soprattutto dalla strada, tra il palazzo e i vicoli della città, dove si sentiva a casa, si permetteva di parlare il dialetto, di essere discolo, di scrollarsi di dosso la regalità che pur gli apparteneva. Leggeva molto, veniva a contatto con una società variegata e non si privava mai della sua gente. Il palazzo per lui era un luogo freddo che gli ricordava la madre e quelli che avevano il dovere di sorvegliarlo. La seconda parte, con la descrizione della vita di Federico da bambino, diventa molto avvincente, così come le vicissitudini di Costanza per mettere al mondo il figlio. Nel romanzo c’è  tensione dall’inizio alla fine. I fatti storici ritornano penetrando la loro quotidianità. Ha una potenza che blocca, illumina, stupisce, affascina. Lo ‘’stupor mundi’’, come fu chiamato Federico II, ha qui un posto d’onore. Un libro interessante che indaga nella vita del piccolo Federico prima ancora che dell’Imperatore.



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Hai tutta una vita intera davanti a te




“Hai una vita intera davanti a te”, chi non si è sentito dire questa frase almeno una volta da una persona cara, come la mamma, per esempio, cui sta a cuore la nostra vita.
Quando mia madre me la ripeteva, con enfasi e sorriso, non ci facevo caso. Credevo la vita fosse eterna, un po’ quello che pensano tutti i giovani. E’ pronunciata sempre con un sottofondo di malinconia. Un po’ come dire ne vedrai delle belle, accadranno cose, avrai da sospirare, da temere, da soffrire, da capire, da penare, da sorridere, da gioire in questo baraccone che contiene ogni cosa. Ma detta così si pensa all’eternità, che l’amore, le gioie saranno eterne, i dolori altrettanto, come un mondo statico, fermo a contemplarsi. A volte il contenuto non è in quello che la frase esprime ma in ciò che non dice. E quello che implicitamente significa è che la vita va coniugata, che c’è una radice e una desinenza per ogni cosa, che ci sono le eccezioni, i pluralia tantum, le cose passive, le attive, le costruzioni… La vita come una lingua, come un gioco da tavolo, spesso quello dell’oca, un film o un romanzo. E da quella prima volta che la sentiamo il tempo diventa un calendario su cui segnare le cose, da cui strappare i fogli e cominciare a fare i conti per le domande che pur chiede. E’ solo un’indicazione, un augurio, una frase ponte come un leitmotiv che ci accompagna. Essa ritorna in mente ad ogni età, in ogni situazione, sottolineando che anche in un minuto di vita ci sono gli attimi buoni e quelli meno. Non è il tempo che resta, né quello vissuto, né in che età ti trovi e non è più questione di quanto farai, bensì cosa ne farai della tua vita, quanto ti chiederà, quanto riuscirai a dare. Ora so che quando i genitori la pronunciano, e anch’io a mia volta l’ho detta, bisogna dar peso a quello che nasconde. Alla speranza che ognuno realizzi quello per cui è nato. L’eternità va costruita con la vita, nel bene e nel male. Quando veniva pronunciata non abbiamo pensato che siamo programmati per un tempo ben preciso durante il quale dobbiamo mettere a fuoco la parte migliore di noi. Non è nascere la cosa più difficile ma partorire la nostra vita giorno per giorno.


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Il cedro del Libano




Il Libano un tempo era la terra dei Fenici che avevano come arte principale quella di costruire le navi. Il legno adottato era il cedro, pregiatissimo e favoloso da essere oggi elemento fondamentale al centro della bandiera libanese. Un albero che cresce su versanti di montagne che vanno dai  mille ai tremila metri di altezza. 
Un tempo i Fenici avevano ricchi boschi di questi alberi, così come Creta e gran parte del Mediterraneo orientale. Il cedro è un albero forte, dalla bellezza spettacolare. I rami una volta alti, tendono ad appiattirsi assumendo una forma regale. Non ha frutti ma piccole pigne dette strobili pertanto non va confuso col cedro degli agrumi. Il suo legno è ricercato ma non cresce più come una volta. Le sue distese oggi sono patrimonio dell'Unesco e già i Fenici ne conoscevano il valore se costruivano le migliori navi del Mediterraneo: un tipo per il commercio e l'altro per la guerra. Erano munite di sperone a pelo d'acqua e di rostro, con una serie di rematori. A prua vi erano anche due grandi occhi per spaventare il nemico. Quella da guerra era a doppia vela di cui una più grande dell'altra.
Tutti i popoli vicini, compresi i Romani hanno utilizzato il cedro per la costruzione delle loro navi riducendo di gran lunga la riserva a quel tempo. Così gli stessi imperatori romani dovettero difendere questo patrimonio, tra cui l'imperatore Adriano nel 118 d.C, cercò di contenere il numero di quelli tagliati. Il cedro del Libano è un punto di riferimento ricorrente nella Bibbia. In Ezechiele si descrive il cedro "bello di rami e folto di fronde, alto di tronco, fra nembi la sua cima". E ancora: "tra i suoi rami fecero il nido tutti gli uccelli del cielo, sotto le sue fronde partorirono tutte le bestie selvatiche, sedettero alla sua ombra tutte le grandi nazioni".
Nei Salmi (92,12) si legge "Il giusto fiorirà come il cedro del Libano". Si sottolinea la sua grandezza, la stabilità, la fermezza e allo stesso tempo la sua arroganza, credendosi forte. Anche in vecchiaia esso si innalza. Re Salomone fece costruire col suo legno il tempio di Gerusalemme e il suo palazzo. Il cedro, dunque, è l'identità del paese.


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La collana di Venere




C’è una ruga sul mio collo, la cosiddetta collana di Venere, chissà 
perché riportata a Venere, dea della bellezza, se segna  il collo in orizzontale, in modo leggero ma visibile. Una ruga è una storia e la mia è frutto di una leggera inclinazione che ho sempre avuto reclinando il capo in basso  verso destra. Sta di fatto che da quando l’ho vista e ho capito il motivo per cui era lì, ho cominciato ad alzare il mento e la testa, ad avere una posizione dritta, sempre su.

Ma questa posizione è di chi crede di avere il mondo in mano. Alla mia età me lo posso anche permettere, se non altro per l’esperienza, ma devo convenire che non è mio costume, non per insicurezza, ma non mi ci vedo in giro a camminare come una giraffa in nome della ruga comparsa. La nostra fisiognomica mostra quello che siamo e che proviamo. Ora, vorrei provare a  camminare a testa alta, lo faccio per la ruga e non certamente per indole superba. Chi mi vede penserà ad una mia eccessiva sicurezza che devo dire è inversamente proporzionale al passare degli anni. Col tempo ci conosciamo meglio e ci sono più elementi di noi che non ci piacciono, e diventiamo con noi stessi ipercritici. L’esperienza  non basta a darci la sicurezza. Incombe sempre qualche spina che ne indebolisce la trama, che sia un pensiero, un fatto, un timore. La sicurezza si acquisisce continuamente,  è qualcosa sempre in divenire. La preoccupazione della ruga è un colpo alla vanità che fa i conti col tempo che passa. Ed è la stessa vanità a ricadere sulla riflessione e a farmi dire che le rughe sono vita, e forse la nostra parte buona. Noi le temiamo poichè rappresentano la lenta decadenza del nostro corpo, ma per formarsi si sono adoperate al massimo. Temo molto di più i volti di sfinge di chi non si è sforzato a produrre alcuna ruga. A questo punto le chiamerei elementi di generosità per aver plasmato quello che siamo oggi. Ma non dobbiamo credere che esse non possano ancora scavare formandosene altre, che la nostra generosità abbia raggiunto il culmine. Anche al meglio non c’è mai fine.



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Voglia di mare a settembre




Ogni anno a settembre mi ripropongo di andare a mare, di avere la spiaggia tutta per me e puntualmente questo non accade, ne sento solo parlare.  Colpa degli impegni, della pigrizia e della stanchezza  se ogni proposito cade nel nulla. A volte dovremmo dare priorità ai nostri bisogni, ma la rigidità mentale e l’incapacità di sottrarci alle azioni quotidiane, ci frena. In questo mese l’acqua è più fredda, il sole più tiepido, la giornata più corta, in compenso è piacevole il silenzio accompagnato dallo sciabordio delle onde a rive, l’avanzare del sole davanti ai nostri occhi. E allora per convincerci che non ci perdiamo niente, anche se non andiamo, cominciamo a dirci che il sole non è poi così caldo, che prendiamo freddo, che abbiamo un inizio di raffreddore, che non possiamo sottrarci ai nostri doveri. Ci spaventa andare in auto, parcheggiare... tutto diventa difficile. E poi c’è il pranzo da preparare, la spesa da fare, la domenica da organizzare e altre mille incombenze. Questo è il modo per non sentirci in colpa se non andiamo, tanto non ci perdiamo niente. Ma se provassimo a cambiare i nostri pensieri, a staccarci per po' dalla quotidianità, potremmo dare un  corso diverso alle nostre giornate settembrine. Se riusciamo a sconfiggere anche l'ultimo pensiero negativo che ci impedisce di incentivare il nostro desiderio, riusciamo a prendere la saggia decisione di andare con un asciugamano e un panino alla ricerca del posto dove stenderci al sole, dimenticandoci il resto. Dobbiamo scegliere, dobbiamo avere delle priorità che non siano solo di dovere ma anche di piacere, dopo una settimana di lavoro. Se ci lasciamo andare, possiamo apprezzare momenti unici. Quando la nostra visuale è sgombra di chiasso e di nuvole, il mare è una tavola, il panorama come attaccato a un foglio, anche noi per un attimo ci fermiamo. Che non è poi una cosa così malvagia, anzi concilia il riposo, la riflessione, la respirazione. E poi la brezza sulla pelle, il lento incedere nell'acqua, guardare il fondale che per tutta l'estate non si riusciva a scoprire per i molti che stavano in ammollo, gli scogli e i suoi abitanti che come noi riprendono le loro scorribande giornaliere dopo le invasioni estive. A volte si tratta di piccoli sforzi ben ricompensati. E la felicità è fatta di momenti che dobbiamo saper afferrare.


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Leggendo Cechov


Anton Cechov è il maestro del racconto. La sua prosa è asciutta, con parole precise, concetti affilati e senza un punto di vista o morale, come rilevava lo stesso Tolstoj. La narrativa russa ha una forza incredibile, trascina il lettore esattamente in quello che sta raccontando, ponendolo nello stesso stato d’animo, facendogli vivere storie lontane nello spazio e nel tempo come vicine. Quello che è stato imputato a Cechov come difetto dei racconti, diventa invece un pregio. I suoi racconti sono di una tale precisione e onestà intellettuale, che sarà il lettore ad aggiungere la sua soggettività. Ognuno legge in chiave personale, come se l’autore lasciasse di proposito il lettore a trarne le sue conclusioni. Ogni racconto ha una forza di un romanzo. Un affascinante affresco dell’epoca, della Russia, dei tipi che s'incontrano ogni giorno, che restano scolpiti in mente come dei modelli. I personaggi diventano eroi nella loro quotidianità. Nel racconto Una vita noiosa, per esempio, si narra del professor Nikolaj Stepanyc. Ci s'inoltra nella lettura con curiosità e dalle pagine emana una freschezza come se da quella che si va leggendo ne dovesse uscire qualcosa di esemplare. Si aspetta così il momento cruciale, che di fatto non giunge mai, ponendo il lettore in uno stato d’attesa e alla fine trovare considerazioni diverse da quelle che si profilavano all’inizio. Ogni rigo porta i suoi semi, lascia i suoi interrogativi. Il professore è un uomo di sessantadue anni, calvo, con la dentiera, laborioso e perseverante come un cammello, che ha un grosso problema: quello di soffrire di insonnia. Pur essendo professore emerito, vive quasi nell’indigenza per regalare ai figli un alto tenore di vita, così come gli altri immaginano debba avere. E questo lo fa soffrire: vorrebbe che i figli gli proponessero di non dare loro quegli agi essendo in ristrettezze. Aspetto che gli viene ricordato costantemente dalla moglie Varja, che goffa e monotona, ogni mattina gli sfila la cantilena. Il professore stenta a riconoscere in quella donna la sua Varja che ha tanto amato e che pur rappresenta un punto fermo della sua
vita. Molto interessanti le parti in cui descrive la sua attività di docente, medico qual è, e parla dei suoi studenti. Afferma che un insegnante deve sostenere un triplice ruolo quando si presenta a un uditorio: quello di pedagogo, studioso e oratore, usare un linguaggio corretto, espressioni brevi e precise, frasi semplici, e tutto in un orario prestabilito. Insegnare è una passione. Da medico crede che la scienza sia la cosa più necessaria all’uomo. Una debolezza questo suo pensiero che, unito all’insonnia, rappresentano le due cose per le quali combatte. Continua con la differenza tra studenti fannulloni  e quelli che superano gli esami, e poi ancora dei benefici della sconfitta e del significato di tesi, un lavoro basato su una ricerca originale cui lo studente si dedica  in completa libertà. Altra debolezza di quest’uomo sono i ricordi e, guardando indietro, il professore si rende conto d’aver costruito la sua vita con un grande talento e si preoccupa di finirla allo stesso modo.
Un racconto interessante che mal si coniuga col titolo di storia noiosa. Ad ogni rigo nasce l’esigenza di sottolineare concetti mai sentiti prima, accostamenti mai fatti e situazioni così normali che assurgono a fatti speciali. Cechov non è mai banale, conduce per strade ben definite non lasciandoti mai da solo. “Quando all’uomo manca un centro, più forte e nobile di tutte le influenze esterne, allora gli basta davvero un semplice raffreddore per perdere il suo equilibrio, vedere in ogni uccello una civetta, in ogni rumore un ululato di un cane. E tutto il suo pessimismo o ottimismo, grandi o piccoli pensieri, tutto si riduce a un sintomo e nulla più. Il racconto termina con la consapevolezza di aver trovato l’essenza della sua vita che i filosofi chiamano idea guida, alla fine del suo percorso. E per conoscerla bisogna scandagliarla fino in fondo e scoprire la sua sincerità, onestà e che la letteratura non può essere altrimenti: la menzogna non fa parte della sua scrittura. Cechov è attratto dall’animo umano e ne descrive i suoi movimenti in storie senza trama e senza epilogo. Basta osservare la realtà per scrivere, ma sempre con frasi semplici e chiare. Non gli piacciono le parole altisonanti, un riflettere
troppo sulla lingua. Essa deve rispecchiare gli stati d’animo senza affettazione né troppe limature. L’onestà deriva da quello che si pensa senza censurare il pensiero per adattarlo a una forma convenzionale. Questo assicura l’originalità e la verità della scrittura. D’altra parte scrivere è rilevare, tutto il resto appesantisce.


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