C'era una volta il mare



Soltanto il mare gli brontolava la solita  storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare  non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra gli scogli, nei quali si rompe, e par la voce di un amico”. E’ quanto scrive Giovanni Verga nel suo romanzo I Malavoglia del 1881.
Il mare è di tutti, si legge tra le righe. Non puoi dare cittadinanza al mare, anche se esistono le acque territoriali, anche se abbiamo messo paletti qua e là e usiamo dire acque di questo o quel paese. Il mare è di tutti, come l’aria che respiriamo. Ma cosa ne abbiamo fatto? Inquinato e inaccessibile. Andare in spiaggia non è privilegio di pochi, ma  un diritto di tutti. Quel posticino che tanto amiamo, in riva al mare, sulla battigia, tra acqua e terra, è un bisogno e non una concessione. Stiamo perdendo di vista il concetto di libertà e di democrazia, di diritto e di dovere. Il virus sembra sia venuto a confonderci e a ribaltare concetti fondamentali.  Tutte le belle parole non riescono a contrastare l’interesse. Dopo il virus, le spiagge si sono assottigliate, quelle libere rimpicciolite e manca lo spazio necessario per tutti. Era un’offesa prima vedere al largo barche ormeggiate in rada mentre a due passi, a riva, intere famiglie si accalcavano per contendersi un posticino al sole; ed è un’offesa oggi vedere che i panfili sono aumentati e le famiglie a mare diminuite. Il divario è sempre esistito, con una piccola differenza: chi aveva il mare continua ad averlo, mentre gli altri lo devono condividere a dure condizioni.  E  se prima sulle spiagge c’era disordine, oggi ce n’è ancora di più con le severe disposizioni di distanziamento. Per permettere di andare a mare a tutti a causa del distanziamento, si dovrebbe scendere in spiaggia a giorni alterni, forse due volte a settimana. E’ difficile adeguarsi a regole restrittive per pubblico e gestori e si finisce per mercanteggiare il metro in più o meno, il residente e il forestiero, il plexiglass o la recinzione, a dimostrazione che tirando da una parte e dall’altra si resta tutti scontenti. E in un momento di confusione come questo, c’è chi ne approfitta. Gli ingredienti a demotivare di non andare a mare, oltre che a spaventare, ci sono tutti: la paura, la crisi, la depressione. E se il distanziamento è norma, bisogna assicurare a tutti la discesa a mare. La spiaggia libera non è un residuo di costa su cui mettere chi non va alla privata, ma un tratto fruibile da tutti. Questa serie di conflitti in cui inciampiamo, confonde e intristisce.
Una volta si andava in spiaggia a respirare l’aria ricca di iodio, stendere il telo, un pezzetto di mondo solo nostro, portare i bambini a giocare, indorarli di sole per non fargli prendere la bronchite,  per il bisogno di sentire il mormorio del mare, lo sciacquettio sul bagnasciuga, per incontrare gli amici, abbronzarsi. Oggi il distanziamento, le precauzioni, i costi, il cemento, i divieti, la maleducazione, l’incompetenza, l’arroganza, il menefreghismo, l’incapacità hanno reso le spiagge un miraggio. I bambini di oggi potranno mai raccontare delle loro giornate a mare come noi un tempo, quando la spiaggia era un luogo da vivere e non un posto riservato a pochi? Potranno mai raccontare le ore in acqua a giocare a palla o con i secchielli a riva, il sonnellino, il gelato? E questo non sicuramente per il virus ma per le interminabili burocrazie che cambiano ogni giorno, per capire che oggi condividere la vita non è più una scelta ma un dovere. Il virus ci ha fatto comprendere che dobbiamo cominciare a spezzare le nostre certezze, che la vita è fragile e basta un niente per mandarci in tilt. E mentre impariamo ad affrontarla, non dovremmo farci del male, ma essere pazienti e creare possibilità per tutti.
Il nuovo concetto di libertà non ci vuole ancorati ai nostri egoismi, ci chiede di non ledere i diritti degli altri, caso mai ce ne fossimo dimenticati, di imparare a condividere e osservare regole uguali per tutti.
Se Verga vedesse quello che abbiamo fatto del mare, crederebbe I Malavoglia ricchi anche nella loro sventura. Una famiglia che di quella distesa d’acqua imprevedibile ci viveva, la stessa che fa morire alcuni membri della famiglia,  sconvolgendo le loro vite. Se il Verga potesse vedere il cemento iniettato sulle rive, allora inorridirebbe.  E l’errore che si continua a perpetrare è quello di impossessarsi sempre più delle spiagge, di renderle sottili scorci di costa, estremi lembi di ciottoli e scogli.
Il virus si è trasformato in un orco venuto a rovistare nelle nostre vite. E’ anche vero che ciò che prima non era ben gestito, oggi è diventato impossibile con le nuove disposizioni.
Ma il mare sa aspettare e chissà che in una furia futura, con i suoi rigurgiti, non si riprenda quello che non abbiamo saputo gestire, ma solo offeso e sfruttato, ricordando all’uomo che nulla gli appartiene.

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Anziani e solitudine


Gli anziani, oggi, sono una grande risorsa in un paese che invecchia sempre più e dove le aspettative di vita continuano a salire.
Assistiamo i nostri genitori in questo processo giorno per giorno anche se non accettiamo vederli  invecchiare, nonostante si tratti di un inesorabile ritmo cui andiamo incontro tutti. 
Pordenone, nuova residenza per anziani in località Villanova ...


A volte gliene facciamo una colpa, non gli perdoniamo di allontanarsi dai nostri ricordi, da quelle immagini giovanili che ancora girano per casa e ci parlano del tempo in cui erano belli e forti e noi tra le loro braccia. Poi, in breve, noi ci troviamo adulti e loro lontano da quel modello. E’ come sentirsi traditi, delusi. Un sentimento reciproco che provano anche i genitori quando non hanno più davanti il figlio bambino ma un uomo. Sono immancabili considerazioni che avvengono in ogni rapporto affettivo. Ne scaturiscono impressioni negative e positive e mentre i figli resistono per la vita ancora in corsa, i genitori ne soffrono e somatizzano quei pensieri che restano dentro senza risposta.  Spesso si trasformano in dolori fisici inspiegabili, manifestando in questo modo ciò che provano. Vengono poi meno le forze, i progetti e l’entusiasmo. Dicono di non stare bene, di non farcela, di voler riposare, di non riconoscersi per quello che facevano prima. E’ la reazione ai cambiamenti  che innesca meccanismi di rivolta. Molte cose si trasformano in modo irreversibile e ci vuole poco a cadere in depressione. Poi, che sia depressione, lo si capisce quando cominciano altre abitudini, rallentano, evitano, non escono. Lentamente le azioni di un tempo si spengono e giustificano l’atteggiamento con la fatidica espressione: ”E’ la vecchiaia”, un processo fisiologico e ineluttabile.  La solitudine è definita dalla relazione dell’altro, l’isolamento, invece, è una solitudine negativa in cui si è chiusi in se stessi. “Non fa paura l’isolamento causato da una malattia – afferma Eugenio Borgna – ma quello causato dal deserto delle emozioni, con freddezza transferale, così inquietante e strisciante, così camaleontico e dissimulante, così arido e così nascosto in ognuno di noi”. L’esperienza della quarantena  ci ha mostrato la fragilità di questa fase di vita e di quanto si speculi su di essa. Non è il benessere che interessa a un anziano, ma il calore della sua famiglia. Che vuoi che se ne faccia di quello che mangia o veste,  ha bisogno di condividere la sua vita con gli altri, di tenere accanto i nipoti, di sentirsi ancora utile e preso in considerazione, di essere a sua volta un punto di riferimento per gli altri. La dignità  è restare quello che si è sempre stati.
 A questa età si è più fragili, si reagisce poco anche alla cattiveria, si è accomodanti, a volte insistenti e testardi per dimostrare di avere ancora una volontà con la quale imporsi. Anche il più sano degli anziani ha le sue carenze e momenti malinconici, che dovrebbe superare in ambito familiare con una degna e accurata accoglienza. E’ fondamentale continuare a fornire alle persone anziane l’attenzione di quando erano al massimo della loro efficienza, senza declassarle a incapaci o bambini. A questa età possono accentuare le spigolosità del carattere, diventando lamentosi, ossessivi, insistenti, un buon motivo, secondo alcuni, per tenerli lontano. Sarebbe troppo  capire  e sfogliare la vita di un anziano come un insieme di  fatti che lo hanno reso quello che è ora? E’ l’espressione finale di un vissuto che lo ha forgiato. E ancora si aspetta dalla vita ciò che non conosce. Per ogni uomo avanti negli anni il giorno è prezioso, le piccole cose necessarie. Sa apprezzare quel poco che riceve, che sia un saluto, un’attenzione, un sorriso, una mano e non accetta di essere messo al bando. E scattano litigi e incomprensioni all’interno della famiglia,  a volte, proprio per questa estromissione e dove ci si aspetta che a soccombere sia sempre lui.   E giungiamo  alla conclusione che quella persona debba stare da sola, volendola punire ancora di più. Queste disaffezioni diventano nocive per chi le attua e per chi le subisce. Dovremmo avere più rispetto per l’ultima parte della nostra vita facendola scorrere con  serenità. La vera civiltà si preoccupa e si occupa dei più deboli, ma nella nostra non abbiamo ancora dato valore  alla vecchiaia: di solito o la eludiamo, credendoci eterni giovani, o la sottovalutiamo, credendola una “fine” e basta.
L’anziano chiede di vivere nel contesto in cui è sempre stato, chiede ascolto e vuole continuare a dare il suo contributo  anche in condizioni non ottimali. Per non parlare di quei sentimenti, a volte anche contrastanti, che attraversano la mente come fulmini, con repentini cambiamenti di umore. Andrea Riccardi afferma che “L’esperienza di invecchiare, fino a qualche generazione fa, era un fatto di pochi, e limitata per lo più al mondo del benessere. Oggi, ovunque, è l’attesa di ogni vita. Si possono allontanare gli anziani dalle case, si possono allontanare dagli ambiti di vita, pensiamo alla presunta ineluttabilità degli istituti, una mentalità profondamente sbagliata che porta ad atti di disumanità, oltre che di follia pura, in termini economici e sociali, (…) ma non si può eliminare quell’anziano che è in ognuno”. Il vero problema è la paura della fragilità, ma talvolta
può diventare un punto di forza.


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Le vie del Signore sono infinite


 L’altro giorno in chiesa è stata dura assistere alla liturgia con la mascherina a mo’ di “museruola”. Chi aveva gli occhiali stava anche peggio, rimandando ai beccamorti del ‘600.
Sul sagrato c’era chi misurava la temperatura corporea e sulla porta il dispenser col disinfettante per le mani. I posti a sedere, distanziati, per ogni banco due persone.  La chiesa aveva 100 posti disponibili. Il sacerdote non sapeva dove sistemare le persone rimaste sulla porta, alle quali aveva già detto dall’altare che non c’erano più posti liberi. Le vecchiette non recepivano nemmeno il messaggio. Il Signore certamente non le avrebbe mandate a casa. Una contraddizione se deve accogliere tutti.  Come si fa a spiegare agli anziani questa novità? Sembra inverosimile che una volta si entrava in chiesa a tutte le ore, le porte erano sempre aperte e non c’era alcun limite da mantenere. A Pasqua e Natale si stava come le acciughe, segno che eravamo tutti rispettosi e devoti. Anzi, più si stava assiepati in chiesa, più era segno tangibile di fede. 


Ora solo due persone per banchi, agli antipodi, anche dello stesso nucleo familiare e in tanto spazio ci si sente smarriti. La messa è iniziata con mezz’ora di ritardo per sistemare  chi era rimasto fuori.  Come poteva un tempo Gesù non accogliere tutti? Come avrebbe potuto dire che non c’era posto, che bisognava stare distanti? Già immagino Zaccheo (Lc 19,1-10) che, alla mancanza di un sicomoro nelle vicinanze, cerca la postazione nel coro con l’organo, di fronte l’altare,  sovrastando tutti dall’alto. Religione e salute, corpo e spirito che vanno in collisione! Conciliare il diritto alla salute con la professione di fede. Alla fine il parroco ha sistemato le persone nei posti disponibili sull’altare, sempre distanziati secondo norma.
Molto suggestiva l’immagine del sacerdote durante l’omelia con la mascherina che rollava sul viso, come una barca sospinta dalle onde, mentre noi fedeli recitavamo le preghiere avendo la sensazione che la voce giungesse da fuori. Il massimo lo abbiamo raggiunto alla Comunione, ma prima  il parroco ha spiegato come comportarci: allungare le braccia e prendere l’ostia appoggiandola nel palmo della mano, poi con l’altra prenderla e portarla alla bocca, spostando la mascherina. In quel momento sembravamo tanti ladri che preso il bottino lo incameravano velocemente per non farselo soffiare. E poi il segno di pace: ognuno si girava intorno alla ricerca dello sguardo altrui su cui appoggiarsi, con un accenno di riso che si percepiva da un arricciamento ai lati degli occhi. Ma ancora non era finita. A fine messa, non sapevamo come salutarci tra amici, parenti, persone che non vedevamo da tanto. A quel punto ci voleva una stretta di mano, un abbraccio, un sorriso…ma niente. Qualcuno ha azzardato uno slancio, qualche altro si teneva a notevole distanza, qualche altro ancora ci scherzava su. C’erano quelli che rapidamente si salutavano facendo toccare il gomito, come quel gioco di aste che si incrociano velocemente. E’ il nuovo modo di celebrare, dettato dal virus. Non è la prima volta che la Chiesa si adopera a prendere precauzioni per le epidemie. Una volta  si sigillavano le fonti battesimali e ci si muniva di altari portatili per messe all’aperto.

Oggi non mancano gli esempi di strategie pastorali: negli Stati Uniti Tim Pelc, parroco di Saint Ambrose (Detroit) asperge i fedeli  a distanza con  acqua santa da una pistola, mentre a Pisa,  Mario Brotini, parroco di San Miniato, dopo aver comunicato via Whatsapp l’orario del passaggio, percorre il paese in un maggiolone con capote abbassata e brandisce un ramo d’ulivo per benedire. (C.Ferlan sul Corriere della sera)

E chissà un giorno diremo ai nostri nipoti: “Una volta in chiesa non era così. Si cantava a squarciagola, si stava vicini nei banchi, si origliava la persona del banco dietro o avanti, si scambiava una parola con chi non vedevi mai fuori di lì, ci si confidava. Ci si incontrava tutti, era un po’ una festa, un momento di fede e di comunione con gli altri. Una volta per prendere l’Eucarestia c’era una lunga fila di persone con le mani giunte. E poi, nel tornare a posto, ci si sfiorava, si chiedeva permesso, ci si salutava, incrociavi lo sguardo degli altri regalando un sorriso. Il padre nostro si recitava tenendosi per mano e ci si dava un segno di pace abbracciandoci e baciandoci”. Chissà che non ci guarderanno con gli occhi fuori dalle orbite e ci prenderanno per dei primitivi. La messa sarà svelta e ultramoderna e durante la funzione non si vedrà più un sorriso, tutti mortificati da maschere di ogni tipo. Le uniche fiammelle accese saranno gli occhi, le mani più ferme che mai. Togliendo il tatto e la voglia di contatto come il gusto di proferire parola, forse daremo più valore all’ascolto e alla vista insieme.

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L'amicizia






Come dice il proverbio: “I parenti li manda Dio e gli amici li scelgo io”. Gli antichi ne sapevano in fatto di amicizia. Cicerone nella sua opera Laelius de amicitia afferma: “Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest”( Ecco perché l’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no). Oggi non ci fidiamo molto dell’altro, riteniamo i parenti più importanti per un fatto di consanguineità, come se ci preservassero dalla cattiveria e dalle ingiustizie. Eppure tutti abbiamo sperimentato  genitori esigenti, fratelli egoisti, zii menefreghisti, fino a sopportare quel determinato parente di cui avremmo fatto volentieri a meno. La famiglia è il luogo deputato al nostro bene e se dobbiamo vivere o morire sarà solo per lei, facendo passare in secondo piano la sfera degli amici. Cicerone afferma che il senso profondo dell’amicizia  è quello di andare alla ricerca della sua virtù: “nulla è più amabile della virtù”. L’amicizia è possibile e reale, nasce  solo da uomini di bene, per questo è così difficile. Gli uomini che riescono a instaurare una vera amicizia sono uomini migliori. Oggi diventiamo amici con un clic, perdiamo facilmente la calma e la pazienza, non siamo in grado di approfondire o di capire l’altro e lo vediamo quasi sempre un rivale. Scambiamo l’amicizia con la conoscenza, con le persone che abbiamo visto nascere, con chi ci torna utile, con chi ci fa un sorriso, con chi ci è familiare, con l’ospitalità. Conoscenze lunghe una vita possono restare tali e mai trasformarsi in amicizia. Socrate definiva l’amicizia uno dei beni più belli che si possa desiderare. Essa racchiude la conoscenza di ciò che davvero costituisce il bene per noi e per chi amiamo. Il bene profondo porta a essere anche insistente con l’amico, se questo lo aiuterà. A questo punto ci si chiede se l’amico debba essere della stessa natura o diverso. Per Esiodo ognuno è ostile ai propri simili, di conseguenza gli amici dovranno disporre della stessa natura, avere delle affinità che portino a legarsi. Platone ne parla ampiamente nel Liside dove non  giunge mai a una vera definizione di amicizia, forse per non poter racchiudere l’attività di due individualità. Aristotele diceva che ci sono tre tipi di amicizia: quella basata sull’utile, sul piacere e sul bene. Sicuramente ci si deve fondare sul bene e ciò significa che abbiamo per l’amico una vera ammirazione, la capacità di percepire la sua luce profonda. Il vero amico sa leggerci, trae il meglio di noi  e ci corregge. Certi sentimenti si percepiscono  nel silenzio e col tempo e l’amicizia nasce lentamente avventurandoci nel campo dell’altro e solo dopo aver sondato quello che ci attrae, lo scegliamo.
Con l’amico non abbiamo bisogno di molte parole per spiegarci, non c’è competizione, né invidia. Abbassiamo le difese ed entriamo in un territorio sano, privo di maschere, dove non si combatte ma non evitiamo il confronto. A questo proposito Jacques Derrida afferma che condizione dell’amicizia è la dissomiglianza che valorizza le differenze. Essa è un bene quando mantiene i “due” e non li costringe a confondersi per sembrare uguali, altrimenti scadiamo nelle varianti dell’amicizia.  E’ un sentimento molto vicino all'amore, se non più alto. E come l’amore, se lo cominci a spiegare, non è più amore, così l’amicizia non si spiega e trova le sue strade dove non possono essercene. Conosce  i tuoi limiti e i tuoi pregi e fa di tutto per mettere in risalto  le tue qualità. Un vero amico trae da te il meglio, ti fa stare a tuo agio, ti trasforma anche attraverso un litigio, un’opposizione. Non è importante come, ma il fine cui tende, che è quello di un confronto continuo, necessario alla crescita. L’amicizia è capace di grandi cose, se è quella ben stretta, con radici profonde. Come diceva Platone, l’amicizia si dimostra con i fatti.



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L'uomo e la natura




Le epidemie fino a qualche anno fa le avevamo studiate, mica provate? La mia generazione ricorda quella di colera del 1973, le varie influenze pericolose di questi anni: Mers, Sars, Suina, Ebola, fino ad arrivare alla Spagnola negli anni 1918-20 raccontata dai nostri nonni. Il nostro immaginario è carico di scene di lazzaretti, di peste nera, bubbonica, del Norico, di Atene… Quelle letterarie poi sono  ricche di pathos, di paura, di fede. E quegli scenari, solo visitati, sono diventati realtà. Nel 2020 abbiamo ancora le epidemie riconducibili a una natura che non conosce leggi umane ma solo quelle della conservazione della specie, del suo percorso biologico e fisico. E noi che ci illudevamo di poterla piegare ai nostri bisogni e di esserne al di sopra! Per Leopardi vi è impossibilità di conciliare civiltà e natura. Essa scuote il suo manto e fa capire chi comanda seriamente qui, da secoli, da che mondo è nato. E se affina sempre il modo di colpirci, noi continuamente la sfidiamo senza capire che con lei condividiamo l’esistenza. Da alcuni mesi il virus ci sta facendo guerra. Si stabilisce nelle nostre stanze, vi alberga per un bel po’e poi decide se esacerbare la lotta, limitarsi a convivere o farci soccombere. Ci apporta immobilità, irrigidimento mentale, restrizioni, preoccupazione, perdita della serenità, ossessione. Come quando un flipper lancia al massimo la sua pallina in alto, toccando l’estremità opposta, per poi scendere vertiginosamente con la stessa forza con la quale è salita, così noi, in quella fase di discesa, ci facciamo male mentre tocchiamo a  destra e a sinistra prima di ritornare nel punto iniziale. Stiamo sperimentando la paura dell’ospite invisibile, l’angoscia di vederci relegati nelle nostre case ad aspettare, insopportabile perfino a Godot. Sentiamo la malinconia di tempi migliori, di spensieratezza, di libertà, di stare con gli altri, di decidere come trascorrere le nostre giornate. Stiamo provando la mancanza degli affetti, sperimentando l’utilizzo massiccio della tecnologia, dalla quale dipendono la nostra serenità e operosità giornaliera. E ancora il lutto come fatto quotidiano, in un’epoca in cui la mortalità doveva essere un evento straordinario. E mentre ancora si aspetta il farmaco dell’eternità, che con tanta probabilità pensavamo di aver quasi raggiunto, stiamo qui a combattere per la sopravvivenza. Pur con la nostra intelligenza, siamo fragili e ci lasciamo sopraffare dal timore. Davanti a queste morti siamo impotenti, impossibilitati a frenare il corso della natura. E a cosa serve l’intelligenza se ci facciamo cogliere impreparati, alla stessa stregua di

un patogeno che ha bisogno di impiantarsi in un corpo per vivere? Un’intelligenza

che non si proietta nel futuro e non ne calcola i rischi e i fenomeni

che da esso possono nascere, non è di aiuto. L’intelligenza che crede di essere suprema, di non avere rivali, di vivere tra esseri inferiori, questa sì che è una bella superbia. E il danno della superbia è che, nella sua convinzione di essere invincibile, non lascia vedere e prevedere le cose. Le azioni spese per il nostro progresso, ci hanno inviato il conto. Lo paghiamo con la stessa nostra vita, segno di un’intelligenza che, per quanto si atteggi, non riconosce i rischi cui andiamo incontro. Siamo accecati dal competere con i nostri simili e, mentre ci preoccupiamo di combatterli, siamo sopraffatti dai patogeni. La vita è un sistema simbiotico  e  se spostiamo alcune sue parti, altre reagiscono. La guerra tra simili non ha più senso davanti a un pericolo maggiore. Si combatte non più con l’avveniristico e spietato corredo bellico ma con le provette in laboratorio, sganciando virus che ci scoppiano dentro e fanno più stragi dei bombardamenti e riescono, in tempo reale, a stravolgere le economie, scuotere le Borse, creare povertà, isolare popolazioni con tutti i risvolti che ne derivano. La paura scava un vuoto dentro, irrigidisce e priva della forza di pensare al domani.  Negli Adagia, una raccolta di proverbi tratti dalla cultura classica, del 1508, Erasmo da Rotterdam afferma che la guerra è bella per chi non l’ha provata e ci viene incontro con la storia dell’aquila e dello scarabeo, una favola greca, per avvalorare la tesi che Dio si serve delle cose deboli per confondere i potenti. Qui lo scarabeo chiese all’aquila di risparmiare un coniglio che era andato nel suo nido. In risposta l’aquila mangiò il coniglio. Allora lo scarabeo andò nei nidi delle aquile buttando via le uova. A questo punto intervenne Zeus con un armistizio tra i due. Erasmo propende per la pazienza dello scarabeo, ammira l’insetto che esce dallo sterco più del rapace. Eppure l’aquila, spietata e feroce, appare sugli scudi dei governanti che sono altrettanto spietati.  L’invisibile virus, oggi, sconvolge il mondo mettendolo a soqquadro nella sua bella civiltà acquisita, un abito che comincia a invecchiare. Se qui lo scarabeo riesce a svuotare il mondo delle sue certezze, non ci resta che un armistizio di convivenza tra il rapace e lo sporco ma lucido scarabeo.


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Guardando cose mai viste prima





In questi giorni a casa, in isolamento per il coronavirus, confinati in alcune stanze, se va bene, in pochi metri quadrati, se va male, stiamo facendo i conti con quello che ci gira intorno. Passiamo del tempo a fissare alcuni oggetti della nostra camera, o alcuni mobili e pezzi di arredamento che forse guardiamo solo per la prima volta. Siamo costretti a passare in rassegna  la poltrona che non ci piace o lo stesso ordine dei libri negli scaffali che forse va cambiato, il lampadario verso il quale non avevamo mai alzato lo sguardo, o vecchie foto che stanno lì ormai da anni. I ritmi lenti delle giornate in isolamento ci permettono di accendere lo sguardo per la prima volta tra le pareti delle nostre camere. Prima eravamo presi dal far entrare nella giornata quante più cose possibili, gran parte del nostro tempo lo passavamo all'esterno. Ora i giorni ci impongono di guardare e vedere tutto quello su cui prima sorvolavamo. Quanti sono i meandri della nostra casa che non conosciamo o cui non abbiamo più dato attenzione? Un cassetto di cianfrusaglie che contiene una vecchia penna mai più trovata, una tovaglia che sbuca da un mobile e davamo per smarrita, un posacenere rinvenuto tra le cose che non ci piacciono più e notare che l'ordine dei quadri sulla parete  forse poteva andare meglio o compiacersi di come siamo stati bravi ad abbinarne la sequenza. Restando a casa, ci si appropria degli ambienti, delle comodità, si usano oggetti messi da parte, si rivede l'ordine e l'utilità di quello che ci passa sotto gli occhi. Solo guardandoci intorno possiamo capire di cosa abbiamo bisogno, di quello che abbiamo usato nel tempo e di quante cose superflue siamo circondati. Come facevamo prima a correre tutto il giorno senza accorgerci delle nostre stanze, dei nostri spazi abituali, così tanti che avevamo dato per scontato e non avevamo guardato più con gli occhi dell'interesse o del bisogno. L'abitudine ci toglie anche la bellezza dagli occhi e appiattisce tutto quello che ci circonda. Tutto diventa uguale ad altro e lo sguardo ci passa su con la velocità di un baleno. Per apprezzare si deve guardare e poi vedere con occhi aperti, bisogna intercettare quello che ci dice il vaso o la scodella, la tazza, regalo di un compleanno e la maglia vecchia che non buttiamo perché ci ricorda una giornata di tanti anni fa. La casa come custodia di momenti della nostra vita, di vissuti lontani, di attimi preziosi raccolti in alcune immagini, libri vecchi sottolineati e da cui, ad ogni riga, riemergono i pensieri soggiunti quando li studiavi. E' come assistere a un processo, il nostro processo, in cui ci scopriamo. La casa contiene orme che valgono più di un registro per identificarci. Ogni elemento è soggetto a una scansione mentale, da cui emerge un'epoca, un periodo, una mentalità, un giudizio. In questi giorni di forzato riposo siamo costretti a guardarci tra le cose e può accadere che ci immergiamo a tal punto da dimenticare pure il motivo per cui siamo relegati in casa. Viene alla mente Xavier de Maistre,  autore francese, che dal 1790 al 1794 scrisse Viaggio intorno alla mia camera,  un viaggio appunto tra le pareti della sua stanza, che gli dava l'opportunità di scorgere quello che non aveva mai visto. Prendeva spunto dagli oggetti per cucire un monologo, che molto spesso sfociava in un dialogo  tra anima e corpo. Lo spunto della stanza per viaggiare intorno a se stessi, diventando di riflesso l'oggetto di studio. La casa che ci accoglie tra i suoi spazi, spesso anche stretti e angusti, può significare la nostra reggia, ma anche la nostra prigione. Talvolta ci tiene al sicuro, altre diventa il posto da cui vogliamo evadere. Tutto ruota attorno alla conoscenza che abbiamo di noi stessi. Una vecchia poltrona di 50 anni fa, ancora ai piedi del letto, mi ha fatto rievocare quando mia madre, poco prima di morire, disse di vederci seduta la madre che era venuta a prenderla. Ora quella poltrona è sempre allo stesso posto, a mo' di reliquia, su cui non oso sedermi. Rimane la poltrona di mia nonna e, quando ci penso, passo in rassegna due generazioni, la sua vecchia forma, il successivo restyling, le macchie tolte nel tempo, il posto su cui sedevo da ragazza, quando mamma era a letto, l'appoggio degli abiti che non andavano riposti subito. E' sempre in ombra, come a voler esserci ma non troppo, a voler ricordare ma non tanto da stare male, a tenere il posto che le spetta, come se quel metro quadrato su cui è collocata fosse il suo regno inespugnabile. Quello è il suo posto fisso, guadagnatosi nel tempo, per le testimonianze che porta con sé e resta lì, sia  che si cambi stile alla stanza, sia che arrivino altri mobili. Lei sosta come un vecchio faro e non fa che elencare e riportare alla luce fatti e storie del passato, come se quella fosse la  missione per cui è nata.


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Epidemia, tra realtà e letteratura




In letteratura il topos dell’epidemia è ricorrente. Rappresenta la limitazione umana in ogni ambito: scientifico, morale, spirituale. L’epidemia di peste nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, descritta a cominciare dal XXXI capitolo, è rimasta nel nostro immaginario. Se la mente ripesca questo momento letterario è per affinità di situazioni con quanto accade oggi, ma cambiano le condizioni. Allora il contagio avvenne in seguito al passaggio delle truppe dei Lanzichenecchi nella pianura Padana, oggi che conosciamo i virus da vicino e ci lavoriamo in laboratorio e  abbiamo abbattuto le distanze, questi si propagano in modi anche più rapidi. 

Manzoni scrive la storia nel 1823 (3 le edizioni: 1823, 1827, 1840), ma è ambientata nel ‘600, periodo di guerre e pestilenze con conseguente carestia del 1630. All’inizio non si capiva il motivo di quelle morti.  Il sospetto che ci fossero untori cominciò a circolare ben presto, facendo di questo vocabolo qualcosa di molto temuto. Lo si vedeva nel vecchio in chiesa che passava la mano sul banco prima di sedersi o nei tre turisti che, accostatisi al duomo, furono accerchiati e malmenati, poi portati al palazzo di giustizia, ma lì rilasciati. Gli untori erano lo spettro anche delle campagne: tutti quelli che agivano in modo strano, con qualche segno o atteggiamento fuori luogo, venivano presi per responsabili del contagio. Dopo la processione a San Carlo, i morti crebbero: anche i santi non avevano abbastanza mezzi per contrastare l’epidemia. Il Manzoni afferma che ogni giorno bisognava sostituire, aumentare i serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori e commissari. I monatti erano addetti a prelevare i cadaveri dalle case e dalle strade e dare loro sepoltura. Il nome dal greco monos,(unico) dal latino monere ( ammonire, avvertire), erano chiamati di volta in volta, forse con contratto breve  e ce lo fa credere la probabilità che possa derivare anche dal tedesco monathlich, con valore di mese in mese. Si fecero costruire in fretta capanne di legno all’interno del lazzaretto per accogliere i malati ogni giorno. Ma a questa continua organizzazione da un lato accadde, come afferma il Manzoni, che  i mezzi, le persone, il coraggio diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva”. Si legge anche che gli apparitori, muniti di campanellini che avvisavano dell’arrivo del carro e i monatti “lasciassero cadere dal carro robe infette, per propagare e  mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa”. Qualcosa di più brutto e più funesto il sospetto per tutti e tutto. “La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca”. I dotti vedevano invece segni nefasti in una cometa apparsa nel 1628, in una congiunzione di Saturno con Giove. La peste nel Manzoni porta scompiglio e diventa riequilibratrice sociale. I potenti perdono forza, il popolo sopravvive abituato da sempre alla sofferenza e alle privazioni. Oggi come allora l’epidemia ci pone allo scoperto. Mette in mostra le nostre miserie, le nostre incapacità di fronte al sovrumano, svela la nostra fragilità, siamo tutti prede di situazioni più grandi di noi. Josè Saramago, nel suo romanzo  Cecità, afferma che “in

un’epidemia non ci sono colpevoli, ci sono soltanto vittime” e diventando tali scopriamo di avere stessi bisogni e necessità. E nella sofferenza manifestiamo la paura che a volte si trasforma in usurpazione e profitto. Un’epidemia scuote la società dalle sue certezze, rifà i conti, azzera le mete raggiunte. Dal caos un nuovo ordine. E’ difficile credere alla diffusione di un’epidemia oggi: l’era delle vaccinazioni, dei protocolli ad hoc per ogni malattia. E proprio quando crediamo di avere in mano la possibilità di sconfiggere ogni morbo, un ignoto virus sopraggiunge a seminare il panico. E se Manzoni lascia grande azione alla Provvidenza, che ottempera ad ogni bisogno e necessità, oggi ci affidiamo al Divino rispolverando una fede che nel tempo ha arrugginito i cardini. Un’epidemia rimescola valori e situazioni colpendo il centro della nostra vita. Ed è lecito pensare che un virus possa diventare un’arma “naturale” per destabilizzarci e abbassare le nostre difese fisiche e mentali riducendo consumi ma anche velleità, ambizioni, progetti, sogni. Si ridimensiona il futuro e c’è un bisogno di semplicità, di concretezza. Nella paura aumentano nuovi consumi, ci sono rinascite insperate, travolgimenti economici e di mercato. Nei Promessi Sposi l’epidemia mette Renzo in viaggio per la regione alla ricerca di Lucia. Un passaggio necessario nel contagio come un processo di ricognizione e rivisitazione di se stesso e degli altri. Si sovvertono priorità e finalità e allora come oggi gli esiti sono gli stessi. Nel romanzo manzoniano il mondo era ancora paese, non come oggi un luogo dove tutto avviene in tempo reale. Questo lascia intravedere le trame, i passi, le falle, i vuoti. Oggi si percepiscono gli untori, i monatti, gli apparitori e i commissari. Hanno le sembianze di scenari politici, conti bancari, sciacallaggi, scialacquatori, guadagni, perdite, sconti. Nel 1660 si scrutavano i segni nel passaggio delle comete, oggi si scruta tutto dall’occhio del mondo globale, dal grande fratello che ha in mano le nostre vite. Lì la peste salva  Renzo e Lucia, che finalmente trovano pace. Gli untori, accusati dalla superstizione popolare, subirono un supplizio che Manzoni descrisse Nella storia della colonna infame, un’appendice aggiunta alla prima redazione del romanzo Renzo e Lucia e non pubblicata, poiché avrebbe distolto i lettori dal percorso della storia principale. Gli untori erano necessari per trovare capri espiatori. Il Manzoni si rivolge all’atteggiamento poco idoneo dei giudici in situazioni tanto gravi. Ma oggi un’epidemia è una fatalità, lo scotto del progresso, della scienza che avanza e deve fare la sua parte. E’ un’arma letale capace di ridurre popolazioni in modo scientifico e chirurgico. E all’epidemia si sopravvive anche leggendo come accade nel Decamerone di Boccaccio. La cornice è data da una brigata di 10 ragazzi, 3 giovani e 7 fanciulle, che si incontrano in Santa Maria Novella durante  la peste a Firenze  nel 1348 e decisero di ritirarsi  in una casa sulle colline a raccontare novelle in attesa che l’epidemia si attenuasse. Qui trascorrono dieci giorni  a raccontare la vita, l’umanità, la mondanità dell’uomo di cui Boccaccio parla ampiamente, opponendosi a quel sacro che aveva imperato in tutto il medioevo. La serietà della materia trattata è data proprio dalla descrizione del contagio. E di peste Virgilio nel terzo libro delle georgiche descrive la peste del Norico (attuale Austria)nei versi 470- 566:

Qui un tempo per infezione del cielo sorse una miseranda stagione, e arse per tutto il calore dell’autunno, e diede a morte ogni specie di animali e di fiere, inquinò i laghi, fece imputridire i pascoli. Non era semplice la via della morte; ma quasi un’ardente sete penetrata in tutte le vene aveva contratto i miseri arti, di contro abbondava a fiotti un sudore e a gradi assorbiva in sé le membra disfatte dal morbo.   Spesso in un rito per gli dèi, stando nel mezzo la vittima presso l’ara, mentre la benda di lana viene cinta al niveo nastro, cadde morente fra l’esitare dei celebranti, o se altra ne aveva abbattuta prima il sacerdote, non ne ardevano le fibre poste sui sacri altari.

Una peste insolita è quella di Cecità, romanzo di Josè Saramago del 1947, dove l’epidemia contagia gli occhi. La perdita della vista fa sprofondare nella cattiveria lasciando solo un istinto di sopravvivenza. L’uomo, secondo l’autore, sembra fatto di indifferenza ed egoismo. Ma eloquente per titolo e descrizione la Peste di Albert Camus, romanzo del 1947 dai risvolti tragici. Qui un’invasione di ratti porta  un’epidemia di peste. E in questo evento si analizza il male, i rapporti, le attese, i risvolti della vita: Il microbo è cosa naturale, il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.”  E di epidemie ne sono piene le Sacre Scritture, gli autori antichi e i libri di storia. Rappresentano un freno, una svolta, un capovolgimento, un rimescolare il tutto.

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