Zio Mario




L'altro ieri mi è giunta la notizia della perdita di mio zio Mario, l'ultimo superstite della famiglia di mia madre. Ho accolto quella notizia con stupore, come se appartenesse alla schiera di coloro che immaginiamo destinati a esserci per sempre.

D'altra parte ho pochi ricordi di lui, perché ci siamo visti poco nel corso della vita, ma ogni incontro aveva un'intensità particolare.

La sua morte mi ha spaventato più di quella di mia madre. Forse perché, pur essendo una persona discreta e sobria, rappresentava una certezza: la certezza di esserci. Non tanto per la sua presenza quotidiana, quanto per il semplice fatto che esistesse nel mondo. Aveva sempre un sorriso sulle labbra, anche nelle situazioni in cui altri si sarebbero arresi. Scacciava ciò che era negativo, violento o offensivo, tutto ciò che non era in sintonia con il suo cuore umile, pacifico e disponibile.

Non consideravo nemmeno la sua età avanzata. Per me era rimasto il giovane di sempre, con quel sorriso sereno che sembrava attraversare il tempo senza consumarsi. Quando lo vidi per l'ultima volta, ormai anziano, conservava ancora qualcosa di quella giovinezza. Anche nella fotografia posta sulla bara sorrideva.

È una sensazione strana non sentirlo più tra noi. Nella mia mente continua a essere lì, nella sua casa, intento a curare l'orto o a percorrere le strade del paese con la sua bicicletta.

Ricordo le volte in cui veniva a trovarci. Era sempre allegro, anche se sapeva nascondere bene le proprie sofferenze. Eppure io le intuivo nei suoi occhi, così simili a quelli di mia madre. Le poche azioni che ricordo di lui erano sempre compiute con il cuore. Provava una gioia autentica nel fare del bene agli altri. Era un esempio di bontà silenziosa, di quella che oggi sembra sempre più rara. Amava sorprendere le persone e prendersene cura in un modo tutto suo.

Dopo la sua morte mi sono interrogata sul ruolo di uno zio. È una figura che spesso resta sullo sfondo rispetto ai genitori, ma che in qualche modo ne riflette la storia. Attraverso la sua vita ho compreso meglio quella di mia madre. Notavo tra loro differenze e affinità. Il loro modo di guardarsi, di scherzare e di ridere li metteva immediatamente in sintonia. Si capivano al volo.

Mi piaceva quando parlavano sottovoce, quasi stessero condividendo segreti antichi. In realtà era semplicemente il loro modo di stare insieme. Quel parlare sommesso sembrava accorciare le distanze che la vita aveva imposto loro nel corso degli anni. In quei momenti comprendevo anche il valore di un fratello: avere accanto qualcuno dello stesso sangue può renderci meno fragili e più saldamente ancorati alle nostre radici.

Di lui conservo soprattutto il ricordo degli incontri nel paese natale di mio nonno, durante le feste e i ritrovi di famiglia. Sono immagini sparse, ma vive. Tra tutte emerge quella del viaggio di nozze, quando mi ospitò nella sua casa di Zurigo.

Fu allora che ebbi modo di conoscere da vicino il suo affetto. Non attraverso grandi dichiarazioni, ma nei gesti semplici di ogni giorno. Si preoccupava che stessi bene, era attento a ogni necessità, presente senza essere invadente. Quella premura discreta mi fece comprendere quanto bene mi volesse.

A casa mia il suo nome era pronunciato con rispetto. Si ricordava spesso quanto avesse lavorato sin da bambino e quanta fatica avesse attraversato nella vita. Eppure non l'ho mai sentito lamentarsi. Forse anche per questo il suo sorriso sembrava avere un valore speciale: non era leggerezza, ma una conquista.

Ieri, davanti alla bara, gli ho confidato il mio dispiacere per non essere andata a trovarlo nell'ultimo mese. Da settimane la sua immagine affiorava spesso nei miei pensieri senza che ne comprendessi il motivo. Solo dopo ho scoperto che era ricoverato proprio da un mese.

Sarà stata suggestione, oppure no. Quando l'ho accarezzato per l'ultimo saluto, la sua pelle mi è sembrata ancora calda e ho avvertito un profumo lieve e inaspettato. Sembrava quasi mi stesse aspettando per l'ultimo saluto.

Durante l'omelia il sacerdote, almeno all'inizio, sembrava quasi in difficoltà. Di fronte a una persona come Mario, un uomo semplice e onesto, non trovava parole solenni da aggiungere. Così ha rivolto la sua attenzione ai vivi.

Ci ha chiesto di pensare alla valigia che ciascuno porterà con sé quando lascerà questa vita. La chiesa ascoltava in silenzio. Non avevo mai assistito a un'omelia funebre di quel tipo: poche parole, ma capaci di colpire nel profondo.

Parlava degli uomini che seminano guerra, odio e sopraffazione. Si domandava quali beni avrebbero potuto riporre nella loro valigia coloro che avevano trascorso la vita provocando dolore agli altri. Era una riflessione semplice, ma difficile da ignorare.

Poi ha rivolto lo sguardo verso la bara affermando che ogni essere umano ha bisogno di purificarsi prima dell'incontro definitivo con Dio. Se anche Mario avesse dovuto attraversare quel passaggio, immaginava che sarebbe stato breve. Le sue parole non erano tanto un giudizio sul defunto quanto un invito a riflettere sulla vita che conduciamo ogni giorno.

All'uscita della chiesa ho incontrato i miei cugini, figli delle sorelle e del fratello di mia madre. Per la prima volta ci siamo sentiti profondamente uniti. C'era il desiderio di non perderci di vista, come se la scomparsa dell'ultimo rappresentante di quella generazione ci avesse resi più consapevoli delle nostre radici e della responsabilità di custodirle.

Nei nostri occhi c'erano ancora quei fratelli che avevano giocato insieme da bambini e che avevano affrontato le difficoltà della vita senza smettere di riconoscersi. Noi non siamo più i bambini di allora, eppure ogni incontro autentico contiene qualcosa di quel tempo lontano. Forse perché, quando ritroviamo chi appartiene alla nostra storia più profonda, una parte di noi torna sempre bambina.

Dove nasce Jacopo




Ieri, scendendo da Moiano, guardavo il mare. Mi tornavano in mente le volte in cui, osservandolo allo stesso modo, immaginavo la storia del capitano. Allora Jacopo non era ancora emerso come protagonista, ma già lo intuivo mentre scendevo lungo la strada.

Immaginate ogni scena costruita così: prima imbastita guardando il mare, tante volte. Ogni volta aggiungevo un pezzettino: un fatto, un tratto del carattere, un episodio.
Basta guardare il mare per creare una storia? Sicuramente no. Ma il mare attrae; un panorama ci invita a immergerci in ciò che vediamo e spesso alimentiamo storie per rendere quel mare vivo, protagonista di scenari che non sono poi così lontani.
Quante volte sarò scesa ammirando il mare? O forse è più giusto dire: quante volte, scendendo, lo osservavo con il desiderio di trasferirgli una storia e renderlo non più una cartolina, ma un ambiente reale in cui si sviluppava una vicenda apparentemente fantasiosa, ma che la fantasia aveva invece attinto da tanti racconti ascoltati e letti, mescolatisi così bene da non permettermi più di distinguere cosa fosse vero e cosa inventato.
Anche ieri, scendendo e ammirandolo, non costruivo alcuna storia. Solo che Jacopo ormai esiste, e ricordavo quando è partito, quanto abbia sofferto, la sua testardaggine nel cercare e volere l’impossibile, nel vivere con coraggio senza mai fermarsi.
E allora chiedevo al mare, con un sorriso:
«Lo so che questa storia ha ormai tre anni, ma dimmi la verità: ti ho fatto un bel regalo, vero?»
Questa è la forza dell’amore: ciò che si desidera ardentemente, a volte, diventa realtà.
Ma all’ultimo tornante, dove riuscivo a vedere solo un piccolo scorcio di mare, ormai quasi del tutto nascosto dalla vegetazione della collina, gli ho detto:
«Non crederai mica che abbia finito di farti regali? La mia fucina sta sicuramente già dando fuoco a nuove esperienze da farti vivere.»

La retropolitica dei contatti




Non ho molto tempo per girovagare su Facebook. Di solito sono online, ma spesso è come se non ci fossi. Accedo a Facebook soprattutto per inviare articoli e aggiornare  le varie pagine, però, mi soffermo su qualche post che mi colpisce, sul ricordo di qualche contatto che non vedo più da tempo.

A volte mi vengono in mente alcuni amici di cui non ho notizie da tempo e controllo le loro pagine. In questi casi scopro novità: alcuni hanno tolto l’amicizia, altri hanno aperto più profili, altri ancora sono deceduti. E tra questi ultimi rivedo immagini insieme, ritorn al tempo in cui ci sentivamo spesso.

Passo oltre quando la tristezza comincia a diventare insistente e riaffiorano i momenti in cui ci si scambiava qualche parola: sempre gentili, affabili, pronti a raccontare delle attività che svolgevano, a confrontarsi su idee e fatti della vita quotidiana.

Il pensiero che non ci siano più mi porta a riflettere sulle nostre pagine, curate nel corso degli anni e improvvisamente prive del loro animatore. Spesso i parenti ne assumono la gestione, e non sempre è piacevole assistere a questo passaggio. Ma d’altra parte, come si fa a capire quando è arrivato il momento di chiudere quella finestra?

Eppure è sempre emozionante rileggere vecchi post, rivedere immagini che sembrano riportarli in vita, ricordare fatti condivisi. Questo fa capire quanto siamo legati gli uni agli altri, anche in un mondo che spesso ci appare estraneo. Di alcune persone restano le idee, le convinzioni, l’allegria, quei messaggi pieni di verve che arrivavano come scariche elettriche, oppure gli interventi sinceri e senza reticenze nel raccontare ciò che accadeva.

Ma accanto a quelli che non ci sono più, si scoprono anche quelli che, pur essendo vivi, se ne sono andati da noi. Persone che hanno deciso di interrompere quel legame. E tra costoro, devo dire, molti già all’inizio mostravano un approccio discutibile.

C’è chi si considera una personalità superiore e, se non interagisci abbastanza con ciò che pubblica, preferisce eliminarti. Sono quelli più plateali, quelli che pretendono attenzione e approvazione costante.

Poi ci sono gli “amici” che a un certo punto decidono di allontanarsi per una tua mancanza nei loro confronti. Questa forse è la categoria più numerosa: pretendere che gli altri si comportino esattamente come desideriamo noi. E se questo non accade, si taglia il rapporto.

Infine ci sono quelli che, deducendo dai tuoi scritti di non condividere le loro stesse idee politiche, decidono di escluderti. Questo è un atteggiamento che trovo profondamente limitante. È come rifiutarsi di stare a tavola con qualcuno solo perché la pensa diversamente da noi. Non sopporto chi mette le proprie idee politiche davanti all’umanità e agli interessi comuni.

Una volta, durante un confronto su Pirandello, invece di parlare della sua scrittura  l'amico si interessava delle sue idee politiche. La politica non dovrebbe limitare relazioni e socialità; anzi, è proprio confrontandosi anche su quel piano, senza pretendere di avere ragione a priori e per partito preso, che l’incontro diventa interessante. Invece abbiamo fatto della politica una religione e della religione una politica. Ci sono persone che non riescono ad accettare che un rapporto possa sopravvivere alle differenze. E molti si allontanano proprio per questo motivo.

Ci sono poi quelli che, vedendoti in foto, si costruiscono un’immagine completamente sbagliata di te: carina, dolce, accomodante. Poi però, parlando, si stupiscono e ti dicono: “Sai che non pensavo ragionassi così bene e fossi così preparata sugli argomenti?”

E lì capisci quanti pregiudizi esistano ancora sulle donne, sulla bellezza e sull’intelligenza. Sorprende ancora quanto l’intelligenza femminile venga considerata un’eccezione se si accompagna a un volto gradevole. Il cervello delle donne non è un soprammobile, ma un laboratorio attivo ventiquattr’ore su ventiquattro.

Quando incontrano una donna che risponde, argomenta e pone domande, molti si sentono a disagio e preferiscono allontanarsi, come se quella presenza diventasse improvvisamente ingombrante.

Devo dire, però, che ci sono anche persone di cui apprezzo sinceramente il pensiero, pur comunicando poco con loro. A volte per mancanza di tempo, altre perché Facebook si consulta sempre in fretta, distrattamente.

Esistono poi amicizie che si riscoprono: persone con cui non si era mai interagito davvero e che, all’improvviso, con uno scritto riescono a scuoterti.

Sulla home scorrono fiumi di notizie e sappiamo bene che l’algoritmo favorisce soprattutto pubblicità e contenuti affini alle nostre preferenze. Così ci arrivano più spesso post legati a ciò che abbiamo mostrato di gradire, piuttosto che quelli degli amici.

Nel tempo abbiamo imparato a convivere con questo meccanismo, ma spesso la fretta, la pigrizia o la distanza nei rapporti ci fanno arretrare. I like parlano per noi: leggiamo senza lasciare traccia, quasi per ingannare l’algoritmo. Ma lui sa molto più di quanto immaginiamo, perché basta soffermarsi sul post di qualcuno per ritrovarselo di nuovo il giorno successivo.

Accade anche di commentare il post di un’amica che non si vedeva da tempo semplicemente perché ciò che ha scritto ci ha colpiti davvero, anche se poi lei potrebbe pensare: “Guarda chi si rivede”.

Non è strategia, né il tentativo di ingraziarsi qualcuno. È semplicemente riconoscersi, anche solo per un attimo, nelle parole di un’altra persona.

E così abbiamo trasformato Facebook in una sorta di retropolitica dei rapporti: sappiamo mostrarci a chi vogliamo, colpire qualcuno, ignorare altri, essere affabili con chi ci interessa, premurosi con i pochi amici reali.

I giovani definiscono Facebook un social da adulti, ma poi continuano a tornarci nei momenti in cui sentono il bisogno di lasciare una traccia pubblica di sé.

Eppure sono proprio i Boomer a coltivare questo spazio con maggiore costanza. Se un giorno decidessero di abbandonarlo, probabilmente i più giovani finirebbero per appropriarsene. Quello che forse non sopportano davvero è vedere genitori ancora socialmente attivi, come se la vita pubblica dovesse appartenere solo a loro.

Senza contare che molte attività commerciali hanno bisogno di visibilità e Facebook continua a rispondere bene a questa esigenza. Perché, nel bene e nel male, continuiamo ancora a lasciare lì frammenti della nostra vita.

Il Reggio Emilia Approach

                                                                             
                                 

        


A Reggio Emilia esiste una realtà educativa e didattica di grande rilievo internazionale.

Nata come scuola popolare nel 1860, l’esperienza educativa reggiana si sviluppò successivamente con la creazione degli asili comunali. Con l’avvento del Fascismo, però, queste strutture furono chiuse. Nel dopoguerra, grazie soprattutto all’impegno delle donne, furono aperte circa sessanta scuole dell’infanzia, dando vita a un’esperienza educativa significativa, ancora oggi conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Nel 1963 venne inaugurata la scuola dell’infanzia “Robinson Crusoe” per bambini dai 3 ai 6 anni e, con essa, iniziarono i primi scambi internazionali, in particolare una relazione costante con il Centro Educativo Italo-Svizzero. Gianni Rodari dedicò alla scuola la sua opera Grammatica della fantasia. Alle sorti della scuola e al suo successo si intreccia la vita del suo promotore, Loris Malaguzzi, nato nel 1920 e laureato in Pedagogia a Urbino nel 1946.

Dopo aver insegnato per anni nelle scuole primarie e secondarie, e aver coltivato numerosi interessi culturali, nel 1946 Malaguzzi divenne direttore del Convitto Scuola della Rinascita. I convitti offrivano ai ragazzi la possibilità di imparare un mestiere. Fu proprio in questo periodo che nacquero i primi rapporti internazionali e i contatti con studiosi portatori di differenti teorie pedagogiche, interessati a una nuova idea di scuola.

Nel 1951, in qualità di psicologo, Malaguzzi fu tra i fondatori del Centro Medico Psico-Pedagogico comunale di Reggio Emilia, dove lavorò per quasi vent’anni supportato da un’équipe di esperti.

La scuola, per la complessità delle situazioni che accoglieva, si prestò a un dibattito internazionale, diventando una sorta di laboratorio sperimentale, con particolare attenzione ai linguaggi espressivi e alla motricità.

Nel 1976 Malaguzzi diresse la rivista per l’infanzia Zerosei per Fabbri Editori. Nel 1980 fu fondato a Reggio Emilia il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, di cui sarà presidente fino al 1994. Nel 1981 ideò la mostra L’occhio se salta il muro – Ipotesi per una didattica visiva, che dal 1987 prenderà il nome di I cento linguaggi dei bambini – Narrativa del possibile.

Nel 1990 Malaguzzi progettò un importante convegno internazionale dal titolo: “Chi sono dunque io? Ditemi questo prima di tutto (Alice) – Saperi a confronto per garantire cittadinanza ai diritti e alle potenzialità dei bambini e degli adulti”.

Ben presto i nidi d’infanzia di Reggio Emilia risultarono tra i primi dieci al mondo.

La didattica su cui si fonda la scuola dell’infanzia di Reggio Emilia considera i bambini costruttori attivi di esperienze, partendo dall’idea che siano portatori di “cento linguaggi”, metafora che indica le infinite modalità attraverso cui possono esprimersi, inventare e reinventarsi.

Il compito del nido è valorizzare e far emergere ogni forma di linguaggio del bambino, verbale e non verbale. La ricerca, sia per i bambini sia per gli adulti, rappresenta una dimensione fondamentale della vita e un atteggiamento indispensabile per comprendere la complessità del mondo. In ambito educativo essa costituisce uno strumento di innovazione e crescita.

Attraverso la documentazione, la ricerca rende visibili i processi di apprendimento, rinnova le conoscenze, valorizza la professionalità educativa e promuove innovazione pedagogica a livello nazionale e internazionale. Tutto ciò che si svolge all’interno della scuola viene documentato, così da rendere osservabile e valutabile la natura dei processi educativi.

Tutto nasce da una sinergia tra progettazione didattica, osservazione delle manifestazioni dei bambini attraverso le esperienze, formazione del personale e ricerca educativa. Si tratta di un intreccio tra politiche educative, pedagogia, didattica e organizzazione del lavoro.

Tutti gli spazi della scuola sono pensati in connessione tra loro e vengono considerati luoghi di convivenza e di ricerca, nei quali i bambini svolgono le proprie esperienze. L’ambiente assume un valore centrale nella didattica, poiché interagisce continuamente con le attività educative e si modifica secondo le necessità. Nulla rimane definitivo: tutto è flessibile e in continua trasformazione.

L’apprendimento nasce così da un dialogo costante tra ambiente e pedagogia. I criteri fondamentali dell’ambiente scolastico sono la sicurezza, la qualità delle esperienze didattiche e la creazione di un forte senso di familiarità.

Oggi il metodo è adottato in 145 Paesi ed è un’eccellenza tutta italiana.

“Fare una scuola amabile, operosa, inventosa, vivibile, documentabile e comunicabile, luogo di ricerca, apprendimento, ricognizione e riflessione dove stiano bene bambini, insegnanti e famiglie è il nostro approdo.”
— Loris Malaguzzi




L'incontro mancante



      Immagine tratta da Spaccapanico



Spesso crediamo di poter cambiare le persone.
Lo crediamo perché il loro modo di essere ci ferisce, perché speriamo che il dolore abbia finalmente una fine, o forse perché non accettiamo l’idea che certi rapporti siano destinati a restare incompiuti.

Così iniziamo a interpretare ogni piccolo gesto come un segnale, ogni apertura come una promessa. Basta un momento diverso dal solito, come una parola più gentile, un’attenzione inattesa, un silenzio meno distante, e subito immaginiamo il cambiamento. Ma non era cambiamento. Era soltanto una tregua. Le persone, quasi mai, cambiano davvero. Al massimo si spostano per un istante dalla loro natura, per poi tornarvi con ancora più precisione.

E allora continuiamo a chiederci in cosa dovrebbero cambiare: nel carattere, nell’empatia, nella capacità di comprenderci, nel rispetto che non riescono a darci senza viverlo come una concessione.

Il punto più doloroso è che spesso parliamo di persone che dovrebbero amarci. Eppure quel bene, invece di nascere spontaneo, diventa un peso che portano con insofferenza. Come se ogni nostra necessità fosse un’invasione. Come se chiedere ascolto significasse pretendere troppo.

A quel punto il rapporto si trasforma in un luogo dove uno tenta continuamente di avvicinarsi, mentre l’altro arretra senza nemmeno accorgersene.

E chi ama di più finisce quasi sempre per assumersi anche il compito di salvare tutto: i silenzi, le incomprensioni, le distanze, perfino l’indifferenza dell’altro. Si convince che insistendo abbastanza riuscirà a smuovere qualcosa. Che prima o poi l’altro capirà. Che davanti alla possibilità di perdere davvero quel legame nascerà finalmente una consapevolezza.

Ma c’è una verità che arriva tardi: a volte l’altro non sta combattendo per il rapporto. Sta semplicemente aspettando che siamo noi a smettere di farlo. Noi immaginiamo incontri interiori che nell’altro non sono mai esistiti.

Attribuiamo profondità a chi forse non ha mai attraversato le nostre stesse attese. Pensiamo che abbia sentito il peso delle stesse notti, delle stesse domande, della stessa fatica nel restare. Ma non è così.

Chi ama costruisce mondi invisibili.
L’altro, spesso, continua semplicemente a vivere nel proprio.

E allora accade la cosa più crudele: crediamo che il nostro amore possa compensare anche la parte mancante dell’altro. Come se l'amore di uno bastasse anche per la mancanza dell'altro. Ma nessun sentimento può sostenere da solo il peso di due persone. Quando un rapporto si regge soltanto sulla volontà di uno, lentamente smette di essere un incontro e diventa una resistenza.

E chi resta immobile, chi non prova nemmeno a venirci incontro, troverà sempre una giustificazione nella propria rigidità.

Perché certe persone non vivono davvero il rapporto con l’altro: vivono accanto agli altri, senza includerli fino in fondo nella propria esistenza. Restano chiuse dentro se stesse, convinte che bastarsi sia una forma di forza, senza accorgersi che a volte è solo paura di lasciarsi coinvolgere.

E forse il punto finale è proprio questo: smettere di voler cambiare chi non sente alcun bisogno di cambiare. Lasciare andare l’illusione di poter colmare da soli ciò che manca a un rapporto.

Perché chi non vede mai la propria parte di responsabilità continuerà sempre a credere che siano gli altri a non venirgli incontro.

Ritorno a Itaca

 


Nel dipinto di Marc Chagall intitolato "Il letto di Ulisse" si distinguono figure dai contorni morbidi e quasi fluttuanti: i corpi sembrano sospesi in uno spazio irreale, mentre i colori, più che realistici, assumono un valore simbolico. Il verde intenso della figura distesa crea un’atmosfera di sogno e memoria; le donne richiamano la dimensione dell’amore, della fedeltà e dell’intimità domestica.

La scena rimanda al celebre episodio finale dell’Odissea: il letto costruito attorno a un albero d’ulivo, simbolo di un’unione salda e indissolubile tra Ulisse e Penelope.

Chagall interpreta spesso i miti non in modo narrativo e realistico, ma attraverso una visione emotiva e poetica. In questa scena il letto non è soltanto un oggetto, ma diventa simbolo di memoria, ritorno e amore sopravvissuto al tempo; le figure appaiono come presenze evanescenti o ricordi. L’atmosfera è intima, quasi sacrale.

Lo stile frammentato e visionario serve proprio a trasformare il mito in una scena interiore, più psicologica che storica.

La figura sdraiata, raccolta su sé stessa, trasmette un senso di vulnerabilità e profonda stanchezza. Ulisse, dopo il lungo viaggio, non appare più come l’eroe forte e combattivo, ma come un uomo che cerca finalmente riposo, identità e appartenenza. Il letto diventa allora simbolo di sicurezza emotiva, il luogo in cui un io frammentato può ricomporsi.

In Chagall le figure fluttuano spesso come ricordi, desideri o parti dell’anima. Qui possono evocare il desiderio di accoglienza, la nostalgia dell’amore perduto, la dimensione materna e protettiva oppure il conflitto tra eros, memoria e pace interiore.

Nella tradizione dell’Odissea, il ritorno rappresenta il compimento del viaggio umano: dopo l’esperienza del mondo, si cerca una casa che non sia soltanto fisica, ma anche interiore.

Il colore verde della figura centrale richiama, in psicologia, la vita, la guarigione e la riconciliazione. In Chagall, però, esso è spesso anche il colore del sogno e dell’emotività. Non emerge una pace pienamente serena, ma piuttosto una quiete fragile, conquistata dopo sofferenza e smarrimento.

L’intera composizione appare quasi liquida e fluttuante, poiché riflette uno stato psichico in cui realtà, memoria e desiderio si confondono. Per Chagall il mondo interiore è più autentico di quello concreto.

La scena assume anche un valore simbolico: il “letto” non rappresenta soltanto l’unione con Penelope, ma il bisogno umano di ritrovare un affetto stabile. Dopo il viaggio, il soggetto cerca una riconciliazione con sé stesso.

Per questo il dipinto comunica una pace che nasce dalla fine del conflitto interiore. Il “ritorno” non consiste semplicemente nel tornare in un luogo: è il tentativo di ritrovare sé stessi dopo una trasformazione. In Friedrich Nietzsche il ritorno si trasforma nell’“eterno ritorno”, con una domanda radicale: sapresti accettare la tua vita se dovessi riviverla infinite volte? In Martin Heidegger il ritorno coincide con un riavvicinamento all’essere autentico, sottraendosi alla dispersione della quotidianità.

Il ritorno avviene quando una persona, dopo esperienze di perdita, crisi o cambiamento, cerca un nuovo equilibrio interiore. Non si ritorna mai identici a prima, poichè qualcosa è stato attraversato e interiorizzato. Per questo esso è spesso legato alla memoria, alla nostalgia, ma anche alla guarigione.

Per Carl Gustav Jung il ritorno rappresenta un movimento verso il Sé: dopo essersi dispersi nel mondo, tra conflitti e maschere sociali, si cerca una riconciliazione più profonda con la propria identità autentica.

Per Sigmund Freud il ritorno coincide spesso con il riemergere di emozioni, desideri o ferite che chiedono di essere riconosciuti.

Per questo motivo il ritorno contiene sempre due dimensioni opposte: perdita e ritrovamento, cambiamento e continuità, fine del viaggio e nascita di una nuova consapevolezza. 

L’Odissea non è soltanto il racconto di un viaggio avventuroso, ma anche il ritorno dell’uomo a sé stesso. Ulisse parte come eroe della guerra ma il lungo viaggio lo costringe progressivamente a confrontarsi con i propri limiti, con il desiderio, la paura, la perdita, la solitudine e la tentazione di dimenticare chi è.

Il vero nemico di Ulisse non è il mare, ma la dispersione dell’identità. Per questo il ritorno a Itaca assume un significato molto più profondo di un semplice ritorno geografico. Itaca diventa il centro interiore, la propria verità, la parte stabile di sé che resiste al caos del mondo.

Anche Penelope assume un significato psicologico profondo: non è soltanto la moglie fedele, ma il simbolo della continuità dell’identità e della memoria affettiva. Il letto costruito sull’ulivo, immobile e radicato, rappresenta ciò che non può essere sradicato: il nucleo autentico dell’essere.

L’Odissea mostra che l’uomo comprende davvero sé stesso solo attraversando l’erranza. Non esiste ritorno senza smarrimento. Ulisse può riconoscere veramente la casa soltanto dopo aver sperimentato la perdita della casa stessa.

In questo senso il poema parla ancora oggi: il viaggio rappresenta la vita; i mostri, le crisi interiori; il mare, l’incertezza dell’esistenza; il ritorno, la ricerca di una pace che non coincide con l’assenza di dolore, ma con una nuova unità interiore. Per questo l’Odissea può essere letta come il racconto universale dell’essere umano che, dopo essersi perduto, riesce infine a ritrovare sé stesso.

Al largo di Santa Cruz incontra gli studenti dell’ITIS Pacinotti di Scafati

                                       Foto dell'ITIS "Pacinotti" di Scafati

Ieri mattina sono stata ospite dell’ITIS “Pacinotti” di Scafati per la presentazione del mio testo Al largo di Santa Cruz alle scolaresche delle classi terze, nell’ambito della rassegna "Il Maggio dei Libri 2026"

Per la seconda volta sono stata ospite in questa scuola a distanza di tre anni e contenta di ritornarci per l'attenzione che la scuola dà a una serie di iniziative culturali umanistiche pur trattandosi di un Istituto Tecnico. La dirigente scolastica, professoressa Adriana Miro, promuove numerose attività per avvicinare i ragazzi alla lettura. 

Il testo, "una favola moderna", come lo ha definito la professoressa Carmen Matarazzo, presidente dell’Associazione Culturale “Achille Basile – Le ali della lettura” di Castellammare di Stabia e moderatrice dell’incontro, per gli argomenti trattati si prestava a commenti e riflessioni da parte dei ragazzi.

Tra le domande poste dagli alunni, molte facevano riferimento alle descrizioni paesaggistiche e alle introspezioni psicologiche. Ho avuto modo di parlare di alcuni aspetti del romanzo in generale, sia per quanto concerne le parti discorsive, sia per la funzione dei dialoghi e delle stesse descrizioni ambientali. 

Il mare è il grande protagonista del romanzo in tutte le sue declinazioni: storie di chi parte e di chi resta; mare come distesa sconfinata e forza distruttiva, elemento paesaggistico e rasserenatore; il mare come grembo materno e grande metafora della vita.

Molti i riferimenti all’Odissea, prendendo in considerazione il protagonista Ulisse che, dopo aver viaggiato, torna alla sua Itaca ponendo un freno ai propri vagabondaggi.

Ma mentre Jacopo, protagonista di Al largo di Santa Cruz, dopo i suoi viaggi ritorna per restare, Ulisse non raggiunge mai una serenità pienamente appagante.

“Ogni libro è una creatura viva”: questa la frase scelta dal Ministero della Cultura per la rassegna. Ed è vero. Il libro vive di vita propria una volta compiuto; l’autore sembra quasi un estraneo, escluso da tutto ciò che può accadere in seguito, quando ognuno, a lettura ultimata, ne interiorizza una parte come qualcosa di suo e non più di chi l’ha scritto.

Ringrazio la dirigente scolastica per avermi inserita nella rassegna.

Un ringraziamento anche alla docente M. Antonietta Barone per l’impegno profuso con i ragazzi nella lettura del testo.



Ringrazio inoltre Carmen Matarazzo per la disponibilità, la generosità, l’impegno e la dedizione che profonde da decenni nelle attività culturali della nostra città e del territorio.

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