Via del Greto

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo primo

                               

                                                  Campo di Grano con volo di corvi, Van Gogh
 

                                                           Romanzo 

                                                           Capitolo I

Alfonso ritirò la posta dalla cassetta. Un ammasso di carta: pubblicità, bollette, volantini. In mezzo, una busta color avorio attirò la sua attenzione. Era indirizzata a mano con una calligrafia chiara ed elegante, leggermente inclinata. La prese incuriosito. "Chi scrive ancora lettere, oggi?" si chiese.

Per leggerla indisturbato si avviò verso il gazebo sulla terrazza di casa, dove il piccolo vivaio di piante tropicali regalava ombra anche nelle ore più calde. Si sedette, aprì la busta e iniziò a leggere. Arrivato in fondo, tornò all'inizio e la lesse una seconda volta, poi una terza. Quando i suoi occhi si posarono sulla firma, rimase immobile. Letizia.

Quel nome non gli restituì alcun volto. Solo una sensazione vaga, come una porta della memoria rimasta chiusa troppo a lungo. Era proprio quel vuoto, più ancora della richiesta contenuta nella lettera, a procurargli un lieve disagio.

Entrò in casa con il foglio ancora tra le mani.

«Maria, ti dice qualcosa il nome Letizia?»

La sorella smise di riordinare la tavola e rimase qualche istante in silenzio, come se anche lei stesse cercando un ricordo lontano. Poi il suo viso si illuminò.

«Ma certo. Letizia, la figlia dei Ferrero, i vicini del podere accanto al nostro. Da piccola chiamava mamma e papà "zii", e tutti pensavano che foste cugini.»

Alfonso continuava a non ricordare.

«I suoi genitori morirono quando era ancora bambina» proseguì Maria. «Una zia la portò con sé in Valle d'Aosta. Non aveva altra famiglia.»

Erano passati quasi vent'anni.

Alfonso abbassò lo sguardo sulla lettera. Letizia gli chiedeva ospitalità per qualche settimana. Sentiva il bisogno di rivedere i luoghi dove era nata, di respirare ancora l'odore della terra e quello del mare che aveva perduto troppo presto. Poteva davvero rifiutarle quella possibilità?

Alfonso era il secondo di tre figli e viveva ancora con i genitori, Maria e il fratello Andrea. Dopo la laurea in Economia aveva deciso di concedersi un anno sabbatico prima di partire per gli Stati Uniti, dove avrebbe completato la propria specializzazione. L'idea di lasciare casa lo entusiasmava e, allo stesso tempo, lo inquietava. Amava quella famiglia, il podere, gli amici di sempre. Eppure sentiva che il suo futuro cominciava oltre quella collina.

Era la fine di giugno. Il grano ondeggiava ancora nei campi, punteggiato qua e là dal rosso dei papaveri. Alfonso usciva spesso all'alba o nel tardo pomeriggio, quando il sole concedeva un po' di tregua. Gli piaceva il rumore della ghiaia sotto le scarpe, il gesto quasi inutile di togliere una foglia secca da un ramo, il profumo della terra riscaldata dal sole. In alcuni punti, tra gli ulivi, il mare compariva all'improvviso. Ogni volta si fermava, si appoggiava a un tronco e restava a guardare l'orizzonte, come se laggiù ci fosse qualcosa che lo stesse aspettando.

L'arrivo di Letizia continuava a procurargli una sottile inquietudine. Non riusciva a ricordarne il volto e si domandava perché, dopo tanti anni, avesse sentito il bisogno di tornare proprio allora.

Il sabato mattina prese la Mini e si avviò verso la stazione. Lungo la strada vide una ragazza ferma con un trolley. Guardava alternativamente un foglietto e le case intorno, con l'aria di chi teme di essersi perso. Alfonso rallentò e le chiese:

«Hai bisogno di aiuto?»

La ragazza alzò lo sguardo. Appena lo vide, un sorriso le distese il volto.

«Cerco via del Greto... il podere dei Varriale.»

«Io sono Alfonso Varriale.»

Lei lasciò sfuggire un lieve sospiro di sollievo.

«Allora sei tu...»

«E tu devi essere Letizia. Benvenuta. Hai fatto tutta questa strada a piedi? Stavo proprio venendo a prenderti.»

Lo osservò per qualche istante. Lo aveva riconosciuto subito. Il tempo aveva cambiato i lineamenti del ragazzo che ricordava, ma non quello sguardo chiaro né il sorriso appena accennato, così simili a quelli del padre.

«Non ti ricordi di me?» domandò con dolcezza.

Alfonso abbassò appena gli occhi.

«Mi dispiace... no.»

Per un istante una lieve delusione attraversò il volto di Letizia, ma scomparve subito dietro un sorriso.

«Sono passati tanti anni.»

Lui scese dall'auto, la salutò con un bacio sulle guance e sistemò il trolley nel bagagliaio. Durante il tragitto verso casa, Letizia rimase incantata dal paesaggio. Seguiva con lo sguardo i campi di grano, i papaveri, gli ulivi e le vigne che scendevano dolcemente verso il mare. Sembrava riconoscere ogni angolo di quella terra. Alfonso la osservava di tanto in tanto. Lei quasi non si accorgeva della sua presenza: guardava quei luoghi con gli occhi di chi ritrova qualcosa che ha amato e che credeva perduto.

La famiglia Varriale accolse Letizia con un calore che la commosse più di quanto avesse immaginato. La madre di Alfonso fu la prima a stringerla in un abbraccio lungo e sincero, come se in tutti quegli anni avesse atteso quel momento.

«Quanto sei cresciuta...» disse accarezzandole il viso. «Quando sei partita questa casa è diventata improvvisamente più vuota. Mi sembrava che mancasse qualcuno della famiglia.»

Anche Maria la abbracciò con affetto, mentre Andrea le prese la valigia sorridendo.

«Ben arrivata. Adesso, però, qui nessuno resta con le mani in mano.»

La battuta strappò una risata a tutti e sciolse la tensione dei primi minuti.

Durante il pranzo i ricordi riaffiorarono uno dopo l'altro. Si parlò dei genitori di Letizia, delle estati trascorse insieme, delle corse nei campi e dei giochi da bambini. Lei ascoltava in silenzio, sorridendo ogni tanto, ma si rendeva conto che molti di quei ricordi appartenevano agli altri più che a lei.

«Io ricordo poco,» ammise a voce bassa. «Soprattutto dei miei genitori. Alcune immagini... qualche profumo... niente di più.»

La madre di Alfonso le prese una mano.

«Eri troppo piccola. È normale.»

Letizia annuì. Raccontò della zia che l'aveva cresciuta in Valle d'Aosta, della scuola, del lavoro e della casa che era riuscita a costruirsi. Parlava con serenità, ma sceglieva con cura cosa raccontare e cosa tenere per sé. Disse abbastanza da rassicurarli. Non disse tutto.

Alfonso rimase ad ascoltare quasi per tutto il tempo. Osservava quella ragazza che parlava con naturalezza della sua famiglia come se ne avesse sempre fatto parte e continuava a chiedersi come fosse possibile non ricordarla affatto. Erano coetanei. Avevano trascorso l'infanzia a pochi metri di distanza. Eppure, nella sua memoria, di Letizia non era rimasta alcuna traccia.

Più tardi, rimasta sola nella camera degli ospiti, Letizia si affacciò alla finestra. Davanti a lei il podere si stendeva fino alla collina, dove gli ulivi lasciavano spazio all'azzurro del mare. Inspirò profondamente. L'aria profumava di terra, di erba secca e di salsedine. Chiuse gli occhi e, per un attimo, ebbe la sensazione di essere tornata nel posto a cui era sempre appartenuta. Non ricordava quasi nulla della sua infanzia, eppure quei luoghi le parlavano con una voce che riconosceva.

Nei giorni successivi si inserì nella vita della famiglia con una naturalezza che sorprese tutti. Aiutava la madre di Alfonso in cucina, dava una mano a Maria nelle faccende di casa e, quando poteva, seguiva Andrea nel podere. Non lo faceva per educazione o per sentirsi in obbligo. Era come se ogni piccolo gesto le permettesse di ricostruire un legame interrotto troppo presto.

Alfonso, invece, sembrava mantenere una certa distanza. Non era freddezza, ma una forma di pudore che lui stesso non riusciva a spiegarsi. Continuava a studiare per la partenza negli Stati Uniti e usciva meno del solito con gli amici. Ogni tanto osservava Letizia mentre parlava con sua madre o passeggiava tra gli ulivi, ma evitava di fermarsi troppo a lungo con lei. Più cercava di ricordare, più quel vuoto nella memoria gli sembrava inspiegabile.

Tra pochi giorni sarebbe partito per la Sardegna con alcuni amici. Aveva pensato più volte di dirglielo, ma rimandava sempre il momento, come se quella notizia non avesse alcuna importanza.

La mattina della partenza salutò tutti in fretta.

«Torno tra quindici giorni» disse infilando lo zaino in spalla. «E non fate lavorare troppo Letizia.»

«Vai tranquillo,» rispose Andrea. «Ci penserò io.»

Letizia si limitò a sorridere.

Pochi minuti dopo, mentre sparecchiavano la tavola della colazione, Maria notò una scatolina rimasta accanto alla tazza di Alfonso.

«Le sue pillole per l'allergia...» disse prendendole in mano. «Senza queste passa le giornate a starnutire. Ogni anno è la stessa storia.»

Letizia si voltò di scatto.

«È già partito?»

«Sì. Avrà già preso la strada per la stazione.»

Non perse altro tempo. Prese le chiavi della vecchia Cinquecento e uscì di casa.

Durante il tragitto continuava a ripetersi che doveva fare in fretta. Non riusciva a spiegarsi perché fosse tanto agitata. Forse era solo il desiderio di essergli utile. O forse c'era qualcosa che nemmeno lei era ancora pronta a riconoscere.

Quando arrivò alla stazione, il treno era fermo al binario. Corse lungo i vagoni cercando Alfonso tra i finestrini. Non lo vide. Tornò indietro, il respiro sempre più corto, e provò a chiamarlo. Il telefono risultava spento.

Si lasciò cadere su una panchina stringendo la scatolina tra le mani.

«E se fosse già salito?»

«E se partisse senza?»

«Letizia?»

La voce la fece sobbalzare.

Alfonso era davanti a lei con lo zaino sulle spalle.

«Che ci fai qui?»

Lei si alzò di scatto e gli porse le pillole.

«Le hai dimenticate.»

Lui le guardò sorpreso, poi sorrise.

«Non me n'ero nemmeno accorto. Mi hai salvato la vacanza.»

Un fischio annunciò l'arrivo del treno.

«Questo è il mio.»

Lei annuì senza riuscire a trovare le parole.

«Grazie davvero.»

Quando il convoglio si rimise lentamente in movimento, Alfonso si affacciò al finestrino e la salutò con la mano. Letizia rimase ferma sotto la pensilina finché il treno non scomparve dietro la curva. Solo allora si voltò verso il parcheggio. Camminava lentamente, con una strana stretta nel petto. Per la prima volta da quando era tornata, comprese che quella terra non era l'unica ragione del suo viaggio. 


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La gabbia invisibile

                                         

                                                                           Immagine di Gulumse

Nell’epoca moderna le possibilità della vita sembrano essersi moltiplicate senza limite. L’uomo contemporaneo dispone di strumenti, conoscenze e opportunità che nelle epoche precedenti erano impensabili: può scegliere, cambiare, spostarsi, comunicare, costruire la propria identità in modi diversi. Apparentemente sembra vivere in una condizione di libertà mai raggiunta prima.

Eppure questa abbondanza di possibilità nasconde una contraddizione profonda: spesso ciò che percepiamo come libertà non è altro che una serie di percorsi già predisposti, all’interno dei quali siamo invitati a muoverci. Le scelte aumentano, ma allo stesso tempo aumentano anche i sistemi che orientano tali scelte. L’uomo moderno sembra avere un potere infinito, mentre in realtà il suo spazio di autonomia diventa sempre più condizionato.

La prigione contemporanea non è più necessariamente fatta di mura o catene visibili. È una prigione più sottile, composta da regole, procedure, aspettative sociali e meccanismi economici che guidano il comportamento degli individui. Non ci viene sempre imposto un percorso con la forza: spesso siamo noi stessi a seguirlo perché appare come l’unico possibile.

L’individuo si trova così inserito in una rete di strutture che definiscono continuamente chi è e cosa può fare. Documenti, codici, registrazioni e strumenti digitali sono diventati indispensabili per partecipare alla vita sociale: la carta d’identità, il codice fiscale, la tessera sanitaria, gli strumenti di identificazione digitale, i conti bancari e i sistemi di pagamento elettronici permettono all’uomo di accedere a numerose possibilità, ma allo stesso tempo lo rendono sempre più tracciabile e riconoscibile all’interno di un sistema organizzato.

La contraddizione è evidente: ciò che ci limita è anche ciò che ci permette di esistere nella società. L’identità che ci viene assegnata può sembrare una forma di controllo, ma senza di essa rischieremmo di diventare invisibili. L’uomo scopre così di passare da una prigione all’altra: cerca di liberarsi dai vincoli, ma si accorge che alcuni vincoli sono proprio ciò che gli consente di avere un posto nel mondo.

Questa contraddizione è stata rappresentata con grande efficacia dalla letteratura moderna. In particolare, nel romanzo Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello, il protagonista crede di poter raggiungere la libertà cancellando la propria identità. Dopo una vincita a Montecarlo, Mattia Pascal decide di approfittare della propria presunta morte per costruirsi una nuova vita. Crede di poter sfuggire alle regole sociali e ricominciare da zero, ma scopre presto che senza un’identità ufficiale non può realmente vivere. Quando si trova davanti alla necessità di essere riconosciuto dalla legge, comprende che senza un nome e senza una storia certificata egli non è nessuno.

Pirandello mostra così una delle grandi contraddizioni dell’esistenza moderna: l’identità ci imprigiona, ma allo stesso tempo è ciò che ci rende riconoscibili agli altri. Non possiamo liberarci completamente dalle definizioni sociali perché sono anche gli strumenti attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

L’uomo, inoltre, non è definito soltanto dalle istituzioni, ma anche dallo sguardo degli altri. La società contribuisce continuamente a costruire la nostra immagine: siamo figli, lavoratori, consumatori, cittadini, individui valutati in base al ruolo che ricopriamo. La nostra libertà viene quindi limitata anche dalle aspettative collettive.

Uno dei principali strumenti di definizione dell’individuo è il lavoro. Nella società moderna il lavoro non rappresenta soltanto una necessità economica, ma spesso diventa una misura del valore personale. Chi lavora viene riconosciuto come parte attiva della comunità; chi perde il proprio ruolo professionale rischia di sentirsi escluso e privato della propria identità.

Questa condizione è rappresentata da Gregor Samsa ne La metamorfosi di Franz Kafka. La trasformazione del protagonista in un essere diverso diventa il simbolo dell’alienazione dell’uomo moderno: Gregor è importante finché produce e sostiene la famiglia, ma quando non può più lavorare viene progressivamente isolato. La sua esistenza sembra perdere valore nel momento in cui perde la sua funzione sociale.

Accanto alle prigionie esterne esistono poi quelle interiori. L’uomo non è sempre libero nemmeno dentro se stesso: può essere bloccato dalle proprie paure, dalle abitudini, dalle insicurezze e dalle contraddizioni psicologiche. È il caso di Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, incapace di realizzare pienamente i propri propositi e continuamente condizionato dalla propria interiorità. La sua difficoltà ad agire dimostra che la libertà non dipende soltanto dalla possibilità esterna di scegliere, ma anche dalla capacità interiore di trasformare le proprie decisioni in azioni.

Un’altra forma di prigionia è quella politica e culturale. In 1984, di George Orwell, il controllo del potere non riguarda soltanto i comportamenti degli individui, ma anche il loro pensiero e il loro linguaggio. Se un sistema riesce a controllare le parole con cui descriviamo la realtà, può limitare anche la capacità di immaginarne una diversa.

Anche Il processo di Franz Kafka rappresenta un individuo schiacciato da un sistema incomprensibile. Josef K. viene accusato senza conoscere la propria colpa e si trova coinvolto in un meccanismo burocratico che non riesce né a comprendere né a contrastare. La legge, invece di essere uno strumento di protezione, diventa una forza anonima e incontrollabile.

Nella società contemporanea si aggiunge una nuova forma di condizionamento: quella esercitata dagli algoritmi. Le tecnologie digitali raccolgono informazioni sui nostri gusti, sulle nostre abitudini e sui nostri comportamenti, proponendoci contenuti e possibilità costruiti sulla base delle nostre precedenti scelte. Il rischio è quello di vivere all’interno di un percorso personalizzato, nel quale ciò che vediamo e desideriamo è già stato in parte selezionato per noi.

A questa dimensione tecnologica si aggiunge la pressione sociale: il bisogno di successo, di produttività, di approvazione e di conformità ai modelli dominanti. L’individuo rischia così di diventare ciò che gli altri si aspettano da lui, un soggetto inserito in un sistema economico e sociale che ne orienta desideri e comportamenti.

La vera sfida dell’uomo moderno non consiste quindi semplicemente nel liberarsi dai vincoli, perché ogni società possiede inevitabilmente delle regole. La sfida consiste nel riconoscere le gabbie invisibili che condizionano le nostre scelte e nel conquistare una libertà più consapevole.

La condizione dell’uomo contemporaneo può essere paragonata a una ragnatela: non siamo completamente immobilizzati, possiamo ancora muoverci, ma ogni movimento avviene all’interno di una struttura che ci contiene. La libertà non sta forse nel distruggere completamente questa rete, ma nel comprenderne i fili e scegliere, per quanto possibile, la direzione del nostro cammino.


Tra passatempi e passioni

 






A volte, proprio nei momenti vuoti, nascono le cose più belle.

Una sera avevo davanti un uncinetto, del cotone e un'idea che aspettava soltanto di prendere forma. Alla mia destra, però, c'era anche l'ultimo capitolo di un libro che fino a quel momento mi aveva tenuta stretta tra le sue pagine. Ho esitato.

Da una parte l'uncinetto, con il suo ritmo lento, capace di lasciare che i pensieri si sistemino da soli. Dall'altra la lettura, che non concede tregua e assorbe ogni attenzione.

Ogni volta che scelgo qualcosa che non sia leggere o scrivere, affiora un lieve senso di colpa. Come se stessi sottraendo tempo a qualcosa di più importante. È una sensazione strana: alcune passioni sembrano avere il diritto di occupare le ore migliori, mentre altre devono accontentarsi di quelle rimaste.

Alla fine ho scelto il libro.

L'ultimo capitolo mi ha trascinata fino all'ultima pagina. La tensione cresceva, le ipotesi si rincorrevano e avevo bisogno di sapere se i miei sospetti fossero fondati. Lo erano, almeno in parte. Il finale ha confermato ciò che immaginavo, ma non quello che speravo. Eppure mi ha lasciato addosso quella specie di elettricità che solo una bella lettura sa regalare. Avevo l'energia di quattro caffè ristretti.

Per ritrovare un po' di quiete ho preso in mano l'uncinetto. Una serie leggera scorreva in sottofondo; tra le dita il filo seguiva il suo percorso e, punto dopo punto, anche i pensieri hanno rallentato. È stato lì che mi sono fregata.

Conosco bene questo meccanismo. Quando inizio qualcosa, sento il bisogno di accompagnarla fino alla fine. Lasciare un lavoro a metà mi somiglia poco. Forse, in certi casi, sarebbe persino più semplice non iniziare.

Così, sera dopo sera, sempre a tarda notte, il progetto è cresciuto. I colori hanno trovato il loro posto, il filo ha seguito il disegno che avevo immaginato e quella che all'inizio era soltanto un'idea è diventata lentamente una borsa. Ho perfino dovuto aspettare l'arrivo di altro cotone per finirla. Ieri l'ho usata per la prima volta.

Continuavo a guardarla con un sorriso quasi incredulo. Non perché fosse perfetta, ma perché esisteva. Era nata davvero dalle mie mani. Mentre la osservavo ho capito una cosa.

Per me l'uncinetto è un passatempo, nel senso più nobile della parola. Mi rilassa, rallenta il ritmo delle giornate, lascia che i pensieri sedimentino. Ma non riesco a mettere nello stesso spazio la lettura, la scrittura, il dipingere o il suonare. Quelle non sono attività con cui riempire il tempo.

Un passatempo arriva quando le energie sono poche, quando la giornata è ormai finita, quando si ha bisogno di una parentesi leggera.

La lettura, invece, non mi allontana dalla realtà: la dilata. Mi costringe a farmi domande, mi accompagna in luoghi che non conosco, mi restituisce parole, significati, prospettive.

La scrittura fa ancora di più. Non riempie il tempo: gli dà forma. Mette ordine dove prima c'era confusione, trattiene emozioni che altrimenti passerebbero senza lasciare traccia.Forse la differenza è tutta qui.

Ci sono attività che ci aiutano a far passare il tempo. E poi ce ne sono altre che, silenziosamente, costruiscono il nostro modo di guardare il mondo.

Per questo, ogni volta che apro un libro o mi siedo a scrivere, non ho mai l'impressione di colmare un vuoto.

Ho la sensazione, molto più semplice e molto più rara, di abitare pienamente il mio tempo.

La prima scintilla




L'estate è la stagione del lasciarsi andare: dei bagni al mare, delle vacanze, del tempo che finalmente rallenta. E, per molti, è anche la stagione della lettura.

Ma leggere, secondo me, deve essere un desiderio, un bisogno, mai una costrizione. Spesso mi chiedo  come io ci sia finita dentro fino a risultare per me qualcosa di naturale. Nessuno mi ha mai imposto di leggere e, in famiglia, non ho avuto accanto lettori forti che mi facessero da esempio. Eppure, fin da quando ne ho memoria, già alle elementari, leggevo con una voracità che non conosceva limiti. Leggevo tutto: le insegne dei negozi quando uscivo in macchina, le scritte sui muri, i giornali lasciati sui tavoli. Mi piaceva persino scrivere il mio nome e cognome, non come una firma, ma come il segno di qualcuno che si riconosceva già nelle parole.

Ripensando a quegli anni, ci sono episodi che ancora oggi mi fanno sorridere e che, forse, hanno contribuito a fare di me la lettrice che sono diventata.

Avevo circa sei anni quando, a casa di una parente, trovai un giornale arrotolato in un portagiornali. Lo presi senza pensarci troppo e cominciai a leggere. Era Confidenze. Mia madre, la padrona di casa e gli altri ospiti erano così presi dalle loro conversazioni da non accorgersi di me. Io, invece, ero già entrata in un altro mondo.

Mi sistemai comodamente e iniziai a leggere una delle storie. Pagina dopo pagina, le scene prendevano vita davanti ai miei occhi come se stessi guardando un film. Vedendomi così tranquilla e silenziosa, la mia parente mi invitò a spostarmi nella camera da letto, dove avrei potuto leggere senza essere disturbata. Mi accomodai su una poltrona e, quando la storia mi catturò completamente, finii persino per sdraiarmi sul piccolo divano accanto, continuando a leggere fino a quando mia madre venne a cercarmi per tornare a casa.

Prima di andare via, la parente mi invitò prendere il giornale, tanto lei lo aveva già letto. Lo portai con me. Probabilmente, se mia madre avesse conosciuto il contenuto di quelle pagine, non sarebbe stata d'accordo nel lasciarmele leggere. Ma non successe. A casa divorai tutte le storie in pochissimo tempo e, da allora, Confidenze divenne un appuntamento fisso.

Ricordo ancora il giorno in cui il giornalaio arrivò sul pianerottolo, come faceva ogni settimana, e io comprai la mia copia. Mia madre, incuriosita, ne lesse una. Non disse nulla, non mi rimproverò. Anzi, da quel momento cominciò a leggerlo anche lei, naturalmente dopo che lo avevo finito io.

Quel semplice giornale diventò, senza che me ne rendessi conto, una piccola palestra di lettura e di scrittura.

Avevo un quaderno nel quale annotavo tutto ciò che mi colpiva. Cercavo il significato delle parole che non conoscevo, prendevo nota degli autori, facevo una classifica dei racconti, sceglievo quello che mi aveva emozionato di più e scrivevo le ragioni della mia scelta. Quando incontravo argomenti troppo complessi per la mia età, provavo a riscriverli con parole mie, spesso accompagnandoli con piccoli disegni che illustravano le scene. Era il mio modo di non fermarmi alla lettura, ma di farla diventare qualcosa di vivo, di personale.

Quel quaderno esiste ancora, conservato in qualche angolo delle mie librerie. Ogni tanto penso che racconti di me almeno quanto un diario.

Con il tempo arrivarono gli impegni della scuola e il tempo per leggere quel giornale diminuì. Intanto avevo anche capito che molte di quelle storie erano inventate. Fu una scoperta importante: se qualcuno poteva inventare racconti così coinvolgenti, allora anch'io potevo provare a scrivere storie vere, nate da ciò che osservavo e vivevo.

Anche la televisione contribuì ad alimentare questa passione. Aspettavo con impazienza la TV dei ragazzi, che iniziava alle cinque del pomeriggio. Rimanevo incantata dalle storie tratte dai grandi romanzi per ragazzi. Finita la trasmissione, annotavo subito il titolo del libro: volevo leggerlo per capire se il film raccontasse davvero tutto ciò che l'autore aveva scritto. Da quel momento ogni storia diventava un ponte verso un'altra lettura, un altro autore, un'altra scoperta.

Naturalmente, leggere mi portava anche a scrivere. Le storie che incontravo nei libri finivano presto nei miei quaderni. Attraverso i romanzi conoscevo città che non avevo mai visto, immaginavo paesaggi, costruivo i volti dei personaggi e disegnavo le scene che mi avevano colpita di più. La lettura alimentava la fantasia, ma anche il desiderio di capire il mondo.

Mia madre considerava questa mia passione quasi un passatempo. A volte, però, mentre leggevo, mi interrompeva all'improvviso e mi chiedeva di raccontarle la trama del libro. Io gliela spiegavo con entusiasmo e lei si compiaceva nel vedere quanto fossi attenta e coinvolta. Altre volte mi chiedeva un'opinione su fatti di vita quotidiana come se fossi già adulta. Forse perché mi vedeva sempre immersa nei libri, pensava che attraverso la lettura stessi imparando cose nuove. E forse aveva ragione.

Per questo penso che l'estate sia il momento ideale per leggere. Sotto l'ombrellone, in montagna o sul divano di casa, un libro riesce sempre ad aprire una finestra su un'altra vita.

La mia passione non è nata perché qualcuno me l'ha insegnata o imposta. È nata dalla curiosità, dal piacere di conoscere e dall'incontro, del tutto casuale, con una storia trovata in un giornale dimenticato dentro un portagiornali.

Da allora sono passati molti anni, ma ogni volta che apro un libro ritrovo la stessa curiosità di quella bambina che, un pomeriggio qualunque, si trovò con un giornale in mano e si lasciò conquistare da una storia.

Lello Bavenni: la pittura del silenzio



Lello Bavenni nasce a Numana, nelle Marche, nel 1937. Trasferitosi giovanissimo a Napoli, frequenta l'Istituto d'Arte "Filippo Palizzi" e successivamente l'Accademia di Belle Arti, formandosi in uno degli ambienti culturalmente più vivaci dell'Italia del secondo dopoguerra. La sua attività espositiva ha inizio nel 1958 e, sin dagli esordi, si distingue per una costante partecipazione a mostre personali e collettive su tutto il territorio nazionale, ottenendo l'attenzione della critica e del pubblico.

La sua formazione si sviluppa in un contesto ricco di stimoli artistici. Un primo riferimento è rappresentato dallo zio materno, il pittore Antonio Asturi (1904-1986), ma è soprattutto il clima culturale della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta a incidere profondamente sulla sua maturazione. In quegli anni la città costituisce uno dei principali centri del rinnovamento artistico italiano, nel quale convivono la tradizione della pittura mediterranea e le nuove ricerche figurative e astratte. È all'interno di questo ambiente che Bavenni costruisce progressivamente una ricerca autonoma, scegliendo di non aderire rigidamente a movimenti o poetiche codificate.

Pur attraversando le esperienze della figurazione, dell'informale e dell'astrazione, Bavenni non si identifica mai completamente con nessuna di esse. Assimila linguaggi differenti, li filtra attraverso una personale sensibilità e approda a una pittura che conserva il riferimento al reale senza mai esserne prigioniera. La figura non viene negata, ma trasformata; il dato naturale non è descritto, bensì evocato; il paesaggio non viene rappresentato, ma interiorizzato.

Profondamente legato alla terra campana, dove vive e lavora a Vico Equense, Bavenni sviluppa una poetica nella quale memoria, immaginazione e ricerca formale trovano un equilibrio costante. Le sue opere sembrano nascere dall'incontro tra esperienza vissuta e meditazione interiore. Figure umane, architetture, finestre, alberi, vele, colline e frammenti del paesaggio mediterraneo continuano ad abitare la superficie del quadro, ma non appartengono più a un tempo o a un luogo riconoscibili. Sono immagini depurate, filtrate dalla memoria, trasformate in presenze silenziose.

Ogni elemento perde progressivamente il proprio valore descrittivo per acquistare una funzione simbolica. La finestra diviene apertura verso uno spazio interiore; il paesaggio si trasforma in memoria; la figura umana diviene una presenza universale. L'immagine non racconta un episodio, ma suggerisce uno stato dell'essere.

 Bavenni elimina progressivamente tutto ciò che appare accessorio, lasciando emergere soltanto ciò che possiede una necessità poetica. Ogni quadro nasce da una ricerca di equilibrio, nella quale nulla è affidato al caso. La sintesi non impoverisce il linguaggio, ma ne amplifica la forza evocativa.

Fondamentale è il ruolo del colore. Le ampie aree cromatiche non svolgono una funzione decorativa, ma organizzano lo spazio della composizione e ne determinano la qualità emotiva. Azzurri, rossi, terre, verdi e ocra dialogano secondo rapporti di armonia più che di contrasto, costruendo una luce interiore che non imita la natura ma la trasfigura. Il colore diviene così struttura, ritmo e silenzio.

Anche il segno rivela questa tensione verso l'essenziale. Ridotto a pochi tratti misurati, esso suggerisce più che descrivere, organizza lo spazio senza invaderlo e lascia allo spettatore il compito di completare l'immagine attraverso la propria esperienza. Tra colore e disegno si stabilisce un equilibrio che conferisce alle composizioni una straordinaria serenità formale.

Il segno distintivo più autentico della pittura di Bavenni è probabilmente il silenzio, inteso non come assenza o immobilità, ma come condizione della visione. Le sue immagini sembrano sottrarsi al rumore del quotidiano per collocarsi in uno spazio nel quale ogni elemento ritrova la propria essenzialità. Il silenzio nasce dalla misura della composizione, dalla rarefazione delle forme, dal controllo del colore e dalla rinuncia a qualsiasi effetto spettacolare.

Per questa ragione la sua può essere definita una pittura della contemplazione. Lo spettatore non è chiamato a seguire una narrazione né a decifrare un simbolismo ermetico. È invitato piuttosto a sostare davanti all'opera, lasciando che il tempo della visione coincida con quello della riflessione. 

Anche lo spazio pittorico partecipa a questa esperienza contemplativa, ponendosi come spazio mentale, costruito attraverso il rapporto tra pieni e vuoti, presenza e assenza, luce e colore. Le figure sembrano emergere dalla superficie come apparizioni, sospese tra il mondo reale e quello della memoria.

Pur conservando una matrice surrealista, la ricerca di Bavenni si distingue nettamente dal surrealismo storico teorizzato da André Breton. Non vi sono automatismi psichici, provocazioni o accostamenti visionari. La sua poetica è fatta di realtà e sogno che convivono senza conflitto, fondendosi in una dimensione lirica e meditativa. 

Un altro elemento fondamentale della sua ricerca è il tempo che sembra dissolversi. Non esiste un prima né un dopo, ma un presente sospeso. Le figure non compiono azioni, i paesaggi non mutano, gli oggetti non descrivono eventi. Tutto è immerso in una quiete che non coincide con l'immobilità, bensì con una durata interiore. È questo tempo contemplativo a conferire alle sue opere quella qualità lirica che le rende immediatamente riconoscibili.

Nel corso di oltre sei decenni di attività Bavenni ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive, consolidando una presenza costante nel panorama artistico italiano. 

L'opera di Lello Bavenni attraversa l'arte italiana del secondo Novecento senza identificarsi con alcuna avanguardia. La sua pittura non cerca la spettacolarità, ma la profondità; non descrive il mondo, ma lo trasforma in esperienza interiore. Il colore diviene spazio mentale, il segno custodisce la memoria delle cose e il quadro si offre come luogo di meditazione. In questa capacità di trasformare il visibile in visione risiede l'originalità più autentica della sua ricerca e il motivo della sua persistente attualità.



Amicizia o semplice contatto?





Osservo, di tanto in tanto, persone che decidono di interrompere un'amicizia o di cancellare un contatto. Devo ammettere che, più che procurarmi dispiacere, questo spesso mi suscita un senso di sollievo. Mi porta infatti a pensare che, probabilmente, quella vicinanza non fosse autentica fin dall'inizio e che quel rapporto fosse nato per ragioni estranee alla stima reciproca, alla sincerità o al genuino interesse umano.

Naturalmente, ogni persona è libera di interrompere un rapporto quando ritiene che siano venute meno le condizioni per mantenerlo. Nessuna amicizia è un vincolo irrevocabile. Ciò che induce a riflettere non è la scelta in sé, bensì il modo in cui essa viene talvolta maturata: dopo mesi o anni di apparente cordialità, di consenso e persino di reciproca approvazione, tutto si dissolve nel silenzio, come se quel legame non fosse mai esistito.

La cosa sorprendente è che spesso si tratta di persone apparentemente cordiali, disponibili e partecipi. Alcune avevano manifestato apprezzamento per riflessioni come questa, mostrando condivisione e interesse. Eppure, con il tempo, hanno scelto di allontanarsi. Non è tanto l'allontanamento a stupire, quanto il contrasto tra l'immagine che avevano costruito e il comportamento successivo. È una contraddizione che mostra quanto spesso l'approvazione pubblica sia superficiale e quanto raramente coincida con una reale comunanza di valori, di carattere o di intenti.

A questo punto mi sento quasi di fare un elogio del nemico. Il nemico possiede almeno una virtù: la chiarezza. Non finge simpatia dove non esiste, non coltiva rapporti che non desidera e non pretende di beneficiare di una vicinanza che considera priva di valore. Per quanto spiacevole possa essere, un'avversione dichiarata è più comprensibile di una cordialità soltanto apparente.

Più difficile da comprendere è chi continua a mantenere un'apparenza di amicizia pur nutrendo risentimento, diffidenza o semplice disinteresse. In questi casi il rapporto sopravvive soltanto nella forma, mentre la sostanza è venuta meno da tempo. È una sorta di rappresentazione che finisce per ingannare prima di tutto chi la mette in scena.

Trovo che questo modo di comportarsi riveli spesso una concezione immatura delle relazioni umane. Si confonde la gestione di un elenco di contatti con la gestione dei rapporti reali, come se bastasse un clic per modificare ciò che la vita ha costruito nel tempo. Ma la realtà non obbedisce alla logica degli strumenti digitali. Le persone non scompaiono come una scritta cancellata da una lavagna. Le esperienze condivise, gli incontri, gli aiuti ricevuti, le delusioni e perfino i conflitti continuano a far parte della storia di ciascuno. Eliminare un nome da un elenco non equivale a cancellarne l'esistenza né il significato che quel rapporto ha avuto.

Non è raro, infatti, ritrovarsi un giorno davanti proprio quelle persone che si pensava di aver eliminato dalla propria vita con la semplicità di un comando digitale. Ed è allora che diventa evidente quanto fosse illusoria quella presunta cancellazione.

Vi sono poi coloro che arrivano perfino a fingere di non conoscerti, assumendo atteggiamenti distaccati o sarcastici. Sembrano dimenticare che, in altri momenti, avevano avuto bisogno di te e che tu non ti eri sottratta dall'offrire ascolto, sostegno o aiuto. È una forma singolare di memoria selettiva: si dimentica ciò che si è ricevuto e si conserva soltanto ciò che consente di giustificare le proprie scelte presenti. La gratitudine, quando diventa scomoda, è spesso la prima vittima della convenienza.

Forse il problema risiede anche nel significato stesso della parola "amicizia", che nel tempo si è progressivamente impoverita. Un tempo indicava un legame raro, costruito lentamente e fondato sulla fiducia reciproca. Oggi viene attribuita con estrema facilità e, proprio per questo, rischia di perdere il suo valore originario. Più che di amicizie, sarebbe spesso più corretto parlare di contatti: relazioni che durano finché coincidono con un interesse, una convenienza o un bisogno e che vengono interrotte con la stessa rapidità con cui erano nate.

Qualunque sia la ragione che conduce alcune persone a comportarsi in questo modo, ciò che emerge non è tanto una prova di forza quanto una difficoltà nel gestire con trasparenza i rapporti umani. Si preferisce evitare il confronto, rifugiarsi nel silenzio o nell'indifferenza, come se ignorare una persona fosse sufficiente a risolvere ciò che il rapporto aveva lasciato in sospeso. Ma la vita non concede scorciatoie di questo genere. Ciò che non viene affrontato non cessa di esistere: semplicemente continua ad accompagnarci sotto altre forme.

La vera maturità consiste nell'assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando comportano la fine di un rapporto. Interrompere un'amicizia può essere una decisione legittima; farlo con rispetto, chiarezza e coerenza è ciò che distingue un gesto responsabile da una semplice fuga. Perché il valore di una persona non si misura soltanto dalla capacità di creare relazioni, ma anche dalla dignità con cui sa concluderle.


La voce del luogo


Che cosa porta una persona a tornare sempre nel luogo natio, anche quando quel luogo, talvolta, si è mostrato ostile?

Forse è perché il primo legame che si crea tra noi e il posto in cui nasciamo è più forte di qualunque altro. Nei primi anni di vita esiste una sorta di simbiosi: ogni elemento del paesaggio si deposita dentro di noi e contribuisce a formarci. È come se fossimo stati noi a disegnarlo, a dargli forma e significato. Lo sentiamo parte di noi, come un braccio, una gamba o una mano.

È il luogo che ci ha visti crescere, che ci ha allevati. Conosce ogni cosa di noi; custodisce i nostri ricordi e, forse, perfino i nostri pensieri, perché è proprio lì che hanno avuto origine. Come si potrebbe non amarlo?

Poi, però, accade qualcosa. La vita ci costringe a partire e, in qualche modo, quel distacco ci fa sentire dei traditori. Eppure, nei momenti di solitudine o di smarrimento, il richiamo si fa irresistibile e si torna sempre. Si torna per capire se quel luogo sappia ancora accoglierci come un tempo, se sia ancora capace di stringerci nel suo abbraccio e di farci sentire in sintonia con ciò che siamo stati. A volte non accade: ci sembra che qualcosa si sia spezzato. Altre volte, invece, basta un istante perché tutto torni al proprio posto.

Più di ogni altra cosa è l'aria di casa a curarci. È la stessa aria respirata da bambini, quella che inconsciamente associamo alla sicurezza e alla serenità. Forse non cerchiamo davvero il luogo, ma la persona che eravamo allora, il nostro modo di guardare il mondo. E il luogo natio è la prima porta attraverso cui tentiamo di ritornare a quella condizione.

Davanti a me ondeggiano numerosi asfodeli, piegando e rialzando il capo sotto il vento come se rendessero omaggio a una presenza invisibile, o semplicemente si affidassero con rispetto all'aria che li accarezza. Poco più in là spiccano due rose di un insolito colore rosa-arancio, ostinatamente aggrappate ai loro rami mentre il vento, impetuoso come un Eolo gonfio e ubriaco, cerca invano di strapparle.

Il fruscio delle piante risveglia ricordi dell'infanzia. È un suono che sembra appartenere soltanto a questo luogo.

Al di sopra del verde si erge la chiesa, chiusa e silenziosa. Solo gli uccelli interrompono la sua immobilità con il loro chiacchiericcio. Tutto intorno regna un silenzio profondo. Qui la mente non deve combattere alcuna battaglia: ritrova il proprio ambiente naturale, respira, si riempie d'aria e di tregua.

Quattro rintocchi di campana rompono per un momento quella quiete, ma subito dopo il silenzio torna a distendersi nel vento della valle. Ogni tanto, in lontananza, arriva il suono di un clacson che mi distrae dalla scrittura e quasi profana l'incanto. Ma c'è un rumore che, più di ogni altro, mi riporta al passato: quello di un aereo che attraversa il cielo ad alta quota, lasciando dietro di sé il suo sommesso borbottio e una lunga scia bianca, quasi celestiale, sospesa tra la terra e il paradiso.

Ora il vento si fa più insistente e il sole comincia a tramontare. L'aria è diventata più fresca. Davanti a me c'è un noce completamente spoglio, tanto spoglio da farmi temere che sia malato. Voglio credere, invece, che sia soltanto in ritardo nel mettere i germogli.

Qualcosa, però, accade davvero, proprio come quando ero bambina: quest'aria mi mette fame. Mi tornano alla mente i panini imbottiti mangiati sulla tovaglia stesa in mezzo al prato, come facevano i nonni quando preparavano il pranzo per chi lavorava nei campi. Erano pasti semplici, eppure avevano il sapore della festa.

Andarmene mi pesa. Non voglio lasciare questo luogo che, ogni volta, restituisce vita a uno spazio interiore che credevo dimenticato. Forse è questo il dono più grande del luogo natio: ricordarci che una parte di noi è rimasta qui, ad aspettarci, insieme all'aria, al vento e al silenzio.

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