"Il museo dell’innocenza": l'amore tra memoria e ossessione


È un romanzo di Orhan Pamuk ambientato nella Istanbul degli anni Settanta. Racconta l’amore ossessivo di Kemal, giovane ricco dell’alta borghesia, per Füsun, una lontana parente di umili origini.

Inizia così tra i due una storia d'amore segreta. Ma Kemal deve sottostare alle convenzioni sociali che lo vogliono sposo di Sibel, ragazza del suo stesso ambiente sociale. Dopo il fidanzamento, Füsun scompare dalla sua vita, ma Kemal rifiuta il matrimonio e la cerca disperatamente.

La cerca per anni e la ritrova sposata. Pur di starle vicino, accetta di frequentare la sua casa come amico di famiglia, coltivando in silenzio una speranza che non si realizzerà mai.

A quel punto capisce che nella vita l'amore lo si incontra una sola volta e che l'aveva trovato con Füsun. Solo allora ammette: «Era l'istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l'avessi capito, forse avrei potuto preservare quell'attimo e le cose sarebbero andate diversamente».

Nel frattempo, Kemal comincia a raccogliere oggetti legati a Füsun: mozziconi di sigaretta, fermagli, piccoli oggetti quotidiani, trasformandoli in reliquie di un amore perduto. L’idea culmina nella creazione di un museo che custodisca la memoria della loro storia, come tentativo di dare forma e senso al dolore e al tempo trascorso.

Il museo dell'innocenza è una storia d’amore che va ben oltre il semplice sentimento romantico. Si esplorano temi profondi come l’ossessione, la memoria, il tempo e il peso delle convenzioni sociali. La riflessione riguarda la natura dell’amore e il modo in cui gli esseri umani cercano di dare senso alla perdita. 

Il sentimento di Kemal per Füsun col tempo diventa ossessione. Kemal non riesce ad accettare la fine della loro relazione e costruisce la propria vita attorno al ricordo di lei. In questo senso, il romanzo solleva una domanda importante: quando l’amore smette di essere un sentimento condiviso e diventa un bisogno egoistico? Kemal sembra amare Füsun, ma allo stesso tempo la trasforma in un ideale, in un’immagine immobile che appartiene solo alla sua memoria.

Un altro tema centrale è quello della memoria legata agli oggetti. Il protagonista conserva tutto ciò che è appartenuto a Füsun: piccoli oggetti quotidiani che, agli occhi degli altri, non hanno valore. Tuttavia, per lui diventano preziosi perché racchiudono frammenti di vita ed emozioni. Questo aspetto mostra come gli oggetti possano assumere un significato simbolico: non valgono per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano. Il museo che Kemal costruisce è dunque un tentativo di fermare il tempo e rendere eterno ciò che è stato perduto. Tuttavia, questa operazione dimostra l’impossibilità di rivivere davvero il passato.

Il romanzo affronta inoltre il tema delle differenze sociali e delle convenzioni culturali. La relazione tra Kemal, appartenente alla borghesia benestante di Istanbul, e Füsun, di ceto più modesto, è influenzata dalle aspettative familiari e sociali. Il matrimonio appare come un’istituzione fondamentale, più legata al prestigio e alla stabilità che ai sentimenti autentici. In questo modo Pamuk mostra come l’amore non sia mai completamente libero, ma condizionato dal contesto storico e sociale.

Infine, l’opera invita a riflettere sul rapporto tra passato e presente. Kemal vive costantemente nella nostalgia, incapace di costruire un futuro diverso. Il passato diventa per lui un rifugio, ma anche una prigione. Il museo rappresenta il suo tentativo di dare ordine e senso al dolore, ma allo stesso tempo dimostra quanto sia difficile accettare il cambiamento e la perdita.

Il lettore è portato a interrogarsi su cosa significhi davvero amare e su quanto sia pericoloso vivere più nei ricordi che nella realtà. Il romanzo ci mostra che il desiderio di trattenere ciò che è stato può trasformarsi in un’illusione e che accettare la fine è spesso l’unico modo per andare avanti.

A tavola, ma altrove





All’ora di pranzo, a tavola, nasce spontanea la voglia di parlare: raccontare la giornata, ascoltare gli altri, condividere pensieri. Potrebbe essere un momento ricco, e invece lo abbiamo quasi cancellato.

Spesso ci si rifugia in convenevoli o in argomenti tecnici che interessano solo alcuni. Il dialogo diventa unilaterale, centrato su sé stessi, senza vero ascolto.

Il vero problema è che la conversazione, che un tempo aveva nella famiglia il suo momento a tavola, ormai non c’è più. Il nemico numero uno è il telefonino, che fa soccombere ogni tipo di scambio. E non c’è regola di galateo che tenga, né a casa né altrove. A un certo punto si avverte una necessità impellente di prenderlo per sondare le ultime novità. Se la conversazione si profila noiosa o da evitare, il telefono diventa l’alleato perfetto in cui rifugiarsi per schivare qualsiasi situazione spiacevole. Ma dovremmo ricordare che la persona di fronte è più importante di chi ci chiama al telefono.

Quando la conversazione non è di gradimento, si viene subito gratificati dalla visione delle notifiche, che spesso portano buone notizie. Si avverte l’urgenza di sapere cosa scrivono gli altri, cosa ci siamo persi, se c’è qualcosa di nuovo da scoprire. È anche uno strumento di lavoro, per cui ogni momento sembra quello giusto per scrivere a un contatto o anticipare qualcosa.

Molti non sanno stare in modalità rilassata: passano da un’app all’altra, da un pettegolezzo a una notizia, da un messaggio a un’email. Sono mossi dalla curiosità di sapere cosa fanno gli altri, senza accorgersi che, in quel momento, sarebbe più importante dedicarsi a chi siede con noi a tavola.

Il momento di confronto familiare oggi non c’è più: tolta la convivialità del pasto, durante la giornata, spesso non ci sono altri momenti in cui ci si incontra davvero. Il confronto attraverso una conversazione autentica pesa.

Questo approccio richiede forza e concentrazione, mentre la mente è più volta allo svago. Si preferisce l’evasione alla conversazione. Non ci si confronta più su argomenti importanti, né sullo stato di salute della famiglia né sulle necessità di ciascuno. Si fanno rapide incursioni nei fatti per tornare velocemente al proprio orizzonte, senza produrre cambiamenti né arricchimento.

Il telefono diventa l’amico più fedele, quello che ci fa dimenticare anche i rapporti con i nostri familiari. Avere il coraggio di metterlo via per occuparsi degli altri sarebbe il vero atto di rivoluzione da compiere. Dedicarsi agli altri, alla conversazione, dovrebbe diventare un’abitudine per imparare a relazionarsi con chi abbiamo accanto. È molto facile farlo con persone distanti.

L’affetto che non fa rumore

 



Il bene ha una sua forma per manifestarsi, ma, ancora di più, ha un suo codice per farsi sentire. Ci sono persone che ci stanno intorno e ci sono per noi senza che ce ne accorgiamo. Siamo abituati ai gesti plateali, alla parola detta, come se il rumore ne provasse la vera natura e consistenza. Di quanto gli altri ci apprezzino, ci siano accanto, ci stimino, non sempre ce ne rendiamo conto.

Sono quelle manifestazioni silenziose che spesso non consideriamo, proprio perché non vengono proclamate. Vi sembra poco avere qualcuno con cui scambiare confidenze, a cui chiedere un consiglio, qualcuno che con leggerezza allevi le nostre ansie? E altri che ci danno forza solo con la loro presenza o con la loro pazienza.

Ci sono figure alle quali non diamo peso: un amico che magari bistrattiamo, ma che ritorna con sincerità e non ci abbandona mai; persone che non ci fanno pesare la loro presenza, e presenza non significa necessariamente esserci fisicamente, ma accompagnarci con il pensiero, con discrezione, in modo semplice e propositivo, senza deluderci.

Viene in mente quella pubblicità di telefonia mobile in cui una ragazza chiedeva in modo insistente all’altro se la amasse e quanto. Spesso immaginiamo così l’affetto: qualcuno che dichiari il suo amore nel momento esatto in cui abbiamo bisogno di sentirlo, mentre l’altro si affanna a dimostrarlo. È vero, abbiamo bisogno che ci venga detto. Ma è ancora più vero che ciò che resta sono le azioni di chi ci vuole bene.

Non tutti sanno esprimere il loro bene, ma sanno impegnarsi in ciò in cui credono, senza parole, attraverso gesti, atteggiamenti, fatti. E ci sono fatti inconfutabili che possono significare una sola cosa e che non possiamo ignorare.

Ricordiamo forse le parole non dette dei nostri padri, ma non dimentichiamo ciò che hanno fatto per noi. I silenzi delle nostre madri racchiudevano universi interi. Le attenzioni dell’amica del cuore, che non ha mai rinunciato a noi. L’insegnante che si è prodigata perché credeva nelle nostre capacità. Gran parte della vita si impara e si avverte così, senza dichiarazioni plateali. Uno sguardo acceso su di noi può gratificarci più di mille parole. Un’attenzione da chi credevamo non ci vedesse affatto può risultare più vera e sincera di qualsiasi promessa.

La nostra energia si nutre anche di chi crede in noi, di chi ci fa sentire capaci, di chi ha fiducia e affetto senza alcun tornaconto. E proprio perché fatichiamo a confidare in chi dà senza voler ricevere, spesso non riconosciamo questo flusso silenzioso di bene che ci raggiunge ogni giorno.

L'orma indelebile dei libri





          
Vi ricordate quando, da bambini, qualcuno ci poneva quella domanda sciocca e crudele insieme: «A chi vuoi bene di più, mamma o papà?»

Una domanda senza risposta, o meglio, una risposta impossibile. Come si può misurare l’amore? Come si può dire di voler più bene alla madre, anche quando sembra così, o al padre? È come chiedere se si ama di più l’occhio destro o il sinistro, o una qualsiasi altra parte del proprio corpo.

E poi ci sono domande che non smettono di assomigliare a quella, anche quando cresciamo. Come quando ti chiedono quale sia il libro che preferisci tra quelli che hai scritto.
Ogni libro è un’esperienza, un frammento di vita, un tempo preciso dell’esistere. Di ciascuno ricordo lo spirito che lo ha generato, la sua nascita, il periodo, il vissuto che lo ha attraversato, le ragioni intime che mi hanno spinto a scriverlo. Non è possibile sceglierne uno sacrificandone un altro. Sono tutti parti di me: uno è la mano che ha scritto, un altro le braccia che hanno sorretto la fatica, un altro ancora la testa che ha pensato e immaginato.

Chiedere di scegliere, in questi casi, è improprio. Non si può: li hai scritti tu. Altro è esercitare uno sguardo critico su ciò che hai prodotto. C’è il testo nato da una storia ascoltata, quello germogliato da un desiderio affidato alla scrittura, quello scaturito da un fatto realmente accaduto. Possiamo dire quale ci ha rapito di più, quale è stato scritto d’impulso, e quale, al momento della sua nascita, non immaginavamo potesse poi incontrare un favore così inatteso.

Forse la domanda giusta dovrebbe essere un’altra: «Qual è il libro che ti ha lasciato qualcosa, o ti ha insegnato qualcosa?»
Ogni libro lascia in noi un’orma indelebile. Ogni libro assorbe energie, ci conduce su sentieri ancora inesplorati. Ogni libro porta con sé una novità. E come i figli, anche i libri si amano in modo diverso, ma sempre con lo stesso, identico amore.

L'attaccapanni

 

                                                   


 

A voce alta ho espresso il desiderio di parlare dell’attaccapanni come se avessi scoperto l’uovo di Colombo. «Ma dimmi», mi sono detta, «chi può mai parlare dell’attaccapanni?»

Sembra assurdo, forse persino stupido. Eppure a me ispirano proprio le cose ovvie, quelle che nessuno prenderebbe in considerazione. Perché allora l’attaccapanni? Intanto, mi affascinano i vari modelli: a parete o a piantana, in legno o in ferro battuto. Ciascuno di essi esprime una pausa, un momento in cui i nostri soprabiti prendono congedo da noi. Non è facile seguire un cappotto per tutta la giornata; appenderlo significa concedergli una sosta, un piccolo distendersi.

Cerco di mantenere l’attaccapanni sempre libero, mai sovraccarico. Ma quando mi fermo a guardare i cappotti o gli impermeabili appesi, succede qualcosa di curioso: assumono caratteri propri. Il cappotto rosso di mia figlia, dritto e ben teso, sprigiona un’eleganza inattesa. Il mio blu marina, doppio petto con cintura, appare quasi vivo: le spalle ben sorrette, il collo ampio, la cintura che scende come un piccolo fiume. Separarmene sarebbe un tradimento. Lo osservo e mi vedo dentro di lui, sospeso tra movimento e memoria.

E poi ci sono borse, ombrelli, zaini e cappelli. L’attaccapanni diventa uno spaventapasseri gentile, vigile, un usciere che distribuisce protezioni adatte alle uscite. Quando è sovraccarico, sembra un omino di Botero alle prese con una dieta impossibile, ma persino sotto quel peso conserva un certo fascino.

Gli attaccapanni a muro, invece, danno un senso di solidità: i panni si aggrappano alla parete, frenati da quelli sovrapposti. Di solito sono in legno, caldi, tradizionali. Sono appoggi di passaggio, piccole pause fuori dall’armadio.

E poi ci sono le forme più strane degli indumenti appesi: ora grassi omini, ora stecchiti manichini senza forma. Curiosamente, a volte gli indumenti appaiono più eleganti senza le nostre protuberanze, più liberi e leggeri, quasi volessero ricordarci che la bellezza può esistere sospesa, senza di noi.

Quando resta solo con i cappelli, sembra privo di corpi ma ricco di teste da scaldare. Ce ne sono di tutte le forme, alcuni restano appesi fino a primavera, come se non volessero andare via. Stessa fine le sciarpe, che si avvolgono a forma di ciambella o scendono a terra come bisce curiose pronte a insinuarsi da qualche parte.

Con un po’ di attenzione, gli si possono dare anche forme umane: un ombrello, un cappello, una borsa, un cappotto posizionati nella giusta maniera possono trasformarlo in una persona sulla soglia di casa. Il suo ruolo è indispensabile: accompagna chi entra ed esce, fornendo tutto l’occorrente. E il suono che fa girando su sé stesso è unico: chi lo muove a vuoto, chi gira lamentandosi, chi cerca il cappotto, chi lo fa ruotare per curiosità.

Quando lo spolvero e lo vedo libero, appare quasi vuoto e inutile. Eppure il peso degli abiti è necessario per la sua funzione: sostiene, regge, attende. A volte mi diverto a cambiare il suo posto, a immaginare il suo giro nello spazio dell’ingresso come un piccolo sistema solare domestico.

E poi c’è la cosa più divertente: anche senza abiti, l’attaccapanni resta creativo. Si può vestire di altri oggetti, dare colori, forme e fantasia. Osservandolo da lontano, indica tregua, assestamento, riposo… attesa.

L’attaccapanni, insomma, è un piccolo teatro domestico. Silenzioso, paziente, un po’ comico. Ed io, controcorrente come sempre, lo guardo, lo ammiro e, sì, a volte gli parlo.




Frankenstein o il moderno Prometeo




Frankenstein nasce nel 1816, durante una sfida letteraria tra Percy Shelley, Lord Byron, John Polidori e Mary Shelley, bloccati in una villa sul lago di Ginevra a causa del maltempo. Per gioco, si sfidano a scrivere una storia dell’orrore. Mary ha appena diciotto anni. Racconta di uno scienziato che dà vita a una creatura e ne è immediatamente terrorizzato.

Nata nel 1797 a Londra, Mary Wollstonecraft Godwin cresce in un ambiente intellettualmente ed emotivamente complesso. Sua madre muore pochi giorni dopo il parto; suo padre, William Godwin, è un filosofo radicale, convinto che la ragione possa migliorare l’umanità. Mary cresce circondata da libri, idee rivoluzionarie e discussioni politiche, e conosce molto presto il valore della perdita.

A diciassette anni fugge con Percy Bysshe Shelley, già sposato, suscitando uno scandalo per l’epoca. La loro relazione è intensa e travagliata, segnata da debiti, viaggi e lutti. Mary perderà tre figli in tenerissima età e vivrà in una costante precarietà. Tutto questo entra, in modo sotterraneo ma profondo, nella sua scrittura.

Mary Shelley anticipa temi che oggi ci appaiono modernissimi: i limiti della scienza, l’arroganza del progresso, l’etica della creazione, l’esclusione sociale. Scrive in un’epoca in cui la scienza inizia a promettere l’impossibile e ne coglie immediatamente il lato oscuro. In questo senso, Frankenstein è spesso considerato il primo vero romanzo di fantascienza.

Dopo la morte di Percy Shelley, nel 1822, Mary rimane sola a ventiquattro anni, con un figlio e una reputazione ingombrante. Continua a scrivere, ma dedica anche gran parte della vita a curare e proteggere l’eredità letteraria del marito, spesso a scapito della propria. Per molto tempo sarà ricordata come “la moglie di Shelley”, più che come un’autrice autonoma.

Il romanzo, pubblicato nel 1818, pone una domanda inquietante sulle conseguenze delle conquiste e delle scoperte dell’uomo. Viene spesso classificato come una storia gotica o un racconto di mostri; in realtà è un libro profondamente filosofico e politico. Parla di responsabilità, di potere esercitato senza assumerne le conseguenze. Il vero “mostro” non è la Creatura, ma chi rifiuta di prendersi cura delle proprie azioni.

La storia narra di Victor Frankenstein, un giovane studente di scienze ossessionato dall’idea di sconfiggere la morte. Attraverso gli studi di chimica e filosofia naturale, scopre un modo per dare vita alla materia inanimata. Riesce così a creare un essere gigantesco assemblando parti di cadaveri.

Quando però la creatura prende vita, Victor è terrorizzato dal suo aspetto e la abbandona. Il mostro, lasciato solo, vaga per il mondo. Rifiutato da tutti per il suo aspetto inquietante, sperimenta dolore e rabbia.

Sentendosi tradito dal suo creatore, il mostro uccide alcune persone care a Victor e gli chiede di costruirgli una compagna, promettendo di sparire per sempre. Victor inizialmente accetta, ma poi distrugge la nuova creatura per paura delle conseguenze.

A quel punto il mostro giura una vendetta definitiva. I due si inseguono fino ai ghiacci del Polo Nord, dove Victor muore sfinito. La creatura, distrutta dal rimorso e dalla solitudine, annuncia che porrà fine alla propria esistenza. Frankenstein non è punito per aver creato la vita, ma per aver rifiutato di prendersene cura.

Solo nel Novecento la figura di Mary Shelley viene davvero rivalutata. Oggi appare per ciò che è stata: una scrittrice lucidissima, capace di usare il gotico per parlare di potere, solitudine e responsabilità morale. Una donna che ha trasformato la propria esperienza di perdita e marginalità in una riflessione universale sull’umano.

 Frankenstein continua a parlarci perché pone una domanda che non ha smesso di essere attuale: non che cosa siamo capaci di creare, ma che cosa siamo capaci di amare e sostenere dopo aver creato.



Il cittadino stanco

 

                                               Foto di Mamadou Armand Diuof

Il cittadino di oggi è stanco. Non per disinteresse o ignoranza e nemmeno per il rifiuto della politica in quanto tale ma per stanchezza.
E' stanco prima ancora di essere arrabbiato. Stanco di seguire, di capire, di prendere posizione. Stanco di crisi che si sovrappongono senza mai risolversi davvero. Stanco di un lessico politico che chiede attenzione costante, reazione immediata, partecipazione continua, senza offrire mai una reale sensazione di efficacia. Non si è ritirato perché non gli importa ma perché gli importa da troppo tempo.

Viviamo in un’epoca di emergenza permanente. Ogni stagione ha la sua urgenza: economica, sanitaria, climatica, militare, sociale. Ogni evento viene presentato come decisivo, ogni scelta come irreversibile. La politica non promette più un futuro migliore, chiede solo resistenza.

In questo scenario, al cittadino viene affidato un ruolo ambiguo: è chiamato a essere informato, consapevole, vigile, moralmente responsabile. Deve sapere, condividere, indignarsi, firmare, votare, schierarsi. Ma raramente vede il nesso tra questo sforzo continuo e un cambiamento tangibile.

Il cittadino stanco legge ancora le notizie, ma con distacco. Segue i dibattiti, ma senza aspettarsi molto. A volte vota, a volte no, spesso con un senso di colpa che non si trasforma in energia politica. Non crede più che informarsi significhi incidere. Percepisce la politica come un rumore di fondo: sempre presente, raramente decisivo.

Questo stato d’animo non è confinato a un solo paese ma globale. Cambiano i sistemi istituzionali, i livelli di benessere, le tradizioni democratiche, ma la sensazione è simile ovunque: una distanza crescente tra ciò che si comprende e ciò che si vive. Mai come oggi siamo stati così informati eppure così impotenti.

La frattura tra sapere e potere produce frustrazione che, col tempo, conduce a un ritiro silenzioso: meno discussioni, meno coinvolgimento, meno fiducia. 

C’è un paradosso profondo in questa fase storica: la democrazia richiede partecipazione continua proprio mentre la vita quotidiana diventa sempre più complessa e precaria. L’attenzione è frammentata, il lavoro invade gli spazi privati, le relazioni sono più instabili, il futuro più velato. In questo contesto, chiedere un impegno politico costante senza ridurre il carico emotivo equivale a pretendere lucidità da chi è esausto.

Una cittadinanza stanca non protesta, non occupa, non si radicalizza, si spegne. Ed è proprio questo il terreno più favorevole per decisioni prese altrove, per processi opachi, per forme di potere che non hanno bisogno di consenso, ma solo di assenza di resistenza.

In questo senso, la stanchezza del cittadino è una questione politica centrale, anche se raramente viene nominata. Si preferisce parlare di disaffezione, di populismo, di ignoranza, di polarizzazione. 

Colpevolizzare questo ritiro è facile, ma sterile. Più difficile è interrogarsi su che tipo di politica stiamo costruendo se richiede un livello di attenzione, competenza e resilienza che pochi possono sostenere a lungo. Una politica che vive di emergenze permanenti finisce per consumare proprio il capitale umano di cui avrebbe più bisogno. Forse la domanda non è perché i cittadini partecipano meno ma perché partecipare è diventato così faticoso.

Riconoscere la stanchezza non significa giustificare l’indifferenza, solo prendere sul serio il limite umano dentro la democrazia. Senza questo riconoscimento, il rischio non è solo una politica più debole, ma una società che smette lentamente di sentirsi parte di un destino comune.

E una democrazia fatta da cittadini esausti è una democrazia solo formale e interiormente fragile.

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