Oltre la festa: le ombre della figura paterna



La figura del padre è spesso celebrata, esaltata, quasi idealizzata. In occasioni come la Festa del papà si tende a metterne in luce il lato affettivo, la presenza, il ruolo di guida. Ma forse questa visione andrebbe ridimensionata, o meglio, resa più completa. Perché un padre non è solo ciò che dà ai figli, ma anche ciò che è nelle relazioni che costruisce intorno a loro.

Un uomo che instaura un buon rapporto con i figli ma fallisce completamente in quello con la madre non può essere considerato fino in fondo un buon padre. I figli non crescono in compartimenti separati: osservano, assorbono, interiorizzano. Le tensioni, i silenzi, i conflitti non restano confinati alla coppia, ma attraversano inevitabilmente l’intero equilibrio familiare. Pensare di poter distinguere il ruolo di padre da quello di compagno è un’illusione, e spesso anche una forma di autoassoluzione.

Questo non significa che un padre debba restare per forza accanto alla madre dei suoi figli. Una relazione può finire, e separarsi può essere una scelta giusta e necessaria. Ma è il modo in cui questo avviene a fare la differenza: quando la separazione è civile, rispettosa, consapevole, i figli possono attraversarla senza esserne distrutti. Quando invece è carica di rancore, violenza, umiliazioni o conflitti continui, diventa evidente che non si tratta di una vera separazione, ma di un legame che continua a esistere in forma tossica, e che inevitabilmente coinvolge e ferisce anche i figli.

Ci sono poi situazioni ancora più estreme, in cui questa frattura diventa violenza. Quando un uomo arriva a distruggere la madre dei propri figli, non può in alcun modo rivendicare una presunta qualità nel suo essere padre. È una contraddizione insanabile, che rivela quanto sia pericolosa l’idea di poter separare i ruoli a proprio piacimento.

Ma le criticità non finiscono qui. Molti padri cadono nella trappola delle preferenze: un figlio più affine, uno più simile, uno più facile da comprendere. È umano provare inclinazioni diverse, ma renderle evidenti, senza misura né sensibilità, crea ferite profonde. I figli percepiscono queste differenze e ne portano il peso, spesso per tutta la vita.

All’opposto, c’è chi svuota il proprio ruolo nell’eccesso di compiacenza. Assecondare sempre i figli, evitare ogni conflitto, rinunciare a indicare ciò che è giusto o sbagliato non è amore, ma una forma di rinuncia. Un padre non è solo presenza o affetto: è anche responsabilità, guida, capacità di dire dei no.

La famiglia è il primo luogo in cui si forma la nostra identità. Può essere uno spazio di crescita, ma anche una gabbia invisibile, fatta di dinamiche distorte, incomprensioni, silenzi e piccoli o grandi traumi. È proprio all’interno di queste relazioni che si costruisce, o si incrina, il senso di sé.

In questo senso, torna alla mente Re Lear di William Shakespeare. Lear è un padre che pretende amore invece di riconoscerlo, che si lascia ingannare dalle parole e rifiuta la sincerità. Premia l’adulazione e punisce la verità, condannando sé stesso e le sue figlie a una spirale di dolore. Solo quando perde tutto comprende il proprio errore, ma ormai è troppo tardi.

La sua vicenda mette in luce un aspetto essenziale: i padri possono sbagliare, possono essere ciechi, ingiusti, persino distruttivi. E il loro errore non resta mai isolato, ma si ripercuote inevitabilmente sui figli.

Forse allora il punto non è celebrare la figura del padre, ma interrogarla. Riconoscerne la complessità, le responsabilità, le ombre. Essere padre non significa solo amare, ma saper costruire relazioni sane, essere coerenti, assumersi il peso delle proprie scelte.

Perché, come mostra la tragedia, l’amore non riconosciuto in tempo non può sempre essere recuperato. E nella vita reale, a differenza del teatro, non esiste un secondo atto che permetta di rimediare.




L’ansia della produttività uccide la creatività

 



Una volta si aspettava l’ispirazione: per scrivere, per pensare, per costruire. Oggi domina l’ansia della produttività. Tutto ha valore se è veloce, se anticipa, se riempie spazi. L’urgenza ha sostituito la profondità.

Ma l’ansia produce contenuti seriali: riflessioni approssimative, idee confuse, testi vuoti. Creare è diventato un gesto ordinario, quasi automatico, lontano da quell’istante raro in cui un’intuizione illumina e dà forma a qualcosa di autentico.

Il rischio è evidente: fare per riempire. Scrivere per occupare spazio. Produrre senza lasciare traccia.

Creare, invece, richiede un tempo preciso. Un momento in cui le idee convergono, si selezionano, si correggono. La creatività ha bisogno di una genesi, di uno sviluppo, di uno scarto: eliminare ciò che non funziona, ridurre il caos iniziale a una forma riconoscibile.

Le idee non si catturano correndo. Arrivano quando si rallenta, quando ci si ferma, quando si osserva. E fermarsi, oggi, è quasi un atto controcorrente.

Costruire, immaginare, inventare sono azioni profonde. Richiedono concentrazione, memoria, esperienza. Richiedono tutto. E se qualcosa deve essere detto, deve valere la pena di essere ricordato.

Eppure leggiamo ogni giorno pagine che non dicono nulla: articoli poco curati, frasi senza coerenza, idee senza struttura. Il rischio più grande non è la mediocrità in sé, ma l’abitudine alla mediocrità. Quando diventa norma, non riconosciamo più la qualità.

Siamo lontani da ciò che intuiva Joseph Conrad, quando diceva di non saper spiegare alla moglie che guardare fuori dalla finestra era, per lui, lavorare. Era pensiero, riflessione, costruzione. Il cervello, quando opera davvero, attiva tutto: memoria, esperienza, connessioni. Nulla è casuale.

Nessun artista, poeta o scrittore ha mai creato davvero a comando. Altrimenti, non esisterebbe il concetto stesso di ispirazione. L’ispirazione è un momento raro: un’intuizione che emerge quando prima non c’era nulla di chiaro. Non si forza, ma si prepara, si accoglie, si coltiva.

Ognuno trova il proprio modo: nel silenzio, nel paesaggio, in un gesto ripetuto. Senza questa condizione, si replica soltanto ciò che già esiste. E ripetere, senza trasformare, significa non aggiungere nulla.

Ma la realtà è diversa. L’editore spinge, il caporedattore incalza, il pubblico aspetta. I contenuti devono uscire. E allora si riempie. Si ripete. Si assemblano idee già viste, frasi già scritte, pensieri già consumati.

La produttività, portata all’estremo, finisce per danneggiare quella autentica. Si dice che la qualità batta la quantità. Eppure spesso ci illudiamo che producendo di più emerga, prima o poi, anche qualcosa di valido.

Non è così. La qualità è selettiva. Non nasce nell’accumulo, ma nell’eccezione. Compare quando si uniscono conoscenza, attenzione, tempo e, talvolta, uno stato di grazia. La vera produttività non è velocità. È profondità alimentata da curiosità, studio, osservazione. È il risultato di un lavoro invisibile. Il resto è solo rumore.

Il potere del denaro e i suoi limiti

 


Nelle società contemporanee il denaro non è più solo uno strumento: è diventato il criterio dominante di valutazione. Stabilisce chi conta, chi viene ascoltato, chi siede ai tavoli decisionali. Non è un’iperbole, è un dato di fatto: oggi il denaro determina accesso, influenza, protezione e visibilità. È potere. Ed è proprio per questo che è pericoloso.

Il denaro compra tempo, competenze, relazioni, consenso. Compra perfino il silenzio. Ma non compra legittimità: la imita. Finché il flusso resta continuo, l’autorità appare naturale. Quando si interrompe, ciò che sembrava rispetto si rivela per quello che è: convenienza.

Il potere fondato sulla ricchezza è, per sua natura, instabile. Ha bisogno di essere esibito, ribadito, confermato. Non tollera l’autonomia, perché l’autonomia riduce la dipendenza. Non tollera il dissenso, perché il dissenso non è negoziabile. Per questo scivola facilmente nel controllo, nella pressione, nella svalutazione dell’altro. È un potere che impone, ma raramente convince.

Il denaro non crea valore: lo amplifica. Se incontra lucidità, la rafforza. Se incontra mediocrità, la rende dominante. Se incontra insicurezza, la trasforma in arroganza. È un moltiplicatore neutro, ma dagli effetti tutt’altro che neutri.

Il punto più critico è un altro. Quando l’identità si fonde con il patrimonio, ogni oscillazione economica diventa una minaccia esistenziale. Il mercato scende e con esso scende l’autostima. La perdita finanziaria si trasforma in perdita di valore umano. È fragilità travestita da forza.

Il potere che dura non è quello che può comprare tutto, ma quello che non ha bisogno di comprare il rispetto. È quello che regge anche quando le risorse diminuiscono. È quello che non ha bisogno di intimidire per essere riconosciuto.

La storia lo dimostra con regolarità: fortune immense evaporano, aziende dominanti diventano irrilevanti, dinastie economiche si dissolvono. Il capitale si sposta, i mercati cambiano, le gerarchie si ribaltano. Ciò che resta non è il saldo di un conto, ma l’impronta lasciata.

Dire che oggi il denaro conta più di tutto non è cinismo, è realismo. Ma confondere il potere economico con la superiorità umana è un errore pericoloso. Il primo è rapido, visibile, misurabile. La seconda è lenta, invisibile, difficile da costruire — e proprio per questo rara.

Il potere basato sul denaro fa rumore. Quello fondato su competenza, coerenza e responsabilità no. Il primo domina finché può pagare. Il secondo resiste anche quando non può comprare nulla.

Ignorare il peso del denaro sarebbe ingenuo. Ma ridurre il valore umano al denaro è qualcosa di peggio: è una forma di cecità.

Perché il denaro può sostenere il potere. Ma non può sostenerne il significato.

L'arte di parcheggiare







Ieri mattina, ennesima auto parcheggiata davanti al cancello. Non vicino, davanti.
Con quella sporgenza artistica che sembra sfidare le leggi della fisica… e del buon senso.

Per uscire abbiamo dovuto fare una manovra millimetrica, finendo sull’altra corsia con il simpatico rischio che qualcuno, arrivando a velocità sostenuta, ci centrasse in pieno. Poi via di corsa. Niente carro attrezzi. Pazienza. Il caso, però, ha senso dell’umorismo.

Al rientro troviamo il proprietario dell’auto lì, pronto a partire. Momento perfetto. Bussata al finestrino stile vigile urbano: “Ma le sembra questo il modo di parcheggiare?”

La moglie sorride imbarazzata. Il marito scende, guarda la scena e prova a parlare.
Ma ormai il treno della mia pazienza era partito da un pezzo.

“Qui c’è un passo carrabile che paghiamo per avere libero accesso. Se lo ostruisce e se ne va, sarò costretta a chiamare il carro attrezzi. Cinque minuti di servizio non giustificano questo spettacolo di ingegneria automobilistica.”

La signora comincia a scusarsi. Il marito prende le misure, letteralmente! Vuole spiegarmi che “lo spazio per uscire c’era”. Certo! Peccato che la visuale di chi parcheggia non sia la stessa di chi deve uscire dal cancello rischiando la carrozzeria… o la vita. E qui arriva il capolavoro.

“Ma era solo un servizio di mezz’ora.” Mezz’ora.

Quindi funziona così: se è mezz’ora, il divieto diventa facoltativo,  il passo carrabile decorativo, bloccare un cancello diventa urbanistica creativa?

Ho dovuto spiegare che anche due minuti sarebbero stati due minuti di troppo.
Perché se tutti ragionano così, il cartello di passo carrabile diventa un semplice suggerimento estetico.

La loro difesa finale: “Avevamo preso le misure.” 

“Interessante,” ho risposto. “anche la matematica fa acqua da tutte le parti.”

E ho dimenticato di dire loro che anche noi proprietari non possiamo parcheggiare l'auto davanti al nostro passo carrabile. Lo abbiamo scoperto prendendo la multa una volta che abbiamo lasciato l'auto fuori.

A quel punto sono partite le scuse a raffica. Ed io? Invece di calmarmi mi sono arrabbiata ancora di più.

Perché se anche persone educate e ragionevoli, almeno all’apparenza, parcheggiano così, allora il problema non è la maleducazione. È la mentalità.

Rispetto delle regole: opzionale. Segnali stradali: decorativi. I propri cinque minuti: sacri.  Quelli degli altri: trascurabili. Alla fine i diritti senza doveri funzionano solo nei sogni.

E se volete farvi due risate, osservate qualcuno parcheggiare davanti a un passo carrabile.
Sembra sempre che stia partecipando a un concorso nazionale di sfida alla logica”.

Pinocchio, la forma del desiderio

      



Avete mai pensato alla cura con cui un falegname trasforma un tronco grezzo in un’asse liscia e pulita, pronta a diventare qualcosa di nuovo? Alla pazienza con cui lima, leviga, accarezza il legno con gesti ripetuti e precisi, finché la materia non si arrende alla forma desiderata?

Probabilmente no. La verità è che non ci pensiamo quasi mai. Le macchine hanno preso il posto dell’artigiano: oggi le assi si producono in quantità infinita, tutte uguali, tutte perfette. Eppure nessuna macchina possiede il tatto di una mano esperta. Il falegname, passando le dita sul legno, riconosce subito la levigatezza giusta, la curvatura possibile, la forma che ancora non esiste ma che già vive dentro la materia. Le sue mani custodiscono un sapere antico.

Perché prima di essere un uomo che lavora il legno, l’artigiano è un uomo che lavora le idee. È un ingegnere del pensiero: costruisce nella mente ciò che ancora non esiste. Vede la sedia prima che sia una sedia, il mobile prima che il legno prenda forma. Quando sceglie una tavola, non sceglie soltanto un materiale: sceglie una possibilità. Così dovette accadere anche a Geppetto.

Come fece, infatti, a trasformare un semplice pezzo di legno in un burattino? Prima ancora di incidere la superficie con i suoi strumenti, egli aveva già visto il bambino. Ne immaginava il volto, i movimenti, forse persino il carattere. Il suo pensiero era così intenso da sfiorare il miracolo: stava dando vita a qualcosa che ancora non esisteva. Il falegname, in fondo, è un po’ mago.

Prima costruisce nel silenzio della mente, poi affida alle mani il compito di rendere visibile ciò che ha immaginato. Ed è straordinario pensare quanta forza possa avere un’idea quando è alimentata dal desiderio. Un’idea può trasformare un uomo. Può farlo diventare padre ancora prima di avere un figlio. Geppetto lo diventò così.

Guardando quel pezzo di legno, lo desiderò con tale intensità da sentire crescere dentro di sé una paternità nuova, che prendeva forma insieme al burattino che stava scolpendo. Colpo dopo colpo, levigatura dopo levigatura, non stava soltanto lavorando il legno: stava costruendo una relazione. E forse è proprio questo il segreto di ogni legame umano.

Diventare genitori non significa soltanto mettere al mondo un figlio. Essere figli non significa soltanto ricevere la vita. I rapporti non nascono già compiuti: si costruiscono. Hanno bisogno di tempo, di pazienza, di tentativi, di errori. Hanno bisogno di desiderio. Bisogna volerli, coltivarli, crederci.

Geppetto partì da ciò che sapeva fare meglio: lavorare il legno. E lavorandolo, diede forma non soltanto a un corpo, ma a un sogno. Ogni intaglio portava con sé un pensiero, ogni curva custodiva un sentimento. In quel burattino non c’era soltanto la bravura di un artigiano: c’era l’amore di un padre.

Col tempo quel pezzo di legno divenne il centro della sua vita. Tutte le attenzioni, tutte le speranze, tutti i timori si concentrarono su di lui, fino a quando il miracolo si compì: il burattino diventò un bambino vero. Ed è per questo che la storia di Pinocchio non è soltanto una favola.

È una storia che continua a vivere ogni volta che qualcuno la legge. Ogni lettore, senza accorgersene, soffia un po’ di vita dentro quel pezzo di legno. È lo stesso soffio che un tempo aveva attraversato l’immaginazione dell’autore e che, attraverso le mani di Geppetto, aveva preso forma.

Perché dare vita non è soltanto un atto materiale. Dare vita significa prima di tutto accendere un desiderio nella mente. E quando quel desiderio è vero, quando è forte abbastanza, trova sempre un modo per diventare realtà.

Nella spirale della coscienza: la narrativa di Michele Prisco

 

                                                  Ritratto del Maestro Antonio Asturi fatto all'amico Michele Prisco il 25 aprile 1981

Michele Prisco è stato uno dei più importanti scrittori italiani del secondo Novecento. Nato a Torre Annunziata il 4 gennaio 1920, in provincia di Napoli, dedicò gran parte della sua opera narrativa alla rappresentazione della società meridionale, indagando in particolare i rapporti familiari, i conflitti morali e i profondi cambiamenti della borghesia italiana nel secondo dopoguerra.

Proveniente da una famiglia borghese, fu sempre molto legato alla cultura di Napoli e della Campania, luoghi che influenzarono profondamente la sua sensibilità e che spesso fecero da sfondo alle sue opere.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza all’Università degli Studi di Napoli Federico II nel 1942, iniziò a lavorare come impiegato di banca, continuando però a coltivare la sua grande passione per la letteratura. Alla carriera forense preferì infatti quella letteraria e giornalistica. Durante la Seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi e solo dopo la fine del conflitto poté dedicarsi con maggiore continuità alla scrittura.

Fin dagli inizi fu apprezzato per il suo stile elegante e riflessivo, caratterizzato da una profonda attenzione alla dimensione psicologica dei personaggi. Parallelamente all’attività narrativa svolse anche un’intensa attività giornalistica, collaborando con importanti testate come Il Mattino, Il Messaggero, La Gazzetta del Popolo e Oggi.

L’esordio narrativo avvenne nel 1949 con la raccolta di racconti La provincia addormentata, con la quale ottenne la medaglia d’oro per l’opera prima al Premio Strega. L’opera lo fece conoscere e apprezzare nell’ambiente letterario italiano.

Nel 1950 pubblicò il romanzo Gli eredi del vento, che vinse il Premio Venezia. In questo libro lo scrittore racconta il cambiamento di una famiglia borghese nel periodo successivo alla guerra, mostrando il declino delle vecchie certezze sociali, il crollo dei valori tradizionali e la difficile ricerca di nuovi punti di riferimento. Nel romanzo emergono chiaramente i contrasti tra la vecchia generazione, legata al passato, e quella più giovane, alla ricerca di un nuovo senso della vita.

Negli anni successivi Prisco pubblicò altri romanzi importanti, tra cui Figli difficili (1954), Fuochi a mare (1957) e La dama di piazza (1961), con cui ottenne il Premio Napoli.

Molto legato alla sua terra, soggiornava spesso a Vico Equense, dove possedeva una casa chiamata affettuosamente “la casarella”, che divenne per lui un luogo di riflessione e di scrittura.

Le opere di Prisco sono spesso ambientate nel Mezzogiorno e affrontano temi come il senso di colpa, la memoria, le tensioni sociali e il difficile rapporto tra tradizione e modernità. Attraverso storie intime e familiari, lo scrittore riuscì a rappresentare con grande sensibilità i cambiamenti profondi della società italiana nel secondo dopoguerra.

Il momento più importante della sua carriera arrivò nel 1966, quando vinse il Premio Strega con il romanzo Una spirale di nebbia. Il libro ruota attorno alla misteriosa morte di una donna. Il principale sospettato è il marito, appartenente alla borghesia meridionale. Tuttavia il romanzo non si presenta come un semplice racconto poliziesco.

La vicenda viene ricostruita attraverso testimonianze, ricordi e diversi punti di vista dei personaggi, che permettono di ricostruire progressivamente il passato della coppia e dell’ambiente sociale in cui viveva. Man mano che la storia procede, la verità appare sempre più sfuggente e complessa, mentre ogni personaggio rivela segreti, contraddizioni e responsabilità morali.

Nel romanzo emerge chiaramente che non è importante soltanto individuare il colpevole, ma anche comprendere i sentimenti, le tensioni e le fragilità dei personaggi. Gelosie, invidie e rancori nascosti contribuiscono infatti a creare una situazione in cui la responsabilità sembra ricadere su tutti.

La “spirale” del titolo rappresenta il vortice di eventi e di emozioni che avvolge i protagonisti, trascinandoli sempre più verso il centro del dramma, mentre la “nebbia” simboleggia l’ambiguità dei rapporti umani e la difficoltà di distinguere con chiarezza tra colpa e innocenza. Ipocrisie, silenzi ed egoismi emergono gradualmente, mostrando la complessità della natura umana.

Successivamente lo scrittore pubblicò altri romanzi, tra cui I cieli della sera (1970), Gli ermellini neri (1975), Lo specchio cieco (1984), Il pellicano di pietra (1996) e Gli altri (1999).

Michele Prisco morì a Napoli il 19 novembre 2003. Oggi è ricordato come uno degli autori più significativi della narrativa italiana contemporanea, capace di raccontare con grande profondità psicologica e sensibilità la realtà umana e sociale del suo tempo.

Oltre alla narrativa fu anche critico letterario e cinematografico e scrisse il soggetto del film I guappi del 1974.

Tra alcune frasi significative tratte dalle sue opere si possono ricordare:“La verità non è mai una sola: ognuno ne possiede un frammento, e spesso lo difende come fosse tutto.” (Una spirale di nebbia)

“Il passato non passa mai davvero: rimane nascosto dentro di noi, pronto a tornare quando meno lo aspettiamo.”(Una spirale di nebbia); “Eravamo cresciuti credendo in molte cose che poi si rivelarono leggere come il vento.”(Gli eredi del vento);“In certi paesi il tempo non passa: si deposita sulle cose come polvere.”(La provincia addormentata)


Coltivare lo spirito




Il termine cultura deriva dal latino colere, coltivare. In origine indicava la cura della terra. Con il tempo quella parola ha ampliato il suo significato fino a indicare qualcosa di ancora più prezioso: la coltivazione dello spirito.

Coltivare significa prendersi cura di ciò che può crescere. Così come la terra, anche la mente ha bisogno di essere lavorata, nutrita, arata. Senza questa cura rimane incolta; con essa, invece, diventa fertile.

Coltivare lo spirito vuol dire formare un animo forte, capace non solo di affrontare la vita, ma anche di comprenderla. La conoscenza allarga i nostri orizzonti: ci permette di interpretare ciò che accade intorno a noi e di dare un senso al nostro cammino.

Ma la cultura non nasce soltanto dallo studio. A nutrirla contribuiscono anche le tradizioni, i valori trasmessi, l’etica, la morale, l’educazione. Sono queste le radici che sostengono l’individuo e lo aiutano a orientarsi nel mondo, soprattutto quando la realtà si fa complessa o difficile.

Senza conoscenza l’uomo resta disarmato. È come chi tenta di affrontare una tempesta con strumenti rudimentali. La cultura, invece, ci fornisce strumenti più raffinati: sviluppa le capacità cognitive, ci aiuta a comprendere la complessità e, soprattutto, forma il nostro senso critico.

Il senso critico è la nostra bussola interiore. È ciò che ci permette di distinguere, di valutare, di scegliere. Ci aiuta a capire cosa è giusto o sbagliato per noi, a prevedere le conseguenze delle nostre azioni e a prendere decisioni con maggiore consapevolezza.

Ma che cos’è davvero il sapere? Non è un semplice accumulo di nozioni. Sapere significa fare esperienza, confrontarsi, mettere in discussione ciò che si crede di conoscere. È un processo continuo di apprendimento che dura tutta la vita.

Anche l’educazione fa parte di questo percorso. È il linguaggio condiviso della convivenza: quell’insieme di comportamenti che permette agli individui di relazionarsi con rispetto e di costruire una società armoniosa.

E poi ci sono le grandi vie della cultura: i libri, l’arte, la musica, il cinema, il teatro. Ognuna di queste esperienze apre nuove prospettive e ci consente di immaginare mondi diversi dal nostro. Attraverso di esse impariamo a comprendere gli altri, a immedesimarci, a riflettere sulle scelte e sulle loro conseguenze.

La mente, in fondo, è come uno strumento musicale: ha bisogno di essere accordata. È come un pezzo di legno che deve essere levigato perché possa diventare un’opera compiuta. Chi attraversa queste esperienze affina la propria sensibilità, sviluppa la capacità di progettare, di prevedere, di orientarsi nel futuro.

La cultura, dunque, non è un ornamento dell’intelligenza. È una forza che sostiene la vita. Ci introduce in meccanismi complessi e raffinati e ci offre strumenti che spesso non sappiamo nemmeno di possedere. Il suo fine più alto è la libertà: di pensare con la propria testa; di discernere e di scegliere; di costruire il proprio futuro.

Perché un uomo colto non è semplicemente qualcuno che sa molte cose. È qualcuno che ha imparato a essere libero.

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