Giovanni Manganaro: la geometria dell'emozione

 




Nato a Vico Equense nel 1946, Giovanni Manganaro vive e lavora nella sua terra d'origine, luogo che continua a rappresentare una fonte inesauribile di ispirazione per la sua ricerca artistica. Dopo aver maturato una precoce passione per il disegno e la pittura, intraprende gli studi presso l'Accademia di Belle Arti, dove consegue il diploma nel 1971. Gli anni della formazione coincidono con un periodo di profonde trasformazioni nel panorama artistico italiano ed europeo, esperienze che contribuiscono a consolidare la sua sensibilità e a orientare la definizione di un linguaggio personale.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre collettive e personali, presentando le proprie opere in diverse sedi espositive e ottenendo apprezzamenti da parte di critici, collezionisti e appassionati d'arte. Il suo percorso testimonia una costante fedeltà alla pittura intesa come ricerca interiore e come strumento privilegiato di comunicazione umana.

La produzione artistica di Giovanni Manganaro si colloca idealmente tra alcune delle più significative esperienze del Novecento. Nelle sue opere si avverte talvolta l'eco della tensione costruttiva e dinamica di Boccioni, così come la sensibilità sintetica e cromatica di Kisling; tuttavia questi riferimenti non si traducono mai in citazione o imitazione. Essi vengono piuttosto assimilati e trasformati in una poetica autonoma, caratterizzata da una personale interpretazione della realtà.

Per Manganaro la realtà non è qualcosa da riprodurre fedelmente, ma da comprendere e rielaborare. Da qui nasce il processo di semplificazione che caratterizza molte delle sue opere: forme, paesaggi e figure vengono ricondotti a rapporti geometrici essenziali. La geometria non rappresenta una fuga dal reale, ma uno strumento per penetrarne la complessità. Attraverso la sintesi delle forme, l'artista cerca infatti di cogliere l'ordine nascosto delle cose e di restituirne l'essenza più profonda.

Alla base della sua ricerca vi è una concezione dell'arte profondamente umana. Quando gli si chiede quale sia il significato della sua pittura, Manganaro risponde con semplicità che dipinge per le emozioni che l'atto creativo genera in lui e in coloro che osservano le sue opere. L'emozione costituisce il centro della sua riflessione artistica e il criterio attraverso il quale giudicare il valore di un'opera.

A una domanda apparentemente semplice — «A cosa serve l'arte?» — l'artista offre una risposta essenziale: l'arte serve a emozionare. Ma l'emozione, nella sua visione, non è un fatto superficiale o passeggero. Essa rappresenta una forma di conoscenza, una via privilegiata attraverso cui l'uomo entra in contatto con la parte più autentica del proprio essere. Emozionarsi significa riconoscere la profondità della vita, percepirne la sostanza invisibile e accedere a una dimensione che sfugge alla sola ragione.

Le opere di Giovanni Manganaro si pongono dunque come luoghi d'incontro tra costruzione e sentimento, tra rigore compositivo e partecipazione emotiva. Nella sintesi geometrica delle forme e nell'armonia dei colori emerge una pittura che non si limita a rappresentare il mondo, ma invita a viverlo interiormente. È proprio in questa capacità di trasformare la realtà in emozione che risiede l'originalità e la forza della sua ricerca artistica.

L'ignoranza tra filosofia e società contemporanea

 


                             Immagine di Atrona Grizel

L'ignoranza viene generalmente definita come una condizione di insufficiente o totale mancanza di conoscenza. Tuttavia, nella storia del pensiero occidentale, una simile definizione appare riduttiva se si considera la complessità del fenomeno. Essa non rappresenta soltanto un limite individuale, ma una dimensione fondamentale dell'esperienza umana, che influisce sul modo in cui comprendiamo il mondo. Il rapporto tra ignoranza e sapere non è infatti di semplice opposizione, bensì di reciproca implicazione: la conoscenza nasce proprio dalla consapevolezza di ciò che ancora non si conosce.

Questa concezione affonda le sue radici nel pensiero di Socrate, il quale, attraverso il dialogo e il metodo maieutico, spingeva i suoi interlocutori a mettere in discussione le proprie convinzioni, mostrando come molte di esse fossero prive di un autentico fondamento razionale. È questo il significato della celebre espressione: «So di non sapere». Tale affermazione non esprime una forma di scetticismo radicale, ma il riconoscimento che la ricerca della verità richiede anzitutto la consapevolezza dei propri limiti. In questa prospettiva, l'ignoranza rappresenta il punto di partenza di ogni percorso di conoscenza.

Il tema dei limiti del sapere è stato approfondito in particolare da Immanuel Kant, il quale ha mostrato come la ragione umana non sia in grado di oltrepassare determinati confini. Secondo il filosofo tedesco, l'uomo può conoscere la realtà soltanto attraverso le forme della sensibilità e le categorie dell'intelletto, ma non può accedere direttamente alla "cosa in sé" (noumeno). La conoscenza risulta quindi inevitabilmente limitata dalla stessa struttura della mente umana. L'ignoranza, pertanto, non costituisce una mancanza contingente destinata a essere completamente eliminata, ma una dimensione intrinseca della condizione umana.

Una riflessione analoga emerge nella filosofia della scienza di Karl Popper. Opponendosi all'idea di una scienza fondata su verità definitive e immutabili, Popper sostiene che il progresso scientifico avviene attraverso la formulazione di ipotesi continuamente sottoposte a verifica e alla possibilità di essere confutate. Nessuna teoria può essere considerata definitivamente vera; ogni teoria scientifica rimane sempre esposta alla possibilità di essere smentita da nuove evidenze. Il sapere scientifico si configura così come un processo aperto e dinamico, fondato sulla consapevolezza della propria fallibilità.

L'ignoranza non costituisce dunque il contrario della scienza, ma uno dei motori che ne rendono possibile lo sviluppo. È proprio il riconoscimento di ciò che ancora non si sa a stimolare la ricerca e ad alimentare il progresso della conoscenza.

Oltre alla sua dimensione epistemologica, l'ignoranza possiede una rilevanza politica e sociale. Michel Foucault ha mostrato come sapere e potere siano strettamente intrecciati. Le forme della conoscenza non sono mai completamente neutrali, ma si sviluppano all'interno di rapporti di forza che determinano ciò che può essere considerato vero, legittimo o accettabile in una determinata epoca. Di conseguenza, anche l'ignoranza non può essere interpretata esclusivamente come un fenomeno individuale. Esistono infatti condizioni sociali, culturali e istituzionali che favoriscono la diffusione di determinate forme di non-conoscenza o che limitano l'accesso alle informazioni e agli strumenti critici necessari per comprenderle.

Questa questione assume un'importanza particolare nella società contemporanea. L'era digitale ha reso disponibile una quantità di informazioni senza precedenti nella storia dell'umanità. Tuttavia, come osserva Edgar Morin, l'accumulo delle informazioni non coincide necessariamente con un aumento della conoscenza. La frammentazione dei saperi, la rapidità della comunicazione e la diffusione di contenuti privi di adeguata verifica possono generare nuove forme di ignoranza. In questo contesto emerge il fenomeno della disinformazione, che non consiste soltanto nella presenza di notizie false, ma anche nella crescente difficoltà di distinguere tra fonti attendibili e fonti inaffidabili.

Particolarmente preoccupante è il fenomeno dell'ignoranza volontaria, ossia il rifiuto consapevole del confronto con dati, argomentazioni o evidenze che contraddicono le proprie convinzioni. Tale atteggiamento si manifesta frequentemente nei dibattiti pubblici contemporanei, dove il confronto razionale viene spesso sostituito dall'adesione emotiva a narrazioni identitarie. In questi casi, l'ignoranza non deriva dalla mancanza di conoscenze disponibili, ma dalla rinuncia a esercitare uno spirito critico nei confronti della realtà. Si tratta di una forma di chiusura intellettuale che ostacola il dialogo e indebolisce le basi della convivenza democratica.

Di fronte a queste sfide, il ruolo dell'educazione appare fondamentale. L'obiettivo della formazione non dovrebbe limitarsi alla semplice trasmissione di informazioni, ma comprendere anche lo sviluppo del pensiero critico, della capacità argomentativa e della consapevolezza dei limiti del proprio sapere. Educare significa insegnare a porre domande, a valutare criticamente le fonti, a riconoscere la complessità dei fenomeni e ad accettare l'incertezza come elemento costitutivo della conoscenza.

In conclusione, l'ignoranza non può essere considerata semplicemente una carenza da eliminare. Essa rappresenta una dimensione inevitabile dell'esistenza umana e accompagna ogni forma di sapere. Ciò che distingue l'atteggiamento filosofico e scientifico dalla chiusura dogmatica è proprio la capacità di riconoscere tale limite e di trasformarlo in occasione di ricerca. Come insegna la tradizione che va da Socrate a Popper, il progresso della conoscenza non nasce dalla pretesa di possedere la verità, ma dalla disponibilità a mettere continuamente in discussione le proprie certezze.

 

Siamo ciò che mangiamo, ma non sappiamo più cosa mangiamo



C’è un gesto quotidiano che abbiamo trasformato in un’azione automatica: mangiare. Eppure non lo è affatto. Mangiare è una scelta culturale, etica e politica prima ancora che nutrizionale.

Nell’epoca della grande distribuzione possiamo trovare di tutto, in ogni stagione, proveniente da ogni parte del mondo. Ma questa abbondanza ha un prezzo: la perdita di relazione con ciò che mettiamo nel piatto. Il consumatore moderno conosce sempre meno la storia del cibo che acquista e sempre più spesso si limita a riconoscerlo per prezzo, marca o estetica.

Eppure il punto non è la nostalgia di un passato idealizzato, ma una domanda più semplice e più scomoda: sappiamo davvero cosa stiamo mangiando?

Esiste ancora chi difende un rapporto diretto con il cibo, fondato sulla conoscenza della provenienza e sulla fiducia costruita nel tempo. Sapere chi produce un alimento, come viene lavorato e con quali tempi significa restituire al cibo una dimensione umana. Non si tratta di romanticismo, ma di responsabilità.

In questo senso, il cibo non è mai anonimo. Un formaggio, un pane, un ortaggio raccontano sempre una storia: di un territorio, di un metodo di produzione, di una scelta agricola. Il problema è che queste storie sono diventate invisibili dietro scaffali pieni e logiche di mercato globali.

La distanza tra chi produce e chi consuma ha generato un effetto collaterale evidente: la perdita di fiducia. Non fiducia cieca, ma consapevole. Quella che nasce dal conoscere ciò che si porta in tavola, dal riconoscere la qualità attraverso l’esperienza, dal dialogo diretto con chi produce.

Il pescivendolo che consiglia il pescato del giorno o il produttore locale che segue ogni fase della filiera non sono figure romantiche del passato: sono presidi di trasparenza alimentare. In un sistema dove tutto è standardizzato, rappresentano l’eccezione che restituisce senso alla scelta.

Nel frattempo, la produzione industriale ha risposto alla domanda di massa con efficienza e continuità, ma anche con omologazione e opacità. Il risultato è un paradosso: possiamo scegliere tra centinaia di prodotti, ma sappiamo sempre meno cosa contengano davvero.

Non è una questione di demonizzare l’industria alimentare, né di idealizzare il “naturale” come categoria assoluta. È piuttosto una questione di equilibrio: tra accessibilità e qualità, tra quantità e consapevolezza, tra globalizzazione e radicamento.

Mangiare, in fondo, non dovrebbe essere solo un atto di consumo. Dovrebbe restare un atto di relazione. Con il territorio, con chi produce, e soprattutto con il nostro corpo.

Perché ciò che scegliamo ogni giorno non si limita a riempirci: ci definisce.

Il faro come simbolo di orientamento e presenza


               
                                                                       Immagine di Syè Münir

Il faro è da sempre un elemento capace di esercitare un forte fascino nell’immaginario umano. Collocato tra terra e mare, tra stabilità e movimento, esso rappresenta un punto di riferimento che guida chi naviga nell’oscurità o nella tempesta. La sua funzione pratica si intreccia così con un significato simbolico più profondo, legato all’idea di orientamento, salvezza e attesa.

Dal punto di vista fisico, il faro è una torre isolata che si erge su coste rocciose o in prossimità dei porti. La sua luce intermittente rompe il buio e si impone come segnale di presenza costante. Non impedisce il mare di agitarsi, ma offre una direzione possibile, un invito al ritorno. In questo senso, il faro non elimina il pericolo, ma aiuta a attraversarlo.

Questo elemento ha spesso ispirato anche la letteratura e la riflessione artistica. In opere come Al faro di Virginia Woolf o nei richiami simbolici presenti nell’Ulisse di James Joyce, il faro assume il valore di meta interiore, di punto verso cui tende il pensiero umano. Non è soltanto un oggetto geografico, ma un’immagine della ricerca di senso e stabilità.

A livello personale, il faro può assumere una dimensione ancora più intima e affettiva. Può diventare metafora di una figura di riferimento, come quella di un nonno o di una persona capace di offrire sicurezza e guida. In questa prospettiva, il faro non è più soltanto una costruzione sul mare, ma una presenza umana che illumina il cammino, soprattutto nei momenti di difficoltà.

Il desiderio di abitare un faro esprime infine un bisogno di osservazione e distanza dal mondo, ma anche di partecipazione silenziosa ad esso. Vivere in un faro significa trovarsi in una posizione privilegiata: abbastanza lontani da non essere travolti dagli eventi, ma abbastanza vicini da comprenderli e anticiparli. È una condizione di solitudine attiva, in cui l’osservazione diventa consapevolezza.

Il faro è molto più di una struttura funzionale alla navigazione. Esso rappresenta un simbolo universale di orientamento, protezione e introspezione. La sua luce, fragile ma costante, continua a evocare l’idea di un ritorno possibile, di una direzione da seguire anche nei momenti più incerti.

Tra aspettative e realtà





Vivere non significa semplicemente soddisfare i bisogni biologici, ma partecipare attivamente all'esistenza: essere curiosi, coltivare dubbi, provare entusiasmo, lasciarsi guidare da ciò che accade. In questo senso, la vita non è solo sopravvivenza, ma esperienza, relazione e crescita.

La qualità della vita dipende profondamente dal rapporto con gli altri: dalla comprensione, dall'educazione, dalla capacità di cercare punti d'incontro. È una visione che mette al centro l'empatia e la reciprocità, invitandoci a offrire agli altri ciò che vorremmo ricevere. Questo richiama una delle intuizioni etiche più diffuse, spesso sintetizzata nella cosiddetta regola di trattare gli altri come vorremmo essere trattati.

"La vita è quello che vorremmo dagli altri e, nell'attesa, diamo ciò che ci piacerebbe ricevere."

È un invito a non aspettare passivamente che il mondo ci offra gentilezza, attenzione o comprensione, ma a diventare noi stessi la fonte di quelle qualità. Un atteggiamento che può migliorare i rapporti umani e, spesso, anche il modo in cui percepiamo la nostra stessa esistenza.

Sappiamo però che non sempre gli altri risponderanno con la stessa disponibilità o sensibilità che offriamo noi. Tuttavia, il valore di questo pensiero non risiede nella garanzia di una ricompensa, bensì nella scelta di vivere secondo determinati principi indipendentemente dalla risposta altrui.

"Si vive davvero quando si smette di aspettare dagli altri ciò che si può iniziare a donare."

Quando gli altri ci deludono, spesso non soffriamo soltanto per ciò che è accaduto, ma anche per la distanza tra ciò che ci aspettavamo e ciò che è successo realmente. La delusione può portare tristezza, rabbia, amarezza o senso di tradimento. Talvolta ci costringe a rivedere l'immagine che avevamo di una persona o persino della vita stessa.

In alcuni casi la delusione porta a prendere le distanze. In altri, può diventare un'occasione per conoscere meglio l'altra persona e ridefinire il rapporto in modo più realistico. Paradossalmente, le delusioni possono anche insegnarci qualcosa sulle nostre aspettative. A volte ci aspettavamo troppo; altre volte ci aspettavamo semplicemente rispetto, sincerità o affidabilità, e allora la delusione segnala che un nostro bisogno importante non è stato soddisfatto.

Forse il senso più profondo della vita non sta nell'evitare le delusioni, ma nell'imparare ad attraversarle senza perdere la capacità di credere negli altri e in ciò che riteniamo giusto. Ogni incontro ci lascia qualcosa: alcuni ci confermano che la fiducia può essere ben riposta, altri ci insegnano a guardare con maggiore lucidità la realtà e le persone. Questo non dovrebbe stravolgere il nostro animo né indurci a comportarci diversamente da ciò che siamo solo perché non abbiamo trovato corrispondenza nel nostro sentire. Dovremmo continuare a offrire ciò che vorremmo ricevere, senza permettere che le mancanze degli altri impoveriscano ciò che siamo.

Non forzare, non abbandonare: come nasce il desiderio di imparare

 

                      Maestro di scuola” di Jan Steen, dipinto nel 1668

È bene forzare i bambini allo studio e alla lettura o assecondare i tempi e le predisposizioni di ciascuno?

Questo è uno degli interrogativi più frequenti quando ci si confronta con le scolaresche o con i propri figli. C'è chi sostiene che sia necessario attendere che il bambino maturi spontaneamente l'interesse per lo studio e la lettura, e chi invece ritiene opportuno guidarlo precocemente per offrirgli maggiori opportunità di crescita. La prima questione da affrontare riguarda proprio questo: anticipare i tempi o rispettare quelli del bambino?

Un adulto dovrebbe porsi come osservatore attento, cercando di comprendere quale sia il bene migliore per il bambino. Tuttavia, spesso intervengono aspettative personali, ambizioni o semplicemente esigenze pratiche che portano a scegliere ciò che risulta più comodo all'adulto piuttosto che ciò che è realmente utile al minore.

È un errore pensare che i bambini siano incapaci di acquisire conoscenze complesse solo perché piccoli. Il cervello infantile è estremamente plastico e si modella in base agli stimoli e alle esperienze cui viene esposto. Un esempio evidente è l'apprendimento delle lingue: mentre un adulto incontra spesso maggiori difficoltà nello studiarne più di una contemporaneamente, un bambino può acquisirle con maggiore naturalezza, soprattutto se immerso in un ambiente bilingue o plurilingue.

Un altro luogo comune è l'idea che il bambino non sia in grado di comprendere i discorsi degli adulti. In realtà, egli coglie molto più di quanto spesso si creda. Pur non possedendo ancora tutti gli strumenti cognitivi e linguistici dell'adulto, osserva, ascolta e interpreta ciò che accade intorno a lui. Per questo motivo non dovrebbe essere considerato come appartenente a un mondo separato da quello degli adulti.

I bambini apprendono soprattutto attraverso l'osservazione e l'imitazione. Molti dei loro giochi consistono nel riprodurre situazioni osservate nella vita quotidiana: fare il medico, l'insegnante, il genitore o il negoziante. Attraverso il gioco essi rielaborano la realtà, la comprendono e la fanno propria. Jean Piaget ha mostrato come il bambino costruisca progressivamente la propria conoscenza attraverso l'azione e l'esperienza concreta, sviluppando gradualmente capacità di ragionamento sempre più complesse.

Per questo motivo è necessario prestare grande attenzione a ciò che mostriamo loro e ai comportamenti che adottiamo quotidianamente. Maria Montessori definiva il bambino una "mente assorbente", capace di interiorizzare spontaneamente ciò che incontra nel proprio ambiente. I primi anni di vita sono particolarmente importanti per la formazione delle abitudini, dei valori e delle modalità relazionali.

Il linguaggio, il modo di porsi e gli atteggiamenti degli adulti diventano inevitabilmente modelli di riferimento. Osservando i bambini è spesso possibile riconoscere aspetti delle abitudini familiari, delle convinzioni e dello stile educativo delle persone che li circondano. Essi tendono infatti a riprodurre ciò che vedono e sentono, talvolta senza rendersi conto delle implicazioni di ciò che raccontano o imitano.

Nell'opera Emilio o dell'educazione, pubblicata nel 1762, Jean-Jacques Rousseau afferma che il bambino non è un adulto incompleto, ma una persona con caratteristiche, tempi e bisogni propri. Secondo il filosofo, il bambino apprende esplorando, scoprendo e sperimentando direttamente il mondo. Per questo motivo è opportuno evitare un eccesso di insegnamenti astratti e di continue prediche morali, privilegiando invece esperienze concrete che gli permettano di comprendere da sé le conseguenze delle proprie azioni.

Alla luce di queste riflessioni, forse la domanda iniziale non dovrebbe essere se sia giusto forzare o assecondare il bambino. La vera sfida educativa consiste piuttosto nel trovare un equilibrio tra guida e libertà. Un bambino lasciato completamente a se stesso rischia di non sviluppare alcune potenzialità; un bambino costretto continuamente rischia invece di associare la conoscenza all'obbligo e alla frustrazione.

Educare significa quindi proporre, accompagnare e stimolare, rispettando i tempi individuali ma senza rinunciare al proprio ruolo di adulti. La lettura, lo studio e la curiosità non nascono sempre spontaneamente: spesso sbocciano perché qualcuno ha saputo seminare con pazienza, costanza e buon esempio.

Zio Mario




L'altro ieri mi è giunta la notizia della perdita di mio zio Mario, l'ultimo superstite della famiglia di mia madre. Ho accolto quella notizia con stupore, come se appartenesse alla schiera di coloro che immaginiamo destinati a esserci per sempre.

D'altra parte ho pochi ricordi di lui, perché ci siamo visti poco nel corso della vita, ma ogni incontro aveva un'intensità particolare.

La sua morte mi ha spaventato più di quella di mia madre. Forse perché, pur essendo una persona discreta e sobria, rappresentava una certezza: la certezza di esserci. Non tanto per la sua presenza quotidiana, quanto per il semplice fatto che esistesse nel mondo. Aveva sempre un sorriso sulle labbra, anche nelle situazioni in cui altri si sarebbero arresi. Scacciava ciò che era negativo, violento o offensivo, tutto ciò che non era in sintonia con il suo cuore umile, pacifico e disponibile.

Non consideravo nemmeno la sua età avanzata. Per me era rimasto il giovane di sempre, con quel sorriso sereno che sembrava attraversare il tempo senza consumarsi. Quando lo vidi per l'ultima volta, ormai anziano, conservava ancora qualcosa di quella giovinezza. Anche nella fotografia posta sulla bara sorrideva.

È una sensazione strana non sentirlo più tra noi. Nella mia mente continua a essere lì, nella sua casa, intento a curare l'orto o a percorrere le strade del paese con la sua bicicletta.

Ricordo le volte in cui veniva a trovarci. Era sempre allegro, anche se sapeva nascondere bene le proprie sofferenze. Eppure io le intuivo nei suoi occhi, così simili a quelli di mia madre. Le poche azioni che ricordo di lui erano sempre compiute con il cuore. Provava una gioia autentica nel fare del bene agli altri. Era un esempio di bontà silenziosa, di quella che oggi sembra sempre più rara. Amava sorprendere le persone e prendersene cura in un modo tutto suo.

Dopo la sua morte mi sono interrogata sul ruolo di uno zio. È una figura che spesso resta sullo sfondo rispetto ai genitori, ma che in qualche modo ne riflette la storia. Attraverso la sua vita ho compreso meglio quella di mia madre. Notavo tra loro differenze e affinità. Il loro modo di guardarsi, di scherzare e di ridere li metteva immediatamente in sintonia. Si capivano al volo.

Mi piaceva quando parlavano sottovoce, quasi stessero condividendo segreti antichi. In realtà era semplicemente il loro modo di stare insieme. Quel parlare sommesso sembrava accorciare le distanze che la vita aveva imposto loro nel corso degli anni. In quei momenti comprendevo anche il valore di un fratello: avere accanto qualcuno dello stesso sangue può renderci meno fragili e più saldamente ancorati alle nostre radici.

Di lui conservo soprattutto il ricordo degli incontri nel paese natale di mio nonno, durante le feste e i ritrovi di famiglia. Sono immagini sparse, ma vive. Tra tutte emerge quella del viaggio di nozze, quando mi ospitò nella sua casa di Zurigo.

Fu allora che ebbi modo di conoscere da vicino il suo affetto. Non attraverso grandi dichiarazioni, ma nei gesti semplici di ogni giorno. Si preoccupava che stessi bene, era attento a ogni necessità, presente senza essere invadente. Quella premura discreta mi fece comprendere quanto bene mi volesse.

A casa mia il suo nome era pronunciato con rispetto. Si ricordava spesso quanto avesse lavorato sin da bambino e quanta fatica avesse attraversato nella vita. Eppure non l'ho mai sentito lamentarsi. Forse anche per questo il suo sorriso sembrava avere un valore speciale: non era leggerezza, ma una conquista.

Ieri, davanti alla bara, gli ho confidato il mio dispiacere per non essere andata a trovarlo nell'ultimo mese. Da settimane la sua immagine affiorava spesso nei miei pensieri senza che ne comprendessi il motivo. Solo dopo ho scoperto che era ricoverato proprio da un mese.

Sarà stata suggestione, oppure no. Quando l'ho accarezzato per l'ultimo saluto, la sua pelle mi è sembrata ancora calda e ho avvertito un profumo lieve e inaspettato. Sembrava quasi mi stesse aspettando per l'ultimo saluto.

Durante l'omelia il sacerdote, almeno all'inizio, sembrava quasi in difficoltà. Di fronte a una persona come Mario, un uomo semplice e onesto, non trovava parole solenni da aggiungere. Così ha rivolto la sua attenzione ai vivi.

Ci ha chiesto di pensare alla valigia che ciascuno porterà con sé quando lascerà questa vita. La chiesa ascoltava in silenzio. Non avevo mai assistito a un'omelia funebre di quel tipo: poche parole, ma capaci di colpire nel profondo.

Parlava degli uomini che seminano guerra, odio e sopraffazione. Si domandava quali beni avrebbero potuto riporre nella loro valigia coloro che avevano trascorso la vita provocando dolore agli altri. Era una riflessione semplice, ma difficile da ignorare.

Poi ha rivolto lo sguardo verso la bara affermando che ogni essere umano ha bisogno di purificarsi prima dell'incontro definitivo con Dio. Se anche Mario avesse dovuto attraversare quel passaggio, immaginava che sarebbe stato breve. Le sue parole non erano tanto un giudizio sul defunto quanto un invito a riflettere sulla vita che conduciamo ogni giorno.

All'uscita della chiesa ho incontrato i miei cugini, figli delle sorelle e del fratello di mia madre. Per la prima volta ci siamo sentiti profondamente uniti. C'era il desiderio di non perderci di vista, come se la scomparsa dell'ultimo rappresentante di quella generazione ci avesse resi più consapevoli delle nostre radici e della responsabilità di custodirle.

Nei nostri occhi c'erano ancora quei fratelli che avevano giocato insieme da bambini e che avevano affrontato le difficoltà della vita senza smettere di riconoscersi. Noi non siamo più i bambini di allora, eppure ogni incontro autentico contiene qualcosa di quel tempo lontano. Forse perché, quando ritroviamo chi appartiene alla nostra storia più profonda, una parte di noi torna sempre bambina.

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