Il silenzio del porto


                                             Immagine di jolien wilhelm


Una sera di qualche anno fa, davanti alle luci del porto e, in lontananza, a un cielo stellato alla Vincent van Gogh, immaginai quel luogo in un’altra epoca. Mi sembrava di sentire, proprio lì davanti a me, il frastuono di uomini in movimento su navi di secoli lontani, la folla sulla banchina, le merci trascinate da una parte all’altra. Eppure, davanti ai miei occhi, tutto era sereno, immobile. A quella quiete sovrapponevo un’altra vita, un altro tempo. 

Cosa mi portava così lontano, in una sera tanto calma, in un piccolo porto pieno di luci, dove la gente passeggiava nella frescura del mare?

Pensavo a Cristoforo Colombo e al suo ostinato tentativo di raggiungere le Indie, che poi si rivelarono essere l’America, nel 1492. Cosa spinge un uomo a chiedere aiuto per un’impresa simile? Un sogno. Ognuno ne ha uno, e Colombo non si arrese. Vedevo le sue caravelle ferme nel porto, pronte alla partenza, cariche di provviste e di incertezze. Un viaggio lungo, difficile, senza la certezza di arrivare. Quante navi, nei secoli, hanno solcato un porto? Arrivare dal mare, o partire verso terre sconosciute, conserva qualcosa di irriducibilmente affascinante.

Ancora prima, i Romani solcavano quel mare per la guerra, forti di tecniche avanzate di abbordaggio. La loro potenza navale fu decisiva: dominarono il Mediterraneo e sconfissero Cartagine, che prima di loro era stata una grande potenza marittima. Una supremazia sorprendente, se si pensa che tutto ebbe origine da un piccolo centro come Alba Longa.

Un porto. La quiete che avevo davanti nascondeva ciò che non avevo mai vissuto. Quello specchio d’acqua restituiva solo un riflesso pallido di ciò che era stato. E i nemici sbarcati nei secoli? Le guerre combattute sul mare? E Giuseppe Garibaldi in Sicilia? Le Repubbliche marinare?

Mi chiedevo se la nostra fortuna fosse dovuta alla posizione nel Mediterraneo o alla capacità di cogliere le occasioni. La storia a volte segue rotte ricorrenti, altre volte si apre a traiettorie imprevedibili. Ma comprendere le rotte significa intuire i movimenti delle genti, delle merci, delle possibilità. I porti sono nodi vitali, il respiro dei popoli: luoghi di incontro e di scontro. Sono approdi, ma anche punti di partenza. Accolgono e smistano, raccolgono e distribuiscono. Nei porti si intrecciano lingue, commerci, relazioni.

Eppure il mio piccolo porto — quattro barche da turismo, i ristoranti attorno, l’aria immobile — sembrava quasi nulla rispetto a ciò che immaginavo. Mi chiedevo da quanto tempo fosse lì la torre, se il pontile fosse recente, da quando esistesse quella casa corrosa dalla salsedine, se avesse sempre avuto quel colore. Immaginavo navi nemiche ancorate nello stesso punto, le merci che trasportavano, le rotte che inseguivano.

Raccontai questi pensieri a chi passeggiava con me. Qualcuno disse che era un bell’esercizio mentale, da appassionati di storia. Un ingegnere del porto di Genova mi fece notare che, senza saperlo, stavo facendo qualcosa simile a ciò che loro fanno per lavoro: immaginare scenari, sovrapporre tempi, proiettare possibilità. Il futuro, prima di essere affidato alle macchine, nasce ancora nella mente umana, in questi movimenti che intrecciano passato e presente.

E forse fu proprio questo a colpirmi davvero: non il porto, ma il tempo che vi si era depositato. Come se ogni onda custodisse tracce invisibili di ciò che era stato. Il presente mi apparve allora come una superficie sottile, fragile, sotto la quale continuavano a scorrere voci, rotte, partenze e ritorni.

Capii che un porto non è solo un luogo, ma una soglia: tra passato e futuro, tra chi parte e chi arriva, tra il noto e l’ignoto. E quel silenzio non mi sembrò più vuoto, ma colmo di presenze.

Immaginare, allora, non era evasione, ma ascolto. Perché la storia non è mai del tutto passata: resta nascosta nelle cose, pronta a riaffiorare ogni volta che qualcuno si ferma abbastanza a lungo da sentirla.

A mezzanotte è mezzogiorno



                                                        Immagine ByNicael

Ci sono persone che si accendono sin dal mattino, senza sforzo; altre che, prima di mezzogiorno, semplicemente non carburano. Altre ancora restano in attesa, come anime sospese, che arrivi qualcosa: una novità, un’ispirazione, un evento che scuota il giorno. E poi ci sono io.

Io che, pur essendo operativa sin dal primo risveglio e per tutta la giornata, devo riconoscere che do il meglio di me dalle diciotto in poi. Così, da sempre.

Nel pomeriggio, mentre la stanchezza si deposita e il ritmo delle ore si fa più serrato, mi sorprendo a controllare l’orologio, come si attende un passaggio segreto. E appena la lancetta si avvicina all’ora giusta, accade qualcosa che non so spiegare.

A dirlo sembra un’esagerazione, eppure da quel momento tutto cambia. È come se qualcuno, all’improvviso, mi mettesse in mano una chiave invisibile: la mia mente si apre, si dispone, si accorda.

Le idee arrivano senza più fatica, come se fossero sempre state lì, in attesa dietro una porta socchiusa. Il sonno si dissolve, la stanchezza arretra, e persino la noia perde consistenza. Tutto diventa più nitido, più veloce, più vivo. E andando verso sera, invece di spegnermi, mi accendo. Cresco. Come sia possibile, non so dirlo.

So solo che, per me, a mezzanotte è mezzogiorno. A quell’ora scrivo, leggo, programmo: sono pienamente presente, come se la notte mi consegnasse una bacchetta segreta e io imparassi, ogni volta, a usarla meglio.

Sono una Cenerentola rovesciata: oltre la mezzanotte tutto si chiarisce. Se arriva un’ispirazione, non esiste forza capace di fermarla. Non il sonno, non la stanchezza: solo il suo esaurirsi naturale. Finché l’onda dura, io resto.

Da sempre questa mia inclinazione notturna è stata, in un certo senso, un piccolo disordine domestico. Mia madre, dalla stanza accanto, da ragazza, mi richiamava a spegnere la luce quando ero ancora immersa nelle pagine. E io leggevo, ostinatamente, come se il buio fosse solo un dettaglio secondario.

Quando studiavo, mi preparavo un caffè non tanto per restare sveglia, quanto per il piacere di berlo in silenzio, come compagnia discreta della notte. Al mattino, mia madre trovava ancora nell’aria l’aroma di quello fatto a mezzanotte, e credeva fosse quello del mattino.

Sono sempre stata, in casa, una presenza fuori orario: una luce accesa quando tutto il resto si spegneva. E ancora oggi è così. Mi muovo piano, come una ladra gentile, tra le stanze addormentate, mentre scrittura e lettura mi trascinano altrove.

Se leggo, non posso farlo a frammenti: devo arrivare al fondo, soprattutto quando il libro si avvicina alla fine. Se scrivo, non posso interrompermi. Parto da un’idea, da una scintilla appena percettibile, e la lascio crescere fino a diventare forma. Altre volte è la poesia a prendere il sopravvento: le parole diventano materia grezza da levigare senza fine.

Altre ancora è lo studio, la ricerca, l’approfondimento a catturarmi. Di notte tutto si semplifica: il pensiero corre senza attrito, il silenzio diventa spazio, e il dialogo con me stessa si fa più limpido, privo di interferenze. È difficile spiegarne la ragione. Forse non esiste.

Mia madre raccontava che già nella culla, di notte, mi trovava sveglia, in silenzio, con gli occhi spalancati nel buio e le mani raccolte come se stessi compiendo un gesto importante. Non piangevo, non chiamavo: osservavo.

Si preoccupava, mi controllava spesso, e ne parlò anche con il medico. Le disse che i bambini non sempre chiedono cibo o sonno: a volte chiedono mondo. E il mondo, per loro, può essere più urgente della fame. Forse è sempre stato questo.Una fame diversa.

Ancora oggi, quegli occhi nella culla non si sono chiusi. Sono rimasti aperti sul mondo, come se dovessero ancora finire di capire qualcosa. E non è insonnia. È presenza. Dormo profondamente, come un ghiro, anche se mi addormento alle due. Nulla mi sveglia. 

Oltre i titoli



Quando mi chiedono «Che cosa fai?», giuro che la tentazione di rispondere «Niente» è fortissima. Ma cosa intendono davvero? Il lavoro? Le passioni? Di cosa mi occupo nella vita? O vogliono subito capire quale valore attribuire alla nostra conversazione?

In quei momenti mi sento sempre un po’ in difficoltà, soprattutto quando l’interlocutore mi guarda con quell’aria tra il curioso e il canzonatorio, come a dire: «Dai, spiegami tu che fai». A quel punto ho due opzioni: glissare o iniziare a precisare. Ma spesso non è né il luogo né il momento per una riflessione profonda sulla propria vita.

E poi arrivano le altre domande: «Che cosa insegni? In quale scuola? Da quanto tempo?» E io non ho sempre voglia di fermarmi in mezzo alla strada a fare un colloquio di lavoro. Allora glisso. Eppure la domanda torna, inevitabile: «Sei entrata per concorso?» E come allora? E poi ancora: «Ma tu scrivi?» Ma anche lì non finisce: «Ah, e scrivi per hobby?»

Ecco, quella parola — hobby — proprio non la sopporto. È entrata nel nostro vocabolario al posto di “passatempo”, un termine più caldo, più nostro. Scrivere non è “ammazzare il tempo”, ma assecondare una necessità interiore. Scrivo perché voglio scrivere. L’ho sempre fatto. È una passione che fa parte di me da sempre e che, col tempo, è diventata anche un’attività. Ma spiegare le vere motivazioni che spingono una persona a scrivere è complicato. Molti faticano a capire che la scrittura è un’esigenza dell’animo.

La domanda che più mi ha colpito, però, è arrivata alla fine: «Ma con l’intelligenza artificiale si scrive ancora?»

«Sì, mantengo allenate le mie sinapsi e mi piace scegliere con cura le parole. È un allenamento necessario. E tu, cosa farai quando ti sarai affidato completamente all’IA? Non saprai più coniugare un verbo o scrivere una frase di senso compiuto?»

L’intelligenza più preziosa resta sempre la nostra. L’IA è uno strumento utile, ma non deve sostituire il pensiero critico, la capacità di scegliere e di comunicare con consapevolezza.

Eppure resto convinta che siamo troppo veloci nel giudicare gli altri in base a ciò che “fanno” professionalmente. Pochi si fermano davvero ad ascoltare il senso profondo di ciò che una persona vive. Le domande insistenti sembrano spesso una verifica implicita: «Quanto vali?»

Se non tiri fuori subito laurea, pubblicazioni, titoli e riconoscimenti, rischi di essere considerato “nessuno”. Eppure ci sono personaggi pubblici privi di titoli e competenze ai quali non si chiedono chiarimenti. Credo che chi si comporta così abbia bisogno di mettere gli altri in difficoltà, ma finisca per rivelare, in realtà, una propria fragilità.

Una volta un amico giornalista mi consigliò di mettere bene in vista, sulla mia bacheca, di essere laureata, giornalista, docente e tutto il resto. Gli risposi: «Non vivo di titoli». Aggiunse: «La gente ha bisogno di vederli, altrimenti non ci crede». E io: «Non ho questa esigenza». Inserisco i miei titoli in un curriculum, quando serve, ma non sento il bisogno di portarli come medaglie nella vita di tutti i giorni. Non voglio che la mia identità dipenda da un’etichetta.

Oggi, infatti, sembra che non basti più essere semplicemente ciò che si è. Sui social, soprattutto su LinkedIn, si assiste a una vera e propria gara di etichette altisonanti: da “Chief Happiness Officer” a “Visionary Entrepreneur”, da “Learning Experience Designer” a “Digital Alchemist”, da “Mindset Mentor” a “Abundance Coach”. Si incontrano bio cariche di slogan grandiosi, spesso accompagnate da emoji e da un elenco interminabile di ruoli. Titoli altisonanti, a volte, per dire poco o nulla.

Siamo sempre più abituati a “venderci”, a ostentare la nostra posizione con disinvoltura. Chi non lo fa sembra quasi strano, fuori posto. Eppure continuo a credere che il vero valore non stia nei titoli che collezioniamo o nella capacità di apparire. Conta il significato che diamo a ciò che facciamo, la passione e la dedizione che mettiamo in ogni cosa — anche nei gesti più piccoli.

Le nostre azioni sincere, fatte con cuore e consapevolezza, parlano da sole. E sono quelle che restano, molto più di qualsiasi etichetta o riconoscimento. La vera essenza di una persona si misura dalla profondità del suo impegno, non dalla quantità di titoli che esibisce, pur riconoscendo che questi attestano competenze e aiutano a definire ambiti e percorsi.

L'aria che si anima



Ogni tanto, mentre scrivo, alzo la testa e guardo fuori dalla finestra, come se cercassi tra le nuvole il pensiero che sto inseguendo. Ed è allora che mi accorgo degli insetti che danzano nell’aria intorno a me.
Abbondano soprattutto i ragni. A volte scendono appesi a un filo invisibile, agitandosi sospesi a mezz’aria con le zampette che si muovono frenetiche. Mi danno fastidio. Penso subito alle ragnatele che costruiscono di nascosto e, senza troppi scrupoli, li avvolgo in un foglio di carta e li butto via. Poi però mi chiedo perché lo faccio. Mi giustifico con la pulizia, con il timore che quelle reti diventino covi di altri ragni.
Altre volte li vedo materializzarsi dal soffitto, come minuscoli Uomini Ragno in missione domestica. Stessa fine. E quando la cattura manuale non mi convince, prendo l’aspirapolvere e passo meticolosamente angoli, bordi e fessure, anche se non si vede nulla.
I moscerini hanno vita ancora più breve: li elimino quasi senza pensarci. L’unica che salva sempre la pelle è la coccinella. Quando ne appare una, mi blocco. La osservo con attenzione quasi scientifica: conto i puntini sul dorso, ammiro l’apertura delle ali rosse. Resto a guardarla finché, dopo un tempo che sembra eterno, spicca il volo e scompare.
Poi ci sono tutti gli altri: minuscoli insetti frettolosi che sfrecciano come corrieri impazziti, scontrandosi tra loro in volo. Ogni tanto arriva anche il calabrone, annunciato dal suo ronzio grave e minaccioso. Si avvicina come uno scanner, in cerca di qualcosa di dolce. Anche lui viene prontamente scacciato.
Ma la vera regina è la farfalla. La sua apparizione è un evento. Mi fermo come davanti a una meteora. Sembra che se ne vedano sempre meno. Quando fa molto caldo, però, salgono fino al mio terrazzo, attirate dai fiori. Le osservo mentre si posano con eleganza sulle corolle, altezzose e leggere, per poi riprendere il loro volo colorato da un vaso all’altro, fino ai prati di papaveri.
Le farfalle mi riportano indietro alle estati dell’infanzia, quando correvo nei campi. Le bianche sono le più comuni, ma ogni tanto ne compare una colorata, e il cuore fa un piccolo salto di gioia.
Senza insetti l’aria sarebbe anonima: priva di movimento, di colore, di vita. Sono loro a renderla viva, vibrante, piena di personalità. I ragni diventano punti neri che tessono scale invisibili, le api minuscoli droni operosi, le coccinelle piccole mongolfiere, le mosche rumorosi dischi volanti e le farfalle delicate carte colorate che danzano nel vento.
In questi giorni di primavera, se osservate con attenzione gli spazi aperti della vostra casa — terrazzi, balconi, finestre — sicuramente troverete anche voi qualche piccolo visitatore. Ci fanno compagnia, ci ricordano il cambio di stagione e la vitalità silenziosa della natura che ci circonda.


Il potere dei libri



In Catalogna, in concomitanza con la festa di San Giorgio, patrono di quella terra e di Barcellona, si festeggiava anche la giornata del libro. Una giornata in cui, ricalcando una tradizione medievale, gli uomini regalavano rose alle donne. E così anche  i librai omaggiavano le donne con una rosa per ogni libro venduto. Il 23 aprile è stato anche il giorno in cui sono morti molti autori come Shakespeare,  Cervantes, De la Vega e altri sono nati. L'Unesco ha istituito la "Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore" il 23 aprile 1996

 Il libro è un mondo a sé, e la lettura ci permette di avvicinare quel mondo e attraversarlo. Che un libro salvi non è retorica, una verità comprovata da molti, non solo dagli autori. Si sa che un autore legge molto e può essere di parte, ma i veri lettori hanno scoperto orizzonti che mai avrebbero preso in considerazione se non avessero letto, anche se in ritardo. Leggere è un viaggio che ci trasforma, non diventando un'altra persona, ma rendendoci più consapevoli e informati. Il viaggio non avviene solo attraverso il testo, ma dentro di noi. Mentre leggiamo, assorbiamo ciò che c'è scritto e ciò che apprendiamo modifica il nostro modo di pensare. E immaginate quante piccole trasformazioni possono avvenire in noi leggendo più libri.

 Una biblioteca è una vera e propria farmacia: ci curiamo con le parole degli altri, scegliendo ciò che ci parla. E ci sono parole per ogni accadimento, per ogni occasione, per ogni tipo di sapere. Quando alcuni affermano che le librerie sono luoghi ammuffiti e obsoleti, non sanno che lì giacciono, più che mai, voci vive con cui intrecciare una vita sociale. Se hai una libreria, non sei mai solo; se non hai amici, contatti quelli nei libri; se sei giù di corda, basta passarci: magari un autore, una parola, un concetto ti strizzeranno l'occhio, cambiandoti la vita, illuminandoti, facendoti scoprire ciò che avresti voluto leggere da tanto. Un libro può essere l'incontro più felice della tua vita, anche se lo scopri in ritardo. Un rigo, un verso, e ti sembra di volare. E poi ci sono gli incontri importanti, magari con un libro solo che pare sia stato scritto proprio per te. E diventa la tua colonna sonora. Ogni volta ti rifugi tra le sue pagine sicuro  di trovare ciò di cui hai bisogno.

Dal pulpito dei social



Oggi si fatica a definire ciò che è pubblico e ciò che è privato. E anche quando questa distinzione sembra chiara, accade sempre più spesso che si avverta l’esigenza di rendere pubblico ciò che dovrebbe restare privato.

Una persona che cede alla tentazione di riversare sugli altri ogni pensiero, ogni atteggiamento, ogni stranezza, crede di essere onesta, trasparente, “alla luce del sole”. In realtà, mostra solo una mancanza di riservatezza: l’incapacità di capire fin dove spingersi nel manifestare ciò che pensa.

Si avverte l’urgenza di affermarsi attraverso la parola, come se spiegare tutto nei minimi dettagli fosse un dovere. Così molti cadono in una trappola: si espongono a invadenze e reazioni altrui che finiscono per distorcere la verità e la percezione della realtà. Nella vita come nella letteratura, la parola, quando è eccessiva, non aggiunge valore a ciò che può essere compreso anche senza di essa. Molte cose si intuiscono perfettamente, ma si sente comunque il bisogno di sottolinearle. In letteratura, invece, bisognerebbe lasciare al lettore uno spazio di interpretazione, senza spiegare tutto né sostituirsi al suo giudizio.

Essere riservati richiede maturità. Chi sente il bisogno di esibire ogni minimo movimento mentale sembra più interessato a mettersi in mostra che a farsi comprendere. L’esibizionismo e il bisogno di apparire a tutti i costi sono i principali nemici della riservatezza, che è, a sua volta, una forma di forza. Non tutto va detto a tutti: esistono spazi interiori in cui gli altri non devono entrare né intromettersi.

Talvolta si diventa persino aggressivi nell’esprimere ciò che si pensa. Si finisce per attribuire agli altri la colpa di non aver capito, sentendosi così autorizzati a rispondere con durezza a ciò che è stato detto, magari in modo impreciso o superficiale.

Un tempo i confronti avvenivano faccia a faccia, rivolti alla persona direttamente coinvolta. Oggi, invece, attraverso i social, si tende a generalizzare: chiunque senta il bisogno di rivalsa o di affermare le proprie ragioni parla a tutti indistintamente, come da un pulpito. Questo modo di lanciare messaggi non è né elegante né efficace, perché si rivolge a un pubblico indistinto, in cui ognuno coglie solo ciò che vuole.

Un tempo esistevano spazi più intimi per chiarirsi, per comprendere se si fosse nel giusto o se si fosse commesso un errore. Oggi, in questa piazza pubblica, ognuno esprime ciò che ha in testa, spesso senza filtri né consapevolezza. Quando si sente il bisogno di liberarsi da un peso, si sale su questo pulpito e si arringa un pubblico generico, invece di rivolgersi a chi è realmente coinvolto.

Questa deriva è anche il segno di una perdita di misura. Sempre meno si coltivano la temperanza, la pazienza, la capacità di comprendere e valutare i fatti. Si finisce per pensare che il proprio punto di vista debba essere spiegato al mondo intero, nella speranza di ottenere un riconoscimento che non si è riusciti a trovare nel confronto diretto.

Chi coglie il senso di questi comportamenti difficilmente li apprezza, anche quando chi parla avrebbe ragione. Le cose vanno dette alla persona interessata, non al mondo intero.

La riservatezza è l’atteggiamento di chi riflette dopo aver compreso, di chi pondera prima di parlare, di chi sa che affermare continuamente ciò che pensa finisce per svuotare di valore le proprie parole. I fatti vanno esposti con chiarezza, ma all’interlocutore giusto. È molto facile dare vita a un contraddittorio senza risposte: a quel punto non si cerca il dialogo, ma si vuole solo affermare con forza ciò che si pensa, e proprio per questo non si viene presi in considerazione.


Nessuna guerra vale un figlio

 




Viktoriia e sua figlia Yaryna hanno fondato un’associazione, “Caro, io sono viva”, per supportare chi ha perso una persona cara nella guerra in Ucraina. Il loro gesto simbolico è affidare a una barca di carta uno sfogo: scrivere una lettera al proprio caro e lasciarla scivolare nel fiume.

La guerra è rovinosa per tutti: lascia vuoti incolmabili, ferite nel corpo e nell’anima. Chi perde qualcuno resta aggrappato ai ricordi come unico sostegno, per poi rischiare di sprofondare in un vuoto totale. L’associazione prova a curare insieme queste ferite, a condividere il dolore, come se, dividendolo, potesse alleggerirsi.

Ma il dolore non svanisce. Perdere un figlio, un amico, un padre, un fratello significa essere amputati, senza ritrovare più l’equilibrio di prima. Tra tutte, la morte di figli appena in età da soldati lascia senza respiro. È una delle esperienze più atroci, qualcosa che non si supera davvero. Un figlio in guerra è una sconfitta.

Cosa raccontargli? Che deve andare a morire per chi resta a casa, per chi muove i fili nei giochi di potere? Che deve combattere per sopravvivere, mettendo già in conto la possibilità di non tornare?

Un genitore può sostenere questo ruolo senza sentirsi colpevole, prima ancora di sapere se suo figlio sopravvivrà?

La guerra lascia sofferenza fuori e dentro, una sofferenza che fatica a trovare una giustificazione umana. La sopraffazione diventa “difesa”, “orgoglio”, “coraggio”, ma resta violenza.

Mandare un figlio in guerra è forse uno degli atti più ingiusti. A vent’anni, cosa si può comprendere davvero del significato di “difendere la patria”, quando quella è l’età dei sogni, delle scoperte, della vita che inizia? Non si conosce ancora il mondo e già ci si confronta con la guerra, una realtà che perfino un adulto fatica ad accettare. E come si può chiedere di giustificare la violenza, quando le sue ragioni restano oscure persino a chi la decide?

Eppure si parla di difesa come di qualcosa di inevitabile. Qualcuno dice che, anche a settant’anni, partirebbe senza esitazione. Ma il sospetto è che sia più facile dirlo che viverlo. La guerra, quella vera, non passa da uno schermo. Non è una discussione, né una partita da commentare. È un luogo dove si muore e si uccide.

È facile arbitrare da lontano, trasformare tutto in opinione. Molto più difficile è trovarsi lì, sul campo, con un’arma in mano. Armi che qualcuno costruisce, vende, rende necessarie.

E così restano le lettere che scorrono sull’acqua: parole che non trovano risposta, ma continuano a cercare. Forse è tutto ciò che possiamo fare: non smettere di chiamare chi non c’è più, per non smettere di essere umani. Alla fine, la guerra non lascia eroi. Lascia assenze.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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