Lo stato di salute della lettura

 

                                  Foto tratta da Stockcake.com

Durante il Covid, l'editoria ha avuto un picco altissimo di lettura, subito scemato con la fine della pandemia. In Italia si entra in libreria per comprare il libro del momento, o per curiosare come si fa con oggetti strani. Raramente si entra convinti con l'idea chiara del titolo da acquistare, consapevoli della scelta fatta. 

In Italia legge il 42,1% della popolazione, con 3 libri l'anno. 

Per quanto riguarda i generi si legge  più narrativa, con il 48,1%, seguita subito dopo da gialli e noir, con il 30,6%.

I lettori forti sono quelli che leggono tra i 13 e i 30 libri l'anno e sono il 10% della popolazione. Il 32% supera i 30 libri all'anno. La donne leggono di più. Gli uomini rappresentano il 47% dei lettori, con una media di 3 libri all'anno. Il 66% legge per una motivazione personale o per passione, il 33% per  distrarsi, il 28,9% per passare il tempo.

Anche le motivazioni cambiano tra uomini e donne: il 70% delle donne legge per passione, mentre il 37,9% per rilassarsi.

Gli uomini, invece, leggono spesso per imparare cose nuove e sono il 30,9%.

Tra i generi il 48,1% legge narrativa italiana (romanzi, racconti, poesie). Segue la narrativa straniera con il 37% dei lettori. Il 30% è attratto da gialli e romanzi noir.

Le donne scelgono per il 55,5% narrativa italiana e per il 42,5% quella straniera, di cui il 28,2% predilige libri di fantascienza e fantasy.

Il Nord legge più del Sud, e i giovani tra gli 11 e 14 anni leggono per il 78,9%.

Al Nord e al Centro legge il 60% della popolazione, mentre al Sud il 47%. La durata della lettura è di solito di circa mezz'ora, massimo un'ora, anche se tra i giovani cresce quest'abitudine.

La fascia dei giovanissimi è quella più in salute, in termini di abitudini alla lettura, che però dovrebbe essere mantenuta, perchè col tempo tende a diminuire. 

Si dovrebbe investire proprio su questa fascia per mantenere l'abitudine a diventare forti lettori di domani.

La città di Singapore, a riguardo, ha preso in mano la questione e, per evitare agli abitanti il cosiddetto "brain rot" ", marciume cerebrale,  ha deciso di pagare i cittadini che leggono almeno  per 15 minuti al giorno. 15 minuti valgono venti monete. Esiste un sito che registra le sessioni di lettura per favorire questa sana abitudine e allontanarsi così dallo scorrere compulsivo dello schermo dello smatphone, il cosiddetto "doomscrolling". 

15 minuti possono sembrare pochi per chi è abituato alla lettura e molti per chi non legge, ma avviare questa abitudine è importante. Come afferma Melissa Tam, alla guida della National Library Board di Singapore, "la lettura rafforza l'attenzione, l'immaginazione e il pensiero critico".

Il programma è in prova fino alla  fine dell'anno e seguiranno nuove direttive in base alla risposta della popolazione.

Aggiungo una nota personale: nel mio blog i lettori di Singapore sono al primo posto, almeno da un anno, un podio che non cedono nemmeno agli italiani, che in questo caso dovrebbero essere di più.

 

 

La mente e il tempo

 





 Il tempo è il nostro contenitore: più cose facciamo in poco tempo, più crediamo di essere efficienti. Quando riusciamo a fare tante cose, a portare a termine obiettivi, a concludere situazioni, ci sentiamo degli eroi.

Questa non è una regola: siamo noi ad averle dato un valore matematico. Se riesci a fare tante cose, significa che sei bravo a contenerle tutte. Ma la matematica, essenziale per certi versi, non lo è per altri. Ci sono idee che nascono lentamente, che affondano la loro forza nella riflessione, nel ripensamento, nella rivalutazione, nell'osservazione. Tutte operazioni che si diluiscono nel tempo.

Il pensiero ha bisogno di altri pensieri, di supporti fatti di conoscenze, considerazioni, attimi di decisione, esperienze e conoscenza approfondita. E oggi non c'è tempo per queste operazioni mentali. Pensiamo di essere, a nostra volta, delle intelligenze artificiali: immetti delle informazioni e ti esce il prodotto.

L'intelligenza umana funziona diversamente. Tu poni la domanda, ma la risposta attende prima di venir fuori. Non è automatica, ma lenta e progressiva. La risposta cerca nella nostra conoscenza, chiede quando non riesce a trovare la giusta esperienza, ha bisogno di far decantare la stessa domanda, come se avesse una propria autonomia e riuscisse a cavarsela da sola. Ma ha bisogno anche di supporto, di dati e di fatti da confrontare, verificare, confutare.

Il cervello è un elaboratore, una centrifuga, un miscelatore, un fantasista, un creativo, concepito per contenere il vecchio e il nuovo, gli errori e le giuste valutazioni. Non è rigido, ma plastico; non è inerte, ma vive nella stessa domanda che pone; non è freddo, perché continua a elaborare anche quando pensi ad altro.

Da questa prospettiva si capisce come il tempo sia il suo carburante: la continua riflessione sullo stesso argomento, una variazione sul tema che si aggiunge a quella precedente e, insieme, viene rielaborata.

Anche questo linguaggio da macchina non aiuta l'esempio. “Formattare” lo prendiamo a prestito, ma forse è più giusto dire controllare, aggiungere, mediare, ricostruire, produrre.

Un pensiero ben articolato, un'idea pronta e valida, è solo l'ultimo passo di una lunga riflessione. E non è detto che, una volta arrivati a una conclusione, essa non possa cambiare. C'è sempre qualcosa da aggiungere, migliorare, verificare, oppure qualcosa che non va più bene. Non c'è mai l'idea ultima, ma tante idee che si fermano in un punto e che restano perfezionabili.

Si capisce, da questo discorso, che ogni cosa ben fatta richiede tempo, mentre tutto ciò che portiamo a termine velocemente non può dirsi veramente finito.

Così, se scrivi una poesia, passano giorni; se devi prendere una decisione, lo stesso; se devi maturare un'idea, idem. Il tempo è quello che ci vuole.

Quando dicono che perdi tempo, non sanno che stai processando.

Forse è proprio questo l'equivoco: abbiamo imparato a misurare il valore di ciò che facciamo attraverso la velocità con cui lo facciamo. Ma il pensiero non ha una velocità. Ha un tempo.

E quel tempo non è vuoto, non è inattività, non è attesa. È il luogo in cui le cose si incontrano, si scontrano, cambiano forma e finalmente trovano un senso.

Per questo non tutto ciò che richiede tempo va inteso come lento. A volte sta semplicemente diventando qualcosa.

E forse, quando pensiamo di non stare facendo nulla, è proprio allora che stiamo facendo una delle cose più importanti: stiamo pensando.

Il tempo non è ciò che separa il pensiero dal risultato; è ciò che permette al pesiero di diventare risultato.

Via del Greto- V

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo quinto



                                                                         Capitolo V

l giorno del matrimonio, Casa Varriale era un fermento di voci, di fruscii di abiti di seta e taffetà, di tacchi che battevano sui pavimenti come se volessero farsi sentire.

Dalla chiesa, più in alto del paese, arrivava il suono festoso delle campane, quasi a ricordare un tempo in cui quel luogo era stato molto più frequentato. Ormai la chiesa veniva aperta quasi soltanto per i matrimoni. Era graziosa, con un ampio sagrato dal quale si godeva un panorama da togliere il fiato.

L'ingresso era stato adornato con fiori bianchi e rosa, disposti con cura. Il loro profumo si spandeva per diversi metri intorno alla chiesa e il venticello d'alta quota, con una tale maestria lo trasportava fin dentro le case degli abitanti.

Quando tutti gli invitati furono sul sagrato, alcuni compaesani si aggiunsero alla schiera. Mancava soltanto la sposa, ma era d'obbligo che si facesse aspettare.

Cecilia aspettava in macchina, ferma poco distante, dietro una curva, per dare il tempo a tutti di raggiungere la chiesa. Solo allora avrebbe fatto il suo ingresso nel suo bellissimo abito da sirena.

Era emozionata. Sedeva accanto a suo padre, molto più freddo e razionale di lei. Ogni tanto le porgeva discretamente un fazzoletto quando vedeva che gli occhi diventavano lucidi. Cercava di non lasciarsi andare alla commozione: sapeva che, se avesse mostrato la propria emozione, avrebbe finito per far piangere anche lei.

Poi il clacson della Maserati annunciò l'arrivo della sposa.

Appena Cecilia scese dall'auto, dal gruppo degli invitati si levò un'espressione di stupore:«Ohhh!»

Andrea, invece, sudava freddo. Emozionato e irrequieto, si agitava all'ingresso della chiesa. Quando vide la sposa, si affrettò verso l'altare.

Gli invitati cominciarono a entrare lentamente, quasi tutti con il telefonino già in mano, pronti a immortalare i momenti più emozionanti.

Lungo la navata centrale fece il suo ingresso anche Letizia, nel suo abito rosa antico. Aveva qualcosa di indefinibile: ricordava insieme una Madonna e un angelo, una modella e una principessa. L'abito esaltava la sua figura senza renderla appariscente.

Alfonso entrò accanto a lei, in abito blu navy.

Per molti, sembravano una coppia. E loro non fecero nulla per dissipare il sospetto. Anzi, sembrava quasi che provassero un certo piacere nel lasciarlo vivere.

Sedettero l'uno accanto all'altra. Maria prese posto vicino al fratello.

Letizia guardò Alfonso senza dire una parola. Lui colse immediatamente quello sguardo e, quasi per alleggerire la tensione, le sussurrò:

«Emozionante, vero?»

«Molto. Sto facendo fatica a non piangere.»

Non parlarono più per qualche minuto. Eppure, in quella situazione, sembrava che i loro pensieri riuscissero comunque a raggiungersi.

Dal primo banco, accanto all'altare, Enea rivolse loro uno sguardo. Poi si voltò verso la moglie e le fece un piccolo sorriso, quasi d'intesa.

Maria, accanto ad Alfonso, era emozionata, avvolta nel suo scialle di seta verde salvia, che copriva appena il vestito sottoveste scollato.

Dall'altra parte del paese, nella tenuta di famiglia, tutto era pronto per il banchetto matrimoniale.

Gli amici arrivati da lontano avevano già raggiunto il luogo e ne stavano apprezzando ogni particolare: la bellezza della tenuta, l'ordine con cui era stato predisposto tutto e, più di ogni altra cosa, l'aria.

Lì l'aria manava profumi di bosco, di fiori e di mare, mescolati in un'unica essenza, propria del luogo.

La giornata, iniziata in maniera piuttosto maldestra, sembrava finalmente essersi rimessa sulla giusta strada.

Come spesso accadeva, però, quando qualcosa andava storto, Alfonso diventava il capro espiatorio.

Prima era mancato l'assenso di alcuni parenti alla loro partecipazione. Poi un vestito era arrivato in ritardo, con un bottone che minacciava di staccarsi da un momento all'altro. Infine, il fotografo, invece di dedicarsi agli sposi, sembrava più interessato a realizzare un vero e proprio book fotografico della tenuta.

Letizia, fin dal mattino, era stata in ansia. La promessa tra gli sposi le ricordava il valore di un legame, ma anche i suoi genitori, la zia ormai sola e mai stata sposata, i momenti belli e quelli dolorosi che la vita aveva messo insieme senza chiedere permesso.

E, inevitabilmente, pensava anche al proprio futuro.

Ogni tanto si affacciava alla finestra e cercava quasi involontariamente Alfonso. Attraverso il vetro lo intravedeva mentre si sistemava davanti allo specchio, intento a curare gli ultimi dettagli del proprio abbigliamento.

A volte, nello stesso momento, anche lui si voltava verso il suo balcone.

Quando Letizia si accorgeva di essere stata sorpresa a guardarlo, gli dava immediatamente le spalle, fingendo di sistemarsi i capelli.

Era diventato quasi un gioco. Si studiavano più da lontano che da vicino.

Poi si incontrarono sulle scale, mentre entrambi scendevano al piano inferiore.

«Sei bellissima!» disse Alfonso.

Letizia sorrise.

«Anche tu non sei niente male.»

Gli abiti li rendevano ancora più eleganti, ma entrambi sapevano che ciò che li attirava l'uno verso l'altra non aveva bisogno di seta, di taffetà o di scarpe eleganti.

Bastava uno sguardo.

Durante il pranzo, però, qualcosa cambiò. Enea raggiunse il tavolo di Alfonso. Aveva già bevuto qualche bicchiere e diede voce ai propri pensieri.

Cominciò a rimproverare il figlio per essere stato poco vicino al fratello, per non essersi comportato come un membro della famiglia durante la cerimonia, per essere rimasto troppo in disparte.

Alfonso, sulle prime, non gli diede peso. Ascoltò in silenzio, cercando di lasciar correre.

Ma Enea continuò.

Le parole, una dopo l'altra, finirono per toccare un punto che Alfonso evidentemente non riusciva più a sopportare.

La discussione si concluse, ma la tensione rimase.

Per quasi mezz'ora Alfonso cercò di riprendersi. Poi cominciò a respirare con difficoltà.

Maria se ne accorse per prima.

«Alfonso...»

Lui si alzò lentamente dal tavolo.

«Ho bisogno di allontanarmi.»

Maria lo seguì immediatamente.

Letizia rimase qualche istante indecisa, poi si alzò a sua volta.

Alfonso fu accompagnato in una stanza più tranquilla, dove si distese su una poltrona reclinabile, in una posizione che gli permetteva di respirare meglio e di non peggiorare la tosse.

Per un'altra mezz'ora rimase in quelle condizioni.

Maria si procurò il farmaco che Alfonso assumeva e che non aveva portato con sé, insieme a tutto l'occorrente.

Letizia rimase accanto a lui.

«Non te la prendere, Alfonso. Dopo una giornata così, tra ansia e stanchezza, basta poco perché le persone perdano la misura.»

Alfonso la guardò.

Aveva capito perfettamente che Letizia si era resa conto del motivo della sua crisi.

Evitò di rispondere. Aveva bisogno di risparmiare il fiato e, soprattutto, di calmarsi.

Letizia continuò a parlare al posto suo.

«Spero soltanto che non abbiano preso male il fatto che eravamo seduti vicini. La gente fa presto a fare due più due.»

Alfonso sgranò gli occhi.

Quella frase sembrò restituirgli improvvisamente un po' di forza.

«Niente e nessuno può sgridarmi in quel modo. E per nessun motivo. La gente deve imparare a rispettare le idee, le opinioni e i sentimenti degli altri. Punto.»

Letizia lo fissò.

In quelle parole c'era più di quanto Alfonso avesse detto.

Quando Maria tornò con il necessario, Letizia si allontanò.

Si incamminò lungo il viale, lasciandosi alle spalle il rumore del ricevimento.

Da quando era arrivata alla tenuta erano cambiate troppe cose.

Forse non si era resa conto di aver innescato situazioni, aspettative e pensieri negli altri. Forse, soprattutto, non si era resa conto di ciò che stava accadendo dentro di lei.

Era quello a spaventarla. Si fermò per qualche minuto e respirò profondamente. Quella sera sarebbe partita. Non voleva restare un minuto di più.

Quando tornò al tavolo, cercò di comportarsi normalmente. Sorrise, partecipò alle conversazioni e finse che tutto fosse come prima. Ma aveva già preso la sua decisione.

Ormai erano arrivati ai saluti. Tra bomboniere, baci e abbracci, gli sposi salutarono gli invitati prima di ritirarsi.

Letizia aspettò quasi fino alla fine, poi si avviò verso casa con la scusa di prendere un po' d'aria.

Si fermò qualche minuto lungo il percorso, lasciando che la famiglia avesse il tempo di raggiungerla.

Fortunatamente poteva accedere alla propria camera anche dal terrazzo, attraverso il balcone che fungeva da ingresso secondario.

Appena entrata, tirò fuori la valigia. In pochi minuti infilò dentro le sue cose. Si tolse l'abito elegante e indossò qualcosa di più comodo. Quando ebbe finito, scese dagli altri e annunciò che sarebbe partita quella sera stessa.

Inventò una motivazione plausibile e non si lasciò convincere dai loro tentativi di trattenerla. Non comprendevano quella partenza improvvisa.

Letizia tornò in camera a prendere la valigia e, dopo aver ringraziato tutti per l'accoglienza, uscì ad aspettare il taxi.

La cosa che più la colpì fu che Alfonso non uscì a salutarla. Non lo vide attendere il taxi. Non si offrì nemmeno di accompagnarla.

Per un istante si sentì ancora più convinta della propria decisione. Scendendo verso la stazione, però, sentì una strana sensazione.

Quei giorni alla tenuta Varriale avevano cambiato qualcosa dentro di lei. Ora era disorientata. Non sapeva più bene chi fosse.

Quella che doveva essere soltanto una vacanza si era trasformata in una prova molto più difficile di quanto avesse immaginato.

Il taxi si fermò davanti alla stazione. Per un attimo non riuscì a credere di essere arrivata fin lì.

Forse, in fondo, era stata quasi mandata via. Ma forse era meglio così. Non voleva patemi.

Trascinava la valigia a malavoglia, con lo sguardo basso.

Fu proprio prima di entrare in stazione che lo vide.

Alfonso era davanti a lei.

Sembrava aspettarla da tempo.

Aveva le mani in tasca, con un altro abito e lo sguardo serio, quasi torvo.

Letizia si fermò.

«E così te ne saresti andata senza nemmeno salutarmi?»

«È tempo che io parta. Hanno bisogno di me.»

«Non hai risposto alla domanda.»

Fece qualche passo verso di lei.

«Te ne saresti andata così? Quasi scappando?»

Letizia strinse la maniglia della valigia.

Per qualche secondo rimase in silenzio.

Poi esplose:

«Cosa avrei dovuto fare, eh? Avete visto come mi avete assalita con gli sguardi alla festa? Sembrava che fossi colpevole di qualcosa!»

Alfonso abbassò la voce.

«Il mio sguardo ti ha assalita?» Non c'era rabbia nella domanda. Solo dispiacere. Quasi una supplica.

Letizia lo guardò e sentì che avrebbe potuto dire molte cose.

Avrebbe potuto spiegargli che non era soltanto il suo sguardo. Erano quelli di tutti. Le mezze frasi, i sorrisi, i sospetti.

Ma non voleva innescare altre reazioni. E soprattutto non voleva ferirlo ancora. Abbassò gli occhi.

Alfonso capì. Non disse altro. Raccolse la valigia e si incamminò con lei verso il binario.

Sedettero sulla panchina, uno accanto all'altra. Il silenzio vinse su tutto ciò che entrambi avevano dentro.

Per qualche minuto nessuno dei due parlò. Sembrava che qualsiasi parola potesse peggiorare la situazione.

Letizia frugò nella borsa e tirò fuori un biglietto da visita. Glielo porse.

«Dallo anche ai tuoi genitori. Non ho lasciato nessun mio recapito.»

Alfonso lo prese. Non rispose. Lo tenne tra le dita e rimase nella stessa posizione, lo sguardo fisso davanti a sé. Poi Letizia si voltò verso di lui.

«Che cosa hai?»

Alfonso fece un respiro profondo.

«Dopo una bella giornata come quella di oggi...» disse piano. «Salvo l'inconveniente con mio padre, non immaginavo di concluderla così.»

Letizia lo guardò.

Aprì la borsa ancora una volta e ne tirò fuori alcuni fogli.

Glieli porse.

«Ho scritto alcune cose di questi giorni.»

Alfonso li prese, sorpreso.

«Magari ti piacerà rileggermi.»

Per un istante sorrise.

«Grazie di tutto.»

Poi aggiunse, quasi per scherzare:

«Ah, non lasciare in giro queste pagine. Altrimenti diranno altro sul nostro conto.»

Alfonso abbassò gli occhi sui fogli.

Avrebbe voluto rispondere qualcosa.

Non trovò le parole.

In lontananza si sentì il rumore del treno.

Quando arrivò, entrambi si alzarono sii incamminarono rapidamente verso lo scompartimento assegnato a Letizia.

Alfonso le prese la valigia e gliela sistemò sotto il sedile.

«Allora...»

Lei si voltò verso di lui.

«Allora.»

Sembrava che dovessero dirsi qualcosa.

Qualunque cosa.

Ma nessuno dei due riuscì a farlo.

Letizia salì sul treno.

Alfonso la salutò dalla banchina.

Poi fece qualche passo indietro.

Sembrava aver deciso di lasciarla partire.

Ma si fermò.

Tornò verso il vagone e risalì.

Letizia lo guardò sorpresa.

Alfonso si avvicinò.

Per la prima volta non cercò una frase intelligente, né una spiegazione, né una scusa.

La baciò.

Fu un bacio breve, improvviso, quasi timido.

Ma vero.

Letizia non se lo aspettava.

Quando Alfonso si allontanò, nessuno dei due disse niente.

Lui scese dal treno.

Lei rimase sulla porta dello scompartimento.

Si guardarono.

Il treno cominciò lentamente a muoversi.

Alfonso rimase fermo sul marciapiede mentre Letizia lo seguiva con gli occhi.

Poi la distanza aumentò.

Continuarono a guardarsi finché fu possibile.

Infine il treno scomparve.

E a ciascuno rimase la sola verità.


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Via del Greto - IV


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo quarto


 

                                                                  Capitolo IV

   Alfonso e Letizia scendevano in bicicletta dalla collina verso il porto, lungo la strada principale della zona.

«Sai che questa strada ha una vecchia storia? È stata costruita durante la Seconda guerra mondiale da un colonnello, nativo del posto.»

«Perché questo interesse da parte sua?»

«Aveva deciso di portare un carro armato fin lassù, in collina, per difendere il territorio. Chiese ai compaesani, proprietari dei terreni, di lasciare un metro dei propri campi per creare un varco necessario al passaggio. Non tutti aderirono: alcuni si opposero, altri erano incerti sul da farsi, altri ancora si piegarono a malincuore.»

Alfonso raccontava con il piglio dello storico, ricordandole che da quel momento nacque un lungo serpentone di ciottoli e terreno battuto. Il carro armato fece il resto, spianando le pietre e lasciando un solco preciso. Il colonnello promise che, finita la guerra, ognuno avrebbe riavuto il proprio pezzo di terra. Ma così non fu.

Letizia ascoltava con interesse e, con le sue domande, lo incitava a continuare. Alfonso le raccontò che, negli anni successivi, quel varco divenne un corso d’acqua, alimentato dalle piogge e dall'acqua che scendeva dalla collina. D’estate, quando si prosciugava, rimaneva un letto di ciottoli dal quale emergeva una piccola vegetazione, simile al greto di un fiume.

Fu per questo che, molti anni dopo, i discendenti dei proprietari decisero di asfaltarla e di darle finalmente un nome: Via del Greto.

«Interessante!»

«Col tempo», continuò Alfonso, «la strada divenne anche il simbolo del cambiamento del paese. La collina, diventata facilmente raggiungibile, favorì lo sviluppo edilizio e, insieme a esso, molti abusi che prima sarebbero stati difficili da realizzare.»                                      

Lei lo ascoltava con attenzione, interrompendolo soltanto per chiedergli chi fosse quel colonnello e perché la strada non portasse il suo nome. Alfonso sorrise. Erano ormai arrivati al porto e la storia poteva aspettare.

La barca di famiglia era ormeggiata davanti a loro. Un cabinato in vetroresina, tirato a lucido, elegante, con la bandierina italiana alla sommità. Letizia l'ammirò con un sorriso e seguì Alfonso a bordo.

Erano appena le otto e si accorse con sorpresa che sarebbero stati soltanto loro due. Mentre toglieva gli ormeggi, lo osservò con maggiore attenzione. Si muoveva con sicurezza, abituato a quelle operazioni. Poi si tolse la camicia e prese il timone.

Appena la barca lasciò il porto e cominciò a solcare l'acqua, Letizia si sistemò sul prendisole. Il vento le tirava indietro i capelli e le portava addosso quell'aria di mare che amava e che le mancava da quando era ad Aosta. Stese il telo e cominciò a spalmarsi la crema. Raccolse i lunghi capelli e sistemò gli occhiali. Alfonso la guardava ogni tanto, senza insistere.

C'era qualcosa in quella ragazza che non riusciva ancora a decifrare. Una naturalezza che a tratti lasciava spazio alla timidezza e che lui non voleva forzare.

Arrivati nel punto in cui si persero tutti i rumori e i suoni della terraferma, Alfonso le chiese di prendere la graffa che avevano comprato scendendo in bicicletta.

«O vuoi che faccia la fame il capitano?»

Letizia si alzò ridendo e tirò fuori le due graffe, entrambe ripiene di cioccolato.

«Addirittura col cioccolato.»

«Mangio quello che voglio.»

«Allora puoi mangiare anche la mia.»

Alfonso la ringraziò per non averlo lasciato a digiuno.

Seduti l'uno accanto all'altro, consumarono le graffe guardando il mare, blu e quasi immobile. A quell'ora c'erano poche barche in giro. Poi Alfonso si tuffò.

Letizia lo raggiunse poco dopo, ma l'acqua era fredda e tornarono presto a bordo. Lei si raccolse sul telo, mentre Alfonso, vedendola infreddolita, si preoccupò inutilmente.

«Ho solo freddo» lo rassicurò.

Lui sorrise, quasi imbarazzato dalla propria apprensione. Si stesero al sole. Per qualche tempo non parlarono.

Alfonso cercava di non essere troppo confidenziale. Ripresero poi a parlare del territorio, delle strade, dei luoghi che Letizia ricordava appena e di quelli che invece appartenevano alla memoria di lui. Alfonso aveva qualche domanda da farle, ma sempre attento a non sopraffarla con la sua curiosità che non si placava, stette zitto. Quando il sole fu ben caldo, tornarono in acqua.

Questa volta presero un piccolo canotto e raggiunsero la costa di fronte: una spiaggia quasi deserta, sotto una scogliera.

«Non preoccuparti, non voglio rapirti.»

Letizia sorrise, ma non rispose. Era curiosa di capire che cosa volesse mostrarle.

Portarono il canotto sulla spiaggia e Alfonso la guidò verso l'estremità sinistra, dove tra le rocce si apriva un piccolo anfratto.

Si infilò per primo. Letizia lo seguì.

Dopo poco trovarono un masso davanti a un'apertura. Alfonso lo spostò e rimase per qualche istante a guardare dentro. Poi infilò una mano e tirò fuori una scarpa. Era vecchia, scolorita, da bambino. Letizia la fissò.

«Che ci fa una scarpa qui sotto?»

Alfonso la rigirò tra le mani.

«È mia.»

Lei lo guardò sorpresa.

«Come fai a saperlo?»

«Le mie iniziali sono sotto la suola. Il calzolaio le metteva per non confonderle con le altre.»

Letizia si chinò per guardare.

La scarpa era davvero piccola.

«E perché è rimasta qui?»

Alfonso esitò. Ci teneva solo che la vedesse non gli andava di spiegarle tutto.

«L'avevo trovata con Andrea. Eravamo venuti qui tanti anni fa e l'abbiamo nascosta.»

Non aggiunse altro.

Letizia comprese che non c'era molto altro da chiedere.

Alfonso guardò ancora quella vecchia scarpa, come se per un momento avesse davanti non l'uomo che era diventato, ma il bambino che l'aveva indossata.

«Volevo solo mostrartela» disse. «È un posto dove venivo spesso d'estate.»

Tornarono in barca. Da quel momento ci fu un lungo silenzio. Spezzarlo sarebbe stato impossibile: ciascuno era pieno di domande che avrebbe voluto rivolgere all'altro.


Nel frattempo, a casa, Andrea, avendo visto i due uscire insieme di buon mattino,  aveva cominciato a lamentarsi con la sorella e i genitori della spensieratezza del fratello, mentre c'era bisogno di aiuto.

Il padre cercò di tranquillizzarlo. Conosceva Alfonso e sapeva che non era mai venuto meno a ciò che gli era stato chiesto.

Ma la questione, per Andrea, non era soltanto quella.

Guardava quei due e si chiedeva quanto conoscessero davvero Letizia per fidarsi completamente di lei.

Non riusciva a liberarsi da una sensazione indefinita, un presentimento che non sapeva trasformare in parole.

Maria, al contrario, non aveva dubbi. Per lei Letizia era una ragazza semplice, ben predisposta nei loro confronti, tornata a respirare l'aria di una vita che aveva vissuto troppo poco e lasciato troppo presto.


Quando a sera Alfonso e Letizia tornarono a casa, nessuno disse nulla. Alfonso si mise subito a disposizione, come aveva promesso. Più tardi, davanti a un bicchiere di vino rosso, lui e Andrea rimasero soli in terrazza. Andrea lo guardò.

«Fratellone, mi devo preoccupare?»

Alfonso aveva capito.

«Per cosa?»

«Non stai correndo troppo?»

Alfonso sorrise. «Ti risulta che sia uno che fa le corse? Sai come sono. Lento e fraccomodo. Ogni passo è ben ponderato.» Andrea rimase qualche secondo in silenzio. «Allora studia bene. Non vorrei ci fossero sorprese.» Alfonso sollevò il bicchiere.

«Adesso pensiamo a te. Sei tu quello che si sposa e qua non abbiamo ancora festeggiato niente.»

Bevvero alla salute, proiettati sul matrimonio. Quando Andrea rientrò in casa, Alfonso rimase ancora qualche minuto in terrazza. La sera era calda e dal mare arrivava un'aria leggera. In lontananza si vedevano le luci delle barche, ferme sull'acqua come piccoli punti sospesi nel buio. Alfonso finì il vino e appoggiò il bicchiere sul tavolo. Non aveva voglia di andare a dormire. Ripensò alla giornata. Alla strada raccontata a Letizia, alle graffe mangiate in barca, al bagno, alla spiaggia e soprattutto a quella vecchia scarpa. Non sapeva perché avesse sentito il bisogno di portarla proprio lì. Forse perché era uno dei pochi luoghi in cui si sentiva ancora bambino. Oppure perché, senza rendersene conto, voleva consegnare a Letizia una parte di sé che normalmente teneva nascosta. Si alzò e rimase qualche istante appoggiato alla ringhiera.

Alle sue spalle sentì aprire la porta-finestra.

Era Letizia.

«Non dormi?»

Alfonso si voltò.

«Potrei farti la stessa domanda.»

Lei sorrise e si avvicinò.

«Non riesco a prendere sonno.»

«Per la giornata di oggi?»

Letizia scosse la testa.

«Per quella di domani.»

Alfonso la guardò senza capire.

«Domani cosa c'è?»

«Niente. È proprio questo il problema.»

Rimasero in silenzio.

Poi Letizia appoggiò i gomiti alla ringhiera.

«Tra poco devo tornare.»

Alfonso abbassò lo sguardo.

«Lo sapevo.»

«Io no.»

Quella risposta lo fece sorridere.

«Pensavi di rimanere qui per sempre?»

«Per qualche giorno ancora, sì.»

«Qualche giorno è ancora tanto.»

Letizia lo guardò.

«Non per me.»

Alfonso non rispose subito.

Per la prima volta, quella sera, si accorse che anche lui avrebbe voluto che quei giorni durassero più a lungo.

«Aosta ti aspetta» disse infine.

«Aosta può aspettare.»

Lei pronunciò quelle parole quasi scherzando, ma entrambi capirono che dentro c'era qualcosa di vero.

Alfonso si voltò verso il mare.

«E tua zia?»

Il sorriso di Letizia scomparve.

«Lei no.»

Non aggiunse altro.

Dopo qualche secondo si staccò dalla ringhiera.

«Buonanotte, Alfonso.»

«Buonanotte.»

Letizia fece per rientrare, poi si fermò sulla soglia.

«Quella scarpa...»

Alfonso si voltò.

«Cosa?»

«Quando l'hai nascosta eri felice?»

La domanda lo colse impreparato.

Ci pensò qualche secondo.

«Sì.»

«E allora perché sembravi triste quando l'hai tirata fuori?»

Alfonso sorrise appena.

«Perché certe cose, quando tornano, si portano dietro anche quello che avevamo dimenticato.»

Letizia lo guardò, come se volesse chiedergli altro.

Ma non lo fece.

Rientrò in casa e chiuse piano la porta.

Alfonso rimase solo sulla terrazza.

Guardò ancora il mare.

Poi, quasi senza accorgersene, pensò ad Andrea.

E per la prima volta quella giornata gli sembrò meno semplice di come era iniziata.

 


© 2026 Filomena Baratto
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Agosto: il mese che non è più come una volta

 


Agosto, tra un bagno e un caldo insopportabile, si avvia alla fine. Tutti i propositi su come trascorrere i giorni più belli dell'anno sembrano essere svaniti.

Colpa del caldo, certo, ma anche di quella strana contraddizione che accompagna il nostro tempo: mentre in alcuni luoghi del mondo la vita scorre apparentemente senza paura, in altri si consuma una quotidianità disumana, fatta di guerra, distruzione e morte. Ci sono luoghi da sogno dove si va in vacanza e luoghi che non sembrano nemmeno appartenere allo stesso mondo.

Agosto è il mese delle vacanze, quello in cui tutti vanno in ferie riversandosi negli stessi luoghi, alla ricerca di benessere, aria aperta e qualche giorno lontano dal ritmo frenetico del lavoro. Ma proprio perché ci muoviamo tutti nello stesso periodo e verso le stesse mete, anche la vacanza tanto attesa rischia di trasformarsi in una corsa alla sopravvivenza.

Quest'anno il caldo ha dato la sua stoccata finale. Giorni afosi e notti che sembrano non voler più concedere refrigerio hanno messo a dura prova la nostra resistenza fisica. Nessuna doccia sembra portare sollievo: ci si sente finiti nella fabbrica del sudore, a scioglierci come un cono di gelato in mano.

Molti hanno preferito ripararsi in casa nelle ore più calde, e non soltanto gli anziani. Il caldo affligge tutti, porta apatia, toglie stimoli, fa rimandare perfino le azioni più semplici. Anche andare a fare la spesa può diventare un'impresa da affrontare con il coraggio di chi deve uscire allo scoperto.

Chi ha qualche anno in più ricorda gli agosti passati al mare: il sole, certo, ma anche le brezze, il vento sulla spiaggia, le giornate trascorse all'aperto e quel bagno notturno atteso come la vera consacrazione dell'estate. Oggi sembra quasi che toccare la spiaggia sia una sfida. Calma piatta, poco vento, creme solari spalmate come fossero pomate miracolose e una temperatura che rende difficile persino resistere sotto l'ombrellone.

Non è soltanto cambiato il caldo. Sembra essere cambiata la nostra stessa idea di stagione. Piogge improvvise e violente possono lasciare spazio, il giorno dopo, a temperature vicine ai quaranta gradi. Una bufera può arrivare nel bel mezzo dell'estate e, appena passata, ritrovarci nuovamente immersi nell'afa. Abbiamo perso anche una certezza che sembrava scontata: agosto caldo, dicembre freddo. Le stagioni, almeno nelle nostre aspettative, non hanno più confini così sicuri.

Un bagno si può fare ad agosto, ma ormai anche a febbraio. È cambiato il clima e, insieme a esso, cambiano le nostre abitudini.

Tirando le somme, i conti sono presto fatti: pochi bagni, tanto lavoro, molto tempo passato a difendersi dalla calura e, quando arriva un'idea per superarla, spesso manca la forza per realizzarla. Restano così nei ricordi i tramonti visti dal mare, le lunghe giornate sulla spiaggia, i viaggi con gli amici, le visite ai luoghi di cultura. Tutto ciò che normalmente dovrebbe riempire le vacanze finisce per essere rimandato.

Apparteniamo a un sistema del quale siamo parte integrante e anche un cambiamento apparentemente piccolo della temperatura produce conseguenze sulla nostra vita. Se non stiamo bene fisicamente, non possiamo essere produttivi, creativi, curiosi. E non basta dire che siamo in vacanza per poter davvero usufruirne.

Pensiamo soprattutto ai bambini, agli anziani e alle persone più fragili. Se anche chi è in buona salute fatica a sopportare certe temperature, per loro tutto diventa ancora più difficile.

Agosto, quest'anno, è stato un po' come un traditore: lo abbiamo atteso, gli abbiamo affidato le nostre aspettative e poi è passato senza regalarci quello che speravamo.

E puntualmente cominciamo già a fare pronostici per l'anno prossimo. Ma forse dovremmo smettere di affidare proprio ad agosto il compito di essere il mese del riposo. Non è detto che abbia ancora le caratteristiche per farlo.

Potrebbe diventare, paradossalmente, il mese del rallentamento. Il mese in cui si riducono al minimo gli spostamenti, si consumano meno energie, ci si ripara dal caldo e si rinuncia all'idea di dover necessariamente uscire tutti insieme, come colonie di formiche alla ricerca di un po' di refrigerio.

Se il clima ci cambia le stagioni, allora forse dobbiamo cambiare anche tutto il resto, a cominciare da noi stessi. Una parte sempre maggiore del nostro tempo rischia di essere impiegata non per vivere, riposare o coltivare i nostri interessi, ma per difenderci dalle condizioni che ci circondano.

E allora forse il vero cambiamento non sarà soltanto meteorologico. Dovremo ripensare il modo in cui lavoriamo, viaggiamo, ci riposiamo e organizziamo le nostre vacanze.

Perché se agosto continuerà a essere così, potrebbe non essere più il mese delle ferie.

Potrebbe diventare semplicemente il mese in cui impariamo a fermarci.

"Tranquilla, mamma!"

 




Quando sento dire: «Ormai sono grandi, adesso sei più libera».

Ovviamente ci si riferisce ai figli. Ma sono sicuri che sia così?

Da piccoli erano uno spasso: curarli era più semplice, dipendevano in tutto da me, senza che avessero voce in capitolo. Sapevo dov’erano, cosa facevano, quando mangiavano, quando dormivano. E soprattutto sapevo che, se c’era qualcosa da sistemare, potevo farlo io.

Ora sono uomini e donne con una testa pensante e pretendono di gestirsi come vogliono.

Prendi ieri sera, per esempio. Lei esce per festeggiare il compleanno con gli amici. Appena me l’ha detto, sono andata in ansia. Perché? Perché quando lei esce significa che io non dormo.

Vago per casa come un’ombra, cercando di passare il tempo e di vederla arrivare. E poi esce già tardi, alle 11,30. E ti chiedi: ma a che ora vorrà ritirarsi? Ti risponde: «Mamma, vai a letto!» con un fare sbrigativo. E mentre il padre dorme beato, su di me pesa l’ansia come un macigno.

Poi accade un incidente sotto casa. Controllo dalla videocamera. Parte il messaggio per avvisarla, nel caso fortunato stesse tornando. E certo, sono l’una, sarebbe ora. Ma lei mi risponde di stare tranquilla. Per dire che la notte è ancora lunga. E quando le chiedo a che ora pensa di tornare, serafica mi risponde: «Tranquilla!»

Allora mi metto a leggere sul divano, controllando di continuo il telefonino. Al telefonino sostituisco l’uncinetto, vista la poca concentrazione nella lettura. Comincio a bere, poi controllo a che punto è il ripristino della strada dopo l’incidente. Ritorno sul divano, questa volta con un cuscino in modo da stendermi. E sono appena le due. Comincio a chiedermi quanto duri questo compleanno. Intanto nessun messaggio.

Glielo invio io, chiedendole a che ora pensa di tornare. Mi risponde che è ancora presto per loro. Sono le due e mezzo. E non credo che sia tardi solo per me.

Mi rassegno a vegliare sul divano con la luce piccola accesa. Giù è tornata la normalità: il traffico scorre tranquillamente. Do uno sguardo al telefonino, avvio delle ricerche, leggo notizie. Gli occhi chiedono pietà, ma io sono più forte e vado avanti con la lettura. Ormai sono le tre. Sono sicura che di lì a poco torni e, nel pensarlo, chiudo gli occhi. Il guaito di un cane me li fa aprire. Comincio a innervosirmi. Capisce come mi riduco quando esce e torna tardi? Se le dici qualcosa, ti risponde che non è più una bambina.

Ma la mia mente non sembra averlo ancora capito, che resta abbarbicata al fatto che uscire sia per me un fatto straordinario, mentre per lei è la cosa più normale che ci sia. Sono senza speranze e, mentre mi affanno col pensiero, non ricordo più nulla. Ormai sono le tre e mezzo e non reggo più. Dopo una mezz’ora mi sveglio di soprassalto: la luce all’ingresso è spenta. Segno che è rientrata. In mezz’ora è ritornata e si è messa a letto. Intanto controllo se mi aveva mandato qualche messaggio.

Non ho nemmeno la forza di andare a letto. Dal balcone aperto entra una brezza che durante il giorno ce la sogniamo e resto dove sono. Finalmente sprofondo nel sonno, girandomi sul divano come un pesce che sta passando nella farina: si attorciglia il cuscino con me e con quello del divano, insieme al telo preso per metterlo a mo’ di lenzuolo.

Stamattina mi hanno svegliato presto i telefonini messi sul tavolino accanto al divano, che suonano a ogni messaggio nella chat di famiglia dove inviano gli auguri di compleanno per lei. Il suono era continuo. Li avrei presi e buttati giù. Erano appena le sei.

Significa che avevo dormito soltanto due ore e mezzo.

Quando lei è tornata nel mondo reale alle 10, orario della sua sveglia, mi ha anche detto che stanotte, tornata con un fascio di fiori, si è avvicinata al divano, dove non si era resa conto che dormissi lì, e ha preso il vaso grande dal mobile per metterci i fiori. In quel momento ha pensato che, se mi fossi svegliata, mi sarei presa uno spavento per la manovra azzardata che stava facendo. Potevo prenderla per un ladro, come diceva lei.

E cosa dovevo dirle? Ormai non ha senso dirle niente. Comincio a ricordarle che quando sarà madre potrà capire.

Tutta questa cronaca per dire che oggi ha compiuto gli anni, è maggiorenne, laureata, ha un lavoro, un mondo suo, e io mi comporto sempre come se fosse la piccola di casa. Non so se si tratti di deformazione mentale o di cos’altro. So solo che quando lei dice: «Stasera esco», a me vengono le fisime.

Già so che non dormirò, che girerò per casa, che non troverò un posto dove stare, che camminerò al buio come una ladra, che andrò in paranoia, che passerò in rassegna tutti i pericoli, che allora mi verranno in mente fatti inquietanti e che non riuscirò a rassicurarmi con niente.

In questi momenti ritorno a quando era piccola, a come era dolce e affettuosa, un angioletto che ascoltava, ubbidiva, giocava serenamente. La chiamavo “la vecchia di casa”.

Ora niente è più così. Forse in questa apprensione c’è anche il fatto di non accettare completamente questa trasformazione, perché niente più dipende da noi. Eppure il corpo e la mente sembrano non saperlo. Per anni siamo stati allenati alla vigilanza: a sentire un pianto, un rumore, una tosse, una porta che si apriva. A sapere se avevano mangiato, se avevano la febbre, se erano arrivati a scuola. Era una tensione fisiologica, facente parte del nostro DNA di genitori. Poi loro crescono, ma quella tensione non riceve la notizia. La bambina è diventata una donna, ma dentro di noi è rimasto in piedi quel vecchio sistema d’allarme.

Solo che adesso non abbiamo più il potere di intervenire. Ed è forse questo il punto più difficile.

Quando sono piccoli, la nostra ansia ha un oggetto concreto. Se hanno paura, li prendiamo in braccio. Se stanno male, li curiamo. Se fanno qualcosa di pericoloso, interveniamo. Siamo noi a stabilire i confini. Quando crescono, invece, possiamo ancora preoccuparci, ma non possiamo più controllare. Lei esce e io non posso decidere quando deve tornare. Posso solo aspettare.

E forse è proprio questa la vera perdita che accompagna la loro crescita: non perdiamo i figli, perdiamo il potere che avevamo sulle loro vite.

Ogni compleanno ci allontaniamo un po’ di più dalle immagini dei figli piccoli e, in qualche modo, viviamo questa distanza come una piccola usurpazione. Come se ogni anno ci togliesse qualcosa del nostro vecchio essere genitori. Non siamo più quelli di una volta. Non siamo più i detentori delle loro vite.

Eppure tutto questo è ricompensato dal vederli autonomi, capaci di gestirsi e di gestire, di risolversi, di saper fare. In certe cose sanno meglio di noi come risolvere i problemi. Vedi la loro destrezza, ascolti le loro tesi, il modo in cui ragionano, e pensi che non abbiano bisogno più di niente.

E allora ti accorgi che il dolore della loro autonomia convive con un orgoglio immenso. Perché quello che ti viene sottratto da una parte ti viene restituito dall’altra.Non hanno più bisogno di una madre che dica loro cosa fare. Hanno bisogno di una madre che ci sia. Sempre lì.Come un faro.

Non per indicare loro la rotta, perché ormai la rotta se la scelgono da soli. Ma perché, quando serve, possano sapere dove tornare. Forse è questa la nuova maternità: imparare ad amare senza poter più controllare.

E non è detto che ci si riesca sempre. Io, per esempio, ieri notte ero ancora sul divano alle tre e mezzo, con il telefonino, il cuscino e la paranoia. Lei, invece, era fuori a festeggiare il suo compleanno.

Forse diventare genitori di figli grandi significa proprio questo: sapere perfettamente che non sono più bambini e, contemporaneamente, non riuscire mai del tutto a smettere di considerarli tali. E forse va bene così.

Perché se loro possono finalmente vivere senza di noi, la nostra conquista non è smettere di preoccuparci. È imparare, lentamente, a esserci senza pretendere di proteggerli da tutto.

Anche quando sono le tre di notte.

Anche quando dicono: «Mamma, tranquilla!»

Anche quando noi, tranquilli, proprio non riusciamo a esserlo.

La personalità al volante



Ci sono molti modi per cercare di comprendere la personalità di una persona; tra questi, anche il modo in cui guida. Sì, osservare qualcuno al volante può essere un po' come scattare una fotografia del suo modo di essere. La guida, infatti, può offrirci un quadro, quasi analogico, delle sue capacità, del suo modo di comportarsi, di interagire e di vivere il rapporto con gli altri.

Quando mi trovo accanto al conducente, non mi sfugge quasi nulla. Vado in apprensione quando assisto a manovre azzardate o a situazioni di pericolo che l'altro non sembra aver considerato. Solo allora mi permetto di raccomandargli di procedere con prudenza. Chi viaggia in macchina con me dice spesso che vado veloce; poi, però, quando si accorge che sono prudente, che ho riflessi pronti e che rispetto le norme, si tranquillizza e mi dice che si fida di me.

Quando sono sulla strada, mi guardo intorno e vedo persone che guidano in modo davvero riprovevole. A volte penso che dovrebbero rifare tutto il percorso per riprendere la patente.

Già il modo di tenere il volante può dire qualcosa. C'è chi vi si aggrappa come se fosse ancorato a qualcosa a cui affidarsi per sentirsi al sicuro, invece di essere lui a condurre il veicolo. Una presa eccessivamente forte, movimenti rigidi e una scarsa capacità di attenzione possono fare sì che, al momento opportuno, non si reagisca in tempo, risultando lenti nelle frenate, nelle manovre o nel dare la precedenza.

C'è poi chi procede con una sola mano mentre tiene l'altro braccio appoggiato al finestrino. E con quel braccio fuori è capace di dirigere un'orchestra: lo alza continuamente, lo agita, gesticola mentre parla.

Molti lasciano la mano destra sul cambio senza mai toglierla e girano in ogni direzione con l'altra, come se fossero sulle macchinine delle giostre. Alcuni sembrano affrontare la strada come se andassero in guerra; altri, invece, come se fossero comodamente seduti nel salotto di casa.

Ci sono poi quelli che partono senza rendersi conto di avere gli specchietti laterali chiusi, dimostrando di non essere consapevoli di ciò che accade intorno a loro. E già questo dovrebbe far riflettere: guidare significa, prima di tutto, essere presenti e avere la percezione di ciò che ci circonda.

Secondo alcuni, il modo di stare al volante dipende soprattutto dal comportamento e dal carattere. In realtà, per quanto la personalità possa influenzare le nostre azioni, guidare un'auto è qualcosa di più complesso. Conoscere le norme non basta: occorrono attenzione, autocontrollo, capacità di valutare le situazioni, rispetto delle precedenze e dei limiti di velocità, oltre alla cura nei confronti dei pedoni e degli altri utenti della strada.

Un momento di vero panico arriva, per alcuni, quando bisogna fare retromarcia. Sembra una cosa semplicissima, eppure c'è chi la vive come una prova insormontabile: non riesce a completarla senza toccare prima a destra e poi a sinistra, fino a rischiare di urtare le auto vicine. Alcuni non si girano nemmeno e pretendono di fare tutto guardando soltanto gli specchietti, fermandosi quando ormai sentono l'urto.

Sarà forse una questione di orientamento, ma sicuramente serve pratica per imparare a fare bene una retromarcia. Anche in questo caso, però, si può osservare un aspetto interessante: di fronte a una difficoltà, alcune persone non rallentano e non prendono le dovute precauzioni, ma cercano di uscirne velocemente, quasi volessero liberarsi del problema prima ancora di averlo compreso.

Molto spesso diciamo che «chi va piano va sano e va lontano», ma anche procedere troppo lentamente può diventare un problema. Quando si viaggia a una velocità eccessivamente ridotta, in assenza di limiti particolari, si finisce per creare una lunga fila di auto dietro di sé, costringendo gli altri a rallentare e contribuendo alla formazione di ingorghi.

Per giunta, c'è chi tende a tenere una marcia troppo alta anche a velocità inadeguata, sottoponendo inutilmente il motore a uno sforzo. E non si rende conto che anche l'auto «soffre». Chi sta dietro sente quel rombo smorzato del motore e si chiede come sia possibile non accorgersi di nulla. Anche qui, forse, si può intravedere un tratto del carattere: la difficoltà a capire quando è necessario reagire, affrontare una situazione con decisione e vincere una certa inerzia.

Non è soltanto il comportamento al volante a mostrarci quanto una persona sia attenta o distratta, rispettosa o incurante: anche il modo in cui tiene la propria auto può raccontare qualcosa.

Spesso se ne vedono alcune ricoperte da una coltre di polvere, come se il deserto fosse finito tutto lì. Per non parlare dell'abitacolo, dove si trova di tutto: carte, bottiglie, polvere e chissà cos'altro. A volte bisogna perfino pensarci prima di sedersi.

Di fronte a un simile disordine viene spontaneo chiedersi quale attenzione quella persona riservi, in generale, alle proprie cose e agli ambienti che la circondano. E, per associazione, si può essere portati a domandarsi se quel disordine esteriore non rifletta, almeno in parte, anche un certo disordine interiore. Naturalmente non è una regola: è soltanto un'impressione, una delle tante che il comportamento quotidiano può suscitare.

E ancora c'è il «santo telefonino», dal quale molti sembrano dipendere. Lo guardano mentre sono in movimento, parlano al telefono, scrivono messaggi e continuano a farlo come se tutto ciò che accade intorno a loro fosse secondario. Eppure le norme sono chiare e il rischio è evidente.

Mi chiedo quanto rispetto abbiano per le persone che stanno loro intorno, se arrivano a ignorare così tranquillamente le regole della strada e, soprattutto, la sicurezza degli altri. E quando commettono un'infrazione, talvolta hanno persino la presunzione di sentirsi dalla parte della ragione.

Stare al volante rispecchia, almeno in qualche misura, il nostro modo di stare nel mondo: come ci comportiamo con gli altri, il rispetto che dimostriamo, l'esempio che offriamo e, soprattutto, quanta attenzione siamo disposti a riservare alle persone che ci circondano.

Ma ci sono anche quelli che, osservandoli alla guida, ci offrono tutte le coordinate per riconoscerli come persone per bene, nel senso più pieno della parola.

Rispettano tutti, a cominciare dai pedoni. Sanno aspettare nel traffico, al semaforo e ai caselli senza strombazzare come galline in un pollaio e senza inveire contro chi non si muove abbastanza rapidamente. Sanno dare la precedenza quando spetta agli altri, moderano la velocità, si accorgono di chi attraversa sulle strisce pedonali e, talvolta, fanno passare gli altri con educazione anche quando non sarebbero obbligati a farlo.

Sono comportamenti semplici, quasi banali. Eppure proprio nelle piccole cose si misura spesso il rispetto che abbiamo per chi ci sta intorno.

Senza voler interpretare il carattere di chi è alla guida, qualcosa di una persona si può intuire suo malgrado. Attraverso i suoi comportamenti, ci offre una sorta di lettura di sé. Forse è proprio questo il punto: quando siamo al volante non possiamo nasconderci completamente. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni accelerazione, ogni precedenza data o negata racconta qualcosa del nostro rapporto con il mondo.

Questo non significa che il modo di guidare possa definire una persona o permetterci di giudicarne il carattere con certezza. Una giornata difficile, la paura, l'inesperienza o una semplice distrazione possono spiegare un comportamento al volante. Ma, osservati nel tempo, certi atteggiamenti possono comunque suggerire qualcosa: il nostro modo di affrontare le difficoltà, la capacità di controllarci, la disponibilità ad aspettare, il rispetto delle regole e l'attenzione verso gli altri.

E forse è proprio questo che rende la strada così interessante: è uno dei luoghi in cui siamo chiamati a convivere con persone che non conosciamo e a condividere uno spazio che appartiene a tutti. Non possiamo sapere chi siano gli altri automobilisti, ma possiamo osservare come si comportano nei nostri confronti.

La strada diventa così una piccola rappresentazione della vita quotidiana. C'è chi pretende di avere sempre ragione, chi non sa aspettare, chi pensa soltanto a se stesso e chi, invece, riesce a moderare la propria fretta per lasciare spazio agli altri. C'è chi considera le regole un ostacolo e chi le rispetta perché comprende che servono a proteggere tutti.

Forse è proprio nelle situazioni più ordinarie che emerge il nostro senso di civiltà. Non quando siamo osservati o quando dobbiamo dimostrare qualcosa, ma quando nessuno ci obbliga a essere gentili, pazienti e rispettosi.

Si attribuisce a Winston Churchill un pensiero secondo cui il livello di civiltà e di democrazia di un popolo si manifesta anche nel rispetto che i cittadini dimostrano gli uni verso gli altri nei gesti quotidiani. Al di là dell'esatta attribuzione della frase, il concetto rimane significativo: una società non si misura soltanto dalle grandi dichiarazioni, ma anche dai comportamenti di ogni giorno.

E forse la strada è proprio uno dei luoghi in cui questo rispetto, o la sua assenza, diventa più evidente.

Perché, strada facendo, non mostriamo soltanto come sappiamo guidare.

Spesso, senza rendercene conto, raccontiamo anche chi siamo.


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