Immagine ByNicael
Ci sono persone che si accendono sin dal mattino, senza sforzo; altre che, prima di mezzogiorno, semplicemente non carburano. Altre ancora restano in attesa, come anime sospese, che arrivi qualcosa: una novità, un’ispirazione, un evento che scuota il giorno. E poi ci sono io.
Io che, pur essendo operativa sin dal primo risveglio e per tutta la giornata, devo riconoscere che do il meglio di me dalle diciotto in poi. Così, da sempre.
Nel pomeriggio, mentre la stanchezza si deposita e il ritmo delle ore si fa più serrato, mi sorprendo a controllare l’orologio, come si attende un passaggio segreto. E appena la lancetta si avvicina all’ora giusta, accade qualcosa che non so spiegare.
A dirlo sembra un’esagerazione, eppure da quel momento tutto cambia. È come se qualcuno, all’improvviso, mi mettesse in mano una chiave invisibile: la mia mente si apre, si dispone, si accorda.
Le idee arrivano senza più fatica, come se fossero sempre state lì, in attesa dietro una porta socchiusa. Il sonno si dissolve, la stanchezza arretra, e persino la noia perde consistenza. Tutto diventa più nitido, più veloce, più vivo. E andando verso sera, invece di spegnermi, mi accendo. Cresco. Come sia possibile, non so dirlo.
So solo che, per me, a mezzanotte è mezzogiorno. A quell’ora scrivo, leggo, programmo: sono pienamente presente, come se la notte mi consegnasse una bacchetta segreta e io imparassi, ogni volta, a usarla meglio.
Sono una Cenerentola rovesciata: oltre la mezzanotte tutto si chiarisce. Se arriva un’ispirazione, non esiste forza capace di fermarla. Non il sonno, non la stanchezza: solo il suo esaurirsi naturale. Finché l’onda dura, io resto.
Da sempre questa mia inclinazione notturna è stata, in un certo senso, un piccolo disordine domestico. Mia madre, dalla stanza accanto, da ragazza, mi richiamava a spegnere la luce quando ero ancora immersa nelle pagine. E io leggevo, ostinatamente, come se il buio fosse solo un dettaglio secondario.
Quando studiavo, mi preparavo un caffè non tanto per restare sveglia, quanto per il piacere di berlo in silenzio, come compagnia discreta della notte. Al mattino, mia madre trovava ancora nell’aria l’aroma di quello fatto a mezzanotte, e credeva fosse quello del mattino.
Sono sempre stata, in casa, una presenza fuori orario: una luce accesa quando tutto il resto si spegneva. E ancora oggi è così. Mi muovo piano, come una ladra gentile, tra le stanze addormentate, mentre scrittura e lettura mi trascinano altrove.
Se leggo, non posso farlo a frammenti: devo arrivare al fondo, soprattutto quando il libro si avvicina alla fine. Se scrivo, non posso interrompermi. Parto da un’idea, da una scintilla appena percettibile, e la lascio crescere fino a diventare forma. Altre volte è la poesia a prendere il sopravvento: le parole diventano materia grezza da levigare senza fine.
Altre ancora è lo studio, la ricerca, l’approfondimento a catturarmi. Di notte tutto si semplifica: il pensiero corre senza attrito, il silenzio diventa spazio, e il dialogo con me stessa si fa più limpido, privo di interferenze. È difficile spiegarne la ragione. Forse non esiste.
Mia madre raccontava che già nella culla, di notte, mi trovava sveglia, in silenzio, con gli occhi spalancati nel buio e le mani raccolte come se stessi compiendo un gesto importante. Non piangevo, non chiamavo: osservavo.
Si preoccupava, mi controllava spesso, e ne parlò anche con il medico. Le disse che i bambini non sempre chiedono cibo o sonno: a volte chiedono mondo. E il mondo, per loro, può essere più urgente della fame. Forse è sempre stato questo.Una fame diversa.
Ancora oggi, quegli occhi nella culla non si sono chiusi. Sono rimasti aperti sul mondo, come se dovessero ancora finire di capire qualcosa. E non è insonnia. È presenza. Dormo profondamente, come un ghiro, anche se mi addormento alle due. Nulla mi sveglia.