Via del Greto - VI


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo sesto




                                                                  Capitolo VI

L'estate volgeva ormai al termine. Nei campi comparivano le prime avvisaglie dell'autunno e, in casa, si cominciavano a fare provviste per l'inverno.

La tenuta richiedeva lavoro continuo e quattro contadini si occupavano di mantenerla in ordine. Enea, ormai in pensione, trascorreva gran parte delle sue giornate all'aperto, lontano dall'ambulatorio che per tanti anni era stato il centro della sua vita. Gli piaceva seguire personalmente i suoi uomini nei lavori dei campi e godersi, finalmente, il tempo che aveva a disposizione.

Il terreno era vasto e generoso nei raccolti. Enea, a dire il vero, non aveva mai saputo con precisione dove finissero le sue proprietà. Oltre il punto che considerava il limite delle sue terre si estendevano altri due ampi appezzamenti coltivati a frutteto.

Da molti anni quegli alberi fornivano frutta destinata alle conserve delle fabbriche del posto e agli alberghi della zona, garantendo un guadagno considerevole. Quell'anno, però, qualcosa era cambiato.

Un parassita aveva aggredito gli alberi e nessuno dei rimedi tentati era servito a fermarlo. La produzione di mele e pere si era ridotta drasticamente. Molti frutti cadevano ancora acerbi, creando un problema sempre più serio. Anche i fornitori cominciavano a lamentarsi della qualità della merce ricevuta.

Enea, dopo averci pensato a lungo, prese una decisione: avrebbe fatto abbattere gli alberi e destinato il terreno a un'altra coltivazione.

Valeria, sua moglie, si oppose. Gli ricordò quanto avessero speso tra operai, concimi, humus, acqua per irrigare  e tutto il resto.

«Meglio tagliare adesso che aspettare ancora. Potremmo spendere molto di più se non prendiamo alcun provvedimento», disse deciso.

«Lasciamo riposare il terreno per un anno e concimiamo gli alberi prima della fioritura. Potremmo affidare al nostro uomo di fiducia il compito di occuparsene.»

Enea non poté sottrarsi alle ragioni di sua moglie. Era sempre stata saggia nelle sue valutazioni. Sapeva, però, che in questo modo avrebbe caricato quell'uomo di un lavoro ben più gravoso rispetto a quello che fino ad allora aveva svolto.

Subito Valeria aggiunse:

«A meno che tu non voglia venderlo e finirla qui.»

Enea rifletté ancora. Alla fine decise di vendere almeno il primo appezzamento del frutteto, mantenendo però per sé, fino alla morte sua e di Valeria, il diritto al raccolto. Questa sarebbe stata una condizione imprescindibile per venderlo. Sicuramente il colono che lo curava gli avrebbe fatto la prima offerta: erano anni che accarezzava l'idea di poter acquistare quel terreno. Sicuramente Enea lo avrebbe anche agevolato nelle modalità di acquisto. 

A quel punto Valeria tacque. Pensò che fosse meglio avere un campo ordinato, che poteva tornare a rendere, piuttosto che una terra incolta destinata a creare nuovamente quelle situazioni incresciose nelle quali non volevano più trovarsi.

Non ne parlarono subito con i figli. Una settimana più tardi, Enea chiese al geometra di fiducia le planimetrie della proprietà da portare all'avvocato.

Fu allora che arrivò la sorpresa.

«Ma qui non c'è nessun terreno.»

Il geometra lo guardò senza capire.

«Queste carte non sono aggiornate!»

«Signor Varriale, sono le planimetrie appena acquisite al catasto. Sono complete in ogni loro parte.»

Enea prese i documenti e li osservò nuovamente.

«Ma come è possibile? Manca una porzione della proprietà. Anzi, ne mancano due. Due appezzamenti notevoli. È impossibile che queste carte siano aggiornate.»

Ne nacque una discussione che andò avanti per giorni. I Varriale protestavano, cercavano vecchi documenti, ricostruivano confini e ricordi. La burocrazia, però, continuava a ripetere la stessa cosa: quei due ampi appezzamenti, catastalmente, non erano mai appartenuti a loro.

Alfonso, seguendo il suo istinto, cominciò a pensare che forse quelle terre non fossero mai state della famiglia. Enea, invece, ne era certo: quelle terre erano sempre state loro. In breve tempo la situazione cambiò completamente.

L'avvocato e il perito effettuarono le loro ricerche e portarono il risultato alla famiglia.

Secondo i documenti, quei due appezzamenti appartenevano da sempre a Massimo Ferrero, il padre di Letizia.

Andrea fu il primo a porsi la domanda che, poco alla volta, cominciò a tormentare tutti.

Com'era possibile che nessuno lo ricordasse? La questione risaliva a quando loro erano bambini. E nella memoria di tutti non c'era mai stato altro proprietario che Enea.

La scoperta alimentò inevitabilmente un sospetto. Forse Letizia era arrivata lì proprio per quel terreno.

Forse il suo scopo era stato quello di avvicinarsi alla famiglia, conoscere i Varriale e, soprattutto, conoscere i vicini della proprietà che un giorno avrebbe potuto reclamare.

Se il terreno era già suo, perché aveva avuto bisogno di conquistarsi la loro amicizia? Le domande si moltiplicavano senza trovare risposta.

Alfonso non riusciva a liberarsi da quel pensiero. Era plausibile che Letizia fosse arrivata per la sua proprietà. Ma c'era qualcosa che continuava a non tornargli.

Se quei terreni non erano mai appartenuti ai Varriale, perché nessuno lo ricordava?

Una sera, al telefono con Letizia, decise di raccontarle tutto.

Lei non sembrò affatto sorpresa.

Non negò. Non cercò giustificazioni.

«Tu sapevi che questi terreni erano tuoi?» le chiese Alfonso, quasi con dolore.

«L'ho sempre saputo.»

Alfonso rimase in silenzio.

Dopo qualche convenevole si salutarono.

Quelle poche parole furono sufficienti a riaccendere tutti i dubbi che da tempo circolavano in famiglia.

Andrea, come sempre, sembrava avere avvertito il problema prima degli altri.

«Te l'avevo detto che bisognava andarci cauti. Sin dall'inizio avvertivo qualcosa di strano.»

Tutti in famiglia conoscevano  Massimo Ferrero, il padre di Letizia. Era stato un uomo d'affari e un proprietario terriero. Delle sue numerose proprietà, però, dopo la sua morte ne erano rimaste ben poche. Lui e sua moglie erano morti anni prima in un incidente stradale. Erano al corrente che avevano una figlia, Letizia, affidata a sua zia. Si apprese in quel frangente che in paese c'era anche suo nipote con la madre.

Alfonso  seppe la notizia da Enea e una domanda gli si insinuò immediatamente nella mente.

Perché Letizia non era andata a trovare suo cugino?

Quella sera riunì nuovamente la famiglia.

Chiese al padre se sapesse della presenza di quel ragazzo in paese e perché non ne avesse mai parlato, nemmeno quando Letizia era arrivata.

Alfonso insisteva, cercava di ricostruire la storia, ma  nessuno sembrava sapere da dove cominciare.

Dopo qualche ricordo confuso e spiegazioni poco convincenti, Alfonso lasciò cadere la questione, affidandosi quasi al caso.

Andrea, invece, non era disposto ad aspettare.

Si rivolse a un investigatore e gli chiese di scoprire chi fossero gli eredi dei Ferrero.

Un mese dopo arrivò la risposta.

L'investigatore riferì ad Andrea notizie dettagliate. «Si chiama Giulio Ferrero. Ha ventisette anni, è avvocato ed esercita in un'altra zona della regione. Vive con sua madre, sorella del padre di Letizia.»

Andrea rimase senza parola. 

«Continui a cercare. Voglio sapere tutto di lui. Dove va, chi frequenta, cosa fa. Ogni cosa.»

Anche Alfonso venne a conoscenza della scoperta.

«Perché Letizia non si è fatta vedere con questo cugino?» domandò ad Andrea.

Il fratello alzò le spalle.

« Potrebbero averlo fatto senza che noi ne sapessimo nulla. E poi è un avvocato. Magari insieme hanno già messo a punto qualcosa.»

Forse Andrea aveva ragione.

Alfonso cominciava a pensare di essere stato troppo frettoloso nel fidarsi di Letizia.  Non si era preoccupato abbastanza di conoscere il suo passato.

Quella sera, dopo diverso tempo dalla partenza di Letizia, decise di aprire finalmente lo scritto che lei gli aveva affidato.

Si chiuse nello studio.

Estrasse dalla cassaforte il quaderno e si lasciò andare sulla poltrona. La lampada, accanto a lui, illuminava le pagine.

Cominciò a leggere.

Non conosco questo posto, eppure lo sento come mio. C'è nell'aria una sensazione familiare, come se fossi sempre stata qui.

La famiglia è accogliente, deliziosa. Persone attente e sensibili. Una famiglia unita, molto legata. Il problema di uno diventa il problema di tutti.

Ho scoperto il valore di avere una famiglia. Sarebbe stato bello poter avere ancora la mia.

Mi è rimasta solo zia Norma. Che cosa non ha fatto per me. Forse anche troppo, forse più di una madre.

Abbiamo vissuto sempre io e lei, sole, nel bene e nel male. Pur essendo stata sempre sola, ha avuto una forza incredibile nel guardare avanti e nel credere nei propri obiettivi.

Ma la famiglia Varriale è qualcosa di speciale.

Tutte persone belle e affettuose. Con loro mi sono sentita come se ne facessi parte da sempre.

Alfonso è come se lo avessi sempre conosciuto. Un ragazzo sensibile e sincero, affettuoso. Mi piacerebbe conoscerlo più a fondo, ma non so se sarà possibile.

Mi dà un senso di protezione, di appartenenza.

Mi piace quando ride, quando gioca e fa battute. Ma mi piacciono anche i suoi silenzi. Sa sempre cosa dire e come comportarsi, mentre io non sono mai sicura di niente.

Alfonso è dolce nel suo metro e novanta: grosso fisicamente e grande di cuore.

Mi piacciono i suoi occhi grandi. Occhi che sanno guardare, che sanno dove posarsi.

Avevo paura di guardare nei suoi occhi, ma poi ci sono caduta. Non avevo mai scoperto un paio di occhi così.

E' difficile guardare negli occhi di un'altra persona. È come calarsi in un pozzo al buio. Io sono finita laggiù in fondo.

Alfonso rimase immobile.

Quella metafora lo colpì più di tutto il resto.

Un pozzo.

Letizia era finita in un pozzo e non riusciva a risalire.

Che cosa voleva dire?

Era un modo per dirgli che desiderava uscire da quella situazione? Che non si sentiva a suo agio? Eppure, ripensando ai giorni trascorsi insieme, gli era sembrato esattamente il contrario.

Non capiva più niente. Alla fine prese il telefono e la chiamò.

Letizia rispose quasi senza fiato. Era appena rientrata dallo studio e, entrando nella sua stanza, aveva lanciato le scarpe in aria prima di lasciarsi cadere sul letto.

«Che ne dici del pozzo?»

«Eh?»

«Del pozzo in cui ti trovi adesso.»

Lo disse come chi aspetta una risposta che conosce già.

«Alfonso, non capisco...»

Poi ci fu una pausa.

All'improvviso Letizia comprese.

«Ma tu dici laggiù, in fondo ai tuoi occhi?»

«Finalmente!»

Silenzio.

Poi lei rispose con calma:

«Sin dal primo momento mi sono trovata una meraviglia. Sono ancora lì. Non mi sono mossa e non ho mica voglia di uscirne.»

Un altro silenzio.

Poi aggiunse:

«A meno che non voglia farmi uscire tu.»

Alfonso sorrise.

«Non preoccuparti. Provvederò a farti un po' di luce. E anche a riscaldarti, così starai bene lì dentro.»

Letizia capì allora che aveva letto il suo quaderno.

«Non so se ho fatto bene a lasciartelo.»

«Hai fatto benissimo.»

«Perché?»

«Perché accorcia un po' la distanza.»

Dall'altra parte del telefono ci fu un sorriso che Alfonso non poteva vedere.

«Per ricambiare questo dono, allora, ti scriverò una lettera. Così anche tu avrai qualcosa di mio.»

«Ottima idea.»

Quella notte Alfonso pensò a lungo al terreno e al pozzo di Letizia.

Il terreno gli ricordava che intorno a lei c'erano ancora troppe cose che non conosceva.

Il pozzo, invece, gli ricordava che ormai Letizia era entrata dentro di lui.

Anche lui, in fondo, si trovava in un posto dal quale non aveva alcuna intenzione di uscire.

Letizia era al centro della sua testa. Ogni pensiero, ogni idea, ogni situazione sembrava dover fare i conti con lei.

Eppure, insieme a quella felicità, cominciavano a insinuarsi anche dubbi leggeri. Pensieri che non sembravano adatti a quella fase iniziale, così fragile e bella, di qualcosa che ancora non aveva un nome.

Alfonso non aveva la lucidità di Andrea né la prudenza di Maria.

Aveva, però, un cuore grande e ostinato che andava contro ogni logica e ogni cautela.

Non si poneva troppe domande.

Ascoltava quello che sentiva.

E, per lui, quello bastava a capire se si trattasse di un capriccio o di qualcosa di molto più importante.

Quella stessa notte, senza quasi rendersene conto, si mise a scriverle.

Sullo schermo le parole comparivano una dopo l'altra, come se arrivassero da sole e si disponessero in fila.

Alfonso le vedeva scorrere, ma quasi non leggeva ciò che stava scrivendo.

Letizia cara,

dopo aver letto l'inizio del tuo scritto mi è parso di sentirti più vicina.

 Forse ho fatto bene o forse no. Ma adesso che l'ho letto, ho la sensazione di conoscerti un po' di più. E, stranamente, anche di sentirne ancora di più la mancanza.

Il tempo che sei rimasta qui mi è sembrato davvero unico. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione di conoscerti da sempre. Non so spiegarti perché. Si dice che quando si prova una cosa simile sia perché due persone sono fatte l'una per l'altra. Non so se sia vero e, sinceramente, non voglio ancora dare un nome a quello che sento.

Mi basta sapere che con te sono stato bene. Molto bene. Forse più di quanto avrei dovuto.

Ho paura di chiamare le cose con il loro nome, ma credo che prima o poi dovrò farlo. E forse quel momento arriverà da solo, quando saremo di nuovo insieme e non ci sarà bisogno di scriverlo.

Aosta è lontana da qui, ma non così lontana da non poterla raggiungere.

E forse è proprio questo il problema: adesso che sei tornata a casa, mi sono accorto di quanto sia strano questo posto senza di te.

Devo anche dirti che mi è dispiaciuto scoprire che hai un cugino e che non me ne hai parlato. E mi ha fatto effetto sapere che sei proprietaria del terreno confinante con il nostro e che noi non lo sapevamo.

Non te ne faccio una colpa.

Nel poco tempo che abbiamo avuto non poteva esserci spazio per tutto. Quando ci vedremo, però, dovrai raccontarmi ogni cosa.

Ora riposa. So che sei stanca e che hai bisogno di dormire.

E ricordati una cosa: sei al centro della mia testa.

Da quando sei partita, niente sembra funzionare più come prima. Ogni pensiero finisce per girare intorno a te.

Non voglio usare parole vuote e non voglio avanzare pretese.

Voglio soltanto dirti che non mi piace che tu sia lì e io qui.

Mi manca averti vicino.

Dovremmo trovare una soluzione.

Stammi bene.

Alfonso

Premette invio. Subito dopo si pentì di essere stato così freddo. Avrebbe potuto dirle qualcosa in più.

Qualcosa di più vero. Ma Alfonso era fatto così. Era scaramantico. Credeva che le cose avessero bisogno di silenzio. Più se ne parlava, più venivano esposte agli altri, più rischiavano di prendere freddo e irrigidirsi. Così lasciò che quella lettera facesse il suo lavoro.

Nei giorni successivi, però, aveva già in mente qualcosa.

Voleva farle una sorpresa.


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Settembre vola

 




Settembre è un mese che mi ispira. Da sempre scrivo di settembre, in modi diversi, toccando argomenti vari, ma tutti con quel sottofondo di nostalgia e malinconia per qualcosa che va via.

Quest’anno si aggiunge la sensazione che l’estate sia volata. Ma penso che sia volata anche la primavera e, prima ancora, l’inverno. Tra poco ci ritroveremo di nuovo in inverno e, anche se non volessimo pensarci, lasciare semplicemente alla stagione il suo corso è impossibile.

Penso al mare e alla mia voglia di trascorrere un tempo prolungato in spiaggia, senza oneri, senza divieti, senza pensare alle mille cose da fare. Era appena giugno quando facevo bei sogni di vacanze, mare, sole, tramonti e orizzonti, e invece mi ritrovo a sentire quanto mi mancano.

Quanti discorsi scoraggianti ci facciamo? Oggi non posso, adesso ho un impegno, poi hanno bisogno di me, poi forse è il caso di rimandare. E così, senza accorgercene, l’estate è finita. E non solo a parole.

Il sole non è più così in alto, la giornata si è accorciata, l’aria è più densa e fresca e, in alcune ore del giorno, c’è un silenzio particolare. Guardo il mare e mi sembra quasi che mi rimproveri:

“Ti ho aspettata, ma non hai avuto nemmeno un po’ di tempo per sentire la salsedine, le brezze, le maree.”

Questo rimprovero lo avverto come uno schiaffo. Mi indurisce e, allo stesso tempo, mi fa pensare che forse l’autunno verrà in mio soccorso e potrò godere del suo tempo meglio di quanto abbia fatto con l’estate.

Osservo i tralci, le foglie sui marciapiedi, la montagna con i suoi colori tersi e mi dico che non posso più fare un bagno. Bisogna attendere un altro anno.

Parte la malinconia, ma anche la delusione di aver lasciato correre, come se quel desiderio non fosse importante.

Una mancanza che si riversa nell’anima e mi scuote fino al punto di farmi credere che forse sono io a non volere abbastanza. Eppure so che non è così semplice.

Con il tempo scemano le situazioni e anche le attese di una volta. Siamo più consapevoli, più permissivi con le cose intorno a noi, forse anche un po’ più fragili. E procrastinare diventa la soluzione più facile da adottare.

Domani. È una parola che usiamo continuamente per rimandare. Domani farò, andrò, avrò tempo.

Ma domani non è oggi. Quando arriverà, avremo altre esigenze, altre circostanze e forse non guarderemo più le cose come quando le abbiamo desiderate. Cambiamo noi, cambiano le situazioni e perfino i desideri. Quello che oggi ci sembra urgente, domani potrebbe non esserlo più.

Per acquietare la mia delusione ripenso a quando sono andata al mare con mio padre, un 20 ottobre di diversi anni fa. Allora avevo da digerire una bella felicità e volevo condividerla. È stato uno dei momenti più belli trascorsi insieme.

La felicità non mi faceva avvertire la stanchezza, né il fatto che fosse pomeriggio. Non c’era la preoccupazione che il tempo potesse cambiare. Avrei fatto il bagno anche con la pioggia o col vento. Non avrei sentito altro.

A guardare le fotografie, quello stato d’animo lo avevo stampato in viso. Si leggeva negli occhi, sulle gote, nel sorriso. E così anche in mio padre.

E per finire, tornati al porto, pizza in barca. Nessuno dei due voleva ritornare, nonostante fosse già buio.

Era per via di quella felicità. Di quelle poche ore in cui ci eravamo sentiti interamente.

E penso che sia proprio questo il punto.

Quel 20 ottobre non era estate. Non era il periodo delle vacanze, non era il momento che avevamo immaginato per andare al mare. Eppure è diventato uno dei ricordi più belli.

Forse perché la felicità non aspetta la stagione giusta.

Noi invece aspettiamo. Il momento più adatto, il tempo libero, le condizioni migliori, che gli altri non abbiano bisogno di noi, che non ci siano problemi, che tutto sia a posto.

E intanto la vita passa.

La forza d’animo non è più la stessa, i timori sono sempre tanti e anche la sensibilità nei confronti degli altri è diversa. Ci sono persone che aspettano da te e cose che non puoi demandare a nessuno.

Forse è per questo che settembre fa la sua cattiveria.

Con il suo scenario tranquillo, meno caotico, ricco di colori caldi, ti fa ricordare perfettamente fatti e momenti. Rivanga, esplora, indaga zone d’ombra dentro di te e ti senti rivoltato come non mai.

Ti appare quella volta che sei partita, l’altra in cui andavi a scuola da piccola e poi da ragazza. Il profumo dell’erba secca, il suono delle foglie sul selciato.

Ogni movimento porta con sé un fatto. Ogni odore una stagione. Ogni luce qualcosa che credevi di avere dimenticato.

Credo che settembre abbia il compito di interrogarci, come un maestro che attende da noi la lezione. Non lo fa con il rumore, ma con i silenzi. Non ci costringe a rispondere, però ci mette davanti alle domande.

Che cosa hai fatto di quello che desideravi?

Che cosa hai rimandato?

Che cosa hai lasciato andare senza nemmeno accorgertene?

E anche settembre se ne va, lasciando una sensazione strana. Mi chiedo quando sia arrivato. Non lo abbiamo proprio sentito.

Questo scorrere veloce significa che forse non andiamo più a tempo. Non siamo più sincronizzati con le stagioni come una volta. Sostiamo troppo sulle cose, diventiamo più profondi, andiamo alla ricerca di cose diverse, magari più consone alla nostra sensibilità di oggi.

Forse molte cose le abbiamo già perse per strada, senza poterle più ritrovare. O forse molte cose sono cambiate da tempo e non ce ne siamo accorti.

Settembre è il mese in cui ci accorgiamo delle cose. Ci ricorda quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo perso, quello che abbiamo rimandato. Ma forse, proprio per questo, ci insegna anche a non rimandare tutto al domani. A volte basterebbe andare.

Andare al mare anche il 20 ottobre. Non aspettare che sia estate, che ci sia il sole perfetto, che tutto sia tranquillo. Andare quando dentro di noi c’è qualcosa che chiede di essere vissuto. Amo settembre per questo.

Lo amo come il mese che insegna, che si attarda ma con criterio, giusto il tempo di farti riprendere quello che devi ricordare.

Lo amo perché, con i suoi silenzi, spegne ciò che non serve e riapre nuovi orizzonti.

E forse è questo il suo insegnamento più grande: non possiamo fermare il tempo, ma possiamo ancora scegliere come attraversarlo. 


Il Giro d'Italia e l'impazienza

 




Domenica,  ero affacciata al balcone in attesa del Giro d'Italia, quando il silenzio della strada è stato colmato da un baccano infernale. Alcune persone, forse non informate della chiusura della strada, inveivano contro il vigile che ne aveva bloccato l'ingresso. L'agente, irremovibile, spiegava le motivazioni, ma quelli continuavano a gridare le loro ragioni. Più volte ho avuto voglia di intervenire: non riuscivo a sopportare di vedere una schiera di insofferenti che lo crocifiggeva. Se avessero potuto, lo avrebbero scalzato pur di passare.

Quando è giunto il primo gruppo di ciclisti, hanno rincarato la dose: credevano che fosse finito tutto e, invece, dovendo restare ancora lì, con parole offensive, chiedevano al vigile di spostarsi.

Eppure c'era l'avviso del giorno prima, lungo tutto il tratto interessato. Ma loro, vedendo che trascorreva un bel po' di tempo tra un passaggio e l'altro dei ciclisti, pretendevano di poter passare comunque, approfittando dei momenti in cui la strada sembrava libera. Come se l'attesa tra un gruppo e l'altro desse loro il diritto di attraversarla.

Poi sono rientrata: non resistevo più a quelle lamentele, espresse con tanta maleducazione, contro una persona che stava semplicemente facendo il proprio dovere. Se non avevano letto il cartello — e ormai persino le pietre sapevano del Giro d'Italia — non era certamente colpa del vigile, che si limitava a vietare il passaggio.

Oltretutto, mi davano l'impressione di bambini capricciosi: chiedevano insistentemente di passare e, non riuscendoci, finivano per insultare chi glielo impediva.

La situazione si è fatta più seria quando, dalla strada laterale che si immette sulla principale, è comparsa una lunga fila di auto e motorini, che scendeva come un fiume in piena. Ad attenderli c'era il vigile, pronto a sbarrarne il passaggio.

Un signore sul motorino si lamentava di non sapere nulla e del fatto che, all'imbocco della strada che percorreva, non ci fosse nessuno ad avvisarli.

Anche in quel caso il vigile ha dovuto mantenere calma e pazienza per evitare che la situazione degenerasse. Durante tutto il tempo di attesa, non hanno mai smesso di borbottare, ora con violenza, ora con lamenti.

In giro c'è un'impazienza che sembra riguardare quasi ogni cosa. Non si sa più attendere, dare agli altri la possibilità di effettuare un movimento. Non si è più capaci di empatia, di ascoltare l'altro, di fermarsi quando è necessario senza trasformare ogni impedimento in una questione infinita.

 Che senso ha lamentarsi e inveire contro un agente pur sapendo che sta semplicemente eseguendo degli ordini? Sono gli stessi che, nel traffico, suonano per un nonnulla, che a un semaforo vanno in escandescenze, che se c'è un incidente sono insofferenti. 

Forse dovremmo recuperare un po' di pazienza, di rispetto e, soprattutto, la capacità di comprendere un'ingiustizia da una pretesa. Non basta prendere la patente: forse ci vorrebbe anche un esame di educazione civica, perché il rispetto degli altri, la pazienza e la capacità di convivere sembrano ormai estranei alla logica dei nostri comportamenti quotidiani. E forse è proprio da queste piccole cose che si riconosce il rispetto per gli altri.


Lo stato di salute della lettura

 

                                  Foto tratta da Stockcake.com

Durante il Covid, l'editoria ha avuto un picco altissimo di lettura, subito scemato con la fine della pandemia. In Italia si entra in libreria per comprare il libro del momento, o per curiosare come si fa con oggetti strani. Raramente si entra convinti con l'idea chiara del titolo da acquistare, consapevoli della scelta fatta. 

In Italia legge il 42,1% della popolazione, con 3 libri l'anno. 

Per quanto riguarda i generi si legge  più narrativa, con il 48,1%, seguita subito dopo da gialli e noir, con il 30,6%.

I lettori forti sono quelli che leggono tra i 13 e i 30 libri l'anno e sono il 10% della popolazione. Il 32% supera i 30 libri all'anno. La donne leggono di più. Gli uomini rappresentano il 47% dei lettori, con una media di 3 libri all'anno. Il 66% legge per una motivazione personale o per passione, il 33% per  distrarsi, il 28,9% per passare il tempo.

Anche le motivazioni cambiano tra uomini e donne: il 70% delle donne legge per passione, mentre il 37,9% per rilassarsi.

Gli uomini, invece, leggono spesso per imparare cose nuove e sono il 30,9%.

Tra i generi il 48,1% legge narrativa italiana (romanzi, racconti, poesie). Segue la narrativa straniera con il 37% dei lettori. Il 30% è attratto da gialli e romanzi noir.

Le donne scelgono per il 55,5% narrativa italiana e per il 42,5% quella straniera, di cui il 28,2% predilige libri di fantascienza e fantasy.

Il Nord legge più del Sud, e i giovani tra gli 11 e 14 anni leggono per il 78,9%.

Al Nord e al Centro legge il 60% della popolazione, mentre al Sud il 47%. La durata della lettura è di solito di circa mezz'ora, massimo un'ora, anche se tra i giovani cresce quest'abitudine.

La fascia dei giovanissimi è quella più in salute, in termini di abitudini alla lettura, che però dovrebbe essere mantenuta, perchè col tempo tende a diminuire. 

Si dovrebbe investire proprio su questa fascia per mantenere l'abitudine a diventare forti lettori di domani.

La città di Singapore, a riguardo, ha preso in mano la questione e, per evitare agli abitanti il cosiddetto "brain rot" ", marciume cerebrale,  ha deciso di pagare i cittadini che leggono almeno  per 15 minuti al giorno. 15 minuti valgono venti monete. Esiste un sito che registra le sessioni di lettura per favorire questa sana abitudine e allontanarsi così dallo scorrere compulsivo dello schermo dello smatphone, il cosiddetto "doomscrolling". 

15 minuti possono sembrare pochi per chi è abituato alla lettura e molti per chi non legge, ma avviare questa abitudine è importante. Come afferma Melissa Tam, alla guida della National Library Board di Singapore, "la lettura rafforza l'attenzione, l'immaginazione e il pensiero critico".

Il programma è in prova fino alla  fine dell'anno e seguiranno nuove direttive in base alla risposta della popolazione.

Aggiungo una nota personale: nel mio blog i lettori di Singapore sono al primo posto, almeno da un anno, un podio che non cedono nemmeno agli italiani, che in questo caso dovrebbero essere di più.

 

 

La mente e il tempo

 





 Il tempo è il nostro contenitore: più cose facciamo in poco tempo, più crediamo di essere efficienti. Quando riusciamo a fare tante cose, a portare a termine obiettivi, a concludere situazioni, ci sentiamo degli eroi.

Questa non è una regola: siamo noi ad averle dato un valore matematico. Se riesci a fare tante cose, significa che sei bravo a contenerle tutte. Ma la matematica, essenziale per certi versi, non lo è per altri. Ci sono idee che nascono lentamente, che affondano la loro forza nella riflessione, nel ripensamento, nella rivalutazione, nell'osservazione. Tutte operazioni che si diluiscono nel tempo.

Il pensiero ha bisogno di altri pensieri, di supporti fatti di conoscenze, considerazioni, attimi di decisione, esperienze e conoscenza approfondita. E oggi non c'è tempo per queste operazioni mentali. Pensiamo di essere, a nostra volta, delle intelligenze artificiali: immetti delle informazioni e ti esce il prodotto.

L'intelligenza umana funziona diversamente. Tu poni la domanda, ma la risposta attende prima di venir fuori. Non è automatica, ma lenta e progressiva. La risposta cerca nella nostra conoscenza, chiede quando non riesce a trovare la giusta esperienza, ha bisogno di far decantare la stessa domanda, come se avesse una propria autonomia e riuscisse a cavarsela da sola. Ma ha bisogno anche di supporto, di dati e di fatti da confrontare, verificare, confutare.

Il cervello è un elaboratore, una centrifuga, un miscelatore, un fantasista, un creativo, concepito per contenere il vecchio e il nuovo, gli errori e le giuste valutazioni. Non è rigido, ma plastico; non è inerte, ma vive nella stessa domanda che pone; non è freddo, perché continua a elaborare anche quando pensi ad altro.

Da questa prospettiva si capisce come il tempo sia il suo carburante: la continua riflessione sullo stesso argomento, una variazione sul tema che si aggiunge a quella precedente e, insieme, viene rielaborata.

Anche questo linguaggio da macchina non aiuta l'esempio. “Formattare” lo prendiamo a prestito, ma forse è più giusto dire controllare, aggiungere, mediare, ricostruire, produrre.

Un pensiero ben articolato, un'idea pronta e valida, è solo l'ultimo passo di una lunga riflessione. E non è detto che, una volta arrivati a una conclusione, essa non possa cambiare. C'è sempre qualcosa da aggiungere, migliorare, verificare, oppure qualcosa che non va più bene. Non c'è mai l'idea ultima, ma tante idee che si fermano in un punto e che restano perfezionabili.

Si capisce, da questo discorso, che ogni cosa ben fatta richiede tempo, mentre tutto ciò che portiamo a termine velocemente non può dirsi veramente finito.

Così, se scrivi una poesia, passano giorni; se devi prendere una decisione, lo stesso; se devi maturare un'idea, idem. Il tempo è quello che ci vuole.

Quando dicono che perdi tempo, non sanno che stai processando.

Forse è proprio questo l'equivoco: abbiamo imparato a misurare il valore di ciò che facciamo attraverso la velocità con cui lo facciamo. Ma il pensiero non ha una velocità. Ha un tempo.

E quel tempo non è vuoto, non è inattività, non è attesa. È il luogo in cui le cose si incontrano, si scontrano, cambiano forma e finalmente trovano un senso.

Per questo non tutto ciò che richiede tempo va inteso come lento. A volte sta semplicemente diventando qualcosa.

E forse, quando pensiamo di non stare facendo nulla, è proprio allora che stiamo facendo una delle cose più importanti: stiamo pensando.

Il tempo non è ciò che separa il pensiero dal risultato; è ciò che permette al pesiero di diventare risultato.

Via del Greto- V

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo quinto



                                                                         Capitolo V

Il giorno del matrimonio, Casa Varriale era un fermento di voci, di fruscii di abiti di seta e taffetà, di tacchi che battevano sui pavimenti come se volessero farsi sentire.

Dalla chiesa, più in alto del paese, arrivava il suono festoso delle campane, quasi a ricordare un tempo in cui quel luogo era stato molto più frequentato. Ormai la chiesa veniva aperta quasi soltanto per i matrimoni. Era graziosa, con un ampio sagrato dal quale si godeva un panorama da togliere il fiato.

L'ingresso era stato adornato con fiori bianchi e rosa, disposti con cura. Il loro profumo si spandeva per diversi metri intorno alla chiesa e il venticello d'alta quota, con una tale maestria lo trasportava fin dentro le case degli abitanti.

Quando tutti gli invitati furono sul sagrato, alcuni compaesani si aggiunsero alla schiera. Mancava soltanto la sposa, ma era d'obbligo che si facesse aspettare.

Cecilia aspettava in macchina, ferma poco distante, dietro una curva, per dare il tempo a tutti di raggiungere la chiesa. Solo allora avrebbe fatto il suo ingresso nel suo bellissimo abito da sirena.

Era emozionata. Sedeva accanto a suo padre, molto più freddo e razionale di lei. Ogni tanto le porgeva discretamente un fazzoletto quando vedeva che gli occhi diventavano lucidi. Cercava di non lasciarsi andare alla commozione: sapeva che, se avesse mostrato la propria emozione, avrebbe finito per far piangere anche lei.

Poi il clacson della Maserati annunciò l'arrivo della sposa.

Appena Cecilia scese dall'auto, dal gruppo degli invitati si levò un'espressione di stupore:«Ohhh!»

Andrea, invece, sudava freddo. Emozionato e irrequieto, si agitava all'ingresso della chiesa. Quando vide la sposa, si affrettò verso l'altare.

Gli invitati cominciarono a entrare lentamente, quasi tutti con il telefonino già in mano, pronti a immortalare i momenti più emozionanti.

Lungo la navata centrale fece il suo ingresso anche Letizia, nel suo abito rosa antico. Aveva qualcosa di indefinibile: ricordava insieme una Madonna e un angelo, una modella e una principessa. L'abito esaltava la sua figura senza renderla appariscente.

Alfonso entrò accanto a lei, in abito blu navy.

Per molti, sembravano una coppia. E loro non fecero nulla per dissipare il sospetto. Anzi, sembrava quasi che provassero un certo piacere nel lasciarlo vivere.

Sedettero l'uno accanto all'altra. Maria prese posto vicino al fratello.

Letizia guardò Alfonso senza dire una parola. Lui colse immediatamente quello sguardo e, quasi per alleggerire la tensione, le sussurrò:

«Emozionante, vero?»

«Molto. Sto facendo fatica a non piangere.»

Non parlarono più per qualche minuto. Eppure, in quella situazione, sembrava che i loro pensieri riuscissero comunque a raggiungersi.

Dal primo banco, accanto all'altare, Enea rivolse loro uno sguardo. Poi si voltò verso la moglie e le fece un piccolo sorriso, quasi d'intesa.

Maria, accanto ad Alfonso, era emozionata, avvolta nel suo scialle di seta verde salvia, che copriva appena il vestito sottoveste scollato.

Dall'altra parte del paese, nella tenuta di famiglia, tutto era pronto per il banchetto matrimoniale.

Gli amici arrivati da lontano avevano già raggiunto il luogo e ne stavano apprezzando ogni particolare: la bellezza della tenuta, l'ordine con cui era stato predisposto tutto e, più di ogni altra cosa, l'aria.

Lì l'aria manava profumi di bosco, di fiori e di mare, mescolati in un'unica essenza, propria del luogo.

La giornata, iniziata in maniera piuttosto maldestra, sembrava finalmente essersi rimessa sulla giusta strada.

Come spesso accadeva, però, quando qualcosa andava storto, Alfonso diventava il capro espiatorio.

Prima era mancato l'assenso di alcuni parenti alla loro partecipazione. Poi un vestito era arrivato in ritardo, con un bottone che minacciava di staccarsi da un momento all'altro. Infine, il fotografo, invece di dedicarsi agli sposi, sembrava più interessato a realizzare un vero e proprio book fotografico della tenuta.

Letizia, fin dal mattino, era stata in ansia. La promessa tra gli sposi le ricordava il valore di un legame, ma anche i suoi genitori, la zia ormai sola e mai stata sposata, i momenti belli e quelli dolorosi che la vita aveva messo insieme senza chiedere permesso.

E, inevitabilmente, pensava anche al proprio futuro.

Ogni tanto si affacciava alla finestra e cercava quasi involontariamente Alfonso. Attraverso il vetro lo intravedeva mentre si sistemava davanti allo specchio, intento a curare gli ultimi dettagli del proprio abbigliamento.

A volte, nello stesso momento, anche lui si voltava verso il suo balcone.

Quando Letizia si accorgeva di essere stata sorpresa a guardarlo, gli dava immediatamente le spalle, fingendo di sistemarsi i capelli.

Era diventato quasi un gioco. Si studiavano più da lontano che da vicino.

Poi si incontrarono sulle scale, mentre entrambi scendevano al piano inferiore.

«Sei bellissima!» disse Alfonso.

Letizia sorrise.

«Anche tu non sei niente male.»

Gli abiti li rendevano ancora più eleganti, ma entrambi sapevano che ciò che li attirava l'uno verso l'altra non aveva bisogno di seta, di taffetà o di scarpe eleganti.

Bastava uno sguardo.

Durante il pranzo, però, qualcosa cambiò. Enea raggiunse il tavolo di Alfonso. Aveva già bevuto qualche bicchiere e diede voce ai propri pensieri.

Cominciò a rimproverare il figlio per essere stato poco vicino al fratello, per non essersi comportato come un membro della famiglia durante la cerimonia, per essere rimasto troppo in disparte.

Alfonso, sulle prime, non gli diede peso. Ascoltò in silenzio, cercando di lasciar correre.

Ma Enea continuò.

Le parole, una dopo l'altra, finirono per toccare un punto che Alfonso evidentemente non riusciva più a sopportare.

La discussione si concluse, ma la tensione rimase.

Per quasi mezz'ora Alfonso cercò di riprendersi. Poi cominciò a respirare con difficoltà.

Maria se ne accorse per prima.

«Alfonso...»

Lui si alzò lentamente dal tavolo.

«Ho bisogno di allontanarmi.»

Maria lo seguì immediatamente.

Letizia rimase qualche istante indecisa, poi si alzò a sua volta.

Alfonso fu accompagnato in una stanza più tranquilla, dove si distese su una poltrona reclinabile, in una posizione che gli permetteva di respirare meglio e di non peggiorare la tosse.

Per un'altra mezz'ora rimase in quelle condizioni.

Maria si procurò il farmaco che Alfonso assumeva e che non aveva portato con sé, insieme a tutto l'occorrente.

Letizia rimase accanto a lui.

«Non te la prendere, Alfonso. Dopo una giornata così, tra ansia e stanchezza, basta poco perché le persone perdano la misura.»

Alfonso la guardò.

Aveva capito perfettamente che Letizia si era resa conto del motivo della sua crisi.

Evitò di rispondere. Aveva bisogno di risparmiare il fiato e, soprattutto, di calmarsi.

Letizia continuò a parlare al posto suo.

«Spero soltanto che non abbiano preso male il fatto che eravamo seduti vicini. La gente fa presto a fare due più due.»

Alfonso sgranò gli occhi.

Quella frase sembrò restituirgli improvvisamente un po' di forza.

«Niente e nessuno può sgridarmi in quel modo. E per nessun motivo. La gente deve imparare a rispettare le idee, le opinioni e i sentimenti degli altri. Punto.»

Letizia lo fissò.

In quelle parole c'era più di quanto Alfonso avesse detto.

Quando Maria tornò con il necessario, Letizia si allontanò.

Si incamminò lungo il viale, lasciandosi alle spalle il rumore del ricevimento.

Da quando era arrivata alla tenuta erano cambiate troppe cose.

Forse non si era resa conto di aver innescato situazioni, aspettative e pensieri negli altri. Forse, soprattutto, non si era resa conto di ciò che stava accadendo dentro di lei.

Era quello a spaventarla. Si fermò per qualche minuto e respirò profondamente. Quella sera sarebbe partita. Non voleva restare un minuto di più.

Quando tornò al tavolo, cercò di comportarsi normalmente. Sorrise, partecipò alle conversazioni e finse che tutto fosse come prima. Ma aveva già preso la sua decisione.

Ormai erano arrivati ai saluti. Tra bomboniere, baci e abbracci, gli sposi salutarono gli invitati prima di ritirarsi.

Letizia aspettò quasi fino alla fine, poi si avviò verso casa con la scusa di prendere un po' d'aria.

Si fermò qualche minuto lungo il percorso, lasciando che la famiglia avesse il tempo di raggiungerla.

Fortunatamente poteva accedere alla propria camera anche dal terrazzo, attraverso il balcone che fungeva da ingresso secondario.

Appena entrata, tirò fuori la valigia. In pochi minuti infilò dentro le sue cose. Si tolse l'abito elegante e indossò qualcosa di più comodo. Quando ebbe finito, scese dagli altri e annunciò che sarebbe partita quella sera stessa.

Inventò una motivazione plausibile e non si lasciò convincere dai loro tentativi di trattenerla. Non comprendevano quella partenza improvvisa.

Letizia tornò in camera a prendere la valigia e, dopo aver ringraziato tutti per l'accoglienza, uscì ad aspettare il taxi.

La cosa che più la colpì fu che Alfonso non uscì a salutarla. Non lo vide attendere il taxi. Non si offrì nemmeno di accompagnarla.

Per un istante si sentì ancora più convinta della propria decisione. Scendendo verso la stazione, però, sentì una strana sensazione.

Quei giorni alla tenuta Varriale avevano cambiato qualcosa dentro di lei. Ora era disorientata. Non sapeva più bene chi fosse.

Quella che doveva essere soltanto una vacanza si era trasformata in una prova molto più difficile di quanto avesse immaginato.

Il taxi si fermò davanti alla stazione. Per un attimo non riuscì a credere di essere arrivata fin lì.

Forse, in fondo, era stata quasi mandata via. Ma forse era meglio così. Non voleva patemi.

Trascinava la valigia a malavoglia, con lo sguardo basso.

Fu proprio prima di entrare in stazione che lo vide.

Alfonso era davanti a lei.

Sembrava aspettarla da tempo.

Aveva le mani in tasca, con un altro abito e lo sguardo serio, quasi torvo.

Letizia si fermò.

«E così te ne saresti andata senza nemmeno salutarmi?»

«È tempo che io parta. Hanno bisogno di me.»

«Non hai risposto alla domanda.»

Fece qualche passo verso di lei.

«Te ne saresti andata così? Quasi scappando?»

Letizia strinse la maniglia della valigia.

Per qualche secondo rimase in silenzio.

Poi esplose:

«Cosa avrei dovuto fare, eh? Avete visto come mi avete assalita con gli sguardi alla festa? Sembrava che fossi colpevole di qualcosa!»

Alfonso abbassò la voce.

«Il mio sguardo ti ha assalita?» Non c'era rabbia nella domanda. Solo dispiacere. Quasi una supplica.

Letizia lo guardò e sentì che avrebbe potuto dire molte cose.

Avrebbe potuto spiegargli che non era soltanto il suo sguardo. Erano quelli di tutti. Le mezze frasi, i sorrisi, i sospetti.

Ma non voleva innescare altre reazioni. E soprattutto non voleva ferirlo ancora. Abbassò gli occhi.

Alfonso capì. Non disse altro. Raccolse la valigia e si incamminò con lei verso il binario.

Sedettero sulla panchina, uno accanto all'altra. Il silenzio vinse su tutto ciò che entrambi avevano dentro.

Per qualche minuto nessuno dei due parlò. Sembrava che qualsiasi parola potesse peggiorare la situazione.

Letizia frugò nella borsa e tirò fuori un biglietto da visita. Glielo porse.

«Dallo anche ai tuoi genitori. Non ho lasciato nessun mio recapito.»

Alfonso lo prese. Non rispose. Lo tenne tra le dita e rimase nella stessa posizione, lo sguardo fisso davanti a sé. Poi Letizia si voltò verso di lui.

«Che cosa hai?»

Alfonso fece un respiro profondo.

«Dopo una bella giornata come quella di oggi...» disse piano. «Salvo l'inconveniente con mio padre, non immaginavo di concluderla così.»

Letizia lo guardò.

Aprì la borsa ancora una volta e ne tirò fuori alcuni fogli.

Glieli porse.

«Ho scritto alcune cose di questi giorni.»

Alfonso li prese, sorpreso.

«Magari ti piacerà rileggermi.»

Per un istante sorrise.

«Grazie di tutto.»

Poi aggiunse, quasi per scherzare:

«Ah, non lasciare in giro queste pagine. Altrimenti diranno altro sul nostro conto.»

Alfonso abbassò gli occhi sui fogli.

Avrebbe voluto rispondere qualcosa.

Non trovò le parole.

In lontananza si sentì il rumore del treno.

Quando arrivò, entrambi si alzarono, si incamminarono rapidamente verso lo scompartimento assegnato a Letizia.

Alfonso le prese la valigia e gliela sistemò sotto il sedile.

«Allora...»

Lei si voltò verso di lui.

«Allora.»

Sembrava che dovessero dirsi qualcosa.

Qualunque cosa.

Ma nessuno dei due riuscì a farlo.

Letizia salì sul treno.

Alfonso la salutò dalla banchina.

Poi fece qualche passo indietro.

Sembrava aver deciso di lasciarla partire.

Ma si fermò.

Tornò verso il vagone e risalì.

Letizia lo guardò sorpresa.

Alfonso si avvicinò.

Per la prima volta non cercò una frase intelligente, né una spiegazione, né una scusa.

La baciò.

Fu un bacio breve, improvviso, quasi timido.

Ma vero.

Letizia non se lo aspettava.

Quando Alfonso si allontanò, nessuno dei due disse niente.

Lui scese dal treno.

Lei rimase sulla porta dello scompartimento.

Si guardarono.

Il treno cominciò lentamente a muoversi.

Alfonso rimase fermo sul marciapiede mentre Letizia lo seguiva con gli occhi.

Poi la distanza aumentò.

Continuarono a guardarsi finché fu possibile.

Infine il treno scomparve.

E a ciascuno rimase la sola verità.


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