Vivere fino all'ultimo respiro



Scegliere di morire deliberatamente è un gesto estremo che lascia sgomenti. Per metterlo in atto richiede una volontà e una forza. Il Cristianesimo condanna il suicidio con il quinto comandamento: non uccidere. San Tommaso d’Aquino ne spiega le motivazioni: si pecca contro se stessi, contro la società e contro Dio. La religione e la legge non bastano, però, a evitarlo. Il suicida attraversa un tormento interiore cui non sa dare una risposta. Ci vorrebbe una forza contrastante pari a quella che l’ha provocato per evitarlo. Un amore finito, un dolore inconsolabile, una sconfitta non accettata, un male fisico che divora le forze e l’animo possono diventare promotori di azioni nefaste. Una debolezza mentale che fa sragionare porta agli stessi esiti. E’ proprio la perdita di senno, in preda alla disperazione, a dettare il gesto. Non sempre ci si accorge dei mali che affliggono gli altri, anzi, di solito, si tende ad allontanare le persone deboli. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele definisce il suicidio come un’offesa nei confronti degli altri. E se da una parte i Greci lo tenevano in pessima considerazione, dall’altra lasciavano all’individuo decidere della propria vita. Il primo suicidio avviene in Sofocle con l’Edipo re, dove Epicasta, madre e moglie del re, si toglie la vita per non sopportare l’avvenuto incesto. La tragedia di Sofocle gravita intorno a “un uomo eroico nella sua essenza d’infelicità”. L’uomo, nella sventura, mantiene intatta la nobiltà.

 

I Romani davano al suicidio una veste d’onore, un modo coraggioso di finire la vita soprattutto quando era in gioco la propria virtus. Dante, nel tredicesimo canto della Divina Commedia, pone i suicidi nel settimo girone dell’Inferno. Sono anime imprigionate negli alberi per aver lasciato violentemente il proprio corpo. Le Arpie che si nutrono delle piante, strappando i rami degli alberi, procurano sofferenza ai dannati che si lasciano andare a lamenti e parole: “Perché mi scerpi? Non hai tu spirto di pietà alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi”. Shakespeare infligge questa pena a molti dei suoi personaggi, grandi e piccoli delle sue tragedie come extrema ratio a una solitudine indicibile. Così per Otello, Macbeth, Ofelia, Marco Antonio, Bruto, Giulietta, Romeo. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, romanzo epistolare pubblicato nel 1801, il protagonista, nelle missive all’amico Lorenzo Alderani, parla del suo amore impossibile per Teresa che è andata in sposa a Odoardo e della delusione per il trattato di Campoformio nel 1799, con cui Napoleone cede Venezia all’Austria. Jacopo è spinto verso la morte da una tensione distruttiva che lo conduce alla rottura di ogni rapporto col mondo. Già prima, nel 1774, Goethe aveva dato alle stampe il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther in cui il protagonista si toglie la vita per amore di Lotte, la sua Charlotte che è promessa ad Albert, quanto basta per scatenare la gelosia di Werther. Qui non c’è riferimento politico ma la delusione amorosa porta alla tragedia. Il libro ebbe ripercussioni notevoli con un aumento di suicidi in quel periodo tanto da ritenere il testo pericoloso. L’autore cercò di arginare il fenomeno apponendo un’avvertenza «Sii uomo e non seguire il mio esempio». Aggiunse anche una nota dove si affermava che il protagonista soffriva di depressione. La letteratura segue i suoi canoni, la realtà, le tempeste della vita. E non basta approfondire clinicamente con un’anamnesi del soggetto per prevenire le mosse di un presunto suicida. Così come le sue fragilità possono presentarsi impercettibili e silenziose con momenti d'isolamento senza che gli altri se ne accorgano. Ci sono poi implicazioni caratteriali, culturali, di storia familiare che sono imprescindibili per definire il caso. Anche una conoscenza approfondita dell’ambiente intorno, delle persone e dei loro atteggiamenti, con le loro azioni e reazioni può indurre la persona debole a simulare gli avvenimenti che succederanno e, non sopportandolo, finire nel vortice della propria fine. Il sociologo francese Emile Durkheim afferma che l’insieme dei suicidi, verificatosi in una data società e in un determinato arco di tempo, non sia una semplice somma di unità indipendenti, bensì un fatto sui generis, con una propria natura essenzialmente sociale, indipendente dalle decisioni individuali delle persone che si suicidano: «ogni società è predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie» Sono tre per il sociologo i tipi di suicidi: quello altruistico quando l’individuo antepone regole, valori morali e gruppo di appartenenza alla sua esistenza; anomico quando la società non può offrire norme morali coerenti e ben strutturate nei periodi di crisi e cambiamenti sociali; egoistico quando l’Io prevale sulla società per una debole integrazione. E’ stato dimostrato, da un rapporto dell’OMS, che le persone che si sono suicidate si erano rivolte, nelle settimane precedenti al gesto, al proprio medico o ai servizi. E’ questo il momento in cui agire e dare alla persona che si sente senza speranza il sostegno di cui necessita. Già il fatto di condividere le proprie idee riduce l’ansia e favorisce la possibilità di trovare una soluzione. Chi sta intorno alla persona ha la responsabilità di agire e trovare il tempo dell’ascolto, indispensabile come quello di raccontarsi per liberarsi dalle tensioni. Dare ascolto e riceverlo sono due momenti fondamentali in ogni relazione. “E la natura, si dice, ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una lingua sola, perché siamo tenuti più ad ascoltare che a parlare - afferma Plutarco nella sua opera L’arte di ascoltare. - Molti sbagliano perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare”. Il neuropsichiatra Eugenio Borgna afferma che per tanto tempo si è relegato il suicidio nella follia, come non volendo saperne nulla, come negandone ogni senso. Non tutti i suicidi, dice Borgna, sono riconducibili a malattia mentale. Piuttosto a una strutturale mancanza di speranza, non conosciuta, non incontrata in famiglia, a scuola, tra gli amici. Speranza che non è da confondere con un ottimismo, che potrebbe anche essere vano. Speranza, disse Kierkegaard, è “passione del possibile”, apertura a un futuro che non conosciamo e spesso indipendente da noi. Ma la speranza per Eugenio Borgna è anche un dovere verso l’altro, in una dimensione necessariamente di comunione: «Abbiamo l’obbligo morale di non lasciar morire la speranza in noi per farla rinascere in chi l’abbia perduta, e in questo senso la speranza ha un valore rivoluzionario: ci inquieta, ci libera da pregiudizi che non ci consentono di cogliere la realtà nella sua spontaneità e nella sua ricchezza umana».

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L'ultimo giorno di scuola

 



La scuola è finita quasi senza accorgercene. Ieri, ultimo giorno, è volato con normalità. In altri tempi, di questi giorni, si facevano progetti per le vacanze, si aspettava di staccare completamente per il meritato riposo. E tra lezioni in presenza e Dad, rientri e chiusure in casa, più che la fine della scuola è parsa una tregua  a una guerra ancora in atto. La stanchezza di questi mesi ci ha fatto perdere le consuetudini precedenti, come se fossimo assorbiti da una normalità apparente, che ci siamo  imposti per non subire contraccolpi. Anche gli alunni mostrano una tranquillità inverosimile nell’ultimo giorno, dovuto forse al carattere intermittente in cui è caduta la scuola. Durante quest’ anno abbiamo assistito a una rivoluzione dentro e fuori l’aula. L’utilizzo del computer in classe, visto come un elemento costante e imprescindibile di didattica, la collaborazione dei genitori, l’ingresso giornaliero dei docenti nelle case degli alunni e la conoscenza di ritmi e stili di vita delle famiglie, la solidarietà per una migliore collaborazione tra le parti, ha fatto scoprire aspetti prima sconosciuti. Siamo ancora stanchi delle ore passate davanti al freddo schermo in cui volevamo incorporare pedissequamente le lezioni strutturate come in classe. Lo schermo ha trattenuto le nostre forze e ci ha impedito il movimento procurandoci anche tanti malanni. La scuola è entrata in un’altra era. Abbiamo approntato nuovi metodi e strategie d’insegnamento grazie alla tecnologia. Il computer è entrato in classe mentre solo pochi mesi prima sembrava che il telefonino usurpasse la serenità della scolaresca.  Una volta l’insegnante era alle prese con i registri cartacei, oggi esce dall’aula col computer. E’ diventato un fedele segretario, che immagazzina dati in tempo reale.  Gli alunni seguono tutorial, guardano film, ascoltano lezioni e musica. In un anno abbiamo sviluppato potenzialità che prima credevamo appartenessero a un lontano futuro. Nell’ultimo giorno, tra una correzione e l’altra, mi giravano in mente le ultime pagine del libro Cuore,  apponendo al modello di scuola di oggi, quello di più di un secolo fa. Quest’anno le pareti delle aule non hanno visto un cartellone né una cartina geografica, lasciando uno spazio interno minimalista. Pareti spoglie, sussidi lasciati a casa, armadi col minimo indispensabile. Via i mappamondi, i cartelloni che riprendevano lezioni effettuate, aule scarne: solo cattedre, banchi e lavagne, poi nulla. Quando andavo a scuola io, l’aula era una casa arredata e in cattedra, tutte le mattine, c’erano pure i fiori, alle pareti i nostri lavori, in bellavista le cartine. Le sedie malmesse, tanto da recare sempre qualche graffio alle gambe o smagliatura ai calzettoni, e i banchi, con buchi e screpolature, davano all’ambiente un’aria vissuta. Forse l’ultima pagina di addio del libro Cuore mi è giunta per questo ricordo. Eppure, nell’imprevedibilità delle nostre giornate scolastiche di oggi, la didattica non ha subito alcun arresto, pur con tutte le difficoltà incontrate, pur continuando a ripetere il rituale ritornello di parole come distanziamento, igienizzare, tirare su la mascherina, disinfettare. Osservavo gli alunni con quanta disinvoltura adesso portano la mascherina, con quanta abilità la cambiano se si sporca o cade, come igienizzano o lavano le mani. E’ stato un ultimo giorno di un lunghissimo anno, in cui abbiamo vissuto con paura, tensione e preoccupazione. La scuola cambierà, se non è già cambiata. Nuovi attori hanno reso la scena più corale rispetto a una volta. Quante volte ho visto la fine di un anno scolastico da docente, tante da poter dire che quest’anno non si avvicina a nessun altro. Una volta ci si salutava, ci si abbracciava, effusioni che non possono più esistere. La preoccupazione di ammalarsi ci costringe a tenerci lontano. Siamo entrati in un’altra epoca anche per i rapporti: più formali e meno calorosi. Ognuno rientra nel proprio spazio, nella propria isola in cui crede di stare al riparo. Ma lì siamo anche più spaventati. Gli alunni, invece,  non hanno perso l’entusiasmo, né la voglia. Stare a loro contatto aiuta a uscire dalla solitudine in cui siamo caduti. Quando la scuola è rimasta sola, il cancello ha chiuso i battenti e il silenzio ha avvolto lo spazio antistante l’edificio, ho guardato il salice che reclinava i rami a terra e mi sono identificata in quell’immagine. Ogni anno finisce un’epoca, ogni anno porta via cose che non torneranno più. E quello che si è appena concluso è un anno che vorremmo dimenticare. Ho pensato anche che sarebbe stato meglio se, al posto del salice, avessero piantato un pino, si sarebbe stagliato al cielo e sarebbe apparso alto e vigoroso infondendo un coraggio maggiore. Ma non basta un albero a scacciare un anno come quello appena passato.


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Espressione sempreverde



La lingua napoletana ha una cadenza particolare: nella pronuncia le parole sono prive di vocali finali mentre ritornano nello scritto. La sua inflessione, a chi non è avvezzo ai suoi termini e modulazione, la rende grossolana. Ma ogni buon napoletano sa parlare correttamente l’italiano. Ogni buon napoletano, d’altra parte, cade nella tentazione di usare espressioni della  lingua nativa come se non potesse farne a meno, consapevole del fatto che non troverebbe in nessun’altra lingua termini così appropriati per ogni situazione. Tra queste l’espressione “Azz”. Quando vedo queste tre lettere sul display del cellulare, o pronunciate con una certa disinvoltura, resto basita. Come se in un battibaleno tutta l’eleganza, la formalità o la buona educazione andassero a finire. Azz è un’espressione di meraviglia, di sorpresa, roba da non credere. In italiano potrebbe significare cavolo, accidenti, non ci posso credere, mamma mia, tutte intercambiabili ma che non traducono mai il senso di Azz napoletano. E non pensiate che derivi dall’altra parola napoletana c*** fin troppo abusata, menzionata da uomini e donne indistintamente, che fa tanto volgare e cafone, ma che nessuno evita di pronunciare, per quel senso di liberazione che dà quasi fosse uno scacciapensieri. Detto questo, l’espressione Azz, secondo quanto spiegato da più parti, deriva dal tedesco “Ach, so!” ed è un’espressione che risale alla seconda guerra mondiale. Secondo altri viene assimilata dai dialetti meridionali a seguito della presenza degli austriaci durante il triennio in cui il Regno di Napoli fu viceregno austriaco, all’inizio del 1700. Sicuramente deriva da contatti con la lingua tedesca. All’inizio “Ach, so!” divenne Azz con un o finale, e tra le tre lettere e la o c’era una pausa, tradotta poi   in napoletano Azzò. Oggi vige la forma più breve Azz calcando la voce sulle due zeta quasi a quadruplicarle e con accento eccessivo sulla a. Ma la cosa più sorprendente è che è stata trasformata in un’espressione tutta nostrana come se non derivasse da altra lingua. E’ un complesso di cose, un modo di esprimere stupore, un dire caspita e tanto altro, una forma di meraviglia ma anche di sarcasmo, di essere presi in contropiede. La meraviglia tedesca è misurata, semplice, il nostro Azz è esagerato, amplificato, un compendio. Resta il fatto che inserendola come intercalare in un discorso sa di poco elegante, di inopportuno. Ma nessun napoletano se ne priva, è una sorta di liberazione cui tutti ricorrono. In chi la pronuncia prevale non tanto lo sbigottimento quanto il dispiacere di privarsi di ciò che apprende dall’altro. Per dire: “Hai capito un po’? E perchè io no?”. Si legge sgomento e stupore ma anche un tantino di invidia, di rammarico, di dispiacere. Sarà anche una parola di derivazione tedesca ma la bravura nel pronunciarla e nel conferirle un valore forse del tutto diverso da quello iniziale è  napoletana. Così siamo giunti ad accettarla come una sorta di esclamazione alla stessa stregua di tutte le altre, perdendo anche quel tanto di volgare.


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Fedor Dostoevskij: l'uomo del sottosuolo

 

Dostoevskij è uno dei più grandi autori della letteratura mondiale. Tutte le sue opere sono uno studio approfondito dell’uomo. Le pagine dei suoi romanzi si presentano a noi come spilli che pungolano, alcune ci strattonano fino a farci cadere, altre rovistano il nostro animo mettendolo a soqquadro.

Fedor Dostoevskij nacque nel 1821 a Mosca, in una famiglia in cui si respirava un clima autoritario. Pur dedicandosi alla carriera militare, i suoi interessi erano rivolti alla letteratura. Nel 1841, appena promosso sottotenente, decise di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. In seguito, accusato di partecipare a una società segreta, fu condannato al patibolo nel 1849, da cui fu sottratto dallo zar Nicola I che gli inflisse come pena i lavori forzati a Omsk, in Siberia. In quel periodo ripresero le sue crisi epilettiche. Il primo attacco arrivò dopo la morte del padre nel 1839. Intanto, aveva già scritto Povera gente nel 1846, Il sosia nello stesso anno e Le notti bianche nel 1848. Il romanzo che scava l’essere nelle sue profondità è Memorie dal sottosuolo del 1864. Il sottosuolo è l’abisso della coscienza, dove l’uomo è piegato da una sofferenza. In quel sottosuolo avviene una lotta furiosa tra principio negativo e positivo. L’uomo vive così nella tana della sua coscienza come uno scarafaggio. Si servì di questa metafora prima ancora di Kafka che, nel racconto Le Metamorfosi, trasforma il protagonista Gregor Samsa in uno scarafaggio. Freud non era ancora nato, bisogna aspettare il 1856, e L’interpretazione dei sogni fu pubblicata solo nel 1899,  ma Dostoevskij analizzava già l’animo umano in ogni suo meandro. La malattia di cui soffre l’uomo del sottosuolo è l’ipertrofia della coscienza. Che cosa fa l’uomo, raccolto in se stesso, se non rimuginare, considerare le parti del suo pensiero, individuare il bene e il male e, pur riconoscendolo, trovare sempre una giustificazione per andare al di là dell’evidenza. I ragionamenti portano a niente e l’unico ragionamento valido è il gesto. Ma il gesto non ha alcuna giustificazione, quella resta in noi. Il sottosuolo dell’uomo è dato dalla società e, al suo interno, ogni fallimento è riconducibile alla famiglia. La colpa peggiore del sottosuolo è di non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Con Delitto e castigo, del 1866, assistiamo alla messa in scena dell’uomo in tutta la sua grandezza e bassezza. Il protagonista, Raskolnikov, si convince che è giusto uccidere l’usuraia Aljona, perché un essere inutile. Ma con lei deve uccidere anche sua sorella Lizaveta, Un delitto che mette in subbuglio l’animo del protagonista. La difficoltà di leggere Dostoevskij è stare di fronte alla pagina da soli.   Lì c’è il nostro sottosuolo, il taciuto, il pensato e quello che poi non facciamo o facciamo e di cui non ci assumiamo le conseguenze. In un momento ci porta alle stelle e in un altro ci fa sprofondare.  Con Dostoevskij cerchiamo di sondare i nostri abissi che non finiscono mai di meravigliarci. Come arriva l’autore a conoscere così bene l’animo umano? Durante gli anni di prigionia in Siberia non poteva né scrivere né leggere, gli unici libri a disposizione erano i Vangeli. Dalla loro lettura capì che la fede è l’unica cosa che ci trasforma. Ma l’uomo è mosso solo da un gesto utilitaristico e in completa libertà. Ed è con la trasvalutazione di tutti i valori che Nietzsche è vicino a Dostoevskij. Riconosce in lui “suo fratello di sangue” con una critica ante litteram a se stesso, giustificando la concezione utilitaristica in quella del superomismo, cioè della libertà assoluta. Raskolnikov è il critico di se stesso quando percepisce di aver commesso un gesto abominevole. La centralità del romanzo è nel nichilismo di quest’uomo che assume diverse maschere e, assumendole, ha orrore della sua vita.  Delitto e castigo è un romanzo filosofico poiché concentra le teorie del nichilismo, dell’utilitarismo e del superomismo, ma poi, una volta in scena il protagonista se ne stacca e le giudica. Ed è un romanzo criminale, con un delitto, un colpevole e un movente.  Ma al di sopra di ogni concezione c’è il peccato. Il criminale trasgredisce alla legge, mentre il peccatore obbedisce alla coscienza, alla legge del suo cuore che non mente a se stesso prima ancora di non uccidere.  Raskolnikov prima ancora che un criminale è un peccatore che raggiunge il livello più alto mentendo a se stesso. Quando si mente a se stessi si è pronti a qualsiasi infamia.  Aleggia in tutto il romanzo un’ombra costante, un peso che incombe su tutti i personaggi, per concludere che la condizione umana è quella di sostare nel peccato. Ed è questa l’unica consapevolezza possibile, quella di aver perso anche il significato del peccato. E’ un lungo percorso che l’autore intraprende nelle sue opere a cominciare da Povera gente fino ai Fratelli Karamazov. Quest’ultimo romanzo è il capolavoro di Dostoevskij, scritto tra il 1878 e il 1880. E’ la storia di quattro figli nati da madri diverse e il loro rapporto con il padre, ma è anche la storia di un parricidio. Nel romanzo una pagina importante è la La leggenda del grande Inquisitore, in cui la domanda “Come possa un perfido animale, l’uomo, concepire l’idea di Dio”, diventa l’asse portante del romanzo. Ogni riflessione di Dostoevskij è riconducibile a quest’affermazione. L’autore è ossessionato da come Dio vive nell’esperienza dell’uomo e soprattutto si lamenta del libero arbitrio che gli ha concesso.

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Leonardo: genio incompreso




Non eravamo abituati a vedere un personaggio della grandezza di Leonardo trasformarsi in un beniamino da fiction come ormai tutto diventa in Tv. Stiamo parlando di un genio, nato nel 1452 a Vinci, nei pressi di Firenze, che sin dalla tenera età mostrò di avere qualità e capacità fuori dal comune. Leonardo nacque in un’epoca in cui l’Italia era formata da Stati sempre in lotta tra loro. A quel tempo le arti erano in piena fioritura, in un fermento che poneva attenzione alla vita terrena e mondana. Una trasformazione sociale e culturale che prende il nome di Rinascimento, termine col quale si vuol racchiudere una serie di fenomeni dei secoli XV e XVI. Mettere su una serie televisiva e tracciare più che la biografia di un personaggio, unico tra l’altro, l’indole di un uomo lontano da ciò che abbiamo letto nel Vasari e di altri autori che ne hanno parlato, lascia qualche delusione. La serie è prodotta da cinque paesi tra cui l’Italia. Ci si aspettava di vedere fedeltà al genio e di divulgare la sua grandezza così come la sua personalità. Ma nell’ansia di cogliere quello che nemmeno si conosce di Leonardo si è presentato un uomo ibrido che per un verso rievoca l’aspetto artistico del genio e per un altro lo confonde, finendo per occultare il certo per aver romanzato l’incerto. Parliamo dello stesso genio che ha dipinto la Gioconda, o Dama con l’ermellino, L’ultima cena, La vergine delle rocce, solo per menzionare alcuni dei suoi capolavori e davanti ai quali siamo colti da stupore per tanta perfezione. Secondo Antonio Forcellino, autore del saggio Leonardo: genio senza pace, l’artista era una sorta di rock star del suo tempo, alla stessa stregua di Elton John oggi, che vestiva in modo eccentrico ed elegante da far impallidire un principe. Di carattere molto amabile, curioso, investigativo, buono, arguto, gran conversatore. Ma non sembra che queste siano le caratteristiche del personaggio televisivo. In scena abbiamo un uomo combattuto, indeciso, per certi versi indifferente, per altri sfrontato. Si finisce per eccedere o mancare nell’intento di definire il carattere di un Leonardo moderno. Allo stesso tempo si dà ampio spazio a un personaggio marginale come Caterina da Cremona, modella a suo tempo, facendola assurgere al ruolo di 

coprotagonista. Molti aspetti non si chiariscono né si definiscono. La parte romanzata è supportata da riscontri storici, quando il romanzo non basta a sostenere il personaggio. Leonardo non si presta a mezze misure, è completamente assorbito da ciò che fa e che è. Geniale fino al midollo, come pittore, architetto, ingegnere, botanico, medico… Il suo motore è la curiosità che gli apre sempre nuovi orizzonti davanti. Un uomo che amava la vita e ne voleva scoprire il segreto. Anche se gli attori sono bravissimi e pieni di talento, non basta. Troppo moderno per l’epoca e troppo lontano dal vero Leonardo. A questo punto chi non conosce il genio ne avrà una visione distorta vedendolo per la prima volta nella serie, chi lo conosce, potrà apprezzare solo la bravura degli attori e basta. Romanzare le storie affascina, ma non quando siamo davanti a una personalità così complessa. Leonardo è un intoccabile. A un genio tutto è concesso. E se vivesse oggi, sarebbe comunque un incompreso vista la molteplicità dei suoi interessi, gli darebbero sicuramente del tuttologo, un modo per dire che dedicarsi alla pittura, scultura, scienza e quant’altro equivale a non conoscere niente. Ogni suo dipinto è una storia, così ogni sua idea o sua invenzione. Sarebbe stato stimolante approfondire la vita di quest’uomo, assistere ai suoi cambiamenti, nell’epoca in cui viveva senza bisogno di inventare altro per renderlo più attraente. E’ come se volessimo romanzare la vita della Regina Elisabetta o Re Sole, Luigi XIV. C’è così tanto da dire che non si deve attingere alla fantasia, anche quando la realtà, che dovremmo raccontare, non ci piace. E forse è proprio l’eccedenza dei fatti, dei misteri, di quello che non si è mai detto che ha lasciato alla produzione la libertà di inventare e trasformare l’incompreso genio da divino a umano. Ci sono vite che entrano nell’immaginario come sono nella realtà, vere e possibili. E Leonardo lo è stato fino alla fine, quando morì nel 1519 ad Amboise in Francia, tra le braccia del suo grande estimatore, il sovrano Francesco I.

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"Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride".

 


I ricordi sono sempre viziati dalla nostra percezione del presente. Quel che resta d’immutabile è la parte essenziale e incontrovertibile del fatto che si mantiene grazie a qualche elemento che più di un altro si fissa nella mente. Del mio periodo agreste, definisco così quello della mia infanzia, ritornano i colori: il blu, il verde e il giallo, colori primari. Proprio i colori del cielo, dei prati, dei fiori: narcisi, girasoli, margherite. Toglievano il grigio ai giorni noiosi che anche i bambini vivono senza che gli adulti se ne accorgano. Così come ritornano tre elementi fondamentali: l’alveare, il portone e l’arco sotto il quale si trovava il cancello. Tre cose che il tempo non ha mai spazzato via. L’alveare, da cui mi tenevo a debita distanza per la paura di essere punta dalle api ma poi mangiavo volentieri il miele che i vicini mi offrivano. Lo sgranocchiavo tenendolo in mano come una sfavillante tavoletta di cioccolata, andandomene a zonzo per i campi. Il portone di ferro, un rosso scuro sbiadito misto a ruggine, ancora oggi rimasto intatto come l’ho lasciato, rappresenta il confine tra la mia infanzia e l’adolescenza. Oggi quei battenti chiusi hanno il potere di farmi sentire un’esclusa da un’epoca lontana che non ritorna più. Avrò passato gran parte del mio tempo ad aspettare sui suoi gradini. Attendevo sempre qualcuno: i miei genitori, i miei nonni, i parenti, i conoscenti, la processione e anche chi non avevo piacere di vedere. E’ stato lì che ho allenato la pazienza. Quando mi arrendevo, perdevo tutto quello che avevo con cura messo insieme. Ho imparato a riconoscere le emozioni delle persone scorgendole da lontano quando, avanzando verso di me, ne studiavo i volti. Ho imparato a interpretare i toni delle voci, di quello che attraverso la parola viene fuori in base allo stato d’animo. E ho imparato anche a conoscermi sperimentando le mie emozioni quando, analizzando chi si avvicinava, avevo delle reazioni, risposte ai loro modi di interagire con me. Quello spazio tra la soglia del cancello e il viale è stato importante per formare il mio carattere. Mi appollaiavo sui gradini anche solo per riflettere in seguito a una delusione, uno sconforto o per nascondere ciò che non mi andava di rivelare. Solo pochi metri dove la memoria si è attaccata come un animale recalcitrante che non accenna a spostarsi. E poi l’arco al lato destro che legava due strutture. Una sorta di cappello al sentiero che lì si faceva stretto e si fermava davanti al cancello. Al suo apparire da lontano, mi sentivo a casa. In questi momenti di solitudine, persi tra le quattro mura, con la voglia di scappare in riva al mare o in mezzo alla gente, dove il peggiore degli assembramenti sembrerebbe la più bella manifestazione d’affetto, la mente si rifugia in spazi calorosi che solo il ricordo può dare. E lì ho trovato il mio cancello, gli sguardi delle persone, i profumi, gli odori, le cadute dalla bici, i pomeriggi a giocare fino a che il vicolo perdeva luce e calore. A quel tempo, quando non ne potevo più di quello che mi girava intorno, me ne andavo sotto un noce, mi sedevo nel solco intorno al tronco e parlavo all’albero. A pensarci, era una terapia efficace: raccontavo ad alta voce ciò che era accaduto e aspettavo un feedback dell’albero. E il segnale puntualmente mi arrivava con un mallo pesante che mi cadeva in testa, quattro foglie che arrivavano al suolo svolazzando per l’aria, una brezza leggera tra i rami.  E chi meglio di un albero può esprimere un giudizio sugli uomini? E’ solido, fermo, imperturbabile. Scaricata la tensione, ero come nuova. Stamattina, al risveglio, pensavo all’albero sotto cui mi ritiravo allora per quattro chiacchiere. Ascoltava senza giudicare, partecipava senza interrompermi, comprendeva senza distorcere ciò che gli raccontavo. Una volta una lettrice mi scrisse dicendo che ero presuntuosa a sostenere di amare Avigliano più di chi ci abita oggi. Il mio era solo un modo di far capire l’importanza di Avigliano nella mia vita: rappresenta la mia infanzia.  Sono ricordi di cose perdute, di cui non mi resta più niente ed è proprio per questo che la mente trova continuamente pretesti per farli riaffiorare. E poi i luoghi non sono proprietà private, siamo noi che li carichiamo di significato con il nostro vissuto. Sono continuamente riportata a quel passato in modo involontario. Avigliano è e resterà il mio luogo, unico, e non credo che questo tolga qualcosa a chi ci abita. E come diceva Orazio “Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride”.

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Vita da bar

 




Qualche giorno fa mi sono fermata in un bar sul lungomare. Con me un tablet e un quaderno. Non sono avvezza a girare per la città, né a prendere il caffè al bar. Avevo solo bisogno di quattro passi in preda al l’ansia di un nuovo confinamento a casa. Dalla vetrata del bar, subito mi sono immersa tra le palme e i passanti del lungomare. Per strada poca gente, oltre, una visuale sgombra e chiara, con il sole che creava bagliori fosforescenti. Il bar non è il luogo  più adatto a scrivere: gente che entra ed esce, rumori, voci, registratore di cassa. Non è il massimo per tranquillità e concentrazione ma un modo piacevole di aprirsi alla giornata. Lì, davanti alla mia tazza fumante, con una strepitosa prospettiva oltre la vetrata, le idee che cominciano a fermentare, mi sono sentita a mio agio. Sorseggiavo e pensavo ai caffè della nostra vita: a quelli che ci hanno tirato su, altri che ci hanno impedito di pensare, alle pause che ci hanno regalo, le chiacchiere e confidenze in sua compagnia, una sorta di forza che allevia ogni fatica. Sobbalzo ad ogni caffè che scorre sul bancone, agli scontrini e alle monete che volano alla cassa. Mi distraggo a guardare i baristi, così sorridenti di buon mattino, che sbrigano fischiando, canterellando, sempre con parole gentili in bocca, magari restassero così fino a sera!  Difficile anche non naufragar nel mare delle cassatine e prussiane che dalla vetrina mi invitano come un incantatore di serpenti. Un profumo di babà mi stordisce, ma non mi  lascio sedurre. In due minuti metterei un bel po’ di calorie senza aver saziato la mia voglia di dolce. Scrivere, a questo punto, sembra una missione ardua. La soluzione è scegliere un punto fuori cui guardare, allontanando da me ogni tentazione e frastuono di tazze e cucchiaini, tenendo lontano dagli occhi fragranti cornetti e sfogliatelle frolle e ricce. Ci provo, ma non riesco a liberarmi dei profumi. Poi mi è parso di farcela puntando al costone di Faito e da lì all’orizzonte. Quando ero bambina, l’altro lato del mare per me era l’America. Da qualsiasi punto guardassi, dicevo: “Ecco l’America”. Era stato mio padre a farmelo credere, quando una volta accompagnammo al porto di Napoli una sua zia che partiva per il continente. Al ritorno, dalle parti di Pozzano, gli chiesi cosa ci fosse là, oltre il mare, dove c’erano quelle infinite luci fioche, intense, grandi e piccole. E sebbene si ergesse il Vesuvio, mi rispose l’America. Ricordo com’ero felice di aver fatto quella scoperta: scrutare il Nuovo Continente al di là del Golfo, proprio come Ciaula quando scopre la luna nella novella di Pirandello.

Intanto le idee per una storia sono arrivate. Riesco a delineare i protagonisti e la trama. Sorseggio, miro in lontananza e scrivo. Nel bar siamo rimasti in due ai tavoli, ora c’era più ordine e meno fragore. Un anziano signore mi distoglie con le sue espressioni dialettali molto colorite. Siede di fronte. Vedendomi scrivere, mi chiede scusa e si gira di spalle, a suo dire per non distrarmi. Gli dico che può restare dov’è, non dà alcun fastidio. Il caffè è finito e chiedo un tè. Osservandolo meglio, è un tipo interessante. Fa proprio il mio caso e decido di inserirlo nella storia. E mentre sono convinta di poter iniziare a scrivere, un pastore tedesco, proprio come Rex, fa in suo ingresso nel bar  al seguito del padrone, raggiungendo subito la mia postazione. Il mio tavolino traballa con le tazze e i piattini come una scossa. E ancora mi strattona, portando il padrone a scusarsi. Rido, perchè Rex mi mancava proprio. Avevo anch’io un pastore che non è più tornato. Questo ricordo vuole che io lo inserisca accanto all’anziano signore. E vista la furia con cui si è presentato, non posso lasciarlo fuori. Rex si mette a cuccia accanto al padrone, un tipo parecchio accigliato, che in due secondi fagocita un cornetto come il lupo fece con Cappuccetto, trangugia un caffè e poi si rilassa.  Ce ne vuole un altro per me, il vecchio di fronte va per un secondo bicchierino, mentre il burbero, un whisky. Appena rivedo il cameriere, gli chiedo anche un cornetto. Il passeggio si è fatto più fitto, le auto sono aumentate. La vita da bar è affascinante e intramontabile, con o senza confinamento a casa. Nessun altro luogo coccola con i suoi profumi, odori, aromi, ricordi, vita. Il bar è l’ambiente giusto per sentirsi insieme anche da soli ed è il posto per stare soli anche in mezzo agli altri. Uscirne è stato tirarmi fuori da un incantesimo.

Intanto i tre personaggi sono entrati nella storia: il vecchio, il burbero e Rex. Al vecchio ho messo accanto il pastore tedesco e ho lasciato solo il burbero. A conti fatti la storia mi è costata: due caffè, un tè, un cornetto e un vassoio di dolci da portare a casa. Certo che la vita da bar costa, ma vuoi mettere? Emana un fascino e un’attrazione  come nessun altro luogo sociale.


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