Metti una sera d'estate con Notting Hill

 

Metti una sera d’estate a casa da sola. La poltrona azzurra di fronte al televisore cinquantacinque pollici, sempre occupata dagli uomini per le partite e la Formula uno, m’invita a sedermi. Sembra quasi di ledere i loro diritti acquisiti con l’abitudine. Ora la postazione è tutta mia. Col telecomando della poltrona nella mano destra, mi metto in posizione comoda, e con quello della tv nella sinistra vado alla ricerca di un film. Mi ritrovo sullo schermo Notting Hill. Un film del 1999 con Hugh Grant e Julia Roberts. L’ho già visto! Mi appresto a sceglierne un altro ma le prime immagini mi catturano, la musica fa il resto, la poltrona mi coccola. Lentamente mi lascio coinvolgere. Parte la prima scena col protagonista che raggiunge a piedi la sua libreria nel quartiere londinese di Notting Hill. William, il suo nome, è separato. Non sa che di lì a poco nel suo negozio entrerà Anna Scott, famosa attrice, alla ricerca di un libro sull’India. E così, pur restando senza fiato, non lascia trapelare alcuna emozione se non dopo, quando la star va via.




Una fiaba moderna in cui un ragazzo, con la sua semplicità, conquista una diva del cinema alla ricerca di normalità per sfuggire alla prigione dello Star System. Il protagonista definisce l’incontro “bello e surreale”. S’incrociano di nuovo in strada e William, sbadatamente, versa sull’abito di Anna un succo d’arancia. Si scusa e la invita a casa sua, a pochi passi da lì, per farle smacchiare la camicia. Lei accetta e quando sta per andare via, lo saluta con un bacio. Il successivo incontro avviene all’hotel Ritz, dove lei alloggia. William si presenta davanti alla sua camera mentre, a sua insaputa, è in atto una conferenza stampa per il lancio del nuovo film. Un imprevisto che induce il protagonista a fingersi corrispondente della rivista “Cavalli e segugi” facendo le sue buone gaffe pur di poter parlare con lei. Qui una scena esilarante. Durante i cinque minuti a disposizione di William per l’intervista, lei si scusa per il bacio a casa sua. Ne scaturisce un nuovo appuntamento. Questa volta William la porta al compleanno di sua sorella. Durante la serata Anna

 mostra la ragazza che è e non la diva, che gli altri riconoscono solo alla fine. La scena più romantica del film arriva dopo, quando, a tarda sera,  invece di rientrare, saltano all’interno di un giardino privato scavalcando il cancello d’ingresso. Quasi una metafora al loro amore nascente di non potersi incontrare per le rispettive condizioni se non forzando le difese che ciascuno si è costruito. Ma il colpo duro arriva per William quando, in seguito, va all’hotel e trova Anna col fidanzato. Qui il sogno s’infrange.

 Giorni dopo, per sfuggire alla stampa, che la insegue per delle sue foto osè messe in giro, Anna ripara a casa del ragazzo. Finalmente si ritrovano. L’idillio dura poco. La stampa prende d’assalto la casa dopo che Mike, coinquilino di William, racconta in giro dove si trova ora Anna. Molto tempo dopo la ragazza ritorna in libreria per ristabilire la pace. William le risponde che ha paura di ferirsi ancora. Lei, consapevole di non poter fare altro, va via. William ci ripensa e si presenta all’hotel, dove Anna ha una conferenza stampa prima di lasciare l’Inghilterra, per chiederle di restare. Lei accetta. La fiaba termina qui e vissero felici e contenti. Resto ancora distesa in poltrona ripensando al “lieto fine”, solo un punto di partenza. Dell’amore attira l’inizio, l’innamoramento, quella fase magica in cui giuriamo che sarà per sempre, riferito allo stato di grazia in cui ci si trova. La vita vera insieme non è ancora iniziata, è tutta da definire strada facendo. E l’unica preoccupazione degli innamorati in questo momento è prolungare l’alchimia del momento. E’ dopo l’incantesimo che arrivano i momenti veri, quelli che mettono alla prova il rapporto. Gli sviluppi si lasciano al futuro, il tempo in cui l’amore cambia e si trasforma. D’altra parte è un bene che ci siano i ricordi della fase migliore a rievocare come tutto è iniziato. Con il pulsante della poltrona mi metto in posizione verticale, la fiaba è finita e vado a letto. E rifletto. E Se William rappresentasse solo un rifugio per Anna? E se il protagonista fosse innamorato più dell’immagine della diva? L’amore non vuole domande, accade e basta. E la fiaba va bene così.

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L’estate dei cani e il ricordo di Billy

 

 




L’immagine dell'auto da cui esce il cane, abbandonato di lì a poco, che tutti abbiamo visto sui media, ha provocato non poca indignazione. Che uomo sarà quello che inganna l’animale chiudendogli la portiera dietro? Con quale animo si appresta a lasciarlo in strada? Se in un primo momento avrà avuto un sollievo per “il coraggio” o per meglio dire per l’infamia, subito dopo avrà provato un senso di colpa. E nonostante questo possa attanagliarlo, non tornerà indietro a riprenderlo. Prevale in lui l’utilità del momento: andare in vacanza libero da ogni incombenza, finanche dal cane. Come se la vacanza fosse il distacco completo dalla vita, la sospensione di ogni nostra connessione col mondo. L’amara verità è che lo stesso uomo (e parliamo di genere umano) che lascia il cane in strada non si farà scrupoli a comportarsi così pure con le persone. Che affidamento può dare una persona del genere? Quale umanità può esserci in lui? Avrà pure cresciuto quel cane, magari si sarà anche divertito con lui e in poco tempo ha azzerato ogni rapporto con l’animale in nome della vacanza. Se abbiamo così bisogno della vacanza da dimenticare chi siamo, non penso che la stessa ci rimetterà in sesto. Prima di abbandonare il cane, assicuratevi del buon funzionamento della vostra scatola neuronale con tanto di sinapsi difettose per non fare, a vostra volta, la stessa fine del cane, relegati in qualche struttura a curarvi abbandonato da tutti. Il cane lasciato per strada farà una brutta fine se qualcuno, mosso a pietà, non gli darà ospitalità. Questa storia me ne riporta alla mente un’altra.

 

Una volta avevamo un barboncino nero, allegro e giocherellone. Si chiamava Billy e viveva in simbiosi con noi. Nulla accadeva senza includere anche Billy. Ovunque andasse la famiglia, c’era anche lui, come un altro figlio. Un giorno accadde che io con le mie sorelle e mia madre uscimmo per compere. Era d’estate, faceva un caldo afoso e con noi venne anche Billy. Tornate a casa a ora di pranzo, decidemmo di andare al mare per un paio d’ore, questa volta lasciando il cane. Sulle prime mia madre voleva portarlo, poi si convinse. Al rientro, aprendo la porta, i nostri occhi non credevano a ciò che vedevano: tutto il corridoio era cosparso dei mille pezzi di sandali nuovi che erano costati tre giorni di ricerca e una cospicua cifra. Non c’era un solo pezzo che si potesse riconoscere. Davanti a noi si apriva un campo di battaglia. Non si erano salvate nemmeno le parti come tacco e suola e niente lasciava intendere che fossero i sandali se non avessi trovato la scatola vuota. Aveva triturato minuziosamente tutto. Mia madre montò una rabbia inverosimile e a quel punto non ci fu verso di farle cambiare l’idea di portarlo via. Quello che vedemmo non ci faceva spendere nemmeno una parola in sua difesa. Più che il lavoro di un cane sembrava quello di una tigre. Così lo portammo in macchina e faticammo molto per strappare a mia madre la promessa che lo avremmo lasciato solo se avessimo visto qualcuno prendersi cura di lui. Impiegammo tre giorni. Quando un signore lo prese con garbo e lo portò via, decidemmo di andare. Ogni pomeriggio tornavamo a controllare se realmente il padrone lo avesse preso in consegna: un lavoro laborioso poiché dovevamo stare distanti con la macchina per non indurre Billy a rincorrerci. Qualche anno dopo, in città, mentre sostavamo davanti alle vetrine, da lontano un cane ci venne incontro: era Billy. Lo riconoscemmo subito. Un momento imbarazzante ed emozionante: lo accogliemmo, accarezzammo, coccolammo senza proferire alcuna parola. Il padrone ci disse che era molto affettuoso, faceva con tutti così. Gli aveva assegnato un altro nome ma quando ce ne staccammo, all’unisono dicemmo “ciao Billy”, spiegando che assomigliava al nostro che aveva quel nome. A quel punto mia madre ebbe un cedimento, voleva andare a riprenderselo, rivoleva il suo cane, ma glielo impedimmo. Quando sentivamo la sua mancanza, andavamo al parco e attendevamo che scendesse se non era ancora lì e lo guardavamo da lontano mentre giocava con i bambini e si divertiva. Abitudine che durò parecchio ma poi decidemmo di finirla, dovevamo pur staccarcene. Il giorno in cui lo incontrammo in strada tornammo a casa piangendo e capimmo che un momento di rabbia non poteva finire così. Se solo mia madre lo avesse capito prima, avrebbe perdonato. Anche in quel caso prevalse la logica: aveva oltrepassato ogni limite e andava punito. La punizione, come accade anche con gli uomini, si ripercuote su tutti e non è mai un metodo educativo vincente. Tutti fummo puniti dal perdere Billy.


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Così siamo (se vi pare)

 

 


Le persone prese individualmente sono tutte amabili, brave, affettuose. Provate a osservarle davanti agli altri in nostra presenza, noterete una differenza notevole: distaccate, lontane da quelle che credevamo. In questa circostanza emerge il loro vero carattere. Come si spiega questa trasformazione? Una forma di difesa o un doppio atteggiamento? Solo poche persone, nel corso della vita, non mutano posizione nei nostri confronti e noi nei loro. Tutte le altre oscillano continuamente tra alti e bassi. Così di quelle che collochiamo in alto, a torto o a ragione, ne giustifichiamo ogni loro ipocrisia. Riusciamo anche ad assumerci responsabilità non nostre. I rapporti scemano senza alcun motivo apparente, lentamente.  Le motivazioni vanno ricercate tra pregiudizi, interessi, cattiva comunicazione, invidia…E succede che molti tramutino nei nostri confronti la loro simpatia in antipatia e viceversa senza spiegarcene il motivo. Il nostro percorso di vita è in continua collisione con gli altri al nostro passaggio e solo dopo, a fatti accaduti, siamo in grado di capire gli eventi. Si sovrappongono interferenze e interpretazioni continue cui diamo un valore sempre soggettivo.

L’altro giorno, tornando a casa, ho fatto questa riflessione appena ho spento il motore dell’auto in garage. Tutto per aver visto un cambiamento di una persona che non riconoscevo più. Nei suoi occhi ho notato qualcosa di diverso dal solito, una sorta di prepotenza mai vista prima. Forse sono stata io a leggere male in quegli occhi trovandomi oggi in una situazione diversa da prima. E voglio continuare a vedere quella persona con gli occhi di una volta, ma non è facile. Ci sono amici che mentre ci trattano in modo fraterno, poi, soprattutto al cospetto degli altri, si comportano con sussiego. A stento salutano, volgono lo sguardo altrove, come se avessero subito un torto irreparabile. E poi ci sono quelli che se non ostentano l’esercizio del loro potere, proprio non sanno vivere. Alcuni scambiano le loro funzioni pubbliche per un fatto privato. In mezzo agli altri prevale il bisogno di apparire, il sottile piacere di mettere in difficoltà il prossimo.

 Il vero rapporto non si rivela quando siamo al cospetto dell’altro e ci diciamo belle parole e tanti bla bla bla. Una persona si conosce meglio nell’esercizio delle sue funzioni, quando può più facilmente calpestare il prossimo. E’ allora che rivela la sua vera personalità. E’ rispettoso? Mostra empatia? Si rende conto delle reali difficoltà in cui ci si trova? Ci dev’essere una corrispondenza tra chi siamo e come ci comportiamo, sempre. Il sopruso è il peggior modo di presentarsi. Spesso si diventa come bandiere al vento. In questi casi tendiamo a giustificare l’accaduto dicendo che abbiamo capito male, che siamo poco attenti alla realtà. Ci sono persone ancora più sottili, fingono in privato e in pubblico nei nostri confronti. In quel caso ogni rilevazione è una bugia. E molti vivono così. Proviamo a giustificarli e peggioriamo la situazione. Può accadere, invece, che gli altri cambino nei nostri confronti volutamente, in quel caso non bisogna farsi troppi giri di mente, vuol dire che non hanno più bisogno di noi e non bisogna darci peso. Sta a noi decidere se attendere che passi il momento o chiudere il rapporto. E nel frattempo possiamo cambiare noi proprio per quello che abbiamo ricevuto. In ogni caso bisogna temperare il cuore con la mente e non lasciarsi trasportare troppo dal sentimento o solo dal ragionamento. Funziona molto meglio la nostra immaginazione che tante congetture. Dove non arriva la logica, funziona il nostro modo di trasformare la realtà attraverso l’arte di vivere.

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Scene da un matrimonio in estate

 


Il bel tempo, le vacanze, le giornate lunghe, la possibilità di stare all’aria aperta, la luna di miele in posti caldi e assolati sono solo alcuni dei motivi per celebrare un matrimonio in estate. Sicuramente ci sono tanti vantaggi ma non per gli ospiti.

 Si sceglie il pomeriggio illudendosi che faccia meno caldo. Ebbene, già all’arrivo davanti alla chiesa, gli ospiti iniziano a lottare col caldo. Pure i grilli e le cicale chiudono baracca vinti da un colpo di sonno. Intanto l’unico vento possibile è quello dei ventagli che si agitano spasmodicamente sotto i menti. I vestiti si attaccano addosso, i capelli perdono tono, la fronte, più che imperlata di sudore, diventa una zuppa. Le donne controllano, specchietti alla mano, la tenuta del trucco, gli uomini vorrebbero sciogliere il nodo “gordiano” alla gola ma la cravatta s’ha da tenere. Così tra una sbirciatina al panorama e un’altra agli ospiti passa il tempo ma della sposa nemmeno l’ombra. Qualcuno azzarda a entrare in chiesa per cercare un po’ di fresco, ma la wedding planner ricorda che non è tempo di sedersi: bisogna attendere la sposa all’esterno. Quando finalmente arriva, dopo più di un’ora di ritardo, parenti e amici, come una fila di condannati in un girone infernale, entrano in chiesa mentre la sposa fa il suo ingresso solo quando tutti sono ai loro posti. Con l’inizio della marcia nunziale partono anche le emozioni: il padre della sposa ha un po’ di tremore, i parenti tra i banchi cominciano a versare qualche lacrima dimenticando che ci si può anche scomporre, il fotografo avanza nella navata centrale come Brancaleone per assalire la poverina di foto ad ogni passo. Per non parlare dello stuolo di paggetti e damigelle, tanti Cupidi appena scesi da un carro, che avanzano correndo e dispensando fiori e confetti mentre i rispettivi genitori, dai banchi, osservano i figli come se stessero sfilando su un palcoscenico.  

L’Ave Maria dà inizio alla santa messa. Le ospiti agitano sempre più i ventagli dando sollievo anche a chi sta loro vicino. La vera tragedia sono le scarpe: non potranno mai essere comode se sono nuove. Le donne con tacco dodici barcollano ma devono resistere, gli uomini camminano come imbalsamati nelle stringhe e tomaie dure che lanciano suoni strani al loro passaggio. L’ascolto della messa è spezzato da pensieri del tipo: quando sarà il prossimo momento per sedersi a dare sollievo agli arti inferiori. Gli sposi, invece, sono ipnotizzati dal sacerdote alle prese con i vari riti. La messa è la parte più difficile da sostenere: il caldo, l’alzarsi e il sedersi a ritmo di ogni cinque minuti, il sacerdote con una filippica senza fine. Spiragli di vento nemmeno a pagarli, nella navata centrale i bambini circolano come le macchinine della giostra e i genitori corrono a prenderli ma dopo due minuti eccoli che partono di nuovo. Intanto con un po’ di sforzo ci si appresta alla fine. Manca l’eucarestia, i confetti, l’applauso, la musica finale con tanto di foto sull’altare, droni sulla testa, calpestii e spintoni per salutare la sposa. L’uscita dalla chiesa è quanto mai un’azione lunga e laboriosa: prima i parenti, poi gli sposi avanzano lentamente, all’uscita il lancio del riso, gli amici con qualche trovata e infine la fatidica foto sul sagrato della chiesa, tutti insieme appassionatamente. Dopo vari tentativi per trovare la posizione giusta sulle scale, finalmente si giunge a una tregua in seguito ai ripetuti richiami del fotografo. Il clic è fatto e si può sciogliere la compagnia. 

Il caldo va all’assalto: le temperature sono più alte di quando si è entrati in chiesa. Adesso è d’obbligo che gli sposi vadano a fare le foto mentre gli invitati perdono tempo prima di arrivare al ristorante. E dopo un paio d’ore eccoli che arrivano. Ad attenderli la marcia nunziale, il brindisi e l’aperitivo. E sono appena le ore 21. E intanto gli invitati si proiettano già nel giorno dopo, sapendo di fare solo poche ore di sonno, avrebbero poi bisogno di un buon digestivo e magari, se fosse loro concesso, sarebbero lieti di avere un paio di ciabatte, tanto chi li sposta più dal tavolo per la stanchezza. Si avvicina il momento dell’antipasto, forse per le ore 22 ci si fa. Comincia la musica e incalzano i balli. Il caldo si attenua. La sequenza dei piatti è lenta e dopo tre primi siamo appena a mezzanotte. Intanto i capelli andrebbero ritoccati, il trucco è diventato a chiazze, gli uomini cominciano ad allentare il nodo alla cravatta. Il fotografo riprende a scattare a sorpresa, alla ricerca del momento peggiore da ritrarre: bocca aperta, occhi chiusi, mani che gesticolano… E iniziano le chiacchiere, gli spostamenti tra un tavolo e l’altro, gli sposi in giro tra gli ospiti. E partono i ricordi: il giorno in cui è nato lo sposo, quando si è laureato, il primo lavoro. Puntualmente incontri chi non ti aspettavi proprio mentre servono il secondo piatto. Chi dormicchia di qua, chi sbadiglia di là. Si continua con le portate e sei già colmo come una botte. Ripartono le foto a raffica, i droni girano manco fossero su Hiroshima e Nagasaki. Molti si sono ravvivati sapendo di essere ripresi. Siamo appena a mezzanotte e si comincia a ballare, quei balli di gruppo di cui non si conoscono mai i passi ma imperterriti si resta in pista tanto ballano tutti. E non si sa se mangiare o ballare. I nonni si lamentano del chiasso che arriva dalla consolle in un angolo della sala, ma ad abbassare i toni nemmeno a pensarlo. Lentamente si mangia un altro secondo. La stanchezza prende piede, le palpebre avrebbero bisogno dello scotch per essere attaccate: cedono maledettamente verso il basso. La madre dello sposo ti chiede se va tutto bene e tu le rispondi tutto ok all’una di notte. Manca ancora un altro secondo che arriva in calcio d’angolo, verso l’una e mezzo, prendendo tutti alla sprovvista. I tavoli sono diventati depositi o tende d’accampamento: ci trovi di tutto. Molti cambiano posto, perdono i piatti, chi continua a mangiare e chi ha deciso di finire lì la cena.  Parte l’ultimo sforzo e già pensi al digiuno terapeutico del giorno dopo, anche se poi l’indomani mangi più della serata in corso. Quando finalmente alle due e mezzo o giù di lì vedi la torta, felice, credi di apprestarti alla fine. Per niente. Solo per decidere dove posizionarla per le foto, il maitre di sala e i camerieri spendono dalla mezz’ora ai tre quarti d’ora. 

L’aria della notte arriva addirittura a infreddolirti le spalle e vai alla ricerca della giacca perduta, dello scialle che hai in borsa, qualcosa per coprirti. Oltre allo stomaco pieno, anche gli starnuti. Gli invitati ora s’illudono di essere giunti alla fine, ma è solo l’inizio di un altro evento. Ripartono alla carica i droni, il fotografo, lo sceneggiatore, il regista, la wedding planner che non sanno più cosa mettere sui tavoli, dove i fiori, quali pose adottare mentre la platea degli invitati guarda senza credere a ciò che vede: a quest’ora hanno ancora tutta questa forza. Qualcuno batte una pacca sulla spalla per dire, dai che ce l’abbiamo fatta, è finita! Intanto la sposa si è rinfrescata il trucco, lo sposo rimesso in sesto e i parenti vanno loro incontro come usciti da un filtro Instagram tutti sorridenti per sottoporsi ai paparazzi della sala, professionisti e non, mentre tu cominci a perdere colpi e la vista non è poi così nitida come quella delle ore 16, appena dodici ore prima. Ti ricordi che sei sopravvissuta alle scarpe, allo stomaco, al boccolo cascante, al trucco che era perfetto e ora sembra la scena di un film horror e in lontananza metti a fuoco le dentiere dei sorrisi alla massima estensione mentre tu appena tieni aperti gli occhi. Assaggerai la torta alle ore tre passate, se resisterai, e infine, barcollando e sonnecchiando, ti troverai la bomboniera tra le mani, segno che è proprio finita. A casa resterai incollato alla poltrona incapace di pensare. Bevi qualcosa per digerire, ti riprendi dallo choc, prima di metterti a letto alle 5 del mattino. A questo punto viene il dubbio se sia il caso o meno di scrivere sulla partecipazione di un matrimonio notturno, così da programmare un sonnellino postprandiale e prepararsi alla maratona. Del resto ciò che importa più di ogni altra cosa è la felicità degli sposi e il ricordo di un matrimonio bellissimo visto quello che costa. A questo proposito istituirei le compagnie di ventura matrimoniali: ogni ospite invii un suo delegato forte, resistente, con uno stomaco d’acciaio, incrollabile, che non si lasci sopraffare dalle emozioni, resistente al caldo e al freddo. Sarebbe un matrimonio perfetto!

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L'acqua è vita

 




Nei versi di Aldo Palazzeschi: Clof, clop, cloffete, cloppete, clocchete, chchch, le onomatopee dei primi versi ci danno la misura dello scorrere dell’acqua per descrivere La fontana malata. Quella perdita immortalata dal poeta oggi diventa un sacrilegio: dell’acqua non va sprecata nemmeno una goccia. Se poi aggiungiamo il giro di calcare alla base della manopola, che richiede l’impiego di detersivi aggressivi e inquinanti, altro che spreco ci viene da denunciare. Per non parlare delle perdite dagli scarichi, docce, tombini, tubature. Così i piatti, prima di metterli in lavastoviglie, si sciacquano per ripulirli dei residui di cibo sotto l’acqua corrente del rubinetto che scroscia senza fine. E le nostre docce? Se la doccia dura 5 minuti e il consumo è di 12 litri d’acqua a minuto, ne buttiamo via dai 60 agli 80 litri. Se alla doccia preferiamo il bagno i litri aumentano abbondantemente per le nostre vasche idromassaggio. La fontana scorre anche mentre spazzoliamo i denti, pur non toccando l’acqua per tutta la durata del lavaggio ma riservando solo alla fine dell’operazione il risciacquo della bocca. 
Per chi è abituato agli agi questi inconvenienti non sono presi in considerazione, ma tutto cambia in periodo di siccità. Oggi paghiamo anche gli sprechi avvenuti nel tempo. Dal boom economico degli anni 50/60 è stato un crescendo di benessere che ha allontanato da noi lo spettro delle privazioni del passato. I nostri nonni riempivano un pozzo d’acqua piovana per annaffiare i campi e una volta esaurito si sperava nella provvidenza del cielo a mandar giù la pioggia per non perdere le coltivazioni. Sciacquavano, poi, in una tinozza i piatti unti prima di passarli nel sapone e con quella stessa acqua abbeveravano gli animali. I panni andavano in ammollo prima di lavarli, smacchiandoli con la cenere. Tutto procedeva in modo naturale e i detersivi non aggredivano le acque. I panni oggi si detergono con la candeggina, gli smacchiatori, le sostanze chimiche corrosive che rendono gli scoli d’acqua una vera palude. Le mani hanno perso l’abitudine a questo esercizio, sono più impegnate a digitare su tastiere e telefoni. E se per caso capita di trovarsi a strofinare la biancheria, ci si sente inadeguati in un lavoro che spetta alla lavatrice.
 Di acqua ne sprechiamo parecchia. L’occidente è come una vecchia signora che non rinuncia alle sue abitudini, pur sapendo di non potersele più permettere. La siccità è ormai sotto gli occhi di tutti se i ghiacciai si sciolgono e le nostre estati passano a razionare l’acqua. C’è in atto un progetto, da parte della Webuild, per dissalare l’acqua del mare contro la siccità, proposta che sarà presentata a paesi e istituzioni. «Risolverebbe il problema in brevissimo tempo con una spesa piuttosto ridotta, 2-3 miliardi di euro: creare impianti di desalinizzazione nelle zone dove c’è carenza di acqua e in due anni risolviamo alla radice il problema» afferma Pietro Salini, amministratore delegato della Webuild, parlando del progetto che approfitta dei fondi del Pnrr. L’Italia produce solo il 4% dell’acqua dissalata a fronte del 56% della Spagna, un paese in condizioni idriche simili alle nostre. A causa poi del mal funzionamento della rete idrica, ci sono problemi per il 32% degli italiani. 
Nel passato i Romani erano maestri nell’arte ingegneristica degli acquedotti e nell’amministrazione delle acque. Il primo acquedotto italiano fu l’Aqua Appia, un tratto sotterraneo di appena 19 km voluto dal censore Appio Claudio nel 312. La costruzione del primo acquedotto fu spinta dalla mancanza di risorse naturali, dalla crescita della città di Roma e dai bisogni industriali del tempo del porto Tiberino al Velabro. 
Il secondo acquedotto fu costruito nel 272 a.C. dal censore Curio Dentato sfruttando le acque dell’Aniene per una lunghezza di 64 km. La gestione degli acquedotti era affidata ai curatores aquarum che avevano il compito di controllare l’acqua erogata e il personale adibito alla cura aquarum, tutelare la struttura oltre a sostenere compiti giudiziari. Per i bisogni dell’imperatore si erogava il 17% di acqua, 38% ai privati e il restante 44% al pubblico. Per quanto ci fosse una cura capillare degli acquedotti e della distribuzione delle acque, non mancavano i furti, puniti anche con la confisca dei campi. 
Proprio come in questo periodo di siccità. Sono circa 16 i furti d’acqua accertati tra Lombardia e Piemonte dove sono state accusate una quarantina di persone per aver rubato 84mila litri d’acqua. Furti avvenuti anche in Calabria e in Sicilia. A questo si aggiunge una dispersione d’acqua per una cattiva tenuta della rete idrica. Spesso le perdite, una volta accertate, non si riescono a individuare, allungando i tempi e le difficoltà di risoluzione.

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Il Salone del Libro di Torino

 Arrivo a Torino venerdì pomeriggio in una giornata assolata e afosa. L’hotel è dall’altra parte della città. Il tassista mi informa delle varie manifestazioni in corso e mi descrive il centro mentre lo attraversiamo. Resto incantata dai maestosi alberi allineati lungo le strade. Torino ha un ricco patrimonio arboreo: olmi, aceri, bagolari, platani, tigli... Le chiome, appena appena scosse dal vento, aprono leggermente i rami. Anche l’hotel si trova in un parco che contorna la struttura. Le alte vetrate dell’ingresso rendono la hall luminosa e mi ritorna lo splendore delle cattedrali gotiche con quel gioco di vetri a intercettare la luce divina.

Il giorno dopo sono al Salone. Fuori una fila interminabile attende l’apertura dei cancelli. Una volta entrati, due agenti frugano  nelle borse e negli zaini dei visitatori mentre si lamentano ad alta voce di trovarsi a  disagio a violare la privacy delle persone. Appena entro, telefono allo staff della mia casa editrice dicendo di essere arrivata. L’appuntamento è a mezzogiorno. All’interno un andirivieni di addetti alla pulizia, personale di sorveglianza, organizzatori. Mi avvicino ai primi spazi occupati dalle case editrici e sfoglio dei libri, osservo, chiedo. Mi intrattengo con una libraia, poi un giovane esordiente. Mi sento una formica in una vasca. Oltre ai libri osservo la struttura: immensa. Inizia il mio viaggio meraviglioso. Dopo un paio d’ore, rientro allo stand della mia casa editrice per il firmacopie. Molte le persone che incontro, diversi gli autori con cui parlo, di cui ascolto presentazioni, storie, e ancora editori, conferenzieri, personaggi insoliti, persone conosciute che mai avrei immaginato di trovare lì. Un afflusso di gente che, col passare delle ore, si infittisce sempre più. Non è possibile visitare la Fiera al completo in un solo giorno, le sale sono tante, gli incontri pure, così i libri, troppi. Ho trovato testi che pensavo non pubblicassero più, scrittori dimenticati, libri persi di vista... Una vera cura per la mente e lo spirito. Ho scoperto con piacere una casa editrice di testi musicali, la LIM Editrice, con un’esposizione di libri riguardanti gli autori, l’insegnamento della musica nelle scuole, i grandi, il canto, le sinfonie. Paganini, Mozart, Rossini, Verdi, la cabaletta, l’overture, il canto gregoriano, autobiografie in fila, pronte per essere lette. Ho impiegato molto a lasciare lo stand, non riuscivo a staccarmene. La tentazione è quella di sedersi a leggere, segnare tra le pagine le frasi interessanti. Ma la fiera è fatta per correrci dentro, passare in rassegna ogni meandro dei padiglioni, ogni stand espositivo, ogni casa editrice. E prende l’ansia di non farcela. La struttura non offre posti a sedere, panchine o sala lettura. Molti visitatori hanno idee precise e si fiondano presso determinate aree, sicuri di trovare quello che cercano. Altri, per non portare il peso dei libri, passano una seconda volta ad acquistare o a ritirare. Due le criticità: pasti e toilette. La coda di chi attende ai punti food invade anche gli spazi di passaggio. 
Non si fa in tempo a scegliere al banco, che già ti mettono in mano lo scontrino per qualcosa di cui poi ti penti. La fila per il caffè è inverosimile. I giovani siedono a terra, e lì riposano, mangiano, leggono. Consumo un panino con zaino a spalla e un altro a terra in uno spazio ridottissimo. Molti relatori sgranano gli occhi davanti alla folla e si affrettano a finire il pasto per ritornare ai padiglioni da cui provengono, come se mangiare, lì tra i libri, fosse stato un anatema. Il signore alle mie spalle si scusa per invadere il mio spazio ripetutamente, difatti se ci giriamo, possiamo confondere i panini e mangiare l’uno quello dell’altra. E’ impensabile che una struttura così vasta offra poche oasi di ristoro. Nella smania di non perdersi niente si incorre nel rischio di una visita veloce e approssimativa mentre si dovrebbe seguire un itinerario e magari svilupparlo in più giorni. Ho ripreso il mio giro. Osservo il passaggio dei visitatori con i loro sguardi meravigliati. Si fermano, chiedono notizie dei libri che sfogliano, e dopo lunga chiacchierata vanno via.
Altri prelevano dalla schiera i libri come il calice dal tabernacolo, scrutano la quarta di copertina, passano in rassegna alcune pagine su cui si soffermano e poi comprano. C'è chi non riesce a concentrarsi su niente tanto è la varietà dell'offerta e chi minuziosamente entra nelle pagine come in un santuario. I ragazzi sono i più curiosi, i bambini volano dietro alle mamme, trascinati come ciuchini recalcitranti. Poi è la volta dei gruppi che passano, guardano, sostano, controllano  e via. C'è chi arriva sui libri come un disco volante che atterra per poi rialzarsi; chi invece cerca come se stesse scegliendo la frutta al mercato: tocca il libro, lo rigira, lo posa, ne prende un altro e via così; chi fa incetta di opuscoli a buon mercato e chi va alla ricerca del libro che non trova. Poi c'è il lettore speciale che riesce a trovare il testo tra tanti. Con quale maestria lo estrae dal gruppo, lo pone sotto il suo sguardo e lo osserva come chi ha trovato l'amato. 
Il salone del Libro è un punto nevralgico dell'editoria italiana, quest'anno alla sua 34esima edizione. Ad aprire il Salone lo scrittore Amitav Ghosh con una lectio magistralis sul clima, argomento del suo ultimo libro Jungle Nama, ma anche dei suoi precedenti. Pregevole lo stand della Sellerio, la grande casa editrice siciliana che ha allestito una mostra fotografica con una quarantina di preziose immagini di Enzo Sellerio, un racconto fotografico che si sviluppa dal 1952 al 1967. Grande rilevanza, in questa edizione, è stata data al fumetto, molte le associazioni di solidarietà come il volontariato. Tra tanti momenti significativi, le trovate pubblicitarie, tra queste "libri al buio": un libro chiuso in carta regalo di cui non si conosce il contenuto.

 "La forza del Salone del Libro di Torino sta nel mettere insieme lettori forti e persone che comprano un solo libro l'anno, o neppure, è mettere al centro, con leggerezza, ma anche con l'alta preparazione tecnica e scientifica degli interventi, la cultura, da sempre il terreno deputato al confronto, oggi bene supremo da coltivare”. Così il direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia, ai cancelli dell'Oval per l’apertura.

Pasolini, di cui abbiamo recentemente celebrato i 100 anni dalla nascita, scriveva “Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura”. Il messaggio è del presidente della Repubblica inviato al presidente dell’Associazione culturale di Torino.

Il Salone è una grande esposizione dove si trova anche l’impossibile come Il bosco degli Scrittori, un’area di 200 metri quadri al Padiglione Oval, uno spazio con più di mille alberi per presentare, leggere, ascoltare conferenze. Idea della casa Editrice Aboca Edizioni che si occupa di narrativa green. Ma il simbolo del Salone resta la Torre di libri, davanti alla quale ci si rende conto di quanto la conoscenza sia infinita e della magia della lettura che ci manda in orbita senza lasciare la Terra.

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Maggio e le rose

 

Non riesco mai a vivere maggio in pieno che già siamo a giugno. Quest’anno, poi, volevo dedicarmi al giardinaggio creando un roseto, ma avrei dovuto avviare i lavori a fine inverno. Ora è troppo tardi, devo accontentarmi di vederle altrove e non nel mio viale aspettando un altro anno per compiere il prodigio. Il mio impegno voleva essere una sorta di auspicio di fine guerra in Ucraina, un omaggio floreale a conclusione dello scempio che va avanti da febbraio. Il fatto di non esserci riuscita l’ho percepito come se il protrarsi della guerra fosse dipeso da questa mia mancanza. A volte la mente costruisce percorsi strani, anche stupidi ma  in quell’infantilismo si nasconde il bisogno di far accadere ciò in cui speriamo.



Le rose traboccano dalle siepi e dai giardini in un tripudio di colori e forme che ogni anno inondano la vista. Ogni roseto esplode di corolle nuove nel miracolo di maggio. La vista gode delle sfumature e l’olfatto si inebria di profumi intensi. I vasi ne sono pieni, gli omaggi sono rigorosamente offerti con questo fiore. Dopo averle viste fiorire, è triste assistere alla loro breve vita e veder sfumare in un mese le loro forze. Maggio incanta nei campi e non solo con le rose, il caldo completa il lavoro sui rami, ormai tutto è pronto per dare i suoi frutti. E pensare che poco lontano da qui i corpi della guerra restano insepolti mentre avrebbero bisogno dell’ultimo saluto. Uno sperpero le rose nei campi che servirebbero a coprire gli scempi a poche terre da noi. Che maggio voglia spargere nell’aria profumi più di ogni altro mese? Che ne sarà dei giardini invasi dalle macchine di guerra quando, con le loro esplosioni devastanti, lasceranno al buio la bellezza delle corolle sostituendo al loro profumo gli olezzi dei corpi in putrefazione? Anche questa è un rimedio della natura? In Ucraina le rose non sono fiorite e i profumi si sono persi, in compenso solo l’odore della morte si diffonde nell’aria. E se anche qualche superstite ramo o cespuglio sopravvissuto alla violenza si ergesse, proprio a sfidare la morte, lungo i muri sbrecciati e la terra martoriata, quale bellezza potrebbe offrire davanti a tanta desolazione? Non morirebbe di dolore la rosa, afflitta per non poter offrire il suo calice ad anima viva? A che serve la bellezza se gli occhi sono ottenebrati dalla guerra? Eppure, in questa scena surreale della rosa tra le macerie, sarebbe interessante osservare lo sguardo dello zar, trafitto da un barlume di luce che il fiore gli dona. E’ un uomo, e avrà conosciuto la bellezza e forse lo attanaglierebbe una tristezza che giunge come un proiettile inaspettato. E se la guerra colpisce all’improvviso, allo stesso modo la rosa, nata tra i resti di quelle che erano città e luoghi di vita, non lo lascerebbe indifferente, testarda si innalza dove non dovrebbe. Ci sarebbero buone possibilità di educarlo alla vita che è più forte della guerra. Se lo zar potesse trovarsi nei posti che vede in cartina ma non visita di persona, non disprezzerebbe la rosa, seppur fatua, tra le rovine. Ma la guerra ha leggi che i fiori non conoscono e la speranza, fosse solo un fragile stelo in una fumosa terra ridotta a cenere, non deve mai morire. Forse sarà questo il fine della rosa e della sua bellezza: non lasciare che i cuori induriscano, ma coltivino sempre, anche tra le arsure, il fascino della vita che non si può permettere di perdere tempo a far la guerra.


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