La gabbia invisibile

                                         

                                                                           Immagine di Gulumse

Nell’epoca moderna le possibilità della vita sembrano essersi moltiplicate senza limite. L’uomo contemporaneo dispone di strumenti, conoscenze e opportunità che nelle epoche precedenti erano impensabili: può scegliere, cambiare, spostarsi, comunicare, costruire la propria identità in modi diversi. Apparentemente sembra vivere in una condizione di libertà mai raggiunta prima.

Eppure questa abbondanza di possibilità nasconde una contraddizione profonda: spesso ciò che percepiamo come libertà non è altro che una serie di percorsi già predisposti, all’interno dei quali siamo invitati a muoverci. Le scelte aumentano, ma allo stesso tempo aumentano anche i sistemi che orientano tali scelte. L’uomo moderno sembra avere un potere infinito, mentre in realtà il suo spazio di autonomia diventa sempre più condizionato.

La prigione contemporanea non è più necessariamente fatta di mura o catene visibili. È una prigione più sottile, composta da regole, procedure, aspettative sociali e meccanismi economici che guidano il comportamento degli individui. Non ci viene sempre imposto un percorso con la forza: spesso siamo noi stessi a seguirlo perché appare come l’unico possibile.

L’individuo si trova così inserito in una rete di strutture che definiscono continuamente chi è e cosa può fare. Documenti, codici, registrazioni e strumenti digitali sono diventati indispensabili per partecipare alla vita sociale: la carta d’identità, il codice fiscale, la tessera sanitaria, gli strumenti di identificazione digitale, i conti bancari e i sistemi di pagamento elettronici permettono all’uomo di accedere a numerose possibilità, ma allo stesso tempo lo rendono sempre più tracciabile e riconoscibile all’interno di un sistema organizzato.

La contraddizione è evidente: ciò che ci limita è anche ciò che ci permette di esistere nella società. L’identità che ci viene assegnata può sembrare una forma di controllo, ma senza di essa rischieremmo di diventare invisibili. L’uomo scopre così di passare da una prigione all’altra: cerca di liberarsi dai vincoli, ma si accorge che alcuni vincoli sono proprio ciò che gli consente di avere un posto nel mondo.

Questa contraddizione è stata rappresentata con grande efficacia dalla letteratura moderna. In particolare, nel romanzo Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello, il protagonista crede di poter raggiungere la libertà cancellando la propria identità. Dopo una vincita a Montecarlo, Mattia Pascal decide di approfittare della propria presunta morte per costruirsi una nuova vita. Crede di poter sfuggire alle regole sociali e ricominciare da zero, ma scopre presto che senza un’identità ufficiale non può realmente vivere. Quando si trova davanti alla necessità di essere riconosciuto dalla legge, comprende che senza un nome e senza una storia certificata egli non è nessuno.

Pirandello mostra così una delle grandi contraddizioni dell’esistenza moderna: l’identità ci imprigiona, ma allo stesso tempo è ciò che ci rende riconoscibili agli altri. Non possiamo liberarci completamente dalle definizioni sociali perché sono anche gli strumenti attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

L’uomo, inoltre, non è definito soltanto dalle istituzioni, ma anche dallo sguardo degli altri. La società contribuisce continuamente a costruire la nostra immagine: siamo figli, lavoratori, consumatori, cittadini, individui valutati in base al ruolo che ricopriamo. La nostra libertà viene quindi limitata anche dalle aspettative collettive.

Uno dei principali strumenti di definizione dell’individuo è il lavoro. Nella società moderna il lavoro non rappresenta soltanto una necessità economica, ma spesso diventa una misura del valore personale. Chi lavora viene riconosciuto come parte attiva della comunità; chi perde il proprio ruolo professionale rischia di sentirsi escluso e privato della propria identità.

Questa condizione è rappresentata da Gregor Samsa ne La metamorfosi di Franz Kafka. La trasformazione del protagonista in un essere diverso diventa il simbolo dell’alienazione dell’uomo moderno: Gregor è importante finché produce e sostiene la famiglia, ma quando non può più lavorare viene progressivamente isolato. La sua esistenza sembra perdere valore nel momento in cui perde la sua funzione sociale.

Accanto alle prigionie esterne esistono poi quelle interiori. L’uomo non è sempre libero nemmeno dentro se stesso: può essere bloccato dalle proprie paure, dalle abitudini, dalle insicurezze e dalle contraddizioni psicologiche. È il caso di Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, incapace di realizzare pienamente i propri propositi e continuamente condizionato dalla propria interiorità. La sua difficoltà ad agire dimostra che la libertà non dipende soltanto dalla possibilità esterna di scegliere, ma anche dalla capacità interiore di trasformare le proprie decisioni in azioni.

Un’altra forma di prigionia è quella politica e culturale. In 1984, di George Orwell, il controllo del potere non riguarda soltanto i comportamenti degli individui, ma anche il loro pensiero e il loro linguaggio. Se un sistema riesce a controllare le parole con cui descriviamo la realtà, può limitare anche la capacità di immaginarne una diversa.

Anche Il processo di Franz Kafka rappresenta un individuo schiacciato da un sistema incomprensibile. Josef K. viene accusato senza conoscere la propria colpa e si trova coinvolto in un meccanismo burocratico che non riesce né a comprendere né a contrastare. La legge, invece di essere uno strumento di protezione, diventa una forza anonima e incontrollabile.

Nella società contemporanea si aggiunge una nuova forma di condizionamento: quella esercitata dagli algoritmi. Le tecnologie digitali raccolgono informazioni sui nostri gusti, sulle nostre abitudini e sui nostri comportamenti, proponendoci contenuti e possibilità costruiti sulla base delle nostre precedenti scelte. Il rischio è quello di vivere all’interno di un percorso personalizzato, nel quale ciò che vediamo e desideriamo è già stato in parte selezionato per noi.

A questa dimensione tecnologica si aggiunge la pressione sociale: il bisogno di successo, di produttività, di approvazione e di conformità ai modelli dominanti. L’individuo rischia così di diventare ciò che gli altri si aspettano da lui, un soggetto inserito in un sistema economico e sociale che ne orienta desideri e comportamenti.

La vera sfida dell’uomo moderno non consiste quindi semplicemente nel liberarsi dai vincoli, perché ogni società possiede inevitabilmente delle regole. La sfida consiste nel riconoscere le gabbie invisibili che condizionano le nostre scelte e nel conquistare una libertà più consapevole.

La condizione dell’uomo contemporaneo può essere paragonata a una ragnatela: non siamo completamente immobilizzati, possiamo ancora muoverci, ma ogni movimento avviene all’interno di una struttura che ci contiene. La libertà non sta forse nel distruggere completamente questa rete, ma nel comprenderne i fili e scegliere, per quanto possibile, la direzione del nostro cammino.


Tra passatempi e passioni

 






A volte, proprio nei momenti vuoti, nascono le cose più belle.

Una sera avevo davanti un uncinetto, del cotone e un'idea che aspettava soltanto di prendere forma. Alla mia destra, però, c'era anche l'ultimo capitolo di un libro che fino a quel momento mi aveva tenuta stretta tra le sue pagine. Ho esitato.

Da una parte l'uncinetto, con il suo ritmo lento, capace di lasciare che i pensieri si sistemino da soli. Dall'altra la lettura, che non concede tregua e assorbe ogni attenzione.

Ogni volta che scelgo qualcosa che non sia leggere o scrivere, affiora un lieve senso di colpa. Come se stessi sottraendo tempo a qualcosa di più importante. È una sensazione strana: alcune passioni sembrano avere il diritto di occupare le ore migliori, mentre altre devono accontentarsi di quelle rimaste.

Alla fine ho scelto il libro.

L'ultimo capitolo mi ha trascinata fino all'ultima pagina. La tensione cresceva, le ipotesi si rincorrevano e avevo bisogno di sapere se i miei sospetti fossero fondati. Lo erano, almeno in parte. Il finale ha confermato ciò che immaginavo, ma non quello che speravo. Eppure mi ha lasciato addosso quella specie di elettricità che solo una bella lettura sa regalare. Avevo l'energia di quattro caffè ristretti.

Per ritrovare un po' di quiete ho preso in mano l'uncinetto. Una serie leggera scorreva in sottofondo; tra le dita il filo seguiva il suo percorso e, punto dopo punto, anche i pensieri hanno rallentato. È stato lì che mi sono fregata.

Conosco bene questo meccanismo. Quando inizio qualcosa, sento il bisogno di accompagnarla fino alla fine. Lasciare un lavoro a metà mi somiglia poco. Forse, in certi casi, sarebbe persino più semplice non iniziare.

Così, sera dopo sera, sempre a tarda notte, il progetto è cresciuto. I colori hanno trovato il loro posto, il filo ha seguito il disegno che avevo immaginato e quella che all'inizio era soltanto un'idea è diventata lentamente una borsa. Ho perfino dovuto aspettare l'arrivo di altro cotone per finirla. Ieri l'ho usata per la prima volta.

Continuavo a guardarla con un sorriso quasi incredulo. Non perché fosse perfetta, ma perché esisteva. Era nata davvero dalle mie mani. Mentre la osservavo ho capito una cosa.

Per me l'uncinetto è un passatempo, nel senso più nobile della parola. Mi rilassa, rallenta il ritmo delle giornate, lascia che i pensieri sedimentino. Ma non riesco a mettere nello stesso spazio la lettura, la scrittura, il dipingere o il suonare. Quelle non sono attività con cui riempire il tempo.

Un passatempo arriva quando le energie sono poche, quando la giornata è ormai finita, quando si ha bisogno di una parentesi leggera.

La lettura, invece, non mi allontana dalla realtà: la dilata. Mi costringe a farmi domande, mi accompagna in luoghi che non conosco, mi restituisce parole, significati, prospettive.

La scrittura fa ancora di più. Non riempie il tempo: gli dà forma. Mette ordine dove prima c'era confusione, trattiene emozioni che altrimenti passerebbero senza lasciare traccia.Forse la differenza è tutta qui.

Ci sono attività che ci aiutano a far passare il tempo. E poi ce ne sono altre che, silenziosamente, costruiscono il nostro modo di guardare il mondo.

Per questo, ogni volta che apro un libro o mi siedo a scrivere, non ho mai l'impressione di colmare un vuoto.

Ho la sensazione, molto più semplice e molto più rara, di abitare pienamente il mio tempo.

La prima scintilla




L'estate è la stagione del lasciarsi andare: dei bagni al mare, delle vacanze, del tempo che finalmente rallenta. E, per molti, è anche la stagione della lettura.

Ma leggere, secondo me, deve essere un desiderio, un bisogno, mai una costrizione. Spesso mi chiedo  come io ci sia finita dentro fino a risultare per me qualcosa di naturale. Nessuno mi ha mai imposto di leggere e, in famiglia, non ho avuto accanto lettori forti che mi facessero da esempio. Eppure, fin da quando ne ho memoria, già alle elementari, leggevo con una voracità che non conosceva limiti. Leggevo tutto: le insegne dei negozi quando uscivo in macchina, le scritte sui muri, i giornali lasciati sui tavoli. Mi piaceva persino scrivere il mio nome e cognome, non come una firma, ma come il segno di qualcuno che si riconosceva già nelle parole.

Ripensando a quegli anni, ci sono episodi che ancora oggi mi fanno sorridere e che, forse, hanno contribuito a fare di me la lettrice che sono diventata.

Avevo circa sei anni quando, a casa di una parente, trovai un giornale arrotolato in un portagiornali. Lo presi senza pensarci troppo e cominciai a leggere. Era Confidenze. Mia madre, la padrona di casa e gli altri ospiti erano così presi dalle loro conversazioni da non accorgersi di me. Io, invece, ero già entrata in un altro mondo.

Mi sistemai comodamente e iniziai a leggere una delle storie. Pagina dopo pagina, le scene prendevano vita davanti ai miei occhi come se stessi guardando un film. Vedendomi così tranquilla e silenziosa, la mia parente mi invitò a spostarmi nella camera da letto, dove avrei potuto leggere senza essere disturbata. Mi accomodai su una poltrona e, quando la storia mi catturò completamente, finii persino per sdraiarmi sul piccolo divano accanto, continuando a leggere fino a quando mia madre venne a cercarmi per tornare a casa.

Prima di andare via, la parente mi invitò prendere il giornale, tanto lei lo aveva già letto. Lo portai con me. Probabilmente, se mia madre avesse conosciuto il contenuto di quelle pagine, non sarebbe stata d'accordo nel lasciarmele leggere. Ma non successe. A casa divorai tutte le storie in pochissimo tempo e, da allora, Confidenze divenne un appuntamento fisso.

Ricordo ancora il giorno in cui il giornalaio arrivò sul pianerottolo, come faceva ogni settimana, e io comprai la mia copia. Mia madre, incuriosita, ne lesse una. Non disse nulla, non mi rimproverò. Anzi, da quel momento cominciò a leggerlo anche lei, naturalmente dopo che lo avevo finito io.

Quel semplice giornale diventò, senza che me ne rendessi conto, una piccola palestra di lettura e di scrittura.

Avevo un quaderno nel quale annotavo tutto ciò che mi colpiva. Cercavo il significato delle parole che non conoscevo, prendevo nota degli autori, facevo una classifica dei racconti, sceglievo quello che mi aveva emozionato di più e scrivevo le ragioni della mia scelta. Quando incontravo argomenti troppo complessi per la mia età, provavo a riscriverli con parole mie, spesso accompagnandoli con piccoli disegni che illustravano le scene. Era il mio modo di non fermarmi alla lettura, ma di farla diventare qualcosa di vivo, di personale.

Quel quaderno esiste ancora, conservato in qualche angolo delle mie librerie. Ogni tanto penso che racconti di me almeno quanto un diario.

Con il tempo arrivarono gli impegni della scuola e il tempo per leggere quel giornale diminuì. Intanto avevo anche capito che molte di quelle storie erano inventate. Fu una scoperta importante: se qualcuno poteva inventare racconti così coinvolgenti, allora anch'io potevo provare a scrivere storie vere, nate da ciò che osservavo e vivevo.

Anche la televisione contribuì ad alimentare questa passione. Aspettavo con impazienza la TV dei ragazzi, che iniziava alle cinque del pomeriggio. Rimanevo incantata dalle storie tratte dai grandi romanzi per ragazzi. Finita la trasmissione, annotavo subito il titolo del libro: volevo leggerlo per capire se il film raccontasse davvero tutto ciò che l'autore aveva scritto. Da quel momento ogni storia diventava un ponte verso un'altra lettura, un altro autore, un'altra scoperta.

Naturalmente, leggere mi portava anche a scrivere. Le storie che incontravo nei libri finivano presto nei miei quaderni. Attraverso i romanzi conoscevo città che non avevo mai visto, immaginavo paesaggi, costruivo i volti dei personaggi e disegnavo le scene che mi avevano colpita di più. La lettura alimentava la fantasia, ma anche il desiderio di capire il mondo.

Mia madre considerava questa mia passione quasi un passatempo. A volte, però, mentre leggevo, mi interrompeva all'improvviso e mi chiedeva di raccontarle la trama del libro. Io gliela spiegavo con entusiasmo e lei si compiaceva nel vedere quanto fossi attenta e coinvolta. Altre volte mi chiedeva un'opinione su fatti di vita quotidiana come se fossi già adulta. Forse perché mi vedeva sempre immersa nei libri, pensava che attraverso la lettura stessi imparando cose nuove. E forse aveva ragione.

Per questo penso che l'estate sia il momento ideale per leggere. Sotto l'ombrellone, in montagna o sul divano di casa, un libro riesce sempre ad aprire una finestra su un'altra vita.

La mia passione non è nata perché qualcuno me l'ha insegnata o imposta. È nata dalla curiosità, dal piacere di conoscere e dall'incontro, del tutto casuale, con una storia trovata in un giornale dimenticato dentro un portagiornali.

Da allora sono passati molti anni, ma ogni volta che apro un libro ritrovo la stessa curiosità di quella bambina che, un pomeriggio qualunque, si trovò con un giornale in mano e si lasciò conquistare da una storia.

Lello Bavenni: la pittura del silenzio



Lello Bavenni nasce a Numana, nelle Marche, nel 1937. Trasferitosi giovanissimo a Napoli, frequenta l'Istituto d'Arte "Filippo Palizzi" e successivamente l'Accademia di Belle Arti, formandosi in uno degli ambienti culturalmente più vivaci dell'Italia del secondo dopoguerra. La sua attività espositiva ha inizio nel 1958 e, sin dagli esordi, si distingue per una costante partecipazione a mostre personali e collettive su tutto il territorio nazionale, ottenendo l'attenzione della critica e del pubblico.

La sua formazione si sviluppa in un contesto ricco di stimoli artistici. Un primo riferimento è rappresentato dallo zio materno, il pittore Antonio Asturi (1904-1986), ma è soprattutto il clima culturale della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta a incidere profondamente sulla sua maturazione. In quegli anni la città costituisce uno dei principali centri del rinnovamento artistico italiano, nel quale convivono la tradizione della pittura mediterranea e le nuove ricerche figurative e astratte. È all'interno di questo ambiente che Bavenni costruisce progressivamente una ricerca autonoma, scegliendo di non aderire rigidamente a movimenti o poetiche codificate.

Pur attraversando le esperienze della figurazione, dell'informale e dell'astrazione, Bavenni non si identifica mai completamente con nessuna di esse. Assimila linguaggi differenti, li filtra attraverso una personale sensibilità e approda a una pittura che conserva il riferimento al reale senza mai esserne prigioniera. La figura non viene negata, ma trasformata; il dato naturale non è descritto, bensì evocato; il paesaggio non viene rappresentato, ma interiorizzato.

Profondamente legato alla terra campana, dove vive e lavora a Vico Equense, Bavenni sviluppa una poetica nella quale memoria, immaginazione e ricerca formale trovano un equilibrio costante. Le sue opere sembrano nascere dall'incontro tra esperienza vissuta e meditazione interiore. Figure umane, architetture, finestre, alberi, vele, colline e frammenti del paesaggio mediterraneo continuano ad abitare la superficie del quadro, ma non appartengono più a un tempo o a un luogo riconoscibili. Sono immagini depurate, filtrate dalla memoria, trasformate in presenze silenziose.

Ogni elemento perde progressivamente il proprio valore descrittivo per acquistare una funzione simbolica. La finestra diviene apertura verso uno spazio interiore; il paesaggio si trasforma in memoria; la figura umana diviene una presenza universale. L'immagine non racconta un episodio, ma suggerisce uno stato dell'essere.

 Bavenni elimina progressivamente tutto ciò che appare accessorio, lasciando emergere soltanto ciò che possiede una necessità poetica. Ogni quadro nasce da una ricerca di equilibrio, nella quale nulla è affidato al caso. La sintesi non impoverisce il linguaggio, ma ne amplifica la forza evocativa.

Fondamentale è il ruolo del colore. Le ampie aree cromatiche non svolgono una funzione decorativa, ma organizzano lo spazio della composizione e ne determinano la qualità emotiva. Azzurri, rossi, terre, verdi e ocra dialogano secondo rapporti di armonia più che di contrasto, costruendo una luce interiore che non imita la natura ma la trasfigura. Il colore diviene così struttura, ritmo e silenzio.

Anche il segno rivela questa tensione verso l'essenziale. Ridotto a pochi tratti misurati, esso suggerisce più che descrivere, organizza lo spazio senza invaderlo e lascia allo spettatore il compito di completare l'immagine attraverso la propria esperienza. Tra colore e disegno si stabilisce un equilibrio che conferisce alle composizioni una straordinaria serenità formale.

Il segno distintivo più autentico della pittura di Bavenni è probabilmente il silenzio, inteso non come assenza o immobilità, ma come condizione della visione. Le sue immagini sembrano sottrarsi al rumore del quotidiano per collocarsi in uno spazio nel quale ogni elemento ritrova la propria essenzialità. Il silenzio nasce dalla misura della composizione, dalla rarefazione delle forme, dal controllo del colore e dalla rinuncia a qualsiasi effetto spettacolare.

Per questa ragione la sua può essere definita una pittura della contemplazione. Lo spettatore non è chiamato a seguire una narrazione né a decifrare un simbolismo ermetico. È invitato piuttosto a sostare davanti all'opera, lasciando che il tempo della visione coincida con quello della riflessione. 

Anche lo spazio pittorico partecipa a questa esperienza contemplativa, ponendosi come spazio mentale, costruito attraverso il rapporto tra pieni e vuoti, presenza e assenza, luce e colore. Le figure sembrano emergere dalla superficie come apparizioni, sospese tra il mondo reale e quello della memoria.

Pur conservando una matrice surrealista, la ricerca di Bavenni si distingue nettamente dal surrealismo storico teorizzato da André Breton. Non vi sono automatismi psichici, provocazioni o accostamenti visionari. La sua poetica è fatta di realtà e sogno che convivono senza conflitto, fondendosi in una dimensione lirica e meditativa. 

Un altro elemento fondamentale della sua ricerca è il tempo che sembra dissolversi. Non esiste un prima né un dopo, ma un presente sospeso. Le figure non compiono azioni, i paesaggi non mutano, gli oggetti non descrivono eventi. Tutto è immerso in una quiete che non coincide con l'immobilità, bensì con una durata interiore. È questo tempo contemplativo a conferire alle sue opere quella qualità lirica che le rende immediatamente riconoscibili.

Nel corso di oltre sei decenni di attività Bavenni ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive, consolidando una presenza costante nel panorama artistico italiano. 

L'opera di Lello Bavenni attraversa l'arte italiana del secondo Novecento senza identificarsi con alcuna avanguardia. La sua pittura non cerca la spettacolarità, ma la profondità; non descrive il mondo, ma lo trasforma in esperienza interiore. Il colore diviene spazio mentale, il segno custodisce la memoria delle cose e il quadro si offre come luogo di meditazione. In questa capacità di trasformare il visibile in visione risiede l'originalità più autentica della sua ricerca e il motivo della sua persistente attualità.



Amicizia o semplice contatto?





Osservo, di tanto in tanto, persone che decidono di interrompere un'amicizia o di cancellare un contatto. Devo ammettere che, più che procurarmi dispiacere, questo spesso mi suscita un senso di sollievo. Mi porta infatti a pensare che, probabilmente, quella vicinanza non fosse autentica fin dall'inizio e che quel rapporto fosse nato per ragioni estranee alla stima reciproca, alla sincerità o al genuino interesse umano.

Naturalmente, ogni persona è libera di interrompere un rapporto quando ritiene che siano venute meno le condizioni per mantenerlo. Nessuna amicizia è un vincolo irrevocabile. Ciò che induce a riflettere non è la scelta in sé, bensì il modo in cui essa viene talvolta maturata: dopo mesi o anni di apparente cordialità, di consenso e persino di reciproca approvazione, tutto si dissolve nel silenzio, come se quel legame non fosse mai esistito.

La cosa sorprendente è che spesso si tratta di persone apparentemente cordiali, disponibili e partecipi. Alcune avevano manifestato apprezzamento per riflessioni come questa, mostrando condivisione e interesse. Eppure, con il tempo, hanno scelto di allontanarsi. Non è tanto l'allontanamento a stupire, quanto il contrasto tra l'immagine che avevano costruito e il comportamento successivo. È una contraddizione che mostra quanto spesso l'approvazione pubblica sia superficiale e quanto raramente coincida con una reale comunanza di valori, di carattere o di intenti.

A questo punto mi sento quasi di fare un elogio del nemico. Il nemico possiede almeno una virtù: la chiarezza. Non finge simpatia dove non esiste, non coltiva rapporti che non desidera e non pretende di beneficiare di una vicinanza che considera priva di valore. Per quanto spiacevole possa essere, un'avversione dichiarata è più comprensibile di una cordialità soltanto apparente.

Più difficile da comprendere è chi continua a mantenere un'apparenza di amicizia pur nutrendo risentimento, diffidenza o semplice disinteresse. In questi casi il rapporto sopravvive soltanto nella forma, mentre la sostanza è venuta meno da tempo. È una sorta di rappresentazione che finisce per ingannare prima di tutto chi la mette in scena.

Trovo che questo modo di comportarsi riveli spesso una concezione immatura delle relazioni umane. Si confonde la gestione di un elenco di contatti con la gestione dei rapporti reali, come se bastasse un clic per modificare ciò che la vita ha costruito nel tempo. Ma la realtà non obbedisce alla logica degli strumenti digitali. Le persone non scompaiono come una scritta cancellata da una lavagna. Le esperienze condivise, gli incontri, gli aiuti ricevuti, le delusioni e perfino i conflitti continuano a far parte della storia di ciascuno. Eliminare un nome da un elenco non equivale a cancellarne l'esistenza né il significato che quel rapporto ha avuto.

Non è raro, infatti, ritrovarsi un giorno davanti proprio quelle persone che si pensava di aver eliminato dalla propria vita con la semplicità di un comando digitale. Ed è allora che diventa evidente quanto fosse illusoria quella presunta cancellazione.

Vi sono poi coloro che arrivano perfino a fingere di non conoscerti, assumendo atteggiamenti distaccati o sarcastici. Sembrano dimenticare che, in altri momenti, avevano avuto bisogno di te e che tu non ti eri sottratta dall'offrire ascolto, sostegno o aiuto. È una forma singolare di memoria selettiva: si dimentica ciò che si è ricevuto e si conserva soltanto ciò che consente di giustificare le proprie scelte presenti. La gratitudine, quando diventa scomoda, è spesso la prima vittima della convenienza.

Forse il problema risiede anche nel significato stesso della parola "amicizia", che nel tempo si è progressivamente impoverita. Un tempo indicava un legame raro, costruito lentamente e fondato sulla fiducia reciproca. Oggi viene attribuita con estrema facilità e, proprio per questo, rischia di perdere il suo valore originario. Più che di amicizie, sarebbe spesso più corretto parlare di contatti: relazioni che durano finché coincidono con un interesse, una convenienza o un bisogno e che vengono interrotte con la stessa rapidità con cui erano nate.

Qualunque sia la ragione che conduce alcune persone a comportarsi in questo modo, ciò che emerge non è tanto una prova di forza quanto una difficoltà nel gestire con trasparenza i rapporti umani. Si preferisce evitare il confronto, rifugiarsi nel silenzio o nell'indifferenza, come se ignorare una persona fosse sufficiente a risolvere ciò che il rapporto aveva lasciato in sospeso. Ma la vita non concede scorciatoie di questo genere. Ciò che non viene affrontato non cessa di esistere: semplicemente continua ad accompagnarci sotto altre forme.

La vera maturità consiste nell'assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando comportano la fine di un rapporto. Interrompere un'amicizia può essere una decisione legittima; farlo con rispetto, chiarezza e coerenza è ciò che distingue un gesto responsabile da una semplice fuga. Perché il valore di una persona non si misura soltanto dalla capacità di creare relazioni, ma anche dalla dignità con cui sa concluderle.


La voce del luogo


Che cosa porta una persona a tornare sempre nel luogo natio, anche quando quel luogo, talvolta, si è mostrato ostile?

Forse è perché il primo legame che si crea tra noi e il posto in cui nasciamo è più forte di qualunque altro. Nei primi anni di vita esiste una sorta di simbiosi: ogni elemento del paesaggio si deposita dentro di noi e contribuisce a formarci. È come se fossimo stati noi a disegnarlo, a dargli forma e significato. Lo sentiamo parte di noi, come un braccio, una gamba o una mano.

È il luogo che ci ha visti crescere, che ci ha allevati. Conosce ogni cosa di noi; custodisce i nostri ricordi e, forse, perfino i nostri pensieri, perché è proprio lì che hanno avuto origine. Come si potrebbe non amarlo?

Poi, però, accade qualcosa. La vita ci costringe a partire e, in qualche modo, quel distacco ci fa sentire dei traditori. Eppure, nei momenti di solitudine o di smarrimento, il richiamo si fa irresistibile e si torna sempre. Si torna per capire se quel luogo sappia ancora accoglierci come un tempo, se sia ancora capace di stringerci nel suo abbraccio e di farci sentire in sintonia con ciò che siamo stati. A volte non accade: ci sembra che qualcosa si sia spezzato. Altre volte, invece, basta un istante perché tutto torni al proprio posto.

Più di ogni altra cosa è l'aria di casa a curarci. È la stessa aria respirata da bambini, quella che inconsciamente associamo alla sicurezza e alla serenità. Forse non cerchiamo davvero il luogo, ma la persona che eravamo allora, il nostro modo di guardare il mondo. E il luogo natio è la prima porta attraverso cui tentiamo di ritornare a quella condizione.

Davanti a me ondeggiano numerosi asfodeli, piegando e rialzando il capo sotto il vento come se rendessero omaggio a una presenza invisibile, o semplicemente si affidassero con rispetto all'aria che li accarezza. Poco più in là spiccano due rose di un insolito colore rosa-arancio, ostinatamente aggrappate ai loro rami mentre il vento, impetuoso come un Eolo gonfio e ubriaco, cerca invano di strapparle.

Il fruscio delle piante risveglia ricordi dell'infanzia. È un suono che sembra appartenere soltanto a questo luogo.

Al di sopra del verde si erge la chiesa, chiusa e silenziosa. Solo gli uccelli interrompono la sua immobilità con il loro chiacchiericcio. Tutto intorno regna un silenzio profondo. Qui la mente non deve combattere alcuna battaglia: ritrova il proprio ambiente naturale, respira, si riempie d'aria e di tregua.

Quattro rintocchi di campana rompono per un momento quella quiete, ma subito dopo il silenzio torna a distendersi nel vento della valle. Ogni tanto, in lontananza, arriva il suono di un clacson che mi distrae dalla scrittura e quasi profana l'incanto. Ma c'è un rumore che, più di ogni altro, mi riporta al passato: quello di un aereo che attraversa il cielo ad alta quota, lasciando dietro di sé il suo sommesso borbottio e una lunga scia bianca, quasi celestiale, sospesa tra la terra e il paradiso.

Ora il vento si fa più insistente e il sole comincia a tramontare. L'aria è diventata più fresca. Davanti a me c'è un noce completamente spoglio, tanto spoglio da farmi temere che sia malato. Voglio credere, invece, che sia soltanto in ritardo nel mettere i germogli.

Qualcosa, però, accade davvero, proprio come quando ero bambina: quest'aria mi mette fame. Mi tornano alla mente i panini imbottiti mangiati sulla tovaglia stesa in mezzo al prato, come facevano i nonni quando preparavano il pranzo per chi lavorava nei campi. Erano pasti semplici, eppure avevano il sapore della festa.

Andarmene mi pesa. Non voglio lasciare questo luogo che, ogni volta, restituisce vita a uno spazio interiore che credevo dimenticato. Forse è questo il dono più grande del luogo natio: ricordarci che una parte di noi è rimasta qui, ad aspettarci, insieme all'aria, al vento e al silenzio.

Aspettative infrante

 




Ci sono sentimenti che a volte non riusciamo a definire con precisione. Tra un'emozione e l'altra esistono piccole oscillazioni, sfumature che rendono difficile attribuire loro un nome. Eppure, quando le proviamo, sappiamo riconoscerle. Anche senza definirle, ne percepiamo chiaramente la natura.

Esiste, ad esempio, una forma di delusione che si avvicina molto al tradimento. Il legame tra questi due sentimenti passa attraverso un elemento fondamentale: la fiducia.

Tradire, dal latino tradere, significa "consegnare", "trasmettere"; da qui deriva anche il significato di "consegnare qualcuno al nemico" e, per estensione, venire meno alla parola data o alla fedeltà dovuta. Deludere, invece, deriva dal latino deludere e significa "ingannare le aspettative", "frustrare una speranza".

Mentre nel tradimento viene violata la fiducia che avevamo riposto in qualcuno, nella delusione semplicemente non accade ciò che speravamo o ci aspettavamo. Si può essere delusi senza essere traditi, ma difficilmente si può subire un tradimento senza provare anche delusione. Quando la fiducia viene infranta, infatti, nasce quasi inevitabilmente una profonda delusione, perché ciò che credevamo saldo improvvisamente si dissolve.

Più che una successione rigida di eventi, il rapporto tra questi sentimenti può essere visto come un intreccio: la fiducia genera aspettative; quando la fiducia viene tradita, le aspettative crollano e nasce la delusione. Tutto questo avviene quasi nello stesso istante, come se una sola crepa fosse sufficiente a far cedere l'intera costruzione.

La delusione produce uno stato interiore particolare. Non realizzandosi ciò che desideravamo profondamente, tutta l'energia investita nell'attesa si trasforma in vuoto. Lo stress accumulato nell'aspettare e nello sperare lascia spazio a un senso di prostrazione. È come perdere improvvisamente le speranze che avevamo riposto in un evento o in una persona. Col tempo, tuttavia, possiamo accettare ciò che è accaduto, riformulare le nostre aspettative e continuare il nostro cammino.

Il tradimento, invece, lascia una ferita diversa. Non consiste semplicemente nella mancata realizzazione di un desiderio, ma in un cambiamento improvviso dell'altro nei nostri confronti. È un voltafaccia che fatichiamo a comprendere, perché rompe l'immagine che avevamo costruito di quella persona e incrina la fiducia che nutrivamo verso di lei.

Nella vita capita spesso di attraversare esperienze simili. Talvolta non perdiamo soltanto la fiducia negli altri, ma iniziamo a dubitare anche di noi stessi e della nostra capacità di giudicare le persone. Quanto più forte era il legame affettivo, tanto più intenso sarà il dolore che proveremo.

Queste esperienze, tuttavia, possono diventare una palestra di crescita. Ci costringono ad affinare la nostra capacità di comprendere gli altri, ad adattarci agli eventi, a riformulare desideri e aspettative e a riconoscere i limiti delle nostre certezze.

Il vero pericolo è un altro: smettere di fidarsi del prossimo, abbassare progressivamente le proprie aspettative fino a diventare cinici, diffidenti e superficiali. Se delusioni e tradimenti si susseguono nel tempo, possiamo convincerci che non valga più la pena attendersi nulla dalla vita, quasi che ogni speranza sia destinata a essere smentita. A questo si aggiunge il rischio di leggere le persone attraverso il filtro del pregiudizio, giudicandole prima ancora di conoscerle davvero e chiudendoci sempre più in noi stessi.

Molto spesso, però, l'errore nasce all'inizio del rapporto. Riponiamo in una persona una fiducia immensa quando ancora la conosciamo poco e, di conseguenza, costruiamo su di lei aspettative altrettanto grandi. Crediamo di conoscere il nostro interlocutore, ma in realtà conosciamo soprattutto l'immagine che noi stessi ci siamo costruiti di lui.

La fase iniziale di ogni relazione richiederebbe meno entusiasmo e più osservazione, meno impulsività e più discernimento. Non significa amare di meno, ma permettere al cuore di essere accompagnato dalla ragione. Spesso, invece, lasciamo che tutto passi prima attraverso il cuore, convinti che ciò che sentiamo sia necessariamente vero. Ma anche i sentimenti possono ingannarci. Possono nascere da bisogni, desideri o illusioni che non corrispondono alla realtà. Eppure concediamo loro il potere di orientare le nostre scelte e di impossessarsi del nostro cuore.

Lo specchio che più facilmente ci inganna è quello in cui vediamo riflessi i nostri desideri. Su quelle prime impressioni fondiamo aspettative che spesso non hanno ancora solide basi. È proprio la fase che dovrebbe essere la più lunga e prudente a diventare, invece, quella che attraversiamo con maggiore fretta, convinti che ciò che proviamo sia già sufficiente per conoscere davvero l'altro.

Può anche accadere che ciò che proviamo sia autentico, mentre l'altra persona vive il rapporto con riserve o sentimenti diversi. Quelle riserve, prima o poi, emergono e noi le interpretiamo come un tradimento e ne subiamo la conseguente delusione.

Chi può farci questo? Un amico? Un familiare? La persona che vive accanto a noi? La risposta è semplice: chiunque.

Siamo tutti, in misura diversa, potenziali autori di delusioni. Non sempre, però, chi delude o tradisce agisce con piena consapevolezza del dolore che provocherà. Esistono tradimenti intenzionali, ma esistono anche comportamenti che feriscono profondamente senza che chi li compie ne comprenda fino in fondo le conseguenze. Chi li subisce, invece, accoglie inevitabilmente quel gesto come una frattura della fiducia e, insieme al tradimento, sperimenta anche la delusione.

Vorremmo che le persone che amiamo non ci tradissero mai. Eppure sono proprio loro, più di ogni altra, ad avere il potere di ferirci. Le persone estranee possono deluderci, ma difficilmente lasciano segni profondi. Chi amiamo, invece, conosce la parte più vulnerabile di noi e, proprio per questo, un suo tradimento lascia una ferita che non si cancella facilmente.

Forse il contrario della fiducia non è la diffidenza, ma la consapevolezza. Continuare a fidarsi, senza rinunciare alla prudenza; continuare ad amare, senza trasformare l'altro nell'immagine dei nostri desideri. Perché il cuore ha bisogno della speranza, ma anche la speranza ha bisogno della verità.



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