L'amore nell'epoca delle infinite possibilità


                                                              bbusinessdreamingmarathi


L'amore è in crisi.

Lo diciamo osservando matrimoni che finiscono, relazioni sempre più brevi, giovani che rinviano ogni scelta definitiva, applicazioni che permettono di incontrare centinaia di persone con il semplice movimento di un dito. La conclusione sembra inevitabile: non sappiamo più amare. Eppure questa spiegazione è troppo semplice.

Forse non è l'amore a essere entrato in crisi. È cambiato il modo in cui l'uomo contemporaneo vive la libertà, la scelta e il limite.

Questo non significa che un tempo si amasse meglio. Per secoli molte relazioni sono sopravvissute non perché fossero più profonde, ma perché sostenute dalla necessità economica, dalla pressione sociale, dalla religione o dall'assenza di alternative. La libertà conquistata dalle società contemporanee rappresenta una conquista irrinunciabile: ha permesso a molte persone di uscire da legami ingiusti, violenti o umilianti. Il problema, allora, non è la libertà.

Il problema nasce quando la libertà viene identificata soltanto con la possibilità di continuare a scegliere, senza mai assumere fino in fondo il peso di una scelta.

La libertà ci ha liberati dall'obbligo di restare. Ma una volta conquistata la possibilità di scegliere, abbiamo scoperto un problema nuovo: come si fa a scegliere quando le alternative sembrano infinite?

Possiamo conoscere più persone, cambiare città, lavoro, stile di vita, relazione. Possiamo ricominciare. Questa possibilità è una conquista. Ma può trasformarsi in una tentazione: quella di considerare ogni scelta provvisoria, perché da qualche parte potrebbe sempre esistere un'alternativa migliore.

È qui che emerge il paradosso del nostro tempo: una libertà che non sa fermarsi può finire per diventare prigioniera delle proprie possibilità. Non sappiamo più, forse, abitare il limite.

Eppure tutta l'esistenza umana è costruita sui limiti. Non possiamo vivere due vite contemporaneamente. Non possiamo essere ovunque. Non possiamo amare tutti. Ogni scelta esclude necessariamente altre possibilità.

Amare significa anche questo: accettare che una scelta abbia delle conseguenze e che, per costruire qualcosa, sia necessario rinunciare a qualcos'altro. È un atto profondamente controcorrente.

Kierkegaard aveva compreso qualcosa di essenziale: l'esistenza non si costruisce soltanto attraverso le possibilità che abbiamo davanti, ma attraverso quelle che decidiamo di assumere. Una possibilità diventa realmente nostra quando la trasformiamo in una scelta. Anche l'amore appartiene a questa logica.

A un certo punto non basta più chiedersi quale persona potremmo incontrare. Diventa necessario decidere quale relazione siamo disposti a costruire.

L'uomo che vuole conservare tutte le possibilità finisce, paradossalmente, per non vivere davvero nessuna. Non perché scegliere significhi rinunciare alla libertà, ma perché è proprio attraverso la scelta che la libertà diventa concreta. L'amore ci obbliga a questa responsabilità. Dice: tra milioni di volti, io scelgo il tuo.

E questa frase, apparentemente semplice, è forse una delle più controcorrente che si possano pronunciare nel XXI secolo. Viviamo infatti nell'epoca dell'algoritmo.

Le piattaforme digitali hanno introdotto qualcosa di nuovo: la possibilità di trasformare la scelta in un confronto permanente. Ogni scelta può essere immediatamente comparata con altre cento. Il ristorante può essere confrontato con altri ristoranti, il lavoro con altri lavori, una casa con altre case e, sempre più spesso, una persona con altre persone. Il problema non è che confrontare sia sempre sbagliato. Cercare non è un male. Sarebbe assurdo sostenere che ogni scelta debba essere immediata o irrevocabile.

Il problema nasce quando il confronto non finisce mai. Perché quando ogni scelta può essere continuamente confrontata con un'alternativa, anche ciò che abbiamo rischia di sembrarci provvisorio.

L'illusione diventa allora sottile: forse esiste qualcuno più compatibile, più interessante, più affascinante. Forse, da qualche parte, esiste una relazione migliore. Ma l'amore non può essere costruito continuando a confrontare ciò che stiamo vivendo con tutte le relazioni che non abbiamo vissuto.

L'amore non cerca la perfezione. A un certo punto interrompe la ricerca. Non perché abbia trovato l'essere umano perfetto, ma perché comprende che nessuna relazione può diventare profonda se rimane costantemente sottoposta al giudizio di tutte le alternative possibili.

È qui che la riflessione di Zygmunt Bauman sull'amore liquido diventa particolarmente significativa. Bauman ha descritto la fragilità, la reversibilità e l'incertezza dei legami contemporanei. Ma forse oggi possiamo spingere la sua diagnosi un passo oltre. Il problema non è soltanto che i legami siano diventati più fragili.

È che rischiamo di guardare l'altro con la stessa logica con cui guardiamo le possibilità di consumo: attraverso criteri di compatibilità, convenienza, prestazione e sostituibilità. L'altro diventa un'opzione.

E ciò che è un'opzione può sempre essere sostituito. Quando una persona viene trasformata in un'opzione, smettiamo lentamente di incontrarla nella sua irriducibile complessità e cominciamo a valutarla secondo ciò che può offrirci. È precisamente contro questa riduzione dell'altro che la filosofia di Emmanuel Lévinas conserva una forza sorprendente.

Per Lévinas, il volto dell'altro non è semplicemente qualcosa che possiamo possedere, classificare o consumare. È un appello. Ci ricorda che il mondo non finisce con il nostro desiderio e che esiste qualcuno che non può essere ridotto ai nostri bisogni.

L'altro non è soltanto ciò che io scelgo. È qualcuno che mi interpella. Amare significa allora uscire, almeno in parte, dalla dittatura dell'io. Ed è forse questa la rivoluzione più difficile della nostra epoca.

Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a migliorarci, proteggerci, valorizzarci, raccontarci. Tutto ruota attorno all'identità personale. È una conquista importante, perché per secoli l'individuo è stato sacrificato alla famiglia, alla religione o alla società. Ma ogni conquista porta con sé un'ombra.

Quando l'io occupa tutto lo spazio, il noi diventa più difficile. L'amore non chiede di smettere di essere se stessi. Chiede qualcosa di molto più difficile: essere pienamente se stessi senza considerarsi il centro dell'universo.

Qui torna utile Erich Fromm. In L'arte di amare, Fromm considera l'amore non semplicemente come un sentimento che ci accade, ma come una capacità che richiede maturità, attenzione, responsabilità e pratica. L'amore, in questo senso, è un'arte. Non soltanto un'emozione. Non soltanto un colpo di fortuna.

Un'arte. E ogni arte richiede disciplina, esercizio, umiltà. Nessun musicista cresce seguendo soltanto l'ispirazione. Nessun pittore diventa maestro senza confrontarsi con il fallimento. Perché dovrebbe essere diverso nell'amore? L'innamoramento può accadere. L'amore, invece, deve anche essere costruito. Ed è qui che emerge una domanda più difficile di quella con cui abbiamo iniziato. Non soltanto: sappiamo ancora amare? Ma: siamo ancora capaci di restare?

Restare quando finisce l'entusiasmo. Quando arrivano i difetti. Quando il dialogo diventa faticoso. Quando la quotidianità sostituisce l'eccezione. Quando l'immagine che avevamo dell'altro si confronta finalmente con la persona reale. Restare, però, non è una virtù in sé.

Non significa sopportare tutto. Non significa trasformare la fedeltà in una prigione o il sacrificio in una virtù. Esistono relazioni che salvano e relazioni che consumano. Esistono legami che attraversano una crisi e legami dai quali bisogna avere il coraggio di uscire. La maturità consiste anche nel riconoscere la differenza.

La vera domanda, allora, diventa ancora più difficile: sappiamo distinguere tra una relazione che attraversa una difficoltà e una relazione che ci distrugge? Perché scegliere qualcuno non significa scegliere di soffrire a ogni costo. Significa scegliere di costruire, quando costruire è ancora possibile.

Forse è questa la distinzione che stiamo perdendo. L'amore non garantisce una felicità permanente. Ci espone invece alla trasformazione: dell'altro, di noi stessi, delle nostre aspettative e dell'idea che avevamo della vita insieme. Perché ogni amore autentico costringe almeno una volta a rinunciare all'idea più seducente che abbiamo di noi stessi: quella di poter bastare completamente a noi.

Ed è proprio questa rinuncia a renderlo così difficile. E forse anche così necessario. In un mondo che ci insegna ad accumulare possibilità, l'amore insegna il valore della scelta. In un mondo che celebra l'individuo, ricorda la dignità del legame.

In un mondo che trasforma tutto in qualcosa di sostituibile, ci chiede di riconoscere nell'altro qualcuno che non può essere sostituito semplicemente perché non è un oggetto da scegliere. La libertà, allora, non consiste nel mantenere aperte per sempre tutte le possibilità. Consiste anche nell'avere il coraggio di scegliere che cosa fare della propria libertà. E dopo aver scelto, esserci. Perché forse l'amore contemporaneo non ha bisogno di meno libertà. Ha bisogno di una libertà capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Una libertà che sappia, finalmente, fermarsi.


Un pollaio sull'attico

 


Da qualche tempo coltivo un'idea che, appena pronunciata ad alta voce, ha suscitato più sorrisi che interesse: costruire un piccolo pollaio sull'attico di casa. Non un allevamento, non una fattoria. Soltanto uno spazio dignitoso per qualche pollo e qualche gallina. Cinque animali, forse sei. Quanto basta per sapere da dove arrivano la carne e le uova che finiscono sulla nostra tavola.

Per me era una proposta. Per i miei è diventata subito un problema.

«Dove lo metti?» 

«Hai idea della puzza che farà d'estate?»

«E quando piove?»

«Chi li pulisce?»

«E se si ammalano?»

«E se dobbiamo andare via qualche giorno?»

Le domande si sono accavallate una dopo l'altra, come se avessero aspettato soltanto il momento giusto per uscire allo scoperto.

Io, invece, mi aspettavo altro. Pensavo che qualcuno dicesse: «Vediamo se è possibile». Che si provasse almeno a immaginare una soluzione.

Ho scoperto che davanti a un'idea le persone si dividono in due categorie: quelle che cercano un modo per realizzarla e quelle che cercano il motivo per cui non si può fare. Le seconde sono molto più veloci.

Eppure il mio non è un capriccio.

Ogni tanto riaffiora il ricordo dei polli che si mangiavano una volta. Erano animali diversi da quelli che troviamo oggi. La pelle era soda, quasi coriacea; la carne richiedeva una lunga cottura e non si staccava dall'osso con la facilità a cui siamo abituati.

Ma che sapore avevano.

Ricordo le padelle di pollo alla cacciatora che sobbollivano lentamente, il profumo delle erbe aromatiche, la pelle che diventava croccante, le braci sulle quali si cuocevano pezzi di pollo grandi quasi come una fiorentina. È proprio questo che vorrei.

Vorrei un pollo che avesse il tempo di fare il pollo: guardarsi intorno, razzolare, beccare un insetto, cercare un filo d'erba, prendere il sole, ripararsi all'ombra e battere le ali.

Vorrei un pollo che fosse, per quanto può esserlo un pollo, libero di fare il pollo.

Qualcuno trova ridicola questa idea. «Alla fine sempre in pentola deve finire», mi hanno detto. Ed è vero. Non ho mai pensato il contrario.

Proprio perché finirà sulla mia tavola, sento di avere un dovere nei confronti di quell'animale. Se deve nutrirmi, desidero almeno che abbia vissuto secondo la sua natura.

Per questo ormai faccio fatica a mangiare pollo quando non ne conosco la provenienza. Non è una fissazione gastronomica. È il desiderio di sapere che cosa sto mangiando e come quell'animale ha vissuto.

Naturalmente le obiezioni continuano:l'odore, gli insetti, la sporcizia, le malattie, la pulizia quotidiana, le vacanze, lo schiamazzo delle galline.

Sembra che ogni problema trovi subito il suo posto, mentre le possibili soluzioni rimangano sempre qualche passo indietro. Eppure, a forza di parlarne, qualcosa è cambiato. Uno ha suggerito un materiale per costruire la gabbia. Un altro ha immaginato come proteggerla dagli animali. Qualcuno ha persino iniziato a discutere di dove sistemare gli abbeveratoi. È bastato questo per farmi capire che il "non si può" aveva già lasciato spazio a un timido "forse".

Vorrei anche qualche gallina per le uova.

Qualcuno ha protestato: «Ci toccherà sentire il suo schiamazzare ogni volta che depone».Ho sorriso.

Viviamo immersi nei clacson, nelle sirene, nei motorini che rombano sotto le finestre, e improvvisamente il problema dovrebbe essere il verso di una gallina. No, non credo che il mio sogno sia così assurdo. Forse è solo fuori dall'abitudine. Magari un giorno, davanti a un pollo cresciuto sul nostro attico, qualcuno mi guarderà e dirà:

«Ne valeva davvero la pena? Tutta questa fatica per un po' di carne e qualche uovo?» Io credo di conoscere già la risposta: «Sì».


Oggi do i numeri

                                                        The Stone King

Da molto tempo non facevo sogni da interpretare. In questo caso, da tradurre anche in numeri.

Il caldo di queste giornate bollenti ci fa dormire male. Di sera, più che dormire, si cerca un posto della casa fresco dove stare tranquilli. Si va a letto il più tardi possibile, per poi alzarsi all'alba.

Stamattina, però, ci ha pensato il telefono a chiamare presto. Che fatica alzarsi per andare a rispondere! Dopo la seccatura, ritorno a letto e mi addormento di nuovo, come se non avessi mai dormito. Cado in un sonno così profondo che faccio un sogno.

La telefonata mi aveva lasciata preoccupata: mio padre che, a quell'ora, sbaglia numero. Dopo aver chiuso, però, faccio mille pensieri e proprio su quelli mi addormento.

Il sogno è indistinto, ma tre cose colgono la mia attenzione.

Un vaso. Sì, un grande vaso di terracotta, sul quale si concentra tutta la mia attenzione. Stranamente, non ricordo nulla di ciò che c'è intorno. Ricordo soltanto il vaso: grande, di quelli che si possono sistemare su colonne, ingressi o tavoli. È di un colore rossiccio e ha due sinuosi manici ai lati. Che cosa faccio nel sogno con questo vaso? Guardo dentro. E ho la presunzione di voler vedere, nei minimi particolari, che cosa si nasconda al suo interno.

Ora, una mia caratteristica quando sogno è quella di fare la critica ai fatti che accadono. E così, mentre cerco di sbirciare dentro il vaso, mi dico, sempre nel sogno, che sono stupida. Come posso vedere all'interno del vaso senza gli occhiali? Ci provo lo stesso.

Poi rido da sola, sempre nel sogno, perché mi viene in mente la favola della cicogna e della volpe. Ve la ricordate?

La volpe invita la cicogna a pranzo e le prepara una pietanza in un recipiente piatto e basso, nel quale la poverina non riesce a mangiare a causa del suo lungo becco. Quando è la cicogna a invitare la volpe, le serve il cibo in un recipiente stretto e alto. Di conseguenza, anche la volpe non riuscirà a mangiare.

Per tornare al mio sogno: che cosa potevo mai riuscire a sbirciare a occhio nudo dentro un vaso stretto, il cui interno era completamente buio? Quindi, vista la situazione, nel sogno rido e abbandono il vaso.

Alzando lo sguardo, solo allora noto ciò che mi circonda: una casa vecchia, con una ricca struttura architettonica, ben impostata, piena di piante. E quel vaso, a terra, caduto chissà da dove, ma senza essersi rotto. Sembrava una scena tratta da un film o da un libro. Ma le sorprese non sono finite.

Girando lo sguardo dietro di me, vedo un giardino fiorito. Non grande, ma ben curato.

Sempre vigile, anche nel sogno, mi chiedo come possa esserci un giardino così curato all'interno di una struttura tanto vecchia.

Ed è proprio qui che mi sveglio di nuovo, convinta che quel sogno voglia dirmi qualcosa in riferimento alla telefonata. Ma non riesco a vedere alcun nesso.

 La telefonata introduce nel sonno una preoccupazione reale: mio padre che telefona a un'ora insolita e, per di più, sbaglia numero. La mia mente rimane quindi in uno stato di allerta. Quando mi riaddormento, quella vigilanza entra direttamente nel sogno.

E infatti nel sogno non smetto mai di osservare, controllare e mettere in discussione ciò che vedo.

Il vaso è il primo elemento fondamentale. È un contenitore, ma il suo interno è buio ed io voglio sapere cosa contiene. Il problema è che non posso vederlo bene. E qui arriva la cosa più significativa: invece di inventarmi cosa ci sia dentro, mi accorgo del limite e ne rido. "Come posso vedere senza gli occhiali?" È quasi una piccola lezione che il sogno mi fa fare: non tutto ciò che vorremmo sapere è immediatamente visibile.

Poi mi riporto a pensare alla favola della cicogna e della volpe. E, secondo me, non è un elemento casuale. Nella favola ciascuno dei due animali si trova davanti a un contenitore che rende impossibile raggiungere ciò che c'è dentro. La questione, quindi, non è soltanto "cosa c'è nel vaso?", ma il rapporto tra ciò che vogliamo vedere,conoscere e gli strumenti che abbiamo per farlo.

Nel sogno, alla fine smetto di cercare come vedere dentro il vaso e alzo lo sguardo. Ed è proprio allora che compare il resto.

Una casa vecchia, architettonicamente ricca, piena di piante. Poi, alle tue spalle, un giardino fiorito, piccolo ma curato.

Questa sequenza mi sembra molto più importante del vaso stesso: vaso,  limite della vista,  rinuncia a controllare,  alzare lo sguardo, casa,  giardino.

Potrebbe essere letta come un passaggio dal voler conoscere ciò che è nascosto al riconoscere ciò che è già visibile.

La casa vecchia potrebbe rappresentare qualcosa di antico, familiare, legato alla memoria e alla mia storia personale. E il giardino curato, proprio perché nasce dentro o accanto a una struttura vecchia, introduce invece l'idea di qualcosa che continua a essere vivo, curato e fiorente nonostante il tempo.

Per questo, se dovessi dare un significato complessivo al sogno, non lo leggerei come un cattivo presagio legato alla telefonata. Anzi, trovo rassicurante il fatto che il vaso cada e non si rompa e che dietro di me appaia un giardino fiorito. È come se il sogno dicesse: non riesci a vedere ciò che c'è dentro? Va bene. Non tutto deve essere svelato. Guarda intorno: la struttura c'è ancora, e qualcosa continua a fiorire. E allora, come si fa con i sogni, lo traduco in numeri da giocare:

7, il vaso.
51, il giardino.
68, la casa vecchia.

Se li giocate, forse il mio sogno avrà davvero voluto dire qualcosa.

La stanza fredda



                                                     Picasso, Donna accovacciata, 1902


 Una stanza fredda

di parole calde da bocche informate,

presenti attenti, con gli occhi puntati

ma dentro un vuoto

come se fosse un posto sbagliato.

Un tempo il sorriso non bastava

a esprimere quel che si provava

lo dicevano gli occhi  a tutta la stanza.

A ogni estate, l'inverno,

e ci si ritrova soli.

Né più gli occhi puntati addosso, 

né parole ad personam

né il tempo di sentirselo dire

che tutto scoppia,

eppur non sembra una guerra.

Basta poco a morire.

 A volte sono le parole,

a volte i silenzi, altre, l'indifferenza.

E si continua a credere di essere innocenti,

che l'immobilità non faccia danni.

Se ciascuno sapesse ciò che procura agli altri,

non basterebbe il tempo rimasto 

per rimediare.


L'Odissea: il poema che continua a parlarci

 


Ultimamente si parla molto dell'Odissea di Christopher Nolan, un film intenso e ambizioso che ha suscitato apprezzamenti e critiche. Tutti parlano del film, ma io amo l'Odissea e voglio parlare di quella attribuita a Omero. È il poema di Odisseo, conosciuto nella tradizione latina come Ulisse. Un'opera composta da 12.007 esametri, suddivisi dai grammatici alessandrini in 24 canti, la cui redazione scritta viene generalmente collocata intorno al 720 a.C., pur affondando le proprie radici in una tradizione orale molto più antica. Il nome Odisseo è stato interpretato come "colui che odia" o, secondo un'altra lettura, "colui che è odiato", un'etimologia che ben si accorda con il destino tormentato dell'eroe.

Nel I secolo d.C. alcuni critici ritenevano l'Odissea inferiore all'Eneide e sostenevano che fosse stata composta nella vecchiaia di Omero, quando il poeta avrebbe ormai perduto parte della sua forza creativa. Si tratta però di un giudizio che la critica moderna non condivide.

I critici di oggi non sono d'accordo con questa affermazione, anzi l'opera è molto più vicina a noi  di quanto non lo fosse l'Iliade. Nel corso del tempo Ulisse è diventato quasi l'eroe moderno. E' una figura complessa e irrequieta che potremmo chiudere nell'affermazione di "un uomo dalle grandi sofferenze" e "dalle molte astuzie".

Odisseo esplora luoghi, si avventura in viaggi, a contatto con gente diversa. Il suo è un atteggiamento completamente opposto ai guerrieri dell'Iliade, mosso da maggiore prudenza al cospetto di uomini e situazioni. A lui non basta il valore per ripararsi dalla stoltezza del mondo. Mostri, forza del mare, situazioni avverse mettono a dura prova la sua serentà e la sua stessa vita. Ed è questo il motivo per cui sviluppa una scaltrezza fuori dal comune, tale da renderlo l'eroe astuto per antonomasia. Ce ne aveva dato prova già nell'Iliade con l'inganno del cavallo.

Rispetto all'Iliade l'Odissea non ha la sua stessa forza espressiva ma si presenta con momenti e sfumature più affini al pensiero del nostro tempo.

È ricca di personaggi, mostri, donne e situazioni che per la prima volta vengono affrontati. L'Odissea è chiamata anche il poema del ritorno, quello a Itaca, e della vendetta, nei confronti dei proci. Rispetto all'Iliade, dove la civiltà micenea resta un po' in seconda linea, qui abbiamo la testimonianza della condizione sociale prima della formazione della Polis. Altra differenza tra l'Iliade e l'Odissea è che mentre nella prima si parte da un tema ben preciso, l'ira di Achille, nella seconda abbiamo più di un nucleo tematico.

La storia di Odisseo assume le caratteristiche di una storia romanzata costituendo, in assoluto, il primo testo narrativo avventuroso all'interno della letteratura europea.

L'opera si snoda in tre punti: le avventure di Odisseo, le mosse di Telemaco e la vendetta.

All'inizio, dopo il Prologo, succedono quattro capitoli cosiddetti della "Telemachia", appunto su Telemaco, figlio di Odisseo che va alla ricerca del padre.

La storia è narrata dallo stesso Odisseo in flashback con il ritorno in patria nei canti IX-XII che racchiudono i racconti dell'eroe alla corte dei Feaci.

Segue la parte dedicata alla vendetta e alla riconquista del regno, che occupa i canti XVII-XXIV.

Il momento più intenso del poema è quando l'eroe deve confrontarsi col mondo, con l'altro, al di fuori della sua cerchia. Qui l'eroe è solo, dopo il peso della scoperta, conoscenza, ricade su se stesso.

È l'uomo solo a sperimentare, errare, escogitare, sopravvivere, lontano dalla sua casa, dalla sua vita familiare. Durante le sue peregrinazioni viene a contatto con le massime autorità divine e gli infimi, gli uomini vicini alle bestie(Ciclopi, Lestrigoni, Lotofagi).

Canto I – Nell'assemblea degli dèi, Atena chiede a Zeus di permettere il ritorno di Odisseo, ancora trattenuto dalla ninfa Calipso sull'isola di Ogigia. Zeus accoglie la richiesta e invia Ermes da Calipso affinché lasci partire l'eroe. Intanto Atena, sotto mentite spoglie, si reca a Itaca per incoraggiare Telemaco a cercare notizie del padre e a reagire alla presenza dei pretendenti, che da anni occupano la reggia consumando le ricchezze della casa di Odisseo.

Canto II – Telemaco convoca l'assemblea degli abitanti di Itaca e denuncia la prepotenza dei pretendenti, che continuano a consumare le ricchezze della sua casa. Con l'aiuto di Atena, decide di partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo. Organizza quindi di nascosto una nave e si prepara al viaggio verso Pilo e Sparta, alla ricerca di informazioni sul destino dell'eroe.

Canto III – Telemaco giunge a Pilo, dove viene accolto con grande ospitalità da Nestore, il saggio re dei Pili e uno degli eroi della guerra di Troia. Nestore racconta le vicende del ritorno degli Achei dopo la guerra e ricorda le qualità di Odisseo, ma non sa fornire notizie sulla sua sorte. Suggerisce quindi a Telemaco di recarsi a Sparta presso Menelao, che potrebbe avere informazioni sul padre.

Canto IV-  Telemaco riprende il viaggio accompagnato dal figlio di Nestore. Giunge a Sparta dove è ospite di Menelao e sua moglie Elena. Menelao prende occasione per raccontare le imprese di Odisseo a Troia, soprattutto del cavallo, e dell'astuzia  escogitata da Odisseo. Poi Menelao parla del suo viaggio di ritorno durante il quale apprende da Proteo, demone marino, che Odisseo è trattenuto da Calipso su un'isola. Intanto a Itaca i pretendenti insorgono decidendo di eliminare Telemaco al suo ritorno a casa.

Canto V- Zeus, sotto consiglio di Atena, invia  Ermes dalla ninfa Calipso per intimarle di lasciar partire Odisseo. La ninfa, seppure dispiaciuta, aiuta Odisseo a costruire una zattera. In viaggio, quando era quasi in prossimità dell'isola dei Feaci, Poseidone, arrabbiato a morte con Odisseo per avergli accecato il figlio Polifemo, gli scaglia contro una tempesta. Odisseo si salva grazie a Leucotea, divinità marina, che gli concede di raggiungere la riva.

Canto VI – Naufragato sulle coste della Scheria, l'isola dei Feaci, Odisseo incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo. La giovane, ispirata da Atena, lo accoglie con gentilezza, gli offre cibo e vesti e gli indica la strada per raggiungere il palazzo del padre, dove potrà chiedere aiuto per fare ritorno a Itaca. 

Canto VII – Odisseo giunge al palazzo del re Alcinoo e della regina Arete, dove viene accolto secondo le sacre leggi dell'ospitalità. Pur evitando di rivelare il proprio nome, racconta le sofferenze del suo viaggio e chiede ai Feaci di aiutarlo a fare ritorno in patria.

Canto VIII – Durante un banchetto alla corte dei Feaci, l'aedo Demodoco canta le vicende della guerra di Troia e, in particolare, l'episodio del cavallo di legno. Odisseo, ascoltando il racconto delle proprie imprese, non riesce a trattenere le lacrime. Il re Alcinoo, colpito dalla sua commozione, lo invita a rivelare finalmente il proprio nome e a raccontare le vicende che lo hanno condotto fin lì.

Canto IX- Odisseo inizia il racconto delle sue avventure. Dopo aver saccheggiato la città dei Ciconi e aver incontrato i Lotofagi, i cui frutti fanno dimenticare la patria, approda nell'isola dei Ciclopi. Qui lui e i suoi compagni vengono imprigionati da Polifemo. Grazie a uno stratagemma, Odisseo lo ubriaca, gli rivela di chiamarsi "Nessuno", lo acceca e riesce a fuggire nascosto sotto il ventre degli arieti. Allontanandosi, però, rivela il proprio nome al ciclope, che invoca la vendetta del padre Poseidone, dando origine alle future sciagure del viaggio.

Canto X- Odisseo approda sull'isola di Eolo, signore dei venti, che gli dona un otre nel quale sono racchiusi i venti contrari, così da favorire il suo ritorno verso Itaca. Durante la navigazione, però, i compagni, credendo che nell'otre siano nascosti dei tesori, lo aprono e liberano i venti, provocando una terribile tempesta che li respinge lontano dalla patria. Giunti presso la terra dei Lestrigoni, giganti cannibali, subiscono un nuovo attacco: tutte le navi vengono distrutte e solo quella di Odisseo riesce a salvarsi. Successivamente approdano sull'isola della maga Circe, che trasforma i compagni dell'eroe in porci. Grazie all'aiuto di Ermes, che gli consegna un'erba protettrice, Odisseo riesce a resistere alla magia della dea e la convince a restituire ai compagni sembianze umane.

Canto XI – Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo giunge ai confini del mondo e scende nel regno dei morti per interrogare l'indovino Tiresia e conoscere il destino del suo viaggio. Tiresia gli predice le difficoltà che dovrà affrontare e gli rivela che potrà tornare a Itaca solo se rispetterà i buoi sacri del dio Sole. Odisseo incontra poi la madre Anticlea, dalla quale apprende le sofferenze della famiglia durante la sua lunga assenza, e numerosi eroi del passato, tra cui Achille, Agamennone e Aiace. Il dialogo con Achille è particolarmente significativo: l'eroe della guerra di Troia confessa di preferire una vita umile tra i vivi piuttosto che il prestigio e la gloria nel regno dei morti.

Canto XII – Lasciata l'isola di Circe, Odisseo e i compagni affrontano nuove prove. Per superare il pericolo delle Sirene, il cui canto ammalia i marinai conducendoli alla morte, Odisseo tappa le orecchie dei compagni con la cera e si fa legare all'albero maestro della nave, così da poter ascoltare il loro canto senza cedere alla tentazione. Successivamente affronta lo stretto dominato da Scilla e Cariddi: Scilla riesce a divorare alcuni compagni, mentre la nave supera il vortice di Cariddi. Giunti sull'isola del Sole, o Trinacria, i compagni, nonostante il divieto ricevuto, uccidono i buoi sacri del dio Elio. Per punizione Zeus scatena una tempesta e distrugge la nave: tutti muoiono, tranne Odisseo, che, dopo essere sopravvissuto al passaggio presso Cariddi, approda infine sull'isola di Ogigia, dove viene trattenuto dalla ninfa Calipso.

Canto XIII – Il racconto delle sue avventure commuove il re Alcinoo, che decide di aiutare Odisseo e gli offre una nave per il ritorno in patria. I Feaci lo accompagnano durante la navigazione fino a Itaca, dove l'eroe giunge finalmente dopo vent'anni di assenza. Qui Atena lo incontra e, per permettergli di organizzare la vendetta contro i pretendenti, lo trasforma nell'aspetto di un vecchio mendicante. Intanto Poseidone, adirato perché i Feaci hanno favorito il ritorno di Odisseo, chiede a Zeus di punirli e trasforma in pietra la nave che lo ha riportato a casa.

Canto XIV – Giunto a Itaca, Odisseo, trasformato da Atena nell'aspetto di un vecchio mendicante, si reca alla capanna di Eumeo, il fedele porcaro della sua casa. Qui viene accolto con grande ospitalità dal servo, che non sa di trovarsi davanti al suo padrone. Odisseo, per mettere alla prova la fedeltà di Eumeo e mantenere nascosta la propria identità, racconta una falsa storia: dice di essere un cretese che ha partecipato alla guerra di Troia e di aver conosciuto Odisseo. Nel frattempo racconta la propria esperienza e lascia intravedere la speranza del ritorno del re di Itaca.

Canto XV – Atena appare in sogno a Telemaco e lo invita a lasciare Sparta per fare ritorno a Itaca. Prima della partenza, Menelao ed Elena gli offrono doni e lo salutano. Durante il viaggio Telemaco riesce a evitare l'agguato organizzato dai pretendenti, che volevano ucciderlo al suo rientro. Giunto a Itaca, invece di recarsi subito alla reggia, si dirige alla capanna di Eumeo, dove incontra il padre Odisseo ancora sotto le sembianze di un mendicante.

Canto XVI – Telemaco giunge alla capanna di Eumeo senza sapere che l'ospite accolto dal porcaro è in realtà suo padre Odisseo. Atena interviene e restituisce all'eroe il suo vero aspetto: Telemaco, inizialmente incredulo, riconosce il padre e i due si abbracciano commossi dopo vent'anni di separazione. Insieme elaborano un piano per affrontare i pretendenti: Odisseo tornerà alla reggia sotto le sembianze di un mendicante e, con l'aiuto del figlio e dei fedeli servi, preparerà la vendetta.

Canto XVII – Il giorno dopo Odisseo, ancora travestito da mendicante, si avvia verso il palazzo insieme a Eumeo. Durante il cammino incontra il fedele cane Argo, ormai vecchio e abbandonato, che riconosce il suo padrone dopo vent'anni di assenza. Odisseo, pur trattenendo le lacrime, non può rivelare la propria identità. Subito dopo entra nella reggia, dove è costretto a chiedere l'elemosina ai pretendenti, assistendo agli abusi e alle offese rivolte ai servi e alla sua casa.

Canto XVIII – Nel palazzo Odisseo, ancora sotto le sembianze di un mendicante, osserva la situazione e comprende fino a che punto i pretendenti abbiano violato la sua casa. Costretto a sopportare insulti e umiliazioni, subisce anche l'aggressione di Iro, un mendicante arrogante che lo sfida a duello. Odisseo, pur mantenendo nascosta la propria identità, lo sconfigge facilmente. Intanto Penelope appare nella sala e riceve dai pretendenti numerosi doni, mentre Atena prepara il momento della futura vendetta.

Canto XIX – Odisseo, ancora travestito da mendicante, incontra Penelope e le racconta una falsa identità, narrando di essere un cretese che ha conosciuto il marito e rassicurandola sul suo imminente ritorno. Penelope accoglie il forestiero con ospitalità e gli affida le cure della nutrice Euriclea, incaricandola di preparargli il bagno. Durante il lavaggio dei piedi, Euriclea riconosce Odisseo dalla cicatrice sulla coscia, ricordo di una ferita ricevuta in gioventù, ma l'eroe le impone di mantenere il segreto. Intanto Penelope, ormai esasperata dalla presenza dei pretendenti, annuncia che sposerà colui che riuscirà a superare la prova dell'arco appartenuto a Odisseo.

 Canto XX – Nella reggia di Itaca si svolge un banchetto durante il quale Odisseo, ancora travestito da mendicante, è costretto a sopportare gli insulti e le provocazioni dei pretendenti. L'eroe, pur soffrendo per le offese ricevute, riesce a controllare la propria ira in attesa del momento opportuno per agire. Il canto è caratterizzato da numerosi presagi che annunciano la punizione dei proci: visioni e segni divini rivelano che la loro morte è ormai vicina e che l'ordine nella casa di Odisseo sta per essere ristabilito.

Canto XXI – Penelope porta nella sala l'arco appartenuto a Odisseo e annuncia che sposerà colui che riuscirà a tenderlo e a far passare la freccia attraverso gli anelli di dodici scuri. I pretendenti tentano uno dopo l'altro, ma nessuno riesce nell'impresa. Odisseo, ancora travestito da mendicante, chiede di poter provare l'arco nonostante le proteste dei proci. Dopo averlo facilmente teso, scaglia la freccia e supera la prova, rivelando la propria superiorità e preparando il momento della vendetta.

Canto XXII – Dopo aver superato la prova dell'arco, Odisseo scaglia la prima freccia contro Antinoo, il più arrogante dei pretendenti, e rivela finalmente la propria identità. Insieme a Telemaco, Eumeo e Filezio affronta i proci nella sala della reggia: la battaglia è violenta e si conclude con la strage dei pretendenti, puniti per aver usurpato la sua casa e offeso le regole dell'ospitalità. Odisseo risparmia soltanto il cantore Femio e l'araldo Medonte, che non hanno partecipato alle colpe dei proci. Euriclea, Eumeo e Filezio, invece, assistono e collaborano alla restaurazione dell'ordine nella reggia.

Canto XXIII – Dopo la strage dei pretendenti, Penelope rimane prudente e non si lascia convincere subito che il mendicante sia davvero il marito tornato dopo vent'anni. Odisseo le rivela allora un segreto che solo loro due conoscono: la costruzione del loro letto nuziale, ricavato dal tronco di un ulivo radicato nella camera. Di fronte a questa prova certa, ogni dubbio di Penelope svanisce e i due sposi possono finalmente riabbracciarsi.

Canto XXIV – Odisseo incontra il padre Laerte e gli rivela finalmente la propria identità. Nel frattempo le anime dei pretendenti uccisi scendono nell'Ade, dove incontrano gli eroi della guerra di Troia. I parenti dei proci, desiderosi di vendetta, si preparano allo scontro contro Odisseo e i suoi alleati. Quando la lotta sta per iniziare, interviene Atena per volontà di Zeus e impone la pace tra le due parti. Con il ritorno dell'ordine, Odisseo può finalmente riunirsi alla famiglia e ristabilire il proprio ruolo di re di Itaca.

Con l'intervento di Atena si conclude il lungo viaggio di Odisseo. Il suo ritorno a Itaca non rappresenta soltanto il ricongiungimento con la famiglia e la riconquista del trono, ma anche il compimento di un percorso umano fatto di dolore, conoscenza, errori e maturazione. È proprio questa dimensione profondamente umana che rende l'Odissea un poema ancora attuale. Odisseo non è l'eroe invincibile dell'Iliade: è un uomo che cade, soffre, sbaglia e riesce a salvarsi grazie all'intelligenza, alla prudenza e alla capacità di adattarsi alle circostanze. Per questo continua a parlare ai lettori di ogni epoca e rimane una delle figure più moderne della letteratura occidentale.



















































































































Libri con il sapore di mare

                                                            Immagine di Audrey Buoy

Leggere sotto l'ombrellone, oggi, non è più così semplice. Ci ho provato e, in un certo senso, ho fallito. E pensare a quanti libri ho letto in passato proprio in spiaggia! Si aspetta l'estate anche per questo: immaginando ore di tranquillità da dedicare alla lettura. E invece posso garantire che è diventata un'impresa.

Anzitutto è inutile portarsi tre libri quando il tempo basta appena per sfogliarne uno. Si pensa di poter scegliere sul momento da quale iniziare, ma non funziona così. La giornata al mare è fatta di bagni, asciugamani da stendere, shampoo, quattro chiacchiere, qualche passeggiata. Quando finalmente ci si sdraia, sembra arrivato il momento giusto. E invece bisogna cercare gli occhiali da lettura, perché quelli da sole non bastano. Io preferisco averli separati, ma appena li indosso ecco che la luce diventa troppo forte e leggere si fa faticoso.

Si resiste un quarto d'ora, forse venti minuti, senza che nella storia accada ancora qualcosa di davvero coinvolgente. Così il libro si richiude con la promessa di riprenderlo più tardi. Si prende allora il secondo, convinti che magari susciti maggiore interesse, ma il risultato è identico. Dopo poche pagine torna la voglia di fare un altro bagno.

Mentre si è in acqua si ripensa alle poche righe lette e ci si promette che, una volta usciti, si ricomincerà con più concentrazione. Ma tutto ricomincia da capo.

A complicare le cose c'è il telefonino. Ogni pochi minuti viene spontaneo controllare se qualcuno ha chiamato, scritto un messaggio o inviato una mail. È una distrazione continua che, senza quasi accorgercene, prende il sopravvento.

Eppure una volta non era così. Sotto l'ombrellone sembrava di stare su un'isola deserta, riparati non solo dal sole ma anche dal resto del mondo. Non esistevano i social, non c'era l'urgenza di sapere tutto e subito. C'eravamo soltanto noi e il libro. I capitoli scorrevano senza interruzioni e le pagine si divoravano una dopo l'altra.

Ricordo ancora quei libri con il sapore del mare, i granelli di sabbia rimasti tra le pagine, la copertina un po' incurvata dalla salsedine e dal vento. Ogni volta bastava scuoterli leggermente e tornavano quasi nuovi. Sotto quell'ombrellone le storie prendevano vita davanti agli occhi: i personaggi camminavano con noi e, a distanza di anni, ricordo meglio certe pagine lette che non molte giornate trascorse al mare.

Oggi, invece, la spiaggia sembra una palestra del tempo libero. Bisogna fare sempre qualcosa: nuotare, passeggiare, allenarsi, fotografare, controllare il telefono. Se lascio il libro sul lettino, il vento comincia subito a sfogliarlo come se volesse leggerlo lui. Allora lo proteggo, lo ripongo nella borsa quasi fosse una reliquia.

E non manca mai qualcuno che ti interrompe con una domanda, una richiesta o un piccolo imprevisto. Non fai in tempo a sdraiarti che devi già rialzarti.

Poi basta alzare gli occhi dalle pagine perché il mondo della spiaggia catturi l'attenzione. Una distesa di tatuaggi che sembrano raccontare intere enciclopedie: animali, scritte, simboli che sbucano dai punti più impensati del corpo.

L'altro giorno osservavo una ragazza distesa sul lettino. Continuava a fare smorfie e pose senza che riuscissi a capirne il motivo. Solo dopo mi sono accorta che teneva il telefonino nascosto per fotografarsi in continuazione. Quando finalmente si è alzata, non si era resa conto che il bikini, ormai ridotto ai minimi termini, lasciava ben poco all'immaginazione. Non sapevo se ridere o provare imbarazzo.

E poi c'è sempre il personaggio che arriva in spiaggia come se dovesse fare il suo ingresso in scena, con l'aria di chi sembra dire: «Eccomi, so che mi stavate aspettando.»

Anche i bambini sono cambiati. Sono pochi, perché ormai sembriamo davvero un popolo in estinzione, e arrivano armati di ogni genere di gonfiabile e natante. Noi, invece, con un secchiello e una paletta costruivamo castelli, fossati, fortezze e cunicoli per ore intere. C'era fantasia, pazienza e tanta voglia di inventare. Oggi il tempo si trascorre quasi tutto in acqua. Così, ogni volta che alzo lo sguardo dal libro, c'è qualcosa che interrompe il filo della storia.

L'altro giorno Federico II stava raccontando al suo fedele Addid i delicati rapporti con Al-Kamil quando, in lontananza, ho visto una barca dall'aspetto curioso: sembrava una zattera uscita da Robinson Crusoe, con due pali e un telo a fare da vela improvvisata. Mi sono messa a osservarla, cercando di immaginare da dove venisse e cosa ci facesse laggiù.

Quando sono tornata al libro, senza accorgermene avevo ripreso alcune pagine precedenti e continuavo a leggere convinta di essere andata avanti. Solo dopo qualche minuto ho capito l'errore. A quel punto ho chiuso il libro, quasi per protesta.

Mi succede anche di sorridere leggendo una battuta o un dialogo e di accorgermi che qualcuno mi osserva incuriosito. Allora provo a raccontare ciò che sto leggendo, pensando di condividere un piccolo momento di entusiasmo. Ma è tempo perso. Nessuno ascolta davvero. Ognuno torna immediatamente al proprio smartphone, a scorrere immagini, messaggi e notifiche.

Quando, raramente, alzano lo sguardo, hanno l'aria stanca di chi abbia già lavorato per ore. Se mettessi loro in mano un libro invece del telefono, credo che reagirebbero come davanti a un oggetto estraneo.

Io, però, continuo ostinatamente a portare i miei libri al mare. So che mi distrarrò, che il vento li sfoglierà e che qualcuno interromperà la lettura. Eppure, quando finalmente intorno torna un po' di silenzio, rientro volentieri nella stanza di Federico, ormai malato, accanto al suo amico e fedele guardia Addid.

Ascoltare l'imperatore che racconta la propria vita, mentre l'amico gli rinfresca la memoria e condivide con lui ricordi lontani, mi ricorda ogni volta quanto abbiamo ancora da imparare dagli uomini del passato. È un patrimonio di esperienze e di storie così vasto che, forse, non basterebbe un'intera vita per leggerlo tutto.

Via del Greto - II

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo secondo


 

                                                                     Capitolo II


La casa cambiò suono quando Alfonso partì. Non fu un silenzio vero, ma una diversa disposizione dei rumori: le porte chiuse con più cautela, i passi più leggeri, la voce della madre che chiamava Maria dalla cucina. Letizia se ne accorse mentre rifaceva il letto nella stanza degli ospiti. Si fermò un momento con il lenzuolo tra le mani, come se avesse dimenticato cosa stesse facendo.

Si affacciò alla finestra. I campi erano immobili sotto il sole di giugno, attraversati solo da una striscia di vento che muoveva le foglie degli ulivi. Il mare, più in basso, era una distesa chiara, quasi ferma. Le sembrò lontano, più del solito.

Aveva sempre pensato di tornare per poco. Tre settimane. Un tempo misurabile, controllabile. E invece, da quando era arrivata, il tempo aveva smesso di comportarsi come avrebbe dovuto. Le giornate scorrevano lente e dense, come se ogni gesto avesse bisogno di essere assaporato prima di essere lasciato andare.

La madre di Alfonso stava preparando il pranzo.

«Vuoi andare a mare oggi?» le chiese, senza voltarsi.

Letizia esitò.

«Più tardi», rispose. «Prima vado un attimo nel terreno.»

Uscì. L’aria era calda, ma non opprimente. Camminò lungo il vialetto di ghiaia, riconoscendo senza sapere punti che non ricordava di conoscere. Un muretto, un albero più grande degli altri, una curva del sentiero. Non erano ricordi veri, piuttosto sensazioni: il corpo che si muoveva con una sicurezza che la mente non giustificava.

Si fermò sotto un fico. Da bambina si sedeva lì, ne era quasi certa. Non vedeva l'immagine, ma ne sentiva la postura: le gambe raccolte, la schiena contro il tronco. Si appoggiò. Chiuse gli occhi.

Le sembrò curioso che fosse il corpo a ricordare prima della mente. Come se certi luoghi continuassero a vivere dentro di noi anche quando le immagini si cancellano.

Pensò ai suoi genitori senza vederli. Da sempre era così. Sapeva di averli avuti, ma non riusciva ad afferrarli. Erano una mancanza, non una memoria. A volte si chiedeva se fosse colpa sua, se non avesse voluto ricordare. Altre volte pensava che il dolore fosse arrivato troppo presto, quando ancora non aveva parole per trattenerlo.

Riaprì gli occhi. Il mare brillava tra i rami.

In Valle d'Aosta tutto era diverso. Le montagne avevano un modo severo di occupare il paesaggio, come se ricordassero ogni giorno quanto fosse piccolo chi viveva ai loro piedi. Lì aveva costruito la sua vita: lo studio, il lavoro, una casa ordinata. Una vita scelta con cura, che non aveva mai sentito il bisogno di mettere in discussione.

Solo adesso capiva che si può abitare un luogo senza appartenervi del tutto.


 Alfonso le tornò in mente senza preavviso. Il modo in cui l’aveva guardata quella mattina, alla stazione: non stupito, piuttosto disallineato, come se non sapesse bene dove collocarla. Le era sembrato giusto così. Lei stessa non sapeva dove collocarsi.

Aveva corso per portargli le pillole come se fosse una necessità assoluta. Solo dopo, seduta sulla panchina, aveva capito che non si trattava davvero dell’allergia. Era il pensiero che lui partisse senza qualcosa di essenziale. Che lasciasse un vuoto. Come aveva fatto lei, tanti anni prima, senza sapere cosa stava lasciando dietro di sé.

Rientrò in casa nel primo pomeriggio. Maria non c’era. Si sedette al tavolo con un libro, ma dopo poche pagine smise di leggere. Guardò l’orologio. Pensò ad Alfonso in viaggio in quel momento.

Lei, invece, restava.

Nel tardo pomeriggio scese al mare da sola. Percorse il viottolo che costeggiava le mura del castello. Ogni passo le sembrava familiare, come se il corpo ricordasse ciò che la mente aveva dimenticato. Arrivata alla spiaggia, si tolse i sandali e camminò sulla sabbia calda. L’acqua era limpida.

Entrò lentamente. Quando il mare le arrivò alle ginocchia, si fermò. Restò così, immobile, lasciando che le onde le toccassero le gambe. Pensò che forse tornare non significava recuperare il passato, ma accettare di essere rimasti incompleti altrove.

Quando il sole cominciò a scendere, uscì dall’acqua. Si sedette sulla riva. Il mare davanti a lei non prometteva nulla. E proprio per questo le sembrò sincero.

Rimase ancora qualche minuto a osservare il mare.

Non le restituiva risposte. Ma neppure gliene chiedeva.

Per la prima volta da molti anni non sentì il bisogno di capire tutto subito.


Il mattino seguente si svegliò con una canzoncina che Maria canticchiava dalla cucina. Il sole era già alto e i raggi che filtravano dalla persiana invadevano la stanza. Si alzò, aprì il balcone e respirò profondamente. L'aria profumava di mare e di terra scaldata dal sole.

Le bastò un istante per ricordare che Alfonso non sarebbe stato a colazione. La casa le sembrò di nuovo diversa, come se l'assenza del giorno prima avesse trovato posto anche in quella mattina.

Scese in cucina e fu accolta da un vassoio di cornetti ancora caldi, marmellate fatte in casa e una caffettiera fumante.

«Dimmi la verità, ti ho svegliata?» le chiese Maria con un sorriso.

«Piacevolmente.»

«Meglio così.»

Mentre versava il caffè, Maria disse quasi distrattamente:

«Sai che Andrea si sposa tra qualche mese?»

«Davvero? E con chi?»

«Con una ragazza che lavora con lui, anche lei medico.»

Letizia sorrise.

«In questa famiglia di medici solo Alfonso è uscito dal coro.»

Maria rise.

«È vero. La medicina non lo ha mai attirato. Da ragazzo passava più tempo a fare conti che sui libri. Ancora oggi è lui a tenere in ordine tutto il patrimonio di famiglia.»

Si fermò un momento, come se il ricordo la divertisse.

«Per questo ci sorprese quando decise di partire per un anno negli Stati Uniti. Eravamo convinti che non avrebbe mai lasciato questo podere. Per lui è sempre stato più di una casa.»

Quelle parole riportarono Letizia ai racconti della zia. Anche lei, negli anni, finiva sempre per parlare di Alfonso nello stesso modo: sincero, incapace di cattiveria, profondamente legato alla sua terra. Era curioso come, a distanza di tanto tempo, Maria gli restituisse lo stesso volto.

Prese un sorso di caffè.

«E Andrea? Lo conosco così poco.»

«Andrea è l'opposto di suo fratello», rispose Maria sorridendo. «È quello che tiene allegra la casa. Organizza tutto, trova sempre una soluzione quando c'è un problema e riesce a far sorridere tutti. Ha un cuore grande.»

Scosse appena la testa.

«Ma forse non sono la persona più obiettiva per dirtelo.»

Letizia ascoltava senza interromperla. Più Maria parlava, più le sembrava di entrare in una famiglia costruita su gesti semplici, ricordi condivisi e affetti che non avevano bisogno di essere ostentati. Lo si capiva dal modo in cui parlavano gli uni degli altri, con naturalezza, come se volersi bene fosse la cosa più semplice del mondo.

Pensò a sua zia. Era stata tutto ciò che aveva avuto: una casa, una guida, una presenza instancabile. Le aveva insegnato il valore dello studio, del rispetto e della dignità. Di quell'amore le sarebbe stata sempre grata.

Eppure, seduta a quella tavola, si rese conto che dentro di sé era rimasto uno spazio vuoto.

Forse non era l'assenza dei suoi genitori. Era l'assenza di una storia condivisa.

Abbassò lo sguardo sulla tazza ormai vuota. Le tornò in mente il mare della sera precedente e quella pace inattesa che aveva provato restando semplicemente lì, senza cercare spiegazioni.

Forse una storia non torna tutta insieme. Forse riaffiora a piccoli gesti, in una voce, in un sentiero, nel modo in cui qualcuno pronuncia un nome.

Per la prima volta ebbe l'impressione che quella storia, lentamente, stesse tornando a cercarla.


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