Quando l'amore diventa una questione di potere



Ci sono sottili dinamiche di coppia che non nascono necessariamente da ciò che accade, ma da uno stato d’animo che, quando si manifesta, produce un comportamento che ricade sull’altro come se fosse il responsabile di qualcosa che non ha fatto.

Non è necessariamente un fatto concreto ad accendere il conflitto. A volte è la percezione di un’ingiustizia: uno dei due ritiene di non ricevere dall’altro il giusto riconoscimento per ciò che fa, per ciò che sostiene o, soprattutto, per ciò che decide. Da quel momento il semplice disaccordo può assumere un significato diverso: non è più una divergenza tra due persone che hanno pari diritto di esprimersi, ma diventa, agli occhi di uno dei due, una mancanza di rispetto, quasi un’insubordinazione.

Quando questa persona è anche quella economicamente più forte, lo squilibrio può diventare ancora più evidente. Ciò che dovrebbe rimanere un contrasto di opinioni può trasformarsi in una forma di pressione o di coercizione, perché chi dispone delle risorse dispone, di fatto, anche di una possibilità maggiore di condizionare l’altro.

E non è detto che si tratti dell’uomo rozzo, ignorante o privo di mezzi. È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti: può essere un uomo colto, intelligente, professionalmente affermato, abituato a ragionare, a decidere e a comprendere situazioni complesse. Può essere perfettamente educato con gli altri, stimato sul lavoro, capace di mostrarsi equilibrato e persino comprensivo. E tuttavia, nella relazione privata, può pretendere che la compagna occupi una posizione diversa dalla sua: che ascolti, assecondi, riconosca, accudisca e, soprattutto, non contraddica.

L’intelligenza, dunque, non coincide necessariamente con la capacità di costruire una relazione paritaria. La cultura non garantisce il rispetto dell’altro. Il successo professionale non impedisce di essere autoritari nella vita privata. Una persona può avere grandi capacità di comprensione quando si tratta del mondo e mostrarne assai meno quando deve confrontarsi con chi vive accanto a lei.

È qui che il carattere e il modello di relazione diventano determinanti. Se una persona è abituata a considerarsi quella che decide, quella che ha l’ultima parola, quella alla quale spetta il riconoscimento, ogni opposizione dell’altro può essere vissuta non come un normale dissenso, ma come una sfida alla propria autorità. E allora succede qualcosa di particolare.

La donna esprime un dissenso, pone un limite, manifesta un’esigenza o semplicemente non accetta una decisione. Lui reagisce con un’aggressività sproporzionata rispetto a ciò che è accaduto. La svaluta, la offende, la fa sentire inadeguata, incapace, ingrata. Le attribuisce la responsabilità del proprio stato d’animo. Non le contesta più ciò che ha fatto: mette in discussione ciò che è.

All’inizio lei può pensare che sia soltanto un momento. Che sia nervoso. Che gli passerà. Che, tornato tranquillo, capirà di avere esagerato.

E infatti, passato il momento, può tornare ad essere affettuoso, disponibile, persino premuroso. Diventa quasi un’altra persona. Ed è proprio questo uno degli aspetti più destabilizzanti.

Difficile conciliare l’uomo che poco prima ti ha umiliato con quello che adesso ti sorride, ti parla con dolcezza e sembra non comprendere nemmeno perché tu sia ancora ferita. A quel punto puoi arrivare a chiederti se non sia stata tu a esagerare. Se davvero sia successo ciò che ricordi. Se forse non sia stato soltanto un brutto momento. Ma la normalità che segue l’aggressione non cancella l’aggressione.

Se il comportamento si ripete, e se gli intervalli tra un episodio e l’altro diventano sempre più brevi, non si è più davanti a un incidente occasionale. Si è davanti a una modalità relazionale.

È questo il punto nel quale la donna dovrebbe smettere di interrogarsi soltanto sulle ragioni di lui e cominciare a guardare gli effetti di quella relazione su di sé.

Perché il problema non è stabilire se quell’uomo sia, in fondo, una persona buona. Può anche esserlo in molte circostanze. Può essere un buon padre, un professionista stimato, un amico generoso, una persona gentile con gli estranei. Può persino essere, per lunghi periodi, un compagno premuroso.

Ma tutto questo non rende meno grave il comportamento che assume quando esercita il proprio potere sulla persona che gli è più vicina.

Non è necessario attribuirgli una diagnosi. Non occorre stabilire se sia narcisista, borderline o affetto da un disturbo della personalità. Queste sono valutazioni cliniche che non possono essere ricavate semplicemente dal comportamento osservato in una relazione. È sufficiente guardare ciò che accade.

Se una persona viene sistematicamente svalutata, intimidita, controllata, umiliata, privata della possibilità di dissentire o indotta a dubitare continuamente di se stessa, il problema esiste indipendentemente dal nome che gli si vuole dare.

Anche il cosiddetto gaslighting, quando effettivamente presente, va inteso prima di tutto come una modalità di comportamento: negare ciò che è accaduto, alterare sistematicamente la percezione dell’altro, convincerlo che sta esagerando, che ricorda male, che è troppo sensibile o che il problema è sempre lui.

E così si crea un meccanismo perverso: prima ti ferisco, poi normalizzo ciò che è successo. Prima ti faccio sentire una nullità, poi torno a essere l’uomo buono di sempre. Prima ti porto a dubitare di te stessa, poi mi comporto come se non fosse accaduto nulla.

Non è necessario immaginare due persone diverse che abitano lo stesso corpo. È la stessa persona, con comportamenti diversi, e proprio questa alternanza può rendere difficile riconoscere la natura della relazione. La tragedia è che la donna spesso spera che prevalga l’uomo buono.

Non vuole credere che l’altro sia davvero quello che ha visto nei momenti peggiori. Pensa che quella parte possa essere corretta, che l’amore, la pazienza, la comprensione possano bastare. E qualche volta, dietro questa speranza, c’è anche qualcosa di più profondo: riconoscere che la relazione non cambierà significa ammettere che tutto ciò in cui si è investito — tempo, affetti, energie, progetti, anni di vita — potrebbe non essere recuperabile. E allora resiste. Ma a cosa?

A stare continuamente male. A non avere un vero interlocutore. A sentirsi riprendere, correggere, svalutare o offendere anche quando non ha fatto nulla che lo giustifichi. A vivere nella previsione del prossimo episodio, senza sapere quando arriverà, quanto durerà e con quale intensità.

Le ragioni apparenti possono essere le più diverse: una rivalità professionale, una diversa visione della vita, una decisione non condivisa, una critica, un semplice rifiuto. Talvolta persino qualcosa di banale.

Ma quando qualunque divergenza diventa l’occasione per ristabilire una gerarchia, il problema non è più l’argomento della discussione. È la relazione di potere.

E qui cultura, istruzione e posizione sociale non sono sufficienti a spiegare il fenomeno. Un uomo può aver studiato, aver raggiunto una posizione importante, avere ottime capacità professionali e una grande intelligenza. Può conoscere perfettamente il significato delle parole rispetto, autonomia, libertà e dignità. E tuttavia non essere disposto ad applicarle alla donna con cui vive.

Perché sapere che cosa sia la parità non significa necessariamente accettarla quando mette in discussione il proprio ruolo.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da riconoscere: alcuni uomini non hanno bisogno di una donna incapace o ignorante. Hanno bisogno di una donna che, nel momento decisivo, non metta in discussione la loro centralità.

La vogliono intelligente, purché non troppo autonoma. Forte, purché non contraddica. Capace, purché riconosca che la decisione finale spetta a lui.

E naturalmente non vale per tutti gli uomini. Ma quando questo schema è presente, il problema non è il livello culturale della persona: è il modello di relazione che pretende di instaurare.

Ci sono poi donne che, davanti al primo episodio grave, decidono di andarsene. Non perché siano incapaci di amare, ma perché hanno riconosciuto qualcosa di essenziale: non possono cambiare un'altra persona al posto suo.

Uno schiaffo, una minaccia, un'umiliazione grave, un comportamento intimidatorio non dovrebbero essere archiviati semplicemente perché il giorno dopo arrivano le scuse.

Le scuse hanno valore soltanto se sono accompagnate dalla responsabilità e da un cambiamento reale del comportamento. Altrimenti possono diventare semplicemente un'altra fase dello stesso ciclo: aggressione, pentimento, normalizzazione, nuova aggressione. E qui entra in gioco anche il denaro.

Se l'uomo è il principale o unico percettore di reddito, se la casa, il patrimonio, le decisioni economiche e la possibilità di mantenersi dipendono da lui, la libertà della donna di interrompere la relazione può diventare molto più difficile da esercitare.

Non perché una donna senza un uomo non sia "nessuno". Al contrario: proprio questa convinzione è una delle conseguenze più pericolose di un sistema di dipendenza.

Il problema è che una persona economicamente dipendente può sapere perfettamente di vivere male e, nello stesso tempo, non vedere una via d'uscita praticabile.

Per questo la violenza nelle relazioni non è soltanto una questione privata o psicologica. È anche una questione di autonomia, di risorse, di possibilità concrete di scegliere.

E forse è qui che si trova il nodo più antico.

L'idea che l'uomo debba comandare, decidere, provvedere economicamente e avere l'ultima parola, mentre alla donna spetta comprendere, seguire, accudire e adattarsi, non è una legge della natura. È un modello culturale che, quando diventa rigido, può trasformare la differenza tra due persone in una gerarchia.

Una coppia dovrebbe essere un luogo nel quale due persone possano dissentire senza avere paura, discutere senza essere umiliate, decidere senza essere sottomesse, cambiare idea senza essere punite.

Quando questo non è più possibile, non siamo semplicemente davanti a una coppia che "non va d'accordo". Siamo davanti a una relazione nella quale il potere ha preso il posto del dialogo.

Ed è proprio quando il potere diventa più importante della persona che il rapporto smette di essere una relazione tra pari.


Via del Greto - VI


"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo sesto




                                                                  Capitolo VI

L'estate volgeva ormai al termine. Nei campi comparivano le prime avvisaglie dell'autunno e, in casa, si cominciavano a fare provviste per l'inverno.

La tenuta richiedeva lavoro continuo e quattro contadini si occupavano di mantenerla in ordine. Enea, ormai in pensione, trascorreva gran parte delle sue giornate all'aperto, lontano dall'ambulatorio che per tanti anni era stato il centro della sua vita. Gli piaceva seguire personalmente i suoi uomini nei lavori dei campi e godersi, finalmente, il tempo che aveva a disposizione.

Il terreno era vasto e generoso nei raccolti. Enea, a dire il vero, non aveva mai saputo con precisione dove finissero le sue proprietà. Oltre il punto che considerava il limite delle sue terre si estendevano altri due ampi appezzamenti coltivati a frutteto.

Da molti anni quegli alberi fornivano frutta destinata alle conserve delle fabbriche del posto e agli alberghi della zona, garantendo un guadagno considerevole. Quell'anno, però, qualcosa era cambiato.

Un parassita aveva aggredito gli alberi e nessuno dei rimedi tentati era servito a fermarlo. La produzione di mele e pere si era ridotta drasticamente. Molti frutti cadevano ancora acerbi, creando un problema sempre più serio. Anche i fornitori cominciavano a lamentarsi della qualità della merce ricevuta.

Enea, dopo averci pensato a lungo, prese una decisione: avrebbe fatto abbattere gli alberi e destinato il terreno a un'altra coltivazione.

Valeria, sua moglie, si oppose. Gli ricordò quanto avessero speso tra operai, concimi, humus, acqua per irrigare  e tutto il resto.

«Meglio tagliare adesso che aspettare ancora. Potremmo spendere molto di più se non prendiamo alcun provvedimento», disse deciso.

«Lasciamo riposare il terreno per un anno e concimiamo gli alberi prima della fioritura. Potremmo affidare al nostro uomo di fiducia il compito di occuparsene.»

Enea non poté sottrarsi alle ragioni di sua moglie. Era sempre stata saggia nelle sue valutazioni. Sapeva, però, che in questo modo avrebbe caricato quell'uomo di un lavoro ben più gravoso rispetto a quello che fino ad allora aveva svolto.

Subito Valeria aggiunse:

«A meno che tu non voglia venderlo e finirla qui.»

Enea rifletté ancora. Alla fine decise di vendere almeno il primo appezzamento del frutteto, mantenendo però per sé, fino alla morte sua e di Valeria, il diritto al raccolto. Questa sarebbe stata una condizione imprescindibile per venderlo. Sicuramente il colono che lo curava gli avrebbe fatto la prima offerta: erano anni che accarezzava l'idea di poter acquistare quel terreno. Sicuramente Enea lo avrebbe anche agevolato nelle modalità di acquisto. 

A quel punto Valeria tacque. Pensò che fosse meglio avere un campo ordinato, che poteva tornare a rendere, piuttosto che una terra incolta destinata a creare nuovamente quelle situazioni incresciose nelle quali non volevano più trovarsi.

Non ne parlarono subito con i figli. Una settimana più tardi, Enea chiese al geometra di fiducia le planimetrie della proprietà da portare all'avvocato.

Fu allora che arrivò la sorpresa.

«Ma qui non c'è nessun terreno.»

Il geometra lo guardò senza capire.

«Queste carte non sono aggiornate!»

«Signor Varriale, sono le planimetrie appena acquisite al catasto. Sono complete in ogni loro parte.»

Enea prese i documenti e li osservò nuovamente.

«Ma come è possibile? Manca una porzione della proprietà. Anzi, ne mancano due. Due appezzamenti notevoli. È impossibile che queste carte siano aggiornate.»

Ne nacque una discussione che andò avanti per giorni. I Varriale protestavano, cercavano vecchi documenti, ricostruivano confini e ricordi. La burocrazia, però, continuava a ripetere la stessa cosa: quei due ampi appezzamenti, catastalmente, non erano mai appartenuti a loro.

Alfonso, seguendo il suo istinto, cominciò a pensare che forse quelle terre non fossero mai state della famiglia. Enea, invece, ne era certo: quelle terre erano sempre state loro. In breve tempo la situazione cambiò completamente.

L'avvocato e il perito effettuarono le loro ricerche e portarono il risultato alla famiglia.

Secondo i documenti, quei due appezzamenti appartenevano da sempre a Massimo Ferrero, il padre di Letizia.

Andrea fu il primo a porsi la domanda che, poco alla volta, cominciò a tormentare tutti.

Com'era possibile che nessuno lo ricordasse? La questione risaliva a quando loro erano bambini. E nella memoria di tutti non c'era mai stato altro proprietario che Enea.

La scoperta alimentò inevitabilmente un sospetto. Forse Letizia era arrivata lì proprio per quel terreno.

Forse il suo scopo era stato quello di avvicinarsi alla famiglia, conoscere i Varriale e, soprattutto, conoscere i vicini della proprietà che un giorno avrebbe potuto reclamare.

Se il terreno era già suo, perché aveva avuto bisogno di conquistarsi la loro amicizia? Le domande si moltiplicavano senza trovare risposta.

Alfonso non riusciva a liberarsi da quel pensiero. Era plausibile che Letizia fosse arrivata per la sua proprietà. Ma c'era qualcosa che continuava a non tornargli.

Se quei terreni non erano mai appartenuti ai Varriale, perché nessuno lo ricordava?

Una sera, al telefono con Letizia, decise di raccontarle tutto.

Lei non sembrò affatto sorpresa.

Non negò. Non cercò giustificazioni.

«Tu sapevi che questi terreni erano tuoi?» le chiese Alfonso, quasi con dolore.

«L'ho sempre saputo.»

Alfonso rimase in silenzio.

Dopo qualche convenevole si salutarono.

Quelle poche parole furono sufficienti a riaccendere tutti i dubbi che da tempo circolavano in famiglia.

Andrea, come sempre, sembrava avere avvertito il problema prima degli altri.

«Te l'avevo detto che bisognava andarci cauti. Sin dall'inizio avvertivo qualcosa di strano.»

Tutti in famiglia conoscevano  Massimo Ferrero, il padre di Letizia. Era stato un uomo d'affari e un proprietario terriero. Delle sue numerose proprietà, però, dopo la sua morte ne erano rimaste ben poche. Lui e sua moglie erano morti anni prima in un incidente stradale. Erano al corrente che avevano una figlia, Letizia, affidata a sua zia. Si apprese in quel frangente che in paese c'era anche suo nipote con la madre.

Alfonso  seppe la notizia da Enea e una domanda gli si insinuò immediatamente nella mente.

Perché Letizia non era andata a trovare suo cugino?

Quella sera riunì nuovamente la famiglia.

Chiese al padre se sapesse della presenza di quel ragazzo in paese e perché non ne avesse mai parlato, nemmeno quando Letizia era arrivata.

Alfonso insisteva, cercava di ricostruire la storia, ma  nessuno sembrava sapere da dove cominciare.

Dopo qualche ricordo confuso e spiegazioni poco convincenti, Alfonso lasciò cadere la questione, affidandosi quasi al caso.

Andrea, invece, non era disposto ad aspettare.

Si rivolse a un investigatore e gli chiese di scoprire chi fossero gli eredi dei Ferrero.

Un mese dopo arrivò la risposta.

L'investigatore riferì ad Andrea notizie dettagliate. «Si chiama Giulio Ferrero. Ha ventisette anni, è avvocato ed esercita in un'altra zona della regione. Vive con sua madre, sorella del padre di Letizia.»

Andrea rimase senza parola. 

«Continui a cercare. Voglio sapere tutto di lui. Dove va, chi frequenta, cosa fa. Ogni cosa.»

Anche Alfonso venne a conoscenza della scoperta.

«Perché Letizia non si è fatta vedere con questo cugino?» domandò ad Andrea.

Il fratello alzò le spalle.

« Potrebbero averlo fatto senza che noi ne sapessimo nulla. E poi è un avvocato. Magari insieme hanno già messo a punto qualcosa.»

Forse Andrea aveva ragione.

Alfonso cominciava a pensare di essere stato troppo frettoloso nel fidarsi di Letizia.  Non si era preoccupato abbastanza di conoscere il suo passato.

Quella sera, dopo diverso tempo dalla partenza di Letizia, decise di aprire finalmente lo scritto che lei gli aveva affidato.

Si chiuse nello studio.

Estrasse dalla cassaforte il quaderno e si lasciò andare sulla poltrona. La lampada, accanto a lui, illuminava le pagine.

Cominciò a leggere.

Non conosco questo posto, eppure lo sento come mio. C'è nell'aria una sensazione familiare, come se fossi sempre stata qui.

La famiglia è accogliente, deliziosa. Persone attente e sensibili. Una famiglia unita, molto legata. Il problema di uno diventa il problema di tutti.

Ho scoperto il valore di avere una famiglia. Sarebbe stato bello poter avere ancora la mia.

Mi è rimasta solo zia Norma. Che cosa non ha fatto per me. Forse anche troppo, forse più di una madre.

Abbiamo vissuto sempre io e lei, sole, nel bene e nel male. Pur essendo stata sempre sola, ha avuto una forza incredibile nel guardare avanti e nel credere nei propri obiettivi.

Ma la famiglia Varriale è qualcosa di speciale.

Tutte persone belle e affettuose. Con loro mi sono sentita come se ne facessi parte da sempre.

Alfonso è come se lo avessi sempre conosciuto. Un ragazzo sensibile e sincero, affettuoso. Mi piacerebbe conoscerlo più a fondo, ma non so se sarà possibile.

Mi dà un senso di protezione, di appartenenza.

Mi piace quando ride, quando gioca e fa battute. Ma mi piacciono anche i suoi silenzi. Sa sempre cosa dire e come comportarsi, mentre io non sono mai sicura di niente.

Alfonso è dolce nel suo metro e novanta: grosso fisicamente e grande di cuore.

Mi piacciono i suoi occhi grandi. Occhi che sanno guardare, che sanno dove posarsi.

Avevo paura di guardare nei suoi occhi, ma poi ci sono caduta. Non avevo mai scoperto un paio di occhi così.

E' difficile guardare negli occhi di un'altra persona. È come calarsi in un pozzo al buio. Io sono finita laggiù in fondo.

Alfonso rimase immobile.

Quella metafora lo colpì più di tutto il resto.

Un pozzo.

Letizia era finita in un pozzo e non riusciva a risalire.

Che cosa voleva dire?

Era un modo per dirgli che desiderava uscire da quella situazione? Che non si sentiva a suo agio? Eppure, ripensando ai giorni trascorsi insieme, gli era sembrato esattamente il contrario.

Non capiva più niente. Alla fine prese il telefono e la chiamò.

Letizia rispose quasi senza fiato. Era appena rientrata dallo studio e, entrando nella sua stanza, aveva lanciato le scarpe in aria prima di lasciarsi cadere sul letto.

«Che ne dici del pozzo?»

«Eh?»

«Del pozzo in cui ti trovi adesso.»

Lo disse come chi aspetta una risposta che conosce già.

«Alfonso, non capisco...»

Poi ci fu una pausa.

All'improvviso Letizia comprese.

«Ma tu dici laggiù, in fondo ai tuoi occhi?»

«Finalmente!»

Silenzio.

Poi lei rispose con calma:

«Sin dal primo momento mi sono trovata una meraviglia. Sono ancora lì. Non mi sono mossa e non ho mica voglia di uscirne.»

Un altro silenzio.

Poi aggiunse:

«A meno che non voglia farmi uscire tu.»

Alfonso sorrise.

«Non preoccuparti. Provvederò a farti un po' di luce. E anche a riscaldarti, così starai bene lì dentro.»

Letizia capì allora che aveva letto il suo quaderno.

«Non so se ho fatto bene a lasciartelo.»

«Hai fatto benissimo.»

«Perché?»

«Perché accorcia un po' la distanza.»

Dall'altra parte del telefono ci fu un sorriso che Alfonso non poteva vedere.

«Per ricambiare questo dono, allora, ti scriverò una lettera. Così anche tu avrai qualcosa di mio.»

«Ottima idea.»

Quella notte Alfonso pensò a lungo al terreno e al pozzo di Letizia.

Il terreno gli ricordava che intorno a lei c'erano ancora troppe cose che non conosceva.

Il pozzo, invece, gli ricordava che ormai Letizia era entrata dentro di lui.

Anche lui, in fondo, si trovava in un posto dal quale non aveva alcuna intenzione di uscire.

Letizia era al centro della sua testa. Ogni pensiero, ogni idea, ogni situazione sembrava dover fare i conti con lei.

Eppure, insieme a quella felicità, cominciavano a insinuarsi anche dubbi leggeri. Pensieri che non sembravano adatti a quella fase iniziale, così fragile e bella, di qualcosa che ancora non aveva un nome.

Alfonso non aveva la lucidità di Andrea né la prudenza di Maria.

Aveva, però, un cuore grande e ostinato che andava contro ogni logica e ogni cautela.

Non si poneva troppe domande.

Ascoltava quello che sentiva.

E, per lui, quello bastava a capire se si trattasse di un capriccio o di qualcosa di molto più importante.

Quella stessa notte, senza quasi rendersene conto, si mise a scriverle.

Sullo schermo le parole comparivano una dopo l'altra, come se arrivassero da sole e si disponessero in fila.

Alfonso le vedeva scorrere, ma quasi non leggeva ciò che stava scrivendo.

Letizia cara,

dopo aver letto l'inizio del tuo scritto mi è parso di sentirti più vicina.

 Forse ho fatto bene o forse no. Ma adesso che l'ho letto, ho la sensazione di conoscerti un po' di più. E, stranamente, anche di sentirne ancora di più la mancanza.

Il tempo che sei rimasta qui mi è sembrato davvero unico. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione di conoscerti da sempre. Non so spiegarti perché. Si dice che quando si prova una cosa simile sia perché due persone sono fatte l'una per l'altra. Non so se sia vero e, sinceramente, non voglio ancora dare un nome a quello che sento.

Mi basta sapere che con te sono stato bene. Molto bene. Forse più di quanto avrei dovuto.

Ho paura di chiamare le cose con il loro nome, ma credo che prima o poi dovrò farlo. E forse quel momento arriverà da solo, quando saremo di nuovo insieme e non ci sarà bisogno di scriverlo.

Aosta è lontana da qui, ma non così lontana da non poterla raggiungere.

E forse è proprio questo il problema: adesso che sei tornata a casa, mi sono accorto di quanto sia strano questo posto senza di te.

Devo anche dirti che mi è dispiaciuto scoprire che hai un cugino e che non me ne hai parlato. E mi ha fatto effetto sapere che sei proprietaria del terreno confinante con il nostro e che noi non lo sapevamo.

Non te ne faccio una colpa.

Nel poco tempo che abbiamo avuto non poteva esserci spazio per tutto. Quando ci vedremo, però, dovrai raccontarmi ogni cosa.

Ora riposa. So che sei stanca e che hai bisogno di dormire.

E ricordati una cosa: sei al centro della mia testa.

Da quando sei partita, niente sembra funzionare più come prima. Ogni pensiero finisce per girare intorno a te.

Non voglio usare parole vuote e non voglio avanzare pretese.

Voglio soltanto dirti che non mi piace che tu sia lì e io qui.

Mi manca averti vicino.

Dovremmo trovare una soluzione.

Stammi bene.

Alfonso

Premette invio. Subito dopo si pentì di essere stato così freddo. Avrebbe potuto dirle qualcosa in più.

Qualcosa di più vero. Ma Alfonso era fatto così. Era scaramantico. Credeva che le cose avessero bisogno di silenzio. Più se ne parlava, più venivano esposte agli altri, più rischiavano di prendere freddo e irrigidirsi. Così lasciò che quella lettera facesse il suo lavoro.

Nei giorni successivi, però, aveva già in mente qualcosa.

Voleva farle una sorpresa.


© 2026 Filomena Baratto
Tutti i diritti riservati.

Link capitolo precedente:
 https://miosole.blogspot.com/2026/09/via-del-greto-v.html

Settembre vola

 




Settembre è un mese che mi ispira. Da sempre scrivo di settembre, in modi diversi, toccando argomenti vari, ma tutti con quel sottofondo di nostalgia e malinconia per qualcosa che va via.

Quest’anno si aggiunge la sensazione che l’estate sia volata. Ma penso che sia volata anche la primavera e, prima ancora, l’inverno. Tra poco ci ritroveremo di nuovo in inverno e, anche se non volessimo pensarci, lasciare semplicemente alla stagione il suo corso è impossibile.

Penso al mare e alla mia voglia di trascorrere un tempo prolungato in spiaggia, senza oneri, senza divieti, senza pensare alle mille cose da fare. Era appena giugno quando facevo bei sogni di vacanze, mare, sole, tramonti e orizzonti, e invece mi ritrovo a sentire quanto mi mancano.

Quanti discorsi scoraggianti ci facciamo? Oggi non posso, adesso ho un impegno, poi hanno bisogno di me, poi forse è il caso di rimandare. E così, senza accorgercene, l’estate è finita. E non solo a parole.

Il sole non è più così in alto, la giornata si è accorciata, l’aria è più densa e fresca e, in alcune ore del giorno, c’è un silenzio particolare. Guardo il mare e mi sembra quasi che mi rimproveri:

“Ti ho aspettata, ma non hai avuto nemmeno un po’ di tempo per sentire la salsedine, le brezze, le maree.”

Questo rimprovero lo avverto come uno schiaffo. Mi indurisce e, allo stesso tempo, mi fa pensare che forse l’autunno verrà in mio soccorso e potrò godere del suo tempo meglio di quanto abbia fatto con l’estate.

Osservo i tralci, le foglie sui marciapiedi, la montagna con i suoi colori tersi e mi dico che non posso più fare un bagno. Bisogna attendere un altro anno.

Parte la malinconia, ma anche la delusione di aver lasciato correre, come se quel desiderio non fosse importante.

Una mancanza che si riversa nell’anima e mi scuote fino al punto di farmi credere che forse sono io a non volere abbastanza. Eppure so che non è così semplice.

Con il tempo scemano le situazioni e anche le attese di una volta. Siamo più consapevoli, più permissivi con le cose intorno a noi, forse anche un po’ più fragili. E procrastinare diventa la soluzione più facile da adottare.

Domani. È una parola che usiamo continuamente per rimandare. Domani farò, andrò, avrò tempo.

Ma domani non è oggi. Quando arriverà, avremo altre esigenze, altre circostanze e forse non guarderemo più le cose come quando le abbiamo desiderate. Cambiamo noi, cambiano le situazioni e perfino i desideri. Quello che oggi ci sembra urgente, domani potrebbe non esserlo più.

Per acquietare la mia delusione ripenso a quando sono andata al mare con mio padre, un 20 ottobre di diversi anni fa. Allora avevo da digerire una bella felicità e volevo condividerla. È stato uno dei momenti più belli trascorsi insieme.

La felicità non mi faceva avvertire la stanchezza, né il fatto che fosse pomeriggio. Non c’era la preoccupazione che il tempo potesse cambiare. Avrei fatto il bagno anche con la pioggia o col vento. Non avrei sentito altro.

A guardare le fotografie, quello stato d’animo lo avevo stampato in viso. Si leggeva negli occhi, sulle gote, nel sorriso. E così anche in mio padre.

E per finire, tornati al porto, pizza in barca. Nessuno dei due voleva ritornare, nonostante fosse già buio.

Era per via di quella felicità. Di quelle poche ore in cui ci eravamo sentiti interamente.

E penso che sia proprio questo il punto.

Quel 20 ottobre non era estate. Non era il periodo delle vacanze, non era il momento che avevamo immaginato per andare al mare. Eppure è diventato uno dei ricordi più belli.

Forse perché la felicità non aspetta la stagione giusta.

Noi invece aspettiamo. Il momento più adatto, il tempo libero, le condizioni migliori, che gli altri non abbiano bisogno di noi, che non ci siano problemi, che tutto sia a posto.

E intanto la vita passa.

La forza d’animo non è più la stessa, i timori sono sempre tanti e anche la sensibilità nei confronti degli altri è diversa. Ci sono persone che aspettano da te e cose che non puoi demandare a nessuno.

Forse è per questo che settembre fa la sua cattiveria.

Con il suo scenario tranquillo, meno caotico, ricco di colori caldi, ti fa ricordare perfettamente fatti e momenti. Rivanga, esplora, indaga zone d’ombra dentro di te e ti senti rivoltato come non mai.

Ti appare quella volta che sei partita, l’altra in cui andavi a scuola da piccola e poi da ragazza. Il profumo dell’erba secca, il suono delle foglie sul selciato.

Ogni movimento porta con sé un fatto. Ogni odore una stagione. Ogni luce qualcosa che credevi di avere dimenticato.

Credo che settembre abbia il compito di interrogarci, come un maestro che attende da noi la lezione. Non lo fa con il rumore, ma con i silenzi. Non ci costringe a rispondere, però ci mette davanti alle domande.

Che cosa hai fatto di quello che desideravi?

Che cosa hai rimandato?

Che cosa hai lasciato andare senza nemmeno accorgertene?

E anche settembre se ne va, lasciando una sensazione strana. Mi chiedo quando sia arrivato. Non lo abbiamo proprio sentito.

Questo scorrere veloce significa che forse non andiamo più a tempo. Non siamo più sincronizzati con le stagioni come una volta. Sostiamo troppo sulle cose, diventiamo più profondi, andiamo alla ricerca di cose diverse, magari più consone alla nostra sensibilità di oggi.

Forse molte cose le abbiamo già perse per strada, senza poterle più ritrovare. O forse molte cose sono cambiate da tempo e non ce ne siamo accorti.

Settembre è il mese in cui ci accorgiamo delle cose. Ci ricorda quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo perso, quello che abbiamo rimandato. Ma forse, proprio per questo, ci insegna anche a non rimandare tutto al domani. A volte basterebbe andare.

Andare al mare anche il 20 ottobre. Non aspettare che sia estate, che ci sia il sole perfetto, che tutto sia tranquillo. Andare quando dentro di noi c’è qualcosa che chiede di essere vissuto. Amo settembre per questo.

Lo amo come il mese che insegna, che si attarda ma con criterio, giusto il tempo di farti riprendere quello che devi ricordare.

Lo amo perché, con i suoi silenzi, spegne ciò che non serve e riapre nuovi orizzonti.

E forse è questo il suo insegnamento più grande: non possiamo fermare il tempo, ma possiamo ancora scegliere come attraversarlo. 


Il Giro d'Italia e l'impazienza

 




Domenica,  ero affacciata al balcone in attesa del Giro d'Italia, quando il silenzio della strada è stato colmato da un baccano infernale. Alcune persone, forse non informate della chiusura della strada, inveivano contro il vigile che ne aveva bloccato l'ingresso. L'agente, irremovibile, spiegava le motivazioni, ma quelli continuavano a gridare le loro ragioni. Più volte ho avuto voglia di intervenire: non riuscivo a sopportare di vedere una schiera di insofferenti che lo crocifiggeva. Se avessero potuto, lo avrebbero scalzato pur di passare.

Quando è giunto il primo gruppo di ciclisti, hanno rincarato la dose: credevano che fosse finito tutto e, invece, dovendo restare ancora lì, con parole offensive, chiedevano al vigile di spostarsi.

Eppure c'era l'avviso del giorno prima, lungo tutto il tratto interessato. Ma loro, vedendo che trascorreva un bel po' di tempo tra un passaggio e l'altro dei ciclisti, pretendevano di poter passare comunque, approfittando dei momenti in cui la strada sembrava libera. Come se l'attesa tra un gruppo e l'altro desse loro il diritto di attraversarla.

Poi sono rientrata: non resistevo più a quelle lamentele, espresse con tanta maleducazione, contro una persona che stava semplicemente facendo il proprio dovere. Se non avevano letto il cartello — e ormai persino le pietre sapevano del Giro d'Italia — non era certamente colpa del vigile, che si limitava a vietare il passaggio.

Oltretutto, mi davano l'impressione di bambini capricciosi: chiedevano insistentemente di passare e, non riuscendoci, finivano per insultare chi glielo impediva.

La situazione si è fatta più seria quando, dalla strada laterale che si immette sulla principale, è comparsa una lunga fila di auto e motorini, che scendeva come un fiume in piena. Ad attenderli c'era il vigile, pronto a sbarrarne il passaggio.

Un signore sul motorino si lamentava di non sapere nulla e del fatto che, all'imbocco della strada che percorreva, non ci fosse nessuno ad avvisarli.

Anche in quel caso il vigile ha dovuto mantenere calma e pazienza per evitare che la situazione degenerasse. Durante tutto il tempo di attesa, non hanno mai smesso di borbottare, ora con violenza, ora con lamenti.

In giro c'è un'impazienza che sembra riguardare quasi ogni cosa. Non si sa più attendere, dare agli altri la possibilità di effettuare un movimento. Non si è più capaci di empatia, di ascoltare l'altro, di fermarsi quando è necessario senza trasformare ogni impedimento in una questione infinita.

 Che senso ha lamentarsi e inveire contro un agente pur sapendo che sta semplicemente eseguendo degli ordini? Sono gli stessi che, nel traffico, suonano per un nonnulla, che a un semaforo vanno in escandescenze, che se c'è un incidente sono insofferenti. 

Forse dovremmo recuperare un po' di pazienza, di rispetto e, soprattutto, la capacità di comprendere un'ingiustizia da una pretesa. Non basta prendere la patente: forse ci vorrebbe anche un esame di educazione civica, perché il rispetto degli altri, la pazienza e la capacità di convivere sembrano ormai estranei alla logica dei nostri comportamenti quotidiani. E forse è proprio da queste piccole cose che si riconosce il rispetto per gli altri.


Lo stato di salute della lettura

 

                                  Foto tratta da Stockcake.com

Durante il Covid, l'editoria ha avuto un picco altissimo di lettura, subito scemato con la fine della pandemia. In Italia si entra in libreria per comprare il libro del momento, o per curiosare come si fa con oggetti strani. Raramente si entra convinti con l'idea chiara del titolo da acquistare, consapevoli della scelta fatta. 

In Italia legge il 42,1% della popolazione, con 3 libri l'anno. 

Per quanto riguarda i generi si legge  più narrativa, con il 48,1%, seguita subito dopo da gialli e noir, con il 30,6%.

I lettori forti sono quelli che leggono tra i 13 e i 30 libri l'anno e sono il 10% della popolazione. Il 32% supera i 30 libri all'anno. La donne leggono di più. Gli uomini rappresentano il 47% dei lettori, con una media di 3 libri all'anno. Il 66% legge per una motivazione personale o per passione, il 33% per  distrarsi, il 28,9% per passare il tempo.

Anche le motivazioni cambiano tra uomini e donne: il 70% delle donne legge per passione, mentre il 37,9% per rilassarsi.

Gli uomini, invece, leggono spesso per imparare cose nuove e sono il 30,9%.

Tra i generi il 48,1% legge narrativa italiana (romanzi, racconti, poesie). Segue la narrativa straniera con il 37% dei lettori. Il 30% è attratto da gialli e romanzi noir.

Le donne scelgono per il 55,5% narrativa italiana e per il 42,5% quella straniera, di cui il 28,2% predilige libri di fantascienza e fantasy.

Il Nord legge più del Sud, e i giovani tra gli 11 e 14 anni leggono per il 78,9%.

Al Nord e al Centro legge il 60% della popolazione, mentre al Sud il 47%. La durata della lettura è di solito di circa mezz'ora, massimo un'ora, anche se tra i giovani cresce quest'abitudine.

La fascia dei giovanissimi è quella più in salute, in termini di abitudini alla lettura, che però dovrebbe essere mantenuta, perchè col tempo tende a diminuire. 

Si dovrebbe investire proprio su questa fascia per mantenere l'abitudine a diventare forti lettori di domani.

La città di Singapore, a riguardo, ha preso in mano la questione e, per evitare agli abitanti il cosiddetto "brain rot" ", marciume cerebrale,  ha deciso di pagare i cittadini che leggono almeno  per 15 minuti al giorno. 15 minuti valgono venti monete. Esiste un sito che registra le sessioni di lettura per favorire questa sana abitudine e allontanarsi così dallo scorrere compulsivo dello schermo dello smatphone, il cosiddetto "doomscrolling". 

15 minuti possono sembrare pochi per chi è abituato alla lettura e molti per chi non legge, ma avviare questa abitudine è importante. Come afferma Melissa Tam, alla guida della National Library Board di Singapore, "la lettura rafforza l'attenzione, l'immaginazione e il pensiero critico".

Il programma è in prova fino alla  fine dell'anno e seguiranno nuove direttive in base alla risposta della popolazione.

Aggiungo una nota personale: nel mio blog i lettori di Singapore sono al primo posto, almeno da un anno, un podio che non cedono nemmeno agli italiani, che in questo caso dovrebbero essere di più.

 

 

La mente e il tempo

 





 Il tempo è il nostro contenitore: più cose facciamo in poco tempo, più crediamo di essere efficienti. Quando riusciamo a fare tante cose, a portare a termine obiettivi, a concludere situazioni, ci sentiamo degli eroi.

Questa non è una regola: siamo noi ad averle dato un valore matematico. Se riesci a fare tante cose, significa che sei bravo a contenerle tutte. Ma la matematica, essenziale per certi versi, non lo è per altri. Ci sono idee che nascono lentamente, che affondano la loro forza nella riflessione, nel ripensamento, nella rivalutazione, nell'osservazione. Tutte operazioni che si diluiscono nel tempo.

Il pensiero ha bisogno di altri pensieri, di supporti fatti di conoscenze, considerazioni, attimi di decisione, esperienze e conoscenza approfondita. E oggi non c'è tempo per queste operazioni mentali. Pensiamo di essere, a nostra volta, delle intelligenze artificiali: immetti delle informazioni e ti esce il prodotto.

L'intelligenza umana funziona diversamente. Tu poni la domanda, ma la risposta attende prima di venir fuori. Non è automatica, ma lenta e progressiva. La risposta cerca nella nostra conoscenza, chiede quando non riesce a trovare la giusta esperienza, ha bisogno di far decantare la stessa domanda, come se avesse una propria autonomia e riuscisse a cavarsela da sola. Ma ha bisogno anche di supporto, di dati e di fatti da confrontare, verificare, confutare.

Il cervello è un elaboratore, una centrifuga, un miscelatore, un fantasista, un creativo, concepito per contenere il vecchio e il nuovo, gli errori e le giuste valutazioni. Non è rigido, ma plastico; non è inerte, ma vive nella stessa domanda che pone; non è freddo, perché continua a elaborare anche quando pensi ad altro.

Da questa prospettiva si capisce come il tempo sia il suo carburante: la continua riflessione sullo stesso argomento, una variazione sul tema che si aggiunge a quella precedente e, insieme, viene rielaborata.

Anche questo linguaggio da macchina non aiuta l'esempio. “Formattare” lo prendiamo a prestito, ma forse è più giusto dire controllare, aggiungere, mediare, ricostruire, produrre.

Un pensiero ben articolato, un'idea pronta e valida, è solo l'ultimo passo di una lunga riflessione. E non è detto che, una volta arrivati a una conclusione, essa non possa cambiare. C'è sempre qualcosa da aggiungere, migliorare, verificare, oppure qualcosa che non va più bene. Non c'è mai l'idea ultima, ma tante idee che si fermano in un punto e che restano perfezionabili.

Si capisce, da questo discorso, che ogni cosa ben fatta richiede tempo, mentre tutto ciò che portiamo a termine velocemente non può dirsi veramente finito.

Così, se scrivi una poesia, passano giorni; se devi prendere una decisione, lo stesso; se devi maturare un'idea, idem. Il tempo è quello che ci vuole.

Quando dicono che perdi tempo, non sanno che stai processando.

Forse è proprio questo l'equivoco: abbiamo imparato a misurare il valore di ciò che facciamo attraverso la velocità con cui lo facciamo. Ma il pensiero non ha una velocità. Ha un tempo.

E quel tempo non è vuoto, non è inattività, non è attesa. È il luogo in cui le cose si incontrano, si scontrano, cambiano forma e finalmente trovano un senso.

Per questo non tutto ciò che richiede tempo va inteso come lento. A volte sta semplicemente diventando qualcosa.

E forse, quando pensiamo di non stare facendo nulla, è proprio allora che stiamo facendo una delle cose più importanti: stiamo pensando.

Il tempo non è ciò che separa il pensiero dal risultato; è ciò che permette al pesiero di diventare risultato.

Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog