L'altro ieri mi è giunta la notizia della perdita di mio zio Mario, l'ultimo superstite della famiglia di mia madre. Ho accolto quella notizia con stupore, come se appartenesse alla schiera di coloro che immaginiamo destinati a esserci per sempre.
D'altra parte ho pochi ricordi di lui, perché ci siamo visti poco nel corso della vita, ma ogni incontro aveva un'intensità particolare.
La sua morte mi ha spaventato più di quella di mia madre. Forse perché, pur essendo una persona discreta e sobria, rappresentava una certezza: la certezza di esserci. Non tanto per la sua presenza quotidiana, quanto per il semplice fatto che esistesse nel mondo. Aveva sempre un sorriso sulle labbra, anche nelle situazioni in cui altri si sarebbero arresi. Scacciava ciò che era negativo, violento o offensivo, tutto ciò che non era in sintonia con il suo cuore umile, pacifico e disponibile.
Non consideravo nemmeno la sua età avanzata. Per me era rimasto il giovane di sempre, con quel sorriso sereno che sembrava attraversare il tempo senza consumarsi. Quando lo vidi per l'ultima volta, ormai anziano, conservava ancora qualcosa di quella giovinezza. Anche nella fotografia posta sulla bara sorrideva.
È una sensazione strana non sentirlo più tra noi. Nella mia mente continua a essere lì, nella sua casa, intento a curare l'orto o a percorrere le strade del paese con la sua bicicletta.
Ricordo le volte in cui veniva a trovarci. Era sempre allegro, anche se sapeva nascondere bene le proprie sofferenze. Eppure io le intuivo nei suoi occhi, così simili a quelli di mia madre. Le poche azioni che ricordo di lui erano sempre compiute con il cuore. Provava una gioia autentica nel fare del bene agli altri. Era un esempio di bontà silenziosa, di quella che oggi sembra sempre più rara. Amava sorprendere le persone e prendersene cura in un modo tutto suo.
Dopo la sua morte mi sono interrogata sul ruolo di uno zio. È una figura che spesso resta sullo sfondo rispetto ai genitori, ma che in qualche modo ne riflette la storia. Attraverso la sua vita ho compreso meglio quella di mia madre. Notavo tra loro differenze e affinità. Il loro modo di guardarsi, di scherzare e di ridere li metteva immediatamente in sintonia. Si capivano al volo.
Mi piaceva quando parlavano sottovoce, quasi stessero condividendo segreti antichi. In realtà era semplicemente il loro modo di stare insieme. Quel parlare sommesso sembrava accorciare le distanze che la vita aveva imposto loro nel corso degli anni. In quei momenti comprendevo anche il valore di un fratello: avere accanto qualcuno dello stesso sangue può renderci meno fragili e più saldamente ancorati alle nostre radici.
Di lui conservo soprattutto il ricordo degli incontri nel paese natale di mio nonno, durante le feste e i ritrovi di famiglia. Sono immagini sparse, ma vive. Tra tutte emerge quella del viaggio di nozze, quando mi ospitò nella sua casa di Zurigo.
Fu allora che ebbi modo di conoscere da vicino il suo affetto. Non attraverso grandi dichiarazioni, ma nei gesti semplici di ogni giorno. Si preoccupava che stessi bene, era attento a ogni necessità, presente senza essere invadente. Quella premura discreta mi fece comprendere quanto bene mi volesse.
A casa mia il suo nome era pronunciato con rispetto. Si ricordava spesso quanto avesse lavorato sin da bambino e quanta fatica avesse attraversato nella vita. Eppure non l'ho mai sentito lamentarsi. Forse anche per questo il suo sorriso sembrava avere un valore speciale: non era leggerezza, ma una conquista.
Ieri, davanti alla bara, gli ho confidato il mio dispiacere per non essere andata a trovarlo nell'ultimo mese. Da settimane la sua immagine affiorava spesso nei miei pensieri senza che ne comprendessi il motivo. Solo dopo ho scoperto che era ricoverato proprio da un mese.
Sarà stata suggestione, oppure no. Quando l'ho accarezzato per l'ultimo saluto, la sua pelle mi è sembrata ancora calda e ho avvertito un profumo lieve e inaspettato. Sembrava quasi mi stesse aspettando per l'ultimo saluto.
Durante l'omelia il sacerdote, almeno all'inizio, sembrava quasi in difficoltà. Di fronte a una persona come Mario, un uomo semplice e onesto, non trovava parole solenni da aggiungere. Così ha rivolto la sua attenzione ai vivi.
Ci ha chiesto di pensare alla valigia che ciascuno porterà con sé quando lascerà questa vita. La chiesa ascoltava in silenzio. Non avevo mai assistito a un'omelia funebre di quel tipo: poche parole, ma capaci di colpire nel profondo.
Parlava degli uomini che seminano guerra, odio e sopraffazione. Si domandava quali beni avrebbero potuto riporre nella loro valigia coloro che avevano trascorso la vita provocando dolore agli altri. Era una riflessione semplice, ma difficile da ignorare.
Poi ha rivolto lo sguardo verso la bara affermando che ogni essere umano ha bisogno di purificarsi prima dell'incontro definitivo con Dio. Se anche Mario avesse dovuto attraversare quel passaggio, immaginava che sarebbe stato breve. Le sue parole non erano tanto un giudizio sul defunto quanto un invito a riflettere sulla vita che conduciamo ogni giorno.
All'uscita della chiesa ho incontrato i miei cugini, figli delle sorelle e del fratello di mia madre. Per la prima volta ci siamo sentiti profondamente uniti. C'era il desiderio di non perderci di vista, come se la scomparsa dell'ultimo rappresentante di quella generazione ci avesse resi più consapevoli delle nostre radici e della responsabilità di custodirle.
Nei nostri occhi c'erano ancora quei fratelli che avevano giocato insieme da bambini e che avevano affrontato le difficoltà della vita senza smettere di riconoscersi. Noi non siamo più i bambini di allora, eppure ogni incontro autentico contiene qualcosa di quel tempo lontano. Forse perché, quando ritroviamo chi appartiene alla nostra storia più profonda, una parte di noi torna sempre bambina.

