Specchio specchio delle mie brame

 


                                     Ragazza allo specchio, Giulio Salti (1899-1984). 


Di mattina, appena sveglia, mi siedo sul bordo del letto. Di fronte a me lo specchio è già vigile. Mi guarda. Basta un’occhiata per sapere come sto. I capelli, migliori che dopo qualsiasi piega, incorniciano il volto con una precisione sospetta, come se una mano invisibile li avesse disposti con cura.

Il pigiama, quello che preferisco, asseconda le forme senza pretese. A piedi nudi accenno un passo di danza e, per un istante, tutto sembra trovare una sua armonia.

La stanza è ancora in penombra, complice benevola. E poi sono assonnata: in quelle prime ore la coscienza è indulgente, la critica dorme ancora. È sufficiente alzarmi in piedi perché l’incanto s’incrini. Passando davanti allo specchio del comò, la sagoma prende corpo, si definisce troppo.

È lì che mi sento improvvisamente fuori posto, come se avessi cambiato scena, senza esserne stata avvertita. Scivolo in cucina per bere il mio bicchiere d’acqua e limone e, all’ingresso, mi ritrovo davanti al terzo specchio. Quello sullo scrittoio. Qui non esistono indulgenze.

Il volto si offre nella sua forma e nel suo colore reale. I capelli, i gesti, le proporzioni: tutto è esatto, definito. A volte gli concedo un sorriso, come a dirgli: "Anche oggi ho retto l’urto". O forse sorrido perché so che tenta, con ostinazione, di ridurmi. Al ritorno, mentre gli do le spalle, mi volto appena e gli dico: «Non guardarmi troppo. Mi fai vacillare».

Dopo che tre specchi hanno già pronunciato il loro verdetto, mi attende quello del bagno. Il quarto. Il più severo.

Qui la luce è eccessiva, quasi teatrale. Nulla sfugge. Mi avvicino e mi allontano, fingendo disinteresse, mentre controllo ciò che nemmeno so nominare.

La trama della pelle, le labbra accese come se avessero già deciso di farsi notare, gli occhi più dolci, le gote piene, i capelli che cadono sulle spalle come se obbedissero a un disegno.

Quando l’esame è superato, penso che dovremmo vederci tutti così, al mattino presto, quando non abbiamo ancora imparato a mentire nemmeno a noi stessi. Eppure non mi fermo. Indago ancora. Come chi cerca il difetto non per correggerlo, ma per confermare un sospetto. È allora che avverto un’altra presenza. Non sono più io.

Questo è lo specchio più crudele: quello che non nasconde nulla. Lo congedo con un sorriso, ma so che sono loro, gli specchi, a decidere l’umore delle nostre giornate.

Basta scoprire qualcosa che il giorno prima non c’era: una ruga, un capello bianco, uno zigomo che ha ceduto, per sentirsi come Vitangelo Moscarda, quando scopre il suo naso per la prima volta. Non è la cosa in sé a ferire, ma la rivelazione.


Angelica, donna moderna...

 




Se Angelica fosse una donna del nostro tempo, probabilmente verrebbe definita “sfuggente”, “incostante”, forse persino “egoista”. Nel poema cavalleresco, però, è soprattutto libera: libera di scegliere, di fuggire, di non appartenere a nessuno. È da questa libertà, scandalosa ieri come oggi, che nasce il confronto tra l’Angelica di Boiardo e quella di Ariosto.

Il personaggio compare per la prima volta nell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494), poema cavalleresco che rappresenta una sintesi originale tra l’epica carolingia e il romanzo bretone. Al centro della narrazione vi sono le gesta dei paladini di Francia, intrecciate alla materia amorosa: il titolo stesso chiarisce che Orlando, eroe per eccellenza, è innamorato di Angelica. 

L’Orlando innamorato è caratterizzato da una struttura aperta e mobile: le vicende si moltiplicano, si interrompono e riprendono secondo un intreccio che mantiene viva la suspense. In questo universo narrativo l’amore è una forza assoluta e totalizzante, che non viene mai messa in discussione. I cavalieri amano perché devono amare, e l’oggetto del loro amore, in primo luogo Angelica, diventa il fine dell’avventura, più che un soggetto autonomo. L’amore coincide con l’ideale cavalleresco: è improvviso, irrazionale, spesso eccessivo, ma ancora carico di valore positivo. In Boiardo permane la fiducia nella possibilità di un’armonia tra desiderio, eroismo e ordine del mondo.

Il poema, la cui prima stampa risale al 1483, rimase incompiuto a causa della morte dell’autore, avvenuta al nono canto del terzo libro. Tuttavia, il grande successo dell’opera fornì a Ludovico Ariosto lo stimolo per riprendere e continuare la storia.

Angelica, principessa del Catai, di straordinaria bellezza, giunge alla corte di Carlo Magno e diventa immediatamente oggetto del desiderio di numerosi cavalieri, tra cui Orlando e Rinaldo. Lei, però, non ricambia il loro amore e fugge continuamente, dando origine a inseguimenti e avventure. Parallelamente, la narrazione intreccia il tema amoroso a quello bellico: i saraceni, guidati da Agramante, attaccano la Francia, mentre i paladini combattono per difenderla. Tra le vicende secondarie spicca la storia d’amore tra Ruggiero e Bradamante, destinati a fondare la dinastia estense.

Con l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1474-1533), iniziato nel 1505, il mondo cavalleresco cambia profondamente. Il poema nasce con intenti encomiastici nei confronti degli Estensi, ma si distingue per una struttura estremamente equilibrata e consapevole. Le storie non sono più una semplice successione di peripezie: si intrecciano secondo un disegno armonico fatto di richiami, attese e riprese.

L’Ariosto riprende le vicende lasciate in sospeso da Boiardo, ma le rilegge con uno sguardo più distaccato e ironico. Orlando, ancora innamorato di Angelica, perde il senno quando scopre che ella ama il giovane Medoro. Angelica sceglie di sposarlo ed esce definitivamente dalla scena cavalleresca, rompendo l’illusione eroica che la circondava. L’amore, nel Furioso, non nobilita l’eroe: lo sconvolge. Orlando diventa il simbolo della fragilità della ragione umana, travolta dalla passione.

Nel poema continuano le guerre tra cristiani e saraceni, le avventure magiche e i viaggi fantastici, fino al recupero del senno di Orlando da parte di Astolfo sulla Luna. Alla fine l’ordine viene ristabilito, ma si tratta di un equilibrio solo apparente, consapevole della precarietà della condizione umana.

Il confronto tra i due poemi mette in luce una diversa concezione dell’amore. In Boiardo domina ancora un clima di entusiasmo e fiducia nei valori cavallereschi: l’amore è una forza vitale, che rende l’eroe più umano senza distruggerne l’identità. In Ariosto, invece, l’amore è una passione destabilizzante, irrazionale, capace di mettere in crisi l’eroe e di smascherare l’illusione dell’ideale cavalleresco.

In entrambi i poemi, il rapporto tra Orlando e Angelica è profondamente asimmetrico. Orlando ama intensamente, Angelica non ricambia. Tuttavia, se in Boiardo Angelica resta prevalentemente una causa dell’azione, in Ariosto diventa una figura che afferma la propria scelta individuale. Entra nel poema come oggetto del desiderio, ma ne esce come soggetto delle proprie decisioni. Tutti la inseguono, nessuno la possiede: non perché sia irraggiungibile, ma perché non si lascia definire dallo sguardo altrui.

Le attinenze tra Angelica e la donna contemporanea non risiedono in un’anticipazione consapevole di valori moderni, ma nel modo in cui il personaggio si muove all’interno di un sistema che vorrebbe renderla passiva. Angelica non rivendica diritti, non pronuncia discorsi ideologici: agisce. Fugge quando è in pericolo, rifiuta quando non ama, sceglie quando può. Anche oggi, molte donne si trovano a dover negoziare la propria libertà all’interno di uno spazio che tenta di definirle attraverso il desiderio altrui.

Angelica non è moderna perché sovverte deliberatamente l’ordine patriarcale, ma perché ne mette in luce le contraddizioni. La sua libertà non è proclamata ma praticata, e proprio per questo risulta destabilizzante. In questo senso, non rappresenta la donna di oggi, ma continua a porre le stesse domande che la donna di oggi è ancora chiamata ad affrontare.

I forti fagocitano i deboli

 




“I forti fagocitano i deboli”  è una chiave di lettura della realtà sociale, politica e letteraria. In ogni epoca, la storia mostra come chi detiene potere economico, sociale, culturale o simbolico  tenda a imporsi su chi ne è privo. La forza non si limita a vincere: spesso assorbe, consuma, annulla la debolezza altrui, lasciando dietro di sé esclusione e ingiustizia.

Nelle società moderne questa dinamica non assume sempre forme violente o esplicite. Anzi, è proprio la sua apparente normalità a renderla più pericolosa. Il forte stabilisce le regole del gioco, il debole è costretto ad adattarsi. Il potere si maschera da meritocrazia, da ordine naturale, da necessità storica. In questo modo, la sopraffazione smette di apparire come tale e diventa sistema.

La letteratura ha spesso denunciato questo meccanismo, mostrando come la forza, quando non è accompagnata da responsabilità morale, produca distruzione. Nel Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, la forza non è fisica ma estetica e sociale. Dorian, protetto dalla sua bellezza e dalla sua eterna giovinezza, esercita un potere devastante sugli altri. Sibyl Vane, fragile e innamorata, viene emotivamente fagocitata e distrutta; Basil Hallward, incapace di opporsi, diventa vittima della sua stessa devozione. Wilde dimostra che il forte può a lungo evitare le conseguenze, ma non può sfuggire alla corruzione interiore.

Altra prospettiva emerge nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove la forza si manifesta come potere sociale e politico. Don Rodrigo incarna il sopruso: forte della sua posizione, opprime i deboli, Renzo e Lucia, certi di non avere difese. Tuttavia, Manzoni introduce una visione etica diversa: la forza non è legittima se non è giusta. Il romanzo condanna l’arbitrio dei potenti e afferma che una società fondata sulla sopraffazione è destinata al caos morale e civile.

In senso più radicale, Giovanni Verga rappresenta un mondo in cui i forti fagocitano i deboli come se fosse una legge naturale. Nei Malavoglia, la “lotta per la vita” schiaccia chi non si adatta. I personaggi non sono malvagi, ma vittime di un sistema più grande di loro. Qui la forza non è individuale, ma strutturale: chi nasce debole è destinato a soccombere. Verga non giustifica questa logica, ma la mostra nella sua crudezza, senza illusioni consolatorie.

George Orwell porta il discorso sul piano politico. In 1984, il potere non si limita a opprimere i deboli: li annienta mentalmente. Il Partito fagocita l’individuo controllandone il linguaggio, il pensiero e persino la memoria. Il forte non si accontenta di vincere, vuole cancellare ogni possibilità di resistenza. Orwell mette in guardia contro un potere che si presenta come inevitabile e che, proprio per questo, diventa assoluto.

Da Wilde a Manzoni, da Verga a Orwell, emerge un messaggio comune: la forza, se non è regolata da un’etica, produce disumanizzazione. Il debole non viene più riconosciuto come persona, ma come mezzo, ostacolo o scarto. E, paradossalmente, anche il forte finisce per perdere la propria umanità, riducendosi a ingranaggio di un sistema di sopraffazione.

L’idea che i forti fagocitino i deboli non deve essere accettata come una legge naturale, ma riconosciuta come una deriva pericolosa. Una società davvero civile non si misura dal successo dei suoi più potenti, ma dalla capacità di proteggere chi non ha voce, trasformando la forza in responsabilità e il potere in giustizia.


Ritrovarsi





Ieri, dopo tanti anni, ho rivisto una mia compagna di scuola.
L’incontro è stato organizzato da sua sorella che, avendomi scorta su Facebook, ha fatto da tramite. Quando su Messenger mi ha proposto di vederci, ho accettato subito, senza esitazioni, come se la memoria avesse già deciso per me.

Di lei ricordavo tutto con chiarezza: una ragazza alta, bella, di carattere, studiosa, grande lavoratrice. Materna, accogliente. Di una classe intera ricordo tutti, ma ci sono persone che, senza un motivo preciso, restano legate a noi in modo diverso. Come se ci si conoscesse da sempre, come se si appartenesse alla stessa famiglia. È una familiarità che non si spiega: si sente.

Mentre mi preparavo, ho avvertito un’emozione insolita. Prima perché una compagna mi cercava, poi per la curiosità: come ci saremmo ritrovate? Che tipo di donne eravamo diventate? La vita ci avrebbe cambiate? Ci saremmo riconosciute?
Nemmeno da bambina avevo provato una sensazione simile. Alle tante domande ho preferito non rispondere: mi piaceva l’attesa, la sorpresa.

In macchina sorridevo. La rivedevo entrare in classe, sempre luminosa, quasi una dea, con quei capelli mogano mossi, il profilo perfetto. E soprattutto quella capacità rara di vederti davvero. Capiva se stavi bene, se eri triste, se qualcosa non andava. Si avvicinava con un fare materno, cercava di comprendere. Condivideva confidenze, ascoltava le mie. Attraversava i banchi con lo sguardo rivolto agli altri, a volte si arrabbiava perfino con i professori. Era questo a renderla vera, sincera, profondamente umana.

Accettare il suo invito è stato naturale. Non ho dovuto pensarci: era giusto così.

Quando l’ho intravista in macchina, venirmi incontro nel punto in cui ci eravamo date appuntamento, ho rivisto la compagna che avevo lasciato e mi sono commossa. Possibile che il tempo abbia questa capacità: cambiarci, scavarci, renderci più fragili… o lasciarci esattamente dove eravamo?

Seguendola verso casa sua, lei davanti e io dietro, mi chiedevo perché certi incontri accadano. Perché proprio ora. Sorridevo pensando a noi due tra i banchi di scuola, alle confidenze, ai miei malesseri di allora, alle vite che avevamo immaginato e a quelle che poi sono state. Il passato, all’improvviso, ti travolge: pesa, ma è anche un ritorno dolce, un tempo che non potrai più avere e che proprio per questo fa male e bene insieme.

Una volta parcheggiate, non riuscivo a scendere dall’auto. Lei, impaziente, mi ha quasi trascinata fuori per abbracciarmi. Un abbraccio lungo, avvolgente, come quelli di mia madre. Non voleva lasciarmi. Mi chiedevo cosa avessi fatto per meritare tanto. Era impossibile non commuoversi. In quell’abbraccio si scioglievano i ricordi, un frammento di vita condivisa, la forza di due donne più mature già allora. I suoi occhi mi cercavano, confrontavano la donna davanti a lei con la ragazza di un tempo.
«Non sei cambiata per niente», mi ha detto. «Sei uguale a quando ti ho lasciata».

Sempre spontanea, genuina. Con uno slancio improvviso ha staccato una camelia rosa dall’albero davanti casa e me l’ha messa in mano: «Questa è per te».
L’ho tenuta con me per tutto il tempo passato davanti al camino, insieme alla sua famiglia. Quattro ore volate a raccontarci.

Sono rimasta stupita dall’accoglienza: mi hanno ricevuta come una figlia tornata da lontano. La madre, con un sorriso luminoso nonostante l’età, mi guardava con una tenerezza quasi sacra. Le sorelle, che finalmente mi incontravano dopo anni di racconti. Mai mi ero sentita così accolta.

Davanti al camino il tempo ha perso consistenza. Ci siamo raccontate le nostre vite come anime che si ritrovano. Io ho sempre custodito in silenzio la stima per lei; non avrei mai immaginato che fosse ricambiata, forse persino amplificata. È stata un’emozione difficile da contenere.

La giovinezza, le attese, i sorrisi, il futuro spalancato davanti: cosa rende certi incontri così speciali?

Eppure il tempo lascia nell’ombra molte esperienze. I ricordi sbiadiscono, si dimezzano, alcuni scompaiono. Restano quelli che abbiamo colorato di senso: un sorriso, un’emozione, qualcosa che ha cambiato il nostro modo di sentire.

Certe cose non si spiegano. Il feeling esiste. È quella sintonia profonda che nasce quando incontri qualcuno che ammiri, che stimi, che senti vicino.

Quattro donne intorno a un camino, ad ascoltarsi. Sembrava un’immagine di altri tempi. Ho dimenticato il telefono, la cena che mi aspettava a casa, la pioggia fuori, il rientro in solitudine. Ho dimenticato tutto. C’erano solo le parole, la sua voce un po’ roca, lenta, gli occhi attenti a cogliere ogni mia emozione.

Ho vissuto cosa significhi essere ascoltata davvero. Vedere sui volti degli altri il piacere dell’ascolto. Non esiste una parola che contenga tutto questo: forse sono attimi di felicità, quelli in cui esistiamo pienamente. Momenti veri, necessari, curativi. Sentirsi in sintonia è un dono impagabile.

Stamattina la camelia è ancora sulla mia scrivania, intatta. La guardo e sorrido.

Che cosa ho fatto io? Nulla, se non dire sì. Come se quel benessere nato a scuola non si fosse mai interrotto. Il tempo era rimasto sospeso.
Ieri lo abbiamo semplicemente ricucito.

Acqua, vento, memoria


Immagine di Laura Brito Nascimeno


Le giornate di fine gennaio si mostrano come la stagione promette: pioggia, vento, freddo. Mi inquieta questo sibilo che si infila nella porta, gira intorno allo stabile a mo’ d’incursione, se non altro per farsi notare o per ripararsi all’interno. Al suo ascolto mi giro e guardo le piante fuori mentre si agitano, i goccioloni che si attaccano ai vetri; le piante più sottili si arrendono e cadono al suolo. Sullo sfondo, un cielo grigio e chiuso.

Ho la sensazione che la natura stia parlando, voglia dire qualcosa che non riesco a decifrare. Il sibilo insiste, la pioggia diventa ora più rada ma non per questo meno persistente. Il vento continua a lamentarsi e a creare mulinelli in cui avvolge oggetti piccoli e grandi, come se li portasse in pista per poi farli ricadere a terra.

Mi sembra di rivedere scenari già noti, di un tempo. Mi arrivano come frecce che cadono e si aprono e, alla vista di fronte, si sovrappone una distesa di terra ricca di alberi e prato; in primo piano un bidone d’acqua ormai colmo, dove il vento increspa la superficie come un mare che non riesce a rilasciare le sue onde; la ruggine intorno sembra opporsi alla trasparenza dell’acqua. Accanto, il pollaio, caduto in un silenzio miracoloso: non più i versi delle galline, la presunzione del gallo col suo canto.

L’attenzione cade su alti steli d’erba e ciuffi di prato che chinano il capo a ogni goccia che li raggiunge e accennano a un inchino, o forse più a un’affermazione, per gradire quell’acqua loro necessaria. Nascosto, qualche fiore precoce che non sa nemmeno di trovarsi nel pieno di una bufera. E le viti, alte, sontuose, bagnate e grondanti, a cui si legano grappoli sgargianti e lucidi.

Più in là, attaccate al pollaio, delle ruote ferme, come se avessero finito di girare, accolgono i pigolii dell’acqua a singhiozzo e chiedono venia: a quel posto ci sarà la ruggine e avranno bisogno di essere ripulite. Eppure non crederemmo di poter vedere qualche passero incauto che non ha capito in tempo ciò che si stava profilando e resta attaccato a un ramo, nascosto tra le foglie, con le gocce di pioggia che lo assalgono ma non lo scollano dalla postazione: le sue zampe si stringono con forza al ramo per non finire al suolo.

Ogni tanto c’è una tregua: la pioggia smette, il suono scema, l’aria si fa più tersa. Ma è solo un momento, poi ritorna tutto come prima. Riesco a vedere anche chi si attarda tra i campi, coperto da uno straccio che, come un colabrodo, lo bagna da testa a piedi, solo per salvare qualche giovane albero col capo chino sotto la pioggia. E ancora qualcuno che si ripara sotto il vecchio casolare, colpito alla sprovvista da una tempesta d’acqua.

La bellezza della pioggia è che lava e tutto diventa più terso: l’erba più verde, il campo più intenso, il pollaio acquista un colore diverso e, quando le galline appaiono col capo fuori dalla grondaia, non sono più le stesse. Le guardo con stupore, nel loro bianco sporco, con la cresta di un rosso sanguigno; il gallo, come uscito da un dipinto, in tutta la sua bellezza. Anche la ruggine del bidone acquista valore: composta di un colore che nessuna tavolozza può contenere.

Lo sguardo è attirato dal vetro della finestra ormai pulito, le piante ferme, e sembra sia piovuto ieri invece di qualche minuto fa. Intanto ho avuto modo di ritornare alla mia pioggia di un tempo: presente e passato si sovrappongono.

Raw dogging: quando anche il silenzio diventa una sfida

 




C’è un nuovo termine che circola sui social e che, almeno a prima vista, sembra fuori luogo:  raw dogging: affrontare la mente  e i pensieri senza filtro. Spogliato del suo significato originario, oggi viene usato per descrivere una pratica molto diversa e, sorprendentemente, controcorrente. "Raw doggare" un’intera giornata significa affrontarla senza telefono, musica, libri o podcast. Niente intrattenimento, niente distrazioni. Solo tempo, attesa e silenzio.

Quella che viene raccontata spesso come una sfida ironica o una prova di resistenza dice in realtà molto del momento storico che stiamo vivendo. Siamo immersi in un flusso continuo di stimoli: ogni pausa è un’occasione per scorrere, ascoltare, guardare qualcosa. I tempi morti non esistono più, sono stati trasformati in micro-spazi di consumo. In questo contesto, scegliere di non riempire quei momenti diventa un gesto quasi provocatorio.

Provare a farlo, però, rivela subito quanto sia meno semplice di quanto sembri. Senza uno schermo a cui appoggiarsi, emergono i pensieri, l’irrequietezza, a volte persino un leggero disagio. La noia, che tendiamo a evitare in modo automatico, si fa sentire con forza. Ed è proprio lì che il "raw dogging" smette di essere una battuta da social e diventa uno specchio: mostra quanto sia difficile restare presenti senza stimoli esterni.

A differenza di pratiche come la meditazione il raw dogging non promette benefici né segue regole precise. Non ha un obiettivo terapeutico e non nasce come percorso di consapevolezza. È un gesto informale, spesso performativo, che viene raccontato e condiviso online. Anche il rifiuto della tecnologia, paradossalmente, finisce per passare attraverso la tecnologia stessa.

Non è un caso che per descrivere tutto questo venga usata un’espressione volutamente cruda. Chiamare “raw” un’esperienza quotidiana amplifica la sensazione di eccezionalità. Vivere senza distrazioni, che un tempo era la norma, oggi viene percepito come qualcosa di estremo. Rivela quanto la dipendenza dagli stimoli sia stata normalizzata e quanto il silenzio sia diventato difficile da tollerare.

Alla fine, il "raw dogging" resta un gesto ambiguo. Da un lato segnala un bisogno reale di rallentare, di recuperare attenzione e presenza. Dall’altro mostra come anche questo desiderio venga rapidamente assorbito nella logica della visibilità e della condivisione. Più che una soluzione, è un sintomo: indica il tentativo, ancora incerto, di fare spazio al vuoto in una società che tende a riempire tutto.

La reciprocità

 



La reciprocità è un principio fondamentale delle relazioni umane e sociali. I comportamenti, le attenzioni e le azioni scambiate tra le persone tendono a essere corrisposte: ciò che offri agli altri influenza il modo in cui gli altri rispondono a te. Non si tratta di uno scambio meccanico o di un calcolo preciso, ma di un equilibrio dinamico che permette alle relazioni di funzionare nel tempo.

Nelle relazioni personali si basa su ascolto e rispetto reciproci; nella società sostiene la cooperazione e la fiducia, mentre nelle istituzioni regola diritti e doveri. La reciprocità rende le relazioni più stabili e soddisfacenti; quando manca, emergono squilibri, conflitti o distacco.

In ambito antropologico, Marcel Mauss, nel Saggio sul dono (1925), pone la reciprocità alla base delle società tradizionali, articolandosi nelle tre obbligazioni del dare, ricevere e ricambiare, attraverso cui si costruiscono legami sociali e sistemi di alleanze. In sociologia, Alvin Gouldner ha teorizzato la reciprocità come una norma indispensabile per la stabilità dei sistemi sociali: limita comportamenti opportunistici e promuove la cooperazione.

Dal punto di vista della psicologia sociale, la reciprocità è un meccanismo che orienta il comportamento individuale, inducendo gli individui a rispondere positivamente a benefici ricevuti, contribuendo così alla costruzione della fiducia e del senso di equità. In ambito politico e giuridico, infine, il principio di reciprocità assume una funzione regolativa nei rapporti tra soggetti e istituzioni.

Se l’amicizia è reciproca, anche l’altra persona ti cerca e ti sostiene. Se non lo è, col tempo ti senti stanco o dato per scontato. In una relazione sentimentale la reciprocità c’è quando entrambi fanno spazio all’altroSe uno dà e l’altro prende, nasce frustrazione.

Nel lavoro ci si aspetta rispetto, fiducia, riconoscimento. Se l’azienda prende e non restituisce, la motivazione cala.

Se tratti qualcuno con rispetto e cortesia, spesso ricevi lo stesso tono. Se invece rispondi con aggressività, l’altro tende a chiudersi o reagire allo stesso modo. In una relazione sana, anche i tuoi confini vengono rispettatiLa reciprocità non è solo nel dare, ma anche nel rispettare.

Quando viene meno, le conseguenze si manifestano sia a livello individuale sia a livello sociale, producendo squilibri relazionali e tensioni.

Dal punto di vista relazionale, l’assenza di reciprocità genera asimmetria: uno dei soggetti dà (tempo, attenzione, risorse, impegno) mentre l’altro riceve senza ricambiare in modo adeguato. Nel tempo, ciò produce sentimenti di frustrazione, risentimento e perdita di fiducia, fino al progressivo indebolimento o alla rottura del legame.

In psicologia sociale, la mancanza di reciprocità è percepita come un’ingiustizia. Secondo Gouldner, quando le aspettative vengono disattese, si attivano meccanismi di difesa: riduzione dell’impegno, ritiro emotivo o comportamenti compensativi. L’individuo tende a proteggersi interrompendo lo scambio.

A livello sociale e istituzionale, la mancanza di reciprocità compromette la cooperazione. Se i benefici non sono accompagnati da responsabilità condivise, si diffonde l’opportunismo e si indebolisce la fiducia nelle regole comuni. Ne deriva una minore coesione sociale e un aumento dei conflitti.

L’assenza di reciprocità rompe l’equilibrio dello scambio e trasforma la relazione rendendola disfunzionale, caratterizzata da dipendenza, sfruttamento o distacco. E' un principio relazionale basato sull’aspettativa di un ricambio, non necessariamente immediato né equivalente. Lo scambio si fonda su una logica più esplicita e razionale di dare e ricevere. A differenza della reciprocità, lo scambio tende a essere immediato, calcolato e simmetrico (ad esempio uno scambio economico o contrattuale).

 Mentre la reciprocità valorizza il legame, lo scambio privilegia l’utilità.

 La reciprocità non è altruismo, che  consiste, invece, nell’agire a beneficio dell’altro senza aspettarsi un ritorno. È motivato da empatia, valori morali o norme interiorizzate. Non presuppone equilibrio né ricambio, ma un dono unilaterale.

La solidarietà, ancora, indica un legame sociale fondato su appartenenza, responsabilità condivisa e sostegno reciproco, spesso in contesti collettivi (gruppi, classi sociali, comunità). Rispetto alla reciprocità, la solidarietà è meno legata allo scambio individuale e più orientata al bene comune.

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