Fratelli: imparare a non darsi per scontati



Ieri sera, guardando una serie televisiva, mi sono imbattuta in una scena che mi ha particolarmente colpito. Due fratelli, molto diversi tra loro, erano protagonisti di un'accesa discussione.

Il maggiore, pacato, riflessivo, attento, abituato a ponderare ogni situazione prima di prendere una decisione; il minore, invece, più creativo, intuitivo, dinamico, intelligente e tempestivo nell'individuare soluzioni ai problemi, senza lasciarsi frenare da troppe riflessioni o esitazioni.

Due modi di essere e di affrontare la vita, apparentemente inconciliabili, tanto distanti da provocare una frattura nel loro rapporto. Il fratello minore, sentendosi ormai lontano da quel luogo e soprattutto da quel modo di pensare, decide di andarsene insieme alla propria famiglia, per costruire altrove una vita più vicina alla propria visione delle cose.

Quando il fratello minore esce dalla stanza, però, il maggiore rimane solo. E proprio in quel momento, quando il confronto si interrompe e non ci sono più parole da pronunciare, emerge ciò che fino ad allora era rimasto nascosto: la tristezza di pensare che presto non avrebbe più visto suo fratello, né la sua famiglia. L'idea di quella separazione diventa insopportabile.

Così, di buon mattino, decide di andarlo a cercare. Vuole convincerlo a non partire, perché non vuole perderlo.

Tra i due si consuma una scena intensa, carica di emozione. Entrambi provano lo stesso sentimento, ma fino a quel momento si sono comportati come se l'altro non esistesse, come se le loro divergenze fossero più importanti del legame che li unisce.

Il maggiore gli chiede ancora una volta di non partire. Questa volta, però, lo fa con le lacrime agli occhi, senza nascondere la propria fragilità. Il fratello gli risponde che la decisione è presa e che non intende tornare indietro. Poi accade qualcosa di straordinario: entrambi si voltano, si guardano e corrono l'uno verso l'altro, abbracciandosi.

Quell'abbraccio non cambia la decisione di partire, non risolve le loro divergenze e non cancella le ragioni del conflitto. Ma afferma qualcosa di molto più importante: nonostante tutto, io tengo a te. Non voglio perderti.

In quell'abbraccio c'è la consapevolezza che separarsi significa perdere una parte di sé. Significa allontanarsi da una storia comune, dagli insegnamenti ricevuti, dalle radici, dai ricordi, dalle esperienze condivise. Significa rinunciare a quella parte di mondo che soltanto due fratelli possono riconoscere come propria, perché l'hanno vissuta insieme.

E allora mi sono chiesta: quante volte siamo stati capaci di arrivare a un momento simile nella nostra vita? Quante volte abbiamo trovato il coraggio di manifestare a un fratello ciò che proviamo davvero per lui? Di dirgli quanto sia importante, quanto la sua presenza conti e quanto, al di là delle incomprensioni, ci sia qualcosa di lui a cui non siamo disposti a rinunciare? Forse raramente. Forse mai.

Spesso, infatti, la nostra principale preoccupazione è quella di difendere le nostre scelte, di non lasciarci condizionare, di non assecondare ciò che gli altri vorrebbero da noi. Viviamo il confronto come una limitazione della nostra libertà, quasi che ascoltare l'altro significhi necessariamente dargli ragione o rinunciare a ciò in cui crediamo. Ma siamo davvero sicuri che sia così?

Se riflettessimo su quanto benessere, serenità e pace interiore possiamo perdere quando lasciamo che un dissenso si trasformi in una frattura, forse presteremmo maggiore attenzione alla relazione con i nostri fratelli. Non significa evitare gli scontri, rinunciare alle proprie convinzioni o cercare a tutti i costi un accordo. Significa comprendere che una relazione può essere importante anche quando non c'è identità di vedute.

L'altro, soprattutto un fratello, rappresenta spesso il nostro specchio. Ci restituisce un'immagine di noi che non sempre ci piace, ci pone davanti a domande che preferiremmo evitare, ci mostra aspetti del nostro carattere che fatichiamo a riconoscere. Ciò che ci dice può sembrarci assurdo, ingiusto o fuori luogo, ma potrebbe anche contenere una verità che non siamo ancora riusciti a vedere.

Il confronto, dunque, non è una minaccia alla nostra individualità: è una possibilità di crescita. Quello che a volte percepiamo come un tentativo di condizionamento può diventare una pietra di paragone, un'occasione per mettere alla prova le nostre convinzioni e riconoscerci meglio.

Accade, però, che proprio perché siamo in famiglia finiamo per dare i fratelli per scontati. Li consideriamo presenze abituali, quasi inevitabili, come se fossero sempre lì, disponibili, pronti ad accoglierci o a sopportare i nostri silenzi. A volte li viviamo persino come elementi ingombranti, fastidiosi, dai quali preferiamo allontanarci piuttosto che cercare un confronto.

E quando rappresentano il nostro opposto, ci convinciamo di non avere nulla da dirci, perché pensiamo di non poterci comprendere. Dovrebbe essere esattamente il contrario.

Proprio perché siamo diversi, abbiamo la possibilità di arricchirci reciprocamente. Non dobbiamo necessariamente pensarla allo stesso modo per poterci ascoltare. Anzi, è proprio nella diversità che possiamo trovare nuove prospettive, comprendere ragioni differenti dalle nostre e allargare il nostro modo di guardare il mondo.

Ma ci siamo mai fermati davvero a fare domande a un fratello? Gli abbiamo mai chiesto perché abbia compiuto una determinata scelta, cosa lo abbia spinto a prendere una certa direzione, quali difficoltà stia attraversando o quali paure si nascondano dietro un suo comportamento?

Dovremmo ricordarci che nostro fratello è una delle persone con cui abbiamo condiviso una parte fondamentale della nostra esistenza. Siamo cresciuti nella stessa famiglia, abbiamo attraversato gli stessi problemi, conosciamo molti degli stessi avvenimenti e portiamo dentro una memoria comune. Eppure, abbiamo caratteri diversi, sogni diversi, sensibilità diverse e modi differenti di affrontare le situazioni. Questa diversità non dovrebbe allontanarci, ma diventare una ragione in più per cercarci.

Forse il vero errore è pensare che il legame tra fratelli sia qualcosa di garantito, che non abbia bisogno di essere alimentato, custodito e rinnovato. Come se il fatto di appartenere alla stessa famiglia fosse sufficiente a proteggerci dalle distanze, dai silenzi e dalle incomprensioni.

Ma non è così. Anche tra fratelli si può diventare estranei, non perché manchi l'affetto, ma perché si smette di dimostrarlo. Perché si preferisce avere ragione piuttosto che comprendere, difendere la propria posizione piuttosto che ascoltare, aspettare che sia l'altro a fare il primo passo piuttosto che riconoscere il valore della relazione.

Eppure, non dovremmo aspettare una partenza, una separazione o il rischio concreto di perderci per scoprire quanto l'altro sia importante. Dovremmo imparare a dircelo mentre siamo ancora vicini. Dovremmo avere il coraggio di cercarci anche quando siamo in disaccordo, di fare una domanda in più, di ascoltare senza prepararci immediatamente a rispondere, di riconoscere che l'altro può avere ragione anche quando la pensa diversamente da noi.

Perché voler bene a un fratello non significa condividere ogni sua scelta, approvare ogni suo comportamento o rinunciare alla propria libertà. Significa, piuttosto, riuscire a distinguere la persona dalle sue idee, il legame dal dissenso, l'affetto dalla necessità di avere ragione.

E forse è proprio questo il messaggio più importante di quell'abbraccio: non sempre possiamo impedire a chi amiamo di prendere una strada diversa dalla nostra, ma possiamo fare in modo che non debba percorrerla sentendosi meno amato. Non aspettiamo che sia la paura di perderci a insegnarci quanto siamo importanti gli uni per gli altri.

Perché un giorno potremmo voltare lo sguardo e scoprire che non ci manca soltanto un fratello, ma tutto quel mondo che soltanto insieme a lui potevamo continuare a vivere.

E allora, prima di voler avere ragione, chiediamoci se siamo disposti a perdere nostro fratello per averla.

Di quanti morti siamo fatti?

 



Quante morti attraversiamo durante la nostra vita? Quanti di coloro che ci hanno accompagnato ci hanno lasciato? È come se partissimo con esercito e, man mano, lungo il percorso, assistessimo alla caduta dei loro componenti. L'esercito si assottiglia, il cammino si fa più pesante e siamo portati a guardarci indietro, non per vedere i corpi perduti, ma per renderci conto di quanto siamo diventati soli. 

A volte credo che, tutto sommato, la vita sia imparare a stare da soli e che, per comprenderlo, dobbiamo attraversare la morte degli altri, di coloro che hanno fatto parte della nostra esistenza. Non importa per quanto tempo siano rimasti, ma per come siamo stati insieme durante quel tempo. 

Ogni volta che ci voltiamo dietro è come se volessimo riappropriarci di un tempo che ormai non c'è più, ma del quale continuiamo a sentire gli effetti, non soltanto nella memoria, ma addosso. E in questo giorno mettiamo insieme le loro voci, così come le abbiamo ascoltate quando erano vivi. 

Mi sono chiesta cosa accadrebbe, come ci sentiremmo, se lungo il percorso non perdessimo nessuno. Sarebbe un affollamento ingestibile: finiremmo per dare attenzione a qualcuno e inevitabilmente sottrarla  a qualcun altro. Invece il nostro cammino è scandito, quasi matematicamente, dagli altri. Non saremmo ciò che siamo se nessuno avesse toccato profondamente il nostro animo. Ogni tratto della nostra vita porta con sè una presenza preziosa, qualcuno che, durante la propria esistenza, ci ha tenuti in custodia. E continuiamo a voltarci indietro, a volerci sentire ancora insieme a loro, come se fossero la nostra coperta, quella che ci restituisce calore, forza, amore.

Ho cercato di contare queste presenze sul mio percorso. Sulle prime ne ho viste pocchissime, ma, osservando meglio, mi sono resa conto che non ci sono solo quelle che io vedevo e frequentavo ogni giorno. Ce ne sono altre silenziose, lontane, presenti solo ogni tanto, ma la cui eco è ancora forte oggi. Chi mi ha infuso serenità, chi mi ha dato affetto, chi attenzione; chi mi ha fatto crescere e credere in me stessa, chi, con la sola presenza, rappresentava  una forza. 

Sarò tutte queste cose messe insieme, sicuramente. Sono la somma di tutte queste persone che mi hanno plasmata, mi hanno dato linfa. E, a mia volta, sono ciò che resta di loro: qualcosa che custodisco dentro in me, ma che emerge attraverso i miei atteggiamenti, i miei pensieri, le mie passioni, il carattere, la mia forza d'animo. 

Di quanti morti è fatta una persona? Quante presenze portiamo dentro di noi e ci permettono di andare avanti, progredire, crescere? 

La vita è questa matrioska: ciascuno non se ne va davvero, ma si nasconde in un altro per sempre.  E noi siamo le loro tombe. Sepolcri attivi, che portano in giro i propri defunti: a volte ne mostriamo i volti, altre il loro animo, altre ancora i loro desideri. 

Come potremmo vivere pieni soltanto di noi stessi, se siamo il risultato di coloro che ci hanno preceduto? Basterebbe questo a definire la nostra umanità, qualcosa che nessuno può toglierci, è una peculiarità profondamente umana, che nessuna macchina potrà mai restituire nella sua complessità.

Stamattina, nel giorno dei morti, ho assistito a un ballo stupendo: i miei cari venuti tutti insieme a sorridermi, ciascuno riportandomi alla mente la vita vissuta insieme. E mi sono sentita ricca di questa eredità, così mia, personale, ma anche comune a ciascuno di noi.



Il bello delle stagioni

                                    C.Pissarro

Stamattina, sotto la vigna nel terreno di mio padre, c'era una brezza fredda e il cielo era appena macchiato di nuvole. I brividi provati scendendo dall'auto, nel suo cortile, mi hanno restituito un'immagine precisa del passato: gli autunni di quando ero bambina, quando al silenzio dei campi si univa quel venticello secco che pizzicava la gola e che, se non ti coprivi bene, poteva lasciarti in compagnia di una bronchite.

Ho osservato i tralci ingialliti, umidi eppure quasi stilizzati, immobili sui rami come se non si fossero mai mossi. Soltanto il vento aveva la grazia di farli fluttuare, quasi volesse sussurrare: «Su, è ora di rendere onore alla terra e lasciare riposare questi rami fino a primavera».

Seduta in cucina, osservavo quello scorcio di paesaggio che mi restituiva un frammento di ciò che viveva fuori. Sotto il recinto, al confine con la strada, una pianta di zucca sembrava uscita dalle pagine di Cenerentola: sinuosa, aggrappata a un tronco, ancora viva e piena di energia. Accanto, due rose tardive ormai appassite. Al di sopra del pergolato, il cielo azzurro lasciava scivolare lentamente le nuvole, che sembravano voler abbandonare quello spicchio di mondo davanti a me.

A sorprendermi è stata una lucertola che correva sui tronchi della vigna, da una parte all'altra, come se avesse ancora mille cose da fare. I colori erano nitidi, quasi più intensi, e il silenzio sembrava ovattare ogni cosa. Io restavo seduta a scrutare ogni particolare, soffermandomi su dettagli che, in altri momenti, forse non avrei nemmeno notato.

Era strano contemplare quel paesaggio e, nello stesso tempo, sovrapporgli le immagini di un tempo lontano, quando giocavo con le foglie e strappavo qualcosa dai rami, senza sapere che un giorno avrei ricordato quei gesti con tanta tenerezza. Per un attimo mi è sembrato di rivedermi lì, in mezzo al cortile, ancora bambina.

La terra sembrava un corpo sfinito, che dopo aver dato tanto cercava riposo. E allora anche il mondo pareva farsi silenzioso. Gli uccelli volavano senza interrompere quella quiete, come se fossero diventati i veri padroni del terreno. Ora un chicco d'uva, ora un frutto: tutto era lì, a disposizione di chi sapesse cercarlo.

Ricordavo i secchi del latte accanto al pollaio, che a fine ottobre si riempivano d'acqua con le piogge intermittenti. Quell'acqua diventava un gioco, una piccola occasione di divertimento in giornate che oggi mi sembrano lontanissime.

Più di ogni altra cosa, però, ho imparato ad amare il silenzio di quel tempo, quando i rumori lasciavano spazio ai suoni della terra: una noce che cadeva, un mallo marcio che si schiacciava sotto i piedi, una gallina rimasta sola nell'erba a beccare qua e là, un uccellino picchiettava da qualche parte. E poi un cane, arrivato chissà da dove, che finiva per accucciarsi accanto a noi, come a dire: «Ci sono anch'io!».

Erano suoni semplici, quasi impercettibili, eppure bastavano a riempire il mondo. Non c'era bisogno di altro. Forse è proprio questo che il tempo, crescendo, ci fa dimenticare: la capacità di fermarci e ascoltare ciò che vive intorno a noi.

Stamattina, il cortile di mio padre mi ha restituito un momento preciso della mia infanzia. Seduta in cucina, osservavo e ricordavo. I ricordi si sovrapponevano al presente e, per qualche istante, mi sembrava di essere ancora lì, a giocare, immersa in un tempo che credevo lontano e che invece continuava ad abitarmi.

L'autunno, del resto, ha un fascino che non si esaurisce nei colori. Ci sono i profumi, i sapori, le piccole promesse che arrivano dalla terra. Sul ripiano della cucina, le castagne, tonde e lucide, sembravano invitarmi ad avvicinarmi per inciderle e metterle in forno. Sul tavolo, le noci e i cachi mescolavano i loro colori, mentre già ne pregustavo il sapore.

Eppure, se dovessi scegliere ciò che meglio racconta l'autunno, penserei al vino sulla tavola. Quello nuovo ha un colore vivo e un profumo inconfondibile. Dentro ci sono la terra, il sole dei mesi passati, la vendemmia e l'attesa. È come se una stagione intera fosse riuscita a raccogliersi in un bicchiere, pronta a essere condivisa.

Mentre ero immersa in queste riflessioni, è arrivato il gatto, ospite abituale di casa, che mio padre tratta come un figlio. A suo dire, il suo compito è tenere il cortile libero dai ratti, ma credo che ormai tra loro ci sia qualcosa che va ben oltre l'utilità. Miagolava per chiedere da mangiare e se n'è andato soltanto dopo aver ricevuto un po' di formaggio da mio padre. Anche lui aveva compiuto il suo piccolo rito quotidiano.

Poi, mentre mangiavo, lo sguardo è caduto sulla fotografia appoggiata sul piano alla mia sinistra: mia nonna e mio zio nel giorno del suo matrimonio.

Si avvicina la ricorrenza dei Morti, e quella fotografia mi ha riportato a chi non c'è più, a chi continua a vivere dentro di noi attraverso i ricordi. Guardavo quei volti e rivedevo gli incontri al bar, le conversazioni e, ancora una volta, mio zio in quello stesso cortile, soltanto qualche anno fa.

È strano come un luogo riesca a custodire tante vite. Gli stessi spazi che oggi osserviamo in silenzio sono stati attraversati da persone, parole, risate e gesti che sembravano destinati a ripetersi per sempre. Poi il tempo passa, le presenze cambiano, qualcuno se ne va. Eppure, basta uno scorcio familiare, una fotografia o una particolare luce autunnale perché tutto riaffiori, almeno per un momento.

I cicli del tempo ci restituiscono i ricordi. Ogni anno, con il suo ritorno, richiama quello precedente e ci riporta a ciò che abbiamo vissuto. Forse ci rifugiamo nel passato perché ci appare più sicuro, più avvolgente, mentre il futuro resta incerto, ancora tutto da costruire.

Il passato ci culla, ci restituisce le nostre radici e ci fa sentire ancora benvoluti. Ma forse non è soltanto un luogo nel quale rifugiarci: è anche ciò che ci permette di riconoscerci nel presente, di comprendere chi siamo diventati e di portare con noi ciò che abbiamo amato.

Le stagioni, in fondo, fanno proprio questo. Ritornano, ma non sono mai davvero uguali. Ci riportano gli stessi colori, gli stessi profumi, gli stessi paesaggi, eppure noi li guardiamo con occhi diversi, perché nel frattempo siamo cambiati.

E così, ogni autunno, la terra si prepara al riposo, i rami si spogliano e il silenzio torna a occupare i campi. Noi, invece, ritroviamo frammenti di ciò che siamo stati, persone che continuano a vivere nella memoria e momenti che credevamo perduti.

Forse il bello delle stagioni è proprio questo: mentre la natura compie il suo ciclo e si prepara a ricominciare, anche noi possiamo tornare, almeno con il pensiero, nei luoghi in cui siamo cresciuti, ritrovando qualcosa che il tempo non è riuscito a portare via.


Via del Greto- VIII

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo ottavo


 

                                                                      Capitolo VIII

Alfonso partì di buon mattino, senza lasciare alcun messaggio alla famiglia. Aveva tanta fretta di mettere in pratica ciò che gli era passato per la testa che non si preoccupò nemmeno di avvertire i suoi. Quando, a colazione, non lo videro comparire a tavola, la sua assenza non passò inosservata.

Alle nove era già in viaggio. Aveva deciso di andare ad Aosta per fare una sorpresa a Letizia, raggiungendola senza preavviso. Non sapeva fino a che punto quella scelta fosse giusta, ma si era imposto una nuova regola: non rinunciare alla prima decisione soltanto perché, a un esame più attento, poteva sembrare difficile o rischiosa.

In passato avrebbe tergiversato, rimandato, cercato mille ragioni per non agire. Ora voleva cambiare. Era arrivato il momento di dimostrare a se stesso di essere capace di prendere in mano la propria vita, senza lasciare che i dubbi gli impedissero di fare ciò che desiderava.

Eppure, mentre il treno procedeva verso Aosta, qualche perplessità continuava ad affiorare. Presentarsi senza aver avvisato Letizia poteva sembrare inopportuno, persino scortese. Ma ormai aveva deciso. Forse sarebbe stata felice. Forse lo avrebbe rimproverato per quella visita improvvisa. In ogni caso, non voleva più rinunciare a ciò che sentiva.

L'assenza di Alfonso si fece sentire anche a pranzo. Maria, sua sorella, dapprima andò su tutte le furie, poi cominciò a preoccuparsi. La stessa cosa accadde ad Andrea, che da quando si era sposato era diventato ancora più apprensivo del solito.

Soltanto Enea e Rosaria sembravano tranquilli. La loro apparente indifferenza irritava gli altri due fratelli. Anche loro avevano intuito che tra Alfonso e Letizia ci fosse qualcosa di importante, ma nessuno avrebbe immaginato che Alfonso potesse prendere una decisione tanto improvvisa.

Quella mattina, infatti, Enea aveva visto il figlio attraversare il viale di casa con un piccolo bagaglio a mano, mentre un taxi lo attendeva per accompagnarlo alla stazione. Aveva riferito tutto a Rosaria, ma insieme avevano deciso di non parlarne con gli altri.

Nel frattempo, Andrea aveva altri pensieri per la testa.

«Papà, avremmo bisogno di cambiare stanza. Anche stanotte il gallo non mi ha fatto dormire. Visto che Alfonso dorme così poco qui, sarebbe il caso che io e Cecilia occupassimo la sua camera. Lui, almeno, non ha certo problemi di sonno.»

Enea lo guardò perplesso. «Andrea, da quando vivo in questa casa, e per quanto ne sappia, nessuno ha mai cambiato stanza. Tu hai sempre dormito nella tua, limitandoti a cambiare il letto. Come faccio a chiedere ad Alfonso di lasciare la sua camera? E poi, tutta questa storia del gallo! Sai quanta gente vorrebbe una sveglia naturale invece di quegli aggeggi mostruosi che strillano come forsennati?»

«Sarò anche ansioso e avrò problemi di sonno, ma adesso comincia a dormire male pure Cecilia. E non vorrei che la situazione peggiorasse, magari con l'arrivo di un bambino!»

Maria intervenne subito. «Ho capito, vi cedo la mia stanza. Così risolviamo il problema senza disturbare Alfonso. Sono una zia premurosa e non voglio togliere serenità ai miei nipoti. Sei d'accordo?»

Andrea le sorrise. «Ah, sorellina, sei sempre la migliore! Ma perché non ti lamenti mai, eh?»

«Perché ci siete già voi due a farlo! Io preferisco evitare le questioni, non fomentarle. Però almeno un grazie potresti anche dirmelo. E poi, già che ci siamo, comincia a fare un pensierino sui nomi: se sarà maschio, Mario; se sarà femmina, Maria. D'accordo?»

La conversazione finì tra le risate e le battute. In realtà, a titolo di cronaca, Andrea non avrebbe cambiato stanza e avrebbe continuato a dormire nella propria.

Rosaria, che aveva ascoltato lo scambio, si rivolse alla nuora.

«Ma c'è qualche novità che dovrei sapere?»

Cecilia sorrise, un po' emozionata.

« Non ne sono certa. Farò il test.»

Rosaria trattenne a stento la gioia. Non aspettava altro che una notizia del genere. Un nipotino era ciò che mancava in quella casa e, soprattutto, non ne poteva più delle domande di conoscenti e parenti che continuavano a chiedere quando sarebbe arrivato un bambino.

Poco dopo, tornò a pensare ad Alfonso. Compose il suo numero con insistenza, ma non ottenne risposta. Come faceva abitualmente in simili circostanze, incaricò Ennio di continuare a chiamarlo.Non poteva essere scomparso nel nulla.


Il treno arrivò ad Aosta in perfetto orario.

Alfonso non vedeva l'ora di raggiungere Letizia, ma il buon senso gli suggerì di passare prima dalla pensione per rinfrescarsi e sistemarsi. Avrebbe avuto tutto il tempo per presentarsi da lei nel pomeriggio.

Il freddo di Aosta lo colpì appena sceso dal treno. Non si aspettava che la temperatura fosse così rigida e dovette tirare fuori il giubbotto che aveva portato con sé soltanto per precauzione.

Dopo essersi sistemato, visto il freddo, decise di noleggiare un'auto. Col navigatore poteva muoversi tranquillamente. Nel pomeriggio si presentò davanti alla casa di Letizia, in via delle Betulle. Ad aprire fu una ragazza gentile.

«Buonasera. La signorina non è ancora tornata dall'ospedale. Dovrebbe rientrare tra qualche ora. In casa, al momento, non c'è nessuno.»

Alfonso ringraziò senza aggiungere altro e si allontanò. Decise di passare per l'ospedale e attenderla fuori.

Man mano che si avvicinava alla struttura ospedaliera, cominciò a trovare mille pretesti per rimandare. Avrebbe voluto comprare dei fiori, ma non li aveva presi prima. Pensò anche a un regalo, da acquistare all'ultimo momento, e poi si domandò se fosse presentabile, se avesse un aspetto adeguato. Erano tutte scuse. In realtà, cominciava a temere il momento dell'incontro.

Non avendo più tempo per fare nulla, scacciò via quell'idea.

Parcheggiò in un punto da cui poteva osservare agevolmente chiunque uscisse. Rimase in macchina, al caldo, con gli occhi fissi sull'ingresso. Non vedeva l'ora di rivedere Letizia.

Aveva preparato tanti discorsi, immaginato tante cose da dirle, ma alla fine ciò che desiderava davvero era guardarla negli occhi. Sarebbe stata contenta? Avrebbe sorriso? Lo avrebbe abbracciato?

Erano giorni che pensava di andare ad Aosta e, finalmente, ce l'aveva fatta. Eppure, mentre aspettava, si sentiva prigioniero di quella situazione. Il tempo sembrava non passare mai.

Alfonso si fece più attento. Scrutava ogni persona che compariva davanti all'ingresso, cercando tra i volti quello di Letizia. Cinque minuti dopo, finalmente, la vide.

Indossava un giubbotto lungo, aveva i capelli sparsi sulle spalle, una borsa a tracolla e la borsa medica in mano.

Per Alfonso fu una visione meravigliosa. Stava già per scendere dall'auto quando si accorse che accanto a lei c'era un ragazzo alto.

L'uomo le stava vicino con una premura che non lasciava indifferenti. Le sistemò il cappuccio del giubbotto sulle spalle e poi le offrì il braccio, accompagnandola verso la macchina.

Alfonso rimase immobile. Non riusciva a capire ciò che stava vedendo.

I due passarono a pochi metri da lui. Il ragazzo aprì la portiera per far salire Letizia, che appariva tranquilla, quasi sorridente. Poteva essere il freddo a renderla così silenziosa? O c'era qualcos'altro?

L'uomo salì dall'altra parte e si misero in viaggio. Alfonso li seguì.

Non sapeva nemmeno lui perché lo stesse facendo. Forse voleva soltanto capire chi fosse quell'uomo. Forse sperava che tutto ciò che aveva visto avesse una spiegazione innocente.

L'auto si fermò davanti a un palazzo che non era quello in cui abitava Letizia.

Il ragazzo scese per primo, aprì la portiera e l'aiutò a scendere. Le prese la borsa medica e, ancora sottobraccio a lei, la accompagnò all'ingresso.

Poi entrambi scomparvero nell'ascensore.

Alfonso rimase lì, incapace di muoversi.

Chi era quell'uomo? Perché Letizia si trovava in quel palazzo? E soprattutto, perché sembravano così intimi?

Le domande si affollavano nella sua mente, ma nessuna trovava una risposta certa.

Eppure, dentro di lui, un sospetto stava già diventando una certezza.

Forse stavano insieme. Forse quella relazione durava da tempo. Forse lui, senza rendersene conto, si era illuso di essere importante per una donna che aveva già un altro nella propria vita.

Restò in macchina ancora a lungo, sperando di vederli ricomparire. Ma di loro non ci fu più traccia.

A quel punto decise di andarsene. Non sarebbe tornato in pensione. Voleva rientrare subito a casa.

Si sentiva uno stupido.

Come aveva potuto fidarsi di lei senza conoscere davvero la sua vita? E poi, che cosa si erano detti, in fondo? Quale diritto aveva di considerarsi il suo fidanzato? Con quale coraggio aveva dato per scontato che tra loro ci fosse qualcosa di definito?

La rabbia si rivolse soprattutto contro se stesso. Era partito con tante speranze e ora non riusciva nemmeno a trovare il coraggio di chiederle una spiegazione.  La rabbia montò a tal punto di portare la macchina dove l'aveva noleggiata per poi dirigersi alla stanzione con la speranza di prendere l'ultimo  treno disponibile in partenza da Aosta.

Giunse a casa in mattinata. Per non affrontare le domande dei familiari, preferì raggiungere la barca e rifugiarsi lì, lontano da tutti.

Aveva bisogno di restare solo.

Continuava a rivedere Letizia sottobraccio a quell'uomo. Rivedeva le sue mani mentre le sistemava il cappuccio, la naturalezza con cui le prendeva la borsa medica, il modo in cui si erano avviati insieme verso l'ascensore. Sembravano complici, affettuosi, abituati l'uno alla presenza dell'altra. E lei sorrideva. Era proprio quel sorriso a ferirlo più di ogni altra cosa.

Esausto, chiuse gli occhi. Dormì qualche ora prima che Andrea raggiungesse la barca con un'espressione raggiante. Fu lui a scuoterlo dal sonno. Non sapeva che  si era addormentato soltanto da un'ora.

Alfonso impiegò molto prima di aprire gli occhi. Quando realizzò che aveva davanti il fratello, si destò subito come se fosse stato colto in flagrante.

«Nessuno mi ascolta mai, ma io certe cose le sento! Lo sapevo che non eri andato da nessuna parte e che eri qui. Ma nessuno mi ha creduto.»

Alfonso colse al volo l'occasione. Preferì non spiegare dove fosse stato e lasciò che il fratello continuasse a credere alla propria intuizione. Andrea, del resto, non era venuto per controllarlo.

«Ma non sono qui per sorvegliarti, fratellone! Sono venuto per darti una notizia e volevo farlo di persona. Preparati: tu, Alfonso Varriale, stai per diventare zio! È in arrivo un piccolo Varriale o una piccola Varriale!»

Per la prima volta da quando era rientrato, Alfonso riuscì a sorridere.

Era una bella notizia, di quelle capaci di portare un po' di luce anche nelle giornate peggiori. Non avrebbe mai immaginato di riceverla proprio in quel momento.

Andrea aveva portato con sé dei cornetti per l'occasione. 

«Sono felice per te», disse Alfonso, cercando di mostrarsi sereno.

Andrea gli chiese che cosa fosse successo. Non era da lui trascorrere la notte in barca senza avvertire nessuno. Alfonso non ebbe il coraggio di raccontargli la verità. Non aveva voglia di ripercorrere ciò che era accaduto, né di sentire il parere di qualcuno. Preferì tacere e lasciare che Andrea interpretasse a modo suo il suo comportamento.

Ma il fratello non si arrese.

«Se la lontananza ti fa soffrire così tanto, perché non vai a trovarla? Non pensarci troppo. E vai da lei!»

Alfonso lo ascoltava in silenzio.

Si rese conto, in quel momento, che tutti ormai consideravano Letizia la sua fidanzata. La famiglia, gli amici, persino chi conosceva appena la loro storia.

Fino a poco tempo prima quella convinzione gli avrebbe fatto piacere. Adesso, invece, gli pesava. Gli sembrava che tutti dessero per certa una relazione che lui stesso non aveva mai avuto il coraggio di definire davvero.

Andrea, ignaro di ciò che gli passava per la testa, continuò:

«E poi, se ci tieni tanto a lei, sposatevi! Che ci vuole a chiederglielo?»

Questa era la bellezza di Andrea: per lui tutto sembrava possibile. Affrontava le questioni, anche le più complicate, con la semplicità di un bambino.

Ma quella volta Alfonso non riuscì a rispondere.

Il silenzio si prolungò, finché trovò la forza di parlare.

«Devo partire per gli Stati Uniti, Andrea. Ho già perso troppo tempo e non posso più rimandare.»

Il fratello spalancò gli occhi.

«O zio banana! Vuoi vedere che non ci sarai quando nascerà il mio bambino? Non accetto scuse! Se non sarai qui, ti tolgo dall'albero genealogico. E Letizia che cosa dirà? Lo sa che parti?»

Alfonso sentì la rabbia riaffiorare.

«Lo dici come se stessimo insieme e vivessimo vicini. Siamo a novecento chilometri di distanza, Andrea! Aosta non è dietro l'angolo.»

Mentre pronunciava quelle parole, pensò al viaggio appena concluso. Nove ore all'andata e altrettante al ritorno, per non essere riuscito nemmeno a parlare con Letizia.

Forse avrebbe dovuto fermarsi. Aspettare. Chiederle spiegazioni.

Per un istante si domandò se non avesse sbagliato a ripartire così in fretta. Ma il ricordo di quella scena gli tornò davanti agli occhi e la convinzione di essere stato ingannato riprese il sopravvento.

Non voleva più pensarci.

Quando Andrea lo lasciò, Alfonso era ormai deciso. Sarebbe partito per gli Stati Uniti e avrebbe cercato di lasciarsi alle spalle quella storia.

Doveva recidere quel legame, prima che gli facesse ancora più male.

Eppure, nel momento in cui rimase solo, qualcosa dentro di lui vacillò.

Prese il telefono e chiamò Letizia.

Non sapeva esattamente che cosa sperasse di ottenere. Forse desiderava soltanto sentire la sua voce. Forse, in fondo, sperava che qualcuno gli dicesse che si era sbagliato, che quell'uomo non significava nulla, che non c'era stato alcun tradimento.

Dopo alcuni squilli rispose una voce maschile. Poi, quasi subito, il telefono passò a Letizia.

«Pronto?»

Alfonso riconobbe immediatamente la sua voce. Non riuscì a dire nulla. Chiuse la comunicazione.

Letizia non aveva fatto in tempo a capire chi la stesse chiamando. Non c’era il riferimento del suo numero. Alfonso non voleva farsi riconoscere.

Lui, invece, aveva rinunciato ancora una volta a chiedere una spiegazione.


Nel frattempo, Andrea aveva raccontato alla famiglia di aver trovato Alfonso a dormire in barca. La notizia rassicurò tutti: almeno sapevano dov'era e che non gli era accaduto nulla.

Poi, però, riferì anche che il fratello aveva intenzione di partire per gli Stati Uniti.

La notizia provocò stupore e una serie di commenti. Nessuno riusciva a capire perché Alfonso avesse deciso di partire proprio in quel momento.

Enea, suo padre, sperò inizialmente di aver capito male. Ma conosceva abbastanza suo figlio da intuire che una decisione tanto perentoria non poteva essere nata dal nulla. Qualcosa doveva essere successo.

Che cosa, però, non riusciva a immaginarlo.

E nessuno, in quella casa, poteva ancora sapere che il viaggio ad Aosta, nato dal desiderio di sorprendere Letizia, avrebbe potuto cambiare il corso della vita di Alfonso.


© 2026 Filomena Baratto
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https://miosole.blogspot.com/2026/10/via-del-greto-vii.html (Capitolo precedente, VII)

Le radici non si perdono: cultura, memoria e migrazioni al Circolo Internazionale

  
 



Ieri sera, al Circolo Internazionale di Castellammare di Stabia, la casa editrice Hanta Edizioni ha presentato il proprio Catalogo Editoriale, dando vita a un incontro che è andato ben oltre la semplice presentazione di libri. La serata si è trasformata in un’occasione di riflessione e confronto sulla cultura, sulle tradizioni e sulla storia del territorio: un patrimonio che da sempre contraddistingue la nostra comunità, aperta all’incontro e al dialogo grazie alla sua posizione geografica, alla ricchezza del contesto culturale e alla naturale propensione verso l’altro.

Protagonista dell’incontro è stato l’autore Hugo Javier Freitas, che con la casa editrice Hanta Edizioni ha pubblicato due opere dedicate al tema delle migrazioni dall’Europa verso il Río de la Plata, avvenute in successive ondate dalla fine dell’Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale.

Nel raccontare la genesi dei suoi libri, l’autore ha ripercorso un cammino di ricerca nato dalla curiosità per le proprie origini familiari. L’interesse per gli avi provenienti dall’Europa si è progressivamente trasformato in un’indagine più ampia e approfondita, condotta attraverso il metodo della ricerca storica, fino a restituire un quadro articolato di un fenomeno che ha segnato profondamente la storia di intere generazioni.

Al centro del suo lavoro, tuttavia, non vi sono soltanto le vicende storiche, ma soprattutto le persone, le loro esperienze e il legame profondo con la terra d’origine, un legame che spesso continua a vivere anche dopo essersi stabiliti in un nuovo Paese. A riaccendere il ricordo delle proprie radici può bastare un dettaglio apparentemente insignificante: un profumo, una fotografia, una pietanza, un oggetto o una memoria custodita nel tempo. Piccoli frammenti di vita capaci di ricomporre un mondo lontano e di restituire il senso di un’appartenenza mai del tutto perduta.

È proprio questa la forza delle radici: non scompaiono con la distanza, né si dissolvono con il passare degli anni. Al contrario, sembrano talvolta rafforzarsi, diventando una parte ancora più viva e consapevole dell’identità personale.

La riflessione si è quindi allargata al confronto tra le migrazioni di ieri e quelle contemporanee, mettendo in luce differenze e analogie nelle motivazioni che spingono uomini e donne a lasciare la propria terra. Se le condizioni storiche, economiche e sociali cambiano, rimane costante il desiderio di costruire un futuro migliore, insieme alla necessità di affrontare lo spaesamento, la nostalgia e la ricerca di un nuovo equilibrio nella società che accoglie.

Nel corso della serata, l'autore ha anche espresso il sentimento di sentirsi, almeno in parte, europeo, soffermandosi su alcuni tratti del proprio carattere nei quali riconosce un legame con le sue origini. Un’affermazione che ha restituito, in modo personale e autentico, il significato di un’identità capace di attraversare i confini e di appartenere a più luoghi e culture.

Ha poi presentato la raccolta di racconti Memorie ed echi migranti, sua seconda pubblicazione, nella quale vengono approfonditi temi e suggestioni già presenti nel primo libro. Tra i racconti, uno occupa un posto speciale nelle sue preferenze: Avanti, sempre avanti. Vi si narra il rapporto che, ancora giovane, instaurò con un uomo che incontrava davanti a un supermercato, dove vendeva merci come ambulante. Un tano — termine con cui in Argentina si indicano gli italiani, spesso con particolare riferimento ai napoletani — con il quale, incontro dopo incontro, nacque una conoscenza sempre più profonda, fino a trasformarsi in un’amicizia spontanea e sincera.

È un racconto particolarmente coinvolgente, nel quale la quotidianità diventa il luogo privilegiato dell’incontro umano e in cui le differenze, anziché rappresentare una distanza, si trasformano in occasione di conoscenza e vicinanza.

La partecipazione attenta del pubblico ha confermato quanto il tema delle migrazioni sia ancora oggi sentito e capace di suscitare domande, emozioni e riflessioni. A dare voce ai testi è stato l’attore Rodolfo Medina, mentre la professoressa Ilenia Zirham ha curato l’interpretazione in lingua spagnola, contribuendo a rendere il dialogo accessibile e vivo anche nella sua dimensione linguistica e culturale.

La serata si è così configurata come un momento di autentico arricchimento, nel quale la letteratura ha offerto l’opportunità di guardare alla storia attraverso le vicende individuali, riconoscendo dietro ogni migrazione un intreccio di speranze, sacrifici, memorie e nuove possibilità.

Perché raccontare le migrazioni significa, in fondo, raccontare l’umanità stessa: il coraggio di partire, la fatica di ricominciare, il desiderio di essere accolti e la capacità di conservare ciò che ci lega alla nostra storia. Le radici non impediscono di andare lontano; accompagnano il cammino, custodiscono la memoria e ci ricordano che ogni incontro può diventare un ponte tra mondi diversi. Ed è proprio su questi ponti, costruiti con la cultura, la letteratura e l’ascolto reciproco, che una comunità può riconoscere la propria identità e aprirsi, con maggiore consapevolezza, al futuro.

La decadenza del pensiero e la fuga dalla realtà

 

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                                                                                                             La finestra di Magritte

Da cosa si denota la decadenza della nostra civiltà? Dal fatto che ognuno agisce come se si trovasse davanti a un videogioco: osserva, si fa un'idea e dice la sua. È facile parlare seduti a tavola, mentre ci si riempie la pancia, osservando con fare disgustato ciò che accade agli altri. Da spettatori, tutto sembra semplice: si individuano colpevoli, si propongono soluzioni e si giudicano comportamenti senza doversi confrontare con le difficoltà concrete di chi quella realtà è costretto a viverla.

Guy Debord, nella sua analisi della società dello spettacolo, aveva individuato il rischio di una realtà trasformata in rappresentazione, qualcosa da osservare e commentare anziché vivere direttamente. Sembra che oggi abbiamo imparato a confondere il fatto di assistere a un evento con la capacità di comprenderlo. Ci indigniamo, giudichiamo, esprimiamo opinioni, ma raramente ci chiediamo se abbiamo davvero capito ciò che accade.

Noto che molti parlano non sulla base della contingenza, ma di ciò che pensavano già prima di osservare i fatti. Non è il pensiero a formarsi attraverso la realtà, ma è la realtà a essere interpretata secondo un pensiero già costituito. Si cerca conferma alle proprie convinzioni anziché metterle alla prova. Eppure ragionare significa anche dubitare, verificare, accettare la possibilità di sbagliare e modificare le proprie idee quando i fatti lo richiedono.

Hannah Arendt ha posto al centro della sua riflessione la necessità di pensare e giudicare autonomamente. Il problema non è soltanto avere idee sbagliate, ma rinunciare alla fatica di esaminarle. Molti si affidano al pensiero altrui, alle idee già costituite, al partito che indica cosa sostenere, senza verificare se ciò che viene detto sia fondato. Oggi possiamo persino chiedere all'intelligenza artificiale una risposta già pronta e appropriarcene senza averne esaminato le ragioni. Il problema non è servirsi degli strumenti disponibili, ma utilizzarli per evitare di pensare. Una risposta ben formulata non equivale a un pensiero elaborato.

Kant chiamava autonomia la capacità di servirsi del proprio intelletto senza dipendere costantemente dalla guida altrui. Ma pensare con la propria testa richiede impegno: bisogna mettere in discussione le proprie convinzioni, confrontarsi con ciò che non si conosce e assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni. È molto più comodo delegare il giudizio e aderire a una posizione già pronta, così si evita la responsabilità di averla scelta.

La stessa dinamica si ritrova nella politica, dove le parole abbondano e i fatti spesso mancano. Chi dovrebbe comprendere i problemi e trovare soluzioni si rifugia talvolta in dichiarazioni contraddittorie, promesse disattese e posizioni che cambiano senza spiegazioni convincenti. Naturalmente, cambiare idea può essere necessario; ciò che manca è spesso la capacità di rendere conto delle proprie decisioni e di assumersene le conseguenze. Si parla senza comprendere, si giudica senza conoscere, si agisce senza risolvere.

Anche Ortega y Gasset, riflettendo sull'uomo-massa, aveva descritto il rischio di un individuo che considera naturali le proprie convinzioni e i vantaggi di cui dispone, senza sentire il bisogno di metterli in discussione. Forse il benessere contribuisce a questa condizione quando ci abitua a ricevere senza comprendere, a consumare senza interrogarci e a pretendere soluzioni senza partecipare alla loro costruzione. Non è l'abbondanza in sé a renderci incapaci, ma la rinuncia a esercitare quelle capacità che ci permettono di affrontare la difficoltà, risolvere i problemi e adattarci alla realtà.

Ed è proprio questo il punto: forse ci stiamo disabituando alla realtà, perché la incontriamo sempre più attraverso immagini, interpretazioni e risposte preconfezionate. Viviamo come se ogni problema appartenesse a un film, come se bastasse commentarlo per aver fatto la nostra parte. Ma nella realtà le conseguenze rimangono, le difficoltà non scompaiono e le decisioni ricadono sulle persone.

La decadenza, allora, potrebbe manifestarsi non nella mancanza di informazioni, ma nell'incapacità di comprenderle; non nell'assenza di opinioni, ma nella convinzione che averne una significhi aver ragionato; non nella mancanza di strumenti, ma nella rinuncia a utilizzarli con autonomia.

Una civiltà può disporre di ricchezza, tecnologia e conoscenze e, contemporaneamente, perdere l'abitudine al pensiero critico e alla responsabilità. Quando tutti hanno qualcosa da dire, ma pochi si fermano a comprendere; quando il giudizio precede la conoscenza e le parole sostituiscono i fatti, si finisce per vivere in una dimensione che assomiglia alla realtà, ma che dalla realtà si allontana sempre più.

Perché il vero problema non è avere risposte a disposizione, ma aver smesso di porsi le domande necessarie. La realtà non chiede spettatori capaci di commentarla, ma persone disposte a comprenderla, ad affrontarla e a rispondere delle proprie azioni.


Custodire le parole per custodire la nostra storia


 

Durante un telegiornale, la banda dei titoli che scorreva nella parte bassa dello schermo, su quattro parole che comparivano, ben tre erano in inglese.

Non ho nulla contro questa lingua, né contro le altre lingue. Mi sembra, però, eccessivo assistere alla progressiva sostituzione di parole italiane con termini inglesi che, spesso, esprimono lo stesso concetto. Il rischio è che, non utilizzando più determinati vocaboli, questi finiscano per scomparire dal nostro linguaggio quotidiano e, con essi, si perda anche la consapevolezza del loro significato.

Basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto questo fenomeno sia ormai diffuso.

Non si parla quasi più di passatempo, ma di hobby; il riposo diventa relax. La lettera ha ceduto il posto all'email, mentre l'incontro si è trasformato in meeting. Anche il nostro abbigliamento deve necessariamente chiamarsi look e, se ci riferiamo a ciò che indossiamo ogni giorno, ecco comparire l'immancabile outfit.

Un tempo si andava a fare le spese, le compere o gli acquisti. Oggi tutto si racchiude nella parola shopping, che forse suona più moderna, più internazionale, più fashion. E proprio fashion è un altro termine inglese che ha preso il posto della nostra semplice e bella parola: moda.

Ma non si tratta soltanto di una questione di parole. È come se tutto dovesse essere racchiuso in un unico termine straniero, quasi che la ricchezza delle espressioni italiane fosse diventata superflua.

Nel mondo del lavoro, poi, il fenomeno è ancora più evidente. Una riunione informativa diventa un briefing, una telefonata una call, l'aggiornamento di un progetto un update. Quando ci si riunisce per trovare una soluzione a un problema, si organizza un brainstorming.

L'amministratore delegato è diventato CEO, il responsabile è un manager e il gruppo di lavoro un team. Se si lavora da casa, non si dice più semplicemente che si lavora da casa, ma che si fa smart working. Un obiettivo da raggiungere diventa un target.

Anche il linguaggio della vita quotidiana non è immune da questa trasformazione. Il bilancio delle nostre disponibilità economiche si chiama budget, il pettegolezzo è diventato gossip, mentre un apprezzamento espresso sui social si riduce a un like. La pausa caffè è un coffee break e il fine settimana un weekend.

Siamo sempre busy, cioè occupati, e cerchiamo di rendere tutto easy, vale a dire facile. Al bar ordiniamo un drink e, quando decidiamo di partire all'ultimo momento, approfittiamo di un'offerta last minute.

Ultimamente vanno molto di moda anche parole come upgrade, usata per indicare un miglioramento o un aggiornamento, e glamour, che dovrebbe evocare fascino ed eleganza.

L'elenco potrebbe continuare a lungo. Chi non conosce la parola flop, utilizzata al posto di insuccesso o fallimento? E chi non ha mai sentito parlare di digital detox, espressione che indica una pausa dai dispositivi digitali?

Si sta affermando una sorta di omologazione linguistica, come se parlare correttamente la propria lingua fosse diventato meno moderno, meno prestigioso, quasi motivo di imbarazzo. Sembra che una parola straniera abbia, per il solo fatto di esserlo, un valore superiore a quella italiana.

Eppure, le parole non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Ognuna può avere sfumature, richiami, significati e suggestioni che un termine straniero non riesce a restituire nello stesso modo. Anche quando due parole sono considerate sinonimi, non è detto che esprimano esattamente la stessa cosa.

La lingua italiana possiede un patrimonio straordinario, costruito nel corso dei secoli attraverso la storia, la letteratura, le tradizioni e la vita delle persone. Un patrimonio fatto di parole che permettono di descrivere con precisione sentimenti, situazioni, comportamenti e aspetti della realtà che ci circonda.

Eppure, molte di queste parole rischiano di cadere nell'oblio, non perché siano diventate inutili, ma perché abbiamo smesso di utilizzarle.

Basti pensare a termini come albagio, efedra, trassinare e oblungo, sciamanato, facondia, probo, gaglioffo, granciporro... Sono parole che oggi possono sembrare appartenere a un altro mondo, tanto sono poco conosciute e raramente utilizzate se non in disuso. Alcune sono desuete, altre appartengono a usi regionali o a contesti particolari, ma tutte testimoniano, in modi diversi, la ricchezza e la complessità della nostra lingua.

E queste sono soltanto alcune. L'elenco potrebbe essere molto più lungo.

Naturalmente, non tutte le parole dimenticate devono necessariamente tornare nell'uso quotidiano. Una lingua cambia, si trasforma e si adatta ai tempi. Alcuni termini scompaiono perché scompaiono gli oggetti, le attività o le realtà che descrivevano; altri vengono sostituiti perché la società cambia. È un processo naturale.

Ma diverso è il caso in cui una parola italiana, ancora viva e perfettamente comprensibile, venga abbandonata soltanto perché un termine inglese sembra più moderno, più elegante o più adatto a stare al passo con le mode del momento.

Possiamo imparare l'inglese, apprezzarne le espressioni e accogliere le parole che davvero ci servono, senza per questo rinunciare a quelle italiane che esprimono già con efficacia ciò che vogliamo dire.

Perché sostituire incontro con meeting, pausa con break o obiettivo con target non ci rende automaticamente più moderni. A volte ci fa soltanto dimenticare quanto sia ricca la nostra lingua.

In quel caso non stiamo necessariamente evolvendo: forse stiamo semplicemente dimenticando. Le parole sono le radici della nostra cultura. Possiamo far crescere nuovi rami, aprirci al mondo e imparare nuove lingue, ma se dimentichiamo le nostre radici, rischiamo di perdere una parte di noi stessi.



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