Febbraio


Sembra il titolo dei compiti di una volta, quando a scuola l’insegnante dava un argomento da trattare, un pretesto per indurre l’alunno a scrivere e non c’era tema più semplice del tempo. E cosa si scriveva a riguardo? Che è il mese del Carnevale ricordando che è una festa religiosa, che fa freddo, talvolta c’è la neve. Oggi l’inverno non è poi così lungo, la primavera è saltuaria e la pioggia fa i capricci sbagliando stagione. 

Una volta il vento veniva di marzo, con un compito preciso: trasportare i semi. E noi? Osservavamo ogni piccolo cambiamento della terra, del cielo, dei nostri stati d’animo. L’estate ci rendeva allegri e l’inverno malinconici. Oggi basta un bel viaggio per cambiare umore e abbiamo così l’estate tutto l’anno. Una volta l’influenza era italiana, l’indigestione avveniva per un cibo che ben conoscevamo. Oggi siamo cosmopoliti e se ti becchi l’influenza è quella pandemica, se ti punge un insetto non sai bene se sia stato sul Nilo o nella Pianura Padana, se hai un’indigestione, devi fare uno sforzo per capire cosa e dove hai mangiato: se al ristorante giapponese, cinese, al McDonald, alla mensa. La globalizzazione ha cambiato anche i pensieri e parlare di febbraio può sembrare uno stupido esercizio di scrittura. Chi vuoi che si interessi a questo mese, corto, insignificante, col clima che cambia, i ghiacciai che si sciolgono, le giornate con le loro perenni nebbie che hanno tolto la nitidezza ai colori di una volta. Ma abbiamo bisogno di un punto di riferimento che non ci faccia dimenticare la bellezza delle stagioni, di quella che abbiamo conosciuto sin da piccoli, quando si guardava fuori alla finestra per osservare il cielo, la terra, il mare, le prime punte sugli alberi, gli insetti, la pioggia con i suoi suoni, i bubbolii dei tuoni di pascoliana memoria, gli spostamenti delle nuvole. Tutto accadeva con un tempismo perfetto. Allora un germoglio annunciava la primavera e la neve una lunga coperta sulla terra che dormiva, una montagna innevata era l’immagine dell’inverno e il mare grigio e burrascoso incuteva paura. Oggi nel tema di febbraio possiamo scrivere che  la mimosa è quasi fiorita e forse per l’8 marzo sarà già secca, che non fa freddo, che il Carnevale qualche volta viene a marzo, sugli alberi già c’è qualche gemma e il sole è caldo e per niente pallido. Febbraio si è aggiornato, non è più quello di una volta. Anche Greta Thunberg avrà effettuato un confronto con i temi dei suoi genitori notando che il suo febbraio è così lontano da quello descritto nei loro quaderni di scuola. Febbraio è diverso. Quante specie di uccelli non vedrà più, quanti profumi persi, quanti colori. E se volessimo evitare le parole, avremmo sempre uno stuolo di pittori con giornate uggiose, freddi di tramontana, alberi spogli con i rami stecchiti al cielo, acque ghiacciate di fiumi e i bucaneve che si affacciano sul bianco macchiato di giallo nelle mattine con sole o di celeste quando il freddo congela ogni cosa. Febbraio lo conosciamo bene, ormai sono anni che ritorna. Ha affinato il nostro sentire e vedere per capire che non è più quello dei nostri temi. Nessuna rondine si prepara a tornare per il mese prossimo, ormai sono in estinzione, non c’è più il camino con la legna, ma stufe e condizionatori che hanno inquinato gli interni delle nostre case. Ma se ne dobbiamo scrivere ci sovviene la memoria che non sopporta i cambiamenti, lei è fedele a ciò che ha imparato, restia ad ogni metamorfosi di tempo come di ogni cosa. D’altra parte anche noi ci sentiamo sempre bambini, per poi aggiungere “dentro”, volendo sottolineare che ben sappiamo quanto siamo cambiati fuori, ma nello spazio interiore custodiamo il nostro tempo che non tradisce nemmeno le stagioni. Febbraio resta sempre il mese della Candelora, la Presentazione di Gesù al tempio, del Carnevale, delle chiacchiere, della lasagna, del sanguinaccio, del gelo, degli alberi spogli, delle formiche che, finite le provviste, escono per i primi sopralluoghi in cerca di avanzi, dei fiori che fanno capolino tra la neve, dei paesaggi innevati e silenziosi, della leggera malinconia che prende prima della primavera. Abbiamo bisogno di certezze per affrontare i cambiamenti.


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Analfabeti sentimentali




L’educazione socioaffettiva si apprende sin dalla tenera età. Il rituale di rimboccare le coperte, per esempio, è un modo per accompagnare i piccoli nel mondo dei sogni e dire di essere lì con loro. Passeggiare insieme non è da meno, come giocare, leggere storie, condividere il riposo o l’impegno sono momenti formativi. Attraverso i gesti, i bambini imparano tante cose, apprendono stati d’animo e pensieri, provano emozioni e costruiscono il loro modo di sentire. Se a un bambino non date carezze, non gli dite che gli volete bene, non lo rincuorate, non lo aiutate, non lo valorizzate, dove dovrebbe prendere la forza per affrontare il mondo? Addirittura abbiamo la presunzione di credere che se si comporta da adulto, sia più intelligente e puntiamo a rafforzare quest’aspetto del suo carattere. La mancanza di affettività produce indifferenza, vuoto e assenze che si presentano sotto forma di svogliatezza, incapacità, distrazioni, disinteresse. La sfera emotiva è fondamentale alla vita relazionale e un bambino privo di esperienze affettive diventerà un adulto distratto, puntando solo su se stesso e avvertendo il prossimo come un potenziale nemico. L’affettività è essa stessa fonte necessaria e indispensabile per lo sviluppo intellettivo. I sentimenti vanno educati, insegnati, devono fare un percorso prima di maturare. Non è come insegnare una materia, ci vuole tatto e tutta la sensibilità di un adulto che si propone con gli esempi, l’identificazione, la dedizione e l’affetto. E bisogna stare attenti a non far credere che tutto sia possibile, dovuto, rendendo i figli esigenti, prepotenti e arroganti. La questione è più delicata di quanto s'immagini. I bambini privi di manifestazioni affettive saranno adulti analfabeti di carezze, di abbracci, di attenzioni e proietteranno i loro disagi sugli altri finendo per non comprendere il mondo e chiudendosi in se stessi. Chi è affetto da immaturità affettiva si pone come in uno stato puerile, per cui non può esprimere i suoi sentimenti, non sa relazionarsi agli altri, non prova il senso di colpa, né quello del rimorso, è indifferente alle frustrazioni, è apatico anche di fronte a situazioni che invece dovrebbero sconvolgere. Si tratta di uno stato psicotico. La psicopatia, secondo il professore Umberto Galimberti è indifferenza, per cui “quando le emozioni scomposte e disordinate stanno a bollire nella nostra anima, innescano un meccanismo imprevedibile che sfocia in gesti estremi”. Quando parliamo di educazione emotiva, pensiamo a un rammollimento del nostro carattere, o a un sentimentalismo da femminucce. Si tratta di risposte e reazioni alle esperienze che ci toccano e che creano in noi dei precedenti, delle costanti cui rifarci quando ritorna quel tipo di esperienza ed ogni volta che il nostro io viene sopraffatto da quella situazione. Secondo Howard Gardner i tipi d’intelligenze sono sette: linguistica, matematica, musicale, spaziale, cinestetica, interpersonale, intrapersonale. Sono queste due ultime a essere alla base dell’intelligenza emotiva, quella che ci predispone alla comprensione e alla relazione esterna. Oggi il mondo digitale predispone all’analfabetismo affettivo, lasciando i giovani privi di rapporti ed esperienze costruttive, educative. Non insegnano a capire le proprie emozioni su determinati fatti, ma lasciano nell’equivoco e nell’illusione, raddoppiando la difficoltà di apprendere come comportarsi, cosa scegliere. E ‘molto comodo chiudersi tra lo schermo e la tastiera e trasferire il nostro mondo su un piano diverso e poco coinvolgente se non addirittura mascherato. L’esperienza diretta è ancora l’educazione migliore, quella che affina le nostre intelligenze che non sono più settoriali ma interdipendenti tra loro. L’educazione sentimentale avviene per mezzo di fiabe, favole, tradizioni, libri, rappresentazioni teatrali adatte, visioni di film per comprendere un vissuto. Un bambino non è un contenitore vuoto da riempire, ma un mondo da tirare fuori. In se stesso c’è tutto quello di cui ha bisogno, ma ci vogliono pionieri che entrino con sensibilità  in quegli spazi e li accendano. L’adulto deve scendere a livello del piccolo e non deve pretendere che il bambino si uniformi al suo pensiero come segno di maturità. Quello che trasmettiamo formeranno i pensieri di domani dei nostri figli. Cultura, attenzione, tempo, affetto, educazione sono gli elementi fondamentali per costruire uomini attenti e non sconnessi dalla realtà.
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Itarella e le altre storie...La scatola nera, il regalo più gettonato






Itarella è in treno verso Roma. Con lei l’amica di sempre.

-Itarè ma stai sempre con questo telefonino in mano?

-Parli tu che ci mangi, ci dormi, ti selfie…si dice così? Questa è la nostra scatola nera, è stata inventata per contenere tutta la nostra vita. Una volta esisteva l’anagrafe, oggi ricavi tutto dal cellulare.

-Ogni tanto dovremmo imparare a farne a meno. E poi mica siamo aerei che la chiami scatola nera?

-Embè, non è così? Si rifanno al telefono in ogni circostanza. Qua dentro, pensa, ho la dieta del professore, con l’app della bilancia peso le porzioni, poi gli invio i risultati in tempo reale.

-E come fai, mentre stai pesando la pasta e ti chiama qualcuno?

-Lo sospendo, cioè lo lascio “appeso” e carico la pasta.

-E se ti fa una videochiamata?

-Mi trova con gli spaghetti che cerco di calare in bocca per assaggiarli.

- Comunque non si può stare con questo aggeggio in mano sempre, anche in bagno, sul comodino. E’ un attentato alla persona.

- Ma che dici, qua dentro c’è un patrimonio. C’è la lista delle persone a cui devo fare i regali, le ricette nuove che mi servono per Natale, i negozi dove spendere…non parliamo della banca, delle bollette, della posta, dei pagamenti…

-Ormai la memoria non fa alcuno sforzo, tutto le viene servito in questa scatolina,  non possiamo farne a meno.

-No, non è questo, è che abbiamo trovato qualcosa con cui “sbariare”. Un passatempo per tutti, uomini, donne, bambini. Mette d’accordo tutti.

- Lo usano più donne e bambini che uomini.

- Sono proprio quelli che li usano maggiormente.Prima l’uomo faceva un corteggiamento che gli costava fatica, oggi quattro scemenze scritte qui sopra assumono il valore di una dichiarazione, salvo poi riempirti di improperi se ti permetti di dargli un palo. Poi c’è sempre una pausa di riflessione. Si usa ancora o manco quella vale più? E quando dicono così stai certa che ti hanno scaricata senza ombra di dubbio. Una volta mica potevi dire a una donna che ci dovevi ripensare?

- Il mondo è cambiato Itarè, va a un’altra velocità, è superato quello di una volta.

- Hai ragione, una volta c’era Babbo Natale ora è diventato vecchio e stanco, al suo posto arriva Amazon, con un camion sempre colmo di pacchi. Con un clic prenoti e un altro ti arriva quello che desideri. Prima erano gratis, ora devi pagarli. I furgoni dei corrieri girano tutta la giornata per la città e da una città all’altra.

- E non è una comodità?

-Vuoi mettere andare al negozio, dove toccare con mano quello che vuoi comprare? E poi cos’è sto via vai. Se non ti va, se non ti piace? lo rimandi indietro. Questi giorni sono di andirivieni con Amazon.

-Ma oggi è cambiata l’economia, il gusto, la mentalità.

-No, con questa scatola nera in mano è cambiato il modo di pensare, abbiamo scambiato questa scatolina per un potere. Tutti camminano col cellulare in mano, raccolto nel palmo, pronto per servire, come nei film western dove c’era sempre uno che prima di entrare nel saloon, girava la rivoltella pronta a sparare. E’ diventato la nostra Colt.

-Vedrai che quando sarai padrona della scatolina e te ne servirai nel modo giusto, allora capirai l’utilità.

-Sì l’altro giorno ho scoperto la mia amica alle ore 16.00 a farsi un selfie a Capodimonte, mentre mi aveva detto di stare a letto un po’ raffreddata.  E’ questa l’utilità? Non era meglio non sapere niente a questo punto? Ignorare a volte ci salva anche da noi stessi, invece vogliamo curiosare, sapere, intrigarci, “gossippare”. Tempo perso.

-Sei solo delusa da qualche amica.

-Macchè! Secondo te quanti messaggi, tra quelli che riceviamo, sono utili o veramente importanti?  Di 50 messaggi solo tre o quattro sono necessari e importanti, gli altri sono chiacchiere al vento.

-Bisogna usarlo per necessità.

-Pensa che la mia vicina, di domenica, mentre cucina, ascolta la messa dal telefonino. Posiziona il trabiccolo sul frigorifero, io la vedo dalla mia finestra, e risponde con le mani giunte a tutte le preghiere. Dico io, la chiesa è a quattro passi, che ti costa scendere e partecipare? Che mondo è questo? La scatola nera è diventata il nostro padrone. Mio marito pure ‘a sveglia mette col telefono. E poi tutte ‘ste foto che intasano le schede e si continua a scattare. Vogliamo fermare attimo per attimo. Una volta potevi dire che non ti ricordavi, oggi ti rispondono “aspetta ti faccio vedere, ho ripreso il fatto. Anche la legge ascolta il telefonino. Vuoi mettere il valore di una foto rispetto a un’altra prova? L’immagine batte tutte.

-Ma non possiamo rigettare il progresso!

- E’ progresso riempirlo di foto che si scattano anche mentre fanno la pipì? Una mia amica ha comprato un cellulare per ogni situazione. E allora ho pensato che a Natale regalerò a tutti il telefonino, tanto non bastano mai. L’uso che ne facciamo è colossale.

-Itarè, ma sei senza fantasia, sforzati di farne uno adatto per ogni caro.

- Ma se anche i bambini giocano con il cellulare! La mia amica lo dà al figlio per farlo giocare mentre lei pulisce e il bambino ha fatto per sbaglio delle foto che attestano che prima di pranzo mangia di tutto e il marito non le dà più i soldi per andare dal professore come me. Io ho messo una civetta che esce e mi riprende quando sente la porta del frigo aprirsi. E’ lì che si annida il pericolo, e la tentazione è forte. Così appena apro,  la civetta gufa e di sicuro mi cade il piatto e tutto quello che ho in mano. Mi aiuta, ma da quando ho messo quest’app sto facendo disastri: ho rotto quasi tutto in cucina. Però ho capito che il cellulare funziona e tutti lo apprezzano. Pure i pastori me li sono costruiti io con la pasta di sale. Ho fatto le riprese a San Gregorio Armeno e poi a casa ci ho lavorato su.

- Comunque il telefono va usato con la dovuta attenzione. Io ci scarico anche i documenti.

-Che dici, se al professore regalo un telefonino per Natale?

-Itarè, ma ti sei fissata?

- Così il professore  mi risponderà sempre quando lo chiamo per darmi qualche consiglio.

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Regali sospesi



Per Natale potremmo mettere sotto l’albero un regalo sospeso: le nostre richieste con la speranza che qualcuno le esaudisca. O viceversa, lasciare una quota per acquistare ciò che desiderano. Non è una scortesia, ma un salvarsi dal regalo natalizio diventato un rompicapo. Eliminati quelli che ormai non si fanno più nemmeno ai malati: pantofole, pigiama, il regalo prevede la solita cravatta, la cintura, il profumo, utili ma scadono nel personale e sembra un attentato al gusto e allo stile. Il benessere ci ha viziati e il regalo ha perso il valore della sorpresa, soprattutto se delude le aspettative. Oggi sembrano inadeguati perché non abbiamo bisogno di queste cose. Dovremmo mettere sull’albero bontà, pazienza, ascolto, educazione, solidarietà. Visto che questi sono doni troppo pretenziosi  e irraggiungibili, ci limitiamo a cose materiali. Pur di toglierci il pensiero ci affrettiamo nella ricerca dei regali da sistemare sotto l’albero, come di un onere di cui vogliamo al più presto liberarci. Salta in mente la novella di Luigi Pirandello dal titolo proprio Leviamoci questo pensiero tratta da Novelle per un anno dove Bernardo Sopo, il protagonista, con la moglie appena deceduta sul letto, si preoccupa di rendere la dote al suocero, che si innervosisce a vederlo smaniare. E dopo si preoccupa di non poter pagare la pigione per la perdita della rendita. E continua così a voler declinare quello che non potrà più avere a causa della morte che giunge a metterci in difficoltà, mentre la beata Ersilia, che lo ha lasciato, ha raggiunto l’aldilà, come tutti prima o poi, togliendosi anche lei il pensiero. Anche noi facciamo come Bernardo, corriamo e così finiamo per regalare stupidaggini, per la fretta di toglierci il pensiero, quando non tergiversiamo troppo nell’acquisto di doni utili, importanti, attesi.

Pensiamo che il denaro sia offensivo e che l’altro conoscendo la quota possa giudicarci e reputarlo al di sotto delle sue aspettative. Non è semplice scegliere, molto spesso si ripiega sulle solite cose di ogni anno. Conosco persone che si preparano molti mesi prima per i regali di Natale, fatti con le proprie

mani, un po’ come accade con la preparazione dei pastori nel presepe napoletano: si lavora per avere tutto pronto a dicembre. E’ pur vero che non si può impiegare lo stesso tempo per tutti. Si finisce per discriminare un amico o un parente,  per aver dedicato maggiore attenzione ad altri. Poi ci sono quelli che  a Natale attendono in regalo una dote, una rendita, una rarità e non un semplice dono. Il regalo è una manifestazione del nostro affetto, quel pensiero che veramente c’è in un angolo del nostro cuore per l’amico, il vicino, il parente. Col tempo il dono è diventato uno sforzo o sterile scambio di oggetti e pacchi senza senso, solo in virtù di una legge economica. Così quelli che regalano sempre cose inopportune, come l’accendino a chi non fuma, la borsa da manager a chi ne avrebbe bisogno di una per la spesa, una trousse a chi non usa cosmetici, una macchinetta del caffè a chi non lo beve, dimostrando indelicatezza e insensibilità. Le gaffe sono tante e pur di mettere quel pacchetto sotto l’albero, la cui carta e fiocco a volte costano più del contenuto, siamo disposti a prendere la prima cosa capitata sotto gli occhi. Per non parlare dello squallore di chi lascia il prezzo nella scatola del regalo come a dire “guarda quanto ho speso per te”, se è costoso, o “vedi che non mi sono sprecato”, se è irrisorio. Dopo tutto sotto l’albero non mettiamo mai regali dello stesso valore, oscillano dall’oggetto utile al prezioso, quindi per alcuni sarà stupendo per altri sarà una delusione. Non possiamo mica livellare i regali, sarebbe ugualmente offensivo lo stesso dono a tutti. E a volte rimuginiamo sul quello che proprio non va giù, al prezzo al suo interno che ci ha messo tanto imbarazzo fino a offenderci. Molti non hanno l’arte di saper fare doni, ed è inutile affannarsi nell’interpretazione dei loro messaggi subliminali, mentre ci vogliono trasmettere palesemente quello che pensano di noi. Ecco, per queste categorie il regalo è vietato, non solo non devono farlo, ma nemmeno riceverlo. Sono pericolosi anche quando li ricevono, potranno pensare che spendere una cifra per loro, sia un modo per farsi perdonare qualcosa, sminuendo il nostro pensiero. E non devono farli nemmeno quelli che spendono troppo per tutti, se non vogliono svenarsi in pochi giorni. Vietato pure a quelli che si limitano a oggetti orripilanti e senza senso. Alla fine vogliamo che il regalo traduca i nostri pensieri affettuosi, che rappresenti quello che di buono auguriamo agli altri per il Natale. I pastori donarono il tempo e le note, forse i loro prodotti, i magi, che erano ricchi, preziosi doni. Così dovremmo regalare solo ciò che abbia valore per noi. E’ questa l’unica garanzia di un regalo vero.


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Il vero Natale




Natale arriva senza accorgercene. In questi anni di consumismo sfrenato si sente l’esigenza di una spiritualità dell’essere e bisognerebbe ascoltarla nei silenzi, lontano dai clamori e dagli schiamazzi, dalle imposizioni degli acquisti e dello spreco. Non è facile restare un po’ con noi, farci compagnia senza costrizioni. Vige sempre un frastuono, una caotica realtà che blocca questo flusso di coscienza. Le luci danno regalità all’evento, i doni importanza a quanto accade, il cibo solennità a ciò che si svolge. Eppure la vera festa è una riconciliazione con noi stessi, in quella capanna, con la mangiatoia prima vuota e poi riscaldata dal corpo di un bambino, sotto quella stella custode della nascita. La rumorosità della vita moderna ci impedisce di isolarci, di provare a comunicare con noi stessi. E’ quello che il Bambino ci ha insegnato: nascere in un deserto e non in una reggia, in una città dal nome semplice, Betlemme, che significa “casa del pane”, quel bambino che nessuno riconobbe, se non i pastori e i Magi, cioè gli umili e i saggi. Un abete nasce al freddo e al gelo, ma nei nostri salotti assume l’aspetto di un cono protetto dal calore delle case. I regali devono essere rappresentativi della nostra potenza, del nostro status, mentre basta poco per dire al prossimo che è nei nostri pensieri. I veri doni sono quelli che non possiamo permetterci: ascoltare qualcuno con vero interesse, spendere tempo per una giusta causa, impegnarci in un progetto impossibile, curare chi ne ha bisogno, dare spazio a chi non viene preso in considerazione. Il nostro essere vive di opere e non sfarzi, si arricchisce col calore degli altri e ci vuole sempre padroni di noi stessi. Il Natale dovrebbe essere sobrio, giusto il necessario, con poche cose, quelle di cui realmente abbiamo bisogno. E dopo averle fatte nostre, dovremmo saperle insegnare ai nostri figli, agli amici, a coloro che vivono intorno. E’ quello che ci insegna il Re, la capanna, con umili e saggi, la luce sul capo, un progetto da costruire. Chissà che cosa sarebbe successo se il re fosse nato a palazzo, contornato da ministri, pieno di ricchezze. Lo avevano temuto e per questo cercato di eliminare con l’uccisione dei primogeniti maschi. Ma il re si nasconde a tutti nascendo povero. Spesso nel contrario delle cose si trovano le verità. Il Bambino era la verità. Quanti bambini ci sono per Natale? Quanti bambini possiamo contare? Un bambino non adula, non finge, non trae in inganno, non si nega… Un bambino è ingenuo, novello in ogni situazione, vero, spontaneo. Sono gli adulti che crescendo sanno fingere, sanno bleffare, sanno fare del male, ordiscono trame, diventano altro, molto altro, lontani dal loro stesso bambino. Si dice che sia la vita a chiederlo. Cosa ci chiede la vita? Di condurre il bambino che ognuno si ritrova a essere per il mondo, nelle esperienze della vita. Tutto il bagliore della festa dovrebbe servire a ricordarci quanto tutto questo sia importante e necessario. Sono così poche le volte che lo ascoltiamo che diventa difficile riconoscerne anche la voce. Molto spesso è il ruggito di un essere in gabbia, perduto e insoddisfatto. Ogni nostro gesto risponde a un’esigenza esterna e non il piccolo re in noi. Siamo chiamati a rispondere alla vita che ci vuole sempre più in competizione con noi stessi. Ma se riuscissimo a fare spazio a quel piccolo che dentro aspetta, sentiremmo una musica diversa. E allora permettiamoci le luci più splendenti che fanno girare la testa a chi giunge per ammirarle, come i Magi nel deserto richiamati dalla cometa, ma allo stesso tempo dimostriamo quanto quelle luci siano l’illuminazione che alberga dentro di noi, e quanto capaci di cullare quel bambino da duemila anni, come il parente più prossimo da amare.
 

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La notte della poesia










Martedì scorso, nella Basilica del Santuario di Santa Maria di Pozzano, a Castellammare di Stabia, si è tenuta la serata “La notte della poesia”, V edizione, consueto appuntamento  poetico, ideato e organizzato  da Carmen Matarazzo con Raffaele Ragone. Una serata all’insegna di versi e musica iniziata sul sagrato della chiesa con la voce della grande Anna Spagnuolo che si è misurata con un repertorio di tutto rispetto, accompagnata dal maestro Salvatore Torregrossa  incantando la platea assiepata tutto intorno a contrastare la brezza fredda del mare, prima di dare voce ai poeti. Dopo le prime poesie declamate all’esterno, ci si è trasferiti all’interno della Basilica, per l’occasione gremita. Hanno partecipato 13 poeti con poesie a tema libero, ognuno declamando per un tempo di sei minuti. Il parroco, Gianfranco Scarpitta,  ha fornito, a metà serata, notizie utili e interessanti  sulla Basilica. Tra i poeti due voci giovani, quelle di Serena Ferrara e Marco Melillo. Tra gli altri poeti Raffaele Ragone, organizzatore con Carmen Matarazzo della serata, Filomena Baratto, Giancarlo Cavallo, Floriana Coppola, Giovanni D’Amiano, Carlo Di Legge, Bruno Di Pietro, Giuseppe Vetromile, Lina Sanniti, Costanzo Ioni, Anna Maria Gargiulo che hanno letto testi di diverso approccio alla poesia e di vario tema. Un luogo incantevole e sacro  dove l’ascolto è stato il vero protagonista, le parole, suoni per gli orecchi con un contenuto che spaziava dall’ interiorità all’attualità.  Grande impegno anche per chi ha collaborato con gli organizzatori della serata.

Bisogna riconoscere un grande merito a Carmen Matarazzo che ha fatto della cultura una missione di vita cui non viene mai meno. Encomiabile ancora di più se riesce a tenere intorno  un circolo sempre vivo e attento, e  a far emergere la poesia in modo così energico come solo lei sa fare, qualità che attengono ai leader.


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Costanza e Federico




Cercando un libro di storia, mi sono imbattuta nel romanzo  La sposa normanna di Carla Maria Russo, che mi ha piacevolmente sorpreso. In verità ero alla ricerca di Federico II di Svevia, sì, lo Stupor Mundi. Un imperatore che ha lasciato un’orma indelebile nella nostra storia. Figlio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI, nonchè  nipote di Federico Barbarossa, nacque già erede di due casate e pretendente al trono del Sacro Romano Impero. Il meridione porta segni importanti di questo imperatore che fu invidiato da più parti, scomunicato per due volte da Papa Gregorio IX che vedeva in lui un diavolo da perseguire con ogni mezzo. Quello che non gli perdonavano erano le sue doti di grande politico  e di uomo di cultura oltre ad essere forte, bello e intraprendente. Attorno alla sua figura girano miti e leggende. Intanto la sua corte fu un luogo di incontro di culture e personalità, dove ebbe inizio la nostra letteratura con la Scuola poetica siciliana. Fondò l’università di Napoli nel 1224, diede impulso alla Scuola Medica Salernitana. Il libro  è così convincente che potrebbe essere adottato nelle scuole per rendere la storia più  viva e a portata dei ragazzi ed entusiasmarli alla conoscenza dei fatti.


Scritto in modo fluido e chiaro rende perfettamente l’epoca, fornisce elementi storici e descrive i personaggi con una  tale forza e precisione che sembra di conoscerli da sempre. Si prende in considerazione il periodo precedente la nascita di Federico e i suoi primi anni di vita. Costanza D’Altavilla, figlia di Ruggero II il normanno, aveva scelto il convento, ma all’età di trent’anni, mentre sul trono di Sicilia c’era Guglielmo I, fu costretta a uscire , chiamata dal nipote  in punto di morte per affidarle la reggenza del regno. Costei, appena fuori, si recò a Milano per il fidanzamento con  Enrico VI, uomo dai modi discutibili e molto restio a quel matrimonio, che veniva celebrato per volere del padre. Enrico riaccompagnò Costanza a casa, in Sicilia,  ma dovette lasciarla a Salerno,  per tornare in  Germania dove era appena morta sua madre. A quel tempo Costanza aveva un’età ritenuta vecchia per una donna che andava in sposa. Enrico si era fatto della futura moglie un’idea di donna non idonea al ruolo da sostenere. Ma quando le fu accanto dovette ricredersi. Non solo era di grande bellezza, ma aveva ogni carta in regola e  non si poteva credere che fosse stata chiusa in convento mentre era nata per essere regina. E non si comprende l’avversione che provava nei suoi confronti se come donna andava oltre le sue aspettative. L’autrice descrive minuziosamente i caratteri
e le personalità di Enrico e Costanza oltre a fornire un quadro completo di quella che era la Sicilia di allora: una  terra difficile da governare. ll Papato, intanto, manteneva sempre i suoi emissari sul luogo per informarsi, e se il vuoto politico si fosse protratto, sicuramente avrebbe messo le mani sul grande regno. Dopo il matrimonio Costanza andò in Germania dove rimase per un po’. Il clima e l’ambiente di corte sicuramente non le giovavano e pensava alla sua terra di Sicilia e a farvi ritorno quanto prima. In un passaggio si legge:” L’Italia del sud  si mostrava alla sovrana nei colori più amati: il blu del cielo e del mare gareggiava con l’oro del sole e delle spighe mature. E poi il verde argentato degli ulivi, quello più deciso dei limoni e degli aranci, i mille colori dei fiori. Terrazze coltivate a vigneti e frutteti si alternavano sulle pendici dei monti che terminavano a strapiombo sul mare”. Intanto nessun erede all’orizzonte. La parte centrale del romanzo è la descrizione di quello che visse Costanza per dare alla luce suo figlio, ormai avanti con gli anni, e in condizioni non proprio adatte. La vita con Enrico fu un inferno,  continuamente sopraffatta dalla sua arroganza e dalla sua misoginia, per cui tornò in Sicilia col bambino che diede alla luce a Jesi nel 1194, all’età di quarant’anni. Poco dopo Enrico VI morì, ma l’anno successivo anche  lei  se ne andò. Federico II rimase orfano all’età di quattro anni, sotto la protezione del Papa a cui si era rivolta Costanza d’Altavilla, vista l’età del piccolo Federico, e sotto la gestione di cavalieri dell’Impero. In questo periodo crebbe con la compagnia di persone del popolo, con i bambini della sua età scoprendo un mondo ricco e multietnico in una Palermo dalla mille sfaccettature. Fu allevato soprattutto dalla strada, tra il palazzo e i vicoli della città, dove si sentiva a casa, si permetteva di parlare il dialetto, di essere discolo, di scrollarsi di dosso la regalità che pur gli apparteneva. Leggeva molto, veniva a contatto con una società variegata e non si privava mai della sua gente. Il palazzo per lui era un luogo freddo che gli ricordava la madre e quelli che avevano il dovere di sorvegliarlo. La seconda parte, con la descrizione della vita di Federico da bambino, diventa molto avvincente, così come le vicissitudini di Costanza per mettere al mondo il figlio. Nel romanzo c’è  tensione dall’inizio alla fine. I fatti storici ritornano penetrando la loro quotidianità. Ha una potenza che blocca, illumina, stupisce, affascina. Lo ‘’stupor mundi’’, come fu chiamato Federico II, ha qui un posto d’onore. Un libro interessante che indaga nella vita del piccolo Federico prima ancora che dell’Imperatore.



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