Foto di Mamadou Armand Diuof
Viviamo in un’epoca di emergenza permanente. Ogni stagione ha la sua urgenza: economica, sanitaria, climatica, militare, sociale. Ogni evento viene presentato come decisivo, ogni scelta come irreversibile. La politica non promette più un futuro migliore, chiede solo resistenza.
In questo scenario, al cittadino viene affidato un ruolo ambiguo: è chiamato a essere informato, consapevole, vigile, moralmente responsabile. Deve sapere, condividere, indignarsi, firmare, votare, schierarsi. Ma raramente vede il nesso tra questo sforzo continuo e un cambiamento tangibile.
Il cittadino stanco legge ancora le notizie, ma con distacco. Segue i dibattiti, ma senza aspettarsi molto. A volte vota, a volte no, spesso con un senso di colpa che non si trasforma in energia politica. Non crede più che informarsi significhi incidere. Percepisce la politica come un rumore di fondo: sempre presente, raramente decisivo.
Questo stato d’animo non è confinato a un solo paese ma globale. Cambiano i sistemi istituzionali, i livelli di benessere, le tradizioni democratiche, ma la sensazione è simile ovunque: una distanza crescente tra ciò che si comprende e ciò che si vive. Mai come oggi siamo stati così informati eppure così impotenti.
C’è un paradosso profondo in questa fase storica: la democrazia richiede partecipazione continua proprio mentre la vita quotidiana diventa sempre più complessa e precaria. L’attenzione è frammentata, il lavoro invade gli spazi privati, le relazioni sono più instabili, il futuro più velato. In questo contesto, chiedere un impegno politico costante senza ridurre il carico emotivo equivale a pretendere lucidità da chi è esausto.
Una cittadinanza stanca non protesta, non occupa, non si radicalizza, si spegne. Ed è proprio questo il terreno più favorevole per decisioni prese altrove, per processi opachi, per forme di potere che non hanno bisogno di consenso, ma solo di assenza di resistenza.
In questo senso, la stanchezza del cittadino è una questione politica centrale, anche se raramente viene nominata. Si preferisce parlare di disaffezione, di populismo, di ignoranza, di polarizzazione.
Colpevolizzare questo ritiro è facile, ma sterile. Più difficile è interrogarsi su che tipo di politica stiamo costruendo se richiede un livello di attenzione, competenza e resilienza che pochi possono sostenere a lungo. Una politica che vive di emergenze permanenti finisce per consumare proprio il capitale umano di cui avrebbe più bisogno. Forse la domanda non è perché i cittadini partecipano meno ma perché partecipare è diventato così faticoso.
Riconoscere la stanchezza non significa giustificare l’indifferenza, solo prendere sul serio il limite umano dentro la democrazia. Senza questo riconoscimento, il rischio non è solo una politica più debole, ma una società che smette lentamente di sentirsi parte di un destino comune.
E una democrazia fatta da cittadini esausti è una democrazia solo formale e interiormente fragile.


