Bisogna sempre dare ascolto all'istinto?



L’istinto è una forza primaria, rapida e immediata, che nasce dall’esperienza sedimentata nel tempo. In molte situazioni ci salva, perché reagisce prima della razionalità. Pensiamo a un pericolo improvviso: non ragioniamo, agiamo. In questo senso, l’istinto è una forma di intelligenza antica.

Ma l’istinto non è infallibile. Spesso ciò che chiamiamo “istinto” non è altro che paura mascherata da prudenza, pregiudizio mascherato da intuizione, abitudine mascherata da certezza.

L’istinto attinge al nostro vissuto; ma se il vissuto è limitato o condizionato, anche l’istinto può esserlo. Può ingannarci quando reagisce sulla base di emozioni non elaborate o di esperienze non comprese fino in fondo. La vera maturità non sta nel soffocare l’istinto, ma nel saperlo ascoltare consapevolmente.

L’istinto ci spinge ad agire, la ragione a riflettere, la coscienza a guardare oltre.

Una persona colta, nel senso più profondo del termine, dà voce all’istinto, ma lo educa. Lo mette alla prova. Anche l’intuizione può essere coltivata, resa più lucida e meno impulsiva.

Dunque, bisogna sempre dare adito al proprio istinto? No, ma nemmeno ignorarlo. L’istinto è una bussola; la cultura è la capacità di leggerla correttamente.

Eppure, a volte, le prime sensazioni si rivelano giuste. In quei casi è importante ascoltarle. Questo accade perché l’intuizione non nasce dal nulla: è il risultato di esperienze accumulate, di osservazioni inconsce, di segnali sottili che la mente ha registrato senza che ce ne accorgessimo. Quando diciamo “lo sentivo”, spesso significa che abbiamo colto qualcosa prima ancora di riuscire a formularlo razionalmente.

Tuttavia esiste una differenza sottile ma decisiva: l’intuizione è rapida, ma lucida; l’impulsività è rapida, ma emotiva. La prima nasce da una sintesi profonda, la seconda da una reazione immediata.

Il punto, quindi, non è decidere se ascoltare o meno la prima impressione, ma chiedersi: questa sensazione nasce da chiarezza o da paura? Da esperienza o da insicurezza? Da equilibrio o da ferita?

Le prime sensazioni sono spesso affidabili quando siamo interiormente sereni, quando non siamo dominati dall’ansia o dal desiderio. In una mente calma, l’intuizione è più limpida. L’istinto è una voce; la maturità consiste nell’imparare a riconoscere quando quella voce parla con saggezza e quando, invece, sta solo reagendo.

Ascoltare la prima sensazione, dunque, ma concederle qualche istante di silenzio per capire se è verità o soltanto rumore.

A volte si crea confusione tra sospetto e istinto. Si somigliano, perché entrambi precedono il ragionamento, ma non sono la stessa cosa.

L’istinto è una percezione immediata che nasce da una lettura profonda della situazione. È spesso calmo, essenziale, quasi silenzioso. Non urla, non agita: semplicemente “sa”.

Il sospetto, invece, è carico di tensione. Porta con sé inquietudine, diffidenza, talvolta paura. Non si limita a osservare: interpreta già in negativo. Dove l’istinto dice “c’è qualcosa che non torna”, il sospetto dice “c’è qualcosa contro di me”.

Una possibile differenza sta proprio nelle sensazioni che li accompagnano: l’istinto è chiaro ma non aggressivo; il sospetto è insistente, ripetitivo, spesso alimentato dall’ansia. Il primo apre alla verifica; il secondo tende a chiudere e a costruire una tesi.

Un altro criterio utile è che l’istinto cerca conferme nella realtà, mentre il sospetto cerca conferme nelle proprie paure.

Quando siamo interiormente sereni è più facile distinguere. Quando siamo feriti, insicuri o stanchi, il sospetto può travestirsi da intuizione.

Per questo possiamo fidarci del nostro istinto, ma solo dopo aver riconosciuto lo stato d’animo in cui ci troviamo. Se siamo lucidi, è affidabile, se agitati, l'istinto è solo un'inquietudine. 

Custodi del cammino

 


                                                  
Un paio di scarpe, Van Gogh

Vi siete mai chiesti cosa raccontano le vostre scarpe, quando restano in silenzio sotto il letto o accanto alla porta?

Sono le prime a svegliarsi quando decidiamo di andare. Ci aspettano immobili, ma sanno già che porteranno il peso dei nostri pensieri. Custodiscono l’impronta dei nostri piedi come un segreto: si piegano dove siamo più fragili, si tendono dove insistiamo, si consumano dove torniamo più spesso. Non hanno voce, eppure parlano di noi.

Sono loro a tastare il mondo prima della nostra pelle. Saggiano il terreno, misurano l’equilibrio, avvertono l’insidia. Entrano ed escono dalla polvere delle strade, attraversano soglie, marciapiedi, stazioni, prati umidi all’alba. Ogni passo è un incontro che registrano senza dimenticare.

Le scegliamo secondo la moda, le stagioni, le occasioni. Le costringiamo a essere eleganti, leggere, sportive, brillanti. A volte costringono noi, stringono i piedi fino a farli tacere. Scarpe di vernice, col tacco sottile, scarpe robuste da viaggio, scarpe che conoscono la fatica delle lunghe attese. Ce n’è un paio per ogni ruolo che interpretiamo. E mentre le accumuliamo come trofei silenziosi, altrove qualcuno possiede un unico paio consumato, rattoppato, fedele come un compagno.

Il mondo cammina in modo diseguale: c’è chi ha scarpiere colme e chi avanza scalzo. Ma chi è davvero più vicino alla terra?

Camminare senza scarpe significa sentire il mondo senza traduzioni. Il caldo che punge, il freddo che ritrae, il sasso che interrompe, l’erba che accarezza. Significa lasciare orme vere, non filtrate, destinate a sparire ma non per questo meno autentiche. Ogni granello diventa parola, ogni asperità una sillaba del linguaggio della terra.

Noi, protetti dalle suole, raramente tocchiamo davvero ciò che attraversiamo. E quando restiamo scalzi è su sabbie morbide o pavimenti levigati, superfici addomesticate. Ma la terra vera è irregolare, viva, sorprendente. Se la sentissimo fino in fondo, forse cambierebbe il nostro modo di camminare, e di scegliere la direzione.

Le scarpe attutiscono il mondo. Ci difendono, sì, ma ci separano. Sono barriera e alleate, distanza e salvezza. Ci permettono di andare lontano senza ferirci, ma ci sottraggono una parte di verità.

Eppure custodiscono la memoria dei nostri passi. Sanno quando trasciniamo la stanchezza e quando invece spingiamo verso qualcosa che ci chiama. Conoscono l’impazienza, l’esitazione, la fuga. Raccolgono polvere e sogni nello stesso modo.

A volte basta guardare un paio di scarpe per intuire una storia: la cura, l’abbandono, la fretta, l’attesa. Sono il nostro biglietto da visita più sincero, perché stanno in basso, dove finisce l’apparenza e comincia il contatto.

Forse le scarpe non sono soltanto oggetti. Sono piccole custodi del nostro cammino. Trattengono la forma dei nostri giorni, il peso delle scelte, l’eco delle strade percorse.

E quando le sfiliamo, la sera, restano lì, vuote ma ancora calde, come due conchiglie che conservano il rumore del mare. Dentro, c’è il suono dei nostri passi. Davanti, la promessa di altri.

Perché finché avremo strada sotto di noi, le scarpe, o i nostri piedi nudi, continueranno a raccontare chi siamo diventati camminando.


La locomotiva

 

Il treno nella neve, Claude Monet

Ricordo un tema scritto al liceo: lo iniziai parlando della diligenza, dei mezzi di trasporto che avevano attraversato la storia. Eppure, già allora, capivo che il mio cuore apparteneva alla locomotiva.

Mi hanno sempre affascinata quei fari che sembrano occhi accesi nella notte, capaci di scrutare la distanza come se cercassero qualcosa. E poi il fumaiolo sbuffante, quasi fosse un respiro affaticato, a raccontare la fatica del procedere. Le ruote, mosse dal semiasse, scandiscono un ritmo antico; e soprattutto quella lentezza solenne, che non è debolezza ma scelta, misura del tempo.

Il mondo della locomotiva nasce nel suo ventre ardente. Lì, dove il fuoco va alimentato con pazienza, dove il carbone diventa energia e lo sforzo umano si trasforma in movimento. Immagino la fatica degli addetti, la fuliggine che sporca i volti, il frastuono operoso che precede ogni partenza. Li ho incontrati tra le pagine dei libri: ne sentivo lo sbuffo insinuarsi tra le righe, il rumore farsi eco a ogni curva del racconto. Talvolta portava un protagonista, talvolta una disgrazia, altre volte un evento destinato a cambiare tutto.

Anch’io viaggiavo su quelle rotaie. Dire che non sono vissuta in quell’epoca sarebbe quasi una bugia: ci sono stata, forse meglio e con più consapevolezza di quanto lo sarei stata se vi fossi nata davvero. Sono stata Anna Karenina, sospesa tra destino e scelta; sono stata un pioniere del West davanti all’ignoto; sono stata Phileas Fogg nel suo instancabile giro del mondo. Ho attraversato storie e paesaggi, accompagnando personaggi che salivano su quei vagoni con il cuore colmo di speranze o di paure.

Ma qual è, davvero, il fascino della locomotiva?

È un intreccio di sensazioni ed emozioni. È il suo incedere lento, distante dalla frenesia dei treni moderni. È quella partenza arrancata, come se il viaggio pesasse ancora prima di cominciare. Eppure, proprio in quella fatica c’è qualcosa di rassicurante: la locomotiva non corre contro il tempo, lo abita.

Chi viaggiava allora era spesso silenzioso. Erano persone che cambiavano città, vita, destino. Ogni partenza segnava una trasformazione profonda. Anche chi si spostava per piacere accettava una rotta lenta, quasi meditativa. Il viaggio non era una parentesi da abbreviare, ma un tempo da attraversare.

Forse è questa la sua magia: la lentezza. In un mondo che oggi misura tutto in minuti da guadagnare, la locomotiva batteva sempre lo stesso ritmo, costante, ostinato. Cullava i viaggiatori come una presenza solida e rumorosa, proteggendoli lungo il tragitto.

E mentre il treno avanzava, dai finestrini si aprivano paesaggi al limite dello sguardo: montagne maestose, distese marine, ponti sospesi nel vuoto, foreste oscure, luoghi impervi e segreti. Ogni scorcio era una promessa, ogni curva un’attesa.

La locomotiva non trasportava soltanto persone. Trasportava destini. E forse, ancora oggi, nel suo sbuffo antico continua a chiamare chi sa ascoltare il ritmo lento del tempo.


Eredità emotive prima ancora che materiali

 




L’amore in famiglia va bene finché non subentrano gli interessi.

Le famiglie oggi sono variegate, allargate, complesse. Ci sono famiglie che non sanno nemmeno di esserlo, altre che pur sapendosi tali non si incontrano. E c’è una verità scomoda: l’amore sembra volere l’esclusiva.

Un figlio nato da una coppia fatica ad accettare che uno dei genitori possa avere altri figli con un’altra persona. In quel caso si parla di “fratellastri”, e spesso ci si ignora. È curioso che non nasca spontanea la voglia di conoscere i propri consanguinei, di scoprire eventuali affinità.

La prima reazione può essere lo shock: scoprire di non essere unici, di avere fratelli o sorelle con gli stessi diritti. Può essere destabilizzante. E quando queste situazioni esistono, i rapporti raramente sono sereni.

Servirebbero empatia e comprensione. La conoscenza dovrebbe essere il primo passo, e invece viene evitata, come accade con un estraneo. Anche quando qualcuno prova a includere, spesso prevale la diffidenza. Ci si mette sulla difensiva più che nella disposizione ad accogliere.

La prima incresciosa dinamica è accusare i genitori, come se fossero colpevoli di aver concluso un rapporto per iniziarne un altro. Si crea persino una sorta di competizione tra chi è nato prima e chi dopo, come se l’ordine cronologico desse una precedenza morale o affettiva.

In realtà, la responsabilità non è tanto nell’aver ricostruito una vita, quanto nel non saper gestire le conseguenze emotive. Quando manca una figura capace di fare da arbitro, di spiegare, di proteggere tutti i figli senza distinzioni, si alimentano distorsioni che diventano insanabili.

Un genitore che non si fa carico di tutti i figli allo stesso modo dovrebbe riflettere prima di metterne al mondo altri.

La realtà, però, è più complessa. L’amore familiare talvolta è un miraggio. Dentro le mura di casa possono convivere discussioni, avversioni, rancori, dove dovrebbe esserci solo unione. Se l’armonia non è esistita tra i genitori, difficilmente potrà nascere spontaneamente tra i figli.

Il miglior collante di una famiglia dovrebbe essere l’atteggiamento protettivo e amorevole di padre e madre. Ma non tutti i genitori riescono a dimostrare affetto senza preferenze. Sono piccole sfumature che i figli percepiscono immediatamente e che diventano motivo di recriminazione. Così la famiglia, invece di compattarsi, si frammenta fino a diventare un arcipelago di fazioni.

Quando poi entrano in gioco gli interessi economici, le tensioni si moltiplicano.

Spesso i genitori, consapevolmente o meno, propendono per alcuni figli a scapito di altri. Può influire il rapporto con le rispettive madri, o la convinzione che un figlio “stia meglio economicamente” e quindi abbia meno bisogno. Ma l’affetto non può ridursi a un calcolo matematico.

Agli occhi dei figli, un genitore che non divide equamente i beni è sempre percepito come ingiusto, e questo alimenta equivoci e fratture.

Quando prevale l’idea che conti solo il proprio interesse, si generano insofferenze profonde. Subentrano sotterfugi, alleanze, strategie per escludere chi viene percepito come esterno al “clan”.

Non si lotta solo per una casa o per dei beni. Si lotta per sentirsi legittimi. Per sentirsi figli allo stesso modo.

E così la famiglia, invece di essere casa, diventa tribunale.
Ognuno presenta le proprie prove: torti subiti, preferenze notate, silenzi mai spiegati.

L’eredità diventa l’ultima sentenza.
Non riguarda solo beni, ma riconoscimento. Non riguarda solo diritti, ma dignità.

E quando il patrimonio si divide senza aver prima sanato le ferite, ciò che resta non è ricchezza, ma macerie emotive. Fratelli che diventano avversari. Ricordi che si trasformano in accuse.

Alla fine, il vero fallimento non è nella spartizione dei beni, ma nell’incapacità di spartire l’amore senza condizioni.

Perché una famiglia che misura l’affetto in percentuali è già povera, anche se eredita tutto.


La nostra storia nelle mani

  .



Le mani, per quanto cerchiamo di tenerle curate e belle, mostrano i segni del tempo. Non quello dell’orologio, ma quello vissuto.

La mia mano sinistra, a guardarla, è una mano normale. Ma so che alla base del pollice c’è una stiratura del nervo, ricordo di un’ancora tirata male in barca da una posizione contorta. Mi riporta alle giornate di mare con mio padre, alle nostre chiacchierate e, ancora di più, alle risate. Ricordo perfettamente lo sforzo di quel momento, la tensione nel braccio, la presa stretta sulla cima.

A volte sento piccoli pizzichi che arrivano fino al polso. Allora apro il palmo e comincio ad accarezzarlo, dal centro della mano fino al braccio. È un modo per alleviare quel piccolo dolore, per rassicurarla che, lentamente, passerà.

E che dire dell’indice. Quando il tempo è cattivo, all’estremità,  proprio sulla falangetta, mi prende un torpore che mi riporta a una lavagna caduta dall’asse, finita con lo spigolo sopra il mio dito, rimasto intrappolato in quella posizione per un quarto d’ora. Non riuscii a trattenere il pianto dal dolore. I ragazzi in classe non sapevano come aiutarmi; li rassicurai finché arrivò il bidello a liberarmi da quella morsa. In quel punto è rimasto un leggerissimo rialzo. E ogni volta che il ricordo si riaccende nel corpo, accarezzo il dito come per proteggerlo. Dopo ogni piccolo massaggio mi sento alleggerita dalla tensione.

Poi ci sono i segni più quotidiani: screpolature, piccole bruciature lasciate dai fornelli. Tracce silenziose di gesti ripetuti, di cura donata agli altri.

La mia mano destra è quella tenace, quella che lavora di più. È leggermente più grande dell’altra, sempre pronta a fare qualcosa: è lì che si avverte maggiormente il peso del lavoro svolto.

E poi c’è il callo della scrittura: la penna appoggiata tra pollice e indice, sorretta dal medio, così caratteristico con quel piccolo rilievo sotto l’unghia, come un segno inciso dalla presa costante della penna.

Ogni segno, ogni piccola piega racconta una fatica, una giornata lunga, uno sforzo fatto senza clamore. Le mani non mentono: portano addosso la verità del lavoro, delle responsabilità, delle cose costruite poco alla volta. Sono il nostro primo strumento, quello che usiamo prima ancora di capire davvero quanto valga ciò che stiamo facendo.

Con le mani abbiamo imparato. Hanno stretto altre mani nei momenti importanti, hanno sorretto pesi visibili e invisibili, hanno creato qualcosa dal nulla. E mentre il resto di noi cambia quasi senza accorgercene, loro restano lì, fedeli, a testimoniare il cammino.

Ma la fatica si alleggerisce quando si intreccia con quella degli altri, quando troviamo riparo in qualcuno e lo facciamo tenendoci per mano. Il calore che si trasmettono è la vera linfa che le sostiene. In quei momenti non avvertiamo alcuna stanchezza.

Mi sorprende come la nostra storia passi attraverso le nostre mani.
Dentro le mie vivono quelle di mia madre e, prima ancora, quelle di mia nonna.
È così che il tempo continua: non nei giorni che scorrono, ma nei gesti che restano.

"Il museo dell’innocenza": l'amore tra memoria e ossessione


È un romanzo di Orhan Pamuk ambientato nella Istanbul degli anni Settanta. Racconta l’amore ossessivo di Kemal, giovane ricco dell’alta borghesia, per Füsun, una lontana parente di umili origini.

Inizia così tra i due una storia d'amore segreta. Ma Kemal deve sottostare alle convenzioni sociali che lo vogliono sposo di Sibel, ragazza del suo stesso ambiente sociale. Dopo il fidanzamento, Füsun scompare dalla sua vita, ma Kemal rifiuta il matrimonio e la cerca disperatamente.

La cerca per anni e la ritrova sposata. Pur di starle vicino, accetta di frequentare la sua casa come amico di famiglia, coltivando in silenzio una speranza che non si realizzerà mai.

A quel punto capisce che nella vita l'amore lo si incontra una sola volta e che l'aveva trovato con Füsun. Solo allora ammette: «Era l'istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l'avessi capito, forse avrei potuto preservare quell'attimo e le cose sarebbero andate diversamente».

Nel frattempo, Kemal comincia a raccogliere oggetti legati a Füsun: mozziconi di sigaretta, fermagli, piccoli oggetti quotidiani, trasformandoli in reliquie di un amore perduto. L’idea culmina nella creazione di un museo che custodisca la memoria della loro storia, come tentativo di dare forma e senso al dolore e al tempo trascorso.

Il museo dell'innocenza è una storia d’amore che va ben oltre il semplice sentimento romantico. Si esplorano temi profondi come l’ossessione, la memoria, il tempo e il peso delle convenzioni sociali. La riflessione riguarda la natura dell’amore e il modo in cui gli esseri umani cercano di dare senso alla perdita. 

Il sentimento di Kemal per Füsun col tempo diventa ossessione. Kemal non riesce ad accettare la fine della loro relazione e costruisce la propria vita attorno al ricordo di lei. In questo senso, il romanzo solleva una domanda importante: quando l’amore smette di essere un sentimento condiviso e diventa un bisogno egoistico? Kemal sembra amare Füsun, ma allo stesso tempo la trasforma in un ideale, in un’immagine immobile che appartiene solo alla sua memoria.

Un altro tema centrale è quello della memoria legata agli oggetti. Il protagonista conserva tutto ciò che è appartenuto a Füsun: piccoli oggetti quotidiani che, agli occhi degli altri, non hanno valore. Tuttavia, per lui diventano preziosi perché racchiudono frammenti di vita ed emozioni. Questo aspetto mostra come gli oggetti possano assumere un significato simbolico: non valgono per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano. Il museo che Kemal costruisce è dunque un tentativo di fermare il tempo e rendere eterno ciò che è stato perduto. Tuttavia, questa operazione dimostra l’impossibilità di rivivere davvero il passato.

Il romanzo affronta inoltre il tema delle differenze sociali e delle convenzioni culturali. La relazione tra Kemal, appartenente alla borghesia benestante di Istanbul, e Füsun, di ceto più modesto, è influenzata dalle aspettative familiari e sociali. Il matrimonio appare come un’istituzione fondamentale, più legata al prestigio e alla stabilità che ai sentimenti autentici. In questo modo Pamuk mostra come l’amore non sia mai completamente libero, ma condizionato dal contesto storico e sociale.

Infine, l’opera invita a riflettere sul rapporto tra passato e presente. Kemal vive costantemente nella nostalgia, incapace di costruire un futuro diverso. Il passato diventa per lui un rifugio, ma anche una prigione. Il museo rappresenta il suo tentativo di dare ordine e senso al dolore, ma allo stesso tempo dimostra quanto sia difficile accettare il cambiamento e la perdita.

Il lettore è portato a interrogarsi su cosa significhi davvero amare e su quanto sia pericoloso vivere più nei ricordi che nella realtà. Il romanzo ci mostra che il desiderio di trattenere ciò che è stato può trasformarsi in un’illusione e che accettare la fine è spesso l’unico modo per andare avanti.

A tavola, ma altrove





All’ora di pranzo, a tavola, nasce spontanea la voglia di parlare: raccontare la giornata, ascoltare gli altri, condividere pensieri. Potrebbe essere un momento ricco, e invece lo abbiamo quasi cancellato.

Spesso ci si rifugia in convenevoli o in argomenti tecnici che interessano solo alcuni. Il dialogo diventa unilaterale, centrato su sé stessi, senza vero ascolto.

Il vero problema è che la conversazione, che un tempo aveva nella famiglia il suo momento a tavola, ormai non c’è più. Il nemico numero uno è il telefonino, che fa soccombere ogni tipo di scambio. E non c’è regola di galateo che tenga, né a casa né altrove. A un certo punto si avverte una necessità impellente di prenderlo per sondare le ultime novità. Se la conversazione si profila noiosa o da evitare, il telefono diventa l’alleato perfetto in cui rifugiarsi per schivare qualsiasi situazione spiacevole. Ma dovremmo ricordare che la persona di fronte è più importante di chi ci chiama al telefono.

Quando la conversazione non è di gradimento, si viene subito gratificati dalla visione delle notifiche, che spesso portano buone notizie. Si avverte l’urgenza di sapere cosa scrivono gli altri, cosa ci siamo persi, se c’è qualcosa di nuovo da scoprire. È anche uno strumento di lavoro, per cui ogni momento sembra quello giusto per scrivere a un contatto o anticipare qualcosa.

Molti non sanno stare in modalità rilassata: passano da un’app all’altra, da un pettegolezzo a una notizia, da un messaggio a un’email. Sono mossi dalla curiosità di sapere cosa fanno gli altri, senza accorgersi che, in quel momento, sarebbe più importante dedicarsi a chi siede con noi a tavola.

Il momento di confronto familiare oggi non c’è più: tolta la convivialità del pasto, durante la giornata, spesso non ci sono altri momenti in cui ci si incontra davvero. Il confronto attraverso una conversazione autentica pesa.

Questo approccio richiede forza e concentrazione, mentre la mente è più volta allo svago. Si preferisce l’evasione alla conversazione. Non ci si confronta più su argomenti importanti, né sullo stato di salute della famiglia né sulle necessità di ciascuno. Si fanno rapide incursioni nei fatti per tornare velocemente al proprio orizzonte, senza produrre cambiamenti né arricchimento.

Il telefono diventa l’amico più fedele, quello che ci fa dimenticare anche i rapporti con i nostri familiari. Avere il coraggio di metterlo via per occuparsi degli altri sarebbe il vero atto di rivoluzione da compiere. Dedicarsi agli altri, alla conversazione, dovrebbe diventare un’abitudine per imparare a relazionarsi con chi abbiamo accanto. È molto facile farlo con persone distanti.

Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog