Romanzo inedito a puntate
Capitolo sesto
Capitolo VI
L'estate volgeva ormai al termine. Nei campi comparivano le prime avvisaglie dell'autunno e, in casa, si cominciavano a fare provviste per l'inverno.
La tenuta richiedeva lavoro continuo e quattro contadini si occupavano di mantenerla in ordine. Enea, ormai in pensione, trascorreva gran parte delle sue giornate all'aperto, lontano dall'ambulatorio che per tanti anni era stato il centro della sua vita. Gli piaceva seguire personalmente i suoi uomini nei lavori dei campi e godersi, finalmente, il tempo che aveva a disposizione.
Il terreno era vasto e generoso nei raccolti. Enea, a dire il vero, non aveva mai saputo con precisione dove finissero le sue proprietà. Oltre il punto che considerava il limite delle sue terre si estendevano altri due ampi appezzamenti coltivati a frutteto.
Da molti anni quegli alberi fornivano frutta destinata alle conserve delle fabbriche del posto e agli alberghi della zona, garantendo un guadagno considerevole. Quell'anno, però, qualcosa era cambiato.
Un parassita aveva aggredito gli alberi e nessuno dei rimedi tentati era servito a fermarlo. La produzione di mele e pere si era ridotta drasticamente. Molti frutti cadevano ancora acerbi, creando un problema sempre più serio. Anche i fornitori cominciavano a lamentarsi della qualità della merce ricevuta.
Enea, dopo averci pensato a lungo, prese una decisione: avrebbe fatto abbattere gli alberi e destinato il terreno a un'altra coltivazione.
Valeria, sua moglie, si oppose. Gli ricordò quanto avessero speso tra operai, concimi, humus, acqua per irrigare e tutto il resto.
«Meglio tagliare adesso che aspettare ancora. Potremmo spendere molto di più se non prendiamo alcun provvedimento», disse deciso.
«Lasciamo riposare il terreno per un anno e concimiamo gli alberi prima della fioritura. Potremmo affidare al nostro uomo di fiducia il compito di occuparsene.»
Enea non poté sottrarsi alle ragioni di sua moglie. Era sempre stata saggia nelle sue valutazioni. Sapeva, però, che in questo modo avrebbe caricato quell'uomo di un lavoro ben più gravoso rispetto a quello che fino ad allora aveva svolto.
Subito Valeria aggiunse:
«A meno che tu non voglia venderlo e finirla qui.»
Enea rifletté ancora. Alla fine decise di vendere almeno il primo appezzamento del frutteto, mantenendo però per sé, fino alla morte sua e di Valeria, il diritto al raccolto. Questa sarebbe stata una condizione imprescindibile per venderlo. Sicuramente il colono che lo curava gli avrebbe fatto la prima offerta: erano anni che accarezzava l'idea di poter acquistare quel terreno. Sicuramente Enea lo avrebbe anche agevolato nelle modalità di acquisto.
A quel punto Valeria tacque. Pensò che fosse meglio avere un campo ordinato, che poteva tornare a rendere, piuttosto che una terra incolta destinata a creare nuovamente quelle situazioni incresciose nelle quali non volevano più trovarsi.
Non ne parlarono subito con i figli. Una settimana più tardi, Enea chiese al geometra di fiducia le planimetrie della proprietà da portare all'avvocato.
Fu allora che arrivò la sorpresa.
«Ma qui non c'è nessun terreno.»
Il geometra lo guardò senza capire.
«Queste carte non sono aggiornate!»
«Signor Varriale, sono le planimetrie appena acquisite al catasto. Sono complete in ogni loro parte.»
Enea prese i documenti e li osservò nuovamente.
«Ma come è possibile? Manca una porzione della proprietà. Anzi, ne mancano due. Due appezzamenti notevoli. È impossibile che queste carte siano aggiornate.»
Ne nacque una discussione che andò avanti per giorni. I Varriale protestavano, cercavano vecchi documenti, ricostruivano confini e ricordi. La burocrazia, però, continuava a ripetere la stessa cosa: quei due ampi appezzamenti, catastalmente, non erano mai appartenuti a loro.
Alfonso, seguendo il suo istinto, cominciò a pensare che forse quelle terre non fossero mai state della famiglia. Enea, invece, ne era certo: quelle terre erano sempre state loro. In breve tempo la situazione cambiò completamente.
L'avvocato e il perito effettuarono le loro ricerche e portarono il risultato alla famiglia.
Secondo i documenti, quei due appezzamenti appartenevano da sempre a Massimo Ferrero, il padre di Letizia.
Andrea fu il primo a porsi la domanda che, poco alla volta, cominciò a tormentare tutti.
Com'era possibile che nessuno lo ricordasse? La questione risaliva a quando loro erano bambini. E nella memoria di tutti non c'era mai stato altro proprietario che Enea.
La scoperta alimentò inevitabilmente un sospetto. Forse Letizia era arrivata lì proprio per quel terreno.
Forse il suo scopo era stato quello di avvicinarsi alla famiglia, conoscere i Varriale e, soprattutto, conoscere i vicini della proprietà che un giorno avrebbe potuto reclamare.
Se il terreno era già suo, perché aveva avuto bisogno di conquistarsi la loro amicizia? Le domande si moltiplicavano senza trovare risposta.
Alfonso non riusciva a liberarsi da quel pensiero. Era plausibile che Letizia fosse arrivata per la sua proprietà. Ma c'era qualcosa che continuava a non tornargli.
Se quei terreni non erano mai appartenuti ai Varriale, perché nessuno lo ricordava?
Una sera, al telefono con Letizia, decise di raccontarle tutto.
Lei non sembrò affatto sorpresa.
Non negò. Non cercò giustificazioni.
«Tu sapevi che questi terreni erano tuoi?» le chiese Alfonso, quasi con dolore.
«L'ho sempre saputo.»
Alfonso rimase in silenzio.
Dopo qualche convenevole si salutarono.
Quelle poche parole furono sufficienti a riaccendere tutti i dubbi che da tempo circolavano in famiglia.
Andrea, come sempre, sembrava avere avvertito il problema prima degli altri.
«Te l'avevo detto che bisognava andarci cauti. Sin dall'inizio avvertivo qualcosa di strano.»
Tutti in famiglia conoscevano Massimo Ferrero, il padre di Letizia. Era stato un uomo d'affari e un proprietario terriero. Delle sue numerose proprietà, però, dopo la sua morte ne erano rimaste ben poche. Lui e sua moglie erano morti anni prima in un incidente stradale. Erano al corrente che avevano una figlia, Letizia, affidata a sua zia. Si apprese in quel frangente che in paese c'era anche suo nipote con la madre.
Alfonso seppe la notizia da Enea e una domanda gli si insinuò immediatamente nella mente.
Perché Letizia non era andata a trovare suo cugino?
Quella sera riunì nuovamente la famiglia.
Chiese al padre se sapesse della presenza di quel ragazzo in paese e perché non ne avesse mai parlato, nemmeno quando Letizia era arrivata.
Alfonso insisteva, cercava di ricostruire la storia, ma nessuno sembrava sapere da dove cominciare.
Dopo qualche ricordo confuso e spiegazioni poco convincenti, Alfonso lasciò cadere la questione, affidandosi quasi al caso.
Andrea, invece, non era disposto ad aspettare.
Si rivolse a un investigatore e gli chiese di scoprire chi fossero gli eredi dei Ferrero.
Un mese dopo arrivò la risposta.
L'investigatore riferì ad Andrea notizie dettagliate. «Si chiama Giulio Ferrero. Ha ventisette anni, è avvocato ed esercita in un'altra zona della regione. Vive con sua madre, sorella del padre di Letizia.»
Andrea rimase senza parola.
«Continui a cercare. Voglio sapere tutto di lui. Dove va, chi frequenta, cosa fa. Ogni cosa.»
Anche Alfonso venne a conoscenza della scoperta.
«Perché Letizia non si è fatta vedere con questo cugino?» domandò ad Andrea.
Il fratello alzò le spalle.
« Potrebbero averlo fatto senza che noi ne sapessimo nulla. E poi è un avvocato. Magari insieme hanno già messo a punto qualcosa.»
Forse Andrea aveva ragione.
Alfonso cominciava a pensare di essere stato troppo frettoloso nel fidarsi di Letizia. Non si era preoccupato abbastanza di conoscere il suo passato.
Quella sera, dopo diverso tempo dalla partenza di Letizia, decise di aprire finalmente lo scritto che lei gli aveva affidato.
Si chiuse nello studio.
Estrasse dalla cassaforte il quaderno e si lasciò andare sulla poltrona. La lampada, accanto a lui, illuminava le pagine.
Cominciò a leggere.
Non conosco questo posto, eppure lo sento come mio. C'è nell'aria una sensazione familiare, come se fossi sempre stata qui.
La famiglia è accogliente, deliziosa. Persone attente e sensibili. Una famiglia unita, molto legata. Il problema di uno diventa il problema di tutti.
Ho scoperto il valore di avere una famiglia. Sarebbe stato bello poter avere ancora la mia.
Mi è rimasta solo zia Norma. Che cosa non ha fatto per me. Forse anche troppo, forse più di una madre.
Abbiamo vissuto sempre io e lei, sole, nel bene e nel male. Pur essendo stata sempre sola, ha avuto una forza incredibile nel guardare avanti e nel credere nei propri obiettivi.
Ma la famiglia Varriale è qualcosa di speciale.
Tutte persone belle e affettuose. Con loro mi sono sentita come se ne facessi parte da sempre.
Alfonso è come se lo avessi sempre conosciuto. Un ragazzo sensibile e sincero, affettuoso. Mi piacerebbe conoscerlo più a fondo, ma non so se sarà possibile.
Mi dà un senso di protezione, di appartenenza.
Mi piace quando ride, quando gioca e fa battute. Ma mi piacciono anche i suoi silenzi. Sa sempre cosa dire e come comportarsi, mentre io non sono mai sicura di niente.
Alfonso è dolce nel suo metro e novanta: grosso fisicamente e grande di cuore.
Mi piacciono i suoi occhi grandi. Occhi che sanno guardare, che sanno dove posarsi.
Avevo paura di guardare nei suoi occhi, ma poi ci sono caduta. Non avevo mai scoperto un paio di occhi così.
E' difficile guardare negli occhi di un'altra persona. È come calarsi in un pozzo al buio. Io sono finita laggiù in fondo.
Alfonso rimase immobile.
Quella metafora lo colpì più di tutto il resto.
Un pozzo.
Letizia era finita in un pozzo e non riusciva a risalire.
Che cosa voleva dire?
Era un modo per dirgli che desiderava uscire da quella situazione? Che non si sentiva a suo agio? Eppure, ripensando ai giorni trascorsi insieme, gli era sembrato esattamente il contrario.
Non capiva più niente. Alla fine prese il telefono e la chiamò.
Letizia rispose quasi senza fiato. Era appena rientrata dallo studio e, entrando nella sua stanza, aveva lanciato le scarpe in aria prima di lasciarsi cadere sul letto.
«Che ne dici del pozzo?»
«Eh?»
«Del pozzo in cui ti trovi adesso.»
Lo disse come chi aspetta una risposta che conosce già.
«Alfonso, non capisco...»
Poi ci fu una pausa.
All'improvviso Letizia comprese.
«Ma tu dici laggiù, in fondo ai tuoi occhi?»
«Finalmente!»
Silenzio.
Poi lei rispose con calma:
«Sin dal primo momento mi sono trovata una meraviglia. Sono ancora lì. Non mi sono mossa e non ho mica voglia di uscirne.»
Un altro silenzio.
Poi aggiunse:
«A meno che non voglia farmi uscire tu.»
Alfonso sorrise.
«Non preoccuparti. Provvederò a farti un po' di luce. E anche a riscaldarti, così starai bene lì dentro.»
Letizia capì allora che aveva letto il suo quaderno.
«Non so se ho fatto bene a lasciartelo.»
«Hai fatto benissimo.»
«Perché?»
«Perché accorcia un po' la distanza.»
Dall'altra parte del telefono ci fu un sorriso che Alfonso non poteva vedere.
«Per ricambiare questo dono, allora, ti scriverò una lettera. Così anche tu avrai qualcosa di mio.»
«Ottima idea.»
Quella notte Alfonso pensò a lungo al terreno e al pozzo di Letizia.
Il terreno gli ricordava che intorno a lei c'erano ancora troppe cose che non conosceva.
Il pozzo, invece, gli ricordava che ormai Letizia era entrata dentro di lui.
Anche lui, in fondo, si trovava in un posto dal quale non aveva alcuna intenzione di uscire.
Letizia era al centro della sua testa. Ogni pensiero, ogni idea, ogni situazione sembrava dover fare i conti con lei.
Eppure, insieme a quella felicità, cominciavano a insinuarsi anche dubbi leggeri. Pensieri che non sembravano adatti a quella fase iniziale, così fragile e bella, di qualcosa che ancora non aveva un nome.
Alfonso non aveva la lucidità di Andrea né la prudenza di Maria.
Aveva, però, un cuore grande e ostinato che andava contro ogni logica e ogni cautela.
Non si poneva troppe domande.
Ascoltava quello che sentiva.
E, per lui, quello bastava a capire se si trattasse di un capriccio o di qualcosa di molto più importante.
Quella stessa notte, senza quasi rendersene conto, si mise a scriverle.
Sullo schermo le parole comparivano una dopo l'altra, come se arrivassero da sole e si disponessero in fila.
Alfonso le vedeva scorrere, ma quasi non leggeva ciò che stava scrivendo.
Letizia cara,
dopo aver letto l'inizio del tuo scritto mi è parso di sentirti più vicina.
Forse ho fatto bene o forse no. Ma adesso che l'ho letto, ho la sensazione di conoscerti un po' di più. E, stranamente, anche di sentirne ancora di più la mancanza.
Il tempo che sei rimasta qui mi è sembrato davvero unico. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione di conoscerti da sempre. Non so spiegarti perché. Si dice che quando si prova una cosa simile sia perché due persone sono fatte l'una per l'altra. Non so se sia vero e, sinceramente, non voglio ancora dare un nome a quello che sento.
Mi basta sapere che con te sono stato bene. Molto bene. Forse più di quanto avrei dovuto.
Ho paura di chiamare le cose con il loro nome, ma credo che prima o poi dovrò farlo. E forse quel momento arriverà da solo, quando saremo di nuovo insieme e non ci sarà bisogno di scriverlo.
Aosta è lontana da qui, ma non così lontana da non poterla raggiungere.
E forse è proprio questo il problema: adesso che sei tornata a casa, mi sono accorto di quanto sia strano questo posto senza di te.
Devo anche dirti che mi è dispiaciuto scoprire che hai un cugino e che non me ne hai parlato. E mi ha fatto effetto sapere che sei proprietaria del terreno confinante con il nostro e che noi non lo sapevamo.
Non te ne faccio una colpa.
Nel poco tempo che abbiamo avuto non poteva esserci spazio per tutto. Quando ci vedremo, però, dovrai raccontarmi ogni cosa.
Ora riposa. So che sei stanca e che hai bisogno di dormire.
E ricordati una cosa: sei al centro della mia testa.
Da quando sei partita, niente sembra funzionare più come prima. Ogni pensiero finisce per girare intorno a te.
Non voglio usare parole vuote e non voglio avanzare pretese.
Voglio soltanto dirti che non mi piace che tu sia lì e io qui.
Mi manca averti vicino.
Dovremmo trovare una soluzione.
Stammi bene.
Alfonso
Premette invio. Subito dopo si pentì di essere stato così freddo. Avrebbe potuto dirle qualcosa in più.
Qualcosa di più vero. Ma Alfonso era fatto così. Era scaramantico. Credeva che le cose avessero bisogno di silenzio. Più se ne parlava, più venivano esposte agli altri, più rischiavano di prendere freddo e irrigidirsi. Così lasciò che quella lettera facesse il suo lavoro.
Nei giorni successivi, però, aveva già in mente qualcosa.
Voleva farle una sorpresa.
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