La retropolitica dei contatti




Non ho molto tempo per girovagare su Facebook. Di solito sono online, ma spesso è come se non ci fossi. Accedo a Facebook soprattutto per inviare articoli e aggiornare  le varie pagine, però, mi soffermo su qualche post che mi colpisce, sul ricordo di qualche contatto che non vedo più da tempo.

A volte mi vengono in mente alcuni amici di cui non ho notizie da tempo e controllo le loro pagine. In questi casi scopro novità: alcuni hanno tolto l’amicizia, altri hanno aperto più profili, altri ancora sono deceduti. E tra questi ultimi rivedo immagini insieme, ritorn al tempo in cui ci sentivamo spesso.

Passo oltre quando la tristezza comincia a diventare insistente e riaffiorano i momenti in cui ci si scambiava qualche parola: sempre gentili, affabili, pronti a raccontare delle attività che svolgevano, a confrontarsi su idee e fatti della vita quotidiana.

Il pensiero che non ci siano più mi porta a riflettere sulle nostre pagine, curate nel corso degli anni e improvvisamente prive del loro animatore. Spesso i parenti ne assumono la gestione, e non sempre è piacevole assistere a questo passaggio. Ma d’altra parte, come si fa a capire quando è arrivato il momento di chiudere quella finestra?

Eppure è sempre emozionante rileggere vecchi post, rivedere immagini che sembrano riportarli in vita, ricordare fatti condivisi. Questo fa capire quanto siamo legati gli uni agli altri, anche in un mondo che spesso ci appare estraneo. Di alcune persone restano le idee, le convinzioni, l’allegria, quei messaggi pieni di verve che arrivavano come scariche elettriche, oppure gli interventi sinceri e senza reticenze nel raccontare ciò che accadeva.

Ma accanto a quelli che non ci sono più, si scoprono anche quelli che, pur essendo vivi, se ne sono andati da noi. Persone che hanno deciso di interrompere quel legame. E tra costoro, devo dire, molti già all’inizio mostravano un approccio discutibile.

C’è chi si considera una personalità superiore e, se non interagisci abbastanza con ciò che pubblica, preferisce eliminarti. Sono quelli più plateali, quelli che pretendono attenzione e approvazione costante.

Poi ci sono gli “amici” che a un certo punto decidono di allontanarsi per una tua mancanza nei loro confronti. Questa forse è la categoria più numerosa: pretendere che gli altri si comportino esattamente come desideriamo noi. E se questo non accade, si taglia il rapporto.

Infine ci sono quelli che, deducendo dai tuoi scritti di non condividere le loro stesse idee politiche, decidono di escluderti. Questo è un atteggiamento che trovo profondamente limitante. È come rifiutarsi di stare a tavola con qualcuno solo perché la pensa diversamente da noi. Non sopporto chi mette le proprie idee politiche davanti all’umanità e agli interessi comuni.

Una volta, durante un confronto su Pirandello, invece di parlare della sua scrittura  l'amico si interessava delle sue idee politiche. La politica non dovrebbe limitare relazioni e socialità; anzi, è proprio confrontandosi anche su quel piano, senza pretendere di avere ragione a priori e per partito preso, che l’incontro diventa interessante. Invece abbiamo fatto della politica una religione e della religione una politica. Ci sono persone che non riescono ad accettare che un rapporto possa sopravvivere alle differenze. E molti si allontanano proprio per questo motivo.

Ci sono poi quelli che, vedendoti in foto, si costruiscono un’immagine completamente sbagliata di te: carina, dolce, accomodante. Poi però, parlando, si stupiscono e ti dicono: “Sai che non pensavo ragionassi così bene e fossi così preparata sugli argomenti?”

E lì capisci quanti pregiudizi esistano ancora sulle donne, sulla bellezza e sull’intelligenza. Sorprende ancora quanto l’intelligenza femminile venga considerata un’eccezione se si accompagna a un volto gradevole. Il cervello delle donne non è un soprammobile, ma un laboratorio attivo ventiquattr’ore su ventiquattro.

Quando incontrano una donna che risponde, argomenta e pone domande, molti si sentono a disagio e preferiscono allontanarsi, come se quella presenza diventasse improvvisamente ingombrante.

Devo dire, però, che ci sono anche persone di cui apprezzo sinceramente il pensiero, pur comunicando poco con loro. A volte per mancanza di tempo, altre perché Facebook si consulta sempre in fretta, distrattamente.

Esistono poi amicizie che si riscoprono: persone con cui non si era mai interagito davvero e che, all’improvviso, con uno scritto riescono a scuoterti.

Sulla home scorrono fiumi di notizie e sappiamo bene che l’algoritmo favorisce soprattutto pubblicità e contenuti affini alle nostre preferenze. Così ci arrivano più spesso post legati a ciò che abbiamo mostrato di gradire, piuttosto che quelli degli amici.

Nel tempo abbiamo imparato a convivere con questo meccanismo, ma spesso la fretta, la pigrizia o la distanza nei rapporti ci fanno arretrare. I like parlano per noi: leggiamo senza lasciare traccia, quasi per ingannare l’algoritmo. Ma lui sa molto più di quanto immaginiamo, perché basta soffermarsi sul post di qualcuno per ritrovarselo di nuovo il giorno successivo.

Accade anche di commentare il post di un’amica che non si vedeva da tempo semplicemente perché ciò che ha scritto ci ha colpiti davvero, anche se poi lei potrebbe pensare: “Guarda chi si rivede”.

Non è strategia, né il tentativo di ingraziarsi qualcuno. È semplicemente riconoscersi, anche solo per un attimo, nelle parole di un’altra persona.

E così abbiamo trasformato Facebook in una sorta di retropolitica dei rapporti: sappiamo mostrarci a chi vogliamo, colpire qualcuno, ignorare altri, essere affabili con chi ci interessa, premurosi con i pochi amici reali.

I giovani definiscono Facebook un social da adulti, ma poi continuano a tornarci nei momenti in cui sentono il bisogno di lasciare una traccia pubblica di sé.

Eppure sono proprio i Boomer a coltivare questo spazio con maggiore costanza. Se un giorno decidessero di abbandonarlo, probabilmente i più giovani finirebbero per appropriarsene. Quello che forse non sopportano davvero è vedere genitori ancora socialmente attivi, come se la vita pubblica dovesse appartenere solo a loro.

Senza contare che molte attività commerciali hanno bisogno di visibilità e Facebook continua a rispondere bene a questa esigenza. Perché, nel bene e nel male, continuiamo ancora a lasciare lì frammenti della nostra vita.

Il Reggio Emilia Approach

                                                                             
                                 

        


A Reggio Emilia esiste una realtà educativa e didattica di grande rilievo internazionale.

Nata come scuola popolare nel 1860, l’esperienza educativa reggiana si sviluppò successivamente con la creazione degli asili comunali. Con l’avvento del Fascismo, però, queste strutture furono chiuse. Nel dopoguerra, grazie soprattutto all’impegno delle donne, furono aperte circa sessanta scuole dell’infanzia, dando vita a un’esperienza educativa significativa, ancora oggi conosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Nel 1963 venne inaugurata la scuola dell’infanzia “Robinson Crusoe” per bambini dai 3 ai 6 anni e, con essa, iniziarono i primi scambi internazionali, in particolare una relazione costante con il Centro Educativo Italo-Svizzero. Gianni Rodari dedicò alla scuola la sua opera Grammatica della fantasia. Alle sorti della scuola e al suo successo si intreccia la vita del suo promotore, Loris Malaguzzi, nato nel 1920 e laureato in Pedagogia a Urbino nel 1946.

Dopo aver insegnato per anni nelle scuole primarie e secondarie, e aver coltivato numerosi interessi culturali, nel 1946 Malaguzzi divenne direttore del Convitto Scuola della Rinascita. I convitti offrivano ai ragazzi la possibilità di imparare un mestiere. Fu proprio in questo periodo che nacquero i primi rapporti internazionali e i contatti con studiosi portatori di differenti teorie pedagogiche, interessati a una nuova idea di scuola.

Nel 1951, in qualità di psicologo, Malaguzzi fu tra i fondatori del Centro Medico Psico-Pedagogico comunale di Reggio Emilia, dove lavorò per quasi vent’anni supportato da un’équipe di esperti.

La scuola, per la complessità delle situazioni che accoglieva, si prestò a un dibattito internazionale, diventando una sorta di laboratorio sperimentale, con particolare attenzione ai linguaggi espressivi e alla motricità.

Nel 1976 Malaguzzi diresse la rivista per l’infanzia Zerosei per Fabbri Editori. Nel 1980 fu fondato a Reggio Emilia il Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, di cui sarà presidente fino al 1994. Nel 1981 ideò la mostra L’occhio se salta il muro – Ipotesi per una didattica visiva, che dal 1987 prenderà il nome di I cento linguaggi dei bambini – Narrativa del possibile.

Nel 1990 Malaguzzi progettò un importante convegno internazionale dal titolo: “Chi sono dunque io? Ditemi questo prima di tutto (Alice) – Saperi a confronto per garantire cittadinanza ai diritti e alle potenzialità dei bambini e degli adulti”.

Ben presto i nidi d’infanzia di Reggio Emilia risultarono tra i primi dieci al mondo.

La didattica su cui si fonda la scuola dell’infanzia di Reggio Emilia considera i bambini costruttori attivi di esperienze, partendo dall’idea che siano portatori di “cento linguaggi”, metafora che indica le infinite modalità attraverso cui possono esprimersi, inventare e reinventarsi.

Il compito del nido è valorizzare e far emergere ogni forma di linguaggio del bambino, verbale e non verbale. La ricerca, sia per i bambini sia per gli adulti, rappresenta una dimensione fondamentale della vita e un atteggiamento indispensabile per comprendere la complessità del mondo. In ambito educativo essa costituisce uno strumento di innovazione e crescita.

Attraverso la documentazione, la ricerca rende visibili i processi di apprendimento, rinnova le conoscenze, valorizza la professionalità educativa e promuove innovazione pedagogica a livello nazionale e internazionale. Tutto ciò che si svolge all’interno della scuola viene documentato, così da rendere osservabile e valutabile la natura dei processi educativi.

Tutto nasce da una sinergia tra progettazione didattica, osservazione delle manifestazioni dei bambini attraverso le esperienze, formazione del personale e ricerca educativa. Si tratta di un intreccio tra politiche educative, pedagogia, didattica e organizzazione del lavoro.

Tutti gli spazi della scuola sono pensati in connessione tra loro e vengono considerati luoghi di convivenza e di ricerca, nei quali i bambini svolgono le proprie esperienze. L’ambiente assume un valore centrale nella didattica, poiché interagisce continuamente con le attività educative e si modifica secondo le necessità. Nulla rimane definitivo: tutto è flessibile e in continua trasformazione.

L’apprendimento nasce così da un dialogo costante tra ambiente e pedagogia. I criteri fondamentali dell’ambiente scolastico sono la sicurezza, la qualità delle esperienze didattiche e la creazione di un forte senso di familiarità.

Oggi il metodo è adottato in 145 Paesi ed è un’eccellenza tutta italiana.

“Fare una scuola amabile, operosa, inventosa, vivibile, documentabile e comunicabile, luogo di ricerca, apprendimento, ricognizione e riflessione dove stiano bene bambini, insegnanti e famiglie è il nostro approdo.”
— Loris Malaguzzi




L'incontro mancante



      Immagine tratta da Spaccapanico



Spesso crediamo di poter cambiare le persone.
Lo crediamo perché il loro modo di essere ci ferisce, perché speriamo che il dolore abbia finalmente una fine, o forse perché non accettiamo l’idea che certi rapporti siano destinati a restare incompiuti.

Così iniziamo a interpretare ogni piccolo gesto come un segnale, ogni apertura come una promessa. Basta un momento diverso dal solito, come una parola più gentile, un’attenzione inattesa, un silenzio meno distante, e subito immaginiamo il cambiamento. Ma non era cambiamento. Era soltanto una tregua. Le persone, quasi mai, cambiano davvero. Al massimo si spostano per un istante dalla loro natura, per poi tornarvi con ancora più precisione.

E allora continuiamo a chiederci in cosa dovrebbero cambiare: nel carattere, nell’empatia, nella capacità di comprenderci, nel rispetto che non riescono a darci senza viverlo come una concessione.

Il punto più doloroso è che spesso parliamo di persone che dovrebbero amarci. Eppure quel bene, invece di nascere spontaneo, diventa un peso che portano con insofferenza. Come se ogni nostra necessità fosse un’invasione. Come se chiedere ascolto significasse pretendere troppo.

A quel punto il rapporto si trasforma in un luogo dove uno tenta continuamente di avvicinarsi, mentre l’altro arretra senza nemmeno accorgersene.

E chi ama di più finisce quasi sempre per assumersi anche il compito di salvare tutto: i silenzi, le incomprensioni, le distanze, perfino l’indifferenza dell’altro. Si convince che insistendo abbastanza riuscirà a smuovere qualcosa. Che prima o poi l’altro capirà. Che davanti alla possibilità di perdere davvero quel legame nascerà finalmente una consapevolezza.

Ma c’è una verità che arriva tardi: a volte l’altro non sta combattendo per il rapporto. Sta semplicemente aspettando che siamo noi a smettere di farlo. Noi immaginiamo incontri interiori che nell’altro non sono mai esistiti.

Attribuiamo profondità a chi forse non ha mai attraversato le nostre stesse attese. Pensiamo che abbia sentito il peso delle stesse notti, delle stesse domande, della stessa fatica nel restare. Ma non è così.

Chi ama costruisce mondi invisibili.
L’altro, spesso, continua semplicemente a vivere nel proprio.

E allora accade la cosa più crudele: crediamo che il nostro amore possa compensare anche la parte mancante dell’altro. Come se l'amore di uno bastasse anche per la mancanza dell'altro. Ma nessun sentimento può sostenere da solo il peso di due persone. Quando un rapporto si regge soltanto sulla volontà di uno, lentamente smette di essere un incontro e diventa una resistenza.

E chi resta immobile, chi non prova nemmeno a venirci incontro, troverà sempre una giustificazione nella propria rigidità.

Perché certe persone non vivono davvero il rapporto con l’altro: vivono accanto agli altri, senza includerli fino in fondo nella propria esistenza. Restano chiuse dentro se stesse, convinte che bastarsi sia una forma di forza, senza accorgersi che a volte è solo paura di lasciarsi coinvolgere.

E forse il punto finale è proprio questo: smettere di voler cambiare chi non sente alcun bisogno di cambiare. Lasciare andare l’illusione di poter colmare da soli ciò che manca a un rapporto.

Perché chi non vede mai la propria parte di responsabilità continuerà sempre a credere che siano gli altri a non venirgli incontro.

Ritorno a Itaca

 


Nel dipinto di Marc Chagall intitolato "Il letto di Ulisse" si distinguono figure dai contorni morbidi e quasi fluttuanti: i corpi sembrano sospesi in uno spazio irreale, mentre i colori, più che realistici, assumono un valore simbolico. Il verde intenso della figura distesa crea un’atmosfera di sogno e memoria; le donne richiamano la dimensione dell’amore, della fedeltà e dell’intimità domestica.

La scena rimanda al celebre episodio finale dell’Odissea: il letto costruito attorno a un albero d’ulivo, simbolo di un’unione salda e indissolubile tra Ulisse e Penelope.

Chagall interpreta spesso i miti non in modo narrativo e realistico, ma attraverso una visione emotiva e poetica. In questa scena il letto non è soltanto un oggetto, ma diventa simbolo di memoria, ritorno e amore sopravvissuto al tempo; le figure appaiono come presenze evanescenti o ricordi. L’atmosfera è intima, quasi sacrale.

Lo stile frammentato e visionario serve proprio a trasformare il mito in una scena interiore, più psicologica che storica.

La figura sdraiata, raccolta su sé stessa, trasmette un senso di vulnerabilità e profonda stanchezza. Ulisse, dopo il lungo viaggio, non appare più come l’eroe forte e combattivo, ma come un uomo che cerca finalmente riposo, identità e appartenenza. Il letto diventa allora simbolo di sicurezza emotiva, il luogo in cui un io frammentato può ricomporsi.

In Chagall le figure fluttuano spesso come ricordi, desideri o parti dell’anima. Qui possono evocare il desiderio di accoglienza, la nostalgia dell’amore perduto, la dimensione materna e protettiva oppure il conflitto tra eros, memoria e pace interiore.

Nella tradizione dell’Odissea, il ritorno rappresenta il compimento del viaggio umano: dopo l’esperienza del mondo, si cerca una casa che non sia soltanto fisica, ma anche interiore.

Il colore verde della figura centrale richiama, in psicologia, la vita, la guarigione e la riconciliazione. In Chagall, però, esso è spesso anche il colore del sogno e dell’emotività. Non emerge una pace pienamente serena, ma piuttosto una quiete fragile, conquistata dopo sofferenza e smarrimento.

L’intera composizione appare quasi liquida e fluttuante, poiché riflette uno stato psichico in cui realtà, memoria e desiderio si confondono. Per Chagall il mondo interiore è più autentico di quello concreto.

La scena assume anche un valore simbolico: il “letto” non rappresenta soltanto l’unione con Penelope, ma il bisogno umano di ritrovare un affetto stabile. Dopo il viaggio, il soggetto cerca una riconciliazione con sé stesso.

Per questo il dipinto comunica una pace che nasce dalla fine del conflitto interiore. Il “ritorno” non consiste semplicemente nel tornare in un luogo: è il tentativo di ritrovare sé stessi dopo una trasformazione. In Friedrich Nietzsche il ritorno si trasforma nell’“eterno ritorno”, con una domanda radicale: sapresti accettare la tua vita se dovessi riviverla infinite volte? In Martin Heidegger il ritorno coincide con un riavvicinamento all’essere autentico, sottraendosi alla dispersione della quotidianità.

Il ritorno avviene quando una persona, dopo esperienze di perdita, crisi o cambiamento, cerca un nuovo equilibrio interiore. Non si ritorna mai identici a prima, poichè qualcosa è stato attraversato e interiorizzato. Per questo esso è spesso legato alla memoria, alla nostalgia, ma anche alla guarigione.

Per Carl Gustav Jung il ritorno rappresenta un movimento verso il Sé: dopo essersi dispersi nel mondo, tra conflitti e maschere sociali, si cerca una riconciliazione più profonda con la propria identità autentica.

Per Sigmund Freud il ritorno coincide spesso con il riemergere di emozioni, desideri o ferite che chiedono di essere riconosciuti.

Per questo motivo il ritorno contiene sempre due dimensioni opposte: perdita e ritrovamento, cambiamento e continuità, fine del viaggio e nascita di una nuova consapevolezza. 

L’Odissea non è soltanto il racconto di un viaggio avventuroso, ma anche il ritorno dell’uomo a sé stesso. Ulisse parte come eroe della guerra ma il lungo viaggio lo costringe progressivamente a confrontarsi con i propri limiti, con il desiderio, la paura, la perdita, la solitudine e la tentazione di dimenticare chi è.

Il vero nemico di Ulisse non è il mare, ma la dispersione dell’identità. Per questo il ritorno a Itaca assume un significato molto più profondo di un semplice ritorno geografico. Itaca diventa il centro interiore, la propria verità, la parte stabile di sé che resiste al caos del mondo.

Anche Penelope assume un significato psicologico profondo: non è soltanto la moglie fedele, ma il simbolo della continuità dell’identità e della memoria affettiva. Il letto costruito sull’ulivo, immobile e radicato, rappresenta ciò che non può essere sradicato: il nucleo autentico dell’essere.

L’Odissea mostra che l’uomo comprende davvero sé stesso solo attraversando l’erranza. Non esiste ritorno senza smarrimento. Ulisse può riconoscere veramente la casa soltanto dopo aver sperimentato la perdita della casa stessa.

In questo senso il poema parla ancora oggi: il viaggio rappresenta la vita; i mostri, le crisi interiori; il mare, l’incertezza dell’esistenza; il ritorno, la ricerca di una pace che non coincide con l’assenza di dolore, ma con una nuova unità interiore. Per questo l’Odissea può essere letta come il racconto universale dell’essere umano che, dopo essersi perduto, riesce infine a ritrovare sé stesso.

Al largo di Santa Cruz incontra gli studenti dell’ITIS Pacinotti di Scafati

                                       Foto dell'ITIS "Pacinotti" di Scafati

Ieri mattina sono stata ospite dell’ITIS “Pacinotti” di Scafati per la presentazione del mio testo Al largo di Santa Cruz alle scolaresche delle classi terze, nell’ambito della rassegna "Il Maggio dei Libri 2026"

Per la seconda volta sono stata ospite in questa scuola a distanza di tre anni e contenta di ritornarci per l'attenzione che la scuola dà a una serie di iniziative culturali umanistiche pur trattandosi di un Istituto Tecnico. La dirigente scolastica, professoressa Adriana Miro, promuove numerose attività per avvicinare i ragazzi alla lettura. 

Il testo, "una favola moderna", come lo ha definito la professoressa Carmen Matarazzo, presidente dell’Associazione Culturale “Achille Basile – Le ali della lettura” di Castellammare di Stabia e moderatrice dell’incontro, per gli argomenti trattati si prestava a commenti e riflessioni da parte dei ragazzi.

Tra le domande poste dagli alunni, molte facevano riferimento alle descrizioni paesaggistiche e alle introspezioni psicologiche. Ho avuto modo di parlare di alcuni aspetti del romanzo in generale, sia per quanto concerne le parti discorsive, sia per la funzione dei dialoghi e delle stesse descrizioni ambientali. 

Il mare è il grande protagonista del romanzo in tutte le sue declinazioni: storie di chi parte e di chi resta; mare come distesa sconfinata e forza distruttiva, elemento paesaggistico e rasserenatore; il mare come grembo materno e grande metafora della vita.

Molti i riferimenti all’Odissea, prendendo in considerazione il protagonista Ulisse che, dopo aver viaggiato, torna alla sua Itaca ponendo un freno ai propri vagabondaggi.

Ma mentre Jacopo, protagonista di Al largo di Santa Cruz, dopo i suoi viaggi ritorna per restare, Ulisse non raggiunge mai una serenità pienamente appagante.

“Ogni libro è una creatura viva”: questa la frase scelta dal Ministero della Cultura per la rassegna. Ed è vero. Il libro vive di vita propria una volta compiuto; l’autore sembra quasi un estraneo, escluso da tutto ciò che può accadere in seguito, quando ognuno, a lettura ultimata, ne interiorizza una parte come qualcosa di suo e non più di chi l’ha scritto.

Ringrazio la dirigente scolastica per avermi inserita nella rassegna.

Un ringraziamento anche alla docente M. Antonietta Barone per l’impegno profuso con i ragazzi nella lettura del testo.



Ringrazio inoltre Carmen Matarazzo per la disponibilità, la generosità, l’impegno e la dedizione che profonde da decenni nelle attività culturali della nostra città e del territorio.

"I promessi sposi s'hanno da studiare"

 

Autore sconosciuto, L'incontro di Don Abbondio con i bravi, XIX secolo

Studiare I promessi sposi ai primi anni di Liceo, secondo il ministro, non sarebbe più adatto perché i ragazzi non lo capirebbero. Ma davvero siamo arrivati a questo? 

Nell’epoca della tecnologia, dei social, delle immagini che scorrono veloci sugli schermi, improvvisamente non siamo più capaci di seguire una storia che ha accompagnato intere generazioni? Sarebbe come dire che certi libri non parlano più agli uomini, quando invece continuano a raccontare ciò che siamo.

Non ditelo a Don Abbondio, che già vive nel terrore e che adesso dovrebbe pure sentirsi messo da parte. Immaginate l’assillo con cui tormenterebbe Perpetua. E i bravi? Senza Don Abbondio, a chi farebbero paura? E la povera Lucia Mondella, pronta con il suo abito di nozze, che vede arrivare Bettina ad annunciare l’arrivo di Renzo Tramaglino sulla soglia di casa. Una scena che conosciamo quasi come fosse parte della nostra memoria personale.

Siamo cresciuti con queste figure nella mente: la Provvidenza imparata quasi senza accorgercene, il popolo protagonista della storia, il male incarnato in Don Rodrigo, la conversione di Ludovico in Fra' Cristoforo. E poi Agnese, capace di escogitare sempre una soluzione; l’Azzeccagarbugli, diventato persino un modo di dire; il conte zio, il Griso, il Nibbio, personaggi che ancora oggi sembrano vivi. E come dimenticare La monaca di Monza, storia nella storia, o L'Innominato, una delle figure più potenti della nostra letteratura?

Alessandro Manzoni non ha scritto soltanto un romanzo. Ha costruito un mondo. Un mondo che parla di paura e coraggio, di giustizia e sopruso, di fede, fame, peste, amore e potere. E forse proprio per questo continua a resistere al tempo. Perché dentro quelle pagine ci siamo ancora noi.

La barca che accompagna Renzo e Lucia oltre l’Adda vale più di mille immagini sui social. Don Abbondio che incontra i bravi è una scena che sembra dipinta da Caravaggio. Il castello dell’Innominato ha il fascino oscuro dei grandi romanzi gotici. Altro che libro lontano dai ragazzi: dentro c’è avventura, tensione, paura, colpi di scena, ironia, tragedia. C’è la vita.

Forse il problema non è che i ragazzi non capiscano più i classici. Forse il problema è come vengono presentati. Perché un grande libro non chiede di essere semplificato o allontanato, ma raccontato con passione, senza sunti o edizioni facilitate. I classici non sopravvivono per obbligo scolastico: sopravvivono perché continuano a parlare all’animo umano.

E allora sì, I promessi sposi s’hanno da studiare. Perché certi libri non appartengono soltanto alla scuola, ma alla nostra identità culturale. Ci insegnano a guardare il mondo, ci lasciano immagini che non si cancellano e parole che ritornano negli anni. Un matrimonio può anche saltare all’inizio, ma un libro capace di attraversare i secoli è davvero per sempre.

Dialogo con un luogo dell'anima



In una giornata inaspettatamente piovosa, l’altro giorno, sotto un cielo chiuso da nuvoloni bluastri e una tromba d’aria in lontananza, sono scesa a Seiano a passeggiare lungo il mare con la mia amica. Mi sembrava di vedere quel luogo per la prima volta. Mi guardavo intorno: non c’era anima viva, solo il ticchettio della pioggia, qualche auto di passaggio e tre turisti raccolti sotto una tettoia. Sembrava che il posto mi stesse aspettando.

Il silenzio, attutito dall’acqua che lentamente si posava al suolo, rendeva ogni cosa diversa, quasi nuova. Mi chiedevo se conosciamo mai davvero un luogo, così come forse non conosciamo mai del tutto una persona. E intanto osservavo la banchina, l’ingresso della spiaggia, le barche attraccate, come se custodissero ancora una traccia del mio passaggio.

Cercavo un segno che confermasse il legame che sento con questo posto, uno di quei luoghi dell’anima che finiscono per appartenerci quanto noi apparteniamo a loro.

Passeggiando interrogavo la sabbia, chiedendole se ricordasse i miei bagni da bambina; la strada, le mie discese a piedi; gli ombrelloni chiusi, le estati trascorse lì; le barche, le volte in cui scendevo tra loro per allontanarmi dal porto. C’era nostalgia in quei pensieri, ma anche un’attesa silenziosa, come se il luogo potesse davvero rispondermi.

Mentre scattavo fotografie, alla fine mi sono voltata verso il costone di punta Scutolo per fare un ultimo scatto. “Quello è come un sigillo”, ho detto, “su tutto ciò che vedi quaggiù”.

Quante fotografie avrò scattato nel tempo a questo luogo. Eppure ogni volta è come se tentassimo di trattenerne qualcosa, di salvare un frammento destinato a sfuggire.

La pioggia rendeva la strada silenziosa, il parcheggio vuoto, i bar quasi nascosti nel loro ritiro, il mare solitario. Al passaggio di qualche gabbiano mi sembrava di vedere l’unica presenza viva nei paraggi e lo seguivo con lo sguardo.

Gli anni passano, i luoghi cambiano e con loro cambiamo noi. Li osserviamo sempre con occhi nuovi, sovrapponendo ciò che erano a ciò che sono diventati. Quando nella mente riaffiorano le vecchie strutture, le persone che non ci sono più, i fatti che il tempo non cancella, allora mi sembra che il luogo continui a custodire qualcosa di noi, anche se in una forma che non sappiamo riconoscere fino in fondo.

Perfino le nuvole blu, cariche di elettricità, sembravano partecipare a questa mia esigenza di capire quanto io appartenessi ancora a quel paesaggio e quanto quel paesaggio appartenesse a me.

Non posso dire che mi accolga. Posso però dire quanto bisogno abbia di lui.

E mi domando cosa mi abbia dato di tanto importante da rendermi così affettuosa nei suoi confronti, nonostante io sia anche critica verso ciò che è diventato. L’ho pensato soprattutto quando sono arrivata davanti al cancello scorrevole che immette sulla spiaggia del Pezzolo. Il cancello, col suo cartello, soffoca il ricordo di una spiaggia libera, aperta a tutti. Lì non è matrigna la natura, ma l’uomo.

Guardandomi intorno non mi sento più nel mio luogo, ma in un tratto di costa destinato lentamente a perdersi. Come si può impedire a qualcuno di andarci alle undici di sera, quando un cartello stabilisce la chiusura alle venti?

Può un cancello definire la libertà di andare incontro ai propri ricordi, di attraversare una spiaggia senza oppressione, di rifare passi appartenuti a un’altra stagione della vita? Chi decide certe chiusure non ha mai conosciuto davvero quella forma assoluta di libertà che si prova da bambini. Perché chi l’ha vissuta difficilmente sente il bisogno di sottrarla agli altri.

La smania di possesso finisce per inglobare anche i ricordi, i bei tempi, la storia personale di ciascuno. Eppure un luogo esiste anche attraverso chi lo vive e il rapporto costruito nel tempo con esso. Non è mai una storia individuale, ma collettiva: appartiene a tutti quelli che quel posto lo hanno amato, attraversato ed eletto a simbolo della propria memoria.

E come in tutte le relazioni, l’amore da solo non basta: servono fermezza e coraggio.

Tornando verso il parcheggio, per la prima volta ho sentito quel luogo ostile. Non lo riconosco più. È diventato impersonale, senza volto né storia, quasi soltanto un’immagine che richiama ciò che è stato. Ogni centimetro sembra requisito, espropriato, svuotato. E sebbene la sua bellezza continui a mostrare qualcosa che altrove non troveremo mai, ha perso fascino nel cuore di chi lo ama da sempre.

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