Sogni premonitori

 


Quando mi dicono che sono una sognatrice, mi vien da ridere, perché sarà anche vero che faccio sogni a occhi aperti, ma sono più quelli premonitori di notte. Prevedo eventi e fatti riguardanti sia me che gli altri. Ho cercato di approfondire l’argomento leggendo molti testi in proposito a cominciare da L' interpretazione dei sogni di Freud. Si dice abbiano uno stretto legame con la sensibilità della persona, ma creano un certo disagio quando il sogno non resta solo un fatto tra me e me, ma include anche altre persone. Sognare fatti che puntualmente accadono nella realtà, nel bene e nel male, non è piacevole. Ne riporto alcuni che tra i tanti sono rimasti indelebili nella memoria. 

 Nel primo, che risale all’inizio della mia attività di docente, mi appare mio nonno, defunto, che mi viene incontro sul marciapiede. Quando lo scorgo, ho paura, mi succede sempre quando vedo in sogno i defunti. Lui da lontano mi saluta con la mano quasi a volermi rassicurare e appena mi arriva accanto, si siede sull’unica sedia nei paraggi. Lo lascio lì, attraverso la strada ed entro a scuola con la mia scolaresca. Salendo, mi precede un’altra insegnante, nella vita è la moglie di un cugino di mio marito, con i suoi alunni. Arrivata sul pianerottolo del primo piano, mi affaccio alla finestra che va sulla strada per salutare il nonno seduto di fronte alla scuola, ma la sedia su cui lo avevo lasciato è vuota. Mi preoccupo, poiché, per precedenti sogni, questo significa che è venuto per qualcuno prossimo a morire. In quel momento mi sveglio. Appena apro gli occhi, chiedo a mio marito come stesse il cugino, ammalato da diverso tempo. Non fa in tempo a rispondere che una telefonata avverte della sua morte. 
Qualche anno dopo la morte di questo cugino, che in vita era Dirigente Scolastico, sogno di andare a casa sua per una visita. Entrando lo vedo seduto a un tavolo a fare lezione ai suoi allievi. Lo saluto e gli chiedo come sta. Mi risponde che deve andare via per un po’ e mi dice di fare lezione durante la sua assenza. Voglio sapere il motivo della sua imminente partenza, risponde di dover andare sul Faito, per una bambina. La scena nel sonno si sposta sul monte Faito, vedo auto di poliziotti e cani che scendono e salgono per setacciare ogni angolo di montagna. Fu il giorno della scomparsa di Angela Celentano. Questo sogno mi è rimasto per lungo tempo in testa. Ci ripensavo continuamente nella speranza di vedere in quelle scene sognate elementi utili per comprendere che cosa fosse successo.
 Il pensiero mi portò di nuovo al cugino Dirigente Scolastico. Questa volta nel sogno gli chiedo espressamente se avesse trovato la bambina. Lo vedo in un appartamento sommerso di neonati e bambini più grandi. Lo seguo mentre in braccio li sposta da una parte all’altra per aiutarli a vestire, mangiare, giocare. Intanto guardo nei lettini, nei box, nelle culle, sui tappeti a terra, per cercare la bambina. Afferma: “Questa è una giungla. Adesso ho portato un bambino a casa, ma come li consegno, ne arrivano altri che vanno accompagnati. Non ho alcun aiuto.” Poi gli chiedo cosa è successo sul Faito e mi risponde che c’è tanto da lavorare. Da allora l’ho sognato solo un’altra volta, allo stesso posto, in mezzo ai bambini, avvilito per non farcela a consegnarli ai loro genitori e mi chiedeva aiuto. 
Altro sogno premonitore, la notte dell’11 settembre. Mi trovo a New York all’ingresso di un grattacielo. Io guardo in alto e mi spavento per quanto è grande, si perde nelle nuvole. E’ una giornata di sole che mi acceca, quando riesco a schivare i raggi, vedo avvicinarsi un uomo a me noto. E’ un mio zio, defunto, che cerca di rimboccarsi le maniche della camicia. Appena mi è accanto mi chiede di andare con lui, c’è da fare un lavoro. Saliamo insieme a un piano altissimo. Usciti dall’ascensore, mi dice di non guardare giù che potrei impressionarmi. Entriamo in un appartamento: ci sono corpi di persone riversi dappertutto. Sono corpi fumanti e pieni di ferite. Mio zio mi dice che vanno portati nella vasca da bagno per lavarli e profumarli prima di metterli nelle casse. Lo vedo mentre porta in braccio un uomo, lo adagia nella vasca e lo lava. I corpi stretti, l’uno all’altro. Io mi affanno con lui a prenderli e lavarli e quasi mi dispero. Gli dico che non si può, non ce la faremo mai. Mio zio mi rincuora dicendo che devo solo aiutarlo a trasportarli. Riesco a fare ben poco, sono terrorizzata. Dopo aver lavato i corpi, in braccio li trasporta in una stanza enorme, mettendoli uno accanto all’altro. Ha una forza bestiale, non si lamenta, e non molla la presa. Mi sveglio piangendo. La giornata passa con lo scorrere di quelle immagini davanti agli occhi chiedendomi quale fosse il senso del sogno. Nel pomeriggio parte il tam tam per l’attacco alle torri gemelle. Restai appiccicata alle immagini televisive, incredula, quando notai che il grattacielo del mio sogno era proprio quello della torre. 
 Altro sogno: una mia parente, incinta di otto mesi, nel sogno abortisce. Al risveglio mi consolo perché la vedo aggirarsi per il giardino. Nel pomeriggio accade qualcosa d’irreparabile e si sente male e di lì all’ospedale con minaccia d’aborto. Perde il bambino. Mi spavento a fare sogni premonitori, come se qualcosa mi attraversasse senza permesso. 
Ce ne sono anche altri a buon fine. Dovevo sostenere il secondo esame di geografia e cartografia era veramente difficoltosa da studiare. A questo si aggiungeva un libro di corso monografico lungo e complesso. Era quasi impossibile sostenere quell’esame. La maggior parte ci provava più volte. Quel giorno, appena arrivata in facoltà, consegnai il libretto, per paura di ripensarci. Intanto mi rendevo conto che di tanti ragazzi da più indirizzi eravamo rimasti in due a sostenere l’esame. A un tratto, mentre aspettavo, raccolsi le mie cose e volevo andarmene, ma fortunatamente fui chiamata. Entrando, mi ricordai che di notte avevo sognato il mappamondo che il professore aveva sulla scrivania e col dito lo facevo girare dicendo: “Il giro del mondo in 82 giorni”. Perché dicessi 82 al posto di 80, non riuscivo a comprenderlo. L’esame andò bene e quando il professore scrisse ventotto sul libretto, compresi il numero pronunciato nel sogno.

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L’amore oltre il tempo e le mode

 



Una volta i fidanzati avevano un codice di comportamento differente da quello odierno. Allora un bacio non si poteva ostentarlo davanti ai genitori. Si aspettava il momento opportuno, senza cose sconce al cospetto degli altri. Dovevano comportarsi in modo freddo e distaccato, tra loro solo una promessa d’amore. Non solo era proibito il bacio ma qualsiasi comportamento fuori luogo. Se il fidanzato sfiorava con la mano la ragazza o la abbracciava, partiva un’occhiataccia della madre o un volto minaccioso del padre che avevano il potere di bloccare sul nascere qualsiasi iniziativa.

 Le ragazze avevano a mente i mantra materni del tipo: ”Se metti la paglia vicino al fuoco, si brucia”. Quegli stessi morigerati e sfiniti fidanzati, che non si sfioravano nemmeno con un dito, poi, spesso dovevano anticipare le nozze per un figlio in arrivo. Bastava un niente: un’assenza dei genitori, un appuntamento lontano da casa, la complicità di qualche amico/a. Quindici minuti e il guaio era bello e fatto. Se non ci si conosceva fisicamente, almeno in apparenza, era anche peggio nel carattere e tutto il resto. Se i poveretti passavano il tempo a gabbare la famiglia per un incontro ravvicinato, non avevano certo la possibilità di conoscersi su altri fronti. E quella paglia, prima, o poi, si bruciava con la sorpresa di un bebè. Era d’obbligo, a quel punto, sposarsi. E il paradosso era che, mentre prima si aveva l’urgenza di avvicinarsi per un contatto, dopo ci si scopriva perfetti sconosciuti. Le incomprensioni erano all’ordine del giorno e poco dopo ci si lasciava. L’alternativa era la “fuitina”, un modo per sottrarsi alle ingerenze familiari. Un espediente con cui ci si assicurava il permesso del matrimonio che scattava automaticamente, anche senza alcuna gravidanza in atto.

Oggi basta poco per accendere il desiderio nell’altro. Che siano gli occhi, le movenze, la posa, il portamento, il personaggio, non conta cosa sia. C'è solo l'urgenza di esaudire il desiderio. Cacciatore e preda vanno in sincronia. Il rito del corteggiamento è breve e pragmatico. Immaginate se oggi i giovani dovessero tenere serenate al chiaro di luna per giorni o attendere un bacio all’infinito o mantenersi casti fino al matrimonio. La generazione Baby boomers (dal 1946 al 1964) che ha vissuto queste esperienze non è tutta sposata felicemente come volevano far credere i genitori di un tempo. Oggi come allora i matrimoni scricchiolano.

Le ragazze ci provano come i ragazzi, in certi casi sono anche più intraprendenti e riescono a riportare maggiori conquiste rispetto agli altri. Ci si conosce fisicamente bene e si consumano rapporti prima ancora di smettere di prendere il latte. Sul sesso i ragazzi potrebbero insegnare ai nonni. E’ importante stare bene insieme nell’immediato e non importa se poi non ci si sposa o ci si lascia. E poi, è da sfigati non avere una ragazza/o. Le mamme sono felici di sapere le figlie accompagnate e i figli non andare più a zonzo. Col fidanzato si vive e si convive, ci si esce, e gli si dedica tutto il giorno contro le poche ore serali di due volte a settimana in casa nel passato. E se poi dopo aver traslocato da lui, averlo fatto conoscere a tutta la platea, introdotto nei vari ambienti di appartenenza, ci si rende conto che non è il tipo che sembrava fosse, pazienza, si cambia! E proprio quei genitori che hanno subito angherie quando erano fidanzati, oggi sono permissivi e concedono maggiori libertà ai figli. Tutto è a portata di mano, senza cercarlo né chiederlo talvolta senza nemmeno desiderarlo. La velocità con cui avviene tutto è il motivo del vuoto in cui ci si sente dopo, quando le relazioni si spezzano e si perde la fiducia in un rapporto vero, costruttivo e duraturo. Le mode non inficiano l’amore, ma la superficialità e la mancanza d'impegno a intraprendere un percorso a due che rende sfuggente il rapporto. Si può andare incontro più di ieri a leggerezze e al non prendersi troppo sul serio. Allora l’amore è spirituale o pragmatico? Eterno o temporaneo? E’ quello di Giulietta e Romeo o Fedez e Ferragni? Quello dei nonni di una volta o di quelli di oggi?

L’amore è sempre uguale, cambiano le mode ma lo spirito, le speranze, le tensioni, le paure sono le stesse. Allora come oggi amarsi richiede privacy, rispetto, cura, dedizione. E per lasciarlo maturare se ne prende atto passo dopo passo, evitando gli azzardi e il compiacere gli altri, senza fretta. L’amore vuole tempo, si costruisce col tempo ed è il tempo a dargli valore. L’amore è quel che resta oltre ogni altra cosa.

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Il Vesuvio nei versi latini



Il Vesuvio, prima della sua eruzione del 79 d.C., è stato quasi ignorato da un punto di vista scientifico, sebbene se ne parlasse già nell’opera di Strabone, Geografia, per ben due volte, descrivendo le eruzioni della montagna. Strabone ne evidenzia la natura vulcanica riuscendo a ricostruire le eruzioni del passato, che gli abitanti, molto probabilmente, non dovevano ricordare se continuavano a coltivare i versanti della montagna. 
 Diodoro Siculo, nel I sec. a.C., collegava l’attività del vulcano a quella dei Campi Flegrei e all’Etna. Prima del 79 a.C. Seneca non fa alcun riferimento al Vesuvio nelle sue Naturales quaestiones e lo stesso Plinio il Vecchio, che fu testimone dell’eruzione, sottovalutò le informazioni geologiche di Diodoro Siculo. Nell’opera si riferisce solo al sito e alle coltivazioni. Vitruvio, al tempo di Augusto, nella sua De Architectura, aveva accennato a un passato del Vesuvio sconvolto dalle eruzioni. Ciò conferma che nel I secolo a.C. c’era la consapevolezza del pericolo. 
Compare, poi, in alcuni versi dello storico Sisenna, al tempo di Silla, con un accenno a un’indicazione topografica del vulcano. Un riferimento si trova anche nel VI libro del De Rerum Natura di Lucrezio in cui si legge il nome del Vesuvio. C’è poi la vicenda dei gladiatori guidati da Spartaco, nel 73 a. C., che, evasi da Capua, si rifugiarono alle falde del Vesuvio e si nascosero nella boscaglia, come ci riporta Velleio Patercolo nel I secolo d.C. Secondo Floro, nel II sec d.C., i gladiatori riportarono la loro prima vittoria sul Vesuvio contro il propretore Caio Clodio e lo ingannarono con l’aiuto di un ricco gioco di funi legate a molti alberi della boscaglia. In questo tratto si parla però solo di un sito geografico senza alcuna connessione al vulcano. Giunio Moderato Columella parla della possibilità di come rendere produttivo un campo nel suo trattato De Agricultura, opera in prosa e in versi. Spiega, in esso, le differenze tra le uve e i vari vini, menzionando il vitigno dell’uva Aminea, di cui ricche piantagioni si trovano in Campania: “Ce ne sono poi altre due gemelle che prendono nome dal fatto che producono uva a coppie e sono di un vino più austero, ma anch’esso di lunga durata. Di queste due, la più piccola è notissima a tutti, perché ricopre i famosissimi pendii del Vesuvio e di Sorrento in Campania, è rigogliosa fra i soffi estivi del Favonio, ma è danneggiata dall’Austro”. 
Columella aggiunge anche: “Stabia famosa per le sue fonti e i campi del Vesuvio, e la dotta Partenope bagnata dall’acqua del Sebeto e la dolce palude di Pompei vicino alle saline di Ercolano”. Plinio il Vecchio si collega a questi versi aggiungendo che oltre all’Aminea, si coltiva anche l’uva Numisiana e la Murgentina. Columella menziona poi le coltivazioni del Vesuvio quali broccoli, cavoli e cavolfiori, menzionando poi Stabia per le sue fonti. Con l’eruzione del 79 d. C, il Vesuvio è sinonimo di devastazione e rovina. In un epigramma di Marziale, dell’88 d.C. si legge: “Questo è il Vesuvio verde, poco fa di ombrosi pampini, qui un’eccellente uva aveva riempito gli umili tini”. 
Valerio Flacco, dieci anni dopo l’eruzione, raccontava nelle Argonautiche: “Se la guerra è una catastrofe paragonabile all’eruzione, anche per il vulcano è possibile un confronto: esso è una belva, il cui minaccioso grido basta già da solo a incutere terrore in chi lo ode nell’oscurità della notte”. Nel IV libro delle Argonautiche si paragonano le Arpie, che sono orribili mostri, alla tormenta di fuoco che seppellì le città alle falde del Vesuvio. Per l’autore l’eruzione è la massima atrocità. 
Anche negli ultimi libri dei Punica di Silio Italico si ha un ampio riferimento al Vesuvio: “Così quando /vinto il Vesuvio dalla forza occulta/ ch’entro lo rode, alfin vomita il foco/ per secoli pasciuto e su le terre/ lo diffonde e sul mare ampio, /le selve lanifere di Seri, o meraviglia!/ si fan bigie di cenere latina”. Nella tarda antichità il nolano Paolino accenna al Vesuvio nei suoi versi che trattano di alcuni miracoli ambientati intorno al vulcano. Diventa poi, il Vesuvio, argomento di storia antica. Nella Mosella di Ausonio vi è una descrizione paesaggistica, un’altra scientifica in Boezio, mentre Claudiano, ultimo dei poeti pagani, lo incolpa per i terremoti.

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La violenza sulle donne

 



La guerra alle donne non conosce tregua. Sono 104 le donne uccise da gennaio di quest’anno fino a oggi, circa 10 al mese, ed è un dato inquietante. Sensibilizzare non basta, bisogna scendere più nello specifico e inserirsi in quelle realtà ad alto rischio. Credere che basti ricordare è riduttivo, ci vogliono azioni energiche e in tempo reale. Ce ne ricordiamo sempre ad ogni donna uccisa, quando si fanno sermoni interminabili sperando che quella sia l’ultima vittima. Alquanto utopistica come strategia!

La guerra alle donne è quasi impercettibile, non trapela. E’ subdola. Accade di solito in ambito familiare, quando non si tratta di uno stalker esterno. Si nasconde così bene che le stesse donne mettono tempo a riconoscerla. Nasce lentamente, alimentata da sospetti, gelosie, invidie, arroganza, onnipotenza. Quando scoppia, è già tardi per intervenire.

Pur affermando che è una guerra da biasimare, gli uomini non si schierano, non sono solidali con le donne. I loro interventi sono blandi, fatti di parole di circostanza, di eventi pomposi ma vuoti, di pregiudizi quando si tratta di farsi avanti. E’ una guerra che può essere sconfitta solo se gli uomini, per primi, prenderanno coscienza di cosa sono stati capaci di fare nel tempo. Non è questione di ceto sociale cui si appartiene, acculturati o ignoranti spesso si comportano allo stesso modo. Ci sono uomini rispettabili, anche di un certo prestigio, che parlano a più non posso della violenza sulle donne, ma poi sono pieni di pregiudizi: che la donna è un pericolo al volante, che da sola non può fare carriera, che ha bisogno di un uomo come di un supporto per andare avanti nella vita, che non deve fare niente, solo assecondare il compagno, che le donne sono nate per servire. Sono solo alcuni dei pregiudizi di uomini. Cominciano con una violenza sottile e impercettibile per poi montare situazioni più importanti e andrebbero smascherati sul nascere e in una maniera plateale. Purtroppo gli uomini veri, quelli che pensano e si comportano in modo coerente su quanto affermano sulle donne sono una minoranza, nemmeno tanto apprezzabile. 

Ci sono ancora padri che alla figlia femmina preferiscono il maschio, che procrea e porta avanti il nome della famiglia. Così come ci sono madri che hanno un rapporto malato con i figli maschi e nemmeno se ne accorgono. Sono loro ad alimentare nei figli atteggiamenti da “maschio” come se l’essere uomo si limitasse alla virilità. L’abuso inizia dalle parole, da quelle che rafforzano i pregiudizi a quelle che offendono. Si annidano nell’animo e restano lì, col tempo lievitano, lanciano segnali d’insofferenza, ritornano periodicamente. L’uomo dovrebbe conoscere la potenza delle parole che con tanta facilità scaglia contro le donne. Ho sentito parole molto offensive pronunciate da ginecologi, scrittori, parroci, dai quali non ti aspetti. E nessuna motivazione può ritenersi valida per giustificare le parole offensive. La parola è uno strumento potente il cui suono e timbro di voce restano per sempre in chi ascolta. Ne dovremmo fare un uso più parco e preciso. Prima di parlare, pensare due volte. Se poi all’offesa della parola subentra anche l’uso delle mani, stiamo in un’escalation da non sottovalutare. Sono violenti anche certi silenzi, quando andrebbero colmati di risposte che non ci sono, di parole che non si dicono, lasciando vuoti che si riempiono di pensieri bui e neri. Chi vive con un uomo che adotta questi metodi, crede sempre di sbagliarsi e che sia cattiva a pensare male. Ci mette tempo a elaborare lo stato di sofferenza in cui si trova. Non accetta che la persona amata si riveli poi un mostro. Amare non basta. Responsabili sono anche tutti quelli che contribuiscono a mantenere in auge atteggiamenti e modi, schemi mentali e cattive abitudini all’interno della società, alimentando i pregiudizi ai danni delle donne. La violenza si esercita in modo fisico e in forma psicologica, quest’ultima annienta e indebolisce. 

L’educazione al rispetto della donna parte sin da piccoli, è una mentalità da acquisire già in tenera età, per diventare adulti responsabili. Non basta l’educazione sessuale, ci vuole ben altro, l’educazione al rispetto dell’altro/a. Non c’è alcun legame tra violenza e amore, o c’è l’una o l’altro. Il vero amore non ha bisogno di violenza, comprende. Chi maltratta non ama, e questo dovrebbe capirlo anche la donna. Il suo senso materno e voler far la crocerossina a tutti i costi prevale sulla paura e non capisce che, da un certo punto in poi, non c’è più alcun ritorno.

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Novembre





Novembre corre nei prati ingialliti

tra coperte di foglie

nelle tane appena finite

sotto i cappelli dei funghi

lungo il bordo  delle montagne

le siepi stecchite dalla tramontana

dai morti che vagano per la piana

ballando ancora la loro danza di vita.

Novembre è un moschettiere senza spada

alla ricerca degli amici

ormai persi nella taverna del buon vino.

Novembre è noioso mese

di fenomeni atmosferici

tutti insieme

come una festa di condominio.

F.Baratto


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I nostri antenati

 


I nostri antenati

E’ il titolo di una trilogia formata da tre romanzi brevi di Italo Calvino: Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente, raccolti nel 1960 in un volume dal titolo appunto “I nostri antenati”.

Calvino ha un grande interesse per la fiaba e alimenta la sua passione con la letteratura fantastica, soprattutto per quanto riguarda le avventure del romanzo cavalleresco. Tra gli autori di questo genere il preferito è l’Ariosto.

Il titolo della raccolta con i tre romanzi, che si svolgono in epoca lontana, è motivato dalla considerazione che tutto ciò che accade ai personaggi è attinente col presente. Ecco perché sono definiti i nostri antenati. Sono modelli di comportamento umano vicini al mondo attuale, e i personaggi di queste storie, con il loro strambo modo di comportarsi, rappresentano allegorie di pensieri e forme di vita che suscitano riflessioni. E’ un incontro tra l’invenzione e la ragione, con approfondimento delle spinte ideologiche che portano a conseguenze estreme, quasi avulse dalla concezione di vita in condizioni di normalità. Quella dei nostri antenati è una ricerca illuministica che esprime tutti i limiti e le difficoltà che la ragione incontra in un mondo in cui è sempre facile perdere la strada ed essere trascinato nell’errore.

Il visconte dimezzato è ambientato nel cinquecento. Il visconte Medardo di Terralba è diviso letteralmente in due in seguito a uno scontro con i Turchi. In lui ci sono ora due personaggi opposti: il Buono e il Gramo che vivono varie avventure fino alla ricomposizione di Medardo che diventa il giusto governatore delle sue terre. In esso è evidente il tema del doppio, le parti in cui si divide il visconte rappresentano esperienze contrapposte, che  egli deve conoscere per poter affrontare il mondo.

Il Barone rampante è un romanzo di più ampio respiro, con un ricco rapporto tra la storia intrisa di moralità  e l’invenzione narrativa.

Il barone ligure Cosimo Piovasco di Rondò, all’età di dieci anni decide, in seguito a un conflitto con i genitori, di salire a vivere su un’elce. Da quel momento trascorre la vita sugli alberi attraversando tutte le esperienze storiche e culturali fino alla Restaurazione. Diventa così l’immagine trasparente dell’illuminista e  dello scrittore. Egli partecipa alla vita con distacco ironico. E’ fedele all’albero, anche se si tratta di una scelta difficile da mantenere.

Il cavaliere inesistente ci trasporta all’epoca di Carlo Magno. La monaca Teodora narra la storia del cavaliere Agilulfo, di cui esiste solo l’armatura, l’immagine della razionalità che non riesce a commisurarsi con la realtà. Attorno a lui ruotano il giovane Rambaldo e Bradamante. La monaca Teodora s’identica con Bradamante e, chiamata da Rambaldo, esce dal convento, abbandona la scrittura e va per il mondo.

 Il romanzo esplora il rapporto tra scrittura e vita e di come sia possibile progettare la narrativa.

I tre romanzi uscirono in tempi diversi. Nel 1952, Il visconte dimezzato, nel 1957, Il barone rampante, nel 1959,  Il cavaliere inesistente. 

Nella premessa Calvino scrisse: "Il racconto nasce dall'immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l'immagine si sviluppa in una storia secondo una logica interna; la storia prende dei significati, o meglio: intorno all'immagine s'estende una serie di significati che restano sempre un po' fluttuanti, senza imporsi in un'interpretazione unica e obbligatoria. Si tratta più che altro di temi morali che l'immagine centrale suggerisce e che trovano un'esemplificazione anche nelle storie secondarie: nel Visconte storie d'incompletezza, di parzialità, di mancata realizzazione di una pienezza umana; nel barone storie d'isolamento, di distanza, di difficoltà di rapporto col prossimo; nel Cavaliere storie di formalismi vuoti e di concretezza dal vivere, di presa di coscienza d'essere al mondo e autocostruzione d'un destino, oppure d'indifferenziazione dal tutto".


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Eri fiume





Eri fiume (il Sarno)

Una volta eri fiume, ti giuro,

imponenti pioppi fremevano di vita,

ai tuoi lati

e io me ne andavo a bordo riva.

Venivano a guarire

con tosse e asma

piccoli affannati.

Quando eri fiume

l’amo al tramonto

il pescatore tirava

dall’acqua trasparente

e nei pantani dei canneti

cantavano le rane.

Così passavan le stagioni

al mormorio dei mulinelli.

Dal ponte l’eco di rimando

mi giungeva quando un sasso

finito in acqua mi faceva contare i cerchi

e leggevo il fato dentro.

 Quando eri fiume scivolavi a mare

come una serpe per la campagna,

solo un fruscio tra canne

e accesi riflessi sull’acqua.

 Ora che non sei più fiume

e arranchi nella vorticosa melma,

nella vergogna del fango e dei rifiuti,

m’ indigno.

 

Sanno che un tempo eri felice,

 su  di te scivolavano anitre,

avevano casa i nidi,

perfino la barca entrava nel tuo letto

e nei canali fluiva l’acqua trasparente?

Ora ingrossi l’insalata, i cavoli

 e i frutti pompati di veleno.

Io che so che eri fiume,

che ho visto crescer con la tua acqua

ortaggi sani, abbeverare cavalli, cani,

cosa posso fare

se non morire

con te in questo destino.

Mi ci metterò anch’io per

il male fatto.

Immaginavi tu da fiume

che un dì saresti morto

affogando tra le tue anse?

Avevi il dovere d’ingannare l’uomo

come lui con te ora.

Tu scorri, nel tuo eterno flusso

porti a mare vita morta

e so che sogni quel fiume di una volta.

Ti restano i tramonti di gesso,

le albe smorte e il fango

che sale agli occhi.

Lungo la strada passi inosservato

nessuno vede la tua sofferenza.

Il canneto ti protegge

da chi ancora vuole il tuo male,

e ridurti a liquame.

Nemmeno i pioppi ti cullano più

alla loro ombra,

solo veleno sei, nulla più.

Quando eri fiume

le rondini tornavano

i bambini respiravano

e io fortunata

di camminarti ai lati.

Racconterò a tutti

di andarti a riprendere dove ti hanno perso

e toglierti il primato

del fiume più inquinato d’Europa,

il segno marcato sulla cartina,

le immagini choc sui giornali.

Io che so che eri fiume

ti presenterò ai bambini,

giudici infallibili

di padri infami.

  Filomena Baratto

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