Aytek Sayan, il volto di Serif, a spasso per Vico Equense



Scorrendo la home di Instagram mi sono imbattuta in alcune immagini di Vico Equense che facevano da sfondo a uno degli attori protagonisti di una serie turca di grande successo, “Taşacak Bu Deniz” (tradotto: “Questo mare traboccherà”). L’attore, nato a Smirne nel 1985, ha studiato medicina veterinaria prima di dedicarsi al teatro presso l’Università di Bursa. È noto anche per le sue interpretazioni in “Kuzgun”, “Kübra” e “Gaddar”.

In una pausa dalle riprese della serie del momento, tra le più seguite non solo in Turchia ma anche a livello internazionale, l’attore si concede un viaggio in Italia, scegliendo come tappa la suggestiva penisola sorrentina.

La produzione, ambientata a Trebisonda, affacciata sul Mar Nero e vicina al confine con la Georgia, racconta una storia intensa e carica di tensione emotiva. Al centro della narrazione vi sono due famiglie rivali, legate da un conflitto che si tramanda da generazioni, entrambe impegnate nella coltivazione e lavorazione del tè destinato all’esportazione.

Cuore pulsante della vicenda è l’amore impossibile tra Esma e Adil, legati fin dalla giovinezza ma separati dalle logiche familiari. Vent’anni scorrono senza che riescano a costruire un futuro insieme, mentre Esma, costretta dalle circostanze, sposa il primogenito della famiglia nemica. Un amore che resiste al tempo, alimentato da ricordi, rimpianti e speranze mai sopite.

La serie si distingue per la capacità di raccontare sentimenti universali: odio e amore, vendetta e orgoglio, dolore e desiderio di riscatto si intrecciano in una narrazione intensa, ambientata in un paesaggio affascinante dove mare e montagna fanno da sfondo a personaggi forti, determinati e profondamente umani.

Nel corso della storia, le nuove generazioni aprono spiragli di cambiamento, mettendo in discussione rancori ereditati e cercando nuove possibilità di dialogo. Gli amori tra i più giovani diventano così il motore di una lenta trasformazione, dimostrando come il sentimento possa essere l’unica vera forza capace di spezzare il ciclo dell’odio.

Figura centrale resta Esma, simbolo di resilienza e sacrificio, segnata da una vita vissuta accanto all’uomo che ama, ma senza poterlo davvero avere. Accanto a lei, Adil incarna la fedeltà e la speranza, mantenendo saldi i propri principi nonostante il peso degli anni e delle scelte imposte.

A incarnare il lato più oscuro della vicenda è Serif, interpretato da Aytek Sayan. Personaggio complesso e inquietante, torna dopo vent’anni di carcere con un unico obiettivo: vendetta. Ossessionato da Esma, il suo amore si trasforma in controllo e possesso, dando vita a una figura che oscilla tra crudeltà e fragilità. L’interpretazione dell’attore restituisce con forza tutte le sfumature di un antagonista tormentato, capace di suscitare allo stesso tempo paura e pietà.

Tra intrighi familiari, passioni proibite e desiderio di redenzione, la serie costruisce un racconto coinvolgente, in cui il passato continua a influenzare il presente, ma lascia spazio alla possibilità di un futuro diverso.



Quando smetti di essere utile, diventi scomodo

 





A volte l’isolamento non arriva perché fai qualcosa di sbagliato, ma perché smetti di essere utile agli altri. Alcune persone riescono a stare accanto a te solo finché sei tu a sostenerle, a semplificare, a dare energia, tempo, soluzioni. In quel contesto la relazione funziona, ma non perché sei visto davvero: funziona perché servi.

Quando inizi a concentrarti su di te, a investire nelle tue capacità, a crescere senza chiedere permesso, qualcosa cambia. Non sei più una stampella emotiva, non sei più sempre disponibile, non sei più disposto a mettere te stesso in secondo piano. Ed è lì che emerge l’insofferenza: hai smesso di sacrificarti.

Gli altri vedono dove arrivi, ma non gli sforzi. Vedono il risultato, non il percorso. E invece di riconoscere la fatica, preferiscono ridurre, svalutare, prendere le distanze. La tua crescita diventa una colpa, il tuo miglioramento una minaccia, la tua autonomia un problema.

Questo fa scoprire una verità amara: non tutti sono sinceri, soprattutto quando la sincerità richiederebbe di fare i conti con i propri limiti. Alcuni rapporti reggono solo finché tu dai più di quanto ricevi. Quando l’equilibrio si spezza, non restano in piedi.

Ma non c’è fallimento in questo. C’è chiarezza. Perdere chi stava bene solo grazie a te è il prezzo della maturità. E forse è anche il primo passo per circondarti, un giorno, di persone che non ti vogliono utile, ma presente.

E a quel punto succede qualcosa che all’inizio disorienta: il silenzio.

Meno messaggi, meno richieste, meno presenze. Persone che prima sembravano indispensabili iniziano a sfilarsi, lentamente, senza spiegazioni. Non c’è uno scontro vero, non c’è una rottura dichiarata. C’è piuttosto una distanza che cresce, quasi naturale, come se fosse sempre stata lì, in attesa di emergere.

All’inizio può far male perchè ti costringe a mettere in discussione tutto: i gesti, il tempo dato, l’energia spesa. Ti chiedi se valga la pena restare come prima per non perdere certi legami.

Ma la verità è che tornare indietro, a quel punto, non è più possibile.

Perché una volta che hai visto il meccanismo, non riesci più a ignorarlo. Una volta che smetti di essere necessario, capisci chi è disposto a restare anche quando non servi più a niente. Ed è lì che cambia davvero lo sguardo. Non cerchi più chi ha bisogno di te, ma chi ti sceglie. Non chi prende, ma chi resta. Non chi ti cerca nei momenti comodi, ma chi non si sposta quando smetti di essere funzionale. È un passaggio sottile, ma radicale.

Significa accettare che alcune relazioni erano basate su un equilibrio fragile, e che la tua crescita le ha semplicemente rese visibili per quello che erano. Non le ha rovinate: le ha rivelate. E in questo processo, inevitabilmente, resta spazio.

Uno spazio che all’inizio pesa, perché non è ancora riempito. Ma è proprio lì che può nascere qualcosa di diverso. Relazioni meno rumorose, forse, meno frequenti, ma più vere. Persone che non hanno bisogno di te per sentirsi meglio, e proprio per questo possono starti accanto senza chiederti di ridimensionarti. Persone che non temono la tua autonomia, perché non la vivono come una perdita.

Crescere, in fondo, non è solo aggiungere. È anche togliere. Togliere ciò che funzionava solo a certe condizioni. Togliere le dinamiche che ti tenevano fermo. Togliere l’idea che per essere amato tu debba essere utile.

E quando questo accade, cambia anche il modo in cui ti relazioni agli altri. Non ti offri più per riempire vuoti. Non ti adatti per essere accettato. Non anticipi i bisogni degli altri dimenticando i tuoi.



Tra chi ferisce e chi salva




 La lettura dell’articolo sul Corriere della Sera di Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata a Bergamo e tornata a casa, mi ha profondamente commosso.

Per tanti motivi. Innanzitutto perché, come docente, ho vissuto esperienze intense con gli alunni, fortunatamente non paragonabili alla sua. Poi per l’emozione nel sentirla parlare con la stessa forza di prima, nonostante tutto. E per il brivido nel leggere le parole di chi la soccorreva: «Ancora pochi secondi, la stiamo perdendo. Ora o mai più.»

Ma c’è un’altra emozione, forse ancora più significativa: un ragazzo di tredici anni ha trovato il coraggio di intervenire, urlare, opporsi.

Di fronte a una situazione così grave, qualcuno sarebbe scappato, qualcun altro sarebbe rimasto paralizzato. Lui ha agito. Senza calcoli, senza esitazioni. Forse senza nemmeno avere il tempo di comprendere fino in fondo il pericolo. Un gesto nato da qualcosa di profondo: un’umanità che precede il ragionamento, che non si chiede se sia giusto o conveniente intervenire, ma lo fa e basta.

E allora la domanda diventa inevitabile: da dove nasce la furia dell’aggressore? E da dove, invece, il coraggio dell’altro?

Stessa età, stesso contesto, esiti opposti. Non basta parlare di carattere o di ambiente. Le differenze stanno anche nel modo in cui ciascuno interiorizza ciò che vive, negli esempi che osserva, nei modelli che assorbe. I ragazzi crescono guardando gli adulti: non possiamo insegnare una cosa e viverne un’altra.

Tecnologia, benessere, esposizione continua al presente: bastano davvero a spiegare episodi così gravi? E se fosse così, perché dagli stessi contesti non nascono comportamenti uguali?

Forse manca qualcosa di essenziale: una bussola interiore. Un riferimento che permetta di distinguere il bene dal male senza giustificazioni ambigue. Perché sentimenti come la rabbia o la vendetta esistono, ma non possono diventare azione. Non si può rispondere all’ingiustizia con altra violenza.

E allora resta una domanda: chi deve alimentare sentimenti più umani? La risposta, per quanto scomoda, è semplice: tutti noi.

Educare all’empatia, al confronto, all’ascolto non è un compito astratto. Significa creare occasioni per mettersi nei panni degli altri, riflettere, discutere, comprendere. Significa insegnare e mostrare che le emozioni si possono riconoscere e gestire, che esiste un limite, che ogni azione ha conseguenze.

Nessuno è davvero estraneo quando accadono fatti così gravi. La responsabilità è collettiva, e proprio per questo anche il cambiamento deve esserlo. Perché il coraggio non nasce per caso. Nasce nei gesti quotidiani, negli esempi silenziosi, nelle parole coerenti. Nasce molto prima.

E quel ragazzo, in quel momento, non ha fatto qualcosa di straordinario: ha semplicemente seguito quella bussola.

Primavera e Fede: Il dialogo dell’Octavius

 






Pasqua si configura, all’interno della tradizione cristiana, come un momento di passaggio carico di valenze simboliche: la colomba, l’ulivo, la croce, la pace e, soprattutto, la primavera che concorrono a delinearne il significato profondo. Tali elementi, lungi dall’essere semplici immagini devozionali, costituiscono un sistema simbolico che attinge alla dimensione naturale per esprimere una realtà teologica: quella della rinascita.

Il termine che più efficacemente sintetizza il senso della Pasqua è, infatti, “rinascita”. La sua associazione con la primavera non rappresenta un’elaborazione moderna, bensì affonda le proprie radici nei primi secoli della cristianità, quando si sviluppò una significativa produzione letteraria volta a esporre e difendere i fondamenti della fede.

In questo contesto si colloca la figura di Marco Minucio Felice, avvocato, secondo le testimonianze di Lattanzio e Girolamo, e autore dell’Octavius, dialogo apologetico strutturato come confronto tra un pagano, Cecilio, e un cristiano, Ottavio. Le notizie biografiche sull’autore risultano esigue: si ritiene che fosse originario dell’Africa e che esercitasse la professione forense a Roma.

L’opera prende avvio da un episodio apparentemente occasionale: una passeggiata sul litorale di Ostia, durante la quale Minucio si pone come arbitro del dibattito tra i due interlocutori. L’innesco della disputa è rappresentato dal gesto di venerazione compiuto da Cecilio nei confronti della statua di Serapide, atto che suscita la reazione di Ottavio.

Cecilio sviluppa una difesa articolata del paganesimo, culminante in un’invettiva nei confronti dei cristiani, descritti in termini denigratori. A tale esposizione replica Ottavio, il quale procede a una sistematica confutazione, proponendo una concezione del divino immanente, capace di manifestarsi in ogni aspetto della realtà.

Il fulcro della sua argomentazione risiede nella dottrina della resurrezione, interpretata attraverso una potente metafora naturale: quella della primavera intesa come rinnovamento ciclico della vita. Il celebre passo in cui Ottavio invita a osservare i fenomeni naturali: il tramonto e il sorgere del sole, l’alternarsi delle stagioni, il rifiorire della vegetazione, assume una rilevanza non solo retorica, ma anche filosofica, configurandosi come dimostrazione analogica della resurrezione del corpo.

La natura diviene così paradigma interpretativo dell’esistenza umana: come gli alberi durante l’inverno celano sotto un’apparente aridità una vitalità latente, allo stesso modo il corpo umano attende il proprio rinnovamento. La temporalità della rinascita non può essere forzata, ma richiede un’attesa conforme all’ordine naturale.

L’efficacia del discorso di Ottavio si manifesta nella conversione di Cecilio, il quale riconosce la validità delle argomentazioni avversarie. In tal senso, la metafora della primavera si rivela uno strumento ermeneutico di particolare efficacia per esprimere la condizione umana.

Un elemento distintivo del dialogo è rappresentato dal tono misurato e razionale adottato da Ottavio. A differenza di altri autori cristiani, inclini a una polemica più aspra, come Tertulliano, Minucio Felice costruisce un modello argomentativo fondato sull’equilibrio, sulla chiarezza espositiva e sulla capacità persuasiva. La sua formazione classica emerge nei richiami a pensatori e poeti pagani, da Varrone a Seneca fino a Virgilio, segno di un atteggiamento non oppositivo, ma integrativo nei confronti della cultura precedente.

Il dialogo si configura, pertanto, come un esempio paradigmatico di confronto dialettico condotto senza degenerare in contrapposizione radicale. L’obiettivo di Ottavio non è la mera confutazione dell’avversario, bensì la sua conversione, intesa come approdo alla verità attraverso un processo di comprensione.

Ne deriva una concezione del confronto fondata non sul pregiudizio, ma sulla conoscenza e sull’ascolto reciproco. La forza del discorso risiede nella sua accessibilità e nella capacità di tradurre concetti complessi in immagini concrete e condivisibili.

Ciò che potrebbe apparire come una limitazione, l’assenza di enfasi o di aggressività, si rivela, invece, il punto di equilibrio dell’intera argomentazione: quel confine sottile tra l’esigenza di affermare e la necessità di non eccedere, per evitare l’effetto contrario.

In questa prospettiva, la misura non rappresenta una diminuzione dell’efficacia, bensì una forma di consapevole moderazione: la capacità, propria di Minucio Felice, di affermare con rigore senza indulgere nell’eccesso.





Paloma

 

                                                 Pablo Picasso, Donna spagnola.


Paloma meriterebbe un romanzo tutto per sé, e invece l’ho inserita in Al largo di Santa Cruz, dove ha un ruolo materno nei confronti del protagonista. Non ho avuto alcuna difficoltà a collocarla in quel punto della storia: quel ruolo era suo, senza ombra di dubbio.

A volte mi chiedo se sia l’autore ad avere bisogno di un personaggio, oppure se sia il personaggio a emergere con tale forza da trovarsi, da solo, nel posto giusto al momento giusto.

Così è stato per Paloma.

Nel romanzo è la donna che si prende cura, con fare materno, del capitano. È un personaggio silenzioso, amorevole, una sorta di nutrice del corpo e dell’anima di Jacopo.

Paloma è nativa di Cartagena, in Spagna. È arrivata qui dopo aver conosciuto, in giovane età, un capitano sorrentino e aver deciso di seguirlo. L’incontro con lei è stato casuale. O forse no.

L’ho conosciuta quando andai a visitare una villa sui colli di Fontanelle. Cercavo un luogo tranquillo, con vista panoramica, adatto al mio spirito creativo. L’appuntamento era nel pomeriggio, ma una volta arrivata mi dissero che i proprietari non avevano lasciato le chiavi al custode. Stavo per andare via quando arrivò lei, con le chiavi.

Arrivò a bordo di una Smart nera. Inchiodò dietro la mia auto e scese. Dal modo in cui aveva frenato mi aspettavo una ragazza; invece era una donna matura, calma, con il viso colorato dal sole. Aveva i capelli neri raccolti, una gonna ampia floreale e una maglia leggera che le lasciava scoperta una spalla.

Mi colpì subito il suo modo di muoversi: fluido, dolce, quasi da danzatrice. Gli occhi neri, mediterranei, e due ciocche ribelli le cadevano sul viso.

Si avvicinò, sorrise e si scusò per l’attesa. Sembrava una persona di famiglia, come se ci conoscessimo da sempre. Senza nemmeno pensarci, le diedi del tu e la seguii.

La sua gonna, mossa dal vento leggero che arrivava dal mare, sfiorava le mie gambe mentre camminavo dietro di lei. Il passo era quello di una ballerina, con una leggera andatura ondeggiante.

Arrivate davanti alla casa, una struttura d’altri tempi, grande e signorile, spalancò la porta e mi fece entrare. A dire il vero, la casa passò subito in secondo piano: era lei a catturare tutta la mia attenzione.

Parlava con un leggero accento spagnolo e mi guidava tra gli ambienti con precisione e naturalezza, come se fosse la padrona. Per visitare l’esterno mi diede persino un paio di stivali di gomma.

Quando arrivammo alla staccionata che separava il giardino da uno strapiombo spettacolare, vedendomi attratta dalla bellezza del panorama, disse:

“Tanta bellezza davanti… e tanto dolore in questa casa.”  I suoi occhi si strinsero, come se volesse guardare lontano, o forse evitare un ricordo. Le chiesi, quasi senza pensarci, se quella casa fosse sua. Si girò e mi lanciò uno sguardo acceso, sorpresa che avessi capito.

Ci sedemmo su una piccola panchina sotto un salice e mi raccontò la sua storia, a frammenti.

Aveva circa cinquant’anni. Era sposata con il suo capitano, ma dopo la morte del figlio non erano riusciti a superare insieme quel dolore. Lei lo riteneva responsabile di quella perdita, e questo li aveva divisi. Quella casa era sua. Ma aveva deciso di lasciarla e tornare in Spagna, da sola. Le chiesi perché.

“Perché è necessario tornare”, mi rispose. Le dissi che era ancora giovane, che avrebbe potuto rifarsi una vita. Ma lei mi guardò chiedendosi: “Che senso ha, se quella che avevo, l’unica che volevo?”

Non seppi cosa rispondere.

La perdita di un figlio è forse il dolore più grande che esista. E in lei si vedeva tutto: negli occhi, nelle mani, nel sorriso appena accennato.

Restammo a parlare per ore, dimenticandoci completamente della casa. Non era più una visita: era un incontro con il suo dolore. Non l’ho più dimenticata. È rimasta in un angolo del mio cuore, con quell’espressione che ogni madre riconoscerebbe.

Forse è anche per questo che, nel romanzo, le ho dato un ruolo materno. Come se, in qualche modo, potessi restituirle qualcosa.

So già che un giorno sarà lei la protagonista. Perché la sua storia merita di essere raccontata tutta intera.

Non ho mai più avuto il coraggio di tornare in quella casa. Non ho nemmeno pensato se mi piacesse oppure no. Quella casa era lei. E lei aveva deciso di lasciarla.

È davvero tornata in Spagna.

Nel romanzo accompagna il protagonista verso casa, in costiera. Forse, inconsciamente, coltivo ancora questo desiderio: farla tornare.

A presto, Paloma.



Quando andarsene non basta: il bisogno di essere viste

 




Stamattina, leggendo distrattamente tra giornali online e raccolte di citazioni, mi sono imbattuta in una frase che mi ha fermata:
“Non lascio mio marito perché cadrei in un altro padrone, e invece voglio qualcuno che mi veda davvero”. Non è solo una frase. È una diagnosi.

Dentro c’è un’intera esperienza femminile che raramente viene detta con questa chiarezza: il timore che cambiare uomo non significhi cambiare destino, ma semplicemente sostituire una forma di dominio con un’altra.

A rendere questa intuizione ancora più disturbante è stato il contatto, quasi immediato, con parole di autori che la cultura ha a lungo legittimato.
Carlo Goldoni scriveva: “Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l’uomo una infermità insopportabile.” E in ambito pseudo-scientifico, Paul Julius Möbius sosteneva: “Ogni progresso è opera dell’uomo.”

Non sono solo frasi isolate. Sono frammenti di una visione del mondo che ha attraversato i secoli, contribuendo a costruire un immaginario in cui la donna è secondaria, problematica, o da contenere.

A questo punto, una domanda diventa inevitabile: perché si parla così tanto delle donne e così poco della loro esperienza reale?
Viene il sospetto che l’eccesso di discorso sia, in fondo, una forma di elusione.

Perché la frase iniziale non è teorica. È concreta, quotidiana, vissuta.

Come fa una donna che non è mai stata “vista”, non nel senso estetico, ma umano, a immaginare un’alternativa credibile?
Lasciare una relazione del genere non appare come una liberazione, ma come un rischio: quello di ritrovarsi nello stesso schema, con un volto diverso.

Il problema non è solo l’uomo che si lascia. È l’idea, lentamente interiorizzata, che tutti gli uomini possano essere così.

Ed è qui che il discorso si complica davvero. Perché non si tratta di debolezza individuale, ma di una rete di fattori concreti: dipendenza economica, responsabilità familiari, isolamento, pressione sociale, paura della solitudine.
Condizioni che rendono ogni cambiamento non solo difficile, ma potenzialmente pericoloso.

In questo contesto, la paura di “cadere in un altro padrone” non è paranoia. È un’ipotesi realistica.

E tuttavia, fermarsi qui significherebbe accettare una visione deterministica. Non è così.

Molte donne interrompono questi schemi. Ma non lo fanno per caso: lo fanno quando qualcosa cambia, dentro e fuori. Quando si crea uno spazio economico, relazionale, psicologico che rende il cambiamento praticabile. Il punto, allora, non è semplicemente andarsene o restare ma capire.

Capire come si è arrivati lì. Quali modelli si sono interiorizzati. Quali segnali sono stati ignorati. Quali bisogni hanno trovato risposte distorte. Questo lavoro non è accessorio. È ciò che impedisce la ripetizione.

Perché senza questa consapevolezza, il rischio non è solo restare. È scegliere di nuovo lo stesso tipo di relazione, con forme diverse ma dinamiche identiche.

E intanto, il cambiamento segue un percorso meno visibile di quanto si immagini.
Non sempre è un gesto radicale. Spesso è un processo silenzioso: confini che si ridefiniscono, spazi che si recuperano, autonomia che si costruisce lentamente.

Dall’esterno può sembrare immobilità. In realtà è preparazione. Perché il vero punto non è solo trovare qualcuno che “veda davvero”. È diventare, prima di tutto, qualcuno che non accetta più di essere invisibile. Ed è da lì che, forse, il cambiamento smette di essere un rischio e comincia a diventare una possibilità reale.

Il caso Ilaria Alpi: una verità ancora senza risposta

 


A oltre trent’anni dalla morte di Ilaria Alpi, il suo caso resta uno dei misteri più oscuri del giornalismo italiano. Inviata del TG3, esperta del mondo arabo e impegnata in inchieste internazionali, Alpi fu uccisa il 20 marzo 1994 a Mogadiscio insieme al cameraman Miran Hrovatin, in un agguato che ancora oggi solleva interrogativi senza risposta.

Secondo le ricostruzioni, la giornalista stava lavorando su un’indagine delicata riguardante traffici di armi e smaltimento illecito di rifiuti tossici tra Europa e Somalia, con possibili implicazioni di reti internazionali. Proprio nei giorni precedenti all’omicidio, si era recata a Bosaso, nel nord del Paese, dove avrebbe raccolto testimonianze e informazioni ritenute cruciali.

L’agguato in cui persero la vita Alpi e Hrovatin non presentò i tratti di un atto casuale. Nulla di valore fu sottratto, mentre parte del materiale giornalistico raccolto risultò scomparso. Elementi che, nel tempo, hanno rafforzato l’ipotesi di un’azione mirata, legata al contenuto dell’inchiesta.

Le indagini giudiziarie non hanno mai portato a una verità definitiva. La condanna di Hashi Omar Hassan, rimasto in carcere per diciassette anni, è stata successivamente annullata con una piena assoluzione, evidenziando gravi errori e possibili depistaggi nel corso delle indagini.

A distanza di decenni, restano aperte le domande fondamentali: chi ha ordinato l’omicidio, perché si è tentato di ostacolare la ricerca della verità e che fine abbiano fatto i materiali raccolti dalla giornalista. Interrogativi che continuano a pesare non solo sulla memoria di Alpi, ma sull’intero sistema dell’informazione e della giustizia.

Il nome di Ilaria Alpi è oggi simbolo di un giornalismo coraggioso, capace di indagare oltre le versioni ufficiali e di portare alla luce realtà scomode. Un’eredità che, ancora oggi, invita a non smettere di cercare risposte.

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