Espressione sempreverde



La lingua napoletana ha una cadenza particolare: nella pronuncia le parole sono prive di vocali finali mentre ritornano nello scritto. La sua inflessione, a chi non è avvezzo ai suoi termini e modulazione, la rende grossolana. Ma ogni buon napoletano sa parlare correttamente l’italiano. Ogni buon napoletano, d’altra parte, cade nella tentazione di usare espressioni della  lingua nativa come se non potesse farne a meno, consapevole del fatto che non troverebbe in nessun’altra lingua termini così appropriati per ogni situazione. Tra queste l’espressione “Azz”. Quando vedo queste tre lettere sul display del cellulare, o pronunciate con una certa disinvoltura, resto basita. Come se in un battibaleno tutta l’eleganza, la formalità o la buona educazione andassero a finire. Azz è un’espressione di meraviglia, di sorpresa, roba da non credere. In italiano potrebbe significare cavolo, accidenti, non ci posso credere, mamma mia, tutte intercambiabili ma che non traducono mai il senso di Azz napoletano. E non pensiate che derivi dall’altra parola napoletana c*** fin troppo abusata, menzionata da uomini e donne indistintamente, che fa tanto volgare e cafone, ma che nessuno evita di pronunciare, per quel senso di liberazione che dà quasi fosse uno scacciapensieri. Detto questo, l’espressione Azz, secondo quanto spiegato da più parti, deriva dal tedesco “Ach, so!” ed è un’espressione che risale alla seconda guerra mondiale. Secondo altri viene assimilata dai dialetti meridionali a seguito della presenza degli austriaci durante il triennio in cui il Regno di Napoli fu viceregno austriaco, all’inizio del 1700. Sicuramente deriva da contatti con la lingua tedesca. All’inizio “Ach, so!” divenne Azz con un o finale, e tra le tre lettere e la o c’era una pausa, tradotta poi   in napoletano Azzò. Oggi vige la forma più breve Azz calcando la voce sulle due zeta quasi a quadruplicarle e con accento eccessivo sulla a. Ma la cosa più sorprendente è che è stata trasformata in un’espressione tutta nostrana come se non derivasse da altra lingua. E’ un complesso di cose, un modo di esprimere stupore, un dire caspita e tanto altro, una forma di meraviglia ma anche di sarcasmo, di essere presi in contropiede. La meraviglia tedesca è misurata, semplice, il nostro Azz è esagerato, amplificato, un compendio. Resta il fatto che inserendola come intercalare in un discorso sa di poco elegante, di inopportuno. Ma nessun napoletano se ne priva, è una sorta di liberazione cui tutti ricorrono. In chi la pronuncia prevale non tanto lo sbigottimento quanto il dispiacere di privarsi di ciò che apprende dall’altro. Per dire: “Hai capito un po’? E perchè io no?”. Si legge sgomento e stupore ma anche un tantino di invidia, di rammarico, di dispiacere. Sarà anche una parola di derivazione tedesca ma la bravura nel pronunciarla e nel conferirle un valore forse del tutto diverso da quello iniziale è  napoletana. Così siamo giunti ad accettarla come una sorta di esclamazione alla stessa stregua di tutte le altre, perdendo anche quel tanto di volgare.


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Fedor Dostoevskij: l'uomo del sottosuolo

 

Dostoevskij è uno dei più grandi autori della letteratura mondiale. Tutte le sue opere sono uno studio approfondito dell’uomo. Le pagine dei suoi romanzi si presentano a noi come spilli che pungolano, alcune ci strattonano fino a farci cadere, altre rovistano il nostro animo mettendolo a soqquadro.

Fedor Dostoevskij nacque nel 1821 a Mosca, in una famiglia in cui si respirava un clima autoritario. Pur dedicandosi alla carriera militare, i suoi interessi erano rivolti alla letteratura. Nel 1841, appena promosso sottotenente, decise di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. In seguito, accusato di partecipare a una società segreta, fu condannato al patibolo nel 1849, da cui fu sottratto dallo zar Nicola I che gli inflisse come pena i lavori forzati a Omsk, in Siberia. In quel periodo ripresero le sue crisi epilettiche. Il primo attacco arrivò dopo la morte del padre nel 1839. Intanto, aveva già scritto Povera gente nel 1846, Il sosia nello stesso anno e Le notti bianche nel 1848. Il romanzo che scava l’essere nelle sue profondità è Memorie dal sottosuolo del 1864. Il sottosuolo è l’abisso della coscienza, dove l’uomo è piegato da una sofferenza. In quel sottosuolo avviene una lotta furiosa tra principio negativo e positivo. L’uomo vive così nella tana della sua coscienza come uno scarafaggio. Si servì di questa metafora prima ancora di Kafka che, nel racconto Le Metamorfosi, trasforma il protagonista Gregor Samsa in uno scarafaggio. Freud non era ancora nato, bisogna aspettare il 1856, e L’interpretazione dei sogni fu pubblicata solo nel 1899,  ma Dostoevskij analizzava già l’animo umano in ogni suo meandro. La malattia di cui soffre l’uomo del sottosuolo è l’ipertrofia della coscienza. Che cosa fa l’uomo, raccolto in se stesso, se non rimuginare, considerare le parti del suo pensiero, individuare il bene e il male e, pur riconoscendolo, trovare sempre una giustificazione per andare al di là dell’evidenza. I ragionamenti portano a niente e l’unico ragionamento valido è il gesto. Ma il gesto non ha alcuna giustificazione, quella resta in noi. Il sottosuolo dell’uomo è dato dalla società e, al suo interno, ogni fallimento è riconducibile alla famiglia. La colpa peggiore del sottosuolo è di non assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Con Delitto e castigo, del 1866, assistiamo alla messa in scena dell’uomo in tutta la sua grandezza e bassezza. Il protagonista, Raskolnikov, si convince che è giusto uccidere l’usuraia Aljona, perché un essere inutile. Ma con lei deve uccidere anche sua sorella Lizaveta, Un delitto che mette in subbuglio l’animo del protagonista. La difficoltà di leggere Dostoevskij è stare di fronte alla pagina da soli.   Lì c’è il nostro sottosuolo, il taciuto, il pensato e quello che poi non facciamo o facciamo e di cui non ci assumiamo le conseguenze. In un momento ci porta alle stelle e in un altro ci fa sprofondare.  Con Dostoevskij cerchiamo di sondare i nostri abissi che non finiscono mai di meravigliarci. Come arriva l’autore a conoscere così bene l’animo umano? Durante gli anni di prigionia in Siberia non poteva né scrivere né leggere, gli unici libri a disposizione erano i Vangeli. Dalla loro lettura capì che la fede è l’unica cosa che ci trasforma. Ma l’uomo è mosso solo da un gesto utilitaristico e in completa libertà. Ed è con la trasvalutazione di tutti i valori che Nietzsche è vicino a Dostoevskij. Riconosce in lui “suo fratello di sangue” con una critica ante litteram a se stesso, giustificando la concezione utilitaristica in quella del superomismo, cioè della libertà assoluta. Raskolnikov è il critico di se stesso quando percepisce di aver commesso un gesto abominevole. La centralità del romanzo è nel nichilismo di quest’uomo che assume diverse maschere e, assumendole, ha orrore della sua vita.  Delitto e castigo è un romanzo filosofico poiché concentra le teorie del nichilismo, dell’utilitarismo e del superomismo, ma poi, una volta in scena il protagonista se ne stacca e le giudica. Ed è un romanzo criminale, con un delitto, un colpevole e un movente.  Ma al di sopra di ogni concezione c’è il peccato. Il criminale trasgredisce alla legge, mentre il peccatore obbedisce alla coscienza, alla legge del suo cuore che non mente a se stesso prima ancora di non uccidere.  Raskolnikov prima ancora che un criminale è un peccatore che raggiunge il livello più alto mentendo a se stesso. Quando si mente a se stessi si è pronti a qualsiasi infamia.  Aleggia in tutto il romanzo un’ombra costante, un peso che incombe su tutti i personaggi, per concludere che la condizione umana è quella di sostare nel peccato. Ed è questa l’unica consapevolezza possibile, quella di aver perso anche il significato del peccato. E’ un lungo percorso che l’autore intraprende nelle sue opere a cominciare da Povera gente fino ai Fratelli Karamazov. Quest’ultimo romanzo è il capolavoro di Dostoevskij, scritto tra il 1878 e il 1880. E’ la storia di quattro figli nati da madri diverse e il loro rapporto con il padre, ma è anche la storia di un parricidio. Nel romanzo una pagina importante è la La leggenda del grande Inquisitore, in cui la domanda “Come possa un perfido animale, l’uomo, concepire l’idea di Dio”, diventa l’asse portante del romanzo. Ogni riflessione di Dostoevskij è riconducibile a quest’affermazione. L’autore è ossessionato da come Dio vive nell’esperienza dell’uomo e soprattutto si lamenta del libero arbitrio che gli ha concesso.

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Leonardo: genio incompreso




Non eravamo abituati a vedere un personaggio della grandezza di Leonardo trasformarsi in un beniamino da fiction come ormai tutto diventa in Tv. Stiamo parlando di un genio, nato nel 1452 a Vinci, nei pressi di Firenze, che sin dalla tenera età mostrò di avere qualità e capacità fuori dal comune. Leonardo nacque in un’epoca in cui l’Italia era formata da Stati sempre in lotta tra loro. A quel tempo le arti erano in piena fioritura, in un fermento che poneva attenzione alla vita terrena e mondana. Una trasformazione sociale e culturale che prende il nome di Rinascimento, termine col quale si vuol racchiudere una serie di fenomeni dei secoli XV e XVI. Mettere su una serie televisiva e tracciare più che la biografia di un personaggio, unico tra l’altro, l’indole di un uomo lontano da ciò che abbiamo letto nel Vasari e di altri autori che ne hanno parlato, lascia qualche delusione. La serie è prodotta da cinque paesi tra cui l’Italia. Ci si aspettava di vedere fedeltà al genio e di divulgare la sua grandezza così come la sua personalità. Ma nell’ansia di cogliere quello che nemmeno si conosce di Leonardo si è presentato un uomo ibrido che per un verso rievoca l’aspetto artistico del genio e per un altro lo confonde, finendo per occultare il certo per aver romanzato l’incerto. Parliamo dello stesso genio che ha dipinto la Gioconda, o Dama con l’ermellino, L’ultima cena, La vergine delle rocce, solo per menzionare alcuni dei suoi capolavori e davanti ai quali siamo colti da stupore per tanta perfezione. Secondo Antonio Forcellino, autore del saggio Leonardo: genio senza pace, l’artista era una sorta di rock star del suo tempo, alla stessa stregua di Elton John oggi, che vestiva in modo eccentrico ed elegante da far impallidire un principe. Di carattere molto amabile, curioso, investigativo, buono, arguto, gran conversatore. Ma non sembra che queste siano le caratteristiche del personaggio televisivo. In scena abbiamo un uomo combattuto, indeciso, per certi versi indifferente, per altri sfrontato. Si finisce per eccedere o mancare nell’intento di definire il carattere di un Leonardo moderno. Allo stesso tempo si dà ampio spazio a un personaggio marginale come Caterina da Cremona, modella a suo tempo, facendola assurgere al ruolo di 

coprotagonista. Molti aspetti non si chiariscono né si definiscono. La parte romanzata è supportata da riscontri storici, quando il romanzo non basta a sostenere il personaggio. Leonardo non si presta a mezze misure, è completamente assorbito da ciò che fa e che è. Geniale fino al midollo, come pittore, architetto, ingegnere, botanico, medico… Il suo motore è la curiosità che gli apre sempre nuovi orizzonti davanti. Un uomo che amava la vita e ne voleva scoprire il segreto. Anche se gli attori sono bravissimi e pieni di talento, non basta. Troppo moderno per l’epoca e troppo lontano dal vero Leonardo. A questo punto chi non conosce il genio ne avrà una visione distorta vedendolo per la prima volta nella serie, chi lo conosce, potrà apprezzare solo la bravura degli attori e basta. Romanzare le storie affascina, ma non quando siamo davanti a una personalità così complessa. Leonardo è un intoccabile. A un genio tutto è concesso. E se vivesse oggi, sarebbe comunque un incompreso vista la molteplicità dei suoi interessi, gli darebbero sicuramente del tuttologo, un modo per dire che dedicarsi alla pittura, scultura, scienza e quant’altro equivale a non conoscere niente. Ogni suo dipinto è una storia, così ogni sua idea o sua invenzione. Sarebbe stato stimolante approfondire la vita di quest’uomo, assistere ai suoi cambiamenti, nell’epoca in cui viveva senza bisogno di inventare altro per renderlo più attraente. E’ come se volessimo romanzare la vita della Regina Elisabetta o Re Sole, Luigi XIV. C’è così tanto da dire che non si deve attingere alla fantasia, anche quando la realtà, che dovremmo raccontare, non ci piace. E forse è proprio l’eccedenza dei fatti, dei misteri, di quello che non si è mai detto che ha lasciato alla produzione la libertà di inventare e trasformare l’incompreso genio da divino a umano. Ci sono vite che entrano nell’immaginario come sono nella realtà, vere e possibili. E Leonardo lo è stato fino alla fine, quando morì nel 1519 ad Amboise in Francia, tra le braccia del suo grande estimatore, il sovrano Francesco I.

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"Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride".

 


I ricordi sono sempre viziati dalla nostra percezione del presente. Quel che resta d’immutabile è la parte essenziale e incontrovertibile del fatto che si mantiene grazie a qualche elemento che più di un altro si fissa nella mente. Del mio periodo agreste, definisco così quello della mia infanzia, ritornano i colori: il blu, il verde e il giallo, colori primari. Proprio i colori del cielo, dei prati, dei fiori: narcisi, girasoli, margherite. Toglievano il grigio ai giorni noiosi che anche i bambini vivono senza che gli adulti se ne accorgano. Così come ritornano tre elementi fondamentali: l’alveare, il portone e l’arco sotto il quale si trovava il cancello. Tre cose che il tempo non ha mai spazzato via. L’alveare, da cui mi tenevo a debita distanza per la paura di essere punta dalle api ma poi mangiavo volentieri il miele che i vicini mi offrivano. Lo sgranocchiavo tenendolo in mano come una sfavillante tavoletta di cioccolata, andandomene a zonzo per i campi. Il portone di ferro, un rosso scuro sbiadito misto a ruggine, ancora oggi rimasto intatto come l’ho lasciato, rappresenta il confine tra la mia infanzia e l’adolescenza. Oggi quei battenti chiusi hanno il potere di farmi sentire un’esclusa da un’epoca lontana che non ritorna più. Avrò passato gran parte del mio tempo ad aspettare sui suoi gradini. Attendevo sempre qualcuno: i miei genitori, i miei nonni, i parenti, i conoscenti, la processione e anche chi non avevo piacere di vedere. E’ stato lì che ho allenato la pazienza. Quando mi arrendevo, perdevo tutto quello che avevo con cura messo insieme. Ho imparato a riconoscere le emozioni delle persone scorgendole da lontano quando, avanzando verso di me, ne studiavo i volti. Ho imparato a interpretare i toni delle voci, di quello che attraverso la parola viene fuori in base allo stato d’animo. E ho imparato anche a conoscermi sperimentando le mie emozioni quando, analizzando chi si avvicinava, avevo delle reazioni, risposte ai loro modi di interagire con me. Quello spazio tra la soglia del cancello e il viale è stato importante per formare il mio carattere. Mi appollaiavo sui gradini anche solo per riflettere in seguito a una delusione, uno sconforto o per nascondere ciò che non mi andava di rivelare. Solo pochi metri dove la memoria si è attaccata come un animale recalcitrante che non accenna a spostarsi. E poi l’arco al lato destro che legava due strutture. Una sorta di cappello al sentiero che lì si faceva stretto e si fermava davanti al cancello. Al suo apparire da lontano, mi sentivo a casa. In questi momenti di solitudine, persi tra le quattro mura, con la voglia di scappare in riva al mare o in mezzo alla gente, dove il peggiore degli assembramenti sembrerebbe la più bella manifestazione d’affetto, la mente si rifugia in spazi calorosi che solo il ricordo può dare. E lì ho trovato il mio cancello, gli sguardi delle persone, i profumi, gli odori, le cadute dalla bici, i pomeriggi a giocare fino a che il vicolo perdeva luce e calore. A quel tempo, quando non ne potevo più di quello che mi girava intorno, me ne andavo sotto un noce, mi sedevo nel solco intorno al tronco e parlavo all’albero. A pensarci, era una terapia efficace: raccontavo ad alta voce ciò che era accaduto e aspettavo un feedback dell’albero. E il segnale puntualmente mi arrivava con un mallo pesante che mi cadeva in testa, quattro foglie che arrivavano al suolo svolazzando per l’aria, una brezza leggera tra i rami.  E chi meglio di un albero può esprimere un giudizio sugli uomini? E’ solido, fermo, imperturbabile. Scaricata la tensione, ero come nuova. Stamattina, al risveglio, pensavo all’albero sotto cui mi ritiravo allora per quattro chiacchiere. Ascoltava senza giudicare, partecipava senza interrompermi, comprendeva senza distorcere ciò che gli raccontavo. Una volta una lettrice mi scrisse dicendo che ero presuntuosa a sostenere di amare Avigliano più di chi ci abita oggi. Il mio era solo un modo di far capire l’importanza di Avigliano nella mia vita: rappresenta la mia infanzia.  Sono ricordi di cose perdute, di cui non mi resta più niente ed è proprio per questo che la mente trova continuamente pretesti per farli riaffiorare. E poi i luoghi non sono proprietà private, siamo noi che li carichiamo di significato con il nostro vissuto. Sono continuamente riportata a quel passato in modo involontario. Avigliano è e resterà il mio luogo, unico, e non credo che questo tolga qualcosa a chi ci abita. E come diceva Orazio “Quell’angolo di terra più degli altri mi sorride”.

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Vita da bar

 




Qualche giorno fa mi sono fermata in un bar sul lungomare. Con me un tablet e un quaderno. Non sono avvezza a girare per la città, né a prendere il caffè al bar. Avevo solo bisogno di quattro passi in preda al l’ansia di un nuovo confinamento a casa. Dalla vetrata del bar, subito mi sono immersa tra le palme e i passanti del lungomare. Per strada poca gente, oltre, una visuale sgombra e chiara, con il sole che creava bagliori fosforescenti. Il bar non è il luogo  più adatto a scrivere: gente che entra ed esce, rumori, voci, registratore di cassa. Non è il massimo per tranquillità e concentrazione ma un modo piacevole di aprirsi alla giornata. Lì, davanti alla mia tazza fumante, con una strepitosa prospettiva oltre la vetrata, le idee che cominciano a fermentare, mi sono sentita a mio agio. Sorseggiavo e pensavo ai caffè della nostra vita: a quelli che ci hanno tirato su, altri che ci hanno impedito di pensare, alle pause che ci hanno regalo, le chiacchiere e confidenze in sua compagnia, una sorta di forza che allevia ogni fatica. Sobbalzo ad ogni caffè che scorre sul bancone, agli scontrini e alle monete che volano alla cassa. Mi distraggo a guardare i baristi, così sorridenti di buon mattino, che sbrigano fischiando, canterellando, sempre con parole gentili in bocca, magari restassero così fino a sera!  Difficile anche non naufragar nel mare delle cassatine e prussiane che dalla vetrina mi invitano come un incantatore di serpenti. Un profumo di babà mi stordisce, ma non mi  lascio sedurre. In due minuti metterei un bel po’ di calorie senza aver saziato la mia voglia di dolce. Scrivere, a questo punto, sembra una missione ardua. La soluzione è scegliere un punto fuori cui guardare, allontanando da me ogni tentazione e frastuono di tazze e cucchiaini, tenendo lontano dagli occhi fragranti cornetti e sfogliatelle frolle e ricce. Ci provo, ma non riesco a liberarmi dei profumi. Poi mi è parso di farcela puntando al costone di Faito e da lì all’orizzonte. Quando ero bambina, l’altro lato del mare per me era l’America. Da qualsiasi punto guardassi, dicevo: “Ecco l’America”. Era stato mio padre a farmelo credere, quando una volta accompagnammo al porto di Napoli una sua zia che partiva per il continente. Al ritorno, dalle parti di Pozzano, gli chiesi cosa ci fosse là, oltre il mare, dove c’erano quelle infinite luci fioche, intense, grandi e piccole. E sebbene si ergesse il Vesuvio, mi rispose l’America. Ricordo com’ero felice di aver fatto quella scoperta: scrutare il Nuovo Continente al di là del Golfo, proprio come Ciaula quando scopre la luna nella novella di Pirandello.

Intanto le idee per una storia sono arrivate. Riesco a delineare i protagonisti e la trama. Sorseggio, miro in lontananza e scrivo. Nel bar siamo rimasti in due ai tavoli, ora c’era più ordine e meno fragore. Un anziano signore mi distoglie con le sue espressioni dialettali molto colorite. Siede di fronte. Vedendomi scrivere, mi chiede scusa e si gira di spalle, a suo dire per non distrarmi. Gli dico che può restare dov’è, non dà alcun fastidio. Il caffè è finito e chiedo un tè. Osservandolo meglio, è un tipo interessante. Fa proprio il mio caso e decido di inserirlo nella storia. E mentre sono convinta di poter iniziare a scrivere, un pastore tedesco, proprio come Rex, fa in suo ingresso nel bar  al seguito del padrone, raggiungendo subito la mia postazione. Il mio tavolino traballa con le tazze e i piattini come una scossa. E ancora mi strattona, portando il padrone a scusarsi. Rido, perchè Rex mi mancava proprio. Avevo anch’io un pastore che non è più tornato. Questo ricordo vuole che io lo inserisca accanto all’anziano signore. E vista la furia con cui si è presentato, non posso lasciarlo fuori. Rex si mette a cuccia accanto al padrone, un tipo parecchio accigliato, che in due secondi fagocita un cornetto come il lupo fece con Cappuccetto, trangugia un caffè e poi si rilassa.  Ce ne vuole un altro per me, il vecchio di fronte va per un secondo bicchierino, mentre il burbero, un whisky. Appena rivedo il cameriere, gli chiedo anche un cornetto. Il passeggio si è fatto più fitto, le auto sono aumentate. La vita da bar è affascinante e intramontabile, con o senza confinamento a casa. Nessun altro luogo coccola con i suoi profumi, odori, aromi, ricordi, vita. Il bar è l’ambiente giusto per sentirsi insieme anche da soli ed è il posto per stare soli anche in mezzo agli altri. Uscirne è stato tirarmi fuori da un incantesimo.

Intanto i tre personaggi sono entrati nella storia: il vecchio, il burbero e Rex. Al vecchio ho messo accanto il pastore tedesco e ho lasciato solo il burbero. A conti fatti la storia mi è costata: due caffè, un tè, un cornetto e un vassoio di dolci da portare a casa. Certo che la vita da bar costa, ma vuoi mettere? Emana un fascino e un’attrazione  come nessun altro luogo sociale.


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Il ritorno in classe

 



La scuola è ripresa dopo il lungo periodo di chiusura Covid. Siamo ritornati nelle nostre aule. Ci mancava il gruppo classe, il luogo dove si cresce e si matura passando dall’essere bambini ad adulti senza accorgersene. Ci mancava l’aula impregnata di gessi, ricca di voci, talvolta chiassosa. E ancora il contatto, lo sfogliare i quaderni, i libri, i dialoghi, le spiegazioni, le risate, la continuità, il confronto, i vari momenti della lezione, gli obiettivi da raggiungere che rendono il tempo, trascorso al suo interno, unico. Il rapporto umano è alla base di ogni crescita, se manca tutto diventa più freddo e incomprensibile. In questi mesi durante i quali ci siamo dati molti surrogati per illuderci di vivere come prima, la scuola ha spento la sua energia. Negli edifici è sceso un silenzio al posto del suo naturale fermento. Gli schermi sono diventati le nostre aule, dove insegnanti e alunni, attraverso le voci e le immagini,  riprendevano quella continuità e voglia di esserci a tutti i costi. Abbiamo alimentato il rapporto, abbiamo cercato di abbattere la solitudine e vincere la depressione. Gli attori per dirsi scuola c’erano, le famiglie anche, ma c’erano anche le voci delle nostre case, i pigiami in bella vista e gli sbadigli mattutini. E c’erano i caffè che sbucavano mentre si spiegava, si parlava, si correggeva. Ma è la classe il vero campo di battaglia della scuola, dove ogni giorno accadono fatti, si vivono esperienze, s’imparano lezioni didattiche e di vita. Gli alunni si incontrano e si scontrano, si confrontano e si affrontano. Una vita a loro misura che insegna a crescere, a relazionarsi e in tutto questo c’è spazio per imparare, apprendere e progredire. E’ il luogo dove nascono i progetti, si accende l’entusiasmo, si provano emozioni, un organismo che vive di vita propria. Ne è passato di tempo dalla descrizione della vita di classe narrata nel libro Cuore di Edmondo De Amicis, 1886, che tutti abbiamo conosciuto. Quante lezioni prese da quel testo. Garrone, Franti, Bottini, Crossi, Derossi, non sono calciatori, ma i protagonisti che lo hanno animato, oltre ai personaggi dei racconti mensili. La scuola nasce con la legge Casati nel 1859 e il libro Cuore ne racchiude l’anima. Il romanzo è ambientato in una scuola di Torino subito dopo l’Unità d’Italia e narra le esperienze di un anno scolastico di una terza classe elementare. Per chi voglia capire le dinamiche di un gruppo classe, i momenti significativi dell’esperienza scolastica, questo testo offre materiale per ogni tipo di discussione. Quell’aula è la stessa di oggi anche in una scuola cambiata profondamente per ispirazione, contenuti e caratteristiche. Ci sono lezioni che non finiscono mai di insegnare e libri sempre attuali. La scuola è un mondo di cui veniamo a far parte, una zona propedeutica e ineludibile che tutti devono attraversare. Ogni rapporto può diventare freddo se lo deleghiamo alla distanza, quello vero ha bisogno di contatto diretto, dei sensi, dell’empatia, dei sentimenti, che in rete restano imbrigliati. I cambiamenti vissuti in seguito alla pandemia assumono sempre più la volontà di voler delegare alla tecnologia la parte vitale della scuola, un modo per trasferire in rete quello che non si riesce più a mantenere in presenza. Sottesa a questa l’idea quella che la tecnologia possa risolvere il caos e le problematiche che la scuola vive da sempre e che non si sono mai risolte del tutto. E’ un po’ come abdicare al ruolo di insegnante e sostituirlo con qualcosa di indefinibile che viene preso per avveniristico. La funzione docente viene espletata attraverso il dialogo,  un relazionarsi continuo mentre in rete diventa orfana di qualcosa. La forza della scuola è il rapporto umano prima ancora dei contenuti, di avere un ruolo formativo e di erogazione di saperi. E’ vero che la DaD deve essere il famigerato piano B, ma non può assolvere a tutte le funzioni della scuola. Tra le righe del libro Cuore si legge: "I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana”, riferendosi all’alunno visto metaforicamente un soldato.

 

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La parola d'ordine

 

La nostra vita scorre tra le password, le parole d’ordine. Quando abbiamo cominciato a usarle, eravamo certi di avere i nostri dati al sicuro. Che invenzione! La privacy salvaguardata da una combinazione di parole, segni e numeri.

Dieci semplici regole per utilizzare le password - Data Manager Online

La password è indispensabile per entrare in ogni programma e accesso in rete. Le cambiamo a ritmo continuo, perché si perdono, si dimenticano, ce ne richiedono di nuove. All’inizio è stato fantastico, pensavo, chi andrà mai all’idea di quello che scrivo? Quante situazioni, numeri, fatti passati in rassegna per formulare la nostra password. Le ho setacciate tutte. Ho cominciato con la letteratura: A rebours, Carlino Altoviti, Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, Mr. Fogg, La signora Ramsay, La certosa di Parma, Con gli occhi chiusi, FederigoTozzi… E’ stata la volta dei nomi: Donna Prassede, Il conte Ugolino, Pico della Mirandola, La Pisana, Serafino Gubbio, Holden Caufield, Edmond Dantes… Nemmeno questi son bastati, sono passata alle battaglie: di Lepanto 1571, di Hastings 1066, Maratona 490, così mescolando nomi e numeri è più difficile scoprirla. Quanti nomi son passati sotto la mia penna: da Filippo il Bello a Napoleone, da Carlo V a Cleopatra e Churchill, da Ulisse ad Artemisia, Costanza d’Altavilla, Zeno Cosini, Marianna Ucrìa. La cerchia si stringeva sempre più, adesso inserivo anche  il numero, il segno, la lettera maiuscola o minuscola, lo /, il punto, lo spazio… facile crearla difficile, e poi? Come la ricordi? La scrivi da qualche parte. Bene, ci vuole un’agenda  che le contenga tutte e, quando l’hai creata, addio privacy: chiunque potrà leggere. Un vero problema. Più il tempo passa, più servono password. Molte ricordano momenti della nostra vita, fatti, persone che forse non vorresti nemmeno aver incontrato, ma stanno lì, nel libro nero delle parole d’ordine. E se scorri tutto quello che hai scritto, i nomi, i numeri, i fatti, i segni, le maiuscole e le minuscole, uscirà fuori il tuo romanzo,  che credi nessuno conosca e invece il primo a saperlo è il signor Google, che ogni volta che digitavi, seguiva il tuo percorso, conosceva un po’ di te. Per non parlare di quando la scrivi per sbaglio dove non devi e tu la vedi per la prima volta scritta e ti dici: ma cosa ho fatto? Qualcuno potrà vederla! E la cancelli riscrivendola al posto giusto. Abbiamo regalato alla rete pezzi della nostra vita, abbiamo fornito notizie che potevamo tenere per noi. E intanto quella centrifuga del web, che macina tutto e sembra non ricordare, non conoscere, memorizza tutto senza il nostro permesso e ogni nostra notizia è un’indicazione preziosa che involontariamente gli forniamo. Maggiore è il nostro uso dello strumento, maggiore la conoscenza che i motori di ricerca hanno di noi. E continuiamo a credere che tutto quello che passa attraverso il web resti anonimo. Niente resta a noi se non un piccolo antro del nostro cervello in cui chiudiamo 4 cose, forse nemmeno le più importanti e che crediamo di conoscere solo noi. Ma il meglio lo abbiamo già dispensato, già fatto archiviare, già è entrato in funzione attraverso meccanismi sofisticati che rilevano i nostri desideri, idee, pensieri, carattere, sesso, gusti... E allora a che serve la password? A evitare che le persone vicine leggano? Serve a fornire di noi la migliore proiezione, quella che  nemmeno i nostri parenti e amici possono conoscere. I codici che forniamo alla rete ci proiettano agli altri che sapranno cosa farci vedere individualmente, come forgiare il nostro pensiero, come prenderci, cosa presentarci.

La password è un modo di scrivere la nostra storia in codice, più vera di quella che daremmo con una nostra biografia.  La formiamo in base a quello che viviamo al momento: un evento importante, un fiore, un titolo, un numero. Un codice, tutto sommato siamo un codice col quale ci definiamo nel mondo. Bastano poche cose per distinguerci. Se scrivo nomi di letteratura, battaglie, date, storia, si saprà che mi piace la letteratura, l’arte, la pittura, la storia, la geografia, si comprendono meglio le mie scelte,  i miei desideri.  Ma da quello che non scriviamo si comprendono tante altre cose. Gli algoritmi questo lo segnano. Mettono a punto ciò di cui non parliamo. E forse il nostro profilo più vero nasce da ciò che non diciamo. Una parte di noi resta registrata, la parte in ombra fornirà elementi inaspettati e significativi che potrebbero dare la nostra vera immagine. Ecco allora il motivo delle password. In quei piccoli segni si captano notizie di noi, una tracciabilità che non avremmo in alcun altro modo. Cosa resta per noi, di veramente privato? Il mondo vive di socialità e la privacy non si addice ai ritmi veloci della vita odierna. Più si parla di qualcosa più se ne conosce poco, mentre il non detto resta un valore certo. La vera privacy è quando le cose giacciono in noi, poiché  essere in due a conoscere un fatto è già come in tanti a saperlo.


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