Maggio e le rose

 

Non riesco mai a vivere maggio in pieno che già siamo a giugno. Quest’anno, poi, volevo dedicarmi al giardinaggio creando un roseto, ma avrei dovuto avviare i lavori a fine inverno. Ora è troppo tardi, devo accontentarmi di vederle altrove e non nel mio viale aspettando un altro anno per compiere il prodigio. Il mio impegno voleva essere una sorta di auspicio di fine guerra in Ucraina, un omaggio floreale a conclusione dello scempio che va avanti da febbraio. Il fatto di non esserci riuscita l’ho percepito come se il protrarsi della guerra fosse dipeso da questa mia mancanza. A volte la mente costruisce percorsi strani, anche stupidi ma  in quell’infantilismo si nasconde il bisogno di far accadere ciò in cui speriamo.



Le rose traboccano dalle siepi e dai giardini in un tripudio di colori e forme che ogni anno inondano la vista. Ogni roseto esplode di corolle nuove nel miracolo di maggio. La vista gode delle sfumature e l’olfatto si inebria di profumi intensi. I vasi ne sono pieni, gli omaggi sono rigorosamente offerti con questo fiore. Dopo averle viste fiorire, è triste assistere alla loro breve vita e veder sfumare in un mese le loro forze. Maggio incanta nei campi e non solo con le rose, il caldo completa il lavoro sui rami, ormai tutto è pronto per dare i suoi frutti. E pensare che poco lontano da qui i corpi della guerra restano insepolti mentre avrebbero bisogno dell’ultimo saluto. Uno sperpero le rose nei campi che servirebbero a coprire gli scempi a poche terre da noi. Che maggio voglia spargere nell’aria profumi più di ogni altro mese? Che ne sarà dei giardini invasi dalle macchine di guerra quando, con le loro esplosioni devastanti, lasceranno al buio la bellezza delle corolle sostituendo al loro profumo gli olezzi dei corpi in putrefazione? Anche questa è un rimedio della natura? In Ucraina le rose non sono fiorite e i profumi si sono persi, in compenso solo l’odore della morte si diffonde nell’aria. E se anche qualche superstite ramo o cespuglio sopravvissuto alla violenza si ergesse, proprio a sfidare la morte, lungo i muri sbrecciati e la terra martoriata, quale bellezza potrebbe offrire davanti a tanta desolazione? Non morirebbe di dolore la rosa, afflitta per non poter offrire il suo calice ad anima viva? A che serve la bellezza se gli occhi sono ottenebrati dalla guerra? Eppure, in questa scena surreale della rosa tra le macerie, sarebbe interessante osservare lo sguardo dello zar, trafitto da un barlume di luce che il fiore gli dona. E’ un uomo, e avrà conosciuto la bellezza e forse lo attanaglierebbe una tristezza che giunge come un proiettile inaspettato. E se la guerra colpisce all’improvviso, allo stesso modo la rosa, nata tra i resti di quelle che erano città e luoghi di vita, non lo lascerebbe indifferente, testarda si innalza dove non dovrebbe. Ci sarebbero buone possibilità di educarlo alla vita che è più forte della guerra. Se lo zar potesse trovarsi nei posti che vede in cartina ma non visita di persona, non disprezzerebbe la rosa, seppur fatua, tra le rovine. Ma la guerra ha leggi che i fiori non conoscono e la speranza, fosse solo un fragile stelo in una fumosa terra ridotta a cenere, non deve mai morire. Forse sarà questo il fine della rosa e della sua bellezza: non lasciare che i cuori induriscano, ma coltivino sempre, anche tra le arsure, il fascino della vita che non si può permettere di perdere tempo a far la guerra.


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La vendetta

 

Molte storie televisive, tra quelle di maggiore successo, si fondano sul sentimento di vendetta. Una caratteristica che distingue soprattutto le serie straniere. Essa si costruisce su un danno materiale o morale da infliggere privatamente, che ripaghi il torto subito. Vendetta e giustizia non sempre vanno d’accordo, spesso la vendetta può oltrepassare la soglia del danno ricevuto. Questa sproporzione innesca meccanismi sempre più contorti. D’altra parte l’oltraggio va pure rimosso con una punizione. Solo così si può ristabilire l’equilibrio e placare l’inquietudine da cui si era attanagliati. L’impresa può rivelarsi molto più faticosa del danno portando a estreme conclusioni. E se da un lato attenua la rabbia e il rancore, dall’altra può suscitare nuovi odi e risentimenti. Da una vendetta non si torna illesi, e il male non ricade solo su chi deve essere punito, anche su chi lo ordisce. Si moltiplicano i contrasti e le incomprensioni. 



E’ figlia poi dell’ira, dell’incapacità a riflettere prima di prendere qualsiasi decisione in merito. E lo scambio di offese non si placherà se a quel primo male non si risponderà col bene. I sentimenti andrebbero educati attraverso la conoscenza, l’esperienza e la riflessione prima di imparare a gestirli. Ma tutto s’impara al momento e a oltraggio ricevuto è già tardi per capire come reagire, mentre la mente si annebbia e chiede solo vendetta, la più naturale delle tentazioni. Un sentimento così intenso da poterci costruire su una trama efficace con decisioni inaspettate, sorprese, ricatti, ritorsioni che tengono col fiato sospeso a lungo. Visionare un film con questi ingredienti può servire a comprendere ciò cui si va incontro. Non solo il cinema e la tv, anche la letteratura si fonda in buona parte su questo sentimento. Alexander Dumas padre ci ha appassionato con Il Conte di Montecristo, dove il protagonista, Edmond Dantes, trascorre la vita a vendicarsi di tutti quelli che lo avevano mandato in prigione ingiustamente. E non è forse ciò che fa Ulisse tornando a Itaca quando rende giustizia alla sua casa e alla sua sposa uccidendo i proci?  E l’Iliade con Achille che prende di nuovo le armi per combattere? Per non parlare delle tragedie di Shakespeare, tra cui l’Amleto. Qui il principe deve vendicare la morte del padre, il re di Danimarca. La tempesta del dubbio, “essere o non essere”, deriva proprio dall’incertezza tra riflessione e azione che si contrappongono in lui. Goethe e Coleridge hanno definito l’Amleto il dramma dell’introspezione e della speculazione, dove tutto si fonda sulla passione che anima il protagonista, al quale non basterà l’apparizione del fantasma del padre per mettere in atto la vendetta, vuole comprendere e come gli altri è impegnato a spiare per capire. Il sentito dire diventa importante e pericoloso al contempo. Servirà la maschera della pazzia e non solo l’orecchio a portare alla luce il detto, il conosciuto dei fatti. E I Promessi Sposi non attendono trentotto capitoli prima di poter contrarre il matrimonio che Don Rodrigo ha impedito nel primo per vendicarsi di Lucia che ha osato rifiutarlo? E Dante non ha attuato una vedetta nei confronti dei suoi contemporanei incontrandoli all’Inferno? Là, in Shakespeare, il dubbio amletico si trasforma in azione, qui, in Dante, la vendetta è tutta letteraria e funge lo stesso da valido strumento offensivo.

Nel medioevo la vendetta era un dovere per ogni uomo d’onore. Era un modo per circoscrivere un conflitto. Le sue radici affondavano nella pratica dell’ordalia, consuetudine germanica, in cui ogni contrasto poteva essere risolto con un duello. Pur essendo una contesa tra due persone richiedeva dei mediatori, testimoni, pacieri, quindi attenersi a un rito. Lentamente al duello si sostituì, all’interno della nascente burocrazia dei Comuni, il processo. Lo stesso Federico II di Svevia proibì l’ordalia nel 1231.

Vendicarsi scatena una tempesta da cui non ci si libera facilmente. Si presta bene da un punto di vista cinematografico. Ma la letteratura resta il luogo privilegiato della vendetta. Un misero sentimento è capace di innescare grandi azioni, gesta, messe in scena.

Con l’arte e per mezzo dell’arte si può dire tutto. E come dice Alessandro Piperno “L’arte è il dono che Dio ha dato ai letterati di vendicarsi senza spargimento di sangue”.


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Konrad Lorenz: Gli otto peccati della nostra società

 




Konrad Lorenz, zoologo ed etologo, nacque a Vienna nel 1903. Per volere del padre si laureò in medicina ma il suo principale interesse fu la zoologia. Premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1973 per i suoi studi sul comportamento innato fondato sulla teoria dell’imprinting, il processo di fissazione di impronta, a cui gli animali si rifanno sin dalla nascita e che determina l’attaccamento al primo che si muove davanti a loro e che riconoscono come la mamma. Nell’opera “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” mette a fuoco i problemi che la civiltà si trova a dover affrontare, accumulati nella sua evoluzione e che minacciano di ucciderla: la sovrappopolazione della Terra, la devastazione dell’habitat umano, l’accelerazione di tutte le dinamiche sociali a causa della competizione fra uomini, il bisogno di soddisfazione immediata di tutte le esigenze, primarie e secondarie che siano, il deterioramento  genetico causato dalla scomparsa della selezione naturale, la graduale perdita di antiche tradizioni culturali, l’indottrinamento favorito dal perfezionamento dei mezzi di comunicazione, la corsa agli armamenti nucleari. Intanto l’autore definisce il suo libro una sorta di geremiade che porta a comprendere come il rapporto tra esseri viventi pregiudichi l’andamento del pianeta.

Secondo lo studioso, tutti i vantaggi che l’uomo ha tratto da una conoscenza sempre più approfondita, per paradosso porterebbero a favorire la rovina dell’umanità. Nei paesi civilizzati, nessuno più è consapevole della grande carenza d’affetto e calore umano. Le masse della metropoli fanno sì che non si riesca più a conoscere il volto del nostro prossimo. Esso svanisce quando è troppo vicino e numeroso. Ciò che resta del sentimento di calore e di affetto è per soli pochi amici selezionati dopo aver fatto delle scelte. Questo appiattimento ci porta all’indifferenza. Alla disumanità si aggiunge poi l’aggressività e l’illusione che si possa formare un nuovo tipo di individuo immunizzato contro le conseguenze nefaste del sovrappopolamento. Secondo Lorenz tutti gli esseri viventi sono adattati gli uni agli altri, vale anche per quelli che si contrappongono tra loro. Predatori e prede sono in stretto rapporto. “Come può” si chiede il nostro “un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente banale e brutta, dell’uomo? In una grande città i grattacieli e l’atmosfera inquinata dai prodotti chimici non permettono nemmeno di vedere il cielo stellato”.

 Allo stesso tempo, in una veduta aerea di un sobborgo moderno si vedranno case standardizzate senza forma e senza cultura. A questo si aggiunge la competizione tra gli uomini. “Homo homini lupus” per cui l’uomo è di gran lunga più pericoloso del più feroce predatore. La competizione tra uomo e uomo agisce come nessun fattore biologico ha mai agito, distruggendo con brutalità tutti i valori che ha creato, una mossa esclusivamente da considerarsi utilitaristica. L’errore dell’utilitarismo sta nel confondere il fine con i mezzi. Il denaro e il tempo sono due categorie pericolose e ci si chiede se all’anima dell’uomo odierno procuri maggiore danno l’accecante sete di denaro oppure la fretta logorante. Chi detiene il potere politico ha interesse a favorire entrambi questi fattori spingendo gli uomini alla competizione e alla paura di essere superati dai concorrenti, di diventare poveri, paura di prendere decisioni, di non essere all’altezza. L’uomo moderno è minato dall’angoscia in tutte le sue forme. L’angoscia e la fretta privano l’uomo della riflessione e di rimanere con se stesso. La competizione economica in cui si è lanciata l’umanità è sufficiente ad annientarla. Parallelamente a ritmi sempre più stretti di lavoro c’è anche l’aumento dei bisogni dell’uomo. Ogni produttore cerca di innescare nel consumatore il bisogno dei suoi prodotti.

Altro campo preso in considerazione è l’estinguersi dei sentimenti. Negli esseri viventi le reazioni condizionate possono essere provocate da due stimoli contrapposti, producendo o la ripetizione del comportamento precedente, quindi il piacere, o l’inibizione fino a estinguerlo del tutto, quindi il dolore. Il rapporto piacere dolore pende nell’odierna società a favore del piacere. Tutti gli uomini vietano la sofferenza grazie alla farmacologia e alla tecnologia moderna rendendo tutti dipendenti. ”L’intolleranza al dolore, si legge nell’opera, fenomeno sempre più diffuso ai nostri giorni, trasforma i naturali alti e bassi della vita umana in una pianura artificiale, le onde grandiose del mare tempestoso in vibrazioni appena percettibili, le luci e le ombre in un grigiore uniforme. Cioè la noia mortale”. L’estinguersi delle emozioni sembra minacci in particolare quelle gioie e quei dolori che derivano necessariamente dai nostri rapporti sociali. L’impazienza a soddisfare immediatamente ogni desiderio e la gratificazione istantanea è sfruttata dai produttori che schiavizzano i consumatori ai loro prodotti. La preoccupazione di evitare la sofferenza toglie anche la forma di piacere che nasce dal contrasto tra sofferenza e gioia. Il non sopportare il dolore rende irraggiungibile la gioia. Con l’indottrinamento si può condizionare l’uomo adeguatamente. L’umanità entra in pericolo con l’imposizione di un falso codice di valori che giova solo ai suoi manipolatori. Noi civiltà occidentale non ci rendiamo conto fino a che punto siamo manipolati dagli interessi commerciali e della grande industria.  Gli uomini di potere auspicano un’illimitata condizionabilità dell’individuo. Questi manipolatori sono a loro volta vittime umane della loro disumana dottrina. E la manipolazione delle masse porta alla rovina dell’umanità. La parola d’ordine è la morte dell’individualità, per creare sudditi incapaci di ribellarsi. E se condizionando l’uomo ci si può aspettare qualsiasi cosa e se ne può fare ciò che si vuole, l’umanità commette qualcosa contro la sua stessa natura.


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Il mio primo libro

 

Il mio primo libro avuto in regalo è stato un testo di geografia dal titolo: Gli Stati Uniti. Lo ebbi in dono dopo averlo scelto. Fu una domenica che con i miei andai a fare visita a dei parenti a Napoli. Allora frequentavo la seconda media. 

Quando giungemmo a destinazione, non avevo proprio l’aria felice e convinta di chi va a fare una visita. Una volta si usava, nei giorni di festa, fare queste uscite, ma io le avevo a noia e portavo sempre qualcosa da leggere in macchina. In quella casa trovai santini e San Gennaro nella teca, il presepe in bellavista anche ad agosto, il profumo delle sfogliatelle, veduta panoramica sul mare, una bouganville che accompagnava la ringhiera del balcone, il caffè che faceva sentire i suoi sbuffi scoppiettanti e l’aroma penetrante. In tutta questa bellezza e dettagli che pure non mi sfuggirono, di cosa mi occupai? Della libreria. Mentre le mie sorelle cercavano di darsi da fare attirando l’attenzione dei grandi, io m’incollai alla libreria che stava alle spalle del salotto. Una parete di libri in cui perdersi. Pensai alla fortuna di avere qualcosa del genere. Era d’estate, avevo una gonna nera, maglietta glicine e sandali con tacco di 5 centimetri, tanto mi era concesso se uscivo con i miei. Tutti erano intenti a parlare e prendere il caffè e nessuno si accorse di me dietro di loro. Presa dal leggere i titoli che mi scorrevano sotto gli occhi, non feci caso che i miei tacchi, ad ogni passo, facevano rumore, quasi a incollarsi al pavimento per poi staccarsene. Fino a quando tutti zittirono e finirono i tintinnii delle tazze sul vassoio, il rumore delle carte delle cioccolate che accartocciavano, i sorsi rumorosi del liquore, per cui il mio spostarmi divenne evidente. Il silenzio subentrò mentre aprivo un libro di favole illustrate di Esopo. Fu allora che i due giovani di casa si avvicinarono per aiutarmi a cercare ciò che mi serviva. Mentre noi tre leggevamo, mia madre si lamentò con i parenti ai quali raccontò che non volevo mai uscire e in macchina non guardavo il panorama ma leggevo. Le risposero di essere felici di potermi assecondare, di quella libreria nessuno ne usufruiva. I libri li avevano ricevuti in eredità con la casa. I due giovani mi condussero, poi, nella loro stanza dove c’era un’altra libreria più a misura d’uomo. Da quest’ultima trassi La casa nella prateria. In quel periodo lo stavo leggendo in inglese da un testo portato da mio zio dall’Inghilterra. In Tv avevo visto la serie americana cui mi appassionai tantissimo. Cominciammo a parlare di West, d’indiani, di colonie, carovane, pionieri. Il ragazzo più grande portò alla mia attenzione un testo di geografia e mi invitò a leggerlo. La copertina era rivestita con una carta di pasticceria di una volta i cui lembi all’interno erano incollati. Aveva più di duecento pagine, diviso in capitoli, ognuno dei quali parlava di un’area di America con tutti i suoi stati. Sedetti in un’ampia poltrona e cominciai a sfogliarlo. I due giovani, accanto a me, m’invitarono a prendere delle pagine che si rifacevano agli argomenti di cui parlavamo. E partimmo con le spiegazioni. Era fornito di numerose cartine e mappe ben fatte. E’ stato il testo migliore per lo studio degli Stati Uniti. E mentre eravamo immersi tra città e fiumi, nomi di presidenti e capitali, mi vennero a chiamare. La visita era finita e dovetti salutare. In macchina il libro lo tenni ben stretto. Appena a casa, tirai via la carta che sapeva di zucchero coprendolo con un’altra colorata. Quando cominciò la scuola ero a buon punto e coinvolsi anche la mia compagna di banco. Insieme facevano delle escursioni bellissime. Non bastava leggere, prendevamo l’atlante e andavamo a cercare le rotte descritte. Quando non servì più, lo riposi nel piano più alto della mia libreria. Sono passati anni e il libro non si è più visto. Fino a quando un giorno, avendo promesso dei libri che non leggevo più ai miei alunni, giunsi a scuola con una scatola piena di storie. Mentre distribuivo i volumi, ebbi in mano il vecchio libro degli Stati Uniti e lo trattenni.

  “Mi dispiace, gli dissi, non posso dartelo! Sai perché? Questo è il mio primo libro ricevuto in dono e deve restare sempre con me. Domani ne acquisterò uno nuovo, sempre di geografia per te”. Il ragazzo mi guardò poi mi disse serio: “Ci tieni così tanto a questo libro? Dev’essere importante!”

“Un libro porta con sé tante storie, ma anche ricordi”. Capì e sorrise.

Mi riportava il periodo delle scuole medie, i miei compagni di allora con i quali aveva un feeling speciale, il ricordo dei due ragazzi che mi aiutarono a scegliere e a spiegarmi il testo, quella casa di parenti che sapeva di caffè e anice, il tramonto in quella stanza dove ci sedemmo a parlare degli indiani, la corsa a comprare l’Atlante più grande e completo per farmi viaggiare con lo studio, i miei disegni delle carte geografiche ancora sparsi nella scatola, la mia vecchia libreria che lo ha custodito per tanti anni. Un libro è un ponte con cui passiamo anche da una parte all’altra della nostra vita. Sono alcuni giorni che non riesco a trovarlo. Ma sono anche sicura che, nell’unica scatola sigillata in cui non ho guardato, il libro mi sta aspettando dopo questo lungo encomio prima di venire alla luce.

E una volta in mano, leggerò anche le frasi dei baci Perugina lasciati all’interno quel giorno.

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Computers e privacy

 

Mi è capitato più di una volta, dopo aver parlato di qualche argomento in particolare, o dopo qualche affermazione ad alta voce, tra amici o in famiglia, di aver letto poi su Facebook o anche su una pagina web, durante una ricerca, immagini e argomenti di cui parlavo. Pensavo fosse capitato solo a me, ma consultandomi, tutti hanno affermato di aver fatto caso a questa specie di “magia”. Questo ci fa capire quanto la tecnologia ci controlli.


                                       


Sembra surreale ma è così. Gli aggeggi che, ostinatamente, continuiamo a portare in mano, senza     liberarcene mai, finanche in bagno, sono dei delatori. Spiano i gusti, le abitudini, gli argomenti di cui      parliamo, patologie, idee, stili di vita… Per non parlare del computer o più nelle nostre case. Sono spie concentrate su dettagli della nostra vita, rapportano su ogni cosa. Non facciamo altro che portarli a spasso nelle nostre vite manco fossero delle guardie del corpo e della mente. In un articolo del 1970 si legge che la Repubblica federale tedesca studiava, allora, un progetto per targare tutti i cittadini tedeschi, un metodo che riprendesse“ i loro dati personali, tutti i loro incontri (a qualsiasi titolo) con la pubblica amministrazione”. E prima ancora c’era la proposta di prendere le loro impronte digitali. La motivazione era di stanare la criminalità organizzata. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, erano già schedati tutti i dipendenti pubblici, i criminali, i militari, quelli delle imprese e quelli che avevano a che fare col fisco. Le registrazioni rilevavano anche le amicizie, le spese, le infedeltà,  tutto ai fini, a detta dello stato, di un controllo per l’effettiva veridicità della dichiarazione dei redditi. Grande altra schedatura quella dei dati forniti dalle banche. Tutto ciò emerse per caso discutendo in parlamento della vita privata dei cittadini e di come fosse invasa in nome del controllo fiscale e criminale. Il polverone sollecitò la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che portò a parlarne in un dibattito con 400 giuristi.

 La parola privacy fu coniata dagli inglesi per tenere a bada la vita privata da quella pubblica. La normativa, aggiornata il 4 maggio 2016, è diventata un paradosso: più è invocata, più manca. Una volta non si parlava apertamente di salute, religione e politica, oggi non sono più dei tabù.  Il tracciamento delle nostre ricerche online segna un percorso le cui notizie appartengono alla nostra sfera privata. Se per più di una volta incalziamo lo stesso argomento nelle ricerche online, riveliamo una nostra tendenza, abitudine o interesse. A cominciare dai giornali che seguiamo, gli argomenti, il tipo di pagina che cerchiamo. Siamo degli algoritmi da seguire, nient’altro. Anche la nostra intelligenza può essere calcolata dalle nostre scelte. Tutto si sa di noi mentre non si conosce chi usufruirà dei nostri dati e per quale motivo. Se poi per un po’di giorni ci allontaniamo dai social, arriveranno inviti di ogni sorta preoccupati della vostra mancanza in rete.

Ogni paese, fornito di tecnologia, ha dovuto fare i conti con la privacy, concetto oggi molto assottigliatosi nel suo valore. La stessa sicurezza sociale ha fatto sì che la necessità di mappare e conoscere ogni movimento del cittadino producesse il suo effetto contrario. Siamo talmente scontati che per la nostra unicità forse scatteranno altri tipi di conoscenze: dichiarare il neo in qualche parte nascosta del nostro corpo o quell’abitudine gretta o ancora un tic, una smorfia, un ricordo, un evento. In Italia nel 1970 si calcolavano 2300 computers funzionanti, 15mila in Europa, 51mila negli Stati Uniti. Il computer è un elaboratore dati che incamera e archivia, e mentre prima ogni cinque anni tutti i documenti erano bruciati per l’impossibilità di incamerarli, oggi che senso ha poter gestire tutti questi dati?  Tra l’altro immagazzinare ha un costo e ci possono essere abusi da parte di chi usufruisce delle informazioni.

Il tutto si riduce a una disponibilità di potere: quello di fornire informazioni illimitate, di calcolo e di previsione. Un potere nelle mani dei detentori dell’economia per consolidare quanto già hanno.

Non solo, ma questo potere potrà moltiplicarsi per quanti sono gli interessi per cui si usano. Già allora, nel 1970, si parlava del computer come strumento di controllo e di oppressione se il suo uso non sarà sorvegliato. Oggi, dopo 52 anni da quelle previsioni, si va ben oltre e già vediamo gli effetti  negativi che il computer genera. Non sempre abbiamo la visione chiara poiché siamo annebbiati dagli effetti positivi del suo uso che pure ci sono, ma a un costo veramente alto, quello di mettere nelle mani delle multinazionali la nostra privacy e la nostra libertà. Niente resta che sia esclusivamente nostro, anzi, da quando è nata a parola privacy non siamo più protetti nella sfera privata. Ogni azione produce da sé la privacy e puntualmente è travalicata.

Niger Calder, uno scrittore scientifico britannico (1931-1914), affermò che ”i paesi liberi non possono garantire che continueranno a essere liberi; e l’esistenza di potenti tecnologie politiche, come spionaggio privato e gli schedari elettronici, può ridurre la possibilità di rimanere tali”.

E ancora: ”Qualora esista una rete di calcolatori, che copra tutti i campi in ogni ufficio e in ogni casa, potrebbe essere semplicemente impossibile di smettere di usarla nel caso che salisse al potere un dittatore; e, naturalmente, il fatto stesso di non usarla sarebbe considerato come un sospetto…”

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Vicolo del mortaio

 

Leggo sempre con grande interesse i libri di Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. E’ uno dei massimi rappresentanti della letteratura araba di tutti i tempi e unico ad aver ricevuto il premio Nobel. Tra i suoi romanzi spicca Vicolo del mortaio del 1947, ambientato durante la seconda guerra mondiale sotto il dominio britannico. L’autore affascina sin dalle prime frasi, immettendoci in un’atmosfera esotica già con l’incipit, dieci righe per descrivere la strada che ci farà conoscere, quanto basta per incollarci alla storia.

Nel vicolo del mortaio, alle porte del Cairo, la grande metropoli egiziana e la più grande del mondo arabo, gli abitanti si conoscono tutti, si osservano, si spiano, s’incontrano e scontrano. Il luogo mostra un’apparente tranquillità dall’alba al tramonto ma dentro gli animi ci sono moti invisibili agli altri, passioni che si vivono in silenzio, angosce e dolori impenetrabili. Il cuore del vicolo è il Caffè Kirsha, che pullula di vita con i suoi avventori, soprattutto a notte tarda, quando diventa il posto per i nottambuli. Tutto qui si consuma tra l’oblio e l’indifferenza. Ed escono così, dalla penna delicata dell’autore, i personaggi. Tra i primi Kamil, il venditore di basbusa, dolce tipico di semolino, Abbas al- Helwn, il barbiere innamorato di Hamida, la ragazza più bella del quartiere; Kirsha, il proprietario del caffè tormentato dalla passione omosessuale che lo porta a scontrarsi frequentemente con la moglie; Bushi, il dentista imbroglione che non ha mai preso il titolo di studio ed esercita per esperienza, e ruba ai morti le dentiere d’oro per impiantarle ai vivi; Zaita, oscuro personaggio, che procura infermità a chi vuole dedicarsi a fare il mendicante. L’autore alterna con la sua lente d’ingrandimento la descrizione dei personaggi e la loro vita con gradualità e tatto, con fare preciso e armonico. Mahfuz passa da una finestra a una bottega, da un uscio a una strada ponendosi a osservatore che rileva ma non giudica i vizi e le virtù dei personaggi. Il vero protagonista è il vicolo, un luogo tranquillo e sicuro che tiene al riparo i suoi abitanti dal feroce frastuono della città e in cui tutto accade e nulla trapela. Lo stile, come dice Harold Bloom, il più grande critico letterario americano, è ciò che contraddistingue un autore e talvolta diventa più importante della trama. Lo stile di Mafhuz è avvolgente, le parole scelte accuratamente, dialoghi e narrazione ben dosati. La sua partecipazione alla vita dei personaggi si avverte in tratti d’ironia e distacco senza mai penetrare nel giudizio, nel castigo o avversione. Tutti i personaggi sono trattati con lo stesso interesse e passione e mai l’autore prevarica mettendosi al loro posto. Il romanzo sembra uscito da “Le mille e una notte” e l’autore, proprio come Sharazade, incanta il lettore che non si sazia mai e aspetta il seguito sia esso scontato o inaspettato. L’atmosfera è di una storia infinita racchiusa in un realismo quanto mai tangibile. Il vicolo è un microcosmo che non manca di nulla e, tutto ciò che in esso accade, dà la misura di quanto avviene nell’animo umano. Si alternano sentimenti, decisioni, strategie, vendette. Nessuno è felice della sua sorte e si adopera per cambiarla. Così per Hamida, ragazza bellissima e ambiziosa che non si accontenta della povertà in cui vive e cerca con tutte le sue forze di uscirne. La vita di ciascuno è spinta dalle aspettative su cui si modellano il ritmo e le attese dei personaggi. Il vicolo è un mondo racchiuso in sé, con le sue leggi, usanze e tradizioni, ma basta uscirne per entrare nel vortice più chiassoso della metropoli. Nel suo ventre gli abitanti restano al sicuro pur odiandolo. Ma fuori di lì prevale il pericolo, c’è un mondo troppo grande per loro. L’autore ha interesse per la vita di tutti i giorni dei singoli personaggi, ed è in quella quotidianità che riesce a tirar fuori l’indicibile di ognuno. Nel placido vicolo scorrono le leggi di vita: di mattina si piange ma di sera già si sghignazza. A pagina 116,  Zaita, il personaggio che vive procurando infermità, dichiara: “Ognuno di noi viene al mondo come un re, ma poi la malasorte ne fa quello che vuole. Ed è giusto che la vita ci inganni, altrimenti, se sapessimo subito ciò che ci aspetta, rifiuteremmo di nascere!”

La lezione di Mahfuz  è che la vita, a volte, è un grosso abbaglio, l’amore non ripaga mai come dovrebbe, e alcune debolezze del cuore non sono altro che inganni, come la generosità e l’ingenuità. “Destino dell’uomo è essere scordato e del cuore venire trasformato”, afferma il maestro d’inglese Shaykh Darwish, un altro personaggio, alla fine del romanzo.

E una volta chiuso il libro viene voglia di rileggerlo per lo stato d’animo che lascia allo scorrere delle pagine. I personaggi restano nella mente con le loro dinamiche, le conquiste o l’ineluttabile fine cui vanno incontro.

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Atmosfere di una volta

 Qualche giorno fa a scuola, durante la mensa, un’alunna ha cominciato a sminuzzare la buccia del mandarino per poi costruire un personaggio sulla tovaglietta bianca. A ruota anche gli altri. Mentre si spandeva un profumo per l’aula, ho cominciato a raccontare cosa ci facevamo noi, una volta, con le bucce dei mandarini.  Raccolti intorno a un tavolo, davanti alle cartelle della tombola, tutti avevamo le mani piene per giocare nelle feste di Natale. I ragazzi mi ascoltavano attenti ma con difficoltà: non avevano alcun ricordo simile. Intanto narravo del contenitore scosso energicamente per avere il numero vincente. Anche chi non sopportava il gioco della tombola si fermava con gli altri attorno al tavolo. Non era solo il desiderio di giocare a trattenerci, quanto il calore dello stare insieme che accadeva di rado e soprattutto durante le feste. Tra un giro e l’altro arrivavano, sotto i nostri occhi, le zeppole all’anice e miele e poi gli struffoli, come chiedeva la tradizione. Bastava il profumo dei dolci a caricare ancora di più la voglia di giocare. Tra un assaggio e l’altro si sentiva la voce di turno che strillava: il morto che parla, l’Italia... C’erano i familiari, gli amici, le persone che frequentavano la casa, i vicini. La maggior parte dei ragazzi di oggi non conosce le tradizioni del Natale, non sa che le bucce di mandarino andavano nel fuoco per profumare l’aria, che le zeppole e gli struffoli erano pronti già per l’Immacolata, che in questo periodo inizia la novena alla Madonna, che i paramenti sacri in chiesa cambiano colore in base ai giorni di festa. Molti ragazzini stentano a fare anche il segno della croce , altri non conoscono il nome del Papa, e il significato della parola parroco, o il sacramento della cresima. Quando ho raccontato ciò che facevamo noi adulti di oggi, raccolti intorno a un tavolo, non sapevano nemmeno che esistesse il gioco della tombola. Come spiegare che, finiti i pezzettini di mandarino, si continuava con i fagioli, che ad ogni pie’ sospinto rotolavano giù e bisognava raccoglierli subito per posizionarli sulle cartelle; che c’era quello che barava appena ne aveva l’opportunità, della confusione che si creava dopo la vincita per suddividere il denaro. Mentre rivivevo le scene, sentivo ancora il suono delle monete, una sull’altra a formare una lunga pila al centro del tavolo, che tutti guardavano con avidità.




Verso la fine della tombolata, si stava in silenzio in attesa di capire chi fosse il fortunato della vincita. Subito dopo partivano gli sfottò per il vincitore, colpevole di aver ripulito il tavolo. Il gioco si fermava, poi, per una pausa dolciaria di castagne, susamielli, noci, nocciole, tortanetti, cucchiaiate di struffoli grondanti di miele e confettini con scorzette di frutti canditi. C’era sempre da sgranocchiare qualche cantuccino, un biscotto, un torroncino. Le cucine di allora erano ampie, intorno stufe a legna, profumo di alloro sparso sulle zeppole, di zucchero sciolto, di liquori. Le gote dei bambini erano rosse così quelle degli anziani che combattevano il freddo con bicchieri e bicchierini di vino o liquore. C’era sempre qualcuno fuori dal coro che chiedeva una crema caffè o con l’anice, magari lo zio in trasferta per le feste natalizie, il papà che aveva esagerato a pranzo. E tra una ciambella e uno struffolo partiva il racconto di un fatto con puntatina fuori a ritemprarsi. I vetri della stanza dove si giocava erano sempre appannati e il vapore acqueo sulle vetrate faceva staccare ora Babbo Natale di ovatta, ora l’alberello di stoffa o la befanuccia infreddolita. Si era tutti lì. Si scherzava, si rideva, si ripeteva la Smorfia:72, la meraviglia, 23, lo scemo, 77, il diavolo, 87, la vecchia, 90, la paura… C’era chi aspettava il commento al numero più della vincita, di bere un bicchierino con gli altri, raccontarsi e ascoltare gli altri. La tombola al centro del tavolo era un richiamo favoloso. Il fuoco ardeva nella fornace e fuori poteva esserci la bufera o la tormenta, nemmeno ce ne accorgevamo tanto era il calore dentro.  A volte il vento passava sotto le fessure delle porte giungendo come pugnali ai piedi, ma subito il calore del fuoco cacciava via quella ventata arrivata all’improvviso. Oggi è un po’ difficile se non anacronistico vivere qualcosa del genere in tempo di Covid. Ma esiste anche il virus della diffidenza, del mollare le tradizioni soppiantate dalle novità, ciò che può sembrare fuori moda. Il virus sembra una macchina da guerra che controlla i nostri avvicinamenti e li classifica. Sembra che dica di soffocare i nostri slanci, l’entusiasmo, l’incontro. Tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo propone il computer che ci immette in realtà virtuali con stanze per ogni bisogno. Ma con la freddezza della tecnologia cadono le emozioni, fatte di scoperte, curiosità, partecipazione. Non ci sono più certe atmosfere di una volta. Tutto scorre tra le braccia del consumismo che ci impone cosa, come, quanto e quando comprare. Quando ho spiegato che il giorno dopo la casa era ancora sotto l’assedio dei fagioli e delle bucce che venivano fuori dai posti più reconditi della casa, c’è stato uno scoppio di risa. Ho raccontato che una volta per inseguire un fagiolo avventuratosi sotto il divano, sono finita col dito su un ferro pungendomi con il sangue che defluiva come un torrente. Allora bandimmo i fagioli ai quali davamo la caccia per lungo tempo. Ma due giorni dopo la busta dei fagioli era di nuovo sul tavolo, al centro, come un ospite di riguardo. E mentre il nonno inforcava gli occhiali per leggere i numeri e posizionarli sul tabellone, già le mani affondavano nella busta per una manciata di legumi da tenere stretti per la giocata, mentre i bambini preferivano le bucce forse per le spruzzate di aroma inconfondibile  che davano. Qualcuno usava anche le molliche di pane o piccoli bottoni di madreperla rotti. Si poteva barare benissimo: bastava far rotolare i fagioli, spostare la buccia o far scivolare il bottone velocemente verso il numero appena pronunciato. E giocare diventava l’arte dello stare insieme. Quelle calde sere non sono più tornate, restano scene di un film che ciascuno rivede tra i ricordi. Anche i cani abbaiavano quando qualcuno vinceva: raggiungevano il vincitore girandoci intorno e scodinzolando. E non mancava l’arrivo di Fra’Cosimo, che trovandoci in un consesso così raccolto, ci invitava subito a pregare con la benedizione finale. Solo dopo onorava la padrona di casa assaggiando zeppole e struffoli.


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