Il lettore e il non detto

 


Nella lettura di un testo non c'è soltanto un autore che racconta: c'è anche un lettore che legge. L'uno offre i contenuti, l'altro li elabora. Il messaggio non arriva a tutti nello stesso modo, perché ogni lettore interpreta ciò che legge attraverso la propria sensibilità, la propria esperienza e il proprio vissuto. Esiste certamente un nucleo di significato comune, quello che l'autore costruisce e che tutti possono comprendere; ma ciò che cambia da lettore a lettore è tutto ciò che lo scrittore lascia in ombra, quel "dire e non dire" che invita chi legge a completare il tassello mancante.

Ci sono fatti che, una volta narrati, continuano a svilupparsi nella mente del lettore. È lì che interviene la sua intelligenza, la sua immaginazione, la sua capacità di interpretare. Il lettore non è un soggetto passivo né ingenuo: comprende le parti mancanti, coglie le allusioni e intuisce ciò che l'autore ha scelto di non esplicitare. Spiegare ogni particolare rischierebbe di risultare non solo superfluo, ma persino didascalico.

Uno scritto deve essere chiaro, ma la chiarezza non coincide con la spiegazione di tutto. Esistono elementi che emergono naturalmente dal contesto e che non hanno bisogno di essere sottolineati. Anzi, è proprio la fiducia nell'intelligenza del lettore a rendere una narrazione più viva.

Nel Conte di Montecristo, ad esempio, la vendetta di Edmond Dantès è evidente fin dalle sue azioni. Alexandre Dumas non sente il bisogno di ripetere continuamente che il protagonista è animato dal desiderio di vendicarsi: lo mostra attraverso i suoi gesti, le sue decisioni, la pazienza con cui costruisce il proprio piano. Questo è uno dei compiti fondamentali della narrativa: mostrare invece di spiegare.

Naturalmente esistono anche lettori diversi. Se da una parte lo scrittore deve conoscere le regole della narrazione, dall'altra deve sapere che ogni lettore affronta il testo con aspettative differenti. Alcuni amano il non detto e provano piacere nel completare da soli ciò che manca; altri, invece, desiderano leggere proprio quelle parole che sembrerebbero inutili, perché trovano soddisfazione nel vedere espresse emozioni che nella vita quotidiana vengono spesso soltanto suggerite.

Esistono, dunque, molti modi di leggere. C'è chi apprezza la sottrazione e chi preferisce la completezza; chi ama interpretare e chi desidera essere accompagnato dall'autore anche nei passaggi più emotivi.

Quando si giunge al culmine di una storia d'amore, ad esempio, la frase «Ti amo» potrebbe sembrare superflua. Il sentimento è già evidente nei comportamenti dei personaggi. Eppure molti lettori attendono proprio quel momento. Non tanto per le due parole in sé, quanto per la reazione che esse provocano: come verranno accolte? Cambieranno il rapporto tra i protagonisti? Saranno pronunciate nel momento giusto oppure troppo tardi? È spesso la conseguenza di quelle parole a interessare il lettore più delle parole stesse.

Nell'economia della narrazione certe scene potrebbero apparire ridondanti, ma rispondono a un bisogno profondo di chi legge. A volte desideriamo trovare sulla pagina ciò che nella vita viene dato per scontato e che, proprio per questo, raramente viene espresso. Anche questa è una funzione della letteratura.

Ogni autore, allora, dovrebbe chiedersi quale sia lo scopo della propria scrittura. Se l'intento è soprattutto informare, sarà naturale esplicitare maggiormente i passaggi e guidare il lettore. Se invece lo scopo è suscitare domande, emozioni e interpretazioni, allora il non detto diventa uno strumento prezioso, perché lascia spazio all'immaginazione di chi legge.

Ed è proprio l'immaginazione a fare la differenza. Essa nasce dalla realtà, ma la supera continuamente, costruendo possibilità, scenari e interpretazioni. Lo scrittore offre gli elementi essenziali; il lettore, con la propria esperienza, li trasforma in immagini, emozioni e significati personali. È in questo incontro che la storia prende davvero vita.

È proprio quest'ultima, l'immaginazione, a fare la differenza. Essa nasce dalla realtà, ma su quella realtà costruisce ipotesi, possibilità, percorsi alternativi. Da una sola situazione possono nascere molte interpretazioni. Lo scrittore non offre soltanto una storia: mette il lettore davanti a molteplici possibilità di interpretazione. Sarà quest'ultimo, attraverso la propria esperienza e la propria immaginazione, a scegliere quale sviluppare e a completare ciò che il testo lascia intenzionalmente in sospeso.

Non tutti leggono per le stesse ragioni. C'è chi cerca nella lettura un'occasione di apprendimento, chi desidera allenare il proprio spirito critico e chi, invece, è attratto soprattutto dallo stile dello scrittore, dal modo in cui racconta più che da ciò che racconta. Sebbene forma e contenuto siano strettamente legati, può accadere che uno prevalga sull'altro: ci sono libri che conquistano per la qualità della scrittura e altri che rimangono impressi soprattutto per la forza delle idee.

Una storia può perfino essere simile a molte altre nel suo intreccio. Ciò che distingue un libro da un altro è il modo in cui viene narrata: la scelta delle parole, il ritmo, la costruzione delle scene, la voce dell'autore, la capacità di soffermarsi sui dettagli o, al contrario, di procedere con essenzialità.

Lo stesso autore può essere volutamente prolisso nella descrizione di una scena e sorprendentemente sintetico in un'altra, proprio dove il lettore avrebbe desiderato soffermarsi più a lungo. Anche queste scelte fanno parte della poetica di uno scrittore e del dialogo che instaura con chi legge.

Esistono poi i luoghi comuni, quelle situazioni così note da sembrare quasi inutili da raccontare. Eppure sono proprio le più difficili da scrivere. Il rischio è duplice: cadere nel ridicolo oppure nel banale, trasformando un'emozione autentica in una frase già sentita.

Se parliamo d'amore, ad esempio, occorre conoscere il sottile confine tra ciò che è inevitabilmente ovvio e la capacità di raccontarlo in modo nuovo; tra il romanticismo e la frase sdolcinata; tra la necessità di rappresentare un momento decisivo della storia e il pericolo di non rendergli giustizia.

I luoghi comuni, quindi, non vanno semplicemente eliminati: vanno reinventati. La scrittura ha bisogno di immagini sempre nuove, di sfumature inattese, di stati d'animo osservati da prospettive originali e di parole capaci di restituire significati che sembravano ormai consumati dall'abitudine.

Alcuni lettori dei miei romanzi mi hanno confidato di aver atteso scene che non sono mai arrivate. Io le avevo lasciate fuori perché le consideravo implicite, convinta che il lettore potesse immaginarle senza bisogno che venissero raccontate. Eppure loro avrebbero desiderato proprio quella scena, con tutta la sua descrizione, i dialoghi e le emozioni che io avevo scelto di lasciare nel non detto.

Questo mi ha fatto capire che anche il lettore più attento e più abituato a interpretare, talvolta, desidera leggere proprio ciò che ha sempre dato per scontato. Non perché non sia in grado di immaginarlo, ma perché vuole vivere quell'emozione insieme ai personaggi.

Anche uno stesso lettore cambia nel corso della vita. Ci sono periodi in cui cerca soprattutto saggi, altri in cui sente il bisogno del romanzo, altri ancora in cui si rifugia nella narrativa sentimentale o nell'ironia. La lettura risponde spesso a un'esigenza interiore, compensando ciò che in quel momento manca alla nostra esperienza.

Per questo credo che la letteratura assomigli a una farmacia. Nessuno ha sempre bisogno dello stesso medicinale: a volte servono vitamine, altre un analgesico, altre ancora una cura più specifica. Così è anche per i libri. Ogni lettura risponde a un bisogno diverso e accompagna il lettore in un particolare momento della sua vita.

Tra lo scrittore e il lettore si crea così un filo sottile, fatto di sensibilità, immaginazione, aspettative, capacità critica e fiducia reciproca.

Il non detto è parte integrante della narrazione. Il fatto che un avvenimento non venga raccontato esplicitamente non significa che non sia accaduto. In un romanzo, come nella vita, alcuni eventi rimangono sullo sfondo e continuano a produrre effetti anche quando non vengono più nominati. Spetta al lettore ricordarli, collegarli e comprenderne le conseguenze.

Per questo, nella lettura, protagoniste sono insieme la storia e l'immaginazione. Ogni scena prende forma nella mente di chi legge, che la colora con la propria esperienza, la rende concreta attraverso i propri ricordi e la anima con la propria sensibilità.

È forse anche per questo che spesso diciamo di essere rimasti delusi da un film tratto da un romanzo. Durante la lettura avevamo costruito immagini, volti e ambienti completamente diversi da quelli scelti dal regista. Il film ci appare allora estraneo alla nostra immaginazione. Talvolta, però, accade anche il contrario: la versione cinematografica riesce a chiarire alcuni passaggi della storia e rende più evidente ciò che sulla pagina era rimasto implicito.

Nessuno scrittore è davvero solo mentre racconta una storia. Accanto ai personaggi c'è sempre il lettore, che osserva, interpreta, pone domande, si aspetta risposte, accompagna l'autore lungo il cammino della narrazione. In un certo senso, la storia continua a prendere forma anche grazie alla sua presenza.

Ed è proprio per questo che ogni libro cambia a seconda di chi lo legge. Una volta pubblicato, non appartiene più soltanto al suo autore, ma anche ai lettori che lo fanno vivere con la propria immaginazione. Ognuno vi porta immagini diverse, interpretazioni personali, ricordi ed emozioni. Per questo motivo, a volte, una conversazione tra lettori dopo la lettura può rivelarsi persino più ricca e illuminante della presentazione dello stesso libro.


Il mio vecchio metronomo



Il mio vecchio metronomo da anni occupa lo stesso posto sul pianoforte, accanto alla scrivania del mio studio, dove trascorro gran parte delle mie giornate tra libri, appunti, articoli e pagine da scrivere. Il tempo lo ha segnato: ha perso il coperchio frontale e alla base gli manca un pezzettino che lo fa zoppicare. Per farlo battere con regolarità bisogna sistemarlo con attenzione, trovargli il giusto equilibrio. Eppure continua a essere presente, quasi vigile, come un vecchio compagno che non ha mai smesso di aspettarmi.

Una volta, terminata la lezione o lo studio, avevo l'abitudine di richiuderlo e spostarlo più indietro sul pianoforte, per evitare che potesse cadere sui tasti. Oggi il suo pendolo è immobile. Eppure basta posare gli occhi su di lui, mentre scrivo, perché ricominci a muoversi dentro di me. Riaffiorano i giorni in cui ogni studio iniziava immancabilmente dalla tecnica, proseguiva con il solfeggio e solo dopo lasciava posto ai brani da interpretare.

Risento nelle orecchie i diversi battiti del metronomo: ora lenti, ora più incalzanti, secondo l'andatura richiesta dal pezzo. Quel ticchettio regolare era molto più di un semplice aiuto musicale. Era una disciplina. Mi insegnava il valore dell'attesa, della gradualità, della precisione. Senza accorgermene, mentre imparavo il tempo della musica, imparavo anche quello della vita. Ogni cosa ha il suo ritmo, e forzarlo significa quasi sempre comprometterne la bellezza.

Ora il metronomo sembra guardarmi dalla sua postazione. Senza il suo coperchio ha quasi l'aspetto di un piccolo volto che mi osserva. Ogni tanto mi invita silenziosamente a sedermi al pianoforte. All'inizio mi concedo qualche brano conosciuto; poi, senza rendermene conto, torno agli esercizi di tecnica, agli studi e persino a provare qualcosa di nuovo. È curioso come il percorso si sia invertito: da ragazza iniziavo con la tecnica per arrivare alla musica; oggi parto dalla musica e finisco inevitabilmente con la tecnica, come se cercassi di ritrovare le fondamenta di ciò che sono stata.

Il tempo trascorso davanti al pianoforte non è mai stato tempo perso. Anzi, è stato uno dei modi più intensi e autentici di vivere la mia giovinezza. Solfeggiare, scrivere la musica sotto dettatura, esercitare le dita, correggere un passaggio decine di volte, aumentare lentamente la velocità senza perdere precisione: ogni conquista aveva il sapore di un esame superato, di un dipinto al quale si aggiunge l'ultima pennellata, di una figura di danza finalmente eseguita con naturalezza dopo infiniti tentativi.

L'arte non concede scorciatoie. Chiede concentrazione, fatica, costanza, pazienza, umiltà. Chiede di mettersi continuamente in discussione. Ogni nota sbagliata diventa un invito a ricominciare, ogni miglioramento una piccola vittoria conquistata con il lavoro.

Suonare allena insieme la mente e le mani. Educa l'orecchio ad ascoltare davvero, a distinguere le sfumature, a percepire quando una frase musicale respira e quando invece è ancora rigida. Il suono prodotto dalle nostre mani sembra nascere da un luogo nascosto dell'anima. Attraverso la musica prendono forma emozioni, ricordi, malinconie, entusiasmi. Non si suona soltanto perché gli altri ascoltino: si suona, prima di tutto, per ascoltare se stessi. L'esecuzione diventa così un dialogo silenzioso con la parte più profonda di noi.

Ogni forma d'arte possiede questa capacità. Anche quando viene ammirata dagli altri, è anzitutto un confronto con se stessi. Ci obbliga a misurare i nostri limiti, a riconoscere le nostre fragilità, a dare una forma visibile a ciò che sentiamo. Per questo l'arte cura. Cura chi la pratica e, qualche volta, anche chi la incontra.

Il mio vecchio metronomo continua a regalarmi improvvisi flash del passato. Mi rivedo ragazza mentre batto il tempo con entrambe le mani quando le note sembrano sfuggirmi. Ricordo l'impazienza con cui lo afferravo quando la velocità non aumentava come desideravo o quando un passaggio sembrava ribellarsi a ogni tentativo. Facevo scorrere lentamente il cursore lungo l'asticella, provando un'andatura dopo l'altra fino a trovare quella capace di accompagnare il brano senza tradirlo.

La sua casa è sempre stata il pianoforte, appoggiato sopra un centrino lavorato all'uncinetto da me. Anche quello racconta una parte della mia storia. Il pianoforte doveva essere sempre impeccabile: spolverato con cura, i tasti lucidati, ogni impronta cancellata. Era un gesto di rispetto verso lo strumento che mi accompagnava ogni giorno.

Ancora oggi, quando mi siedo davanti alla tastiera, la prima cosa che faccio è cercare il tempo. Ho bisogno di quel battito regolare che mi accompagna come un maestro discreto. Mi ricorda l'adolescenza, quando restavo ore a ripetere gli stessi passaggi finché le mani non imparavano da sole ciò che all'inizio sembrava impossibile. Ricordo la confusione delle prime letture, le esitazioni, gli errori. Poi, lentamente, tutto acquistava ordine. Le dita trovavano la strada, il ritmo diventava naturale, il brano iniziava finalmente a respirare. Solo allora arrivava il momento più bello: rifinirlo, cercarne le sfumature, renderlo davvero mio.

Ogni conquista musicale mi insegnava qualcosa che andava ben oltre la musica. Mi abituava allo sforzo prolungato, alla disciplina quotidiana, alla capacità di non arrendermi davanti alle difficoltà. Si studiava in estate come in inverno, con il caldo che appiccicava le mani ai tasti o con il freddo che irrigidiva le dita. Non esistevano scuse. Suonare era un impegno preso con me stessa prima ancora che con gli altri.

Da quella posizione il metronomo sembra quasi un piccolo omino sempre pronto a rimettersi al lavoro. Talvolta mi rimprovera per averlo trascurato troppo a lungo; altre sembra incoraggiarmi, come se aspettasse soltanto che io torni a dargli una ragione per battere ancora il tempo. Mi ricorda le nostre antiche battaglie quando cercavamo insieme l'andatura giusta per affrontare i brani più difficili. A volte ero costretta persino a metterlo da parte, perché alcune pagine musicali richiedevano prima una libertà che solo in seguito poteva essere ricondotta alla precisione del ritmo.

Molte volte ho pensato di sostituirlo con un metronomo nuovo. Ma se lo togliessi definitivamente dal pianoforte sarebbe come perdere una parte della mia storia. Quel piccolo oggetto conserva le ore di studio, i sacrifici, le soddisfazioni, i sogni di un'adolescente che nella musica aveva trovato un linguaggio capace di darle voce.

Così continua a restare lì mentre io scrivo, leggo, correggo un libro o preparo un nuovo lavoro. È diventato un punto di riferimento silenzioso. Mi ricorda che il tempo è il bene più prezioso che possediamo e che va custodito con la stessa cura con cui si custodisce un'opera d'arte.

Forse è proprio questo che la musica mi ha insegnato più di ogni altra cosa. Un brano non nasce tutto insieme. Prima si leggono le note, poi si studiano le mani separatamente, si cerca il ritmo, si uniscono le parti, si correggono gli errori e soltanto alla fine si ascolta la composizione nella sua interezza.

Anche la vita è così. Mentre la viviamo ci appare frammentaria, fatta di episodi che sembrano non avere un legame tra loro. Alcuni momenti sono armoniosi, altri dissonanti; certe battute sembrano arrestarsi, altre accelerano senza preavviso. Solo guardando indietro comprendiamo che ogni esperienza aveva un posto preciso nello spartito della nostra esistenza e che anche le pause erano necessarie quanto le note.

Per questo ho deciso di dare un nome al mio vecchio metronomo. Lo chiamo "il pendolare". Non soltanto perché la sua asticella continua ad andare da una parte all'altra, ma perché ogni suo movimento è un viaggio continuo tra il presente e il passato. Ogni volta che spolvero il pianoforte faccio oscillare il pendolo a un'andatura media, quasi per assicurarmi che non abbia perso il suo respiro. È il nostro modo di salutarci. Come per dirgli che il nostro non è finito, ma un tempo che continua ad abitarmi.

Ormai viviamo in una silenziosa simbiosi. Lui sembra aspettare qualcosa da me e io, ogni volta che il lavoro me lo permette, mi avvicino al pianoforte. Se non posso farlo, gli prometto che tornerò presto. Così nascono i nostri appuntamenti: per riscoprire un vecchio valzer, una sonata dimenticata, uno studio di tecnica o semplicemente il piacere di ascoltare ancora una volta il suono delle mie mani sui tasti.

Perché il passato, quando è stato vissuto con passione, non diventa mai davvero passato. Rimane dentro di noi come una melodia imparata da bambini: può restare in silenzio per anni, ma basta un piccolo battito di metronomo perché torni a risuonare con la stessa limpida emozione di allora.

Dal mio ficus al fico di Sylvia Plath





Questa mattina, guardando il Ficus benjamin sul mio terrazzo, mi chiedevo quale valore avesse questa pianta che cresce così rapidamente, arricchendosi di fogliame e innalzando rami in ogni direzione, fino a occupare tutto lo spazio intorno. È una crescita spontanea, quasi inarrestabile, che sembra non conoscere esitazioni. Da qui è nata la decisione di regalarlo a qualcuno che possa piantarlo in un terreno dove crescere liberamente, senza i limiti imposti da un vaso.

Mentre riflettevo su questo, mi è capitato di ascoltare su TikTok uno psicologo che parlava del celebre fico di Sylvia Plath. Una coincidenza che mi ha colpito. Certo, il mio è un ficus e quello di cui si parla nel romanzo è un albero di fichi, ma il richiamo simbolico è stato immediato.

La metafora compare nel romanzo La campana di vetro (1963) ed è raccontata dalla protagonista, Esther Greenwood. Davanti a un fico immagina che ogni frutto rappresenti una possibile vita: una brillante carriera accademica, il matrimonio con dei figli, il successo come poetessa, l'indipendenza professionale e molte altre possibilità. Esther non desidera sceglierne una soltanto: vorrebbe poterle vivere tutte contemporaneamente. È proprio questa impossibilità ad angosciarla. Incapace di decidere, resta immobile a osservare i fichi maturare e cadere uno dopo l'altro, marcendo ai piedi dell'albero. La mancata scelta finisce così per trasformarsi nella rinuncia a tutte le possibilità.

È una delle immagini più suggestive del romanzo. Sebbene La campana di vetro sia un'opera semiautobiografica, è Esther Greenwood a vivere questa esperienza narrativa, attraverso la quale Sylvia Plath esprime inquietudini che appartenevano anche alla sua sensibilità.

Il romanzo segue la vicenda di Esther, una studentessa brillante che ottiene un prestigioso tirocinio presso la rivista Mademoiselle a New York. Quella che dovrebbe rappresentare l'inizio di un futuro luminoso diventa invece il momento in cui prende coscienza della distanza tra i propri desideri e ciò che sente di poter realmente realizzare. Le aspettative della società, i ruoli imposti alle donne, il timore di rinunciare a una parte di sé e la difficoltà di immaginare un'esistenza che comprenda tutte le proprie aspirazioni alimentano una profonda crisi interiore. La metafora del fico è uno dei simboli di questo smarrimento, ma non ne esaurisce il significato: la depressione di Esther nasce infatti dall'intreccio di fattori personali, sociali ed esistenziali.

Progressivamente la protagonista precipita in una grave depressione, fino al tentativo di suicidio. Grazie alle cure psichiatriche e al sostegno ricevuto, intraprende un lento percorso di recupero, senza che il romanzo proponga facili soluzioni. Rimane invece aperta la domanda su come sia possibile costruire la propria identità senza sentirsi soffocati dalle aspettative esterne.

La metafora del fico continua ancora oggi a parlarci. Ogni scelta comporta inevitabilmente una rinuncia e forse è proprio questo l'aspetto più difficile da accettare. Vorremmo conservare aperte tutte le possibilità, ma la vita ci costringe a percorrerne soltanto alcune. Restare immobili, nella speranza di non perdere nulla, significa spesso perdere tutto.

Per le donne questa riflessione assume ancora oggi una particolare intensità. Molte continuano a confrontarsi con aspettative che chiedono loro di essere contemporaneamente professioniste affermate, madri presenti, compagne attente, figlie disponibili e persone capaci di coltivare le proprie passioni. Sebbene molto sia cambiato rispetto agli anni in cui Sylvia Plath scriveva, il peso di queste richieste continua spesso a ricadere in misura maggiore sulle donne. Ne derivano sensi di colpa, compromessi, rinunce e la costante impressione di non essere mai abbastanza in nessun ambito.

Ripensando al mio Ficus benjamin, mi accorgo allora che il contrasto con il fico immaginato da Esther è sorprendente. Il mio albero cresce senza interrogarsi sulla direzione da prendere: allunga i suoi rami dove trova spazio, senza il timore di escludere altre possibilità. Il fico della Plath, invece, è immobile, gravido di frutti che rappresentano vite possibili destinate a cadere perché nessuna viene scelta. Forse è proprio questa la differenza tra la natura e gli esseri umani. Le piante crescono seguendo la loro vocazione; noi, invece, siamo chiamati continuamente a scegliere. E ogni scelta, inevitabilmente, ci trasforma.

Via del Greto

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo primo

                               

                                                  Campo di Grano con volo di corvi, Van Gogh
 

                                                           Romanzo 

                                                           Capitolo I

Alfonso ritirò la posta dalla cassetta. Un ammasso di carta: pubblicità, bollette, volantini. In mezzo, una busta color avorio attirò la sua attenzione. Era indirizzata a mano con una calligrafia chiara ed elegante, leggermente inclinata. La prese incuriosito. "Chi scrive ancora lettere, oggi?" si chiese.

Per leggerla indisturbato si avviò verso il gazebo sulla terrazza di casa, dove il piccolo vivaio di piante tropicali regalava ombra anche nelle ore più calde. Si sedette, aprì la busta e iniziò a leggere. Arrivato in fondo, tornò all'inizio e la lesse una seconda volta, poi una terza. Quando i suoi occhi si posarono sulla firma, rimase immobile. Letizia.

Quel nome non gli restituì alcun volto. Solo una sensazione vaga, come una porta della memoria rimasta chiusa troppo a lungo. Era proprio quel vuoto, più ancora della richiesta contenuta nella lettera, a procurargli un lieve disagio.

Entrò in casa con il foglio ancora tra le mani.

«Maria, ti dice qualcosa il nome Letizia?»

La sorella smise di riordinare la tavola e rimase qualche istante in silenzio, come se anche lei stesse cercando un ricordo lontano. Poi il suo viso si illuminò.

«Ma certo. Letizia, la figlia dei Ferrero, i vicini del podere accanto al nostro. Da piccola chiamava mamma e papà "zii", e tutti pensavano che foste cugini.»

Alfonso continuava a non ricordare.

«I suoi genitori morirono quando era ancora bambina» proseguì Maria. «Una zia la portò con sé in Valle d'Aosta. Non aveva altra famiglia.»

Erano passati quasi vent'anni.

Alfonso abbassò lo sguardo sulla lettera. Letizia gli chiedeva ospitalità per qualche settimana. Sentiva il bisogno di rivedere i luoghi dove era nata, di respirare ancora l'odore della terra e quello del mare che aveva perduto troppo presto. Poteva davvero rifiutarle quella possibilità?

Alfonso era il secondo di tre figli e viveva ancora con i genitori, Maria e il fratello Andrea. Dopo la laurea in Economia aveva deciso di concedersi un anno sabbatico prima di partire per gli Stati Uniti, dove avrebbe completato la propria specializzazione. L'idea di lasciare casa lo entusiasmava e, allo stesso tempo, lo inquietava. Amava quella famiglia, il podere, gli amici di sempre. Eppure sentiva che il suo futuro cominciava oltre quella collina.

Era la fine di giugno. Il grano ondeggiava ancora nei campi, punteggiato qua e là dal rosso dei papaveri. Alfonso usciva spesso all'alba o nel tardo pomeriggio, quando il sole concedeva un po' di tregua. Gli piaceva il rumore della ghiaia sotto le scarpe, il gesto quasi inutile di togliere una foglia secca da un ramo, il profumo della terra riscaldata dal sole. In alcuni punti, tra gli ulivi, il mare compariva all'improvviso. Ogni volta si fermava, si appoggiava a un tronco e restava a guardare l'orizzonte, come se laggiù ci fosse qualcosa che lo stesse aspettando.

L'arrivo di Letizia continuava a procurargli una sottile inquietudine. Non riusciva a ricordarne il volto e si domandava perché, dopo tanti anni, avesse sentito il bisogno di tornare proprio allora.

Il sabato mattina prese la Mini e si avviò verso la stazione. Lungo la strada vide una ragazza ferma con un trolley. Guardava alternativamente un foglietto e le case intorno, con l'aria di chi teme di essersi perso. Alfonso rallentò e le chiese:

«Hai bisogno di aiuto?»

La ragazza alzò lo sguardo. Appena lo vide, un sorriso le distese il volto.

«Cerco via del Greto... il podere dei Varriale.»

«Io sono Alfonso Varriale.»

Lei lasciò sfuggire un lieve sospiro di sollievo.

«Allora sei tu...»

«E tu devi essere Letizia. Benvenuta. Hai fatto tutta questa strada a piedi? Stavo proprio venendo a prenderti.»

Lo osservò per qualche istante. Lo aveva riconosciuto subito. Il tempo aveva cambiato i lineamenti del ragazzo che ricordava, ma non quello sguardo chiaro né il sorriso appena accennato, così simili a quelli del padre.

«Non ti ricordi di me?» domandò con dolcezza.

Alfonso abbassò appena gli occhi.

«Mi dispiace... no.»

Per un istante una lieve delusione attraversò il volto di Letizia, ma scomparve subito dietro un sorriso.

«Sono passati tanti anni.»

Lui scese dall'auto, la salutò con un bacio sulle guance e sistemò il trolley nel bagagliaio. Durante il tragitto verso casa, Letizia rimase incantata dal paesaggio. Seguiva con lo sguardo i campi di grano, i papaveri, gli ulivi e le vigne che scendevano dolcemente verso il mare. Sembrava riconoscere ogni angolo di quella terra. Alfonso la osservava di tanto in tanto. Lei quasi non si accorgeva della sua presenza: guardava quei luoghi con gli occhi di chi ritrova qualcosa che ha amato e che credeva perduto.

La famiglia Varriale accolse Letizia con un calore che la commosse più di quanto avesse immaginato. La madre di Alfonso fu la prima a stringerla in un abbraccio lungo e sincero, come se in tutti quegli anni avesse atteso quel momento.

«Quanto sei cresciuta...» disse accarezzandole il viso. «Quando sei partita questa casa è diventata improvvisamente più vuota. Mi sembrava che mancasse qualcuno della famiglia.»

Anche Maria la abbracciò con affetto, mentre Andrea le prese la valigia sorridendo.

«Ben arrivata. Adesso, però, qui nessuno resta con le mani in mano.»

La battuta strappò una risata a tutti e sciolse la tensione dei primi minuti.

Durante il pranzo i ricordi riaffiorarono uno dopo l'altro. Si parlò dei genitori di Letizia, delle estati trascorse insieme, delle corse nei campi e dei giochi da bambini. Lei ascoltava in silenzio, sorridendo ogni tanto, ma si rendeva conto che molti di quei ricordi appartenevano agli altri più che a lei.

«Io ricordo poco,» ammise a voce bassa. «Soprattutto dei miei genitori. Alcune immagini... qualche profumo... niente di più.»

La madre di Alfonso le prese una mano.

«Eri troppo piccola. È normale.»

Letizia annuì. Raccontò della zia che l'aveva cresciuta in Valle d'Aosta, della scuola, del lavoro e della casa che era riuscita a costruirsi. Parlava con serenità, ma sceglieva con cura cosa raccontare e cosa tenere per sé. Disse abbastanza da rassicurarli. Non disse tutto.

Alfonso rimase ad ascoltare quasi per tutto il tempo. Osservava quella ragazza che parlava con naturalezza della sua famiglia come se ne avesse sempre fatto parte e continuava a chiedersi come fosse possibile non ricordarla affatto. Erano coetanei. Avevano trascorso l'infanzia a pochi metri di distanza. Eppure, nella sua memoria, di Letizia non era rimasta alcuna traccia.

Più tardi, rimasta sola nella camera degli ospiti, Letizia si affacciò alla finestra. Davanti a lei il podere si stendeva fino alla collina, dove gli ulivi lasciavano spazio all'azzurro del mare. Inspirò profondamente. L'aria profumava di terra, di erba secca e di salsedine. Chiuse gli occhi e, per un attimo, ebbe la sensazione di essere tornata nel posto a cui era sempre appartenuta. Non ricordava quasi nulla della sua infanzia, eppure quei luoghi le parlavano con una voce che riconosceva.

Nei giorni successivi si inserì nella vita della famiglia con una naturalezza che sorprese tutti. Aiutava la madre di Alfonso in cucina, dava una mano a Maria nelle faccende di casa e, quando poteva, seguiva Andrea nel podere. Non lo faceva per educazione o per sentirsi in obbligo. Era come se ogni piccolo gesto le permettesse di ricostruire un legame interrotto troppo presto.

Alfonso, invece, sembrava mantenere una certa distanza. Non era freddezza, ma una forma di pudore che lui stesso non riusciva a spiegarsi. Continuava a studiare per la partenza negli Stati Uniti e usciva meno del solito con gli amici. Ogni tanto osservava Letizia mentre parlava con sua madre o passeggiava tra gli ulivi, ma evitava di fermarsi troppo a lungo con lei. Più cercava di ricordare, più quel vuoto nella memoria gli sembrava inspiegabile.

Tra pochi giorni sarebbe partito per la Sardegna con alcuni amici. Aveva pensato più volte di dirglielo, ma rimandava sempre il momento, come se quella notizia non avesse alcuna importanza.

La mattina della partenza salutò tutti in fretta.

«Torno tra quindici giorni» disse infilando lo zaino in spalla. «E non fate lavorare troppo Letizia.»

«Vai tranquillo,» rispose Andrea. «Ci penserò io.»

Letizia si limitò a sorridere.

Pochi minuti dopo, mentre sparecchiavano la tavola della colazione, Maria notò una scatolina rimasta accanto alla tazza di Alfonso.

«Le sue pillole per l'allergia...» disse prendendole in mano. «Senza queste passa le giornate a starnutire. Ogni anno è la stessa storia.»

Letizia si voltò di scatto.

«È già partito?»

«Sì. Avrà già preso la strada per la stazione.»

Non perse altro tempo. Prese le chiavi della vecchia Cinquecento e uscì di casa.

Durante il tragitto continuava a ripetersi che doveva fare in fretta. Non riusciva a spiegarsi perché fosse tanto agitata. Forse era solo il desiderio di essergli utile. O forse c'era qualcosa che nemmeno lei era ancora pronta a riconoscere.

Quando arrivò alla stazione, il treno era fermo al binario. Corse lungo i vagoni cercando Alfonso tra i finestrini. Non lo vide. Tornò indietro, il respiro sempre più corto, e provò a chiamarlo. Il telefono risultava spento.

Si lasciò cadere su una panchina stringendo la scatolina tra le mani.

«E se fosse già salito?»

«E se partisse senza?»

«Letizia?»

La voce la fece sobbalzare.

Alfonso era davanti a lei con lo zaino sulle spalle.

«Che ci fai qui?»

Lei si alzò di scatto e gli porse le pillole.

«Le hai dimenticate.»

Lui le guardò sorpreso, poi sorrise.

«Non me n'ero nemmeno accorto. Mi hai salvato la vacanza.»

Un fischio annunciò l'arrivo del treno.

«Questo è il mio.»

Lei annuì senza riuscire a trovare le parole.

«Grazie davvero.»

Quando il convoglio si rimise lentamente in movimento, Alfonso si affacciò al finestrino e la salutò con la mano. Letizia rimase ferma sotto la pensilina finché il treno non scomparve dietro la curva. Solo allora si voltò verso il parcheggio. Camminava lentamente, con una strana stretta nel petto. Per la prima volta da quando era tornata, comprese che quella terra non era l'unica ragione del suo viaggio. 


© 2026 Filomena Baratto
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La gabbia invisibile

                                         

                                                                           Immagine di Gulumse

Nell’epoca moderna le possibilità della vita sembrano essersi moltiplicate senza limite. L’uomo contemporaneo dispone di strumenti, conoscenze e opportunità che nelle epoche precedenti erano impensabili: può scegliere, cambiare, spostarsi, comunicare, costruire la propria identità in modi diversi. Apparentemente sembra vivere in una condizione di libertà mai raggiunta prima.

Eppure questa abbondanza di possibilità nasconde una contraddizione profonda: spesso ciò che percepiamo come libertà non è altro che una serie di percorsi già predisposti, all’interno dei quali siamo invitati a muoverci. Le scelte aumentano, ma allo stesso tempo aumentano anche i sistemi che orientano tali scelte. L’uomo moderno sembra avere un potere infinito, mentre in realtà il suo spazio di autonomia diventa sempre più condizionato.

La prigione contemporanea non è più necessariamente fatta di mura o catene visibili. È una prigione più sottile, composta da regole, procedure, aspettative sociali e meccanismi economici che guidano il comportamento degli individui. Non ci viene sempre imposto un percorso con la forza: spesso siamo noi stessi a seguirlo perché appare come l’unico possibile.

L’individuo si trova così inserito in una rete di strutture che definiscono continuamente chi è e cosa può fare. Documenti, codici, registrazioni e strumenti digitali sono diventati indispensabili per partecipare alla vita sociale: la carta d’identità, il codice fiscale, la tessera sanitaria, gli strumenti di identificazione digitale, i conti bancari e i sistemi di pagamento elettronici permettono all’uomo di accedere a numerose possibilità, ma allo stesso tempo lo rendono sempre più tracciabile e riconoscibile all’interno di un sistema organizzato.

La contraddizione è evidente: ciò che ci limita è anche ciò che ci permette di esistere nella società. L’identità che ci viene assegnata può sembrare una forma di controllo, ma senza di essa rischieremmo di diventare invisibili. L’uomo scopre così di passare da una prigione all’altra: cerca di liberarsi dai vincoli, ma si accorge che alcuni vincoli sono proprio ciò che gli consente di avere un posto nel mondo.

Questa contraddizione è stata rappresentata con grande efficacia dalla letteratura moderna. In particolare, nel romanzo Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello, il protagonista crede di poter raggiungere la libertà cancellando la propria identità. Dopo una vincita a Montecarlo, Mattia Pascal decide di approfittare della propria presunta morte per costruirsi una nuova vita. Crede di poter sfuggire alle regole sociali e ricominciare da zero, ma scopre presto che senza un’identità ufficiale non può realmente vivere. Quando si trova davanti alla necessità di essere riconosciuto dalla legge, comprende che senza un nome e senza una storia certificata egli non è nessuno.

Pirandello mostra così una delle grandi contraddizioni dell’esistenza moderna: l’identità ci imprigiona, ma allo stesso tempo è ciò che ci rende riconoscibili agli altri. Non possiamo liberarci completamente dalle definizioni sociali perché sono anche gli strumenti attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

L’uomo, inoltre, non è definito soltanto dalle istituzioni, ma anche dallo sguardo degli altri. La società contribuisce continuamente a costruire la nostra immagine: siamo figli, lavoratori, consumatori, cittadini, individui valutati in base al ruolo che ricopriamo. La nostra libertà viene quindi limitata anche dalle aspettative collettive.

Uno dei principali strumenti di definizione dell’individuo è il lavoro. Nella società moderna il lavoro non rappresenta soltanto una necessità economica, ma spesso diventa una misura del valore personale. Chi lavora viene riconosciuto come parte attiva della comunità; chi perde il proprio ruolo professionale rischia di sentirsi escluso e privato della propria identità.

Questa condizione è rappresentata da Gregor Samsa ne La metamorfosi di Franz Kafka. La trasformazione del protagonista in un essere diverso diventa il simbolo dell’alienazione dell’uomo moderno: Gregor è importante finché produce e sostiene la famiglia, ma quando non può più lavorare viene progressivamente isolato. La sua esistenza sembra perdere valore nel momento in cui perde la sua funzione sociale.

Accanto alle prigionie esterne esistono poi quelle interiori. L’uomo non è sempre libero nemmeno dentro se stesso: può essere bloccato dalle proprie paure, dalle abitudini, dalle insicurezze e dalle contraddizioni psicologiche. È il caso di Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, incapace di realizzare pienamente i propri propositi e continuamente condizionato dalla propria interiorità. La sua difficoltà ad agire dimostra che la libertà non dipende soltanto dalla possibilità esterna di scegliere, ma anche dalla capacità interiore di trasformare le proprie decisioni in azioni.

Un’altra forma di prigionia è quella politica e culturale. In 1984, di George Orwell, il controllo del potere non riguarda soltanto i comportamenti degli individui, ma anche il loro pensiero e il loro linguaggio. Se un sistema riesce a controllare le parole con cui descriviamo la realtà, può limitare anche la capacità di immaginarne una diversa.

Anche Il processo di Franz Kafka rappresenta un individuo schiacciato da un sistema incomprensibile. Josef K. viene accusato senza conoscere la propria colpa e si trova coinvolto in un meccanismo burocratico che non riesce né a comprendere né a contrastare. La legge, invece di essere uno strumento di protezione, diventa una forza anonima e incontrollabile.

Nella società contemporanea si aggiunge una nuova forma di condizionamento: quella esercitata dagli algoritmi. Le tecnologie digitali raccolgono informazioni sui nostri gusti, sulle nostre abitudini e sui nostri comportamenti, proponendoci contenuti e possibilità costruiti sulla base delle nostre precedenti scelte. Il rischio è quello di vivere all’interno di un percorso personalizzato, nel quale ciò che vediamo e desideriamo è già stato in parte selezionato per noi.

A questa dimensione tecnologica si aggiunge la pressione sociale: il bisogno di successo, di produttività, di approvazione e di conformità ai modelli dominanti. L’individuo rischia così di diventare ciò che gli altri si aspettano da lui, un soggetto inserito in un sistema economico e sociale che ne orienta desideri e comportamenti.

La vera sfida dell’uomo moderno non consiste quindi semplicemente nel liberarsi dai vincoli, perché ogni società possiede inevitabilmente delle regole. La sfida consiste nel riconoscere le gabbie invisibili che condizionano le nostre scelte e nel conquistare una libertà più consapevole.

La condizione dell’uomo contemporaneo può essere paragonata a una ragnatela: non siamo completamente immobilizzati, possiamo ancora muoverci, ma ogni movimento avviene all’interno di una struttura che ci contiene. La libertà non sta forse nel distruggere completamente questa rete, ma nel comprenderne i fili e scegliere, per quanto possibile, la direzione del nostro cammino.


Tra passatempi e passioni

 






A volte, proprio nei momenti vuoti, nascono le cose più belle.

Una sera avevo davanti un uncinetto, del cotone e un'idea che aspettava soltanto di prendere forma. Alla mia destra, però, c'era anche l'ultimo capitolo di un libro che fino a quel momento mi aveva tenuta stretta tra le sue pagine. Ho esitato.

Da una parte l'uncinetto, con il suo ritmo lento, capace di lasciare che i pensieri si sistemino da soli. Dall'altra la lettura, che non concede tregua e assorbe ogni attenzione.

Ogni volta che scelgo qualcosa che non sia leggere o scrivere, affiora un lieve senso di colpa. Come se stessi sottraendo tempo a qualcosa di più importante. È una sensazione strana: alcune passioni sembrano avere il diritto di occupare le ore migliori, mentre altre devono accontentarsi di quelle rimaste.

Alla fine ho scelto il libro.

L'ultimo capitolo mi ha trascinata fino all'ultima pagina. La tensione cresceva, le ipotesi si rincorrevano e avevo bisogno di sapere se i miei sospetti fossero fondati. Lo erano, almeno in parte. Il finale ha confermato ciò che immaginavo, ma non quello che speravo. Eppure mi ha lasciato addosso quella specie di elettricità che solo una bella lettura sa regalare. Avevo l'energia di quattro caffè ristretti.

Per ritrovare un po' di quiete ho preso in mano l'uncinetto. Una serie leggera scorreva in sottofondo; tra le dita il filo seguiva il suo percorso e, punto dopo punto, anche i pensieri hanno rallentato. È stato lì che mi sono fregata.

Conosco bene questo meccanismo. Quando inizio qualcosa, sento il bisogno di accompagnarla fino alla fine. Lasciare un lavoro a metà mi somiglia poco. Forse, in certi casi, sarebbe persino più semplice non iniziare.

Così, sera dopo sera, sempre a tarda notte, il progetto è cresciuto. I colori hanno trovato il loro posto, il filo ha seguito il disegno che avevo immaginato e quella che all'inizio era soltanto un'idea è diventata lentamente una borsa. Ho perfino dovuto aspettare l'arrivo di altro cotone per finirla. Ieri l'ho usata per la prima volta.

Continuavo a guardarla con un sorriso quasi incredulo. Non perché fosse perfetta, ma perché esisteva. Era nata davvero dalle mie mani. Mentre la osservavo ho capito una cosa.

Per me l'uncinetto è un passatempo, nel senso più nobile della parola. Mi rilassa, rallenta il ritmo delle giornate, lascia che i pensieri sedimentino. Ma non riesco a mettere nello stesso spazio la lettura, la scrittura, il dipingere o il suonare. Quelle non sono attività con cui riempire il tempo.

Un passatempo arriva quando le energie sono poche, quando la giornata è ormai finita, quando si ha bisogno di una parentesi leggera.

La lettura, invece, non mi allontana dalla realtà: la dilata. Mi costringe a farmi domande, mi accompagna in luoghi che non conosco, mi restituisce parole, significati, prospettive.

La scrittura fa ancora di più. Non riempie il tempo: gli dà forma. Mette ordine dove prima c'era confusione, trattiene emozioni che altrimenti passerebbero senza lasciare traccia.Forse la differenza è tutta qui.

Ci sono attività che ci aiutano a far passare il tempo. E poi ce ne sono altre che, silenziosamente, costruiscono il nostro modo di guardare il mondo.

Per questo, ogni volta che apro un libro o mi siedo a scrivere, non ho mai l'impressione di colmare un vuoto.

Ho la sensazione, molto più semplice e molto più rara, di abitare pienamente il mio tempo.

La prima scintilla




L'estate è la stagione del lasciarsi andare: dei bagni al mare, delle vacanze, del tempo che finalmente rallenta. E, per molti, è anche la stagione della lettura.

Ma leggere, secondo me, deve essere un desiderio, un bisogno, mai una costrizione. Spesso mi chiedo  come io ci sia finita dentro fino a risultare per me qualcosa di naturale. Nessuno mi ha mai imposto di leggere e, in famiglia, non ho avuto accanto lettori forti che mi facessero da esempio. Eppure, fin da quando ne ho memoria, già alle elementari, leggevo con una voracità che non conosceva limiti. Leggevo tutto: le insegne dei negozi quando uscivo in macchina, le scritte sui muri, i giornali lasciati sui tavoli. Mi piaceva persino scrivere il mio nome e cognome, non come una firma, ma come il segno di qualcuno che si riconosceva già nelle parole.

Ripensando a quegli anni, ci sono episodi che ancora oggi mi fanno sorridere e che, forse, hanno contribuito a fare di me la lettrice che sono diventata.

Avevo circa sei anni quando, a casa di una parente, trovai un giornale arrotolato in un portagiornali. Lo presi senza pensarci troppo e cominciai a leggere. Era Confidenze. Mia madre, la padrona di casa e gli altri ospiti erano così presi dalle loro conversazioni da non accorgersi di me. Io, invece, ero già entrata in un altro mondo.

Mi sistemai comodamente e iniziai a leggere una delle storie. Pagina dopo pagina, le scene prendevano vita davanti ai miei occhi come se stessi guardando un film. Vedendomi così tranquilla e silenziosa, la mia parente mi invitò a spostarmi nella camera da letto, dove avrei potuto leggere senza essere disturbata. Mi accomodai su una poltrona e, quando la storia mi catturò completamente, finii persino per sdraiarmi sul piccolo divano accanto, continuando a leggere fino a quando mia madre venne a cercarmi per tornare a casa.

Prima di andare via, la parente mi invitò prendere il giornale, tanto lei lo aveva già letto. Lo portai con me. Probabilmente, se mia madre avesse conosciuto il contenuto di quelle pagine, non sarebbe stata d'accordo nel lasciarmele leggere. Ma non successe. A casa divorai tutte le storie in pochissimo tempo e, da allora, Confidenze divenne un appuntamento fisso.

Ricordo ancora il giorno in cui il giornalaio arrivò sul pianerottolo, come faceva ogni settimana, e io comprai la mia copia. Mia madre, incuriosita, ne lesse una. Non disse nulla, non mi rimproverò. Anzi, da quel momento cominciò a leggerlo anche lei, naturalmente dopo che lo avevo finito io.

Quel semplice giornale diventò, senza che me ne rendessi conto, una piccola palestra di lettura e di scrittura.

Avevo un quaderno nel quale annotavo tutto ciò che mi colpiva. Cercavo il significato delle parole che non conoscevo, prendevo nota degli autori, facevo una classifica dei racconti, sceglievo quello che mi aveva emozionato di più e scrivevo le ragioni della mia scelta. Quando incontravo argomenti troppo complessi per la mia età, provavo a riscriverli con parole mie, spesso accompagnandoli con piccoli disegni che illustravano le scene. Era il mio modo di non fermarmi alla lettura, ma di farla diventare qualcosa di vivo, di personale.

Quel quaderno esiste ancora, conservato in qualche angolo delle mie librerie. Ogni tanto penso che racconti di me almeno quanto un diario.

Con il tempo arrivarono gli impegni della scuola e il tempo per leggere quel giornale diminuì. Intanto avevo anche capito che molte di quelle storie erano inventate. Fu una scoperta importante: se qualcuno poteva inventare racconti così coinvolgenti, allora anch'io potevo provare a scrivere storie vere, nate da ciò che osservavo e vivevo.

Anche la televisione contribuì ad alimentare questa passione. Aspettavo con impazienza la TV dei ragazzi, che iniziava alle cinque del pomeriggio. Rimanevo incantata dalle storie tratte dai grandi romanzi per ragazzi. Finita la trasmissione, annotavo subito il titolo del libro: volevo leggerlo per capire se il film raccontasse davvero tutto ciò che l'autore aveva scritto. Da quel momento ogni storia diventava un ponte verso un'altra lettura, un altro autore, un'altra scoperta.

Naturalmente, leggere mi portava anche a scrivere. Le storie che incontravo nei libri finivano presto nei miei quaderni. Attraverso i romanzi conoscevo città che non avevo mai visto, immaginavo paesaggi, costruivo i volti dei personaggi e disegnavo le scene che mi avevano colpita di più. La lettura alimentava la fantasia, ma anche il desiderio di capire il mondo.

Mia madre considerava questa mia passione quasi un passatempo. A volte, però, mentre leggevo, mi interrompeva all'improvviso e mi chiedeva di raccontarle la trama del libro. Io gliela spiegavo con entusiasmo e lei si compiaceva nel vedere quanto fossi attenta e coinvolta. Altre volte mi chiedeva un'opinione su fatti di vita quotidiana come se fossi già adulta. Forse perché mi vedeva sempre immersa nei libri, pensava che attraverso la lettura stessi imparando cose nuove. E forse aveva ragione.

Per questo penso che l'estate sia il momento ideale per leggere. Sotto l'ombrellone, in montagna o sul divano di casa, un libro riesce sempre ad aprire una finestra su un'altra vita.

La mia passione non è nata perché qualcuno me l'ha insegnata o imposta. È nata dalla curiosità, dal piacere di conoscere e dall'incontro, del tutto casuale, con una storia trovata in un giornale dimenticato dentro un portagiornali.

Da allora sono passati molti anni, ma ogni volta che apro un libro ritrovo la stessa curiosità di quella bambina che, un pomeriggio qualunque, si trovò con un giornale in mano e si lasciò conquistare da una storia.

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