Fateci caso: se dobbiamo fare una visita, la cosiddetta visita di cortesia, che si tratti di incontrare una sposa o uno sposo portando un regalo, oppure di andare a trovare una famiglia colpita da un lutto o festeggiare la nascita di un bambino, il problema è sempre lo stesso: quando farla?
Spesso una visita viene rimandata a una data da destinarsi e, a furia di procrastinare, passano le stagioni. Se era per la nascita di un neonato, finiamo per andarlo a trovare quando sta mettendo il primo dentino. Tant'è: meglio tardi che mai.
Oggi le agende sono fitte di impegni e può anche capitare che una visita non si faccia più. Non per cattiva volontà, ma perché, passato troppo tempo, ci sembra quasi ridicolo presentarci con una motivazione ormai lontana.
Una volta non era così. Dopo una settimana si andavano a trovare i familiari del defunto. Bisognava portare rigorosamente zucchero e caffè: un classico, un vero must. Una volta mi permisi di aggiungere anche della cioccolata e una collega, il giorno dopo a scuola, mi fece una vera lezione su ciò che si può e non si può portare in caso di visita di condoglianze.
«La cioccolata va bene, ma solo fondente», mi disse.
Forse perché lo zucchero era considerato un conforto, mentre altri dolci erano ritenuti poco adatti all'occasione.
Poi c'era la visita al neonato. All'inizio c'era quasi l'urgenza di andare a trovarlo in ospedale, per accertarsi della nascita, un po' come accadeva un tempo per i reali, quando il parto doveva essere reso pubblico per evitare dubbi sull'erede. Successivamente si tornava a trovare il bambino a casa. Nel giro di poche settimane aveva già preso uno o due chili e sembrava quasi un'altra persona: bisognava essere testimoni di quei cambiamenti.
Ma non finiva lì. C'era poi il battesimo, al quale non si poteva mancare. La partecipazione era sentita quasi quanto quella a un matrimonio. Nel giro di tre mesi si erano già fatte tre visite.
Oggi, a dire il vero, le occasioni non sono diminuite, anzi. Ci sono la visita per la nascita, quella a casa, il battesimo, il primo dentino, i primi passi, il primo compleanno, la prima parola. Un bambino vede più gente nel primo anno di vita che in tutto il resto della sua esistenza.
La visita di cortesia è diventata quasi impossibile: manca il tempo, manca il momento, manca la voglia. Manca sempre qualcosa.
Oggi una visita è quasi un privilegio e, talvolta, rischia persino di essere percepita come un'ingerenza. Bisogna avvisare per tempo, concordare l'orario, sperare che non sorga un imprevisto all'ultimo momento. La regola vuole che la visita sia breve, che non limiti la libertà altrui e che non si facciano domande indiscrete. Insomma, la visita sembra diventata una sorta di esame da sostenere.
Quanto ai regali, ormai si cerca di risolvere tutto con il denaro. Almeno si evita di perdere tempo a girare per negozi e decidere cosa comprare. Tutte incombenze che mal si conciliano con le abitudini moderne: vorremmo tutto il tempo per noi e ne concediamo agli altri solo una manciata di minuti.
Una volta il regalo alla sposa era un rito. Ci si presentava a casa con pacchi enormi che potevano contenere il corredo, servizi di piatti, posate o oggetti per la casa. La sposa aveva in vetrina le posate d'argento della zia, i piatti della nonna, le porcellane degli zii, le tazzine regalate dai vicini.
Ovunque si girasse, vedeva oggetti che le ricordavano una persona.
Io ho ancora i piatti con il bordo dorato per il pesce. Li avrò usati una decina di volte in tutta la vita, ma ricordo perfettamente la vicina che me li regalò e che oggi non c'è più. Pace all'anima sua. Ogni volta che apparecchio con quei piatti, racconto qualche episodio della sua vita ai miei ospiti, che ascoltano come se stessi narrando una storia delle Mille e una notte.
Quando poi li lavo, osservo il disegno al centro e penso che siano davvero belli. Qualcuno dice che do i numeri perché parlo da solo.
Una sposa, in fondo, avrebbe avuto lunghi dialoghi silenziosi con tutti gli oggetti ricevuti in regalo, ricordando le persone che glieli avevano donati.
Oggi si vive in case moderne, essenziali, come avrebbe detto mia zia dall'Australia: case "easy". Al momento del matrimonio manca spesso metà delle cose necessarie, che si acquistano poco alla volta, man mano che servono e che la famiglia cresce.
Una volta, invece, quando si apriva la porta di casa dopo le nozze, sembrava di entrare in una chiesa: tutto nuovo, ancora profumato di scatola, tutto lucido e perfetto. Non mancava nulla. La casa era completa, ordinata, con la biancheria nuova in ogni armadio e gli immancabili oggetti portafortuna contro il malocchio.
Dopo qualche mese ricominciavano le visite degli amici e dei parenti. Anche quella era una visita di cortesia.
Una zia di mio marito mi confessò che aveva imparato un trucco: metteva il lenzuolo migliore, quello di Cantù, solo nella fascia visibile sotto i cuscini. Dopo quattro mesi di visite non ne poteva più di rifare ogni volta il letto come un altare. Così, durante il giorno, mostrava il lenzuolo elegante agli ospiti e la sera lo toglieva, tornando a quello di tutti i giorni.
Oggi gli inviti arrivano su WhatsApp, con richiesta di conferma per sapere quanti saranno gli invitati. Anche le partecipazioni si condividono in chat e solo ai parenti più stretti si porta ancora l'invito di persona.
Poi ci sono le visite ai malati, quelle che non si vorrebbero mai fare. Ma come si fa a non andarci? E poi, cosa si dice?
Mia suocera sosteneva che bisognasse andare subito perché era una "briogna". Non saprei tradurre esattamente questa parola dialettale. Forse significa vergogna, forse dovere morale.
So soltanto che, quando tornavo da quelle visite, finivo per somatizzare ciò che avevo visto. Mi sentivo malato anch'io e per giorni restavo turbato.
E poi c'erano le visite per comunioni, cresime, lauree, maggiori età, case nuove, automobili nuove, venticinquesimi anniversari, nozze d'oro.
Di tutto questo oggi è rimasto ben poco. Ma non sono sicuro che sia un miglioramento.
Un tempo la famiglia conosceva tutto di sé stessa; oggi ci si incontra quasi soltanto per matrimoni, funerali e poche altre occasioni. Non c'è più tempo per un pranzo insieme o per una semplice uscita. I parenti sono considerati una presenza scontata, mentre gli amici sembrano richiedere attenzioni continue.
Forse il problema non è che facciamo meno visite. È che abbiamo smesso di trovare il tempo per stare insieme.
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