Per me era una proposta. Per i miei è diventata subito un problema.
«Dove lo metti?»
«Hai idea della puzza che farà d'estate?»
«E quando piove?»
«Chi li pulisce?»
«E se si ammalano?»
«E se dobbiamo andare via qualche giorno?»
Le domande si sono accavallate una dopo l'altra, come se avessero aspettato soltanto il momento giusto per uscire allo scoperto.
Io, invece, mi aspettavo altro. Pensavo che qualcuno dicesse: «Vediamo se è possibile». Che si provasse almeno a immaginare una soluzione.
Ho scoperto che davanti a un'idea le persone si dividono in due categorie: quelle che cercano un modo per realizzarla e quelle che cercano il motivo per cui non si può fare. Le seconde sono molto più veloci.
Eppure il mio non è un capriccio.
Ogni tanto riaffiora il ricordo dei polli che si mangiavano una volta. Erano animali diversi da quelli che troviamo oggi. La pelle era soda, quasi coriacea; la carne richiedeva una lunga cottura e non si staccava dall'osso con la facilità a cui siamo abituati.
Ma che sapore avevano.
Ricordo le padelle di pollo alla cacciatora che sobbollivano lentamente, il profumo delle erbe aromatiche, la pelle che diventava croccante, le braci sulle quali si cuocevano pezzi di pollo grandi quasi come una fiorentina. È proprio questo che vorrei.
Vorrei un pollo che avesse il tempo di fare il pollo: guardarsi intorno, razzolare, beccare un insetto, cercare un filo d'erba, prendere il sole, ripararsi all'ombra e battere le ali.
Vorrei un pollo che fosse, per quanto può esserlo un pollo, libero di fare il pollo.
Qualcuno trova ridicola questa idea. «Alla fine sempre in pentola deve finire», mi hanno detto. Ed è vero. Non ho mai pensato il contrario.
Proprio perché finirà sulla mia tavola, sento di avere un dovere nei confronti di quell'animale. Se deve nutrirmi, desidero almeno che abbia vissuto secondo la sua natura.
Per questo ormai faccio fatica a mangiare pollo quando non ne conosco la provenienza. Non è una fissazione gastronomica. È il desiderio di sapere che cosa sto mangiando e come quell'animale ha vissuto.
Naturalmente le obiezioni continuano:l'odore, gli insetti, la sporcizia, le malattie, la pulizia quotidiana, le vacanze, lo schiamazzo delle galline.
Sembra che ogni problema trovi subito il suo posto, mentre le possibili soluzioni rimangano sempre qualche passo indietro. Eppure, a forza di parlarne, qualcosa è cambiato. Uno ha suggerito un materiale per costruire la gabbia. Un altro ha immaginato come proteggerla dagli animali. Qualcuno ha persino iniziato a discutere di dove sistemare gli abbeveratoi. È bastato questo per farmi capire che il "non si può" aveva già lasciato spazio a un timido "forse".
Vorrei anche qualche gallina per le uova.
Qualcuno ha protestato: «Ci toccherà sentire il suo schiamazzare ogni volta che depone».Ho sorriso.
Viviamo immersi nei clacson, nelle sirene, nei motorini che rombano sotto le finestre, e improvvisamente il problema dovrebbe essere il verso di una gallina. No, non credo che il mio sogno sia così assurdo. Forse è solo fuori dall'abitudine. Magari un giorno, davanti a un pollo cresciuto sul nostro attico, qualcuno mi guarderà e dirà:
«Ne valeva davvero la pena? Tutta questa fatica per un po' di carne e qualche uovo?» Io credo di conoscere già la risposta: «Sì».
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