Durante un telegiornale, la banda dei titoli che scorreva nella parte bassa dello schermo, su quattro parole che comparivano, ben tre erano in inglese.
Non ho nulla contro questa lingua, né contro le altre lingue. Mi sembra, però, eccessivo assistere alla progressiva sostituzione di parole italiane con termini inglesi che, spesso, esprimono lo stesso concetto. Il rischio è che, non utilizzando più determinati vocaboli, questi finiscano per scomparire dal nostro linguaggio quotidiano e, con essi, si perda anche la consapevolezza del loro significato.
Basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto questo fenomeno sia ormai diffuso.
Non si parla quasi più di passatempo, ma di hobby; il riposo diventa relax. La lettera ha ceduto il posto all'email, mentre l'incontro si è trasformato in meeting. Anche il nostro abbigliamento deve necessariamente chiamarsi look e, se ci riferiamo a ciò che indossiamo ogni giorno, ecco comparire l'immancabile outfit.
Un tempo si andava a fare le spese, le compere o gli acquisti. Oggi tutto si racchiude nella parola shopping, che forse suona più moderna, più internazionale, più fashion. E proprio fashion è un altro termine inglese che ha preso il posto della nostra semplice e bella parola: moda.
Ma non si tratta soltanto di una questione di parole. È come se tutto dovesse essere racchiuso in un unico termine straniero, quasi che la ricchezza delle espressioni italiane fosse diventata superflua.
Nel mondo del lavoro, poi, il fenomeno è ancora più evidente. Una riunione informativa diventa un briefing, una telefonata una call, l'aggiornamento di un progetto un update. Quando ci si riunisce per trovare una soluzione a un problema, si organizza un brainstorming.
L'amministratore delegato è diventato CEO, il responsabile è un manager e il gruppo di lavoro un team. Se si lavora da casa, non si dice più semplicemente che si lavora da casa, ma che si fa smart working. Un obiettivo da raggiungere diventa un target.
Anche il linguaggio della vita quotidiana non è immune da questa trasformazione. Il bilancio delle nostre disponibilità economiche si chiama budget, il pettegolezzo è diventato gossip, mentre un apprezzamento espresso sui social si riduce a un like. La pausa caffè è un coffee break e il fine settimana un weekend.
Siamo sempre busy, cioè occupati, e cerchiamo di rendere tutto easy, vale a dire facile. Al bar ordiniamo un drink e, quando decidiamo di partire all'ultimo momento, approfittiamo di un'offerta last minute.
Ultimamente vanno molto di moda anche parole come upgrade, usata per indicare un miglioramento o un aggiornamento, e glamour, che dovrebbe evocare fascino ed eleganza.
L'elenco potrebbe continuare a lungo. Chi non conosce la parola flop, utilizzata al posto di insuccesso o fallimento? E chi non ha mai sentito parlare di digital detox, espressione che indica una pausa dai dispositivi digitali?
Si sta affermando una sorta di omologazione linguistica, come se parlare correttamente la propria lingua fosse diventato meno moderno, meno prestigioso, quasi motivo di imbarazzo. Sembra che una parola straniera abbia, per il solo fatto di esserlo, un valore superiore a quella italiana.
Eppure, le parole non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Ognuna può avere sfumature, richiami, significati e suggestioni che un termine straniero non riesce a restituire nello stesso modo. Anche quando due parole sono considerate sinonimi, non è detto che esprimano esattamente la stessa cosa.
La lingua italiana possiede un patrimonio straordinario, costruito nel corso dei secoli attraverso la storia, la letteratura, le tradizioni e la vita delle persone. Un patrimonio fatto di parole che permettono di descrivere con precisione sentimenti, situazioni, comportamenti e aspetti della realtà che ci circonda.
Eppure, molte di queste parole rischiano di cadere nell'oblio, non perché siano diventate inutili, ma perché abbiamo smesso di utilizzarle.
Basti pensare a termini come albagio, efedra, trassinare e oblungo, sciamanato, facondia, probo, gaglioffo, granciporro... Sono parole che oggi possono sembrare appartenere a un altro mondo, tanto sono poco conosciute e raramente utilizzate se non in disuso. Alcune sono desuete, altre appartengono a usi regionali o a contesti particolari, ma tutte testimoniano, in modi diversi, la ricchezza e la complessità della nostra lingua.
E queste sono soltanto alcune. L'elenco potrebbe essere molto più lungo.
Naturalmente, non tutte le parole dimenticate devono necessariamente tornare nell'uso quotidiano. Una lingua cambia, si trasforma e si adatta ai tempi. Alcuni termini scompaiono perché scompaiono gli oggetti, le attività o le realtà che descrivevano; altri vengono sostituiti perché la società cambia. È un processo naturale.
Ma diverso è il caso in cui una parola italiana, ancora viva e perfettamente comprensibile, venga abbandonata soltanto perché un termine inglese sembra più moderno, più elegante o più adatto a stare al passo con le mode del momento.
Possiamo imparare l'inglese, apprezzarne le espressioni e accogliere le parole che davvero ci servono, senza per questo rinunciare a quelle italiane che esprimono già con efficacia ciò che vogliamo dire.
Perché sostituire incontro con meeting, pausa con break
o obiettivo con target non ci rende automaticamente più moderni.
A volte ci fa soltanto dimenticare quanto sia ricca la nostra lingua.
In quel caso non stiamo necessariamente evolvendo: forse stiamo semplicemente dimenticando. Le parole sono le radici della nostra cultura. Possiamo far crescere nuovi rami, aprirci al mondo e imparare nuove lingue, ma se dimentichiamo le nostre radici, rischiamo di perdere una parte di noi stessi.

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