C.Pissarro
Stamattina, sotto la vigna nel terreno di mio padre, c'era una brezza fredda e il cielo era appena macchiato di nuvole. I brividi provati scendendo dall'auto, nel suo cortile, mi hanno restituito un'immagine precisa del passato: gli autunni di quando ero bambina, quando al silenzio dei campi si univa quel venticello secco che pizzicava la gola e che, se non ti coprivi bene, poteva lasciarti in compagnia di una bronchite.
Ho osservato i tralci ingialliti, umidi eppure quasi stilizzati, immobili sui rami come se non si fossero mai mossi. Soltanto il vento aveva la grazia di farli fluttuare, quasi volesse sussurrare: «Su, è ora di rendere onore alla terra e lasciare riposare questi rami fino a primavera».
Seduta in cucina, osservavo quello scorcio di paesaggio che mi restituiva un frammento di ciò che viveva fuori. Sotto il recinto, al confine con la strada, una pianta di zucca sembrava uscita dalle pagine di Cenerentola: sinuosa, aggrappata a un tronco, ancora viva e piena di energia. Accanto, due rose tardive ormai appassite. Al di sopra del pergolato, il cielo azzurro lasciava scivolare lentamente le nuvole, che sembravano voler abbandonare quello spicchio di mondo davanti a me.
A sorprendermi è stata una lucertola che correva sui tronchi della vigna, da una parte all'altra, come se avesse ancora mille cose da fare. I colori erano nitidi, quasi più intensi, e il silenzio sembrava ovattare ogni cosa. Io restavo seduta a scrutare ogni particolare, soffermandomi su dettagli che, in altri momenti, forse non avrei nemmeno notato.
Era strano contemplare quel paesaggio e, nello stesso tempo, sovrapporgli le immagini di un tempo lontano, quando giocavo con le foglie e strappavo qualcosa dai rami, senza sapere che un giorno avrei ricordato quei gesti con tanta tenerezza. Per un attimo mi è sembrato di rivedermi lì, in mezzo al cortile, ancora bambina.
La terra sembrava un corpo sfinito, che dopo aver dato tanto cercava riposo. E allora anche il mondo pareva farsi silenzioso. Gli uccelli volavano senza interrompere quella quiete, come se fossero diventati i veri padroni del terreno. Ora un chicco d'uva, ora un frutto: tutto era lì, a disposizione di chi sapesse cercarlo.
Ricordavo i secchi del latte accanto al pollaio, che a fine ottobre si riempivano d'acqua con le piogge intermittenti. Quell'acqua diventava un gioco, una piccola occasione di divertimento in giornate che oggi mi sembrano lontanissime.
Più di ogni altra cosa, però, ho imparato ad amare il silenzio di quel tempo, quando i rumori lasciavano spazio ai suoni della terra: una noce che cadeva, un mallo marcio che si schiacciava sotto i piedi, una gallina rimasta sola nell'erba a beccare qua e là, un uccellino picchiettava da qualche parte. E poi un cane, arrivato chissà da dove, che finiva per accucciarsi accanto a noi, come a dire: «Ci sono anch'io!».
Erano suoni semplici, quasi impercettibili, eppure bastavano a riempire il mondo. Non c'era bisogno di altro. Forse è proprio questo che il tempo, crescendo, ci fa dimenticare: la capacità di fermarci e ascoltare ciò che vive intorno a noi.
Stamattina, il cortile di mio padre mi ha restituito un momento preciso della mia infanzia. Seduta in cucina, osservavo e ricordavo. I ricordi si sovrapponevano al presente e, per qualche istante, mi sembrava di essere ancora lì, a giocare, immersa in un tempo che credevo lontano e che invece continuava ad abitarmi.
L'autunno, del resto, ha un fascino che non si esaurisce nei colori. Ci sono i profumi, i sapori, le piccole promesse che arrivano dalla terra. Sul ripiano della cucina, le castagne, tonde e lucide, sembravano invitarmi ad avvicinarmi per inciderle e metterle in forno. Sul tavolo, le noci e i cachi mescolavano i loro colori, mentre già ne pregustavo il sapore.
Eppure, se dovessi scegliere ciò che meglio racconta l'autunno, penserei al vino sulla tavola. Quello nuovo ha un colore vivo e un profumo inconfondibile. Dentro ci sono la terra, il sole dei mesi passati, la vendemmia e l'attesa. È come se una stagione intera fosse riuscita a raccogliersi in un bicchiere, pronta a essere condivisa.
Mentre ero immersa in queste riflessioni, è arrivato il gatto, ospite abituale di casa, che mio padre tratta come un figlio. A suo dire, il suo compito è tenere il cortile libero dai ratti, ma credo che ormai tra loro ci sia qualcosa che va ben oltre l'utilità. Miagolava per chiedere da mangiare e se n'è andato soltanto dopo aver ricevuto un po' di formaggio da mio padre. Anche lui aveva compiuto il suo piccolo rito quotidiano.
Poi, mentre mangiavo, lo sguardo è caduto sulla fotografia appoggiata sul piano alla mia sinistra: mia nonna e mio zio nel giorno del suo matrimonio.
Si avvicina la ricorrenza dei Morti, e quella fotografia mi ha riportato a chi non c'è più, a chi continua a vivere dentro di noi attraverso i ricordi. Guardavo quei volti e rivedevo gli incontri al bar, le conversazioni e, ancora una volta, mio zio in quello stesso cortile, soltanto qualche anno fa.
È strano come un luogo riesca a custodire tante vite. Gli stessi spazi che oggi osserviamo in silenzio sono stati attraversati da persone, parole, risate e gesti che sembravano destinati a ripetersi per sempre. Poi il tempo passa, le presenze cambiano, qualcuno se ne va. Eppure, basta uno scorcio familiare, una fotografia o una particolare luce autunnale perché tutto riaffiori, almeno per un momento.
I cicli del tempo ci restituiscono i ricordi. Ogni anno, con il suo ritorno, richiama quello precedente e ci riporta a ciò che abbiamo vissuto. Forse ci rifugiamo nel passato perché ci appare più sicuro, più avvolgente, mentre il futuro resta incerto, ancora tutto da costruire.
Il passato ci culla, ci restituisce le nostre radici e ci fa sentire ancora benvoluti. Ma forse non è soltanto un luogo nel quale rifugiarci: è anche ciò che ci permette di riconoscerci nel presente, di comprendere chi siamo diventati e di portare con noi ciò che abbiamo amato.
Le stagioni, in fondo, fanno proprio questo. Ritornano, ma non sono mai davvero uguali. Ci riportano gli stessi colori, gli stessi profumi, gli stessi paesaggi, eppure noi li guardiamo con occhi diversi, perché nel frattempo siamo cambiati.
E così, ogni autunno, la terra si prepara al riposo, i rami si spogliano e il silenzio torna a occupare i campi. Noi, invece, ritroviamo frammenti di ciò che siamo stati, persone che continuano a vivere nella memoria e momenti che credevamo perduti.
Forse il bello delle stagioni è proprio questo: mentre la natura compie il suo ciclo e si prepara a ricominciare, anche noi possiamo tornare, almeno con il pensiero, nei luoghi in cui siamo cresciuti, ritrovando qualcosa che il tempo non è riuscito a portare via.

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