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Storie d' Africa

 
Sin da ragazza ho sempre avuto un debole per l'Africa, forse per il fatto che si tratta di  un continente così vicino e così diverso dal nostro. Tutto dell'Africa era interessante per me: il clima, la diversità delle persone, gli stili di vita, la storia così lontana dalla nostra...un mondo opposto a quello del benessere in cui viviamo noi. Sempre da ragazza vedevo spesso film con attori di colore, dicevo addirittura di voler andare lì per vivere come loro! E come tutte le cose che viviamo da ragazzi, restano scolpite dentro di noi  e ancora oggi il mio desiderio non si è per niente affievolito.
 
 
 
 
 Poi ho conosciuto Naim, un bambino della Nigeria attraverso una rivista, vissuto in Italia  fino all'età di otto anni e poi tornato lì per il lavoro del suo papà. Naim mi scriveva lettere affettuose e mi raccontava le sue storie di quando stava in Italia, di quello che gli era rimasto della sua vita qui, le sue situazioni. Aspettava le mie lettere con ansia  e io gli  rispondevo sempre, toglievo i suoi dubbi, gli parlavo dell'Italia, della scuola e di tutto quello che interessa  a un bambino della sua età. Intanto cresceva il nostro feeling e sentirci era diventata un'esigenza di entrambi. Poi un giorno non mi ha scritto più ed io sono rimasta male, molto male, mi sono sentita abbandonata da quell'affetto seppure epistolare ma vero. Naim ha dieci anni ed  è rimasto lì,  in Nigeria e io non ho saputo più nulla fino a qualche mese fa quando mi ha scritto dicendo che era rimasto solo e voleva venire da me, dalla sua mamma italiana. Mi sono chiesta perché dicesse la sua mamma italiana se io non ho mai detto una cosa del genere. Nel frattempo ho adottato a distanza Megane, una bambina del Madagascar e anche lei mi scrive spesso chiamandomi "Madame", Naim, invece, mi chiama "mamma"  e non riceve nulla da me, anche perchè era un bambino benestante e con due genitori. Ho saputo attraverso il direttore della rivista, che il papà non c'è più, la sua mamma è andata  via e lui è stato affidato a un'associazione.Poi è cambiato il direttore della rivista e non ho saputo più nulla. L'ultima volta che mi ha scritto diceva che  gli piaceva parlare con me per essere  l'unica persona che lo ascoltava. La sua richiesta di aiuto mi ha messo in subbuglio: non posso scrivergli, non conosco la sua attuale posizione, visto che cambia continuamente zona; vorrei aiutarlo ma non so come; lui non mi scrive più. C'è solo una cosa da fare: andare lì e rendermi conto, ma ho paura dell'aereo. Ho deciso di fare un corso per capire questo panico inspiegabile. E' diventata questa una priorità, volare adesso è importante per andare da Naim e sapere come sta e se posso portarlo con me. A volte mi chiedo perché ci leghiamo a situazioni così distanti, ma sarebbe come voler spiegare perché siamo nati. Sento, però, di dover fare questo incontro e ho capito che a volte lo facciamo più per noi che per gli altri: mi manca da morire la sua lettera settimanale dove si parlava di tutto, mi raccontava la sua giornata, i suoi progressi, mi chiedeva notizie di me e credo che si interessasse a tutto quello che facessi io e gli dicessi. Gli ho insegnato la geografia della sua terra, gli ho raccontato storie di mare, le storie più belle e i sogni dei bambini. Credo che per un po' lui abbia vissuto con questo mondo riflesso. All'inizio mi chiamava teacher , poi un giorno ha detto mammy per tutta una lettera e dopo di quella ha continuato a chiamarmi "mamma" scritto in italiano. Forse acquistare il valore di mamma con chi non è nostro figlio, credo sia una prova difficile ed è per questo che non rinuncio a sapere di lui. Lui mi sente come la sua mamma adesso più di prima per la mancanza dei suoi genitori. Vincerò la paura per volare laggiù da Naim e pur avendo tre figli, se adesso non rispondessi alla sua richiesta di aiuto, sarebbe come se non fossi mai stata mamma.

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