27/04/11

Il giardino dei rifiuti


Vedere Napoli, una città così bella, affogare nei rifiuti, mi provoca una tristezza infinita. Le cause le conosciamo tutti e la volontà di risolvere il problema non sembra profilarsi all'orizzonte, mentre i napoletani hanno perso la speranza e la fiducia in chi dovrebbe agire. E smettiamola di dire che al sud siamo incapaci di raccogliere la spazzatura differenziata, perchè non è vero! Sono decenni che preparo la mia spazzatura per vederla puntualmente caricare in un miscuglio unico.E smettiamola anche di badare solo e sempre alle statistiche , perchè i numeri sono solo un aspetto del problema. Eppure anche i napoletani pagano le tasse e quella per la spazzatura in primis per ricevere un "disservizio" . A che serve differenziare i rifiuti se poi versano tutto nella stessa discarica?


Si dice che, invece di procurare pesci per sfamare , bisogna insegnare a pescare. Questo aforisma mi ha fatto riflettere molto e dovrebbe accadere qualcosa del genere per la spazzatura: fare in modo che ciascuno possa provvedere al proprio smaltimento, solo così potrebbe riaccendersi la speranza di veder pulite le strade della città e dell'intera provincia.


La spazzatura è diventata oro e pertanto raccoglierla è un affare. Al tempo dei cercatori d'oro accadeva di tutto, pur di portare a casa il prezioso metallo e ce lo insegna la lettura de:"Il richiamo della foresta" di Jack London, dove il cane Buck, passa da un'agiata vita di città ad una violenta e aggressiva ai limiti della sopravvivenza per essere diventato un cane cercatore. I cercatori d'oro d'oggi cercano affari e quello dei rifiuti è tra i più grandi.



E' lodevole come molte persone del nord si siano inventate i modi più svariati per smaltirla nel proprio piccolo: interrandola, selezionandola accuratamente, riciclandone le parti in ottime condizioni, controllando la vera esigenza degli acquisti. Se tutti avessero il proprio giardino per interrare i rifiuti prodotti, quanti miliardi verrebbero a mancare nelle casse dello stato? La spazzatura vale oro in tutti i sensi. Da essa si arriva a capire il tenore di vita di una famiglia, si può evincere l'andamento della società e il suo grado di civiltà. Insomma, i rifiuti sono i nostri tesori di oggi , l'oro del millennio e più che cercatori avremmo bisogno di "uomini per occultarli"



Immagino, accanto alle nostre case, un pezzetto di terreno dove poter effettuare tanti piccoli scavi e in ciascuno chiuderci i nostri rifiuti , con i dovuti trattamenti, dopo averli selezionati accuratamente, potrebbe essere il nostro nuovo passatempo. Creare in questo modo il nostro giardino dei rifiuti e chissà...che non possa nascere un alberello ibrido a mo' di concime che possa darci la chiave per smaltire tutto e come per magia risolvere questo maledetto affare. O forse lassù, a vedere brillare i nostri giardini, gli alieni non si inteneriscano e ci aiutino a portare fuori dal mondo questi orribili scarti che stanno deturpando l'immagine del pianeta.



La mia vuol essere una provocazione per risvegliare un'attenzione al grave problema sociale cui stiamo andando incontro da diversi anni e che, con inganni vari viene risolto solo a periodi e in base a precise esigenze politiche, ma che non si è mai affrontato radicalmente. La spazzatura non dev'essere, com'è diventata, un'esca per condurre questioni politiche, ma un vero e proprio incarico, per chi governa, a tempo indeterminato, se vogliamo che il consumismo non abbia una frenata notevole con le dovute conseguenze.




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16/04/11

Si, viaggiare!


Il nostro primo viaggio è per venire al mondo, dura nove mesi e alla fine ci troviamo qui senza sapere nulla scoprendo tutto attraverso la nostra esperienza. Così dice M.Heidegger, filosofo esistenzialista francese, per il quale la vita è "deiezione", cioè un cadere su questa terra senza averlo chiesto. Sarà per questo inizio così travagliato, che siamo così attratti dal viaggio e trascorriamo tutta la nostra vita a viaggiare in ogni senso, come una carica che fa di noi eterni pionieri.

Il viaggio presuppone la voglia di scoprire, di andare alla ricerca di qualcosa, di approfondire e di giungere a una meta. Il fascino del viaggio non è tanto in quello che si cerca di raggiungere, ma il modo in cui raggiungiamo la meta, di ciò che si trova lungo la strada, lasciandoci sorprendere dagli eventi e affascinare dall'ignoto.

La storia moderna inizia con un viaggio, quello di Cristoforo Colombo nel 1492 che scoprì un nuovo mondo e dopo questa grande scoperta, c'è stata una corsa verso il progresso e la vita è cambiata radicalmante. Colombo dà corpo a un desiderio, un sogno e non importa se sbaglierà rotta, ciò che non giunge con lui avverrà in seguito, ma il suo viaggio sarà fondamentale per coloro che seguiranno le sue orme.
L'inizio della storia della civiltà greca è segnata dall'impresa degli Argonauti alla volta del Caucaso, alla conquista del vello d'oro di un mitico ariete. Al di là del  motivo religioso, quella degli Argonauti è una sorta di reazione all'immigrazione orientale verso l'occidente. Sia nel viaggio di Colombo che in quello di Giasone, all'orizzonte c'era l'oro.
Dopo ci furono altri viaggi importanti, ma quello che resta nel nostro immaginario è il viaggio di Ulisse. L'Odissea è in assoluto l'opera più amata di tutti i tempi, posta alla base di tutte le altre storie. Ulisse incarna il viaggiatore umano con le sue paure e le sue speranze, le sue disavventure e le sue illusioni, tutto avviene in lui, è l'eroe più amato per racchiudere tutta la fragilità, la forza, l'intelligenza dell'uomo.
Dopo un viaggio niente è più come prima, si giunge a un nuovo punto, un nuovo orizzonte da cui si scorgono nuove visioni.
Nel viaggio di Dante, al mare si sostituisce l'oltretomba, il viaggio dell'anima attraverso il peccato, necessario per giungere al cospetto di Dio. Dante sceglie un viaggio terribile fin dentro le viscere della terra per conoscere le cadute dell'uomo, le sue paure e le sue debolezze. La meta del suo viaggio è il Sommo Bene e attraverso il viaggio fa un'analisi dettagliata di episodi di vita vissuta e di quello che sarà.
Oggi ci sono anche i viaggi della speranza, i viaggi di coloro che scappano in cerca di nuove terre, nuovi approdi, proprio come gli Argonauti.
Il viaggio si prefigge sempre una meta e la maggior parte delle volte essa è la felicità, ottenere qualcosa che non si aveva prima. Il vero viaggio di scoperta, però, non è cercare nuove terre, ma avere un occhio nuovo per vedere le cose, come afferma Marcel Proust. Per altri, come Rimbaud, il viaggio è allontanarsi da ciò che è noto per andare verso l'ignoto che attrae la nostra mente.

I nostri viaggi turistici, lungo tutto l'anno, sono per andare in luoghi sconosciuti, lontani dal nostro quotidiano, quasi fossero una garanzia di vivibilità maggiore e di bellezza solo perchè stanno in luoghi distanti. E' questo un modo per allontanarci da ciò che è troppo risaputo, conosciuto e di cui non ne apprezziamo più il valore. Ma i nostri ritorni sono sempre felici, perchè ritroviamo ciò che abbiamo lasciato: il frutto di mete precedenti. Siamo continuamente sospesi tra questi due momenti: di proiettarci verso mete sconosciute, di avventurarci, ma avere comunque la certezza delle nostre conquiste già fatte.
Per Joyce il viaggio non è altro che la ricerca di se stessi che, per effettuarsi, ha bisogno di un processo circolare, allontanarsi per scoprire ciò che si è, ciò che si ha e ritornare su se stessi.
Il viaggio ha che fare con lo spazio.Il filosofo Massimo Cacciari afferma che quando si avvia il processo di creazione di un pensiero, bisogna fare i conti necessariamente con uno spazio: quello interiore, della meta che si riflette e dialoga con la realtà che ci circonda e questo significa assumere un'altra posizione nello spazio.
Il viaggio è la metafora della nostra vita, una continua ricerca di luoghi, di tempi, di noi stessi, di scoperte e l'uomo è semplicemente un viaggiatore, che per proiettarsi verso la meta, trova sulla sua strada tante storie, tanti contrattempi e tanti mutamenti che conducono continuamente ad allontanarsi dalla meta... ma forse la meta è semplicemente un pretesto per costruire la propria vita.
Per lo stesso motivo riusciamo a vivere senza pensare alla morte e siamo più attratti dal viaggio per arrivare ad essa, piuttosto che tendere alla meta.

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01/04/11

Bentornata primavera!


La primavera è giunta da qualche giorno e tutto intorno a noi ci parla di lei. Da un po' di tempo le "mie primavere" risentono anche degli eventi della vita e non mi sembra di viverla più come una volta, quando tutto scorreva più lentamente per me. Quando accade, come quest'anno, che i fatti e gli eventi del mondo, abbassano la soglia del mio stupore davanti a un evento tanto atteso come la primavera, allora mi rifugio nei miei antri interiori. La primavera è sempre stata un momento di grande slancio vitale, di forza leonina che si sprigiona dentro di noi, di rinascita, di voglia di cambiare tante cose, di impegno, di rinnovamento, una grande sferzata di energia. Mi è rimasta dentro, però, sin dai tempi della scuola, una primavera doc, la mia primavera per antonomasia, nella quale mi rifugio quando quella esterna passa troppo in fretta e mi sfugge, la Primavera del Botticelli.


Un'opera amatissima, dal Rinascimento in poi, che fu denominata Primavera dal Vasari per la prima volta nel 1550.Il Botticelli è il più prolifico autore del quattrocento e le sue tele sono state studiate a lungo perchè intrise di significati, allegorie e miti.


La Primavera, il suo capolavoro, presenta un triplice livello di lettura: mitologico, filosofico, storico. E' una tela di 203 per 314 cm ed è l'Allegoria della primavera. Subito si evince la mancanza di prospettiva con le figure che emergono dal fondo come in un sogno. Lo sfondo è formato da un boschetto di aranci, tutti di bella rotondità, alternati da fiori bianchi e foglie di un verde più chiaro, che sembrano trasferirci il profumo intenso dei fiori d'arancio . Tutti gli alberi mancano di profondità, i tronchi sono allineati, l'uno accanto all'altro senza sfumatura. Le figure sono svincolate da ogni criterio di reciproco coordinamento. Questa mancanza di prospettiva ha indotto anche me, a sperimentare, sull'esempio della pittura del quattrocento, un dipinto senza profondità, con la rappresentazione di una madonna con un uccellino sulla spalla e dietro uno sfondo paesaggistico, sull'esempio della pittura del 400.


Le figure sembrano uscite dai versi del Poliziano, dello stesso periodo rinascimentale, autore delle "Stanze per la giostra" un'opera in versi di una bellezza e una perfezione unica, scritta per Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo, caduto durante la Congiura dei Pazzi nel 1478. Tutta la mitologia qui espressa è tratta dai suoi versi.


Emerge al centro della tela, Venere, ideale della Bellezza coperta da un drappo rosso a sottolineare tutta la sua sensualità. Dietro di lei un cespuglio di un verde intenso sottolinea le sue forme. Sulla destra c'è Zefiro, il vento, che insegue la terra nel suo aspetto invernale, cioè Clori, la quale, lasciandosi sedurre e fecondare da lui, riesce a tramutarsi in primavera. Flora incarna la lussurreggiante Primavera che sparge fiori al mondo traendoli dal suo grembo. E' proprio questa figura a destra a dare l'aspetto raffinato del dipinto, quel tocco di freschezza e calore, che emana dal suo modo di avanzare col piede che porta avanti e l'altro che lo segue, col suo viso etereo, con quel rossore proprio dei giovani, con i fiori incastonati sul suo abito leggero, chiaro che accompagna i suoi movimenti composti. Flora ha il volto di Simonetta Cattaneo, andata in sposa a Marco Vespucci, lontano cugino del famoso Amerigo, ma amata da Giuliano, la stessa modella che diede il volto a Venere , l'altro dipinto famoso del Botticelli e a tutti gli altri. Simonetta, per la sua bellezza fu soprannominata "La bella di Firenze", morì a soli 22 anni di tisi.


Ci sono poi le Grazie che intrecciano danze e accanto Mercurio che solleva col caduceo una nube, quasi a voler fugare gli ultimi nembi per dare serenità alla nuova stagione. Nel suo gesto c'è anche un significato allegorico, di voler elevare l'amore terreno fino alla sfera del divino. In alto Cupido, che aleggia sul capo materno, scaglia le sue frecce per i nuovi amori primaverili. L'azione è completamente assente, tutto è privo di prospettiva e la poesia dell'opera è data dall'armonia delle figure e dal ritmo sinuoso della linea. E' un'opera che rispecchia con acuta sensibilità il suo tempo, il 400, ricco di fermenti culturali, politici e filosofici, interprete del neoplatonismo di Marsilio Ficino e del Poliziano, il tutto inserito in un clima di rarefatto intellettualismo instaurato dall'avvento della signoria medicea.