31/08/13

L'esercizio del potere


Una telefonata che non arriva, un amico che di dilegua, un aiuto non dato, una lungaggine che poteva essere evitata, un’indifferenza inspiegabile…sono solo alcune delle cose che accadono nei rapporti interpersonali e di cui ci chiediamo il motivo senza venirne a capo. Non è altro, a volte, che un abuso di potere a nostre spese, che si mette in atto per motivi vari.
 


Crediamo che il potere sia solo quello  messo in atto per la collettività. Il potere è la capacità che le persone hanno di influenzare, di decidere, di volere l'impossibile, di provare e di sperimentare, di sottomettere gli altri  in nome di una collaborazione, di operare al posto di altri, di temporeggiare là dove non se ne vede la motivazione, e  che bene o male esercitiamo un po' tutti nel nostro piccolo. Ultimamente mi capita di imbattermi, sempre più spesso, in persone con la sindrome di onnipotenza che mettono in atto strategie di potere celate da veli di ipocrisia e  di scarso interesse alla cosa.  Assistere a questi giochi, che variano in base alla posizione gerarchica che si occupa, non fa altro che acuire un senso di nausea per una società che si muove solo nel verso degli interessi personali. In virtù del detto coniato da Andreotti  che “il potere logora chi non ce l’ha” adesso tutti vogliono esercitare il potere e se poi si aggiunge l’altro detto , più volgare e pittoresco, ma molto più chiaro che “comandare è meglio che…”, e qui mi astengo, si capisce bene come tutti vogliano provare l’ebbrezza del comando. Nell’antica Roma comandare era “imperare” e “l’imperium” era solo dell’imperatore, consoli e pretori, da non confondersi con l’auctoritas. Un imperatore  esercitava  il potere mettendo al servizio degli altri le sue capacità e le sue competenze, che spaziavano dallo scrivere libri al far la guerra, dall’amministrare al mediare una politica interna ed estera, tutto ai fini della stabilità del suo impero. Un esempio lampante fu Cesare, condottiero e  scrittore eccellente, o Augusto, Adriano, Marco Aurelio...Oggi basta appena saper parlare, tutto  il resto  viene  affidato  alla schiera di gente che ruota intorno al personaggio potente che  diventa più che altro  un simbolo  circondato da una realtà impressionante. Quando si comanda e si esercita quell’ imperium di cui parlavo, non si possono però fare errori , nel senso che chi comanda deve essere imparziale, giusto e coerente , ma così non è oggi se abbiamo sotto gli occhi   ogni sorta di soprusi,  a danno della collettività che invece dovrebbe usufruire solo dei benefici del comando. Assistiamo a questo esercizio di potere, a volte, proprio in nome dell’amicizia, della conoscenza, facendo sembrare vera una cosa che invece assume caratteristiche ibride, venendo meno proprio ai crismi dell’amicizia . Al posto della vecchia frase “lei non sa chi sono io”, devo dire passata di moda, si sostituisce il non replicare davanti a una offesa e attendere i tempi dovuti per palesare quello che a voce non si è detto. Ci sono persone dalle quali aspetti risposte che puntualmente non arrivano, altre ignorano quello che dici, altre ancora ti accerchiano solo per trarne dei vantaggi. Il vero movente è riuscire a gestire a piccoli sorsi delle situazioni che potrebbero essere risolte in un baleno, frenando l’efficienza e la conclusione degli eventi, facendo credere nell’ impossibilità di poter risolvere la questione. Le persone che vogliono esercitare a tutti i costi il potere che è nelle loro mani, ritardando, evitando o ignorando ciò che è da farsi, sicuramente  lo esercitano in nome di soprusi a loro volta ricevuti, antipatie in atto, disistima nei loro confronti, sentimenti provati in relazione a rapporti finiti, malefatte ricevute, o per il semplice gusto che quello che è in proprio potere deve diventare il trofeo della  megalomania. In questo modo aumentano le persone che coalizzano in nome della giustizia non ricevuta, dell’offesa recata, del torto da ricusare. D’altra parte anche tra gli stessi potenziali “potenti” funziona il detto latino questa volta:”ubi maior minor cessat” e chi è più in alto scalza chi è più in basso con un potere gerarchico anche tra la schiera delle persone del parlamento delle amicizie. Fa riflettere in proposito, un’opera di Geoffrey Chaucer, “Il parlamento degli uccelli”, un poemetto di 699 esametri composto presumibilmente tra il 1380 e il 1382, dove nel giorno di San Valentino, tutti gli uccelli, dai più nobili ai più umili, sono gerarchicamente schierati per scegliersi la compagna. Tre aquile indicano una stessa femmina della loro specie e si apre così un “debat”cortese inteso a stabilire chi abbia il diritto alla scelta. Interviene qui la Natura che lascia il diritto di scelta all’aquila femmina che prende un anno di tempo per decidere. Così un imprevisto spezza l’ordine gerarchico con i  tre uccelli che scelgono la stessa femmina e si giunge a invertire la scelta, dando potere a chi invece non ne aveva e non ne poteva avere. Dovrebbe accadere qualche imprevisto anche per i tanti piccoli imperatori, di cui è formata la nostra società, che  hanno un esercizio sproporzionato del potere nelle loro mani, un potere che, oltre a impedire  alla  giustizia di svolgere il suo ruolo, elemento fondamentale per una vera democrazia, attarda anche quelle normali funzioni cui sono preposti.
 
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20/08/13

La città del "Castello a mare"



Castellammare di Stabia è famosa per il suo castello sulla collina della Panoramica, da cui trae il nome, per il porto, il lungomare, le Terme e i suoi siti archeologici che nel tempo sono venuti allo scoperto. Ancora oggi, molti reperti sono rinvenuti nei vari scavi effettuati nel tempo e  si afferma sempre più come luogo storico di una certa rilevanza.
"Alcuni   storici sostengono che la  costruzione del castello sia da attribuire a Federico II di Svevia (1197-1250), ma questa teoria apparentemente valida, può essere agevolmente scartata, se si tiene conto che nei "Documenti svevi sull'amministrazione dei castelli del Reame di Sicilia", risulta citato nell'elenco dei Castra (castelli) da riparare anche il nostro "Castrum Maris de Surrento" (in tal epoca così denominato), per cui è logico desumere che tale manutenzione fosse destinata ad un castello già esistente, bisognoso di restauro. A conferma di quanto esposto, in un documento contenuto nel "Codice diplomatico amalfitano" risalente al 15 Novembre 1086, il nostro castello è citato con dicitura "Castello da Mare".
Il nostro castello fu edificato per volere del Duca di Sorrento, con il chiaro intento di fortificare i confini del proprio Ducato. Successivamente il "Castello del Duca", fu restaurato e rinforzato, dapprima da Federico II, poi da Carlo I d'Angiò e dal suo antagonista Alfonso I d'Aragona, autore quest'ultimo anche della "Torre Alfonsina" (che un tempo si ergeva nell'odierno piazzale antistante l'invaso di "Fontana Grande"), che da lui trasse nome.
Non so perché ma personalmente ho sempre visto questo castello sempre come il luogo d'azione  della sesta novella della decima giornata tratta dal Decamerone di  Boccaccio:
 
"E a niun'altra cosa attendendo che a fare ogni dì più bello il suo giardino, avvenne che il re Carlo, nel tempo caldo, per riposarsi alquanto, a Castello a mar se n'andò; dove udita la bellezza del giardino di messer Neri, disiderò di vederlo.  E avendo udito di cui era, pensò che, per ciò che di parte avversa alla sua era il cavaliere, più familiarmente con lui si volesse fare, e mandògli a dire che con quattro compagni chetamente la seguente sera con lui voleva cenare nel suo giardino. "
Mio nonno Aniello da Vico, dove abitavamo, veniva a lavorare qui, come tornitore per i cantieri metallurgici e mi parlava di Castellammare come  di un luogo lontanissimo e ricordo che quando lo faceva non amavo sentirgli decantare le bellezze di questa città visto che la nostra era così bella. Poi un giorno accompagnammo una zia al porto di Napoli in partenza per New York e passando per Castellammare  ebbi modo di apprezzare le tante cose di cui mi parlava il nonno nei suoi ritorni a casa. Impressionante il porto con le sue gru, le navi immense con quelle gomene che sembravano funi di giganti...e poi il lungomare, la villa, la Cassa Armonica, le Terme... Volevo andare ad abitare lì per la bellissima spiaggia sabbiosa  e per il lungomare invidiabile che non c'era da nessuna altra parte nei dintorni.
    Ci sono ritornata da sposata e  non ho mai apprezzato questa città come nell'ultimo periodo. Credo che i luoghi crescano con noi e cominciamo a viverli veramente quando li sentiamo  parte di noi. Un po' come quando amiamo le persone: solo quando le conosciamo bene, cominciamo a riporre in loro la nostra fiducia senza chiedercene più il motivo.
Da ragazza , all'uscita dal liceo, facevo il tratto del lungomare per andare alla fermata dell'autobus non prima di aver visto i gabbiani sull'acqua, le navi mastodontiche che dal cantiere si ergevano come una barriera davanti al mare e un tappeto per il monte Faito,  e non prima di aver espresso i miei pensieri all'aria mentre osservavo lasciando andare la mia mente. Sul lungomare ho dato il primo bacio, ho passeggiato con le amiche, ho visto tramonti bellissimi dai quali mai mi sarei staccata. E poi le Terme...ricordi di tante manifestazioni che mi vedevano protagonista, spettacoli e recite di scuola, e ancora la strada che ogni giorno percorro per andare a scuola, Viale Europa, punto nevralgico della città. Una zona frequentatissima è il quartiere  San Marco dove i miei figli sono andati a scuola per tanti anni, e poi le nostre pizzerie, il Castello,  la Cattedrale con la sua ricca storia, Quisisana, località degli antichi romani , la Panoramica sulla statale sorrentina che si inchina al mare giù in uno spettacolo mozzafiato...e ancora il nuovissimo porto turistico, Castellammare antica col porto e i vecchi rioni. E' impossibile descriverla brevemente. Devo dire che la bellezza della città risiede nelle piccole cose; negli occhi dei tanti pescatori che hanno vissuto una vita per mare e ancora si ostinano a pescare secondo tradizione; nelle vecchie abitudini di chi non cede ai piccoli piaceri di una volta come bere l'acqua della Madonna nel porto antico o gustare un gelato nelle nostre gelaterie storiche che raccolgono il flusso di gente che esce dal cinema Montil o dal lungomare costringendo tutti ad assaggiare il gelato, in ogni stagione e contro ogni dieta.
    Ora, per me, questa città ha un nuovo valore, rispetto a quando mi sentivo un'estranea soprattutto per non conoscerla così bene come oggi, e si presenta a me come  una madre che accoglie e si compiace dei figli che la amano. Castellammare è veramente un luogo incantevole e spero che nel tempo acquisti il valore e l'importanza che merita e che sia più amata dai suoi cittadini.

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06/08/13

Napoli, mia bella Napoli!

Avevo visto Napoli dall'alto, quando l'aereo che ci riportava dall'Inghilterra, aspettava in volo prendendo tempo per dare la possibilità di sgombrare la pista prima di atterrare, ed io da lassù ammiravo la bellezza di questa città stupenda. Ma non avevo mai visto Napoli venendo dal mare: una sensazione di stupore che prende man mano che ci si avvicina al porto, vuoi per l'ampiezza del golfo, vuoi per il traffico marittimo che è in continuo fermento e non si contano i traghetti, i vaporetti, gli aliscafi, le navi da crociera, le navi mercantili e quelle private, uno spettacolo inverosimile. E poi tutti quei palazzi incantevoli, nelle loro strutture imponenti che si stagliano lungo tutta via Marina  continuando fino a Mergellina.

Napoli è veramente la città più bella del mondo, ma poi non so dare risposte ai malesseri di Napoli e davanti a queste cose si resta senza parole.
 Quando dico di amare Napoli intendo soprattutto questo posto unico al mondo, per lo scenario che presenta ai nostri occhi, ma i luoghi hanno  anche un'anima, quella di chi li abita, sono depositari delle loro vite. Un luogo racchiude quello che siamo, quello che proviamo e che pensiamo. Ci si identifica nel luogo in cui si vive. Molti di coloro che lasciano Napoli credono di essersene liberati ma poi si lasciano divorare dai ricordi, sdoppiandosi in due: quello che sono e quello che erano, come se avessero una doppia  personalità.
  Napoli è anche una realtà complessa, difficile da vivere e in questo caso  le bellezze naturali passano in secondo piano. Non più tardi di qualche settimana fa mi trovavo nel traffico di via Marina e la percorrenza di questo tratto è durata esattamente due ore: asfissiante! Lungo il percorso non c'era un vigile a pagarlo, ma un caos infinito, gente che suonava impazzita per la fretta ma era  imbottigliata senza via d'uscita; le macchine cercavano di passare da una corsia all'altra come quando le automobiline vanno in pista. Quando sono giunta all'Università, a via Porta di Massa, ho lasciato la macchina al parcheggio,  con il modico costo di 24 euro per circa 5 ore di permanenza. Al ritorno, nel prendere l'auto, ho trovato un graffio lungo la fiancata e quando mi sono permessa di far notare la cosa, mi hanno risposto che si vede che l'avevo procurato altrove ma  impossibile al parcheggio.
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 Qualche mese fa, percorrendo la stessa strada, qualcosa del manto stradale, che ricordo essere lo stesso da almeno 20 anni, è schizzato come un proiettile bucando due ruote in modo irreparabile, costo 400 euro. Dopo due giorni le altre due ruote sono scoppiate per lo stesso motivo, per essere finite nelle buche della stessa strada. Giungendo da Ischia, al molo Beverello, l'attracco è durato circa 20 minuti solo per agganciare la passerella per lo sbarco...Arrivata al semaforo un ragazzo, posando i suoi fazzoletti sul vetro della macchina, non si è reso conto che tenevo i tergicristalli in azione per ricordare all'altro ragazzo, che intanto giungeva dall'altro lato, che la macchina era uscita dall'autolavaggio e non volevo che me la sporcasse, e i suoi fazzoletti sono volati via. Ha cominciato a inveire contro di me che intanto col semaforo verde avanzavo. Ecco, se ricordo tutto questo mi dimentico della bellezza di Napoli!  La bellezza di una città è data ancor di più  dalla qualità  delle sue funzioni, del suo sviluppo sostenibile,  e tutto il resto non è altro che un'aggiunta, una nota estetica e poetica che arricchisce, ma da sola non basta. Anche la pigrizia nel denunciare i disagi  può acuire questo senso di impotenza. Dobbiamo invece essere attenti e propositivi, mai approssimativi e risvegliare anche un' amministrazione non sempre vigile. Una città è data anche dalla coscienza dei suoi cittadini oltre a coloro che la governano, che devono tener conto  della complessità e delle difficoltà di Napoli per poterla gestire bene.


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01/08/13

CLASSICO è un libro che non finisce mai d'insegnare

C'è un bellissimo passo in "Robinson Crusoe" di William Dafoe, dove il protagonista, costruita la sua dimora tra la roccia e la spiaggia, pensa di aver risolto in modo definitivo la sua sistemazione sull'isola, credendo di aver trovato il luogo adatto per il riparo dalle intemperie e dagli animali.
 
 Quando questa convinzione comincia ad essere certezza assoluta, ecco che un terremoto, che mai avrebbe immaginato potesse accadere su quell'isola e arrecare danni a lui già colpito dal naufragio, fa crollare la sua casa costruita con tanto lavoro e genialità.
E' questa l'esatta metafora della vita: non c'è cosa peggiore delle nostre certezze e delle nostre convinzioni per le quali a volte combattiamo come fiere!
Robinson Crousoe di Daniel Dafoe è un classico che non finisce mai di stupirci e sin dalle prime pagine induce ad una riflessione serrata dove è difficile riscontrare banalità e superficialità.
 
In un altro passo si racconta del protagonista che va a caccia  e vede da lontano una capra col suo piccolo. Spara sulla capra e salva il suo piccolo, che porta nel suo orto per allevarlo e mangiarlo in seguito, ma non immagina  che da lì a qualche giorno anche il capretto sarebbe morto di dolore.
 
Il lettore si imbatte, in questo romanzo, in tante riflessioni, tanti assunti  e tante considerazioni a cui l'uomo va incontro. La vita di Robinson potrebbe essere presa a modello per analogia e controllarne i vari momenti con la nostra in una sorta di metodo mitico come sviluppò James Joyce nel suo "Ulisse" rapportando l'intera giornata di Leopold Bloom, il protagonista del suo romanzo con l'intera storia dell'Ulisse di Omero. In questo modo troveremmo sicuramente episodi che si equivalgono o si sovrappongono.
 
C'è poi un momento di grande sconforto per il protagonista quando vede per lui un futuro di solitudine su quell'isola, come un  prigioniero. Si chiede che senso abbia la sua vita lì e quanto potrà sopravvivere alle ostilità del luogo e ai morsi della solitudine.
Se la prende con quel  Dio che, seppure lo ha salvato rendendolo unico sopravvissuto al naufragio,
 
dall'altra parte lo ha reso solo e lontano da un mondo che pure aveva conosciuto: quello della civiltà. Un mondo che aveva lasciato per la frenesia  di nuove avventure di vita, per lui che aveva un animo curioso e sempre in movimento, mentre ora voleva ritornare a quel mondo da cui proveniva.
Robinson oppone poi, a quel primo momento di scoraggiamento e disperazione, un altro di fiducia e di fede quando capisce che quel Dio che lo aveva fatto sopravvivere al naufragio, che lo aveva sbattuto su quell'isola deserta,  gli voleva certamente salvare la vita facendolo tornare a casa. E' solo in seguito a questi discorsi,  supportato dalla sua logica e dalla filosofia, che acquista un nuovo entusiasmo. E non importa il tempo che dovrà aspettare, è bello ritornare  alla consapevolezza di potercela fare e che, se ben motivato, quel ritorno a casa sarà la sua meta e non più un miraggio.
Fede e speranza, logica e conoscenza gli ridonano la condizione giusta per procedere quel percorso di vita che per un po' gli aveva annuvolato anche la ragione.
 
 
 
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