La candelina all'alba

 


Ieri la mia giornata di compleanno è iniziata alle sei. Sveglia presto per andare a Napoli, alla discussione della tesi del Master di II livello post laurea in Farmacia di mia figlia.

Non avrei immaginato di trovare in cucina una piccola sorpresa: muffin con la candelina, pronti per la colazione. C'erano anche i fiori e le tazzine del servizio “in”. Così mi sono ritrovata a spegnere la candelina all’alba e a mangiare il muffin mentre iniziava lo sciame dei messaggi di auguri che arrivavano senza sosta.

Rispondendo a una mia amica che, a ogni mio compleanno, riesce sempre a farmi gli auguri per prima, le ho chiesto se fosse normale festeggiare a quell’ora del mattino e spegnere anche la candelina. Lei mi ha risposto: «Certo! Diceva mio nonno che gli auguri di compleanno si danno prestissimo». Quindi ero perfettamente in regola. Poi, però, ho pensato che in fondo sono nata alle due e mezza di notte: dunque avevo già tre ore e mezzo di vita.

Ad aspettarci c’era l’aula magna del Dipartimento di Farmacia per la seduta di tesi del Master. Non eravamo i primi? Non riuscivo a crederci. Ogni volta diciamo: il traffico, Napoli, troppe macchine… e invece la strada era tutta nostra.

Verso le 9.30 si comincia. Tredici candidate. Mia figlia, l’ultima. E devo dire che gli argomenti erano davvero di grande interesse. Mentre ascoltavo, però, l’occhio cadeva sui messaggi che continuavano ad arrivare. Cercavo di rispondere a tutti. A volte, scorrendo le chat, qualcosa inevitabilmente sfugge. Alzavo gli occhi quando sentivo qualcosa di interessante o quando una slide attirava l’attenzione. Allora chiudevo il telefono e continuavo ad ascoltare.

Quando è arrivato il turno di mia figlia ho dovuto smettere del tutto: era il momento delle foto, ma soprattutto dell’ascolto. Poi ho ripreso a rispondere ai messaggi mentre la commissione si riuniva. Intanto la sala, piena fino a poco prima, cominciava lentamente a sciogliersi in chiacchiere e piccoli spostamenti. E io sempre lì, a rispondere agli auguri.

Accanto a me mio marito non si era accorto di niente: era intento a rispondere ai suoi pazienti. Ogni tanto usciva dal suo silenzio per controbattere a qualche imprecisione durante le discussioni, soprattutto quando si parlava di medicinali, tecniche o argomenti di suo interesse. Ho dovuto scuoterlo per le foto, altrimenti se ne sarebbe dimenticato. Ma io non ero da meno: digitavo, scrivevo, leggevo le slide e ascoltavo.

Per le tredici eravamo fuori e, dopo un’ora, già a casa.

In casa vige una sorta di tradizione: il giorno del compleanno è come una piccola giornata di libertà, da usare come si preferisce. Sanno che sono impegnata a rispondere agli auguri e mi lasciano tranquilla. Nessuno si lamenta, nessuno chiede, nessuno obietta. Mentre negli altri giorni il telefono corre con noi, in questo giorno possiamo sederci e dedicarci con calma a quel rituale.

Come ogni compleanno mi tornano in mente quelli passati, quando c’eravamo tutti e nessuno mancava all’appello. Soprattutto quelli della mia infanzia, che hanno lasciato ricordi indelebili, legati a momenti che non si dimenticano.

Non che mi piaccia molto festeggiare. Ed è tutta colpa de Il sabato del villaggio. Da quando ho studiato per la prima volta questa poesia, ho sempre preferito il giorno prima, l’attesa, quando si pregusta ciò che sarà. Siamo tutti un po’ contagiati da quel benedetto pessimismo leopardiano: anche se cerchiamo di sfuggirgli, il pensiero torna sempre lì. Temiamo sempre che qualcosa possa sottrarci il nostro momento, e finiamo quasi per evitarlo.

Eppure, col tempo, forse dovremmo festeggiare un po’ di più. I compleanni che passano diventano più preziosi e impariamo a viverli con maggiore consapevolezza.

Il pomeriggio non è stato diverso dal mattino. Ho continuato a rispondere ai tanti messaggi e, sorridendo, ho ricordato le parole di una collega: «Quando tutti ti rispettano è perché sei diventata vecchia». 

Così, come ogni anno, questa giornata, che in casa mi lasciano vivere quasi come un piccolo privilegio, finisce sempre allo stesso modo: io seduta a rispondere agli auguri.

Ma com’era quando non c’erano i social? Andavamo a trovare le persone a casa loro. E quel verbo, trovare, descrive bene ciò che accadeva davvero: spostarsi verso gli altri per incontrare qualcosa che si desidera. Ed era proprio questo il punto: il desiderio di vedere le persone, di averle vicino.

Adesso che abbiamo il telefonino, invece, le abbiamo tutte più vicine. O almeno così crediamo.

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