24/01/16

Benvenuti in libreria

Benvenuti in libreria

“Scusi”, “mi aiuterebbe a scegliere qualcosa da leggere, ho la notte in ospedale accanto a   mia madre!”
“Beh  guardi, non saprei, qualche thriller, visto che deve stare sveglia!”
“Sveglia sì, ma se posso,  fare anche un pisolino! Ci vuole qualcosa di piacevole, distensivo, di amoroso, sociale, interessante…ecco!”
“Vediamo…L’amica geniale!”
"Ci avevo pensato, ma mi hanno detto che quando arrivi alla fine delle pagine dei libri della Ferrante, non vuoi uscire più dalla sua storia”.
“Ma va letto!”
“Lo leggerò, anzi, li leggerò, tutti i quattro della serie, dopo la guarigione di mia madre!”
“Potrebbe leggere qualcosa di umoristico con riflessione come “Questa scuola non è un albergo, piacevole storia sul mondo della scuola”.
“Sarà, ma ridere con mamma che non sta bene, non me la sento”.
“Ma deve leggere, mica mascherarsi per carnevale? Si metta comoda e quando ride, faccia finta che stia piangendo o soffiandosi il naso. A me è successo per il libro “Terapia di coppia per amanti”. Erano le 5 del mattino e non potevo svegliare tutta la brigata e mentre ridevo ho dato dei colpi di tosse e mi soffiavo il naso per mascherare il mio riso”.
“Lo prenderò ma da leggere a casa in un momento migliore. Ero rimasta a Malinconico, Vincenzo, il protagonista degli altri libri di Diego De Silva”.
“Poi ce n’è uno che ho letto per caso, dal titolo strano, ma una storia molto scorrevole e piacevole da leggere…Non capisco perché mettono titoli stranieri a libri italiani…si intitola:”Già sta Giobbe”, è una chiccheria!!!”.
“Mai sentito! Vediamo  quest’ultimo, visto che il titolo non mi dice niente, la storia dirà sicuramente qualcosa.”Scusi, mi dà il libro “Già sta Giobbe”?
“ Non so se c’è, controllo a computer. No, non risulta alcun  libro con questo nome!”
“Controllate perché è nuovo, di una certa Bratto, Botte… “
“Ah, lei dice Filomena Baratto, ma il suo libro è Just Job!”.
“Oh mamma mia, ma un nome più semplice non lo poteva avere questo libro?”
“Ma i libri hanno nomi strani, si rifanno spesso a frasi che si trovano all’interno e tra queste si scelgono le più significative”.
“Hai ragione, ce ne sono certi che non si possono sentire. Come si fa a intitolare un libro:”Il teorema  del babà?
“Magari solo quello! Quanto mi piace Franco di Mare, il giornalista, è troppo forte”.


“Quell’altro dal titolo, Splendido disastro! Ma dico, è un disastro e lo reputi splendido?
“ Il titolo è perfetto, anche la storia, niente male”.
“Magari solo quello,   e di “Zero Zero Zero?”Mi sembra un brutto voto a scuola.”
“E  bastasse, un altro che lo intitola, “L’amore al tempo della prostata” dico io, volete dire  che ci azzecca l’amore con la prostata? A pensarci bene ci azzecca, oggi gli uomini hanno scoperto di avere la prostata, un tempo non si sapeva nemmeno che fosse un organo maschile!”
“Mai quanto, “Prometto di sbagliare”, al massimo si può dire “prometto di essere buono”, no lui promette di sbagliare.”
“ Così con questo titolo tu, curiosa, lo leggerai. Capito? Si vede che non conosci “Il gatto che aggiustava i cuori”, il cuore come un aggeggio,ma così bellino questo titolo, che lo compro proprio per aver menzionato il gatto che fa il chirurgo dell’amore.
“E poi l’altro “Quattro etti d’amore, grazie”, ma che l’amore si compra?”
“ Si oggi l’amore è questione di grammi, per arrivare ad averne un chilo ce ne vuole, e magari ti passa pure la voglia visto quello che comporta per averne.”
“Ma questo di Giobbe l’ha letto la mia amica e dice che non è centrato sulla pazienza,come si vuole,di Giobbe, ma sul lavoro, anche l’amore e non solo l’amore. E’ una storia di mare, di pescatore, di figli, di padri. Però non è sicuro che non sia ironico, mi sa che anche in questo qualche scoppio di ilarità …”.
“Sai che ti dico, che con la modica cifra di 100 euro o giù di lì, mi faccio questa bella spesa in libreria e sto tranquilla per un mese. La gente parte io invece volo. Quando leggo sto tranquilla: non faccio niente di male, sogno, imparo, esercito i miei sentimenti, le mie emozioni, passo il tempo senza accorgermene e conosco tanta gente. Altro che vita di società, questa è vita da stadio. Ci vediamo tra una ventina di giorni e ti dirò tutta questa gente cosa mi ha detto. Grazie del consiglio. Io mi chiamo Lauretta…il vezzeggiativo è per i miei etti in più, no di amore come vuole Chiara Gamberale, ma di ciccia.”
“Bene, io mi chiamo Elenuccia…come la Ferrante, non pensare a quella della mela e il pomo della discordia a Troia e sono secca secca, come puoi vedere”.
“Allora qui tra venti giorni a parlare dei nostri autori. A presto Lauretta!”
“By By Elenuccia!”

Libri menzionati: “L’amica geniale, di Elena Ferrante, Terapia di coppia per amanti di Diego De Silva, Just Job di Filomena Baratto,
Il teorema del babà di Franco Di Mare, Zero Zero Zero di Roberto Saviano, Splendido disastro di McGuire Jamie,
L’amore al tempo della prostata di Maurizio Sorrentino,  Il gatto che aggiustava i cuori, di Wells Rachel,

Quattro etti d’amore, grazie, di Chiara Gamberale. Prometto di sbagliare di Chagas Freitas Pedro




19/01/16

La solitudine

La solitudine è il  rapporto con noi stessi e questo è il punto che ci fa paura. Dobbiamo sopportare i nostri umori sempre diversi e  possono essere sopra le righe o sotto i piedi, e conviverci non è facile. Ci sono tipi che ci riescono bene, sono assuefatti alla loro solitudine e non ci badano più di tanto. In certi casi si tratta di una forma più di egoismo, il voler competere solo con se stessi, siamo abituati ad eludere gli altri e ci misuriamo solo con noi stessi. Per converso ci sono quelli che darebbero l’anima per stare a contatto con gli altri ad ogni ora ma devono vivere disciplinati e silenziosi, vuoi per educazione o per regole da seguire o perché costretti. Qui la solitudine è più dura a mantenersi. C’è chi per natura ha bisogno di un confronto, di una chiacchiera per ogni sua azione, per un consiglio... Il bisogno a stare sempre e comunque in compagnia può essere incapacità a stare da soli ma anche  una profonda conoscenza di se stessi da stare bene anche con gli altri.
 
 La solitudine peggiore è quella che, quando arriva, non ci fa stare bene. Da soli rimuginiamo, riflettiamo, mettiamo le idee sotto sopra,  vediamo i nostri errori, le difficoltà, gli egoismi e gli opportunismi degli altri che giocano con le nostre emozioni o i nostri sentimenti e questo logorio mentale ci  annienta.
Questo tipo di solitudine molto spesso sfocia in depressione, se non risolta e chiarita. Solitudine e depressione sono un connubio che ben si legano e a volte è difficile uscirne. Serve l’evento o la persona adatta a scacciare le nostre paure e fantasmi, a far dileguare le nostre preoccupazioni che molto spesso si alimentano come gigantesche bolle fino a crescere smisuratamente. Spezzare questo circolo vizioso è necessario per ritornare al nostro equilibrio. Di questo tipo nessuna fascia è protetta più di un’altra, siamo tutti a rischio, grandi, piccoli, uomini e donne e ha a che fare con il nostro carattere, la nostra sensibilità, il nostro rapporto con gli altri. Questi casi hanno bisogno di aiuto, dell' intervento di persone preparate che ci ascoltino, a cui raccontare le nostre paure. La solitudine ha bisogno di ascolto, sia di noi stessi che gli altri di noi.
Poi ci sono quelli che stanno fin troppo bene da soli e, anche in compagnia, si comportano come se stessero da soli. Non danno ascolto all’altro, si chiudono nel loro mondo, non lasciano passare la comunicazione  e adottano varie strategie pur di vivere secondo la loro indole solitaria. Ci sono solitudini anche quando si è in compagnia, quando si ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti o le proprie emozioni o solo i semplici pensieri e, ogni volta, ricacciandoli dentro per mancanza di ascolto da parte dell’altro, si vive in solitudine forzata. Questa, credo, sia la solitudine peggiore, una solitudine che ti cambia, ti rende diverso, ti vuole più forte, più refrattario alle sofferenze, magari
 
diventando più cinici e menefreghisti.
Con la solitudine dobbiamo conviverci, fa parte del nostro bagaglio di vita, esperienza che non ha mai fine.
Si dice che per stare bene in due bisogna saper vivere da soli, ma vivere da soli è una continua palestra di vita. Non si impara per sempre a star soli, si impara strada facendo e gli altri ci aiutano a capire che cosa bisogna migliorare per star bene con se stessi. Quello che imputiamo agli altri è solo il nostro modo di essere, che vediamo riflesso in chi abbiamo davanti. Gli altri ci fanno capire quali sono i nostri punti di forza e quelli di debolezza. Senza il confronto non potremmo migliorarci.
« La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. »
(Hermann Hesse)


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06/01/16

Ricordi di Befana


La mia prima Befana fu una lavagna con gessetti e una bambola, avevo 6 anni, prima non ricordo di aver ricevuto giocattoli in questa occasione. Quelle di prima non le ricordo forse perché questa fu una Befana bravissima, secondo copione: venne dopo mezzanotte, non mi accorsi di niente ed ebbi le stesse cose di mia sorella, ovviamente per non litigare. Ero rimasta sveglia fino a tardi sicura di beccarla mentre appoggiava i giocattoli sul letto, ma non ce la feci, mi addormentai senza accorgermene. Quando aprii gli occhi era l’alba, la stanza nella semioscurità e mi sembrò di vedere qualche protuberanza ai piedi del letto. Per accertarmene, andai a toccare con le mani il monticello, che fece un gran baccano per la carta che l’avvolgeva. Mi ritrassi per aver fatto un bel po’ di rumore e anche spaventata per aver capito che realmente era venuta la befana. La successiva fu il classico trenino su rotaie che a me piaceva tanto. Non lo avevo chiesto, ma un trenino c’è sempre stato tra i nostri giocattoli, forse per abituarci alle partenze. Poi la Befana ha cambiato sempre doni, fino a portare libri o capi di abbigliamento. Una Befana che non dimenticherò mai fu quella di ritornare, per la sera della festa, a casa di mia  nonna e di mattina il mio letto fu stracolmo di carbone e cioccolate. Il dono più atteso fu dormire nel lettone di nonna dal quale mancavo da un po' di anni, svegliarmi con comodo in un piacevole silenzio, col fruscio delle foglie e qualche ululato di cane che girava per le terre. Crescendo la Befana è diventata perspicace e sapeva sempre di cosa avevo bisogno. Una volta, grandicella, l’ho portata io a dei bambini orfani in un vicino Istituto di suore, dove ero andata  con altri ragazzi. Alcuni bambini si erano legati a me, per qualcuno potevo sembrare la sua mamma e per l’occasione portai loro giocattoli, abbigliamento, dolci, libri. Da quella volta mi aspettavano ogni domenica col mio sacco di regali.


Anche quando ho capito che la Befana era solo una ricorrenza che altro, mia madre ci teneva alla nostra calza e ne faceva una veramente deliziosa mettendoci dentro i miei dolci preferiti.  Ho imparato allora che piccoli gesti possono essere di grande valore, come quella di sapere che mamma appoggiava la calza sul letto a notte fonda proprio per rendere credibile il passaggio della befana, anche se avevo sedici o diciassette anni. Capire che mia madre, assonnata e morta di freddo, non andava a letto per portare a compimento il nostro desiderio, mi riempiva di gioia. Di mattina la ripagavo portandole il “canarino” e il caffè a letto con qualche cioccolata prelevata dalla calza. Questi momenti li ricordo con piacere e per me sono carichi di significato, momenti indimenticabili. Con le mie sorelle controllavamo se ci fossero stessi dolci, stesse marche, contavamo anche gli smarties e guai a trovarne in meno, ne nasceva una disputa, ma piacevole. I nostri letti si riempivano di carte e mia madre sedeva con noi per rubarci le cioccolate. Si rideva e si mangiava, raccontavamo le befane precedenti, quelle di mia madre, di mia nonna. Momenti a cui do molto più valore adesso, quando le cose e i tempi passano ma restano i ricordi di quei momenti. Se dovessi scegliere la mia Befana di oggi, vorrei riavere i miei momenti di calore familiare, con mia madre, le mie sorelle, mia nonna, tutto quello che allora mi sembrava una famiglia non unita, ma era, invece, ricca di affetti. Le cose che si vivono hanno tutte un valore, anche le più insignificanti al momento, col tempo acquistano colore. La Befana oggi dovrebbe assecondare i nostri  desideri, quelli più nascosti ed esaudirli.  Dovrebbe darci sempre buone notizie dal mondo, per esempio dall’Africa o dall’America o dal Medio Oriente e appoggiare sul nostro letto  il responso delle nostre richieste per il mondo, anche se dovessimo impegnarci molto per ottenerle. Non perdiamo la fiducia nella Befana e non permettiamo che i bambini vedano svanire un personaggio che, oltre ad alimentare la loro fantasia ,può alimentare il loro cuore e credere che i miracoli possono accadere.
 
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