26/05/16

C'era una volta il balcone...

C’era una volta il balcone…sì, quello dove ci affacciavamo a parlare con la vicina, di sopra, di sotto, di lato. Il mio balcone dava su una terrazza come fosse stata un’altra stanza. Lì leggevo, ricamavo, stendevo il bucato, pulivo i fiori nei vasi, studiavo, coccolavo Susina, una volpina e, immancabilmente, scambiavo chiacchiere con l’amica accanto, le vicine, in virtù del bucato steso, del tempo, di quattro chiacchiere cosiddette ricreative, che rappresentavano un break a quello che si stava facendo.
Ora non c’è più, fuori ai balconi non esce più nessuno ed è già tanto se lo faccio per i miei gerani, un bellissimo terrazzo assolato, ma solo, non esce mai nessuno lì fuori. Il motivo è questo trabiccolo  di pc che  ha assorbito il nostro tempo e le nostre chiacchiere. Adesso è peggio che stare a parlare sul terrazzo di casa nostra. Tutti intenti a leggere, scrivere, rispondere, pubblicare, taggare… E’ diventato, questo luogo, un’agenzia o un tribunale, ma anche un giornale o una bacheca casalinga, oppure  un vademecum, un contenitore da imbottire. E quelli che dicono che non stanno su fb, non dicono il vero, basta una pagina vuota da cui accedi e vedi il mondo.


La nostra giornata la sgraniamo qui sopra, nel salutarci, nel leggerci, nel controllarci, magari diciamo qualcosa di interessante, nel mostrarci con foto, comunicati e mentre prima si passava a fare una visita di cortesia, un caffè, un giro, ora ci vediamo qui. Ma  è pur sempre un luogo pubblico e talvolta  ce ne dimentichiamo o non tutti se ne rendono conto. Essere visibile non significa incrementare la nostra comunicazione, anche a vuoto aggiungerei, è solo uno dei modi, ma il preferito dalla maggior parte e di conseguenza ci si deve attenere a un bel po' di regole della comunicazione tra le parti. Molti acquistano qui sopra una maggiore capacità di interloquire, magari spinti dal fatto di stare dietro a uno schermo e sentirsi protetti. Ma non è così. E’ esattamente la stessa cosa che avere di fronte le persone. Forse Umberto Eco voleva dire proprio questo quando disse che si è data la “parola agli imbecilli”, un parlare inconsulto che porta ad atteggiamenti che non avremmo se avessimo di fronte la persona o se non avessimo questa possibilità di comunicare al mondo. Comunicare quando si ha qualcosa da dire, così come una foto ha un valore storico per noi e col tempo si sommano e possono farci sentire vecchi, o non d’accordo con quanto pubblicato e detto. Lo riscontriamo già nel visionare vecchie foto, vecchi scritti, ci sembrano quasi obsoleti, non più adatti o che forse non diremmo più. E’ questo uno strumento che va a sottrarre e non ad aggiungere. Tutto va messo non sull’onda dell’emozione ma sull’onda della ragione. Ci rappresenta, vale come un documento, è un luogo fisico anche se virtuale, quindi se sto a lavoro non posto, non scrivo, non contatto. Se scrivo mi assumo le mie responsabilità e se mi manca il balcone di casa di mammà, qualche frase la scambio, così come dico qualche mia idea. Prima non sbandieravamo le nostre idee a nessuno, le tenevamo per noi ed eravamo conosciuti per quello che svolgevamo. Gioie, dolori, emozioni, passano attraverso questo balcone, non solo. Compleanni, onomastici, incontri, tutto viene qui registrato. Sta diventando questo luogo, la nostra memoria collettiva, qui nascere e morire non fa differenza e mentre scriviamo uno stato gioioso ce ne sono altri che ne scrivono di tristi. La piazza si è spostata qui e forse nemmeno il Foro Romano poteva gestire questo traffico di gente che in tempo reale, vive, respira, si immortala, decide con gli altri, critica.

Sul terrazzo fuori al nostro balcone succedeva pressappoco la stessa cosa: c’era la signora del bucato che scrosciava acqua, quella che chiedeva la ricetta, l’altra che ammirava la bella giornata e manifestava i suoi desideri. Era un modo di volersi bene e coccolarsi. Ma poi se entravi per un servizio, se non uscivi per essere impegnata, se non rispondevi per non esserci, ci si impuntava, si facevano illazioni, si davano conclusioni affrettate. Scrivere  i nostri stati d’animo gioiosi o tristi può aiutare, ma certe forme di dolore e di gioia restano personali e sicuramente, quanto più sentiti, più non si condividono ma restano in noi.

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24/05/16

Il diritto alla felicità

Nella Dichiarazione d'Indipendenza americana del 4 luglio 1776 si contempla il diritto alla felicità, un diritto che sembra essere nato dalle odierne ideologie e che invece ha il suo antenato in Gaetano Filangieri, filosofo napoletano, che molti ci hanno invidiato per le idee giovani e fresche in relazione al benessere della società. Il concetto di libertà e di sviluppo della persona incastonato nella Dichiarazione dalle tredici colonie inglesi, porta il marchio napoletano. Forse fu quel germe a condurre al sogno americano e a fare dell'America l'odierna potenza?
Ma le moderne democrazie quanto ne sanno di felicità, di benessere del cittadino, dello star bene?
In periodo di elezioni tutti vanno sbandierando programmi, priorità, promesse, certezze. Ma la felicità resta, per i politici, qualcosa di astratto, non duratura,  fatta di attimi, di momenti di grazia, ma sia anche inafferrabile, come un sale di vita e non una condizione. Qualcuno non crede a questo diritto, come se la felicità fosse un pensiero e non una realtà, mentre la politica è concreta, fatta di azioni da svolgere, voti che vanno onorati con promesse mantenute, ma non certamente con la felicità, sarebbe come vendere nuvole.




 Eppure la felicità è nata in questo luogo, concepita in un periodo di rivoluzione, la famosa Rivoluzione del 1799, tanto da raggiungere oltreoceano la giovane America che la volle nel suo programma. Quel valore sancito nella Dichiarazione americana si traduce anche nella nostra Costituzione nell'articolo 3 dove si contempla "il pieno sviluppo della persona umana". Significa fare in modo di accrescere le capacità, metterle in pratica, sviluppando nella persona tutte le qualità e dandole possibilità per farla stare bene. La felicità poi cos'è? Una rivelazione dell'innamorato, un momento di gioia rapito, un fatto che attendevamo accadesse, un situazione che sblocca tante altre cose? Essa non dura di continuo ma è sempre a piccole dosi. La felicità è uno stato di serenità che va programmato, un benessere interiore che non per forza va col denaro, ma legato allo sviluppo di noi stessi nella direzione che più ci è congeniale, nel diritto delle regole e degli altri. Un cittadino felice progredisce, migliora e partecipa al benessere di tutti, evitando il tranello o l'inganno che può indurre a credere che la felicità sia un fatto personale, invece è questione di collettività, fatta per essere goduta da tutti. Solo se siamo nella serena società, viviamo bene, altrimenti tutti vivono le pene di tutti e non c'è vera felicità. Nei programmi di Economia mondiale, si trova la scritta che solo un uomo felice può cambiare l'economia. Come a sottolineare che la politica deve rendere fattibile questo programma. Come? La felicità richiama a sè altri valori come la giustizia, la parità, l'uguaglianza. Quanto basta per capire che la politica deve cambiare, non ha più nulla che la leghi al concetto di piacere o di felicità. L'ingiustizia è sovrana e la felicità è  attanagliata dai favoritismi, clientele e scambi, tutti aspetti che realizzano gli scopi di pochi e non della società. L'imbroglio vive sovrano, l'ignoranza anche, l'economia è fatta per pochi eletti, così come i benefici della politica. Cosa intendeva Filangieri per felicità? Libertà di pensiero, di riflessione, che si sviluppa dove la società è riuscita a includere tutti e non precludere cose a nessuno. Le democrazie che hanno un vizio di forma o non contemplano poi tanto il benessere della gente ma solo quello di alcuni, non avranno vita lunga. Filangieri fu precoce in questo, forse grazie al contesto storico,  fu tra i primi a mettere in relazione felicità, morale ed emancipazione. Riflessione nata all'ombra dei privilegi di un governo di stampo feudale. «Siccome lo scopo della morale è la felicità – sono le parole di Filangieri - quello della morale pubblica sarà la pubblica felicità. In ogni Nazione bisogna cercare i mezzi per ottenerla, così nell'interno, come nell'esterno di essa. […] L’interna felicità di una Nazione non può essere che l’effetto di una buona legislazione. Io darò dunque nella prima parte tutte le regole per formare una legislazione adattabile ai nostri tempi e perfetta in tutte le sue parti». Filangieri fa comprendere che per uscire dalla feudalità ci vogliono buone leggi che sono la base della vera felicità. Mi chiedo se dopo tanto tempo davvero abbiamo raggiunto la felicità? Davvero siamo usciti fuori dal feudalesimo? E se fosse così, di aver raggiunto questo stadio, per quale motivo si parla tanto di felicità? Gli uomini creano le leggi per altri uomini e non si capisce come, pur essendo della stessa specie, poi non si comprendono e fanno leggi che vanno bene a pochi, con privilegi e riguardi che non fanno altro che ambire alla felicità, come se fosse qualcosa sempre a venire. "La scienza della legislazione" dovrebbe essere ancora studiata e magari  a cominciare dalla stessa America che crede di averla superata da un pezzo e invece è stata forse la prima a macchiarla. La felicità appartiene a tutti, altrimenti è inutile ricercarla  continuamente come se fosse un fantasma, essa ha le radici nella politica, senza la quale niente è di valore.

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12/05/16

Just Job a Benevento

Giovedì prossimo 19 maggio, alle ore 20,30, presenterò il mio romanzo Just Job, edito dalla Graus, presso il Circolo Virtuoso Bukò di Benevento.



Per la prima volta a Benevento con un Circolo culturale dove si parlerà del romanzo con un gruppo di lettura e con il prof. Umberto Pappalardo dell'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa.



La storia di Marcello continua a farsi conoscere, con i suoi personaggi ormai diventati nostri amici, come Lucio il pescatore, Federica, Daniela solo per menzionare i principali.Storia di mare e di lavoro, ricco di spunti su cui riflettere, con storie di vita del nostro tempo.



Benevento, città romana, che conserva l'unico arco intatto, quello di Traiano, eretto, tra il 114 ed il 117  all'inizio della nuova via Traiana, per ricordare ed esaltare il governo dell'imperatore Traiano. Alto 15,60 metri, con fornice di oltre 8 metri, ha un'ossatura costituita da massi di calcare ed un rivestimento di marmo.