La locomotiva

 

Il treno nella neve, Claude Monet

Ricordo un tema scritto al liceo: lo iniziai parlando della diligenza, dei mezzi di trasporto che avevano attraversato la storia. Eppure, già allora, capivo che il mio cuore apparteneva alla locomotiva.

Mi hanno sempre affascinata quei fari che sembrano occhi accesi nella notte, capaci di scrutare la distanza come se cercassero qualcosa. E poi il fumaiolo sbuffante, quasi fosse un respiro affaticato, a raccontare la fatica del procedere. Le ruote, mosse dal semiasse, scandiscono un ritmo antico; e soprattutto quella lentezza solenne, che non è debolezza ma scelta, misura del tempo.

Il mondo della locomotiva nasce nel suo ventre ardente. Lì, dove il fuoco va alimentato con pazienza, dove il carbone diventa energia e lo sforzo umano si trasforma in movimento. Immagino la fatica degli addetti, la fuliggine che sporca i volti, il frastuono operoso che precede ogni partenza. Li ho incontrati tra le pagine dei libri: ne sentivo lo sbuffo insinuarsi tra le righe, il rumore farsi eco a ogni curva del racconto. Talvolta portava un protagonista, talvolta una disgrazia, altre volte un evento destinato a cambiare tutto.

Anch’io viaggiavo su quelle rotaie. Dire che non sono vissuta in quell’epoca sarebbe quasi una bugia: ci sono stata, forse meglio e con più consapevolezza di quanto lo sarei stata se vi fossi nata davvero. Sono stata Anna Karenina, sospesa tra destino e scelta; sono stata un pioniere del West davanti all’ignoto; sono stata Phileas Fogg nel suo instancabile giro del mondo. Ho attraversato storie e paesaggi, accompagnando personaggi che salivano su quei vagoni con il cuore colmo di speranze o di paure.

Ma qual è, davvero, il fascino della locomotiva?

È un intreccio di sensazioni ed emozioni. È il suo incedere lento, distante dalla frenesia dei treni moderni. È quella partenza arrancata, come se il viaggio pesasse ancora prima di cominciare. Eppure, proprio in quella fatica c’è qualcosa di rassicurante: la locomotiva non corre contro il tempo, lo abita.

Chi viaggiava allora era spesso silenzioso. Erano persone che cambiavano città, vita, destino. Ogni partenza segnava una trasformazione profonda. Anche chi si spostava per piacere accettava una rotta lenta, quasi meditativa. Il viaggio non era una parentesi da abbreviare, ma un tempo da attraversare.

Forse è questa la sua magia: la lentezza. In un mondo che oggi misura tutto in minuti da guadagnare, la locomotiva batteva sempre lo stesso ritmo, costante, ostinato. Cullava i viaggiatori come una presenza solida e rumorosa, proteggendoli lungo il tragitto.

E mentre il treno avanzava, dai finestrini si aprivano paesaggi al limite dello sguardo: montagne maestose, distese marine, ponti sospesi nel vuoto, foreste oscure, luoghi impervi e segreti. Ogni scorcio era una promessa, ogni curva un’attesa.

La locomotiva non trasportava soltanto persone. Trasportava destini. E forse, ancora oggi, nel suo sbuffo antico continua a chiamare chi sa ascoltare il ritmo lento del tempo.


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