Un paio di scarpe, Van Gogh
Vi siete mai chiesti cosa raccontano le vostre scarpe, quando restano in silenzio sotto il letto o accanto alla porta?
Sono le prime a svegliarsi quando decidiamo di andare. Ci aspettano immobili, ma sanno già che porteranno il peso dei nostri pensieri. Custodiscono l’impronta dei nostri piedi come un segreto: si piegano dove siamo più fragili, si tendono dove insistiamo, si consumano dove torniamo più spesso. Non hanno voce, eppure parlano di noi.
Sono loro a tastare il mondo prima della nostra pelle. Saggiano il terreno, misurano l’equilibrio, avvertono l’insidia. Entrano ed escono dalla polvere delle strade, attraversano soglie, marciapiedi, stazioni, prati umidi all’alba. Ogni passo è un incontro che registrano senza dimenticare.
Le scegliamo secondo la moda, le stagioni, le occasioni. Le costringiamo a essere eleganti, leggere, sportive, brillanti. A volte costringono noi, stringono i piedi fino a farli tacere. Scarpe di vernice, col tacco sottile, scarpe robuste da viaggio, scarpe che conoscono la fatica delle lunghe attese. Ce n’è un paio per ogni ruolo che interpretiamo. E mentre le accumuliamo come trofei silenziosi, altrove qualcuno possiede un unico paio consumato, rattoppato, fedele come un compagno.
Il mondo cammina in modo diseguale: c’è chi ha scarpiere colme e chi avanza scalzo. Ma chi è davvero più vicino alla terra?
Camminare senza scarpe significa sentire il mondo senza traduzioni. Il caldo che punge, il freddo che ritrae, il sasso che interrompe, l’erba che accarezza. Significa lasciare orme vere, non filtrate, destinate a sparire ma non per questo meno autentiche. Ogni granello diventa parola, ogni asperità una sillaba del linguaggio della terra.
Noi, protetti dalle suole, raramente tocchiamo davvero ciò che attraversiamo. E quando restiamo scalzi è su sabbie morbide o pavimenti levigati, superfici addomesticate. Ma la terra vera è irregolare, viva, sorprendente. Se la sentissimo fino in fondo, forse cambierebbe il nostro modo di camminare, e di scegliere la direzione.
Le scarpe attutiscono il mondo. Ci difendono, sì, ma ci separano. Sono barriera e alleate, distanza e salvezza. Ci permettono di andare lontano senza ferirci, ma ci sottraggono una parte di verità.
Eppure custodiscono la memoria dei nostri passi. Sanno quando trasciniamo la stanchezza e quando invece spingiamo verso qualcosa che ci chiama. Conoscono l’impazienza, l’esitazione, la fuga. Raccolgono polvere e sogni nello stesso modo.
A volte basta guardare un paio di scarpe per intuire una storia: la cura, l’abbandono, la fretta, l’attesa. Sono il nostro biglietto da visita più sincero, perché stanno in basso, dove finisce l’apparenza e comincia il contatto.
Forse le scarpe non sono soltanto oggetti. Sono piccole custodi del nostro cammino. Trattengono la forma dei nostri giorni, il peso delle scelte, l’eco delle strade percorse.
E quando le sfiliamo, la sera, restano lì, vuote ma ancora calde, come due conchiglie che conservano il rumore del mare. Dentro, c’è il suono dei nostri passi. Davanti, la promessa di altri.
Perché finché avremo strada sotto di noi, le scarpe, o i nostri piedi nudi, continueranno a raccontare chi siamo diventati camminando.
Nessun commento:
Posta un commento