Avete mai pensato alla cura con cui un falegname trasforma un tronco grezzo in un’asse liscia e pulita, pronta a diventare qualcosa di nuovo? Alla pazienza con cui lima, leviga, accarezza il legno con gesti ripetuti e precisi, finché la materia non si arrende alla forma desiderata?
Probabilmente no. La verità è che non ci pensiamo quasi mai. Le macchine hanno preso il posto dell’artigiano: oggi le assi si producono in quantità infinita, tutte uguali, tutte perfette. Eppure nessuna macchina possiede il tatto di una mano esperta. Il falegname, passando le dita sul legno, riconosce subito la levigatezza giusta, la curvatura possibile, la forma che ancora non esiste ma che già vive dentro la materia. Le sue mani custodiscono un sapere antico.
Perché prima di essere un uomo che lavora il legno, l’artigiano è un uomo che lavora le idee. È un ingegnere del pensiero: costruisce nella mente ciò che ancora non esiste. Vede la sedia prima che sia una sedia, il mobile prima che il legno prenda forma. Quando sceglie una tavola, non sceglie soltanto un materiale: sceglie una possibilità. Così dovette accadere anche a Geppetto.
Come fece, infatti, a trasformare un semplice pezzo di legno in un burattino? Prima ancora di incidere la superficie con i suoi strumenti, egli aveva già visto il bambino. Ne immaginava il volto, i movimenti, forse persino il carattere. Il suo pensiero era così intenso da sfiorare il miracolo: stava dando vita a qualcosa che ancora non esisteva. Il falegname, in fondo, è un po’ mago.
Prima costruisce nel silenzio della mente, poi affida alle mani il compito di rendere visibile ciò che ha immaginato. Ed è straordinario pensare quanta forza possa avere un’idea quando è alimentata dal desiderio. Un’idea può trasformare un uomo. Può farlo diventare padre ancora prima di avere un figlio. Geppetto lo diventò così.
Guardando quel pezzo di legno, lo desiderò con tale intensità da sentire crescere dentro di sé una paternità nuova, che prendeva forma insieme al burattino che stava scolpendo. Colpo dopo colpo, levigatura dopo levigatura, non stava soltanto lavorando il legno: stava costruendo una relazione. E forse è proprio questo il segreto di ogni legame umano.
Diventare genitori non significa soltanto mettere al mondo un figlio. Essere figli non significa soltanto ricevere la vita. I rapporti non nascono già compiuti: si costruiscono. Hanno bisogno di tempo, di pazienza, di tentativi, di errori. Hanno bisogno di desiderio. Bisogna volerli, coltivarli, crederci.
Geppetto partì da ciò che sapeva fare meglio: lavorare il legno. E lavorandolo, diede forma non soltanto a un corpo, ma a un sogno. Ogni intaglio portava con sé un pensiero, ogni curva custodiva un sentimento. In quel burattino non c’era soltanto la bravura di un artigiano: c’era l’amore di un padre.
Col tempo quel pezzo di legno divenne il centro della sua vita. Tutte le attenzioni, tutte le speranze, tutti i timori si concentrarono su di lui, fino a quando il miracolo si compì: il burattino diventò un bambino vero. Ed è per questo che la storia di Pinocchio non è soltanto una favola.
È una storia che continua a vivere ogni volta che qualcuno la legge. Ogni lettore, senza accorgersene, soffia un po’ di vita dentro quel pezzo di legno. È lo stesso soffio che un tempo aveva attraversato l’immaginazione dell’autore e che, attraverso le mani di Geppetto, aveva preso forma.
Perché dare vita non è soltanto un atto materiale. Dare vita significa prima di tutto accendere un desiderio nella mente. E quando quel desiderio è vero, quando è forte abbastanza, trova sempre un modo per diventare realtà.
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