Oltre i titoli



Quando mi chiedono «Che cosa fai?», giuro che la tentazione di rispondere «Niente» è fortissima. Ma cosa intendono davvero? Il lavoro? Le passioni? Di cosa mi occupo nella vita? O vogliono subito capire quale valore attribuire alla nostra conversazione?

In quei momenti mi sento sempre un po’ in difficoltà, soprattutto quando l’interlocutore mi guarda con quell’aria tra il curioso e il canzonatorio, come a dire: «Dai, spiegami tu che fai». A quel punto ho due opzioni: glissare o iniziare a precisare. Ma spesso non è né il luogo né il momento per una riflessione profonda sulla propria vita.

E poi arrivano le altre domande: «Che cosa insegni? In quale scuola? Da quanto tempo?» E io non ho sempre voglia di fermarmi in mezzo alla strada a fare un colloquio di lavoro. Allora evito. Eppure la domanda torna, inevitabile: «Sei entrata per concorso?» E come allora? E poi ancora: «Ma tu scrivi?» Ma anche lì non finisce: «Ah, e scrivi per hobby?»

Ecco, quella parola — hobby — proprio non la sopporto. È entrata nel nostro vocabolario al posto di “passatempo”, un termine più caldo, più nostro. Scrivere non è “ammazzare il tempo”, ma assecondare una necessità interiore. Scrivo perché voglio scrivere. L’ho sempre fatto. È una passione che fa parte di me da sempre e che, col tempo, è diventata anche un’attività. Ma spiegare le vere motivazioni che spingono una persona a scrivere è complicato. Molti faticano a capire che la scrittura è un’esigenza dell’animo.

La domanda che più mi ha colpito, però, è arrivata alla fine: «Ma con l’intelligenza artificiale si scrive ancora?»

«Sì, mantengo allenate le mie sinapsi e mi piace scegliere con cura le parole. È un allenamento necessario. E tu, cosa farai quando ti sarai affidato completamente all’IA? Non saprai più coniugare un verbo o scrivere una frase di senso compiuto?»

L’intelligenza più preziosa resta sempre la nostra. L’IA è uno strumento utile, ma non deve sostituire il pensiero critico, la capacità di scegliere e di comunicare con consapevolezza.

Eppure resto convinta che siamo troppo veloci nel giudicare gli altri in base a ciò che “fanno” professionalmente. Pochi si fermano davvero ad ascoltare il senso profondo di ciò che una persona vive. Le domande insistenti sembrano spesso una verifica implicita: «Quanto vali?»

Se non tiri fuori subito laurea, pubblicazioni, titoli e riconoscimenti, rischi di essere considerato “nessuno”. Eppure ci sono personaggi pubblici privi di titoli e competenze ai quali non si chiedono chiarimenti. Chi si comporta così ha bisogno di mettere gli altri in difficoltà, ma finisce per rivelare, in realtà, una propria fragilità.

Una volta un amico giornalista mi consigliò di mettere bene in vista, sulla mia bacheca, di essere laureata, giornalista, docente e tutto il resto. Gli risposi: «Non vivo di titoli». Aggiunse: «La gente ha bisogno di vederli, altrimenti non ci crede». E io: «Non ho questa esigenza». Inserisco i miei titoli in un curriculum, quando serve, ma non sento il bisogno di portarli come medaglie nella vita di tutti i giorni. Non voglio che la mia identità dipenda da un’etichetta.

Oggi, infatti, sembra che non basti più essere semplicemente ciò che si è. Sui social, soprattutto su LinkedIn, si assiste a una vera e propria gara di etichette altisonanti: da “Chief Happiness Officer” a “Visionary Entrepreneur”, da “Learning Experience Designer” a “Digital Alchemist”, da “Mindset Mentor” a “Abundance Coach”. Si incontrano bio cariche di slogan grandiosi, spesso accompagnate da emoji e da un elenco interminabile di ruoli. Titoli altisonanti, a volte, per dire poco o nulla.

Siamo sempre più abituati a “venderci”, a ostentare la nostra posizione con disinvoltura. Chi non lo fa sembra quasi strano, fuori posto. Eppure continuo a credere che il vero valore non stia nei titoli che collezioniamo o nella capacità di apparire. Conta il significato che diamo a ciò che facciamo, la passione e la dedizione che mettiamo in ogni cosa, anche nei gesti più piccoli.

Le nostre azioni sincere, fatte con cuore e consapevolezza, parlano da sole. E sono quelle che restano, molto più di qualsiasi etichetta o riconoscimento. La vera essenza di una persona si misura dalla profondità del suo impegno, non dalla quantità di titoli che esibisce, pur riconoscendo che questi attestano competenze e aiutano a definire ambiti e percorsi.

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