L'estate è la stagione del lasciarsi andare: dei bagni al mare, delle vacanze, del tempo che finalmente rallenta. E, per molti, è anche la stagione della lettura.
Ma leggere, secondo me, deve essere un desiderio, un bisogno, mai una costrizione. Spesso mi chiedo come io ci sia finita dentro fino a risultare per me qualcosa di naturale. Nessuno mi ha mai imposto di leggere e, in famiglia, non ho avuto accanto lettori forti che mi facessero da esempio. Eppure, fin da quando ne ho memoria, già alle elementari, leggevo con una voracità che non conosceva limiti. Leggevo tutto: le insegne dei negozi quando uscivo in macchina, le scritte sui muri, i giornali lasciati sui tavoli. Mi piaceva persino scrivere il mio nome e cognome, non come una firma, ma come il segno di qualcuno che si riconosceva già nelle parole.
Ripensando a quegli anni, ci sono episodi che ancora oggi mi fanno sorridere e che, forse, hanno contribuito a fare di me la lettrice che sono diventata.
Avevo circa sei anni quando, a casa di una parente, trovai un giornale arrotolato in un portagiornali. Lo presi senza pensarci troppo e cominciai a leggere. Era Confidenze. Mia madre, la padrona di casa e gli altri ospiti erano così presi dalle loro conversazioni da non accorgersi di me. Io, invece, ero già entrata in un altro mondo.
Mi sistemai comodamente e iniziai a leggere una delle storie. Pagina dopo pagina, le scene prendevano vita davanti ai miei occhi come se stessi guardando un film. Vedendomi così tranquilla e silenziosa, la mia parente mi invitò a spostarmi nella camera da letto, dove avrei potuto leggere senza essere disturbata. Mi accomodai su una poltrona e, quando la storia mi catturò completamente, finii persino per sdraiarmi sul piccolo divano accanto, continuando a leggere fino a quando mia madre venne a cercarmi per tornare a casa.
Prima di andare via, la parente mi invitò prendere il giornale, tanto lei lo aveva già letto. Lo portai con me. Probabilmente, se mia madre avesse conosciuto il contenuto di quelle pagine, non sarebbe stata d'accordo nel lasciarmele leggere. Ma non successe. A casa divorai tutte le storie in pochissimo tempo e, da allora, Confidenze divenne un appuntamento fisso.
Ricordo ancora il giorno in cui il giornalaio arrivò sul pianerottolo, come faceva ogni settimana, e io comprai la mia copia. Mia madre, incuriosita, ne lesse una. Non disse nulla, non mi rimproverò. Anzi, da quel momento cominciò a leggerlo anche lei, naturalmente dopo che lo avevo finito io.
Quel semplice giornale diventò, senza che me ne rendessi conto, una piccola palestra di lettura e di scrittura.
Avevo un quaderno nel quale annotavo tutto ciò che mi colpiva. Cercavo il significato delle parole che non conoscevo, prendevo nota degli autori, facevo una classifica dei racconti, sceglievo quello che mi aveva emozionato di più e scrivevo le ragioni della mia scelta. Quando incontravo argomenti troppo complessi per la mia età, provavo a riscriverli con parole mie, spesso accompagnandoli con piccoli disegni che illustravano le scene. Era il mio modo di non fermarmi alla lettura, ma di farla diventare qualcosa di vivo, di personale.
Quel quaderno esiste ancora, conservato in qualche angolo delle mie librerie. Ogni tanto penso che racconti di me almeno quanto un diario.
Con il tempo arrivarono gli impegni della scuola e il tempo per leggere quel giornale diminuì. Intanto avevo anche capito che molte di quelle storie erano inventate. Fu una scoperta importante: se qualcuno poteva inventare racconti così coinvolgenti, allora anch'io potevo provare a scrivere storie vere, nate da ciò che osservavo e vivevo.
Anche la televisione contribuì ad alimentare questa passione. Aspettavo con impazienza la TV dei ragazzi, che iniziava alle cinque del pomeriggio. Rimanevo incantata dalle storie tratte dai grandi romanzi per ragazzi. Finita la trasmissione, annotavo subito il titolo del libro: volevo leggerlo per capire se il film raccontasse davvero tutto ciò che l'autore aveva scritto. Da quel momento ogni storia diventava un ponte verso un'altra lettura, un altro autore, un'altra scoperta.
Naturalmente, leggere mi portava anche a scrivere. Le storie che incontravo nei libri finivano presto nei miei quaderni. Attraverso i romanzi conoscevo città che non avevo mai visto, immaginavo paesaggi, costruivo i volti dei personaggi e disegnavo le scene che mi avevano colpita di più. La lettura alimentava la fantasia, ma anche il desiderio di capire il mondo.
Mia madre considerava questa mia passione quasi un passatempo. A volte, però, mentre leggevo, mi interrompeva all'improvviso e mi chiedeva di raccontarle la trama del libro. Io gliela spiegavo con entusiasmo e lei si compiaceva nel vedere quanto fossi attenta e coinvolta. Altre volte mi chiedeva un'opinione su fatti di vita quotidiana come se fossi già adulta. Forse perché mi vedeva sempre immersa nei libri, pensava che attraverso la lettura stessi imparando cose nuove. E forse aveva ragione.
Per questo penso che l'estate sia il momento ideale per leggere. Sotto l'ombrellone, in montagna o sul divano di casa, un libro riesce sempre ad aprire una finestra su un'altra vita.
La mia passione non è nata perché qualcuno me l'ha insegnata o imposta. È nata dalla curiosità, dal piacere di conoscere e dall'incontro, del tutto casuale, con una storia trovata in un giornale dimenticato dentro un portagiornali.
Da allora sono passati molti anni, ma ogni volta che apro un libro ritrovo la stessa curiosità di quella bambina che, un pomeriggio qualunque, si trovò con un giornale in mano e si lasciò conquistare da una storia.
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