Il mio vecchio metronomo



Il mio vecchio metronomo da anni occupa lo stesso posto sul pianoforte, accanto alla scrivania del mio studio, dove trascorro gran parte delle mie giornate tra libri, appunti, articoli e pagine da scrivere. Il tempo lo ha segnato: ha perso il coperchio frontale e alla base gli manca un pezzettino che lo fa zoppicare. Per farlo battere con regolarità bisogna sistemarlo con attenzione, trovargli il giusto equilibrio. Eppure continua a essere presente, quasi vigile, come un vecchio compagno che non ha mai smesso di aspettarmi.

Una volta, terminata la lezione o lo studio, avevo l'abitudine di richiuderlo e spostarlo più indietro sul pianoforte, per evitare che potesse cadere sui tasti. Oggi il suo pendolo è immobile. Eppure basta posare gli occhi su di lui, mentre scrivo, perché ricominci a muoversi dentro di me. Riaffiorano i giorni in cui ogni studio iniziava immancabilmente dalla tecnica, proseguiva con il solfeggio e solo dopo lasciava posto ai brani da interpretare.

Risento nelle orecchie i diversi battiti del metronomo: ora lenti, ora più incalzanti, secondo l'andatura richiesta dal pezzo. Quel ticchettio regolare era molto più di un semplice aiuto musicale. Era una disciplina. Mi insegnava il valore dell'attesa, della gradualità, della precisione. Senza accorgermene, mentre imparavo il tempo della musica, imparavo anche quello della vita. Ogni cosa ha il suo ritmo, e forzarlo significa quasi sempre comprometterne la bellezza.

Ora il metronomo sembra guardarmi dalla sua postazione. Senza il suo coperchio ha quasi l'aspetto di un piccolo volto che mi osserva. Ogni tanto mi invita silenziosamente a sedermi al pianoforte. All'inizio mi concedo qualche brano conosciuto; poi, senza rendermene conto, torno agli esercizi di tecnica, agli studi e persino a provare qualcosa di nuovo. È curioso come il percorso si sia invertito: da ragazza iniziavo con la tecnica per arrivare alla musica; oggi parto dalla musica e finisco inevitabilmente con la tecnica, come se cercassi di ritrovare le fondamenta di ciò che sono stata.

Il tempo trascorso davanti al pianoforte non è mai stato tempo perso. Anzi, è stato uno dei modi più intensi e autentici di vivere la mia giovinezza. Solfeggiare, scrivere la musica sotto dettatura, esercitare le dita, correggere un passaggio decine di volte, aumentare lentamente la velocità senza perdere precisione: ogni conquista aveva il sapore di un esame superato, di un dipinto al quale si aggiunge l'ultima pennellata, di una figura di danza finalmente eseguita con naturalezza dopo infiniti tentativi.

L'arte non concede scorciatoie. Chiede concentrazione, fatica, costanza, pazienza, umiltà. Chiede di mettersi continuamente in discussione. Ogni nota sbagliata diventa un invito a ricominciare, ogni miglioramento una piccola vittoria conquistata con il lavoro.

Suonare allena insieme la mente e le mani. Educa l'orecchio ad ascoltare davvero, a distinguere le sfumature, a percepire quando una frase musicale respira e quando invece è ancora rigida. Il suono prodotto dalle nostre mani sembra nascere da un luogo nascosto dell'anima. Attraverso la musica prendono forma emozioni, ricordi, malinconie, entusiasmi. Non si suona soltanto perché gli altri ascoltino: si suona, prima di tutto, per ascoltare se stessi. L'esecuzione diventa così un dialogo silenzioso con la parte più profonda di noi.

Ogni forma d'arte possiede questa capacità. Anche quando viene ammirata dagli altri, è anzitutto un confronto con se stessi. Ci obbliga a misurare i nostri limiti, a riconoscere le nostre fragilità, a dare una forma visibile a ciò che sentiamo. Per questo l'arte cura. Cura chi la pratica e, qualche volta, anche chi la incontra.

Il mio vecchio metronomo continua a regalarmi improvvisi flash del passato. Mi rivedo ragazza mentre batto il tempo con entrambe le mani quando le note sembrano sfuggirmi. Ricordo l'impazienza con cui lo afferravo quando la velocità non aumentava come desideravo o quando un passaggio sembrava ribellarsi a ogni tentativo. Facevo scorrere lentamente il cursore lungo l'asticella, provando un'andatura dopo l'altra fino a trovare quella capace di accompagnare il brano senza tradirlo.

La sua casa è sempre stata il pianoforte, appoggiato sopra un centrino lavorato all'uncinetto da me. Anche quello racconta una parte della mia storia. Il pianoforte doveva essere sempre impeccabile: spolverato con cura, i tasti lucidati, ogni impronta cancellata. Era un gesto di rispetto verso lo strumento che mi accompagnava ogni giorno.

Ancora oggi, quando mi siedo davanti alla tastiera, la prima cosa che faccio è cercare il tempo. Ho bisogno di quel battito regolare che mi accompagna come un maestro discreto. Mi ricorda l'adolescenza, quando restavo ore a ripetere gli stessi passaggi finché le mani non imparavano da sole ciò che all'inizio sembrava impossibile. Ricordo la confusione delle prime letture, le esitazioni, gli errori. Poi, lentamente, tutto acquistava ordine. Le dita trovavano la strada, il ritmo diventava naturale, il brano iniziava finalmente a respirare. Solo allora arrivava il momento più bello: rifinirlo, cercarne le sfumature, renderlo davvero mio.

Ogni conquista musicale mi insegnava qualcosa che andava ben oltre la musica. Mi abituava allo sforzo prolungato, alla disciplina quotidiana, alla capacità di non arrendermi davanti alle difficoltà. Si studiava in estate come in inverno, con il caldo che appiccicava le mani ai tasti o con il freddo che irrigidiva le dita. Non esistevano scuse. Suonare era un impegno preso con me stessa prima ancora che con gli altri.

Da quella posizione il metronomo sembra quasi un piccolo omino sempre pronto a rimettersi al lavoro. Talvolta mi rimprovera per averlo trascurato troppo a lungo; altre sembra incoraggiarmi, come se aspettasse soltanto che io torni a dargli una ragione per battere ancora il tempo. Mi ricorda le nostre antiche battaglie quando cercavamo insieme l'andatura giusta per affrontare i brani più difficili. A volte ero costretta persino a metterlo da parte, perché alcune pagine musicali richiedevano prima una libertà che solo in seguito poteva essere ricondotta alla precisione del ritmo.

Molte volte ho pensato di sostituirlo con un metronomo nuovo. Ma se lo togliessi definitivamente dal pianoforte sarebbe come perdere una parte della mia storia. Quel piccolo oggetto conserva le ore di studio, i sacrifici, le soddisfazioni, i sogni di un'adolescente che nella musica aveva trovato un linguaggio capace di darle voce.

Così continua a restare lì mentre io scrivo, leggo, correggo un libro o preparo un nuovo lavoro. È diventato un punto di riferimento silenzioso. Mi ricorda che il tempo è il bene più prezioso che possediamo e che va custodito con la stessa cura con cui si custodisce un'opera d'arte.

Forse è proprio questo che la musica mi ha insegnato più di ogni altra cosa. Un brano non nasce tutto insieme. Prima si leggono le note, poi si studiano le mani separatamente, si cerca il ritmo, si uniscono le parti, si correggono gli errori e soltanto alla fine si ascolta la composizione nella sua interezza.

Anche la vita è così. Mentre la viviamo ci appare frammentaria, fatta di episodi che sembrano non avere un legame tra loro. Alcuni momenti sono armoniosi, altri dissonanti; certe battute sembrano arrestarsi, altre accelerano senza preavviso. Solo guardando indietro comprendiamo che ogni esperienza aveva un posto preciso nello spartito della nostra esistenza e che anche le pause erano necessarie quanto le note.

Per questo ho deciso di dare un nome al mio vecchio metronomo. Lo chiamo "il pendolare". Non soltanto perché la sua asticella continua ad andare da una parte all'altra, ma perché ogni suo movimento è un viaggio continuo tra il presente e il passato. Ogni volta che spolvero il pianoforte faccio oscillare il pendolo a un'andatura media, quasi per assicurarmi che non abbia perso il suo respiro. È il nostro modo di salutarci. Come per dirgli che il nostro non è finito, ma un tempo che continua ad abitarmi.

Ormai viviamo in una silenziosa simbiosi. Lui sembra aspettare qualcosa da me e io, ogni volta che il lavoro me lo permette, mi avvicino al pianoforte. Se non posso farlo, gli prometto che tornerò presto. Così nascono i nostri appuntamenti: per riscoprire un vecchio valzer, una sonata dimenticata, uno studio di tecnica o semplicemente il piacere di ascoltare ancora una volta il suono delle mie mani sui tasti.

Perché il passato, quando è stato vissuto con passione, non diventa mai davvero passato. Rimane dentro di noi come una melodia imparata da bambini: può restare in silenzio per anni, ma basta un piccolo battito di metronomo perché torni a risuonare con la stessa limpida emozione di allora.

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