"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo secondo
Capitolo II
La casa cambiò suono quando Alfonso partì. Non fu un silenzio vero, ma una diversa disposizione dei rumori: le porte chiuse con più cautela, i passi più leggeri, la voce della madre che chiamava Maria dalla cucina. Letizia se ne accorse mentre rifaceva il letto nella stanza degli ospiti. Si fermò un momento con il lenzuolo tra le mani, come se avesse dimenticato cosa stesse facendo.
Si affacciò alla finestra. I campi erano immobili
sotto il sole di giugno, attraversati solo da una striscia di vento che muoveva
le foglie degli ulivi. Il mare, più in basso, era una distesa chiara, quasi
ferma. Le sembrò lontano, più del solito.
Aveva sempre pensato di tornare per poco. Tre settimane. Un tempo misurabile, controllabile. E invece, da quando era arrivata, il tempo aveva smesso di comportarsi come avrebbe dovuto. Le giornate scorrevano lente e dense, come se ogni gesto avesse bisogno di essere assaporato prima di essere lasciato andare.
«Vuoi andare a mare oggi?» le chiese, senza voltarsi.
Letizia esitò.
«Più tardi», rispose. «Prima vado un attimo nel terreno.»
Uscì. L’aria era calda, ma non opprimente. Camminò lungo il vialetto di ghiaia, riconoscendo senza sapere punti che non ricordava di conoscere. Un muretto, un albero più grande degli altri, una curva del sentiero. Non erano ricordi veri, piuttosto sensazioni: il corpo che si muoveva con una sicurezza che la mente non giustificava.
Le sembrò curioso che fosse il corpo a ricordare prima della mente. Come se certi luoghi continuassero a vivere dentro di noi anche quando le immagini si cancellano.
Pensò ai suoi genitori senza vederli. Da sempre era così. Sapeva di averli avuti, ma non riusciva ad afferrarli. Erano una mancanza, non una memoria. A volte si chiedeva se fosse colpa sua, se non avesse voluto ricordare. Altre volte pensava che il dolore fosse arrivato troppo presto, quando ancora non aveva parole per trattenerlo.
Riaprì gli occhi. Il mare brillava tra i rami.
Solo adesso capiva che si può abitare un luogo senza appartenervi del tutto.
Alfonso le tornò in mente senza preavviso. Il modo in cui l’aveva guardata quella mattina, alla stazione: non stupito, piuttosto disallineato, come se non sapesse bene dove collocarla. Le era sembrato giusto così. Lei stessa non sapeva dove collocarsi.
Aveva corso per portargli le pillole come se fosse una
necessità assoluta. Solo dopo, seduta sulla panchina, aveva capito che non si
trattava davvero dell’allergia. Era il pensiero che lui partisse senza
qualcosa di essenziale. Che lasciasse un vuoto. Come aveva fatto lei, tanti
anni prima, senza sapere cosa stava lasciando dietro di sé.
Rientrò in casa nel primo pomeriggio. Maria non c’era. Si sedette al tavolo con un libro, ma dopo poche pagine smise di leggere. Guardò l’orologio. Pensò ad Alfonso in viaggio in quel momento.
Lei, invece, restava.
Nel tardo pomeriggio scese al mare da sola. Percorse
il viottolo che costeggiava le mura del castello. Ogni passo le sembrava
familiare, come se il corpo ricordasse ciò che la mente aveva dimenticato.
Arrivata alla spiaggia, si tolse i sandali e camminò sulla sabbia calda.
L’acqua era limpida.
Entrò lentamente. Quando il mare le arrivò alle
ginocchia, si fermò. Restò così, immobile, lasciando che le onde le toccassero
le gambe. Pensò che forse tornare non significava recuperare il passato,
ma accettare di essere rimasti incompleti altrove.
Quando il sole cominciò a scendere, uscì dall’acqua.
Si sedette sulla riva. Il mare davanti a lei non prometteva nulla. E proprio
per questo le sembrò sincero.
Rimase ancora qualche minuto a osservare il mare.
Non le restituiva risposte. Ma neppure gliene chiedeva.
Per la prima volta da molti anni non sentì il bisogno di capire tutto subito.
Il mattino seguente si svegliò con una canzoncina che Maria canticchiava dalla cucina. Il sole era già alto e i raggi che filtravano dalla persiana invadevano la stanza. Si alzò, aprì il balcone e respirò profondamente. L'aria profumava di mare e di terra scaldata dal sole.
Le bastò un istante per ricordare che Alfonso non sarebbe stato a colazione. La casa le sembrò di nuovo diversa, come se l'assenza del giorno prima avesse trovato posto anche in quella mattina.
Scese in cucina e fu accolta da un vassoio di cornetti ancora caldi, marmellate fatte in casa e una caffettiera fumante.
«Dimmi la verità, ti ho svegliata?» le chiese Maria con un sorriso.
«Piacevolmente.»
«Meglio così.»
Mentre versava il caffè, Maria disse quasi distrattamente:
«Sai che Andrea si sposa tra qualche mese?»
«Davvero? E con chi?»
«Con una ragazza che lavora con lui, anche lei medico.»
Letizia sorrise.
«In questa famiglia di medici solo Alfonso è uscito dal coro.»
Maria rise.
«È vero. La medicina non lo ha mai attirato. Da ragazzo passava più tempo a fare conti che sui libri. Ancora oggi è lui a tenere in ordine tutto il patrimonio di famiglia.»
Si fermò un momento, come se il ricordo la divertisse.
«Per questo ci sorprese quando decise di partire per un anno negli Stati Uniti. Eravamo convinti che non avrebbe mai lasciato questo podere. Per lui è sempre stato più di una casa.»
Quelle parole riportarono Letizia ai racconti della zia. Anche lei, negli anni, finiva sempre per parlare di Alfonso nello stesso modo: sincero, incapace di cattiveria, profondamente legato alla sua terra. Era curioso come, a distanza di tanto tempo, Maria gli restituisse lo stesso volto.
Prese un sorso di caffè.
«E Andrea? Lo conosco così poco.»
«Andrea è l'opposto di suo fratello», rispose Maria sorridendo. «È quello che tiene allegra la casa. Organizza tutto, trova sempre una soluzione quando c'è un problema e riesce a far sorridere tutti. Ha un cuore grande.»
Scosse appena la testa.
«Ma forse non sono la persona più obiettiva per dirtelo.»
Letizia ascoltava senza interromperla. Più Maria parlava, più le sembrava di entrare in una famiglia costruita su gesti semplici, ricordi condivisi e affetti che non avevano bisogno di essere ostentati. Lo si capiva dal modo in cui parlavano gli uni degli altri, con naturalezza, come se volersi bene fosse la cosa più semplice del mondo.
Pensò a sua zia. Era stata tutto ciò che aveva avuto: una casa, una guida, una presenza instancabile. Le aveva insegnato il valore dello studio, del rispetto e della dignità. Di quell'amore le sarebbe stata sempre grata.
Eppure, seduta a quella tavola, si rese conto che dentro di sé era rimasto uno spazio vuoto.
Forse non era l'assenza dei suoi genitori. Era l'assenza di una storia condivisa.
Abbassò lo sguardo sulla tazza ormai vuota. Le tornò in mente il mare della sera precedente e quella pace inattesa che aveva provato restando semplicemente lì, senza cercare spiegazioni.
Forse una storia non torna tutta insieme. Forse riaffiora a piccoli gesti, in una voce, in un sentiero, nel modo in cui qualcuno pronuncia un nome.
Per la prima volta ebbe l'impressione che quella storia, lentamente, stesse tornando a cercarla.
© 2026 Filomena Baratto
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