Di quanti morti siamo fatti?

 



Quante morti attraversiamo durante la nostra vita? Quanti di coloro che ci hanno accompagnato ci hanno lasciato? È come se partissimo con esercito e, man mano, lungo il percorso, assistessimo alla caduta dei loro componenti. L'esercito si assottiglia, il cammino si fa più pesante e siamo portati a guardarci indietro, non per vedere i corpi perduti, ma per renderci conto di quanto siamo diventati soli. 

A volte credo che, tutto sommato, la vita sia imparare a stare da soli e che, per comprenderlo, dobbiamo attraversare la morte degli altri, di coloro che hanno fatto parte della nostra esistenza. Non importa per quanto tempo siano rimasti, ma per come siamo stati insieme durante quel tempo. 

Ogni volta che ci voltiamo dietro è come se volessimo riappropriarci di un tempo che ormai non c'è più, ma del quale continuiamo a sentire gli effetti, non soltanto nella memoria, ma addosso. E in questo giorno mettiamo insieme le loro voci, così come le abbiamo ascoltate quando erano vivi. 

Mi sono chiesta cosa accadrebbe, come ci sentiremmo, se lungo il percorso non perdessimo nessuno. Sarebbe un affollamento ingestibile: finiremmo per dare attenzione a qualcuno e inevitabilmente sottrarla  a qualcun altro. Invece il nostro cammino è scandito, quasi matematicamente, dagli altri. Non saremmo ciò che siamo se nessuno avesse toccato profondamente il nostro animo. Ogni tratto della nostra vita porta con sè una presenza preziosa, qualcuno che, durante la propria esistenza, ci ha tenuti in custodia. E continuiamo a voltarci indietro, a volerci sentire ancora insieme a loro, come se fossero la nostra coperta, quella che ci restituisce calore, forza, amore.

Ho cercato di contare queste presenze sul mio percorso. Sulle prime ne ho viste pocchissime, ma, osservando meglio, mi sono resa conto che non ci sono solo quelle che io vedevo e frequentavo ogni giorno. Ce ne sono altre silenziose, lontane, presenti solo ogni tanto, ma la cui eco è ancora forte oggi. Chi mi ha infuso serenità, chi mi ha dato affetto, chi attenzione; chi mi ha fatto crescere e credere in me stessa, chi, con la sola presenza, rappresentava  una forza. 

Sarò tutte queste cose messe insieme, sicuramente. Sono la somma di tutte queste persone che mi hanno plasmata, mi hanno dato linfa. E, a mia volta, sono ciò che resta di loro: qualcosa che custodisco dentro in me, ma che emerge attraverso i miei atteggiamenti, i miei pensieri, le mie passioni, il carattere, la mia forza d'animo. 

Di quanti morti è fatta una persona? Quante presenze portiamo dentro di noi e ci permettono di andare avanti, progredire, crescere? 

La vita è questa matrioska: ciascuno non se ne va davvero, ma si nasconde in un altro per sempre.  E noi siamo le loro tombe. Sepolcri attivi, che portano in giro i propri defunti: a volte ne mostriamo i volti, altre il loro animo, altre ancora i loro desideri. 

Come potremmo vivere pieni soltanto di noi stessi, se siamo il risultato di coloro che ci hanno preceduto? Basterebbe questo a definire la nostra umanità, qualcosa che nessuno può toglierci, è una peculiarità profondamente umana, che nessuna macchina potrà mai restituire nella sua complessità.

Stamattina, nel giorno dei morti, ho assistito a un ballo stupendo: i miei cari venuti tutti insieme a sorridermi, ciascuno riportandomi alla mente la vita vissuta insieme. E mi sono sentita ricca di questa eredità, così mia, personale, ma anche comune a ciascuno di noi.



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