Un fungo bellissimo

 


Quello che sto per raccontare può sembrare un’esagerazione, ma non lo è. Ne parlo anche per esorcizzare un po’ la paura che ancora provo al ricordo di quella esperienza.

Era un giorno d’ottobre e, con il cesto, me ne andavo per funghi. Non che ne capissi di funghi commestibili o velenosi: ci andavo semplicemente perché sapevo che si potevano trovare dopo la pioggia. Ed erano diversi giorni che veniva giù senza sosta.

Camminai parecchio nel terreno di mia nonna prima di trovarne uno piccolissimo, in un solco intorno a un noce. A quel punto mi sedetti, ormai stanca e convinta di essermi sbagliata su quanto ricordavo della stagione dei funghi.

Come per incanto, arrivò un raggio di sole che filtrava da una nuvola e che, nel giro di mezz’ora, asciugò il prato. Ed ecco che, per magia, proprio accanto a me, vidi altre piccole testoline ondeggiare, che ancora stentavano a reggersi sugli steli: tanti piccoli cappelli che scuotevano la testa. Una meraviglia!

Ma, guardandomi intorno, mi accorsi che, ai piedi di altri alberi, spuntavano tante altre testoline sotto i ciuffi d’erba. Dietro di me mi seguiva il cane. Quando il cesto fu pieno per metà di funghi piccoli e carucci, mi sedetti su una pietra a giocare un po’ con lui, desideroso di avere le mie attenzioni.

Fu allora che il mio occhio cadde su un grande fungo dal largo cappello, ricoperto di tanti punti. Mentre mi avvicinavo, il cane, prevedendo forse ciò che stavo per fare, mi precedette: si avventò sul cappello, lo sfilò dallo stelo e cominciò a mangiucchiarlo.

Sulle prime lo rimproverai, perché stava rovinando un fungo bellissimo. Poi, però, vidi che tossiva e faceva per vomitare. Pensai al peggio.

Provai a scuoterlo. Prima lo misi a testa in giù, affinché buttasse fuori quel poco che aveva mangiato. Poi lo stesi a terra e, con un piccolo ramoscello, cercai di indurlo a vomitare, ma, nonostante i conati, non ci riusciva.

Entrai in crisi quando lo vidi ormai immobile a terra, senza dare alcun segno di vita.

Corsi a prendergli una scodella d’acqua. Mi avvicinai, gli aprii la bocca, come avevo visto fare con i coccodrilli, e gli versai l’acqua in gola.

A quel punto ebbe un debole sussulto e una specie di singhiozzo continuo che lo fece rialzare. Poi cominciò a tossire più volte.

Visto che l’acqua sembrava averlo scosso, gliene diedi ancora. E poi ancora.

Finché, stringendogli le braccia intorno al corpo per fargli aprire la bocca, vidi che finalmente buttava fuori pezzi di fungo e steli d’erba.

Ormai esausto, si assopì sull’erba mentre io lo accarezzavo. Mi guardava con gli occhi socchiusi, senza avere la forza di alzare il capo. Chiudeva gli occhi, ma poi scuoteva la coda; e più lo accarezzavo, più la scuoteva.

Il peggio sembrava passato. Con un po’ d’erba gli pulii il musetto e lo lasciai riposare. Io, intanto, guardavo i funghi che avevo raccolto e mi chiedevo se fossero buoni. Poi, quasi distrattamente, con una mano mi tolsi un capello dalla bocca, insistendo più volte. Fu poco dopo che avvertii un sonno irresistibile.

Ebbi appena il tempo di pensare che poteva succedermi la stessa reazione del cane, quando arrivò mio nonno. Non ricordo più nulla. Mi svegliai nel mio letto che era già sera. Davanti a me c’erano il medico e i nonni. Sentivo dire:

«Fortunatamente sarà stato un piccolo fungo.»

Quando mi ripresi, mi spaventai a morte. Avevo rischiato di morire per quel fungo bellissimo che il cane aveva adocchiato e mangiucchiato e che io avevo appena toccato, portandomi poi le mani alla bocca.

Mio nonno, preoccupato per quello che mi era accaduto, cominciò, già dal giorno dopo, a ripulire i campi, soprattutto intorno ai noci, dove crescevano i funghi, in modo da poter tenere meglio sotto controllo la situazione.

Poi, quando ritornai alle mie attività nei campi, il nonno mi disse: «I funghi sono una cosa seria e vanno raccolti insieme a persone esperte. Hai capito?»

Da allora, quando mi chiedeva di andare a funghi con lui, io gli rispondevo di no.

In compenso, amo mangiare i funghi...



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