Raw dogging: quando anche il silenzio diventa una sfida

 




C’è un nuovo termine che circola sui social e che, almeno a prima vista, sembra fuori luogo:  raw dogging: affrontare la mente  e i pensieri senza filtro. Spogliato del suo significato originario, oggi viene usato per descrivere una pratica molto diversa e, sorprendentemente, controcorrente. "Raw doggare" un’intera giornata significa affrontarla senza telefono, musica, libri o podcast. Niente intrattenimento, niente distrazioni. Solo tempo, attesa e silenzio.

Quella che viene raccontata spesso come una sfida ironica o una prova di resistenza dice in realtà molto del momento storico che stiamo vivendo. Siamo immersi in un flusso continuo di stimoli: ogni pausa è un’occasione per scorrere, ascoltare, guardare qualcosa. I tempi morti non esistono più, sono stati trasformati in micro-spazi di consumo. In questo contesto, scegliere di non riempire quei momenti diventa un gesto quasi provocatorio.

Provare a farlo, però, rivela subito quanto sia meno semplice di quanto sembri. Senza uno schermo a cui appoggiarsi, emergono i pensieri, l’irrequietezza, a volte persino un leggero disagio. La noia, che tendiamo a evitare in modo automatico, si fa sentire con forza. Ed è proprio lì che il "raw dogging" smette di essere una battuta da social e diventa uno specchio: mostra quanto sia difficile restare presenti senza stimoli esterni.

A differenza di pratiche come la meditazione il raw dogging non promette benefici né segue regole precise. Non ha un obiettivo terapeutico e non nasce come percorso di consapevolezza. È un gesto informale, spesso performativo, che viene raccontato e condiviso online. Anche il rifiuto della tecnologia, paradossalmente, finisce per passare attraverso la tecnologia stessa.

Non è un caso che per descrivere tutto questo venga usata un’espressione volutamente cruda. Chiamare “raw” un’esperienza quotidiana amplifica la sensazione di eccezionalità. Vivere senza distrazioni, che un tempo era la norma, oggi viene percepito come qualcosa di estremo. Rivela quanto la dipendenza dagli stimoli sia stata normalizzata e quanto il silenzio sia diventato difficile da tollerare.

Alla fine, il "raw dogging" resta un gesto ambiguo. Da un lato segnala un bisogno reale di rallentare, di recuperare attenzione e presenza. Dall’altro mostra come anche questo desiderio venga rapidamente assorbito nella logica della visibilità e della condivisione. Più che una soluzione, è un sintomo: indica il tentativo, ancora incerto, di fare spazio al vuoto in una società che tende a riempire tutto.

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