Acqua, vento, memoria


Immagine di Laura Brito Nascimeno


Le giornate di fine gennaio si mostrano come la stagione promette: pioggia, vento, freddo. Mi inquieta questo sibilo che si infila nella porta, gira intorno allo stabile a mo’ d’incursione, se non altro per farsi notare o per ripararsi all’interno. Al suo ascolto mi giro e guardo le piante fuori mentre si agitano, i goccioloni che si attaccano ai vetri; le piante più sottili si arrendono e cadono al suolo. Sullo sfondo, un cielo grigio e chiuso.

Ho la sensazione che la natura stia parlando, voglia dire qualcosa che non riesco a decifrare. Il sibilo insiste, la pioggia diventa ora più rada ma non per questo meno persistente. Il vento continua a lamentarsi e a creare mulinelli in cui avvolge oggetti piccoli e grandi, come se li portasse in pista per poi farli ricadere a terra.

Mi sembra di rivedere scenari già noti, di un tempo. Mi arrivano come frecce che cadono e si aprono e, alla vista di fronte, si sovrappone una distesa di terra ricca di alberi e prato; in primo piano un bidone d’acqua ormai colmo, dove il vento increspa la superficie come un mare che non riesce a rilasciare le sue onde; la ruggine intorno sembra opporsi alla trasparenza dell’acqua. Accanto, il pollaio, caduto in un silenzio miracoloso: non più i versi delle galline, la presunzione del gallo col suo canto.

L’attenzione cade su alti steli d’erba e ciuffi di prato che chinano il capo a ogni goccia che li raggiunge e accennano a un inchino, o forse più a un’affermazione, per gradire quell’acqua loro necessaria. Nascosto, qualche fiore precoce che non sa nemmeno di trovarsi nel pieno di una bufera. E le viti, alte, sontuose, bagnate e grondanti, a cui si legano grappoli sgargianti e lucidi.

Più in là, attaccate al pollaio, delle ruote ferme, come se avessero finito di girare, accolgono i pigolii dell’acqua a singhiozzo e chiedono venia: a quel posto ci sarà la ruggine e avranno bisogno di essere ripulite. Eppure non crederemmo di poter vedere qualche passero incauto che non ha capito in tempo ciò che si stava profilando e resta attaccato a un ramo, nascosto tra le foglie, con le gocce di pioggia che lo assalgono ma non lo scollano dalla postazione: le sue zampe si stringono con forza al ramo per non finire al suolo.

Ogni tanto c’è una tregua: la pioggia smette, il suono scema, l’aria si fa più tersa. Ma è solo un momento, poi ritorna tutto come prima. Riesco a vedere anche chi si attarda tra i campi, coperto da uno straccio che, come un colabrodo, lo bagna da testa a piedi, solo per salvare qualche giovane albero col capo chino sotto la pioggia. E ancora qualcuno che si ripara sotto il vecchio casolare, colpito alla sprovvista da una tempesta d’acqua.

La bellezza della pioggia è che lava e tutto diventa più terso: l’erba più verde, il campo più intenso, il pollaio acquista un colore diverso e, quando le galline appaiono col capo fuori dalla grondaia, non sono più le stesse. Le guardo con stupore, nel loro bianco sporco, con la cresta di un rosso sanguigno; il gallo, come uscito da un dipinto, in tutta la sua bellezza. Anche la ruggine del bidone acquista valore: composta di un colore che nessuna tavolozza può contenere.

Lo sguardo è attirato dal vetro della finestra ormai pulito, le piante ferme, e sembra sia piovuto ieri invece di qualche minuto fa. Intanto ho avuto modo di ritornare alla mia pioggia di un tempo: presente e passato si sovrappongono.

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