Oggi si fatica a definire ciò che è pubblico e ciò che è privato. E anche quando questa distinzione sembra chiara, accade sempre più spesso che si avverta l’esigenza di rendere pubblico ciò che dovrebbe restare privato.
Una persona che cede alla tentazione di riversare sugli altri ogni pensiero, ogni atteggiamento, ogni stranezza, crede di essere onesta, trasparente, “alla luce del sole”. In realtà, mostra solo una mancanza di riservatezza: l’incapacità di capire fin dove spingersi nel manifestare ciò che pensa.
Si avverte l’urgenza di affermarsi attraverso la parola, come se spiegare tutto nei minimi dettagli fosse un dovere. Così molti cadono in una trappola: si espongono a invadenze e reazioni altrui che finiscono per distorcere la verità e la percezione della realtà. Nella vita come nella letteratura, la parola, quando è eccessiva, non aggiunge valore a ciò che può essere compreso anche senza di essa. Molte cose si intuiscono perfettamente, ma si sente comunque il bisogno di sottolinearle. In letteratura, invece, bisognerebbe lasciare al lettore uno spazio di interpretazione, senza spiegare tutto né sostituirsi al suo giudizio.
Essere riservati richiede maturità. Chi sente il bisogno di esibire ogni minimo movimento mentale sembra più interessato a mettersi in mostra che a farsi comprendere. L’esibizionismo e il bisogno di apparire a tutti i costi sono i principali nemici della riservatezza, che è, a sua volta, una forma di forza. Non tutto va detto a tutti: esistono spazi interiori in cui gli altri non devono entrare né intromettersi.
Talvolta si diventa persino aggressivi nell’esprimere ciò che si pensa. Si finisce per attribuire agli altri la colpa di non aver capito, sentendosi così autorizzati a rispondere con durezza a ciò che è stato detto, magari in modo impreciso o superficiale.
Un tempo i confronti avvenivano faccia a faccia, rivolti alla persona direttamente coinvolta. Oggi, invece, attraverso i social, si tende a generalizzare: chiunque senta il bisogno di rivalsa o di affermare le proprie ragioni parla a tutti indistintamente, come da un pulpito. Questo modo di lanciare messaggi non è né elegante né efficace, perché si rivolge a un pubblico indistinto, in cui ognuno coglie solo ciò che vuole.
Un tempo esistevano spazi più intimi per chiarirsi, per comprendere se si fosse nel giusto o se si fosse commesso un errore. Oggi, in questa piazza pubblica, ognuno esprime ciò che ha in testa, spesso senza filtri né consapevolezza. Quando si sente il bisogno di liberarsi da un peso, si sale su questo pulpito e si arringa un pubblico generico, invece di rivolgersi a chi è realmente coinvolto.
Questa deriva è anche il segno di una perdita di misura. Sempre meno si coltivano la temperanza, la pazienza, la capacità di comprendere e valutare i fatti. Si finisce per pensare che il proprio punto di vista debba essere spiegato al mondo intero, nella speranza di ottenere un riconoscimento che non si è riusciti a trovare nel confronto diretto.
Chi coglie il senso di questi comportamenti difficilmente li apprezza, anche quando chi parla avrebbe ragione. Le cose vanno dette alla persona interessata, non al mondo intero.
La riservatezza è l’atteggiamento di chi riflette dopo aver compreso, di chi pondera prima di parlare, di chi sa che affermare continuamente ciò che pensa finisce per svuotare di valore le proprie parole. I fatti vanno esposti con chiarezza, ma all’interlocutore giusto. È molto facile dare vita a un contraddittorio senza risposte: a quel punto non si cerca il dialogo, ma si vuole solo affermare con forza ciò che si pensa, e proprio per questo non si viene presi in considerazione.
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