Nessuna guerra vale un figlio

 




Viktoriia e sua figlia Yaryna hanno fondato un’associazione, “Caro, io sono viva”, per supportare chi ha perso una persona cara nella guerra in Ucraina. Il loro gesto simbolico è affidare a una barca di carta uno sfogo: scrivere una lettera al proprio caro e lasciarla scivolare nel fiume.

La guerra è rovinosa per tutti: lascia vuoti incolmabili, ferite nel corpo e nell’anima. Chi perde qualcuno resta aggrappato ai ricordi come unico sostegno, per poi rischiare di sprofondare in un vuoto totale. L’associazione prova a curare insieme queste ferite, a condividere il dolore, come se, dividendolo, potesse alleggerirsi.

Ma il dolore non svanisce. Perdere un figlio, un amico, un padre, un fratello significa essere amputati, senza ritrovare più l’equilibrio di prima. Tra tutte, la morte di figli appena in età da soldati lascia senza respiro. È una delle esperienze più atroci, qualcosa che non si supera davvero. Un figlio in guerra è una sconfitta.

Cosa raccontargli? Che deve andare a morire per chi resta a casa, per chi muove i fili nei giochi di potere? Che deve combattere per sopravvivere, mettendo già in conto la possibilità di non tornare?

Un genitore può sostenere questo ruolo senza sentirsi colpevole, prima ancora di sapere se suo figlio sopravvivrà?

La guerra lascia sofferenza fuori e dentro, una sofferenza che fatica a trovare una giustificazione umana. La sopraffazione diventa “difesa”, “orgoglio”, “coraggio”, ma resta violenza.

Mandare un figlio in guerra è forse uno degli atti più ingiusti. A vent’anni, cosa si può comprendere davvero del significato di “difendere la patria”, quando quella è l’età dei sogni, delle scoperte, della vita che inizia? Non si conosce ancora il mondo e già ci si confronta con la guerra, una realtà che perfino un adulto fatica ad accettare. E come si può chiedere di giustificare la violenza, quando le sue ragioni restano oscure persino a chi la decide?

Eppure si parla di difesa come di qualcosa di inevitabile. Qualcuno dice che, anche a settant’anni, partirebbe senza esitazione. Ma il sospetto è che sia più facile dirlo che viverlo. La guerra, quella vera, non passa da uno schermo. Non è una discussione, né una partita da commentare. È un luogo dove si muore e si uccide.

È facile arbitrare da lontano, trasformare tutto in opinione. Molto più difficile è trovarsi lì, sul campo, con un’arma in mano. Armi che qualcuno costruisce, vende, rende necessarie.

E così restano le lettere che scorrono sull’acqua: parole che non trovano risposta, ma continuano a cercare. Forse è tutto ciò che possiamo fare: non smettere di chiamare chi non c’è più, per non smettere di essere umani. Alla fine, la guerra non lascia eroi. Lascia assenze.

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