Lettere a Milena


                              Foto scattate nel museo della casa natia di Kafka a Praga. (10 aprile 2026)


Cara Milena,

«Vorrei che il mondo finisse domani. Così potrei prendere il primo treno, arrivare alla tua porta a Vienna e dirti: “Vieni con me, Milena”. Ci ameremo senza scrupoli, paure o restrizioni. Perché il mondo finirà domani. Forse non agiamo, non amiamo deliberatamente perché pensiamo di avere tempo o di doverne tenere conto. Ma se non ne avessimo? O se il tempo, così come lo intendiamo, fosse irrilevante? Ah, se solo il mondo finisse domani. Potremmo aiutarci davvero.»

Questa è una delle lettere che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská, all’interno di un carteggio che conta circa 120 lettere. I due si conobbero a Praga nel 1919, quando Milena gli chiese di poter tradurre alcuni suoi racconti.

In quel periodo Kafka avvertiva i primi sintomi della tubercolosi, che lo portarono a soggiornare a Merano per curarsi. Fu proprio durante quel soggiorno che la loro corrispondenza si intensificò. In quel periodo Milena viveva a Vienna con il marito, Ernst Pollak, sposato nel 1918, e con lui rimase fino al 1925, anno del divorzio. Kafka e Milena si incontrarono di persona solo poche volte: il loro rapporto si sviluppò quasi interamente attraverso le lettere. Kafka si innamorò subito di lei, colpito anche dalla sua capacità di comprendere profondamente la sua scrittura, come pochi altri avevano saputo fare.

Nonostante l’intimità del loro legame, Milena continuava a dichiarare di amare il marito e di non volerlo lasciare. Intanto Kafka intratteneva con lei un dialogo fitto e appassionato, mentre era anche fidanzato con Julie Wohryzek.

I due non si incontrarono mai a Merano, ma riuscirono a vedersi a Vienna, dove trascorsero alcuni giorni di intensa felicità. In quei momenti, Kafka sembrava quasi sollevato dalla sua malattia, più aperto, meno prigioniero delle sue inquietudini. Milena stessa lo descrisse come più libero, quasi trasformato, rinato.

Dopo quell’incontro, però, il loro rapporto tornò a vivere soprattutto nelle lettere. Kafka stesso si interrogava sulla possibilità di un amore che esistesse quasi soltanto sulla carta. Col tempo, il tono cambiò: da intimo e ardente si fece più distante, fino al passaggio dal “tu” al “lei”, come se tra loro si fosse ricreata una distanza insanabile.

Kafka dimostrò di non essere soltanto uno straordinario uomo di lettere, ma anche una persona capace di vivere intensamente l’incontro reale. Proprio per questo, dopo aver conosciuto la presenza concreta di Milena, soffrì ancora di più l’assenza. Non riuscì mai davvero ad accettare quella distanza.

La decisione finale fu di Milena: non voleva lasciare il marito, nonostante la tradisse continuamente. Kafka, dal canto suo, aveva già rotto il fidanzamento raccontando la verità a Julie. Il suo carattere radicale, incapace di compromessi, lo portò a vivere quell’amore senza mezze misure  e proprio per questo a soffrirne profondamente.

Nell’ultimo periodo emerse anche una forte gelosia, quando Milena ribadì la sua scelta. Quel rapporto, sospeso e irrisolto, rese evidente a Kafka di trovarsi dentro un amore impossibile. Milena gli voleva bene, ma per lui non era abbastanza: si sentiva incompleto, come chi arriva sempre dopo.

Eppure, proprio da questa impossibilità nasce la forza di quelle lettere. Ancora oggi continuano a rappresentare un esempio di amore perché mostrano qualcosa di raro: un sentimento vissuto nella sua forma più nuda,  contraddittoria e autentica.Non sono lettere “perfette”, né raccontano una storia felice. Ed è proprio questo a renderle così interessanti.

C’è innanzitutto l’intensità: un amore che vive nella parola, nell’attesa, nel desiderio profondo di essere compresi. Poi la vulnerabilità: Kafka si espone senza difese, mentre Milena, pur più concreta, non è meno coinvolta.

C’è la distanza, che trasforma l’amore in riflessione e immaginazione. E c’è la tensione irrisolta, che rende questa storia più vera di molte narrazioni romantiche. Ma soprattutto, in quelle lettere emerge un bisogno essenziale: essere visti davvero.

Quello che resta è un amore incompiuto, attraversato da desiderio, lucidità e dolore. Un amore che non trova una forma stabile, ma proprio per questo non si esaurisce.

È qui che quelle lettere continuano a parlarci. Perché non raccontano un amore riuscito, ma un amore vero. Un amore fatto di attesa, di pensiero continuo, di bisogno profondo di essere riconosciuti. Un amore che non si accontenta, che non si adatta, che non si semplifica.

Kafka si espone senza protezioni. Milena resta, ma non fino in fondo. Tra loro c’è tutto: attrazione, comprensione, distanza, impossibilità. E soprattutto c’è il tempo. O meglio, la sua mancanza.

Quelle lettere ci mettono davanti a una domanda semplice e scomoda: cosa faremmo se il tempo non fosse infinito? Se davvero non ci fosse “domani”? Forse ameremmo senza riserve. Senza strategie. Senza attese. O forse no.

In un’epoca in cui tutto è immediato e consumabile, questo amore epistolare appare quasi inconcepibile. Eppure è proprio per questo che resta. Perché ci ricorda che amare non è solo esserci, ma esporsi. Non è solo comunicare, ma scegliere le parole. Non è solo vivere, ma sentire fino in fondo.

Le lettere tra Kafka e Milena non sono un modello. Sono una ferita aperta. E continuano a parlare proprio perché non si sono mai chiuse.

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