Praga è una capitale silenziosa e operosa. Appena si esce dall’aeroporto, le ampie distese di campi e di verde, immerse in un cielo di debole grigio e ceruleo, trasmettono un senso di pace. A un tratto la distesa si dirada per lasciare spazio a tante case, perlopiù villette a due o tre piani con tetti rossi spioventi, disposte in fila, circondate da giardini, aiuole e alberi alti.
Quando si arriva in pieno centro si notano palazzi rifiniti in stile barocco, accanto ad altri più moderni e briosi. Per le strade la gente cammina assorta nei propri impegni: si legge sui volti la concentrazione di ciò che stanno per fare. Procedono in modo solerte, senza correre. Le donne avanzano con passo deciso, così come le persone più anziane. Tutti si muovono con ordine, in modo composto. I volti sono seri, talvolta un po’ ansiosi, ma sempre silenziosi.
Non mostrano subito empatia, ma al primo contatto si sciolgono: arriva la parola, la spiegazione, il sorriso. Sembrano lavoratori da una vita. Molti sono i giovani: alti, alcuni sfiorano i due metri, e non sono pochi. Anche loro appaiono seriosi, a tratti pensierosi. Pochi sembrano davvero spensierati, ma probabilmente fa parte del loro carattere.
Le strade sono ampie, incanalate tra corsie per auto e pullman. Ciò che più colpisce sono i tram, di colore rosso e beige: sembrano usciti dalle scatole della nostra infanzia, come un trenino sotto l’albero. Scivolano sulle rotaie a gran velocità, sicuri che il tracciato segnato dia loro il diritto di precedenza su tutto. Non perdonano: mai oltrepassare la linea di confine tra rotaie e strada. I pedoni sembrano nutrire una sorta di riverenza al loro passaggio. Sfrecciano da ogni angolo, girano decisi, consapevoli della loro priorità.
Intorno, palazzi antichi dall’aria nordica evocano un passato segnato dal potere austro-ungarico.
Praga non ha nulla delle metropoli moderne: è una città dal gusto antico, una “vecchia Europa” che si crogiola nella sua storia, nei movimenti dei popoli, nelle vicende vissute. Il passato regna ancora oggi in ogni mattone, in ogni angolo, in ogni meandro. È una grande città, lo si capisce dalla presenza di tutto ciò di cui il cittadino ha bisogno, ma senza ostentazione. Una vetrina elegante può essere nascosta da mura sobrie, ma avvicinandosi si scopre la qualità.
Praga non ostenta, non si vanta: è ordinata, rispettosa, attenta. Ha il senso della misura, la volontà di migliorare e la consapevolezza di essere uscita da un periodo di grandi lotte storiche che da questo centro Europa si sono diffuse ovunque.
Guardandola dalla torre panoramica sulla collina di Petřín, cara a Milan Kundera, appare come una città delle fiabe: tutta rossa, con tetti uniformi. In mezzo scorre la Moldava, tortuosa, attraversata dall’imponente Ponte Carlo, luogo di passeggio obbligato, con le statue dei santi ai lati. Gli artisti ritraggono i volti dei passanti, mentre ogni tanto una musica d’organetto scioglie l’animo, come nelle storie fiabe
Da lassù sembra un luogo magico, una città d’altri tempi. Parlano per lei i palazzi ricchi, i musei, le biblioteche, gli autori che l’hanno resa immortale: Franz Kafka, Milan Kundera, Bohumil Hrabal.
Ha il sapore dello zucchero filato, dei mercatini, del profumo del cibo di strada, soprattutto nella parte più antica della città. L’odore della cannella si mescola a quello delle salse, insinuandosi ovunque e dando una sensazione di sazietà anche quando si ha fame.
Poi ti inoltri nei musei, nei teatri, nelle biblioteche: ed è lì che batte il suo cuore. È lì che lo senti davvero. Da una teca leggi le Lettere a Milena e la Lettera al padre di Kafka; poco dopo ti sembra di incontrare Tereza e Tomáš sulla collina, come se avessero lasciato un segno vivo dentro di noi dalle pagine de L’insostenibile leggerezza dell’essere. E avverti anche la fatica di Hanta, nel sottosuolo di un palazzo, intento a macerare carta: protagonista della sua solitudine, tanto silenziosa quanto rumorosa, nel mondo di Bohumil Hrabal.
Praga non si esaurisce mai: c’è sempre un’eco che ti raggiunge, una sensazione che diventa realtà, un fatto storico che riaffiora. Così, visitando il Castello di Praga e affacciandoti a una finestra, ti salta in mente la defenestrazione del 1618, e prima ancora quella del 1419.
E poi ci sono i tassisti, che sfrecciano per la città con un’app in mano, arrivando da te come angeli custodi: senza proferire parola ti accolgono, caricano le valigie nel portabagagli e, sempre in silenzio, ti portano a destinazione. Niente sobbalzi, niente clacson, nessuna imprecazione: semplicemente seguono la strada e il flusso delle auto, consapevoli che quello è il loro lavoro, da svolgere per tutta la giornata, e che conviene farlo con misura.
Nessun commento:
Posta un commento