Che cosa porta una persona a tornare sempre nel luogo natio, anche quando quel luogo, talvolta, si è mostrato ostile?
Forse è perché il primo legame che si crea tra noi e il posto in cui nasciamo è più forte di qualunque altro. Nei primi anni di vita esiste una sorta di simbiosi: ogni elemento del paesaggio si deposita dentro di noi e contribuisce a formarci. È come se fossimo stati noi a disegnarlo, a dargli forma e significato. Lo sentiamo parte di noi, come un braccio, una gamba o una mano.
È il luogo che ci ha visti crescere, che ci ha allevati. Conosce ogni cosa di noi; custodisce i nostri ricordi e, forse, perfino i nostri pensieri, perché è proprio lì che hanno avuto origine. Come si potrebbe non amarlo?
Poi, però, accade qualcosa. La vita ci costringe a partire e, in qualche modo, quel distacco ci fa sentire dei traditori. Eppure, nei momenti di solitudine o di smarrimento, il richiamo si fa irresistibile e si torna sempre. Si torna per capire se quel luogo sappia ancora accoglierci come un tempo, se sia ancora capace di stringerci nel suo abbraccio e di farci sentire in sintonia con ciò che siamo stati. A volte non accade: ci sembra che qualcosa si sia spezzato. Altre volte, invece, basta un istante perché tutto torni al proprio posto.
Più di ogni altra cosa è l'aria di casa a curarci. È la stessa aria respirata da bambini, quella che inconsciamente associamo alla sicurezza e alla serenità. Forse non cerchiamo davvero il luogo, ma la persona che eravamo allora, il nostro modo di guardare il mondo. E il luogo natio è la prima porta attraverso cui tentiamo di ritornare a quella condizione.
Davanti a me ondeggiano numerosi asfodeli, piegando e rialzando il capo sotto il vento come se rendessero omaggio a una presenza invisibile, o semplicemente si affidassero con rispetto all'aria che li accarezza. Poco più in là spiccano due rose di un insolito colore rosa-arancio, ostinatamente aggrappate ai loro rami mentre il vento, impetuoso come un Eolo gonfio e ubriaco, cerca invano di strapparle.
Il fruscio delle piante risveglia ricordi dell'infanzia. È un suono che sembra appartenere soltanto a questo luogo.
Al di sopra del verde si erge la chiesa, chiusa e silenziosa. Solo gli uccelli interrompono la sua immobilità con il loro chiacchiericcio. Tutto intorno regna un silenzio profondo. Qui la mente non deve combattere alcuna battaglia: ritrova il proprio ambiente naturale, respira, si riempie d'aria e di tregua.
Quattro rintocchi di campana rompono per un momento quella quiete, ma subito dopo il silenzio torna a distendersi nel vento della valle. Ogni tanto, in lontananza, arriva il suono di un clacson che mi distrae dalla scrittura e quasi profana l'incanto. Ma c'è un rumore che, più di ogni altro, mi riporta al passato: quello di un aereo che attraversa il cielo ad alta quota, lasciando dietro di sé il suo sommesso borbottio e una lunga scia bianca, quasi celestiale, sospesa tra la terra e il paradiso.
Ora il vento si fa più insistente e il sole comincia a tramontare. L'aria è diventata più fresca. Davanti a me c'è un noce completamente spoglio, tanto spoglio da farmi temere che sia malato. Voglio credere, invece, che sia soltanto in ritardo nel mettere i germogli.
Qualcosa, però, accade davvero, proprio come quando ero bambina: quest'aria mi mette fame. Mi tornano alla mente i panini imbottiti mangiati sulla tovaglia stesa in mezzo al prato, come facevano i nonni quando preparavano il pranzo per chi lavorava nei campi. Erano pasti semplici, eppure avevano il sapore della festa.
Andarmene mi pesa. Non voglio lasciare questo luogo che, ogni volta, restituisce vita a uno spazio interiore che credevo dimenticato. Forse è questo il dono più grande del luogo natio: ricordarci che una parte di noi è rimasta qui, ad aspettarci, insieme all'aria, al vento e al silenzio.
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