Gerardo, per la gente, era “un ragazzo strano” perché aveva l’abitudine di recarsi ogni giorno sul ponte che metteva in comunicazione due strade parallele all’autostrada. Arrivato a quel punto, mentre sotto le auto sfrecciavano a velocità supersonica, cominciava a incidere sul muro, con un sasso, una piccola asticella. Io ero bambina e lo vedevo quando, con mamma, andavo al supermercato proprio dall’altro lato del ponte.
Un giorno io, mia madre e una signora giungemmo a quel punto. La donna si avvicinò al muro e contò le asticelle: erano ben trentaquattro.
Il giorno dopo, mossa dalla curiosità, mi allontanai fino al ponte senza chiedere il permesso a mia madre.
Quando arrivai, Gerardo era lì che tracciava la sua solita asticella. Mentre si allontanava, gli chiesi cosa significassero quei segni. Lui mi guardò e proseguì senza rispondere.
Così contai le asticelle: erano trentacinque, una in più rispetto al giorno precedente.
Lungo la strada del ritorno incontrai Maria, la nostra vicina, alla quale chiesi perché ce l’avessero con quel ragazzo. Lei mi raccontò tutto.
Mi disse che anni prima era finito su un binario e che per poco un treno non lo aveva travolto. A causa di quell’incidente aveva quasi perso l’uso di un arto, rimasto incastrato nella ferraglia. Per molti anni non uscì di casa: era diventato claudicante e aveva rinunciato allo sport, agli amici e a una vita normale.
A ciò si aggiunse che sua madre, un giorno, lo trovò proprio su quel ponte, deciso a lanciarsi nel vuoto. La donna riuscì a richiamare la sua attenzione e gli promise che avrebbe potuto guarire del tutto se l’avesse accompagnata per una serie di esami clinici.
E alla fine ce l’aveva fatta. Il miracolo era avvenuto e, per la gioia, segnava i giorni trascorsi da quando aveva ripreso a essere quello di un tempo. Appena trentacinque giorni.
Nei primi giorni della sua ripresa fisica era persino riuscito a precipitarsi sull’asfalto dell’autostrada quando, dal ponte, aveva assistito a un incidente. Salvò un uomo estraendolo dall’abitacolo e gli impedì di lasciarsi sopraffare dalla disperazione quando si rese conto che le gambe non rispondevano più ai suoi comandi.
Dopo quell’episodio tutti cominciarono a guardare Gerardo come un ragazzo che aveva fatto miracoli.
Gerardo continuò ogni giorno ad andare sul ponte. Le sue asticelle non raccontavano più soltanto il trascorrere del tempo, ma anche qualcosa che gli altri avevano osservato per anni senza vedere: la fatica di ricominciare a vivere senza che nessuno se ne accorgesse davvero.
Solo molto tempo dopo qualcuno si domandò se, in fondo, non avessero mai capito niente di quel ragazzo e se i pregiudizi non limitassero profondamente la conoscenza, quando non la impedissero del tutto.
Nessun commento:
Posta un commento