Dal mio ficus al fico di Sylvia Plath





Questa mattina, guardando il Ficus benjamin sul mio terrazzo, mi chiedevo quale valore avesse questa pianta che cresce così rapidamente, arricchendosi di fogliame e innalzando rami in ogni direzione, fino a occupare tutto lo spazio intorno. È una crescita spontanea, quasi inarrestabile, che sembra non conoscere esitazioni. Da qui è nata la decisione di regalarlo a qualcuno che possa piantarlo in un terreno dove crescere liberamente, senza i limiti imposti da un vaso.

Mentre riflettevo su questo, mi è capitato di ascoltare su TikTok uno psicologo che parlava del celebre fico di Sylvia Plath. Una coincidenza che mi ha colpito. Certo, il mio è un ficus e quello di cui si parla nel romanzo è un albero di fichi, ma il richiamo simbolico è stato immediato.

La metafora compare nel romanzo La campana di vetro (1963) ed è raccontata dalla protagonista, Esther Greenwood. Davanti a un fico immagina che ogni frutto rappresenti una possibile vita: una brillante carriera accademica, il matrimonio con dei figli, il successo come poetessa, l'indipendenza professionale e molte altre possibilità. Esther non desidera sceglierne una soltanto: vorrebbe poterle vivere tutte contemporaneamente. È proprio questa impossibilità ad angosciarla. Incapace di decidere, resta immobile a osservare i fichi maturare e cadere uno dopo l'altro, marcendo ai piedi dell'albero. La mancata scelta finisce così per trasformarsi nella rinuncia a tutte le possibilità.

È una delle immagini più suggestive del romanzo. Sebbene La campana di vetro sia un'opera semiautobiografica, è Esther Greenwood a vivere questa esperienza narrativa, attraverso la quale Sylvia Plath esprime inquietudini che appartenevano anche alla sua sensibilità.

Il romanzo segue la vicenda di Esther, una studentessa brillante che ottiene un prestigioso tirocinio presso la rivista Mademoiselle a New York. Quella che dovrebbe rappresentare l'inizio di un futuro luminoso diventa invece il momento in cui prende coscienza della distanza tra i propri desideri e ciò che sente di poter realmente realizzare. Le aspettative della società, i ruoli imposti alle donne, il timore di rinunciare a una parte di sé e la difficoltà di immaginare un'esistenza che comprenda tutte le proprie aspirazioni alimentano una profonda crisi interiore. La metafora del fico è uno dei simboli di questo smarrimento, ma non ne esaurisce il significato: la depressione di Esther nasce infatti dall'intreccio di fattori personali, sociali ed esistenziali.

Progressivamente la protagonista precipita in una grave depressione, fino al tentativo di suicidio. Grazie alle cure psichiatriche e al sostegno ricevuto, intraprende un lento percorso di recupero, senza che il romanzo proponga facili soluzioni. Rimane invece aperta la domanda su come sia possibile costruire la propria identità senza sentirsi soffocati dalle aspettative esterne.

La metafora del fico continua ancora oggi a parlarci. Ogni scelta comporta inevitabilmente una rinuncia e forse è proprio questo l'aspetto più difficile da accettare. Vorremmo conservare aperte tutte le possibilità, ma la vita ci costringe a percorrerne soltanto alcune. Restare immobili, nella speranza di non perdere nulla, significa spesso perdere tutto.

Per le donne questa riflessione assume ancora oggi una particolare intensità. Molte continuano a confrontarsi con aspettative che chiedono loro di essere contemporaneamente professioniste affermate, madri presenti, compagne attente, figlie disponibili e persone capaci di coltivare le proprie passioni. Sebbene molto sia cambiato rispetto agli anni in cui Sylvia Plath scriveva, il peso di queste richieste continua spesso a ricadere in misura maggiore sulle donne. Ne derivano sensi di colpa, compromessi, rinunce e la costante impressione di non essere mai abbastanza in nessun ambito.

Ripensando al mio Ficus benjamin, mi accorgo allora che il contrasto con il fico immaginato da Esther è sorprendente. Il mio albero cresce senza interrogarsi sulla direzione da prendere: allunga i suoi rami dove trova spazio, senza il timore di escludere altre possibilità. Il fico della Plath, invece, è immobile, gravido di frutti che rappresentano vite possibili destinate a cadere perché nessuna viene scelta. Forse è proprio questa la differenza tra la natura e gli esseri umani. Le piante crescono seguendo la loro vocazione; noi, invece, siamo chiamati continuamente a scegliere. E ogni scelta, inevitabilmente, ci trasforma.

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