Via del Greto- V

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo quinto



                                                                         Capitolo V

l giorno del matrimonio, Casa Varriale era un fermento di voci, di fruscii di abiti di seta e taffetà, di tacchi che battevano sui pavimenti come se volessero farsi sentire.

Dalla chiesa, più in alto del paese, arrivava il suono festoso delle campane, quasi a ricordare un tempo in cui quel luogo era stato molto più frequentato. Ormai la chiesa veniva aperta quasi soltanto per i matrimoni. Era graziosa, con un ampio sagrato dal quale si godeva un panorama da togliere il fiato.

L'ingresso era stato adornato con fiori bianchi e rosa, disposti con cura. Il loro profumo si spandeva per diversi metri intorno alla chiesa e il venticello d'alta quota, con una tale maestria lo trasportava fin dentro le case degli abitanti.

Quando tutti gli invitati furono sul sagrato, alcuni compaesani si aggiunsero alla schiera. Mancava soltanto la sposa, ma era d'obbligo che si facesse aspettare.

Cecilia aspettava in macchina, ferma poco distante, dietro una curva, per dare il tempo a tutti di raggiungere la chiesa. Solo allora avrebbe fatto il suo ingresso nel suo bellissimo abito da sirena.

Era emozionata. Sedeva accanto a suo padre, molto più freddo e razionale di lei. Ogni tanto le porgeva discretamente un fazzoletto quando vedeva che gli occhi diventavano lucidi. Cercava di non lasciarsi andare alla commozione: sapeva che, se avesse mostrato la propria emozione, avrebbe finito per far piangere anche lei.

Poi il clacson della Maserati annunciò l'arrivo della sposa.

Appena Cecilia scese dall'auto, dal gruppo degli invitati si levò un'espressione di stupore:«Ohhh!»

Andrea, invece, sudava freddo. Emozionato e irrequieto, si agitava all'ingresso della chiesa. Quando vide la sposa, si affrettò verso l'altare.

Gli invitati cominciarono a entrare lentamente, quasi tutti con il telefonino già in mano, pronti a immortalare i momenti più emozionanti.

Lungo la navata centrale fece il suo ingresso anche Letizia, nel suo abito rosa antico. Aveva qualcosa di indefinibile: ricordava insieme una Madonna e un angelo, una modella e una principessa. L'abito esaltava la sua figura senza renderla appariscente.

Alfonso entrò accanto a lei, in abito blu navy.

Per molti, sembravano una coppia. E loro non fecero nulla per dissipare il sospetto. Anzi, sembrava quasi che provassero un certo piacere nel lasciarlo vivere.

Sedettero l'uno accanto all'altra. Maria prese posto vicino al fratello.

Letizia guardò Alfonso senza dire una parola. Lui colse immediatamente quello sguardo e, quasi per alleggerire la tensione, le sussurrò:

«Emozionante, vero?»

«Molto. Sto facendo fatica a non piangere.»

Non parlarono più per qualche minuto. Eppure, in quella situazione, sembrava che i loro pensieri riuscissero comunque a raggiungersi.

Dal primo banco, accanto all'altare, Enea rivolse loro uno sguardo. Poi si voltò verso la moglie e le fece un piccolo sorriso, quasi d'intesa.

Maria, accanto ad Alfonso, era emozionata, avvolta nel suo scialle di seta verde salvia, che copriva appena il vestito sottoveste scollato.

Dall'altra parte del paese, nella tenuta di famiglia, tutto era pronto per il banchetto matrimoniale.

Gli amici arrivati da lontano avevano già raggiunto il luogo e ne stavano apprezzando ogni particolare: la bellezza della tenuta, l'ordine con cui era stato predisposto tutto e, più di ogni altra cosa, l'aria.

Lì l'aria manava profumi di bosco, di fiori e di mare, mescolati in un'unica essenza, propria del luogo.

La giornata, iniziata in maniera piuttosto maldestra, sembrava finalmente essersi rimessa sulla giusta strada.

Come spesso accadeva, però, quando qualcosa andava storto, Alfonso diventava il capro espiatorio.

Prima era mancato l'assenso di alcuni parenti alla loro partecipazione. Poi un vestito era arrivato in ritardo, con un bottone che minacciava di staccarsi da un momento all'altro. Infine, il fotografo, invece di dedicarsi agli sposi, sembrava più interessato a realizzare un vero e proprio book fotografico della tenuta.

Letizia, fin dal mattino, era stata in ansia. La promessa tra gli sposi le ricordava il valore di un legame, ma anche i suoi genitori, la zia ormai sola e mai stata sposata, i momenti belli e quelli dolorosi che la vita aveva messo insieme senza chiedere permesso.

E, inevitabilmente, pensava anche al proprio futuro.

Ogni tanto si affacciava alla finestra e cercava quasi involontariamente Alfonso. Attraverso il vetro lo intravedeva mentre si sistemava davanti allo specchio, intento a curare gli ultimi dettagli del proprio abbigliamento.

A volte, nello stesso momento, anche lui si voltava verso il suo balcone.

Quando Letizia si accorgeva di essere stata sorpresa a guardarlo, gli dava immediatamente le spalle, fingendo di sistemarsi i capelli.

Era diventato quasi un gioco. Si studiavano più da lontano che da vicino.

Poi si incontrarono sulle scale, mentre entrambi scendevano al piano inferiore.

«Sei bellissima!» disse Alfonso.

Letizia sorrise.

«Anche tu non sei niente male.»

Gli abiti li rendevano ancora più eleganti, ma entrambi sapevano che ciò che li attirava l'uno verso l'altra non aveva bisogno di seta, di taffetà o di scarpe eleganti.

Bastava uno sguardo.

Durante il pranzo, però, qualcosa cambiò. Enea raggiunse il tavolo di Alfonso. Aveva già bevuto qualche bicchiere e diede voce ai propri pensieri.

Cominciò a rimproverare il figlio per essere stato poco vicino al fratello, per non essersi comportato come un membro della famiglia durante la cerimonia, per essere rimasto troppo in disparte.

Alfonso, sulle prime, non gli diede peso. Ascoltò in silenzio, cercando di lasciar correre.

Ma Enea continuò.

Le parole, una dopo l'altra, finirono per toccare un punto che Alfonso evidentemente non riusciva più a sopportare.

La discussione si concluse, ma la tensione rimase.

Per quasi mezz'ora Alfonso cercò di riprendersi. Poi cominciò a respirare con difficoltà.

Maria se ne accorse per prima.

«Alfonso...»

Lui si alzò lentamente dal tavolo.

«Ho bisogno di allontanarmi.»

Maria lo seguì immediatamente.

Letizia rimase qualche istante indecisa, poi si alzò a sua volta.

Alfonso fu accompagnato in una stanza più tranquilla, dove si distese su una poltrona reclinabile, in una posizione che gli permetteva di respirare meglio e di non peggiorare la tosse.

Per un'altra mezz'ora rimase in quelle condizioni.

Maria si procurò il farmaco che Alfonso assumeva e che non aveva portato con sé, insieme a tutto l'occorrente.

Letizia rimase accanto a lui.

«Non te la prendere, Alfonso. Dopo una giornata così, tra ansia e stanchezza, basta poco perché le persone perdano la misura.»

Alfonso la guardò.

Aveva capito perfettamente che Letizia si era resa conto del motivo della sua crisi.

Evitò di rispondere. Aveva bisogno di risparmiare il fiato e, soprattutto, di calmarsi.

Letizia continuò a parlare al posto suo.

«Spero soltanto che non abbiano preso male il fatto che eravamo seduti vicini. La gente fa presto a fare due più due.»

Alfonso sgranò gli occhi.

Quella frase sembrò restituirgli improvvisamente un po' di forza.

«Niente e nessuno può sgridarmi in quel modo. E per nessun motivo. La gente deve imparare a rispettare le idee, le opinioni e i sentimenti degli altri. Punto.»

Letizia lo fissò.

In quelle parole c'era più di quanto Alfonso avesse detto.

Quando Maria tornò con il necessario, Letizia si allontanò.

Si incamminò lungo il viale, lasciandosi alle spalle il rumore del ricevimento.

Da quando era arrivata alla tenuta erano cambiate troppe cose.

Forse non si era resa conto di aver innescato situazioni, aspettative e pensieri negli altri. Forse, soprattutto, non si era resa conto di ciò che stava accadendo dentro di lei.

Era quello a spaventarla. Si fermò per qualche minuto e respirò profondamente. Quella sera sarebbe partita. Non voleva restare un minuto di più.

Quando tornò al tavolo, cercò di comportarsi normalmente. Sorrise, partecipò alle conversazioni e finse che tutto fosse come prima. Ma aveva già preso la sua decisione.

Ormai erano arrivati ai saluti. Tra bomboniere, baci e abbracci, gli sposi salutarono gli invitati prima di ritirarsi.

Letizia aspettò quasi fino alla fine, poi si avviò verso casa con la scusa di prendere un po' d'aria.

Si fermò qualche minuto lungo il percorso, lasciando che la famiglia avesse il tempo di raggiungerla.

Fortunatamente poteva accedere alla propria camera anche dal terrazzo, attraverso il balcone che fungeva da ingresso secondario.

Appena entrata, tirò fuori la valigia. In pochi minuti infilò dentro le sue cose. Si tolse l'abito elegante e indossò qualcosa di più comodo. Quando ebbe finito, scese dagli altri e annunciò che sarebbe partita quella sera stessa.

Inventò una motivazione plausibile e non si lasciò convincere dai loro tentativi di trattenerla. Non comprendevano quella partenza improvvisa.

Letizia tornò in camera a prendere la valigia e, dopo aver ringraziato tutti per l'accoglienza, uscì ad aspettare il taxi.

La cosa che più la colpì fu che Alfonso non uscì a salutarla. Non lo vide attendere il taxi. Non si offrì nemmeno di accompagnarla.

Per un istante si sentì ancora più convinta della propria decisione. Scendendo verso la stazione, però, sentì una strana sensazione.

Quei giorni alla tenuta Varriale avevano cambiato qualcosa dentro di lei. Ora era disorientata. Non sapeva più bene chi fosse.

Quella che doveva essere soltanto una vacanza si era trasformata in una prova molto più difficile di quanto avesse immaginato.

Il taxi si fermò davanti alla stazione. Per un attimo non riuscì a credere di essere arrivata fin lì.

Forse, in fondo, era stata quasi mandata via. Ma forse era meglio così. Non voleva patemi.

Trascinava la valigia a malavoglia, con lo sguardo basso.

Fu proprio prima di entrare in stazione che lo vide.

Alfonso era davanti a lei.

Sembrava aspettarla da tempo.

Aveva le mani in tasca, con un altro abito e lo sguardo serio, quasi torvo.

Letizia si fermò.

«E così te ne saresti andata senza nemmeno salutarmi?»

«È tempo che io parta. Hanno bisogno di me.»

«Non hai risposto alla domanda.»

Fece qualche passo verso di lei.

«Te ne saresti andata così? Quasi scappando?»

Letizia strinse la maniglia della valigia.

Per qualche secondo rimase in silenzio.

Poi esplose:

«Cosa avrei dovuto fare, eh? Avete visto come mi avete assalita con gli sguardi alla festa? Sembrava che fossi colpevole di qualcosa!»

Alfonso abbassò la voce.

«Il mio sguardo ti ha assalita?» Non c'era rabbia nella domanda. Solo dispiacere. Quasi una supplica.

Letizia lo guardò e sentì che avrebbe potuto dire molte cose.

Avrebbe potuto spiegargli che non era soltanto il suo sguardo. Erano quelli di tutti. Le mezze frasi, i sorrisi, i sospetti.

Ma non voleva innescare altre reazioni. E soprattutto non voleva ferirlo ancora. Abbassò gli occhi.

Alfonso capì. Non disse altro. Raccolse la valigia e si incamminò con lei verso il binario.

Sedettero sulla panchina, uno accanto all'altra. Il silenzio vinse su tutto ciò che entrambi avevano dentro.

Per qualche minuto nessuno dei due parlò. Sembrava che qualsiasi parola potesse peggiorare la situazione.

Letizia frugò nella borsa e tirò fuori un biglietto da visita. Glielo porse.

«Dallo anche ai tuoi genitori. Non ho lasciato nessun mio recapito.»

Alfonso lo prese. Non rispose. Lo tenne tra le dita e rimase nella stessa posizione, lo sguardo fisso davanti a sé. Poi Letizia si voltò verso di lui.

«Che cosa hai?»

Alfonso fece un respiro profondo.

«Dopo una bella giornata come quella di oggi...» disse piano. «Salvo l'inconveniente con mio padre, non immaginavo di concluderla così.»

Letizia lo guardò.

Aprì la borsa ancora una volta e ne tirò fuori alcuni fogli.

Glieli porse.

«Ho scritto alcune cose di questi giorni.»

Alfonso li prese, sorpreso.

«Magari ti piacerà rileggermi.»

Per un istante sorrise.

«Grazie di tutto.»

Poi aggiunse, quasi per scherzare:

«Ah, non lasciare in giro queste pagine. Altrimenti diranno altro sul nostro conto.»

Alfonso abbassò gli occhi sui fogli.

Avrebbe voluto rispondere qualcosa.

Non trovò le parole.

In lontananza si sentì il rumore del treno.

Quando arrivò, entrambi si alzarono sii incamminarono rapidamente verso lo scompartimento assegnato a Letizia.

Alfonso le prese la valigia e gliela sistemò sotto il sedile.

«Allora...»

Lei si voltò verso di lui.

«Allora.»

Sembrava che dovessero dirsi qualcosa.

Qualunque cosa.

Ma nessuno dei due riuscì a farlo.

Letizia salì sul treno.

Alfonso la salutò dalla banchina.

Poi fece qualche passo indietro.

Sembrava aver deciso di lasciarla partire.

Ma si fermò.

Tornò verso il vagone e risalì.

Letizia lo guardò sorpresa.

Alfonso si avvicinò.

Per la prima volta non cercò una frase intelligente, né una spiegazione, né una scusa.

La baciò.

Fu un bacio breve, improvviso, quasi timido.

Ma vero.

Letizia non se lo aspettava.

Quando Alfonso si allontanò, nessuno dei due disse niente.

Lui scese dal treno.

Lei rimase sulla porta dello scompartimento.

Si guardarono.

Il treno cominciò lentamente a muoversi.

Alfonso rimase fermo sul marciapiede mentre Letizia lo seguiva con gli occhi.

Poi la distanza aumentò.

Continuarono a guardarsi finché fu possibile.

Infine il treno scomparve.

E a ciascuno rimase la sola verità.


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