Il Giro d'Italia e l'impazienza

 




Domenica,  ero affacciata al balcone in attesa del Giro d'Italia, quando il silenzio della strada è stato colmato da un baccano infernale. Alcune persone, forse non informate della chiusura della strada, inveivano contro il vigile che ne aveva bloccato l'ingresso. L'agente, irremovibile, spiegava le motivazioni, ma quelli continuavano a gridare le loro ragioni. Più volte ho avuto voglia di intervenire: non riuscivo a sopportare di vedere una schiera di insofferenti che lo crocifiggeva. Se avessero potuto, lo avrebbero scalzato pur di passare.

Quando è giunto il primo gruppo di ciclisti, hanno rincarato la dose: credevano che fosse finito tutto e, invece, dovendo restare ancora lì, con parole offensive, chiedevano al vigile di spostarsi.

Eppure c'era l'avviso del giorno prima, lungo tutto il tratto interessato. Ma loro, vedendo che trascorreva un bel po' di tempo tra un passaggio e l'altro dei ciclisti, pretendevano di poter passare comunque, approfittando dei momenti in cui la strada sembrava libera. Come se l'attesa tra un gruppo e l'altro desse loro il diritto di attraversarla.

Poi sono rientrata: non resistevo più a quelle lamentele, espresse con tanta maleducazione, contro una persona che stava semplicemente facendo il proprio dovere. Se non avevano letto il cartello — e ormai persino le pietre sapevano del Giro d'Italia — non era certamente colpa del vigile, che si limitava a vietare il passaggio.

Oltretutto, mi davano l'impressione di bambini capricciosi: chiedevano insistentemente di passare e, non riuscendoci, finivano per insultare chi glielo impediva.

La situazione si è fatta più seria quando, dalla strada laterale che si immette sulla principale, è comparsa una lunga fila di auto e motorini, che scendeva come un fiume in piena. Ad attenderli c'era il vigile, pronto a sbarrarne il passaggio.

Un signore sul motorino si lamentava di non sapere nulla e del fatto che, all'imbocco della strada che percorreva, non ci fosse nessuno ad avvisarli.

Anche in quel caso il vigile ha dovuto mantenere calma e pazienza per evitare che la situazione degenerasse. Durante tutto il tempo di attesa, non hanno mai smesso di borbottare, ora con violenza, ora con lamenti.

In giro c'è un'impazienza che sembra riguardare quasi ogni cosa. Non si sa più attendere, dare agli altri la possibilità di effettuare un movimento. Non si è più capaci di empatia, di ascoltare l'altro, di fermarsi quando è necessario senza trasformare ogni impedimento in una questione infinita.

 Che senso ha lamentarsi e inveire contro un agente pur sapendo che sta semplicemente eseguendo degli ordini? Sono gli stessi che, nel traffico, suonano per un nonnulla, che a un semaforo vanno in escandescenze, che se c'è un incidente sono insofferenti. 

Forse dovremmo recuperare un po' di pazienza, di rispetto e, soprattutto, la capacità di comprendere un'ingiustizia da una pretesa. Non basta prendere la patente: forse ci vorrebbe anche un esame di educazione civica, perché il rispetto degli altri, la pazienza e la capacità di convivere sembrano ormai estranei alla logica dei nostri comportamenti quotidiani. E forse è proprio da queste piccole cose che si riconosce il rispetto per gli altri.


Nessun commento:

Posta un commento

Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog