Agosto: il mese che non è più come una volta

 


Agosto, tra un bagno e un caldo insopportabile, si avvia alla fine. Tutti i propositi su come trascorrere i giorni più belli dell'anno sembrano essere svaniti.

Colpa del caldo, certo, ma anche di quella strana contraddizione che accompagna il nostro tempo: mentre in alcuni luoghi del mondo la vita scorre apparentemente senza paura, in altri si consuma una quotidianità disumana, fatta di guerra, distruzione e morte. Ci sono luoghi da sogno dove si va in vacanza e luoghi che non sembrano nemmeno appartenere allo stesso mondo.

Agosto è il mese delle vacanze, quello in cui tutti vanno in ferie riversandosi negli stessi luoghi, alla ricerca di benessere, aria aperta e qualche giorno lontano dal ritmo frenetico del lavoro. Ma proprio perché ci muoviamo tutti nello stesso periodo e verso le stesse mete, anche la vacanza tanto attesa rischia di trasformarsi in una corsa alla sopravvivenza.

Quest'anno il caldo ha dato la sua stoccata finale. Giorni afosi e notti che sembrano non voler più concedere refrigerio hanno messo a dura prova la nostra resistenza fisica. Nessuna doccia sembra portare sollievo: ci si sente finiti nella fabbrica del sudore, a scioglierci come un cono di gelato in mano.

Molti hanno preferito ripararsi in casa nelle ore più calde, e non soltanto gli anziani. Il caldo affligge tutti, porta apatia, toglie stimoli, fa rimandare perfino le azioni più semplici. Anche andare a fare la spesa può diventare un'impresa da affrontare con il coraggio di chi deve uscire allo scoperto.

Chi ha qualche anno in più ricorda gli agosti passati al mare: il sole, certo, ma anche le brezze, il vento sulla spiaggia, le giornate trascorse all'aperto e quel bagno notturno atteso come la vera consacrazione dell'estate. Oggi sembra quasi che toccare la spiaggia sia una sfida. Calma piatta, poco vento, creme solari spalmate come fossero pomate miracolose e una temperatura che rende difficile persino resistere sotto l'ombrellone.

Non è soltanto cambiato il caldo. Sembra essere cambiata la nostra stessa idea di stagione. Piogge improvvise e violente possono lasciare spazio, il giorno dopo, a temperature vicine ai quaranta gradi. Una bufera può arrivare nel bel mezzo dell'estate e, appena passata, ritrovarci nuovamente immersi nell'afa. Abbiamo perso anche una certezza che sembrava scontata: agosto caldo, dicembre freddo. Le stagioni, almeno nelle nostre aspettative, non hanno più confini così sicuri.

Un bagno si può fare ad agosto, ma ormai anche a febbraio. È cambiato il clima e, insieme a esso, cambiano le nostre abitudini.

Tirando le somme, i conti sono presto fatti: pochi bagni, tanto lavoro, molto tempo passato a difendersi dalla calura e, quando arriva un'idea per superarla, spesso manca la forza per realizzarla. Restano così nei ricordi i tramonti visti dal mare, le lunghe giornate sulla spiaggia, i viaggi con gli amici, le visite ai luoghi di cultura. Tutto ciò che normalmente dovrebbe riempire le vacanze finisce per essere rimandato.

Apparteniamo a un sistema del quale siamo parte integrante e anche un cambiamento apparentemente piccolo della temperatura produce conseguenze sulla nostra vita. Se non stiamo bene fisicamente, non possiamo essere produttivi, creativi, curiosi. E non basta dire che siamo in vacanza per poter davvero usufruirne.

Pensiamo soprattutto ai bambini, agli anziani e alle persone più fragili. Se anche chi è in buona salute fatica a sopportare certe temperature, per loro tutto diventa ancora più difficile.

Agosto, quest'anno, è stato un po' come un traditore: lo abbiamo atteso, gli abbiamo affidato le nostre aspettative e poi è passato senza regalarci quello che speravamo.

E puntualmente cominciamo già a fare pronostici per l'anno prossimo. Ma forse dovremmo smettere di affidare proprio ad agosto il compito di essere il mese del riposo. Non è detto che abbia ancora le caratteristiche per farlo.

Potrebbe diventare, paradossalmente, il mese del rallentamento. Il mese in cui si riducono al minimo gli spostamenti, si consumano meno energie, ci si ripara dal caldo e si rinuncia all'idea di dover necessariamente uscire tutti insieme, come colonie di formiche alla ricerca di un po' di refrigerio.

Se il clima ci cambia le stagioni, allora forse dobbiamo cambiare anche tutto il resto, a cominciare da noi stessi. Una parte sempre maggiore del nostro tempo rischia di essere impiegata non per vivere, riposare o coltivare i nostri interessi, ma per difenderci dalle condizioni che ci circondano.

E allora forse il vero cambiamento non sarà soltanto meteorologico. Dovremo ripensare il modo in cui lavoriamo, viaggiamo, ci riposiamo e organizziamo le nostre vacanze.

Perché se agosto continuerà a essere così, potrebbe non essere più il mese delle ferie.

Potrebbe diventare semplicemente il mese in cui impariamo a fermarci.

"Tranquilla, mamma!"

 




Quando sento dire: «Ormai sono grandi, adesso sei più libera».

Ovviamente ci si riferisce ai figli. Ma sono sicuri che sia così?

Da piccoli erano uno spasso: curarli era più semplice, dipendevano in tutto da me, senza che avessero voce in capitolo. Sapevo dov’erano, cosa facevano, quando mangiavano, quando dormivano. E soprattutto sapevo che, se c’era qualcosa da sistemare, potevo farlo io.

Ora sono uomini e donne con una testa pensante e pretendono di gestirsi come vogliono.

Prendi ieri sera, per esempio. Lei esce per festeggiare il compleanno con gli amici. Appena me l’ha detto, sono andata in ansia. Perché? Perché quando lei esce significa che io non dormo.

Vago per casa come un’ombra, cercando di passare il tempo e di vederla arrivare. E poi esce già tardi, alle 11,30. E ti chiedi: ma a che ora vorrà ritirarsi? Ti risponde: «Mamma, vai a letto!» con un fare sbrigativo. E mentre il padre dorme beato, su di me pesa l’ansia come un macigno.

Poi accade un incidente sotto casa. Controllo dalla videocamera. Parte il messaggio per avvisarla, nel caso fortunato stesse tornando. E certo, sono l’una, sarebbe ora. Ma lei mi risponde di stare tranquilla. Per dire che la notte è ancora lunga. E quando le chiedo a che ora pensa di tornare, serafica mi risponde: «Tranquilla!»

Allora mi metto a leggere sul divano, controllando di continuo il telefonino. Al telefonino sostituisco l’uncinetto, vista la poca concentrazione nella lettura. Comincio a bere, poi controllo a che punto è il ripristino della strada dopo l’incidente. Ritorno sul divano, questa volta con un cuscino in modo da stendermi. E sono appena le due. Comincio a chiedermi quanto duri questo compleanno. Intanto nessun messaggio.

Glielo invio io, chiedendole a che ora pensa di tornare. Mi risponde che è ancora presto per loro. Sono le due e mezzo. E non credo che sia tardi solo per me.

Mi rassegno a vegliare sul divano con la luce piccola accesa. Giù è tornata la normalità: il traffico scorre tranquillamente. Do uno sguardo al telefonino, avvio delle ricerche, leggo notizie. Gli occhi chiedono pietà, ma io sono più forte e vado avanti con la lettura. Ormai sono le tre. Sono sicura che di lì a poco torni e, nel pensarlo, chiudo gli occhi. Il guaito di un cane me li fa aprire. Comincio a innervosirmi. Capisce come mi riduco quando esce e torna tardi? Se le dici qualcosa, ti risponde che non è più una bambina.

Ma la mia mente non sembra averlo ancora capito, che resta abbarbicata al fatto che uscire sia per me un fatto straordinario, mentre per lei è la cosa più normale che ci sia. Sono senza speranze e, mentre mi affanno col pensiero, non ricordo più nulla. Ormai sono le tre e mezzo e non reggo più. Dopo una mezz’ora mi sveglio di soprassalto: la luce all’ingresso è spenta. Segno che è rientrata. In mezz’ora è ritornata e si è messa a letto. Intanto controllo se mi aveva mandato qualche messaggio.

Non ho nemmeno la forza di andare a letto. Dal balcone aperto entra una brezza che durante il giorno ce la sogniamo e resto dove sono. Finalmente sprofondo nel sonno, girandomi sul divano come un pesce che sta passando nella farina: si attorciglia il cuscino con me e con quello del divano, insieme al telo preso per metterlo a mo’ di lenzuolo.

Stamattina mi hanno svegliato presto i telefonini messi sul tavolino accanto al divano, che suonano a ogni messaggio nella chat di famiglia dove inviano gli auguri di compleanno per lei. Il suono era continuo. Li avrei presi e buttati giù. Erano appena le sei.

Significa che avevo dormito soltanto due ore e mezzo.

Quando lei è tornata nel mondo reale alle 10, orario della sua sveglia, mi ha anche detto che stanotte, tornata con un fascio di fiori, si è avvicinata al divano, dove non si era resa conto che dormissi lì, e ha preso il vaso grande dal mobile per metterci i fiori. In quel momento ha pensato che, se mi fossi svegliata, mi sarei presa uno spavento per la manovra azzardata che stava facendo. Potevo prenderla per un ladro, come diceva lei.

E cosa dovevo dirle? Ormai non ha senso dirle niente. Comincio a ricordarle che quando sarà madre potrà capire.

Tutta questa cronaca per dire che oggi ha compiuto gli anni, è maggiorenne, laureata, ha un lavoro, un mondo suo, e io mi comporto sempre come se fosse la piccola di casa. Non so se si tratti di deformazione mentale o di cos’altro. So solo che quando lei dice: «Stasera esco», a me vengono le fisime.

Già so che non dormirò, che girerò per casa, che non troverò un posto dove stare, che camminerò al buio come una ladra, che andrò in paranoia, che passerò in rassegna tutti i pericoli, che allora mi verranno in mente fatti inquietanti e che non riuscirò a rassicurarmi con niente.

In questi momenti ritorno a quando era piccola, a come era dolce e affettuosa, un angioletto che ascoltava, ubbidiva, giocava serenamente. La chiamavo “la vecchia di casa”.

Ora niente è più così. Forse in questa apprensione c’è anche il fatto di non accettare completamente questa trasformazione, perché niente più dipende da noi. Eppure il corpo e la mente sembrano non saperlo. Per anni siamo stati allenati alla vigilanza: a sentire un pianto, un rumore, una tosse, una porta che si apriva. A sapere se avevano mangiato, se avevano la febbre, se erano arrivati a scuola. Era una tensione fisiologica, facente parte del nostro DNA di genitori. Poi loro crescono, ma quella tensione non riceve la notizia. La bambina è diventata una donna, ma dentro di noi è rimasto in piedi quel vecchio sistema d’allarme.

Solo che adesso non abbiamo più il potere di intervenire. Ed è forse questo il punto più difficile.

Quando sono piccoli, la nostra ansia ha un oggetto concreto. Se hanno paura, li prendiamo in braccio. Se stanno male, li curiamo. Se fanno qualcosa di pericoloso, interveniamo. Siamo noi a stabilire i confini. Quando crescono, invece, possiamo ancora preoccuparci, ma non possiamo più controllare. Lei esce e io non posso decidere quando deve tornare. Posso solo aspettare.

E forse è proprio questa la vera perdita che accompagna la loro crescita: non perdiamo i figli, perdiamo il potere che avevamo sulle loro vite.

Ogni compleanno ci allontaniamo un po’ di più dalle immagini dei figli piccoli e, in qualche modo, viviamo questa distanza come una piccola usurpazione. Come se ogni anno ci togliesse qualcosa del nostro vecchio essere genitori. Non siamo più quelli di una volta. Non siamo più i detentori delle loro vite.

Eppure tutto questo è ricompensato dal vederli autonomi, capaci di gestirsi e di gestire, di risolversi, di saper fare. In certe cose sanno meglio di noi come risolvere i problemi. Vedi la loro destrezza, ascolti le loro tesi, il modo in cui ragionano, e pensi che non abbiano bisogno più di niente.

E allora ti accorgi che il dolore della loro autonomia convive con un orgoglio immenso. Perché quello che ti viene sottratto da una parte ti viene restituito dall’altra.Non hanno più bisogno di una madre che dica loro cosa fare. Hanno bisogno di una madre che ci sia. Sempre lì.Come un faro.

Non per indicare loro la rotta, perché ormai la rotta se la scelgono da soli. Ma perché, quando serve, possano sapere dove tornare. Forse è questa la nuova maternità: imparare ad amare senza poter più controllare.

E non è detto che ci si riesca sempre. Io, per esempio, ieri notte ero ancora sul divano alle tre e mezzo, con il telefonino, il cuscino e la paranoia. Lei, invece, era fuori a festeggiare il suo compleanno.

Forse diventare genitori di figli grandi significa proprio questo: sapere perfettamente che non sono più bambini e, contemporaneamente, non riuscire mai del tutto a smettere di considerarli tali. E forse va bene così.

Perché se loro possono finalmente vivere senza di noi, la nostra conquista non è smettere di preoccuparci. È imparare, lentamente, a esserci senza pretendere di proteggerli da tutto.

Anche quando sono le tre di notte.

Anche quando dicono: «Mamma, tranquilla!»

Anche quando noi, tranquilli, proprio non riusciamo a esserlo.

La personalità al volante



Ci sono molti modi per cercare di comprendere la personalità di una persona; tra questi, anche il modo in cui guida. Sì, osservare qualcuno al volante può essere un po' come scattare una fotografia del suo modo di essere. La guida, infatti, può offrirci un quadro, quasi analogico, delle sue capacità, del suo modo di comportarsi, di interagire e di vivere il rapporto con gli altri.

Quando mi trovo accanto al conducente, non mi sfugge quasi nulla. Vado in apprensione quando assisto a manovre azzardate o a situazioni di pericolo che l'altro non sembra aver considerato. Solo allora mi permetto di raccomandargli di procedere con prudenza. Chi viaggia in macchina con me dice spesso che vado veloce; poi, però, quando si accorge che sono prudente, che ho riflessi pronti e che rispetto le norme, si tranquillizza e mi dice che si fida di me.

Quando sono sulla strada, mi guardo intorno e vedo persone che guidano in modo davvero riprovevole. A volte penso che dovrebbero rifare tutto il percorso per riprendere la patente.

Già il modo di tenere il volante può dire qualcosa. C'è chi vi si aggrappa come se fosse ancorato a qualcosa a cui affidarsi per sentirsi al sicuro, invece di essere lui a condurre il veicolo. Una presa eccessivamente forte, movimenti rigidi e una scarsa capacità di attenzione possono fare sì che, al momento opportuno, non si reagisca in tempo, risultando lenti nelle frenate, nelle manovre o nel dare la precedenza.

C'è poi chi procede con una sola mano mentre tiene l'altro braccio appoggiato al finestrino. E con quel braccio fuori è capace di dirigere un'orchestra: lo alza continuamente, lo agita, gesticola mentre parla.

Molti lasciano la mano destra sul cambio senza mai toglierla e girano in ogni direzione con l'altra, come se fossero sulle macchinine delle giostre. Alcuni sembrano affrontare la strada come se andassero in guerra; altri, invece, come se fossero comodamente seduti nel salotto di casa.

Ci sono poi quelli che partono senza rendersi conto di avere gli specchietti laterali chiusi, dimostrando di non essere consapevoli di ciò che accade intorno a loro. E già questo dovrebbe far riflettere: guidare significa, prima di tutto, essere presenti e avere la percezione di ciò che ci circonda.

Secondo alcuni, il modo di stare al volante dipende soprattutto dal comportamento e dal carattere. In realtà, per quanto la personalità possa influenzare le nostre azioni, guidare un'auto è qualcosa di più complesso. Conoscere le norme non basta: occorrono attenzione, autocontrollo, capacità di valutare le situazioni, rispetto delle precedenze e dei limiti di velocità, oltre alla cura nei confronti dei pedoni e degli altri utenti della strada.

Un momento di vero panico arriva, per alcuni, quando bisogna fare retromarcia. Sembra una cosa semplicissima, eppure c'è chi la vive come una prova insormontabile: non riesce a completarla senza toccare prima a destra e poi a sinistra, fino a rischiare di urtare le auto vicine. Alcuni non si girano nemmeno e pretendono di fare tutto guardando soltanto gli specchietti, fermandosi quando ormai sentono l'urto.

Sarà forse una questione di orientamento, ma sicuramente serve pratica per imparare a fare bene una retromarcia. Anche in questo caso, però, si può osservare un aspetto interessante: di fronte a una difficoltà, alcune persone non rallentano e non prendono le dovute precauzioni, ma cercano di uscirne velocemente, quasi volessero liberarsi del problema prima ancora di averlo compreso.

Molto spesso diciamo che «chi va piano va sano e va lontano», ma anche procedere troppo lentamente può diventare un problema. Quando si viaggia a una velocità eccessivamente ridotta, in assenza di limiti particolari, si finisce per creare una lunga fila di auto dietro di sé, costringendo gli altri a rallentare e contribuendo alla formazione di ingorghi.

Per giunta, c'è chi tende a tenere una marcia troppo alta anche a velocità inadeguata, sottoponendo inutilmente il motore a uno sforzo. E non si rende conto che anche l'auto «soffre». Chi sta dietro sente quel rombo smorzato del motore e si chiede come sia possibile non accorgersi di nulla. Anche qui, forse, si può intravedere un tratto del carattere: la difficoltà a capire quando è necessario reagire, affrontare una situazione con decisione e vincere una certa inerzia.

Non è soltanto il comportamento al volante a mostrarci quanto una persona sia attenta o distratta, rispettosa o incurante: anche il modo in cui tiene la propria auto può raccontare qualcosa.

Spesso se ne vedono alcune ricoperte da una coltre di polvere, come se il deserto fosse finito tutto lì. Per non parlare dell'abitacolo, dove si trova di tutto: carte, bottiglie, polvere e chissà cos'altro. A volte bisogna perfino pensarci prima di sedersi.

Di fronte a un simile disordine viene spontaneo chiedersi quale attenzione quella persona riservi, in generale, alle proprie cose e agli ambienti che la circondano. E, per associazione, si può essere portati a domandarsi se quel disordine esteriore non rifletta, almeno in parte, anche un certo disordine interiore. Naturalmente non è una regola: è soltanto un'impressione, una delle tante che il comportamento quotidiano può suscitare.

E ancora c'è il «santo telefonino», dal quale molti sembrano dipendere. Lo guardano mentre sono in movimento, parlano al telefono, scrivono messaggi e continuano a farlo come se tutto ciò che accade intorno a loro fosse secondario. Eppure le norme sono chiare e il rischio è evidente.

Mi chiedo quanto rispetto abbiano per le persone che stanno loro intorno, se arrivano a ignorare così tranquillamente le regole della strada e, soprattutto, la sicurezza degli altri. E quando commettono un'infrazione, talvolta hanno persino la presunzione di sentirsi dalla parte della ragione.

Stare al volante rispecchia, almeno in qualche misura, il nostro modo di stare nel mondo: come ci comportiamo con gli altri, il rispetto che dimostriamo, l'esempio che offriamo e, soprattutto, quanta attenzione siamo disposti a riservare alle persone che ci circondano.

Ma ci sono anche quelli che, osservandoli alla guida, ci offrono tutte le coordinate per riconoscerli come persone per bene, nel senso più pieno della parola.

Rispettano tutti, a cominciare dai pedoni. Sanno aspettare nel traffico, al semaforo e ai caselli senza strombazzare come galline in un pollaio e senza inveire contro chi non si muove abbastanza rapidamente. Sanno dare la precedenza quando spetta agli altri, moderano la velocità, si accorgono di chi attraversa sulle strisce pedonali e, talvolta, fanno passare gli altri con educazione anche quando non sarebbero obbligati a farlo.

Sono comportamenti semplici, quasi banali. Eppure proprio nelle piccole cose si misura spesso il rispetto che abbiamo per chi ci sta intorno.

Senza voler interpretare il carattere di chi è alla guida, qualcosa di una persona si può intuire suo malgrado. Attraverso i suoi comportamenti, ci offre una sorta di lettura di sé. Forse è proprio questo il punto: quando siamo al volante non possiamo nasconderci completamente. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni accelerazione, ogni precedenza data o negata racconta qualcosa del nostro rapporto con il mondo.

Questo non significa che il modo di guidare possa definire una persona o permetterci di giudicarne il carattere con certezza. Una giornata difficile, la paura, l'inesperienza o una semplice distrazione possono spiegare un comportamento al volante. Ma, osservati nel tempo, certi atteggiamenti possono comunque suggerire qualcosa: il nostro modo di affrontare le difficoltà, la capacità di controllarci, la disponibilità ad aspettare, il rispetto delle regole e l'attenzione verso gli altri.

E forse è proprio questo che rende la strada così interessante: è uno dei luoghi in cui siamo chiamati a convivere con persone che non conosciamo e a condividere uno spazio che appartiene a tutti. Non possiamo sapere chi siano gli altri automobilisti, ma possiamo osservare come si comportano nei nostri confronti.

La strada diventa così una piccola rappresentazione della vita quotidiana. C'è chi pretende di avere sempre ragione, chi non sa aspettare, chi pensa soltanto a se stesso e chi, invece, riesce a moderare la propria fretta per lasciare spazio agli altri. C'è chi considera le regole un ostacolo e chi le rispetta perché comprende che servono a proteggere tutti.

Forse è proprio nelle situazioni più ordinarie che emerge il nostro senso di civiltà. Non quando siamo osservati o quando dobbiamo dimostrare qualcosa, ma quando nessuno ci obbliga a essere gentili, pazienti e rispettosi.

Si attribuisce a Winston Churchill un pensiero secondo cui il livello di civiltà e di democrazia di un popolo si manifesta anche nel rispetto che i cittadini dimostrano gli uni verso gli altri nei gesti quotidiani. Al di là dell'esatta attribuzione della frase, il concetto rimane significativo: una società non si misura soltanto dalle grandi dichiarazioni, ma anche dai comportamenti di ogni giorno.

E forse la strada è proprio uno dei luoghi in cui questo rispetto, o la sua assenza, diventa più evidente.

Perché, strada facendo, non mostriamo soltanto come sappiamo guidare.

Spesso, senza rendercene conto, raccontiamo anche chi siamo.


Quali libri consiglieresti da leggere?



Sembra una domanda semplice, ma in realtà dice tutto e niente.

La scelta è talmente vasta e variegata che finisce inevitabilmente per essere legata a ciò che ciascuno di noi ha letto, al momento della vita in cui lo ha letto e, soprattutto, a ciò che quel libro ha lasciato dentro di noi.

Ci sono poi i libri che dovremmo aver letto quasi per dovere: quelli che racchiudono la nostra cultura, la nostra storia, la nostra letteratura.

E allora nasce un'altra domanda: da dove cominciare?

Dai classici? Dai libri contemporanei? Da quelli che hanno segnato intere generazioni? Da quelli che la critica considera imprescindibili? Oppure semplicemente da quelli che hanno saputo emozionarci?

Forse è necessario fare un po' d'ordine.

Partirei dalla letteratura italiana, da quei libri che, al di là dei gusti personali, fanno parte del nostro patrimonio culturale: La Divina Commedia di Dante, il Decameron di Boccaccio, L'Orlando furioso di Ariosto, La Gerusalemme liberata di Tasso, I promessi sposi di Manzoni, La coscienza di Zeno di Svevo, Il fu Mattia Pascal di Pirandello, I Viceré di De Roberto, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Il barone rampante di Calvino, L'isola di Arturo di Elsa Morante.

Sono soltanto alcuni dei libri che hanno fatto epoca e che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a costruire la nostra idea di letteratura.

Poi c'è la letteratura straniera.

Shakespeare, naturalmente. E poi Il giovane Holden di Salinger, La campana di vetro di Sylvia Plath, Il grande Gatsby di Fitzgerald, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

E ancora i grandi romanzi russi: Guerra e pace e Anna Karenina di Tolstoj, senza dimenticare Dostoevskij.

La letteratura francese, con Madame Bovary, Il rosso e il nero, I miserabili, Il conte di Montecristo.

Quella spagnola, con l'immortale Don Chisciotte della Mancia di Cervantes.

E poi la letteratura inglese, con i suoi grandi classici: David Copperfield di Charles Dickens, i romanzi di Jane Austen, quelli di Virginia Woolf, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell.

Continuerei con I dolori del giovane Werther di Goethe, La montagna incantata e I Buddenbrook di Thomas Mann, per arrivare a Kafka e Hermann Hesse.

E poi ci sono gli autori più vicini a noi, quelli che hanno saputo raccontare il nostro tempo con uno sguardo diverso: Ruiz Zafón, Márquez e tanti altri.

Ma c'è un'altra categoria di libri che forse conta ancora di più: quelli che non necessariamente troviamo nei canoni ufficiali, ma che hanno lasciato un'orma indelebile nella nostra esperienza di lettori.

Penso ai libri di Doris Lessing, a Via col vento, e a romanzi italiani che rischiano di essere dimenticati ma che meriterebbero di essere riscoperti: Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, La ragazza di Bube di Cassola, Il mulino del Po di Bacchelli, Malombra di Fogazzaro, Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani.

E ancora Moravia, con Gli indifferenti e La noia; Pasolini, con Ragazzi di vita, Teorema, Petrolio.

E potremmo continuare ancora a lungo. Perché, alla fine, una lista di libri non può essere davvero definitiva.

Ci sono i libri che bisogna leggere. Ci sono quelli che vale la pena leggere. E poi ci sono quelli che, una volta letti, non ci lasciano più.

Forse è proprio da questi ultimi che dovrebbe partire la nostra personale biblioteca.

Perché il libro più importante non è necessariamente quello considerato un capolavoro dalla critica, né quello che ha venduto milioni di copie.

È quello che, in qualche momento della nostra vita, ha cambiato qualcosa dentro di noi.

E voi, se qualcuno vi chiedesse oggi: “Quali sono i libri che consiglieresti assolutamente di leggere?”

Da quali comincereste?

Via del Greto- III

 

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo terzo

                                          Capitolo III

La Sardegna accolse Alfonso con un vento secco e una luce che sembrava non concedere tregua. Appena sceso dal traghetto, ebbe la sensazione che tutto fosse più netto: i contorni delle cose, i colori, persino i rumori. Come se l’isola chiedesse attenzione immediata, senza mediazioni.

Con gli amici il tempo si riempì in fretta. Spiagge diverse ogni giorno, risate, cene lunghe, notti che finivano tardi. Era quello che aveva voluto: staccare, muoversi, non pensare. Eppure, già dal secondo giorno, si accorse che qualcosa non tornava.

Non era nostalgia. Piuttosto uno scarto, come se una parte di lui fosse rimasta indietro.

Il mare era uno spettacolo, ma non era il suo mare. Più aperto, più selvatico. Bellissimo. E distante.

Alfonso nuotava a lungo, spingendosi oltre gli altri, finché la voce degli amici diventava un brusio indistinto. Restava a galla, il sale sulla pelle, e guardava l’orizzonte. Non cercava nulla di preciso. Ma non riusciva nemmeno a smettere.

Pensò a casa. Alla collina. Alla quiete dei campi al mattino presto.

Pensò a Letizia senza volerlo.

Gli tornava il modo in cui si muoveva nella casa, come se ci fosse sempre appartenuta. Il silenzio con cui aveva accettato la sua partenza. Quella corsa alla stazione che ancora non riusciva a spiegarsi del tutto.

Una notte si svegliò prima degli altri. Uscì e si sedette su uno scoglio. Il mare era scuro, appena increspato.

Per la prima volta ebbe la sensazione che tutta quella bellezza non bastasse. Che il movimento, da solo, non fosse una risposta.

Prese il telefono. Lo accese.

Nessun messaggio.

Restò qualche secondo con lo schermo illuminato, poi lo spense.

Non scrisse.

Nei giorni successivi provò a scrollarsi di dosso quella sensazione. Si immerse nel rumore, nel sole, nella compagnia. Funzionava per qualche ora, poi tornava.

E con lei tornava sempre lo stesso pensiero: perché Letizia aveva scritto proprio a lui?

Era questo che non riusciva a mettere a posto. Se lei lo ricordava, perché lui non riusciva nemmeno a ricostruire con chiarezza il ricordo di lei? E se invece era stato soltanto un caso, perché quella sua presenza continuava a tornargli in mente?

La notte dormiva poco. Al mattino, appena gli altri uscivano dalla stanza, si addormentava di nuovo.

Gli amici cominciarono a prenderlo in giro.

«Sei venuto in Sardegna per dormire?»

Alfonso sorrideva e non rispondeva.

Poi arrivò anche la telefonata di Maria.

«Non ti sei ancora degnato di fare una telefonata a casa.»

«Vi chiamo adesso.»

«No, adesso no. Adesso devi prima ricordarti che hai una famiglia.»

Alfonso rise.

«Ohi, Alfo’, torna presto che dobbiamo occuparci del matrimonio!»

Con Maria non bastavano giustificazioni. Accolse il rimprovero e il giorno dopo chiamò casa.

L’ultimo giorno, mentre la nave si allontanava dall’isola, guardò la costa farsi più piccola. Ebbe un attimo di esitazione, come se stesse lasciando qualcosa che non aveva ancora capito.

Poi pensò alla collina, al mare visto dall’alto, alla casa.

E fu felice di tornare.


Alfonso arrivò che era quasi sera.

Il taxi lo lasciò davanti al portone e per qualche secondo rimase fermo sul marciapiede, con il borsone in mano. Il motore si allontanò piano.

Aveva ancora addosso l’odore del traghetto e il sale secco sui vestiti. Si passò una mano tra i capelli e guardò le finestre illuminate.

Quando salì le scale sentì già le voci dentro casa.

Sua madre parlava più forte del solito — segno che c’era qualcuno — e suo padre rideva in quel modo breve e ripetuto che usava con gli ospiti.

Alfonso infilò la chiave senza fare rumore.

Quando aprì, la vide.

Letizia era seduta al tavolo della cucina, di profilo, con una tazza tra le mani.

Non si alzò subito. Soltanto gli rivolse uno sguardo rapido, come per assicurarsi che fosse davvero lui.

«Bentornato.»

«Ciao.»

La sua risposta misurata la fece sorridere appena.

Quando era partito, una settimana prima, gli era sembrato impossibile lasciare quella donna appena conosciuta. Aveva costruito in fretta una vicinanza fatta di sere sul pianerottolo, frasi lasciate a metà, sigarette condivise senza confidenza.

Poi il mare, gli amici, il caldo pieno della Sardegna avevano allentato tutto, come fanno le cose lontane.

Più di una volta si era sorpreso a pensare a lei senza riuscire a ricordarne bene il viso.

Ora invece era lì.

Più concreta di quanto ricordasse. E soprattutto più distante.

Sua madre continuava a parlare per tutti.

«Diglielo anche a Letizia che ti sei quasi ustionato.»

«Non è vero» disse Alfonso, appoggiando la borsa vicino alla porta.

Letizia sollevò appena lo sguardo.

«Un po’ sì.»

Lui accennò un sorriso.

«Mi controllavi già prima che partissi?»

«No. Ma tua madre manda fotografie terribili nei gruppi.»

La cucina rise attorno a loro.

Alfonso si versò un bicchiere d’acqua senza sedersi. Aveva la sensazione che qualunque gesto troppo naturale sarebbe sembrato forzato.

Letizia tornò a guardare dentro la tazza.

Aveva tagliato i capelli di poco. Parlava meno della settimana prima. E quando i loro occhi si incontravano, era sempre lei a distogliere lo sguardo per prima.

Alfonso si accorse che stava facendo lo stesso.

«Quanto resti?» chiese lei dopo un po’.

«Stavolta?»

«Già.»

«Non riparto.»

Letizia annuì.

Non aggiunse altro.

Più tardi, mentre sua madre sparecchiava, Alfonso uscì sul balcone per fumare.

Sentì la porta aprirsi quasi subito.

Letizia uscì senza chiedere permesso e si appoggiò alla ringhiera opposta, lasciando tra loro tutta la larghezza stretta del balcone.

Sotto, il quartiere era pieno di televisori accesi e motorini lontani.

«La Sardegna ti è piaciuta?» chiese lei.

«Sì.»

«Ti vedo deluso nel dirlo.»

Alfonso buttò fuori il fumo lentamente.

«Non deluso.»

«Allora?»

Lui scrollò le spalle.

«Pensavo peggio tornare.»

Letizia lo guardò di lato.

«E invece?»

Per un attimo Alfonso pensò di dirglielo.

Poi lasciò cadere la cenere oltre la ringhiera.

«Invece casa è sempre casa.»

Letizia sorrise appena.

«Già.»

Rimasero ancora un po’ sul balcone. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Dalla terrazza di fronte Enea sorprese il figlio insieme a Letizia. Sua moglie gli si affiancò.

Si guardarono.

Non dissero nulla.


Era ormai notte fonda quando Alfonso accompagnò Letizia verso la sua stanza.

«Domani vieni con me.»

Lei si fermò sulla soglia.

«Dove?»

«In barca. Ti porto a fare un giro lungo la costa.»

Letizia lo guardò per qualche secondo.

«A che ora?»

«Presto.»

«Allora è meglio che vada a dormire.»

«Appunto.»

Lei sorrise.

«Buonanotte, Alfonso.»

«Buonanotte.»

La porta si chiuse piano.


La mattina dopo Andrea bloccò tutti mentre facevano colazione.

Mancavano pochi giorni al matrimonio e voleva condividere ciò che era stato fatto e ciò che ancora restava da organizzare. Aveva deciso che prima del grande giorno ci sarebbe stata una serata in famiglia al podere, con i genitori degli sposi e i parenti più stretti.

«Voglio una serata tranquilla» disse. «Una cosa nostra. Al matrimonio saremo tutti vestiti bene, tutti composti, tutti a dire le stesse cose. Qui invece voglio stare insieme davvero.»

Poi cominciò a distribuire incarichi.

Ad Alfonso affidò la parte economica.

«Tu controlli i conti. E soprattutto non mi fare spendere più di quanto abbiamo stabilito.»

«Questo è il tuo modo per dirmi che ti fidi di me?»

«È il mio modo per dirti che sei l’unico che sa usare una calcolatrice senza farsi prendere dal panico.»

Alfonso scosse la testa.

A Letizia affidò invece l’organizzazione del viaggio di nozze.

«Tu hai più pazienza di tutti noi. Voglio che controlli tutto: prenotazioni, spostamenti, alberghi. Tutto.»

Letizia annuì.

«Va bene.»

Andrea continuò a distribuire compiti finché Maria non lo interruppe.

«Hai intenzione di sposarti o di organizzare le Olimpiadi?»

«Sono la stessa cosa, in questa famiglia.»

Quando ebbe finito, Andrea batté le mani.

«E non dimenticate di vestirvi secondo l’argomento preso in considerazione.»

Alfonso lo guardò perplesso.

«Quale argomento?»

«Il tema del matrimonio.»

Andrea si prese una pausa teatrale.

«Il sole.»

Poi scoppiò a ridere.

«Vogliamo che tutto risplenda come il sole!»

«Andrea, una cosa più semplice non ti piaceva?» disse il fratello. «Con questo caldo sarà difficile starti dietro con tutti questi ordini.»

Alfonso lo guardò e, per un istante, rivide il bambino che gli correva dietro al podere, nelle loro vecchie scorribande.

Ora quel bambino era cresciuto.

Stava per sposarsi.

Gli venne da chiedersi quando fosse successo. Come si potesse diventare uomini quasi senza accorgersene.

Andrea sarebbe rimasto lì, al podere, nella dependance di famiglia. E in fondo Alfonso sapeva che non avrebbe potuto rinunciare alla sua presenza: era uno di quelli capaci di tenere gli animi accesi anche quando non ce n’era bisogno.

Sentì qualcosa stringergli gli occhi.

Si sistemò gli occhiali.

Maria gli passò un braccio intorno alle spalle.

«Non cominciare.»

«Non comincio niente.»

«Certo.»

Lo abbracciò.

«Vedrai che sistemiamo tutto.»

Alfonso sorrise.

Per qualche secondo lasciò che fosse lei a tenerlo stretto.



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L'amore nell'epoca delle infinite possibilità


                                                              bbusinessdreamingmarathi


L'amore è in crisi.

Lo diciamo osservando matrimoni che finiscono, relazioni sempre più brevi, giovani che rinviano ogni scelta definitiva, applicazioni che permettono di incontrare centinaia di persone con il semplice movimento di un dito. La conclusione sembra inevitabile: non sappiamo più amare. Eppure questa spiegazione è troppo semplice.

Forse non è l'amore a essere entrato in crisi. È cambiato il modo in cui l'uomo contemporaneo vive la libertà, la scelta e il limite.

Questo non significa che un tempo si amasse meglio. Per secoli molte relazioni sono sopravvissute non perché fossero più profonde, ma perché sostenute dalla necessità economica, dalla pressione sociale, dalla religione o dall'assenza di alternative. La libertà conquistata dalle società contemporanee rappresenta una conquista irrinunciabile: ha permesso a molte persone di uscire da legami ingiusti, violenti o umilianti. Il problema, allora, non è la libertà.

Il problema nasce quando la libertà viene identificata soltanto con la possibilità di continuare a scegliere, senza mai assumere fino in fondo il peso di una scelta.

La libertà ci ha liberati dall'obbligo di restare. Ma una volta conquistata la possibilità di scegliere, abbiamo scoperto un problema nuovo: come si fa a scegliere quando le alternative sembrano infinite?

Possiamo conoscere più persone, cambiare città, lavoro, stile di vita, relazione. Possiamo ricominciare. Questa possibilità è una conquista. Ma può trasformarsi in una tentazione: quella di considerare ogni scelta provvisoria, perché da qualche parte potrebbe sempre esistere un'alternativa migliore.

È qui che emerge il paradosso del nostro tempo: una libertà che non sa fermarsi può finire per diventare prigioniera delle proprie possibilità. Non sappiamo più, forse, abitare il limite.

Eppure tutta l'esistenza umana è costruita sui limiti. Non possiamo vivere due vite contemporaneamente. Non possiamo essere ovunque. Non possiamo amare tutti. Ogni scelta esclude necessariamente altre possibilità.

Amare significa anche questo: accettare che una scelta abbia delle conseguenze e che, per costruire qualcosa, sia necessario rinunciare a qualcos'altro. È un atto profondamente controcorrente.

Kierkegaard aveva compreso qualcosa di essenziale: l'esistenza non si costruisce soltanto attraverso le possibilità che abbiamo davanti, ma attraverso quelle che decidiamo di assumere. Una possibilità diventa realmente nostra quando la trasformiamo in una scelta. Anche l'amore appartiene a questa logica.

A un certo punto non basta più chiedersi quale persona potremmo incontrare. Diventa necessario decidere quale relazione siamo disposti a costruire.

L'uomo che vuole conservare tutte le possibilità finisce, paradossalmente, per non vivere davvero nessuna. Non perché scegliere significhi rinunciare alla libertà, ma perché è proprio attraverso la scelta che la libertà diventa concreta. L'amore ci obbliga a questa responsabilità. Dice: tra milioni di volti, io scelgo il tuo.

E questa frase, apparentemente semplice, è forse una delle più controcorrente che si possano pronunciare nel XXI secolo. Viviamo infatti nell'epoca dell'algoritmo.

Le piattaforme digitali hanno introdotto qualcosa di nuovo: la possibilità di trasformare la scelta in un confronto permanente. Ogni scelta può essere immediatamente comparata con altre cento. Il ristorante può essere confrontato con altri ristoranti, il lavoro con altri lavori, una casa con altre case e, sempre più spesso, una persona con altre persone. Il problema non è che confrontare sia sempre sbagliato. Cercare non è un male. Sarebbe assurdo sostenere che ogni scelta debba essere immediata o irrevocabile.

Il problema nasce quando il confronto non finisce mai. Perché quando ogni scelta può essere continuamente confrontata con un'alternativa, anche ciò che abbiamo rischia di sembrarci provvisorio.

L'illusione diventa allora sottile: forse esiste qualcuno più compatibile, più interessante, più affascinante. Forse, da qualche parte, esiste una relazione migliore. Ma l'amore non può essere costruito continuando a confrontare ciò che stiamo vivendo con tutte le relazioni che non abbiamo vissuto.

L'amore non cerca la perfezione. A un certo punto interrompe la ricerca. Non perché abbia trovato l'essere umano perfetto, ma perché comprende che nessuna relazione può diventare profonda se rimane costantemente sottoposta al giudizio di tutte le alternative possibili.

È qui che la riflessione di Zygmunt Bauman sull'amore liquido diventa particolarmente significativa. Bauman ha descritto la fragilità, la reversibilità e l'incertezza dei legami contemporanei. Ma forse oggi possiamo spingere la sua diagnosi un passo oltre. Il problema non è soltanto che i legami siano diventati più fragili.

È che rischiamo di guardare l'altro con la stessa logica con cui guardiamo le possibilità di consumo: attraverso criteri di compatibilità, convenienza, prestazione e sostituibilità. L'altro diventa un'opzione.

E ciò che è un'opzione può sempre essere sostituito. Quando una persona viene trasformata in un'opzione, smettiamo lentamente di incontrarla nella sua irriducibile complessità e cominciamo a valutarla secondo ciò che può offrirci. È precisamente contro questa riduzione dell'altro che la filosofia di Emmanuel Lévinas conserva una forza sorprendente.

Per Lévinas, il volto dell'altro non è semplicemente qualcosa che possiamo possedere, classificare o consumare. È un appello. Ci ricorda che il mondo non finisce con il nostro desiderio e che esiste qualcuno che non può essere ridotto ai nostri bisogni.

L'altro non è soltanto ciò che io scelgo. È qualcuno che mi interpella. Amare significa allora uscire, almeno in parte, dalla dittatura dell'io. Ed è forse questa la rivoluzione più difficile della nostra epoca.

Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a migliorarci, proteggerci, valorizzarci, raccontarci. Tutto ruota attorno all'identità personale. È una conquista importante, perché per secoli l'individuo è stato sacrificato alla famiglia, alla religione o alla società. Ma ogni conquista porta con sé un'ombra.

Quando l'io occupa tutto lo spazio, il noi diventa più difficile. L'amore non chiede di smettere di essere se stessi. Chiede qualcosa di molto più difficile: essere pienamente se stessi senza considerarsi il centro dell'universo.

Qui torna utile Erich Fromm. In L'arte di amare, Fromm considera l'amore non semplicemente come un sentimento che ci accade, ma come una capacità che richiede maturità, attenzione, responsabilità e pratica. L'amore, in questo senso, è un'arte. Non soltanto un'emozione. Non soltanto un colpo di fortuna.

Un'arte. E ogni arte richiede disciplina, esercizio, umiltà. Nessun musicista cresce seguendo soltanto l'ispirazione. Nessun pittore diventa maestro senza confrontarsi con il fallimento. Perché dovrebbe essere diverso nell'amore? L'innamoramento può accadere. L'amore, invece, deve anche essere costruito. Ed è qui che emerge una domanda più difficile di quella con cui abbiamo iniziato. Non soltanto: sappiamo ancora amare? Ma: siamo ancora capaci di restare?

Restare quando finisce l'entusiasmo. Quando arrivano i difetti. Quando il dialogo diventa faticoso. Quando la quotidianità sostituisce l'eccezione. Quando l'immagine che avevamo dell'altro si confronta finalmente con la persona reale. Restare, però, non è una virtù in sé.

Non significa sopportare tutto. Non significa trasformare la fedeltà in una prigione o il sacrificio in una virtù. Esistono relazioni che salvano e relazioni che consumano. Esistono legami che attraversano una crisi e legami dai quali bisogna avere il coraggio di uscire. La maturità consiste anche nel riconoscere la differenza.

La vera domanda, allora, diventa ancora più difficile: sappiamo distinguere tra una relazione che attraversa una difficoltà e una relazione che ci distrugge? Perché scegliere qualcuno non significa scegliere di soffrire a ogni costo. Significa scegliere di costruire, quando costruire è ancora possibile.

Forse è questa la distinzione che stiamo perdendo. L'amore non garantisce una felicità permanente. Ci espone invece alla trasformazione: dell'altro, di noi stessi, delle nostre aspettative e dell'idea che avevamo della vita insieme. Perché ogni amore autentico costringe almeno una volta a rinunciare all'idea più seducente che abbiamo di noi stessi: quella di poter bastare completamente a noi.

Ed è proprio questa rinuncia a renderlo così difficile. E forse anche così necessario. In un mondo che ci insegna ad accumulare possibilità, l'amore insegna il valore della scelta. In un mondo che celebra l'individuo, ricorda la dignità del legame.

In un mondo che trasforma tutto in qualcosa di sostituibile, ci chiede di riconoscere nell'altro qualcuno che non può essere sostituito semplicemente perché non è un oggetto da scegliere. La libertà, allora, non consiste nel mantenere aperte per sempre tutte le possibilità. Consiste anche nell'avere il coraggio di scegliere che cosa fare della propria libertà. E dopo aver scelto, esserci. Perché forse l'amore contemporaneo non ha bisogno di meno libertà. Ha bisogno di una libertà capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Una libertà che sappia, finalmente, fermarsi.


Un pollaio sull'attico

 


Da qualche tempo coltivo un'idea che, appena pronunciata ad alta voce, ha suscitato più sorrisi che interesse: costruire un piccolo pollaio sull'attico di casa. Non un allevamento, non una fattoria. Soltanto uno spazio dignitoso per qualche pollo e qualche gallina. Cinque animali, forse sei. Quanto basta per sapere da dove arrivano la carne e le uova che finiscono sulla nostra tavola.

Per me era una proposta. Per i miei è diventata subito un problema.

«Dove lo metti?» 

«Hai idea della puzza che farà d'estate?»

«E quando piove?»

«Chi li pulisce?»

«E se si ammalano?»

«E se dobbiamo andare via qualche giorno?»

Le domande si sono accavallate una dopo l'altra, come se avessero aspettato soltanto il momento giusto per uscire allo scoperto.

Io, invece, mi aspettavo altro. Pensavo che qualcuno dicesse: «Vediamo se è possibile». Che si provasse almeno a immaginare una soluzione.

Ho scoperto che davanti a un'idea le persone si dividono in due categorie: quelle che cercano un modo per realizzarla e quelle che cercano il motivo per cui non si può fare. Le seconde sono molto più veloci.

Eppure il mio non è un capriccio.

Ogni tanto riaffiora il ricordo dei polli che si mangiavano una volta. Erano animali diversi da quelli che troviamo oggi. La pelle era soda, quasi coriacea; la carne richiedeva una lunga cottura e non si staccava dall'osso con la facilità a cui siamo abituati.

Ma che sapore avevano.

Ricordo le padelle di pollo alla cacciatora che sobbollivano lentamente, il profumo delle erbe aromatiche, la pelle che diventava croccante, le braci sulle quali si cuocevano pezzi di pollo grandi quasi come una fiorentina. È proprio questo che vorrei.

Vorrei un pollo che avesse il tempo di fare il pollo: guardarsi intorno, razzolare, beccare un insetto, cercare un filo d'erba, prendere il sole, ripararsi all'ombra e battere le ali.

Vorrei un pollo che fosse, per quanto può esserlo un pollo, libero di fare il pollo.

Qualcuno trova ridicola questa idea. «Alla fine sempre in pentola deve finire», mi hanno detto. Ed è vero. Non ho mai pensato il contrario.

Proprio perché finirà sulla mia tavola, sento di avere un dovere nei confronti di quell'animale. Se deve nutrirmi, desidero almeno che abbia vissuto secondo la sua natura.

Per questo ormai faccio fatica a mangiare pollo quando non ne conosco la provenienza. Non è una fissazione gastronomica. È il desiderio di sapere che cosa sto mangiando e come quell'animale ha vissuto.

Naturalmente le obiezioni continuano:l'odore, gli insetti, la sporcizia, le malattie, la pulizia quotidiana, le vacanze, lo schiamazzo delle galline.

Sembra che ogni problema trovi subito il suo posto, mentre le possibili soluzioni rimangano sempre qualche passo indietro. Eppure, a forza di parlarne, qualcosa è cambiato. Uno ha suggerito un materiale per costruire la gabbia. Un altro ha immaginato come proteggerla dagli animali. Qualcuno ha persino iniziato a discutere di dove sistemare gli abbeveratoi. È bastato questo per farmi capire che il "non si può" aveva già lasciato spazio a un timido "forse".

Vorrei anche qualche gallina per le uova.

Qualcuno ha protestato: «Ci toccherà sentire il suo schiamazzare ogni volta che depone».Ho sorriso.

Viviamo immersi nei clacson, nelle sirene, nei motorini che rombano sotto le finestre, e improvvisamente il problema dovrebbe essere il verso di una gallina. No, non credo che il mio sogno sia così assurdo. Forse è solo fuori dall'abitudine. Magari un giorno, davanti a un pollo cresciuto sul nostro attico, qualcuno mi guarderà e dirà:

«Ne valeva davvero la pena? Tutta questa fatica per un po' di carne e qualche uovo?» Io credo di conoscere già la risposta: «Sì».


Oggi do i numeri

                                                        The Stone King

Da molto tempo non facevo sogni da interpretare. In questo caso, da tradurre anche in numeri.

Il caldo di queste giornate bollenti ci fa dormire male. Di sera, più che dormire, si cerca un posto della casa fresco dove stare tranquilli. Si va a letto il più tardi possibile, per poi alzarsi all'alba.

Stamattina, però, ci ha pensato il telefono a chiamare presto. Che fatica alzarsi per andare a rispondere! Dopo la seccatura, ritorno a letto e mi addormento di nuovo, come se non avessi mai dormito. Cado in un sonno così profondo che faccio un sogno.

La telefonata mi aveva lasciata preoccupata: mio padre che, a quell'ora, sbaglia numero. Dopo aver chiuso, però, faccio mille pensieri e proprio su quelli mi addormento.

Il sogno è indistinto, ma tre cose colgono la mia attenzione.

Un vaso. Sì, un grande vaso di terracotta, sul quale si concentra tutta la mia attenzione. Stranamente, non ricordo nulla di ciò che c'è intorno. Ricordo soltanto il vaso: grande, di quelli che si possono sistemare su colonne, ingressi o tavoli. È di un colore rossiccio e ha due sinuosi manici ai lati. Che cosa faccio nel sogno con questo vaso? Guardo dentro. E ho la presunzione di voler vedere, nei minimi particolari, che cosa si nasconda al suo interno.

Ora, una mia caratteristica quando sogno è quella di fare la critica ai fatti che accadono. E così, mentre cerco di sbirciare dentro il vaso, mi dico, sempre nel sogno, che sono stupida. Come posso vedere all'interno del vaso senza gli occhiali? Ci provo lo stesso.

Poi rido da sola, sempre nel sogno, perché mi viene in mente la favola della cicogna e della volpe. Ve la ricordate?

La volpe invita la cicogna a pranzo e le prepara una pietanza in un recipiente piatto e basso, nel quale la poverina non riesce a mangiare a causa del suo lungo becco. Quando è la cicogna a invitare la volpe, le serve il cibo in un recipiente stretto e alto. Di conseguenza, anche la volpe non riuscirà a mangiare.

Per tornare al mio sogno: che cosa potevo mai riuscire a sbirciare a occhio nudo dentro un vaso stretto, il cui interno era completamente buio? Quindi, vista la situazione, nel sogno rido e abbandono il vaso.

Alzando lo sguardo, solo allora noto ciò che mi circonda: una casa vecchia, con una ricca struttura architettonica, ben impostata, piena di piante. E quel vaso, a terra, caduto chissà da dove, ma senza essersi rotto. Sembrava una scena tratta da un film o da un libro. Ma le sorprese non sono finite.

Girando lo sguardo dietro di me, vedo un giardino fiorito. Non grande, ma ben curato.

Sempre vigile, anche nel sogno, mi chiedo come possa esserci un giardino così curato all'interno di una struttura tanto vecchia.

Ed è proprio qui che mi sveglio di nuovo, convinta che quel sogno voglia dirmi qualcosa in riferimento alla telefonata. Ma non riesco a vedere alcun nesso.

 La telefonata introduce nel sonno una preoccupazione reale: mio padre che telefona a un'ora insolita e, per di più, sbaglia numero. La mia mente rimane quindi in uno stato di allerta. Quando mi riaddormento, quella vigilanza entra direttamente nel sogno.

E infatti nel sogno non smetto mai di osservare, controllare e mettere in discussione ciò che vedo.

Il vaso è il primo elemento fondamentale. È un contenitore, ma il suo interno è buio ed io voglio sapere cosa contiene. Il problema è che non posso vederlo bene. E qui arriva la cosa più significativa: invece di inventarmi cosa ci sia dentro, mi accorgo del limite e ne rido. "Come posso vedere senza gli occhiali?" È quasi una piccola lezione che il sogno mi fa fare: non tutto ciò che vorremmo sapere è immediatamente visibile.

Poi mi riporto a pensare alla favola della cicogna e della volpe. E, secondo me, non è un elemento casuale. Nella favola ciascuno dei due animali si trova davanti a un contenitore che rende impossibile raggiungere ciò che c'è dentro. La questione, quindi, non è soltanto "cosa c'è nel vaso?", ma il rapporto tra ciò che vogliamo vedere,conoscere e gli strumenti che abbiamo per farlo.

Nel sogno, alla fine smetto di cercare come vedere dentro il vaso e alzo lo sguardo. Ed è proprio allora che compare il resto.

Una casa vecchia, architettonicamente ricca, piena di piante. Poi, alle tue spalle, un giardino fiorito, piccolo ma curato.

Questa sequenza mi sembra molto più importante del vaso stesso: vaso,  limite della vista,  rinuncia a controllare,  alzare lo sguardo, casa,  giardino.

Potrebbe essere letta come un passaggio dal voler conoscere ciò che è nascosto al riconoscere ciò che è già visibile.

La casa vecchia potrebbe rappresentare qualcosa di antico, familiare, legato alla memoria e alla mia storia personale. E il giardino curato, proprio perché nasce dentro o accanto a una struttura vecchia, introduce invece l'idea di qualcosa che continua a essere vivo, curato e fiorente nonostante il tempo.

Per questo, se dovessi dare un significato complessivo al sogno, non lo leggerei come un cattivo presagio legato alla telefonata. Anzi, trovo rassicurante il fatto che il vaso cada e non si rompa e che dietro di me appaia un giardino fiorito. È come se il sogno dicesse: non riesci a vedere ciò che c'è dentro? Va bene. Non tutto deve essere svelato. Guarda intorno: la struttura c'è ancora, e qualcosa continua a fiorire. E allora, come si fa con i sogni, lo traduco in numeri da giocare:

7, il vaso.
51, il giardino.
68, la casa vecchia.

Se li giocate, forse il mio sogno avrà davvero voluto dire qualcosa.

La stanza fredda



                                                     Picasso, Donna accovacciata, 1902


 Una stanza fredda

di parole calde da bocche informate,

presenti attenti, con gli occhi puntati

ma dentro un vuoto

come se fosse un posto sbagliato.

Un tempo il sorriso non bastava

a esprimere quel che si provava

lo dicevano gli occhi  a tutta la stanza.

A ogni estate, l'inverno,

e ci si ritrova soli.

Né più gli occhi puntati addosso, 

né parole ad personam

né il tempo di sentirselo dire

che tutto scoppia,

eppur non sembra una guerra.

Basta poco a morire.

 A volte sono le parole,

a volte i silenzi, altre, l'indifferenza.

E si continua a credere di essere innocenti,

che l'immobilità non faccia danni.

Se ciascuno sapesse ciò che procura agli altri,

non basterebbe il tempo rimasto 

per rimediare.


L'Odissea: il poema che continua a parlarci

 


Ultimamente si parla molto dell'Odissea di Christopher Nolan, un film intenso e ambizioso che ha suscitato apprezzamenti e critiche. Tutti parlano del film, ma io amo l'Odissea e voglio parlare di quella attribuita a Omero. È il poema di Odisseo, conosciuto nella tradizione latina come Ulisse. Un'opera composta da 12.007 esametri, suddivisi dai grammatici alessandrini in 24 canti, la cui redazione scritta viene generalmente collocata intorno al 720 a.C., pur affondando le proprie radici in una tradizione orale molto più antica. Il nome Odisseo è stato interpretato come "colui che odia" o, secondo un'altra lettura, "colui che è odiato", un'etimologia che ben si accorda con il destino tormentato dell'eroe.

Nel I secolo d.C. alcuni critici ritenevano l'Odissea inferiore all'Eneide e sostenevano che fosse stata composta nella vecchiaia di Omero, quando il poeta avrebbe ormai perduto parte della sua forza creativa. Si tratta però di un giudizio che la critica moderna non condivide.

I critici di oggi non sono d'accordo con questa affermazione, anzi l'opera è molto più vicina a noi  di quanto non lo fosse l'Iliade. Nel corso del tempo Ulisse è diventato quasi l'eroe moderno. E' una figura complessa e irrequieta che potremmo chiudere nell'affermazione di "un uomo dalle grandi sofferenze" e "dalle molte astuzie".

Odisseo esplora luoghi, si avventura in viaggi, a contatto con gente diversa. Il suo è un atteggiamento completamente opposto ai guerrieri dell'Iliade, mosso da maggiore prudenza al cospetto di uomini e situazioni. A lui non basta il valore per ripararsi dalla stoltezza del mondo. Mostri, forza del mare, situazioni avverse mettono a dura prova la sua serentà e la sua stessa vita. Ed è questo il motivo per cui sviluppa una scaltrezza fuori dal comune, tale da renderlo l'eroe astuto per antonomasia. Ce ne aveva dato prova già nell'Iliade con l'inganno del cavallo.

Rispetto all'Iliade l'Odissea non ha la sua stessa forza espressiva ma si presenta con momenti e sfumature più affini al pensiero del nostro tempo.

È ricca di personaggi, mostri, donne e situazioni che per la prima volta vengono affrontati. L'Odissea è chiamata anche il poema del ritorno, quello a Itaca, e della vendetta, nei confronti dei proci. Rispetto all'Iliade, dove la civiltà micenea resta un po' in seconda linea, qui abbiamo la testimonianza della condizione sociale prima della formazione della Polis. Altra differenza tra l'Iliade e l'Odissea è che mentre nella prima si parte da un tema ben preciso, l'ira di Achille, nella seconda abbiamo più di un nucleo tematico.

La storia di Odisseo assume le caratteristiche di una storia romanzata costituendo, in assoluto, il primo testo narrativo avventuroso all'interno della letteratura europea.

L'opera si snoda in tre punti: le avventure di Odisseo, le mosse di Telemaco e la vendetta.

All'inizio, dopo il Prologo, succedono quattro capitoli cosiddetti della "Telemachia", appunto su Telemaco, figlio di Odisseo che va alla ricerca del padre.

La storia è narrata dallo stesso Odisseo in flashback con il ritorno in patria nei canti IX-XII che racchiudono i racconti dell'eroe alla corte dei Feaci.

Segue la parte dedicata alla vendetta e alla riconquista del regno, che occupa i canti XVII-XXIV.

Il momento più intenso del poema è quando l'eroe deve confrontarsi col mondo, con l'altro, al di fuori della sua cerchia. Qui l'eroe è solo, dopo il peso della scoperta, conoscenza, ricade su se stesso.

È l'uomo solo a sperimentare, errare, escogitare, sopravvivere, lontano dalla sua casa, dalla sua vita familiare. Durante le sue peregrinazioni viene a contatto con le massime autorità divine e gli infimi, gli uomini vicini alle bestie(Ciclopi, Lestrigoni, Lotofagi).

Canto I – Nell'assemblea degli dèi, Atena chiede a Zeus di permettere il ritorno di Odisseo, ancora trattenuto dalla ninfa Calipso sull'isola di Ogigia. Zeus accoglie la richiesta e invia Ermes da Calipso affinché lasci partire l'eroe. Intanto Atena, sotto mentite spoglie, si reca a Itaca per incoraggiare Telemaco a cercare notizie del padre e a reagire alla presenza dei pretendenti, che da anni occupano la reggia consumando le ricchezze della casa di Odisseo.

Canto II – Telemaco convoca l'assemblea degli abitanti di Itaca e denuncia la prepotenza dei pretendenti, che continuano a consumare le ricchezze della sua casa. Con l'aiuto di Atena, decide di partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo. Organizza quindi di nascosto una nave e si prepara al viaggio verso Pilo e Sparta, alla ricerca di informazioni sul destino dell'eroe.

Canto III – Telemaco giunge a Pilo, dove viene accolto con grande ospitalità da Nestore, il saggio re dei Pili e uno degli eroi della guerra di Troia. Nestore racconta le vicende del ritorno degli Achei dopo la guerra e ricorda le qualità di Odisseo, ma non sa fornire notizie sulla sua sorte. Suggerisce quindi a Telemaco di recarsi a Sparta presso Menelao, che potrebbe avere informazioni sul padre.

Canto IV-  Telemaco riprende il viaggio accompagnato dal figlio di Nestore. Giunge a Sparta dove è ospite di Menelao e sua moglie Elena. Menelao prende occasione per raccontare le imprese di Odisseo a Troia, soprattutto del cavallo, e dell'astuzia  escogitata da Odisseo. Poi Menelao parla del suo viaggio di ritorno durante il quale apprende da Proteo, demone marino, che Odisseo è trattenuto da Calipso su un'isola. Intanto a Itaca i pretendenti insorgono decidendo di eliminare Telemaco al suo ritorno a casa.

Canto V- Zeus, sotto consiglio di Atena, invia  Ermes dalla ninfa Calipso per intimarle di lasciar partire Odisseo. La ninfa, seppure dispiaciuta, aiuta Odisseo a costruire una zattera. In viaggio, quando era quasi in prossimità dell'isola dei Feaci, Poseidone, arrabbiato a morte con Odisseo per avergli accecato il figlio Polifemo, gli scaglia contro una tempesta. Odisseo si salva grazie a Leucotea, divinità marina, che gli concede di raggiungere la riva.

Canto VI – Naufragato sulle coste della Scheria, l'isola dei Feaci, Odisseo incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo. La giovane, ispirata da Atena, lo accoglie con gentilezza, gli offre cibo e vesti e gli indica la strada per raggiungere il palazzo del padre, dove potrà chiedere aiuto per fare ritorno a Itaca. 

Canto VII – Odisseo giunge al palazzo del re Alcinoo e della regina Arete, dove viene accolto secondo le sacre leggi dell'ospitalità. Pur evitando di rivelare il proprio nome, racconta le sofferenze del suo viaggio e chiede ai Feaci di aiutarlo a fare ritorno in patria.

Canto VIII – Durante un banchetto alla corte dei Feaci, l'aedo Demodoco canta le vicende della guerra di Troia e, in particolare, l'episodio del cavallo di legno. Odisseo, ascoltando il racconto delle proprie imprese, non riesce a trattenere le lacrime. Il re Alcinoo, colpito dalla sua commozione, lo invita a rivelare finalmente il proprio nome e a raccontare le vicende che lo hanno condotto fin lì.

Canto IX- Odisseo inizia il racconto delle sue avventure. Dopo aver saccheggiato la città dei Ciconi e aver incontrato i Lotofagi, i cui frutti fanno dimenticare la patria, approda nell'isola dei Ciclopi. Qui lui e i suoi compagni vengono imprigionati da Polifemo. Grazie a uno stratagemma, Odisseo lo ubriaca, gli rivela di chiamarsi "Nessuno", lo acceca e riesce a fuggire nascosto sotto il ventre degli arieti. Allontanandosi, però, rivela il proprio nome al ciclope, che invoca la vendetta del padre Poseidone, dando origine alle future sciagure del viaggio.

Canto X- Odisseo approda sull'isola di Eolo, signore dei venti, che gli dona un otre nel quale sono racchiusi i venti contrari, così da favorire il suo ritorno verso Itaca. Durante la navigazione, però, i compagni, credendo che nell'otre siano nascosti dei tesori, lo aprono e liberano i venti, provocando una terribile tempesta che li respinge lontano dalla patria. Giunti presso la terra dei Lestrigoni, giganti cannibali, subiscono un nuovo attacco: tutte le navi vengono distrutte e solo quella di Odisseo riesce a salvarsi. Successivamente approdano sull'isola della maga Circe, che trasforma i compagni dell'eroe in porci. Grazie all'aiuto di Ermes, che gli consegna un'erba protettrice, Odisseo riesce a resistere alla magia della dea e la convince a restituire ai compagni sembianze umane.

Canto XI – Seguendo le indicazioni di Circe, Odisseo giunge ai confini del mondo e scende nel regno dei morti per interrogare l'indovino Tiresia e conoscere il destino del suo viaggio. Tiresia gli predice le difficoltà che dovrà affrontare e gli rivela che potrà tornare a Itaca solo se rispetterà i buoi sacri del dio Sole. Odisseo incontra poi la madre Anticlea, dalla quale apprende le sofferenze della famiglia durante la sua lunga assenza, e numerosi eroi del passato, tra cui Achille, Agamennone e Aiace. Il dialogo con Achille è particolarmente significativo: l'eroe della guerra di Troia confessa di preferire una vita umile tra i vivi piuttosto che il prestigio e la gloria nel regno dei morti.

Canto XII – Lasciata l'isola di Circe, Odisseo e i compagni affrontano nuove prove. Per superare il pericolo delle Sirene, il cui canto ammalia i marinai conducendoli alla morte, Odisseo tappa le orecchie dei compagni con la cera e si fa legare all'albero maestro della nave, così da poter ascoltare il loro canto senza cedere alla tentazione. Successivamente affronta lo stretto dominato da Scilla e Cariddi: Scilla riesce a divorare alcuni compagni, mentre la nave supera il vortice di Cariddi. Giunti sull'isola del Sole, o Trinacria, i compagni, nonostante il divieto ricevuto, uccidono i buoi sacri del dio Elio. Per punizione Zeus scatena una tempesta e distrugge la nave: tutti muoiono, tranne Odisseo, che, dopo essere sopravvissuto al passaggio presso Cariddi, approda infine sull'isola di Ogigia, dove viene trattenuto dalla ninfa Calipso.

Canto XIII – Il racconto delle sue avventure commuove il re Alcinoo, che decide di aiutare Odisseo e gli offre una nave per il ritorno in patria. I Feaci lo accompagnano durante la navigazione fino a Itaca, dove l'eroe giunge finalmente dopo vent'anni di assenza. Qui Atena lo incontra e, per permettergli di organizzare la vendetta contro i pretendenti, lo trasforma nell'aspetto di un vecchio mendicante. Intanto Poseidone, adirato perché i Feaci hanno favorito il ritorno di Odisseo, chiede a Zeus di punirli e trasforma in pietra la nave che lo ha riportato a casa.

Canto XIV – Giunto a Itaca, Odisseo, trasformato da Atena nell'aspetto di un vecchio mendicante, si reca alla capanna di Eumeo, il fedele porcaro della sua casa. Qui viene accolto con grande ospitalità dal servo, che non sa di trovarsi davanti al suo padrone. Odisseo, per mettere alla prova la fedeltà di Eumeo e mantenere nascosta la propria identità, racconta una falsa storia: dice di essere un cretese che ha partecipato alla guerra di Troia e di aver conosciuto Odisseo. Nel frattempo racconta la propria esperienza e lascia intravedere la speranza del ritorno del re di Itaca.

Canto XV – Atena appare in sogno a Telemaco e lo invita a lasciare Sparta per fare ritorno a Itaca. Prima della partenza, Menelao ed Elena gli offrono doni e lo salutano. Durante il viaggio Telemaco riesce a evitare l'agguato organizzato dai pretendenti, che volevano ucciderlo al suo rientro. Giunto a Itaca, invece di recarsi subito alla reggia, si dirige alla capanna di Eumeo, dove incontra il padre Odisseo ancora sotto le sembianze di un mendicante.

Canto XVI – Telemaco giunge alla capanna di Eumeo senza sapere che l'ospite accolto dal porcaro è in realtà suo padre Odisseo. Atena interviene e restituisce all'eroe il suo vero aspetto: Telemaco, inizialmente incredulo, riconosce il padre e i due si abbracciano commossi dopo vent'anni di separazione. Insieme elaborano un piano per affrontare i pretendenti: Odisseo tornerà alla reggia sotto le sembianze di un mendicante e, con l'aiuto del figlio e dei fedeli servi, preparerà la vendetta.

Canto XVII – Il giorno dopo Odisseo, ancora travestito da mendicante, si avvia verso il palazzo insieme a Eumeo. Durante il cammino incontra il fedele cane Argo, ormai vecchio e abbandonato, che riconosce il suo padrone dopo vent'anni di assenza. Odisseo, pur trattenendo le lacrime, non può rivelare la propria identità. Subito dopo entra nella reggia, dove è costretto a chiedere l'elemosina ai pretendenti, assistendo agli abusi e alle offese rivolte ai servi e alla sua casa.

Canto XVIII – Nel palazzo Odisseo, ancora sotto le sembianze di un mendicante, osserva la situazione e comprende fino a che punto i pretendenti abbiano violato la sua casa. Costretto a sopportare insulti e umiliazioni, subisce anche l'aggressione di Iro, un mendicante arrogante che lo sfida a duello. Odisseo, pur mantenendo nascosta la propria identità, lo sconfigge facilmente. Intanto Penelope appare nella sala e riceve dai pretendenti numerosi doni, mentre Atena prepara il momento della futura vendetta.

Canto XIX – Odisseo, ancora travestito da mendicante, incontra Penelope e le racconta una falsa identità, narrando di essere un cretese che ha conosciuto il marito e rassicurandola sul suo imminente ritorno. Penelope accoglie il forestiero con ospitalità e gli affida le cure della nutrice Euriclea, incaricandola di preparargli il bagno. Durante il lavaggio dei piedi, Euriclea riconosce Odisseo dalla cicatrice sulla coscia, ricordo di una ferita ricevuta in gioventù, ma l'eroe le impone di mantenere il segreto. Intanto Penelope, ormai esasperata dalla presenza dei pretendenti, annuncia che sposerà colui che riuscirà a superare la prova dell'arco appartenuto a Odisseo.

 Canto XX – Nella reggia di Itaca si svolge un banchetto durante il quale Odisseo, ancora travestito da mendicante, è costretto a sopportare gli insulti e le provocazioni dei pretendenti. L'eroe, pur soffrendo per le offese ricevute, riesce a controllare la propria ira in attesa del momento opportuno per agire. Il canto è caratterizzato da numerosi presagi che annunciano la punizione dei proci: visioni e segni divini rivelano che la loro morte è ormai vicina e che l'ordine nella casa di Odisseo sta per essere ristabilito.

Canto XXI – Penelope porta nella sala l'arco appartenuto a Odisseo e annuncia che sposerà colui che riuscirà a tenderlo e a far passare la freccia attraverso gli anelli di dodici scuri. I pretendenti tentano uno dopo l'altro, ma nessuno riesce nell'impresa. Odisseo, ancora travestito da mendicante, chiede di poter provare l'arco nonostante le proteste dei proci. Dopo averlo facilmente teso, scaglia la freccia e supera la prova, rivelando la propria superiorità e preparando il momento della vendetta.

Canto XXII – Dopo aver superato la prova dell'arco, Odisseo scaglia la prima freccia contro Antinoo, il più arrogante dei pretendenti, e rivela finalmente la propria identità. Insieme a Telemaco, Eumeo e Filezio affronta i proci nella sala della reggia: la battaglia è violenta e si conclude con la strage dei pretendenti, puniti per aver usurpato la sua casa e offeso le regole dell'ospitalità. Odisseo risparmia soltanto il cantore Femio e l'araldo Medonte, che non hanno partecipato alle colpe dei proci. Euriclea, Eumeo e Filezio, invece, assistono e collaborano alla restaurazione dell'ordine nella reggia.

Canto XXIII – Dopo la strage dei pretendenti, Penelope rimane prudente e non si lascia convincere subito che il mendicante sia davvero il marito tornato dopo vent'anni. Odisseo le rivela allora un segreto che solo loro due conoscono: la costruzione del loro letto nuziale, ricavato dal tronco di un ulivo radicato nella camera. Di fronte a questa prova certa, ogni dubbio di Penelope svanisce e i due sposi possono finalmente riabbracciarsi.

Canto XXIV – Odisseo incontra il padre Laerte e gli rivela finalmente la propria identità. Nel frattempo le anime dei pretendenti uccisi scendono nell'Ade, dove incontrano gli eroi della guerra di Troia. I parenti dei proci, desiderosi di vendetta, si preparano allo scontro contro Odisseo e i suoi alleati. Quando la lotta sta per iniziare, interviene Atena per volontà di Zeus e impone la pace tra le due parti. Con il ritorno dell'ordine, Odisseo può finalmente riunirsi alla famiglia e ristabilire il proprio ruolo di re di Itaca.

Con l'intervento di Atena si conclude il lungo viaggio di Odisseo. Il suo ritorno a Itaca non rappresenta soltanto il ricongiungimento con la famiglia e la riconquista del trono, ma anche il compimento di un percorso umano fatto di dolore, conoscenza, errori e maturazione. È proprio questa dimensione profondamente umana che rende l'Odissea un poema ancora attuale. Odisseo non è l'eroe invincibile dell'Iliade: è un uomo che cade, soffre, sbaglia e riesce a salvarsi grazie all'intelligenza, alla prudenza e alla capacità di adattarsi alle circostanze. Per questo continua a parlare ai lettori di ogni epoca e rimane una delle figure più moderne della letteratura occidentale.



















































































































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