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I mestieri scomparsi: la lavandaia

Qualche giorno fa, di ritorno da Milano, in treno, ho letto un articolo molto interessante sulle lavandaie di Pavia. La foto che corredava l'articolo mi ha attirato in modo particolare, di una poesia unica. Donne chine sull'asse in riva al Ticino a strofinare la lisciva sui vari indumenti. Un mestiere quello della lavandaia ormai scomparso, oggi abbiamo le lavatrici, che automaticamente smacchiano, strizzano, centrifugano. Una volta il bucato era sapientemente opera di donne del mestiere che si prendevano cura dei panni. Allora c'erano le case del bucato e lì una vera catena di montaggio per smacchiare e pulire abiti e biancheria. Carla e Maria Luisa di Pavia hanno ricevuto un'onoreficenza per essere le ultime due lavandaie della città, alla veneranda età di 86 e 85 anni. 

C'era una volta la "lavandera" che lavorava con le mani nell'acqua e la schiena spezzata, sempre ricurva su un'asse a strofinare. Ma Carla racconta la sua storia affermando che tutta la famiglia contribuiva al lavoro. Ci si alzava presto e dopo aver rassettato la camera, ci si recava alla Casa del Bucato  dove si raccoglieva la biancheria e la si divideva per colori. Lì i panni si mettevano in ammollo in due grandi mastelli lasciandoli per tutta la notte. Il giorno dopo, con la carriola, su cui avevano diviso i paccotti di panni banchi e a colori, venivano portati al fiume e a riva venivano spazzolati sull'asse. Era questa la fase più dura. Le donne stavano per ore a strofinare sull'asse. Sciacquavano poi i panni nel fiume e li stendevano su corde lungo la riva, in estate, mentre in inverno venivano appesi nella Casa del Bucato dove mettevano più tempo ad asciugarsi. Quella della lavandaia era un'arte mal pagata: pochi soldi per un lavoro massacrante. Ma Carla si difende dicendo che lei in tutti questi anni non è mai andata in palestra, nè ha fatto diete e a questa età si sente fresca come una donzella. Il segreto della lavandaia era stendere bene i panni per non doverli stirare. Al lavoro partecipavano anche i familiari, difatti i mariti trasportavano le carriole dalla Casa del Bucato al fiume, colmi di paccotti in ammollo. I figli erano responsabili della consegna a domicilio. Questi mestieri di una volta sono ormai rappresentati da repertori di foto che mostrano quanta fatica costassero, ma anche la bellezza del lavoro di gruppo, coordinato, amato nelle sue varie fasi. A guardare le immagini di donne chine sull'asse da lavoro, una accanto all'altra in quello spazio d'acqua, nei loro abiti lunghi, con i visi contriti dalla fatica, mette addosso una certa malinconia a pensare quanto le nostre nonne abbiano lavorato e con quanta cura svolgessero il loro lavoro. Non c'erano panni non smacchiati, tutto era rigorosamente bianco e pulito contrariamente ad oggi che con tutte le macchine a disposizione a volte abbiamo un bucato poco curato. Mia nonna conservava sempre un po' di cenere  per poter smacchiare il bucato e, a volte, quando vedevo che strofinava gli abiti con una mangiata di polvere del camino, la guardavo inorridita. Il risultato era sempre ottimo. Oggi, se un capo ha delle macchie, ricorriamo a vari prodotti e sono così tanti che non sappiamo nemmeno quale sia quello più appropriato.
Fare il bucato, oggi, può sembrare una perdita di tempo, invece rappresenta un momento piacevole solo se si pensa che sono i panni dei nostri cari, così come quando li stiriamo. Il leggero profumo che emanano, al passaggio del ferro, ci ridona i momenti vissuti con loro,  ci ricorda quello che fanno, quanto sono importanti per noi. Prendersi cura del bucato di famiglia è una forma d'amore sottile, piacevole, unica. Un voler ammettere che solo noi possiamo toccare quei panni, e che nessuno potrebbe farlo meglio di noi, oltre al fatto che non concediamo a nessuno questo piacere tutto nostro.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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