29/06/16

L'affare Sonia 3

 Parte Terza 


 Il mare era appena increspato, come una tavola a forma di grattugia, le onde piccole, a punta, correvano ordinate in una serie continua senza fermarsi. La nave, seppur appena inclinata su una fiancata, era spinta da un vento forte, come un grande amico venuto in soccorso. Un tiepido sole mattutino stava cercando di asciugare l’acqua dalla coperta dove i corpi erano riversi e sparsi ovunque. Moreno fu il primo ad aprire gli occhi e a capire di avercela fatta. Esortò i compagni a svegliarsi perché la sorte era con loro e non riusciva a  spiegarsi come fossero ancora vivi. Il vento spirava tanto da asciugare tutta l’acqua e i loro vestiti, e la visione della sera precedente con quelle onde che travolgevano la nave, finì per essere solo un ricordo. Lentamente il vento li svegliò e li sorprese mentre cercavano di slegarsi. Santo si trovava dalla parte della tuga riverso e incastrato in una morsa, senza capire che cosa fosse avvenuto a quel punto. Un ammasso di legno e ferro aveva coperto tutta la gamba, mettendoci del tempo prima di capire come tirarsene fuori. Quello non era il posto dove si era legato, le onde alte e violente lo avevano sbattuto lì. Moreno e Luca si affrettarono a tirarlo fuori ma il dolore che provò lo bloccò e dovette attendere prima di poter liberare la gamba. Luigione cercò di creare un’apertura nella direzione dove il piede e parte della gamba erano imbrigliati. Alla fine riuscì a creare un appoggio morbido su cui poter fare leva. Il capitano era gravemente ferito e tutto quello che potettero fare fu di aspettare i soccorsi. I motori furono danneggiati in parte e la nave più che procedere si manteneva a galla. La comunicazione con la costa era disturbata e Moreno per tutto il giorno cercò affannosamente di sbloccare la situazione. La cambusa era piena d’acqua, i viveri galleggiavano e si aveva difficoltà a definire la merce in acqua e quella rimasta nelle scatole. Recuperare la mercanzia sembrò impresa ardua. Il carico da portare in Nigeria era incerto e non si poteva fare alcuna stima se non dopo che l’acqua si fosse ritirata per contare le perdite. Dovettero aspettare l’alba del nuovo giorno prima che qualche nave giungesse in loro aiuto. E fu un mercantile delle Canarie a soccorrerli. Il medico che era a bordo ordinò di trasportare il capitano subito  a terra per la necessità di un intervento: aveva una gamba a pezzi su cui vagliare il da farsi. Senza resistenze, Santo fu trasportato a Tenerife, mentre gli altri se la cavarono con medicamenti e tanto sonno oltre che abbondanti pasti. La nave  arrivò nel porto di Santa Cruz dove dovettero ripararla per l’ennesima volta. Non fu quello un caso raro in cui ritornò in un porto tutta sgangherata. Era già tanto vederla ancora per mare. Anche questa volta sarebbe stata rappezzata e, una volta riparata,  Moreno ne prese il comando e si diresse, con quel che restava del carico, a Laos mentre il capitano restò in clinica per l’intervento alla gamba. Al suo ritorno, Moreno lo avrebbe portato a casa. Santo non voleva abbandonare la sua nave, sebbene le sue condizioni fisiche lo inchiodassero a letto. Prese questa novità  come uno strano presentimento, di qualcosa che ancora non conosceva,  non era mai successo prima di lasciare la nave a metà viaggio. Moreno si assunse ogni responsabilità della nave e del carico e anche per lui fu la prima volta che lasciò il capitano e  viaggiò senza di lui.



La Madeira salpò da Tenerife, più leggera per aver scaricato la merce guasta. Era stata aggiustata e tutta la strumentazione di bordo aveva ripreso a funzionare. Era sempre accaduto di dover essere ripresa e messa a nuovo dopo una tempesta o un carico super o una rotta non facile, e per  tanti altri motivi. Quello che accadde di nuovo fu di avere il capitano bloccato sull’isola per l'incidente avvenuto, per il resto sembrava un vecchio copione per come era ridotta male la nave su cui viaggiavano da tanti anni. L’equipaggio era in forma e anche il tempo volgeva al bello. La compagnia era stata informata dell’accaduto e nessuno sembrò meravigliarsi più di tanto. Era già molto che riuscisse a fare ancora viaggi in quello stato precario in cui versava. Navi del genere vengono relegate nei cantieri per ricavarne pezzi di ricambio fino alla loro estinzione. La Medeira era ancora in vita e sembrava un leone sebbene con un ruggito meno graffiante. Santo rimase a Tenerife, in una camera d’albergo con una gamba appesa al letto, sulla poltrona accanto due stampelle nuove per permettergli di deambulare. Filippo, il mozzo, rimase con lui ad accudirlo, mentre al suo posto  sulla nave ci fu un nuovo collega e  una nuova ciurma che si compose per quel viaggio. L’albergo era immenso, lussuoso e dal bordo della piscina arrivavano in camera voci allegre, in diverse lingue. Turisti d’ogni parte del mondo popolavano quel posto  tenebroso. La piscina era alimentata con acqua dell’oceano e mostrava un gioco di fontane e zampilli che arricchiva lo scenario. Santo non potette vedere tanta bellezza, ma riuscì a immaginare ciò che lo circondava. Luca aveva messo Filippo a guardia dell’amico spiegandogli che il capitano, oltre ad essere invalido, era anche molto depresso e doveva fare in modo di non turbare la sua serenità. Filippo doveva occuparsi di Santo come sulla nave. Nessun altro poteva assolvere a questo ruolo come lui. Egli manifestava ubbidienza fino al parossismo e stravedeva per il capitano che  si era occupato di lui,per il passato, offrendogli un lavoro sulla sua nave. Si conoscevano bene perché vicini di casa e il capitano lo aveva tenuto quasi a battesimo, vedendolo crescere nel vicolo del suo borgo. I primi quindici giorni Santo li passò  seduto a leggere, a comunicare via radio con la nave e a sbrigare telefonicamente  tante incombenze. Non volendo mettere la moglie in apprensione, comunicava con lei come se stesse sulla nave, continuando a farle il diario di bordo, cercando di essere carino con lei per non indurla a pensare che le nascondesse qualcosa. Alida  credeva ciecamente nel marito senza mai immaginare che potesse mentirle, contava i giorni che la separavano da lui come ogni moglie che aspetta. Quanto più la moglie era premurosa tanto più Santo era infastidito e non gradiva l’apprensione che lei aveva nei suoi confronti, ma non l’avrebbe trattata mai male. Verso la terza settimana di permanenza,  il capitano prese a muovere dei passi, portandosi a volte fuori al balcone, al quarto piano, direttamente sulla piscina e di fronte all’oceano. Una piattaforma stretta e lunga di cemento divideva la piscina dal mare. Molti ospiti prendevano il sole ai suoi bordi  e lui, dall’alto, osservava con quanta spensieratezza quelle persone gustavano la loro vacanza. La sua, invece, era una vacanza forzata e come  succede in questi casi, il cervello lavorava molto di più invece di riposarsi e approfittarne per prendersi una vacanza come non aveva mai fatto. Guardava il mare così maestoso, in quel punto da cui si vedeva un oceano ruggente e arrabbiato da riversare i suoi flutti sulla scogliera per poi ricadere ai bordi della piscina, separata dal mare da una barricata di cemento. Sedette su di una sdraio facendo attenzione alla gamba che non toccasse da qualche parte e lì, nascosto tra la ringhiera e i fiori delle ciotole pensili, scrutava l’orizzonte e immaginava la vita di Sonia!
Sonia era sempre stata la sua ragazza. Sin da piccoli si erano giurati amore eterno e ancora bambini avevano suggellato quel sentimento tenendosi per mano, raccontandosi le loro emozioni, facendo attenzione l’uno verso l’altro in una sorta di patto fraterno ma che aveva dell’incredibile perché sempre insieme, con la pioggia e col sole, d’estate e in inverno, tristi o felici erano sempre l’uno accanto all’altra. Sonia era una bambina bellissima: bionda, occhi celesti, alta, proporzionata nelle misure ed elegante nel portamento. I suoi genitori non gradivano i loro incontri per il loro diverso stato sociale, la diversa cultura e un diverso futuro davanti a loro. L’incantesimo finì all’età dei quindici anni di Sonia, quando Santo ne aveva diciotto. Sonia fu mandata in America presso uno zio materno dove in seguito si trasferirono anche i genitori. Il papà di Sonia era armatore, aveva flotte sparse un po’ dovunque nelle quali aveva profuso tutto il suo capitale. Egli diede agio e benessere a tutta la famiglia e l’inconveniente di Sonia che si innamorasse di un ragazzo socialmente diverso, aveva mandato in tilt tutti suoi piani. Don Valentino si trasferì in America e anche oltreoceano riuscì a mantenere vivi i suoi interessi e i suoi affari che non conobbero declino, ma continuarono a crescere e a fare la sua fortuna. Lì, aveva acquistato una catena di alberghi e ristoranti nella zona di Long Island e Manatthan. Sonia, una volta trasferitasi in America, non aveva fatto più ritorno nella sua bella città. Santo si era sentito defraudato, Sonia gli era stata sottratta con violenza e infamia, senza alcuna pietà per quell’amore che li vedeva insieme come una delle coppie più belle in assoluto.
Gli anni passarono e la speranza di rivederla cominciò a scemare. Lì sul terrazzo, per la prima volta cercava di analizzare come uno psicologo, quegli incontri giovanili con Sonia, per cercare di intravedervi un qualcosa che lasciasse intendere un atteggiamento riprovevole di Sonia per poterla odiare, forse l’unica speranza per non pensare più a lei e vivere un po’ senza quel tormento che lo invadeva profondamente.

 Ma non vedeva alcun rimprovero da fare alla sua amata, Sonia era stata semplicemente stupenda con lui, e gli tornarono in mente le parole di Luca:”Aspetta che la sorte ti sia favorevole”.



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23/06/16

La stagione della solitudine



Con l'estate  cambiano i ritmi, il lavoro defluisce, i bambini tornano alle loro famiglie, le città si spopolano, i vecchi restano soli.
Non è una ricetta, solo un ricordare che ogni anno si ripropone lo stesso incubo per gli anziani, quello di restare soli e non avere accanto nessuno. Non solo gli anziani malati, ma anche quelli che necessitano di calore umano. Si intende uno sguardo che non sia uno sfuggevole rendersi conto di una presenza, qualcuno che  presti loro attenzione, che dia un conforto, che venga dato loro un sorriso. E' avvilente vedere come persone, che hanno dato la vita per gli altri, ad un certo punto della loro, si trovino soli e non abbiano chi se ne prenda cura. Gli anziani hanno bisogno di poco, vivono a risparmio, ma quel poco deve essere vitale. Mangiare poco non significa cibo senza sapore, ma accurate ricette con poche calorie. Vestirsi, non significa come capita, ma un abbigliamento colorato, pratico, i capelli raccolti con fantasia e non privarsi di una dolcezza ogni tanto anche se incombe il diabete. Non parliamo se poi gli anziani necessitano di cure o essere accompagnati presso strutture per esami di routine. Qui ci vuole una persona che faccia da infermiera. D'estate, per chi non è più in forze è tutto più difficile. Ma come quando eravamo bambini e c'era per noi chi ci accudiva, anche in questa età  si ha  bisogno di qualcuno su cui contare. E' l'età dello scoraggiarsi facilmente, dell'umore non proprio alto, della tristezza per i figli che non ci sono, del rimpianto di quello che non si è fatto e della paura di avere poco tempo ancora. La presenza e il bene sono ancora più necessari di prima, come dell'aiuto di una persona operosa, generosa, paziente. La solitudine non è aver paura di stare da soli o non essere accompagnati, ma credere di non essere più utili, di aver chiuso con quello che eravamo prima, che i figli ci sopportino, siano a disagio con noi, che  il  tempo da questo momento in poi  non abbia nessuno scopo. E' un abbandonarsi per dipendere dagli altri, cosa questa che non fa piacere a nessuno.  A quest'età basta un cardellino che dalla gabbia cinguetta come buongiorno, un ramo di fiori al balcone, un gatto sulla ringhiera, un bimbo che cerca compagnia, piccoli gesti quotidiani che facciano capire di essere ancora preziosi, che se la pelle ha le rughe, dentro si resta giovani. La vecchiaia è un fiore fragile che vive di poco, ma basta altrettanto per farlo cadere. A quest'età bisogna affrontare la giornata con una ricca e floreale colazione, con la lettura di quotidiani e riviste, libri, progettando viaggi in compagnia, con tornei di carte, di scacchi, visione di film. La vecchiaia non è una malattia ma molto spesso lo diventa quando manca il calore degli altri. Vietato abbandonare gli anziani e il nostro assisterli, diventa lezione per noi. Accudire gli altri con affetto e gratitudine è ricordarsi che non sarà diverso per noi.


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21/06/16

L'affare Sonia 2

Capitolo I

Parte 2


“E’ dovuta scappare, non è stata colpa mia e nemmeno sua. Partì per l’America dopo la bufera e da allora non l’ho più rivista. E’ passato così tanto tempo, anche se a me sembra ieri. So che si è sposata, ha dei bambini, e poi chissà! Lei ormai fa parte del passato e non ho alcuna possibilità di avere un futuro con lei.”.
“Capisco, ma non sono d’accordo con le tue idee così estreme. Parli come se la vita avesse chiuso con te e non ci fosse più alcuna possibilità di cambiamento, come se tutto fosse irreversibile. Nella vita tutto è instabile Santo, la nostra è una continua precarietà di fatti e situazioni e le cose possono sempre cambiare e talvolta ci sono spiragli di bene che nemmeno riusciamo a vedere”.
“Da bambino credevo che la vita di adulto sarebbe stata un’altra cosa, sarebbe stata diversa: niente più solitudini, niente problemi irrisolvibili, né mancanze. Ricordo quando litigavo con i miei compagni dicevo sempre:”Vedrete quando sarò grande, sarà tutta un’altra cosa. Poi sono diventato grande e ho scoperto che non è cambiato nulla, proprio nulla. Sono quel bambino di allora con maggiori preoccupazioni e problemi, con la stessa voglia di giocare di allora, con la necessità di sentirmi voluto bene. Cosa è cambiato? Nulla Luca, proprio nulla. Essere grandi non è un tempo diverso da allora,  cresce il nostro corpo e si trasforma, ma non cambiano le domande che la vita produce. A volte pensiamo che da giovani si facciano scelte avventate, invece non è così. Si fanno quelle più spontanee e vere, che col tempo, se ricusi, te ne pentirai. Rimediare non sempre è possibile, a volte è proprio questa impossibilità a cambiare i fatti che ci fa commettere errori.. Beviamoci su, Luca!”
Luca era da sempre il suo confessore, colui che sapeva toccare le corde profonde, fino a fargli deporre le pene. Non aveva grandi pretese nei suoi confronti, solo quella di farlo scaricare, fargli buttare, come in un secchio della spazzatura, le sue angosce e i suoi tormenti che conosceva bene. Santo raramente si confessava e lo faceva solo sulla nave, con i suoi amici e tra questi proprio con Luca.
Nella settimana successiva il mercantile si avvicinò alle Azzorre, cambiando rotta, per prendere un carico impostogli da un’altra compagnia. Da terra avevano segnalato di dover prelevare una partita di pezzi meccanici lasciata da un’altra nave. E così, dopo aver caricato la nuova merce, la Madeira riprese la navigazione verso la costa africana. Il vecchio legno sentì tutto il nuovo peso e dovette scendere di nodi rallentando di molto. Santo imbarcò la merce alle Azzorre quasi opponendosi, conoscendo la precarietà in cui versava la nave e da questo momento in poi aumentarono le sue preoccupazioni.
 La primavera a Sorrento inondava mare e monti, una brezza scuoteva i turisti e i colori della nuova stagione entusiasmavano gli animi. La primavera è sempre una festa che scende negli animi e li carica di nuova vitalità. Quella sull' Oceano, invece, era priva di  colori, di spettacoli floreali. Il cielo assumeva forme diverse in base a come caricavano le nuvole, come procedevano i venti, come incrociavano le correnti. Ed era primavera in ciascun marinaio che si riportava agli splendori della sua terra. Ma non sempre la primavera oceanica corrispondeva a un tempo sereno, talvolta racchiudeva cambiamenti repentini come la volubilità dei bambini, sostituendo al ricordo della primavera, una bufera. La rotta seguiva un mare tranquillo e un orizzonte limpido. Quella sera non si poteva presagire che  da quella serenità potesse scaturirne una tempesta come difficilmente si possono dimenticare.  Santo era contento solo di aver recuperato la merce con minor dispendio di tempo possibile, ma per il resto era preoccupato. Controllava le carte nautiche con Moreno, suo secondo di bordo, cercando di guadagnare qualche giorno perso per andare  alle Azzorre. Il mare, cominciò ad incresparsi e le onde diventarono lentamente più alte. Dall'oblò della cabina si vedeva in lontananza un cielo coperto e chiuso mentre la giornata volgeva al termine. I marinai erano avvezzi  ai  cambiamenti repentini degli Oceani e i due amici,  davanti all'oblò, non si preoccuparono più di tanto. Un solo pensiero turbava Santo, che  il carico era aumentato e non era stato previsto cattivo tempo. Dopo le dovute considerazioni e precauzioni del caso, volle accertarsi personalmente delle condizioni del carico scendendo giù nella stiva. Si accorse che alcuni imballaggi erano bagnati, i pacchi mostravano un’umidità uniforme nella parte a contatto con la piattaforma su cui appoggiavano e in alcuni parti l’acqua era penetrata all' interno. Santo ebbe un dubbio che si trasformò in  certezza quando, alzando un pacco, notò abbondante acqua in un punto preciso al di sotto della merce. Subito corse in coperta a chiamare Moreno e Gigione per cercare, insieme a loro, la soluzione migliore. Nel salire inveiva contro il calafato che aveva sistemato la nave qualche tempo prima: ”Me lo sentivo che quel calafato  era un incompetente! Dobbiamo mettercela tutta, ragazzi, per rimediare a questo pasticcio!” Il fatto che non avesse sulla nave un artigiano specializzato in quei lavori, gli procurò una notevole ansia.. Raccolsero l’acqua sotto la merce cercando di asciugare quanto più possibile e nel modo migliore. Poi Moreno si adoperò per preparare, con una tecnica che aveva appreso da una ciurma cinese, qualcosa di molto simile a un miscuglio fatta di mastice, colla, pezzi di legno e stoppa, facendone una toppa bella e pronta.

Appena posta sulla fessura, attecchì immediatamente. Poi fecero in modo che l’acqua lasciasse libero il posto per una ventina di minuti, ma l’impresa fu difficile. Intanto dalla coperta scendevano goccioloni d’acqua di una pioggia che prima lentamente e poi in modo insistente, cominciarono a cadere senza sosta. Il cielo s’incupì e le onde diedero un percorso tortuoso alla nave che nel frattempo andava di bordata. Il mozzo, un ragazzo di diciotto anni, Filippo, correva su e giù, da poppa a prua  e viceversa, in un andirivieni infinito con un bugliolo in mano, roba da far ridere, per tirare l’acqua che si raccoglieva nei punti critici. Ma con tutta la buona volontà, l’acqua di quella portata non era per un bugliolo e Filippo agiva più in preda più alla paura che per fare un servizio efficiente. Moreno, nel frattempo, aveva ultimato l’operazione di riparazione e assisteva impotente alla pioggia che cadeva senza risparmio  allagando un po’ dappertutto. Al posto del rattoppo furono posti pesanti contenitori di bulloni  per impedire ogni infiltrazione. Il capitano fu chiamato dal nostromo per problemi di rotta: la nave non rispondeva ai comandi, il carico aveva messo a dura prova la strumentazione di bordo per quel peso fuori portata. Lampi, tuoni, grosse onde spumose si abbatterono contemporaneamente sulla nave mettendola in crisi. Il peso, che secondo l’equipaggio era stato fonte di squilibrio, per il comandante era solo una concomitanza. Il vecchio legno non ce la faceva più e di questo Santo era ormai cosciente. Credeva di aspettare quel giorno magari in un porto o prima di una partenza ma non in mare aperto. La nave sembrava prendere la strada del tramonto e il comandante non aveva una strategia per assistere all'evento che non fosse, in quel momento, di paura. Era diventata una carretta che poteva portare la metà di quello che trasportava. Non potendo tenere una rotta dritta, la nave cominciò a rollare così tanto che sembrava volesse spezzarsi da un momento all'altro. Giù nella stiva l’acqua riprese di nuovo il posto del rappezzo. Santo si perse, fu preso dalla disperazione anche se non mollava,  ma tutto sembrò andargli contro. In breve il carico imbarcò tanta acqua da presagire il peggio e senza capire come stesse accadendo tutto in così breve tempo. La costa africana distava parecchie miglia ancora e in quelle condizioni non avrebbe raggiunto nessun porto. Santo ebbe un primo contatto con Capoverde, poi Tenerife e altri porti del Marocco, ma i soccorsi non sarebbero stati lenti visto il cattivo tempo in corso. Preso dallo sconforto, provò ad avvisare la stessa Lagos dove attendevano il carico. Comunicare diventò un’impresa, i contatti andavano a singhiozzo e i messaggi poco chiari, soprattutto nelle risposte. La tempesta non accennava a diminuire e la nave imbarcò tanta acqua da diventare un colabrodo. Il mare era un lenzuolo bianco di schiuma. Anche il vento partecipò al concerto e ululati giungevano da ogni parte. Grosse onde s’infrangevano lungo le fiancate della nave che non resisteva più ed esausta cominciò a rollare e roteare facendo in modo che ogni cosa che si trovava a prua cadesse a poppa e lo stesso dall'altro lato.  I marinai, nella più completa disperazione si davano da fare per evitare che, come un piccolo pesce, la nave fosse inghiottita dalla balena. Tutti si misero al lavoro. Le intenzioni di Santo furono quelle di salvare il carico, ma, pensando di pretendere troppo, pretese solo di salvare la pelle di tutti. Bloccati in coperta, in quanto l’acqua aveva invaso la parte bassa e allagato la cambusa, non riuscivano a scendere di sotto e, quando la sopravvivenza non sembrò più nemmeno una speranza, cercarono di legarsi da qualche parte e stremati dalla fatica attesero una sorte migliore. Santo si attorcigliò il gran cavo alla vita vicino al boccaporto e gli parve che lì avrebbe finito i suoi giorni. Anche gli altri fecero lo stesso legandosi a qualcosa che riuscisse a preservarli dalle cadute e dai sobbalzi della nave in preda alla tempesta veramente inconsueta da quelle parti. Si accasciarono  senza un briciolo di resistenza anche per la difficoltà che ebbero, in quel trambusto delle onde, di  legarsi.


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20/06/16

Storia di mare a puntate sul Blog

Ricordo che mercoledì 22 giugno continua la storia di Santo, il protagonista de "L'affare Sonia", cominciata mercoledì scorso. Il romanzo si proporrà da questa pagina del mio Blog ogni mercoledì, chi ha intenzione di seguire la storia deve fissare la storia al mercoledì e magari rileggere la parte precedente.
E' la storia di un capitano della penisola sorrentina che non ha nulla di attinente con la realtà. Vorrei ricordare che il romanzo è stato scritto diverso tempo fa e lasciato a riposare per un bel po'.
Situazioni, personaggi e fatti che accadono all'interno del romanzo sono puramente casuali e non hanno alcun riferimento con la realtà. E' una storia di fantasia, nata dalla visione di un film che aveva come protagonista un attore americano e che mi ha dato lo spunto per tessere questa trama.
Tutti i diritti della storia sono riservati.

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18/06/16

Un po' di me


 Tutti mi chiedono chi sono, ma io come faccio a presentarmi? Cosa devo dire? I miei nonni, i miei antenati, i "contra nomi", cosa ho fatto, i miei pregi, i difetti? E’ sempre imbarazzante parlare di sé e si resta sempre senza parole quando ti chiedono:”  Tu a chi sei figlia?” Ovviamente non basta dare il nome del padre, si chiede di più, allora si vuole il “contra nome” come si dice da queste parti, della famiglia e visto che le famiglie sono due, bisogna parlare di entrambe. Poi si passa  ai fatti eclatanti accaduti, le cose di dominio pubblico e tutto quello che basta a individuare perfettamente i genitori. Mi sembra di passeggiare tra “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello. Però mi va di darvi un piccolo assaggio di chi sono, sempre che riusciate a seguirmi.
Sono nata nel mese di marzo, faceva un freddo del diavolo,  mia madre a letto, stufa a  gas in un angolo, le nonne a beccarsi per la disputa sulla mia somiglianza. L’ostetrica, signora Castorini, era per strada, l’orario, indecente: le due di notte. Sui lamenti  di mia madre si innestavano i clamori delle donne: chi voleva una bambina, chi un maschio. Questa la prima querelle. La seconda fu quella del nome. In ogni famiglia che si rispetti i nomi dei nonni sono tenuti in considerazione. Quando giunse l’ostetrica, mia madre era ancora in alto mare e allora le nonne dovettero trovarsi un intrattenimento. Cosa scelsero? Non ci credereste mai, perché disquisirono sul dolore.  Io già inorridivo solo a sentirle e forse fu per questo che tardai tanto, non volevo capitare in mezzo alla questione. Intanto mio padre si dileguò, non voleva intromettersi in "cose da donne". Andò via sicuro di avere il suo bel maschio, premio di tutte le ansie mal celate tra l’altro. Vi lascio immaginare venire al mondo tra quattro donne indaffarate e  sapere che  mio padre  aspettava un maschio. La mia nonna paterna aiutò mamma a partorire e pur essendo la suocera aveva un fare amorevole. Mi sentii strattonata a più non posso, volevano a tutti i costi che togliessi d’impaccio mia madre da quella situazione, e io, refrattaria alle loro interferenze, attesi con comodo e quando mio padre fece capolino dalla porta, sbucai fuori come una refurtiva capitata in un sacco. Nacqui senza capelli e mia madre me lo ha sempre ricordato, e  pensare che ora ne ho tanti forti e lunghi. Tornando a quel sei marzo, mio padre come entrò, così uscì. Lui voleva un maschio, ma nacqui io e fui la più grande delusione della sua vita. Perché vi chiederete, bene, il maschio avrebbe preso la sua attività, avrebbe continuato il nome della famiglia. Queste erano le considerazioni di mio padre che, di punto in bianco, girò i tacchi e andò via.
Secondo round della mia nascita, mentre l’ostetrica mi lavava e mi preparava e mamma veniva messa a riposo, le due nonne cominciarono a discutere sulla somiglianza. Un argomento principale che non lascia in pace nessuno e si fanno riferimenti fino alla settima generazione pur di trovare qualcosa di attinente con un parente di famiglia. La nonna materna diceva che ero tonda come mamma al che insorse la nonna paterna affermando che poteva dire quello che voleva, ma ero la testa tagliata di mio padre. Come se non bastassero le parole, cominciarono con le foto. Una di papà, una di mamma, cacciate dalle rispettive nonne che tiravano fuori dal reggiseno, segno che erano venute preparate per la guerra, e sbattendole in faccia all’altra, invitavano a vedere la somiglianza. Se non ci fosse stata la Castorini a dirimere la questione, le cose avrebbero sortito un brutto effetto. Alla fine l’ostetrica disse loro che la genetica si esprime per geni dominanti presi da entrambe le parti e quindi di stare buone. In quanto a me, stavo benissimo, mostravo forza e soprattutto, a detta di tutti, fulminavo con gli occhi. I miei occhi sono stati sempre oggetto di discussione in famiglia: mia madre li vedeva lo specchio del mio carattere, mio padre cominciò ad amarmi dopo aver visto che i miei occhi potevano tranquillamente scambiarsi per i suoi ( pensare quanto siamo vanitosi), quando tardavo a dormire, facevano riferimento ai miei occhi che sembravano dei fari accesi nel buio e mia madre mi ricordava la cosa con parole del genere: Chella nu tene gli uocchie ma doje feneste aperte, spalancate …semp! Le metafore su questa parte del mio volto si sono sprecate, non solo in famiglia. Ancora oggi, mio padre quando mi vede, si  affaccia nei miei occhi dove dice che vede chiaro. Ed io gli rinfaccio che intanto mi preferiva maschio. Lui si rifà dicendo che mi vuole bene e io gli rinfaccio che non è vero. Gli ricordo che quel sei marzo ha abbandonato la casa della partoriente, che sarebbe stato  bello se fosse stato presente. Ma lui mi guarda come un cucciolo  e mi ricorda che mi faceva il latte, mi coccolava, mi imboccava, mi portava a spasso ed io di rimando rispondo che poi ha capito che una donna poteva fargli comodo e lui mi ha risposto che una donna è una miniera e quando sono nata non capiva niente. Ma quando gli ho chiesto se adesso capisce di più, mi ha risposto che non ce n’é bisogno, adesso sono io che devo capire lui. Della serie i figli hanno sempre torto!
Vi ho lasciato un momento da soli nella stanza con la mia mamma tutta dolce e serena con me tra le braccia che sembravo un angioletto. Non ho mai dato fastidio da neonata, mangiavo, dormivo e osservavo. Mia madre diceva che forse gli occhi mi sono sempre serviti per guardare in modo così attento. Fortunatamente giunse mio padre che per l’ennesima volta  faceva per guardarmi ma gli mancava il coraggio. La madre lo invitò  dicendo che aveva fatto un buon lavoro, mio padre rispose che il vino del padre era stato testimone, ma la nonna materna tenne a dire che anche il pollo ruspante aveva fatto la sua. Insomma ero frutto di alimenti genuini, ma arrivati agli occhi si fermò la discussione, poteva parlare solo mio padre che aveva visto quanto gli assomigliassi e parlò come un oracolo dicendo che avevo due lanterne. La madre voleva sapere quali e papà rispose quelle fuori al balcone con la luce da cento gradi, la nonna annuì ma si avvicinò toccando il mio naso per appurare se fossi come una lanterna. Lei ebbe a precisare che più di una lanterna i miei occhi erano luci di una nave nel porto, e papà le rispose di si, ma quando sono tutte accese. Queste storielle me le ha raccontate la nonna materna quando voleva farmi capire a chi assomigliassi. Ma lo stesso mio padre non riesce a definire il colore dei miei occhi. "Papà ma che colore sono?" "Comme nun sai o culore e gli uocchie toje? Sono castani, no verdognolo, ma che dico verdone, vanno sul verdone!" "Ma chi Carlo" gli dico? "Il regista attore?" "Ma che dici, dico di colore, ce l’hai verdone". Aggiudicato.

Bene, tra le notizie importanti che vi ho fornito sapete due o tre cose: ho gli occhi grandi sul castano, sono nata il sei marzo e ho fregato tutti perché volevano il maschio. Se avrete pazienza, saprete il seguito.

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Scrivere e leggere per educarsi

C'è chi le storie le scrive e chi le vive, ma tra scriverle e viverle c'è di mezzo l'esperienza. Non si scrivono storie al posto della vita, o non solo per sognare. Si scrive per liberarsi di un'esperienza, per costruire su di un'esperienza e per proiettarsi in un'esperienza. 


C'è chi è assuefatto alle continue letture tanto da non saper vivere la realtà che può sembrargli un altro pianeta; c'è chi leggendo fa crescere le sue proiezioni mentali tanto che non riesce a far a meno di fantasticare. C'è anche chi fa della letteratura una nostalgia volendo ritrovare quello che non ha più o qualcosa di nuovo a cui tendere. La migliore ricetta è quella di conoscere per vivere più della nostra vita, per vivere vite che non possono essere per noi e così facendo ci arricchiamo anche di storie. A lungo andare e con tante esperienze, possiamo diventare cinici o indifferenti. L'indifferenza è un sentimento che non deve attecchire, ci rende amorfi e inutili. Il vero lettore e il vero scrittore sa sempre meravigliarsi e incuriosirsi. Per lui non ci sarà mai fine a quello che può insegnare la letteratura, non si è mai completi, mai sazi. Ed è proprio la fame di sapere che la letteratura si prefigge di colmare. Si scrive per colmare questa curiosità, questo chiedersi "cosa farei se fossi in questa situazione, cosa manca a questa esperienza, ci sono cose che non conosco e posso sapere attraverso le esperienze degli altri". A volte si può conoscere anche solo riportando un fatto vero, nel trascriverlo si impara, si capisce, si comprendono tante cose. D'altra parte tutto è nato con la scrittura e scrivere è il nostro vivere raccontato che lasciamo agli altri. Chi viene dopo di noi avrà un mondo da vivere e da leggere e in quella scrittura c'è quel che resta di noi. Nessuna esperienza vale veramente fino a quando non la svisceriamo ben bene e resta appiccicata alla carta per poterla rivivere. E in questo turbinio di vivere, scrivere, leggere  e rileggere, s'impara.Si scrive e si legge anche per educarsi.

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16/06/16

Come nasce una storia da scrivere

L'affare Sonia nasce diversi anni fa, ero in vacanza e stavamo in un residence e, avendo paura dei gechi, che riempivano le pareti di casa dentro e fuori, ero costretta a stare spesso fuori, sul tavolo del giardino. Avevo già in mente di voler scrivere una storia con un personaggio interpretato da un attore  visto al cinema, ma non era quello il momento per farlo: ero in vacanza. La condizione in cui mi trovai, mi spinse a farlo. E così cominciai a scrivere, lì sul tavolo del giardino, lontana dalla casa, sopra di me il cielo, all'aria aperta e solo a sera, costretta a farlo, entravo in casa. Cominciò ad essere una scrittura continua e mi legai alla storia come non mai.
Scelsi di ambientarlo in costiera sorrentina senza nemmeno pensarci troppo e forse già quando ebbi l'idea la scelta fu fatta. Fu vedendo quel film, con un  attore che mi piace molto, che pensai di scrivere questa storia.

Venivo dalla lettura di tanti autori che avevano parlato di mare, letture su letture dove l'unico argomento era sempre  il mare. Letture cresciute soprattutto d'estate a mare. E così in un mese di vacanza mi trovai a metà lavoro di scrittura.
 I miei mi riprendevano per vedermi a scrivere ad ogni ora, ma non riuscivo a staccarmene, dovevo completare sempre un discorso, una scena, una descrizione.
Quando il lavoro, a fine estate, fu ultimato, lo lasciai riposare per un po' prima di riprenderlo.
Ripresi il romanzo per la correzione. E' lì che rivedi tutto sotto un'altra luce che non è quella di voler buttare fuori l'idea che hai in testa, ma rivedere tutto sotto una luce più reale, logica. Questa fase stanca. Passano giorni solo per non volere un dialogo o cambiare un luogo, o rileggendo mille volte quello che vuoi cambiare, ma non ce la fai.
Altro lavoraccio è stato passarlo dal quaderno al pc, quando il collo alla fine della giornata, assomiglia a quello di un'oca per aver fatto destra e sinistra no stop.
Cominci ad essere soddisfatta quando una semplice idea, per quanto forte, ha preso forma diventando la storia che hai davanti.

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15/06/16

L'affare Sonia I



Capitolo I

Parte1

La stiva della Madeira traboccava di merce, stipata da ogni parte, con  casse e contenitori ammassati finanche sul ponte, sparsi un po’ dovunque sotto l’occhio vigile  dell’equipaggio, che  si  affrettava a portare a termine le ultime incombenze per la partenza del giorno dopo. Il mercantile era ormai stanco di navigare gli oceani, dopo anni e anni di traversate, di carichi al limite  dell’impossibile, di tempeste e marosi presi in ogni parte del mondo. Ogni volta, alla partenza, si diceva che quello  era l’ultimo viaggio che poteva  sostenere ed, invece, era ancora lontana la sua fine. Il capitano si trovava ancora sul ponte ad arrotolare una gomena mentre scrutava l’orizzonte in quell'ultimo scorcio della giornata. La serata era calda e gli ultimi raggi di sole cadevano a mare in un tramonto che aveva tinto di rosso e di arancio il cielo, confuso di nubi leggere e stemperate qua e là. Raccolto nei suoi pensieri, si affidava al buon lavoro svolto  per poter affrontare  un viaggio tranquillo. La sua giornata  era finita e guardandosi intorno fu preso da una leggera malinconia cadendo nelle spire della paura: era pur sempre un viaggio che lo portava fuori per un bel po’ di tempo e gli imprevisti, per un uomo di mare, sono pane quotidiano.
 Moreno lo chiamò dalla banchina per ben due volte, ma Santo chiuso in se stesso  non sentì la sua voce. Era intento ad ammirare il golfo, superbo nella sua bellezza mozzafiato e poi il porto  con tutte le gru, le sue navi e i suoi traghetti che scivolavano sull'acqua negli arrivi e nelle partenze. Si trovava tra il mare e il cono del Vulcano alle sue spalle, tra i gabbiani  in cerca di cibo nel momento più sereno della giornata e i clamori della città ancora attiva all'imbrunire. Lassù, non ascoltava nessuno, era come ovattato e riparato dal frastuono, attento solo al fruscio dei  suoi pensieri, dei suoi timori, protetto dagli stessi suoni e rumori del porto.
“Capitano, mi senti?”- strillò l’amico da terra, “Sbrigati che perdiamo l’ultimo aliscafo per Sorrento. Qui è tutto pronto, dobbiamo solo andare!”
“Va bene Moreno, ho finito, scendo subito” e poi rivolto all’ equipaggio, “Ragazzi date voi un ultimo controllo, siate svegli e non dimenticate che questa è meno di una carretta!”
Santo scese a terra, si strofinò le mani dietro i pantaloni, raccolse il giubbotto e si avviò con Moreno all’ attracco per l’aliscafo. Tra loro poche parole, erano completamente assorbiti dalla partenza e la stanchezza non lasciava spazio nemmeno allo scherzo. L’aliscafo volò sull’ acqua così come i pensieri di Santo che a tratti nemmeno si accorgeva di Moreno, anch’ egli taciturno e preoccupato. L’aliscafo si librò in volo come un grande calabrone, con le onde  che si dividevano in due serpentoni spumeggianti e si alzavano lungo le fiancate, mentre il sole in lontananza, aveva ancora la forza di mescolarsi ai colori del mare. Santo osservò come il grande calabrone scappava dal porto in quel  brusio prodotto dai motori e dai mormorii delle persone che parlottavano tra loro, nel momento in cui la giornata chiudeva  le porte e la stanchezza affiorava in coloro che cercavano un appoggio per  distendersi.
Arrivati a Sorrento presero strade separate e con i pensieri  che giravano ancora per la testa. Santo si avviò al parcheggio dove la sua Fiat nera era tra le ultime auto parcheggiate. Salì a bordo, dentro ancora il tanfo di nuovo, avvertendo tutta la stanchezza della giornata. Sbirciò nello specchietto retrovisore e vide un uomo dal viso stanco e abbronzato  sotto una massa di capelli castani con qualche filo argenteo. Gli occhi grandi  avevano avuto un cedimento e sotto ampie occhiaie  testimoni di una giornata di tensioni.  Il suo aspetto mostrava più dei suoi 43 anni e dentro tutta l’esperienza di uomo di mare e di vita.  Cominciò a risalire la strada che dal porto si arrampicava su per la  costa verso piazza Tasso, poi giunto all’ incrocio, si diresse verso i colli, dove aveva la sua casetta a due piani con un giardino ben curato e una veduta del golfo spettacolare. Sulla soglia di casa lo aspettava la moglie Alida con le figliolette Marika e  Federica. Alida lo guardò con rimprovero, come sempre ogni volta prima di partire. Lei non amava le sue partenze e avrebbe fatto di tutto per dissuaderlo da quel lavoro, ma lui provava un amore viscerale per il mare, come d’altra parte tutte le persone di quella terra. Ad ogni viaggio era fuori per circa due mesi, poi al ritorno si tratteneva a casa per due settimane o qualcosa in più prima di partire di nuovo. Sua moglie era stata fortunata, lei, una donna poco attraente, aveva lasciato a bocca aperta tutte le sue rivali per aver sposato un uomo che tutte avrebbero voluto: affascinante, dolce, così malinconico. Un velo di tristezza attraversava sempre i suoi occhi e Alida ne conosceva il motivo. Santo non si era opposto, né si mostrò entusiasta per quel matrimonio e sapeva di non amare sua moglie alla follia, mentre un amore infinito lo legava alle sue due bambine. La più piccola, Marika, aveva tre anni ed era un tesoro, che  lo stupiva ogni volta di più, e dopo ogni viaggio, la sua cameretta non riusciva a contenere tutti i regali che il padre le portava; Federica, di otto anni, era bella come il suo papà, il suo perfetto ritratto e come lui era riservata, silenziosa, sempre al suo posto al momento giusto e aveva  un rapporto di perfetta intesa con lui.

 Le bambine sapevano della partenza del padre e cercavano pretesti per stargli accanto e non perdere nemmeno un minuto del suo tempo prezioso. Santo riuscì ad abbracciarle insieme sulla porta di casa, contenendo nel suo abbraccio i loro corpi uniti e le strinse entrambe allo stesso modo per dare un calore identico senza suscitare gelosie per questo. “Ma non dovreste  stare già a letto, marmocchie?”
“Ma che dici papà, sono appena le otto”.
“Per le bambine le  otto è già  tardi! Ciao”, disse poi rivolgendosi alla moglie, “la valigia   è pronta?” “Sì, è tutto pronto! Ma ti prego, non fare tardi stasera!”
“Non preoccuparti, il tempo di un whisky  per il rito prima della partenza!”
“Lo so, ma vorrei che tu stessi più tempo con noi, con me”.
Nel pronunciare le ultime parole, abbassò la voce, quasi a volersi scusare di averlo detto, ma Santo riuscì a sentire e a intuirne il significato, malgrado continuasse a coccolare le bambine.
Alida era  di animo forte, tenace, attiva, una buona madre e una moglie attenta. La sua dedizione alla casa, al marito, alle figlie era esemplare e Santo mal sopportava  tutte le attenzioni che aveva nei suoi confronti. Egli si trovava a suo agio solo sul ponte della nave, quando il vento lo scuoteva e lo lasciava ai rimproveri del mare.
Allora rifletteva di essere fortunato ad avere una famiglia, una casa che lo accoglieva ogni volta al suo ritorno e di avere una moglie perfetta. Quando era a casa, invece, provava il disagio di chi non sa gioire per la fortuna che si ritrovava ma pensava al dolore che si portava dentro e si sentiva come  chi approfittava  della situazione.
Alle cinque del mattino, Alida allungò il braccio verso il marito per trattenere ancora un po’ quel tepore che si creava quando c’era anche lui nel letto, ma il lenzuolo freddo e ruvido la fece svegliare di soprassalto. Come un automa si scaraventò dal letto per correre alla finestra e in lontananza scorse la Madeira con qualche luce accesa e dietro la scia per indicare il tratto percorso. Il marito era ormai partito. Di fronte a quella  scena, che si ripeteva da anni, restava silenziosa, assorta, preferiva non porsi domande, non andare oltre con i pensieri, ma fermarsi prima, facendo scattare la sua attesa per un altro ritorno. Alida conosceva bene quella parola e non ce n’era un’altra che avesse uguale valore per lei. Il ritorno era prezioso, rinnovava i suoi pensieri positivi e alimentava le speranze per un prossimo ritirarsi  di Santo dal mare.
 Il marito l’aveva sposata senza opporre resistenza, solo perché glielo aveva imposto dopo la scoperta della sua gravidanza. Dopo il loro matrimonio sembrò tutto normale, quasi una famiglia come tante, ma tra loro non era così..
Questa volta il carico era diretto a Lagos in Nigeria e nella stiva della nave erano ammassati generi di prima necessità, derrate alimentari che andavano consegnate in tempi rapidi per evitare che andassero a male. Santo e i suoi amici: Moreno, Gigione e Luca formavano un team di lavoro perfetto. Santo in qualità di comandante si faceva rispettare e aveva un’ascendenza su tutti, anche se tra loro c’era una confidenza sin dai banchi di scuola. In vent'anni di navigazione aveva raccolto una notevole esperienza ed era ritenuto un vero lupo di mare.

 Non c’era problema che lui non sciogliesse con i suoi consigli e, grazie alla sua perizia, riusciva a pianificare ogni cosa e a fare  così bene il suo lavoro che non pensò mai di poterne fare un altro con eguale maestria. Ormai solo, nella sua cabina, si versò qualcosa da bere e cominciò a prendersi in esame, cosa che non faceva quasi mai. La sua vita così normale, a tratti insignificante, si poneva davanti a lui ogni volta che partiva e si trovava lì solo, con il mare davanti a sé e dietro la costa che si allontanava sempre più. Accompagnava i pensieri con il suo bicchiere di gin e quando la mente cominciava a roteare, come una nave in tempesta, i bicchieri che mandava giù non si contavano più.
Si affacciò sulla porta il suo amico Luca, che fece accomodare offrendogli da bere: ”Vuoi?” “Non voglio bere Santo, vorrei conoscere il motivo di questa tua chiusura: ti isoli, sei silenzioso, ci eviti! Parla Santo, con me puoi farlo!”
“Lo so Luca, ti ringrazio! Il fatto è che non lo so nemmeno io”.
“E’ successo qualcosa a casa, tua moglie?”
“No, no, è tutto a posto, scorre tutto in modo normale”.
“Santo è questa normalità che mi preoccupa e  pensavo che ormai con tua moglie fosse tornato il sereno, vedo invece che ti porti dentro ancora quella ferita!”
“Vado alla deriva. Il mio unico motivo sono le mie figlie!”
“Lo so e hai cercato anche di dimenticare Sonia!”
“ Ho cercato, ma non ci sono riuscito, con tutto me stesso non ce l’ho fatta, con tutta la mia buona volontà! Ho fallito malgrado l’impegno. Lei è da sempre in me e ci resterà, qualunque cosa accada. Ho scelto la via del mare per stare lontano da casa quanto più tempo possibile. Sonia è sempre con me, è come se non se fosse mai andata. Capisci Luca? Non sono sereno, devo trovare una soluzione, altrimenti impazzirò!”
“Perché non sei stato franco con tua moglie?”
“ Per chi osserva le cose sembrano le più facili di questo mondo, ma quando le vivi non è così! Pensavo di riuscire ad amarla, è la madre delle mie figlie, una donna che tra l’altro merita di essere amata! Come potrei farle del male, lei così devota a me, che vede solo me, che mi aspetta con dedizione, mi coccola e morirebbe per me? Non ce l’ho  fatta a spegnere il suo sorriso, la sua vitalità. Ma è stato tutto inutile! Al cuore non si comanda ed è proprio vero. Avrei dovuto farlo quando aspettava la nostra prima bambina, Federica, ma non potevo abbandonarla in un momento così delicato e poi con la vita insieme abbiamo intrapreso un ritmo comune e nemmeno ho pensato più di farlo”.

“E Sonia? Perché l’hai fatta scappare?”

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14/06/16

L'affare Sonia

Da Domani, 15 giugno, prende via il romanzo "L'affare Sonia" dalle pagine del mio Blog.
A tutti coloro che volessero seguirlo, ogni settimana, il mercoledì, verrà pubblicata una parte. Non voglio annunciare niente della trama se non che si tratta di una storia di mare, ambientata in penisola sorrentina, alle Canarie e in America.

E' una storia che non ha nessun riferimento personale, nè tanto meno ho preso spunto da qualche persona in particolare. Ricordo solo che l'ho scritta durante una vacanza, qualche anno fa e dopo aver visto un film che mi ispirò.

Ogni riferimento, ogni nome o situazione della storia che possa sembrare legato alla realtà o a persone, o a fatti, è puramente casuale. Non parla di nessuna persona esistente e nemmeno esistita.
Una storia che ho scritto con grande piacere, con entusiasmo, con un grande protagonista, il mare. 
Tutti i diritti del romanzo sono riservati.

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09/06/16

Romanzo d'appendice

Da diverso tempo penso di pubblicare un romanzo a puntate sul mio Blog e lo farò a cominciare da mercoledì prossimo, 15 giugno. C''è nel romanzo a puntate una maggiore attenzione e partecipazione, una sorta di lettura collettiva, con un'attesa e un ripensare a quello che si è letto che non si ha nella lettura di un libro fatta di seguito. C'è anche un rapporto diretto tra chi scrive e chi legge, forse più stretto rispetto a chi legge tutto d'un fiato. Il feuilleton, che significa foglietto, nacque in Francia negli anni trenta dell'Ottocento, costituendo una delle maggiori attrattive per i lettori. Si inseriva nella parte bassa del giornale, a puntate, ed aveva largo seguito. Divenne, col tempo, quasi un dovere scrivere romanzi d'appendice vedendo che recava molti vantaggi all'editore. Autori famosi di romanzi d'appendice furono Alexandre Dumas, Charles Dickens, Matilde Serao...  

Seguirò questa mia idea e racconterò da queste pagine la storia di un uomo di mare. E' ambientata nella penisola sorrentina, ma spazia tra le Canarie e l'America. E' un romanzo con protagonista un comandante, un uomo che ha il mare nel sangue e di mare vive.
L'Affare Sonia, questo il titolo, vi aspetta, se volete, da questa  pagina.

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