30/12/16

Si ricomincia



A fine anno si è un po’ confusi, presi dal vortice delle feste, dai consumi, dalla stanchezza. Un’ebbrezza per farci dimenticare il tempo, che, come si sa, non può fermarsi, né ripartire, così come non comincia e non finisce. Ultimo e  Primo sono solo parole per voler definire qualcosa che invece continua il suo corso. Le vere date della nostra vita non coincidono mai con la fine dell’anno, pertanto di questo limite ci ricordiamo a malapena. I giorni degni di memoria sono scolpiti dentro di noi e li riconosciamo anche senza metterci l’anno e il giorno.


 Hanno un posto d’onore, sono luminosi, nessuna crepa, né incrinatura. Sono riposti in un album tutto nostro e vengono alla mente richiamati da altri momenti. Finisce, più che un anno, un giro, un percorso a cui abbiamo dato una partenza e un arrivo e che riprende. Potremmo definirlo una sosta, un passaggio. La stessa stagione invernale non coincide con la fine dell’anno, ma continua anche nei mesi successivi. Continuare significa che niente finisce e niente comincia, il vecchio è unito al nuovo.  L’augurio è quello di spendere bene la nostra vita, che aggiunge sempre qualcosa che  non avevamo o che non comprendevamo. Brindiamo a nuovi giorni, che siano sempre luminosi e pieni di carica. Auguri per il futuro, per quello che ancora non conosciamo ma che è stato scelto per noi dall’eternità, che talvolta ci fa paura, altre volte  ci frena. Ogni volta è come se fosse la prima volta che festeggiamo. 


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27/12/16

I mestieri scomparsi: la lavandaia

Qualche giorno fa, di ritorno da Milano, in treno, ho letto un articolo molto interessante sulle lavandaie di Pavia. La foto che corredava l'articolo mi ha attirato in modo particolare, di una poesia unica. Donne chine sull'asse in riva al Ticino a strofinare la lisciva sui vari indumenti. Un mestiere quello della lavandaia ormai scomparso, oggi abbiamo le lavatrici, che automaticamente smacchiano, strizzano, centrifugano. Una volta il bucato era sapientemente opera di donne del mestiere che si prendevano cura dei panni. Allora c'erano le case del bucato e lì una vera catena di montaggio per smacchiare e pulire abiti e biancheria. Carla e Maria Luisa di Pavia hanno ricevuto un'onoreficenza per essere le ultime due lavandaie della città, alla veneranda età di 86 e 85 anni. 

C'era una volta la "lavandera" che lavorava con le mani nell'acqua e la schiena spezzata, sempre ricurva su un'asse a strofinare. Ma Carla racconta la sua storia affermando che tutta la famiglia contribuiva al lavoro. Ci si alzava presto e dopo aver rassettato la camera, ci si recava alla Casa del Bucato  dove si raccoglieva la biancheria e la si divideva per colori. Lì i panni si mettevano in ammollo in due grandi mastelli lasciandoli per tutta la notte. Il giorno dopo, con la carriola, su cui avevano diviso i paccotti di panni banchi e a colori, venivano portati al fiume e a riva venivano spazzolati sull'asse. Era questa la fase più dura. Le donne stavano per ore a strofinare sull'asse. Sciacquavano poi i panni nel fiume e li stendevano su corde lungo la riva, in estate, mentre in inverno venivano appesi nella Casa del Bucato dove mettevano più tempo ad asciugarsi. Quella della lavandaia era un'arte mal pagata: pochi soldi per un lavoro massacrante. Ma Carla si difende dicendo che lei in tutti questi anni non è mai andata in palestra, nè ha fatto diete e a questa età si sente fresca come una donzella. Il segreto della lavandaia era stendere bene i panni per non doverli stirare. Al lavoro partecipavano anche i familiari, difatti i mariti trasportavano le carriole dalla Casa del Bucato al fiume, colmi di paccotti in ammollo. I figli erano responsabili della consegna a domicilio. Questi mestieri di una volta sono ormai rappresentati da repertori di foto che mostrano quanta fatica costassero, ma anche la bellezza del lavoro di gruppo, coordinato, amato nelle sue varie fasi. A guardare le immagini di donne chine sull'asse da lavoro, una accanto all'altra in quello spazio d'acqua, nei loro abiti lunghi, con i visi contriti dalla fatica, mette addosso una certa malinconia a pensare quanto le nostre nonne abbiano lavorato e con quanta cura svolgessero il loro lavoro. Non c'erano panni non smacchiati, tutto era rigorosamente bianco e pulito contrariamente ad oggi che con tutte le macchine a disposizione a volte abbiamo un bucato poco curato. Mia nonna conservava sempre un po' di cenere  per poter smacchiare il bucato e, a volte, quando vedevo che strofinava gli abiti con una mangiata di polvere del camino, la guardavo inorridita. Il risultato era sempre ottimo. Oggi, se un capo ha delle macchie, ricorriamo a vari prodotti e sono così tanti che non sappiamo nemmeno quale sia quello più appropriato.
Fare il bucato, oggi, può sembrare una perdita di tempo, invece rappresenta un momento piacevole solo se si pensa che sono i panni dei nostri cari, così come quando li stiriamo. Il leggero profumo che emanano, al passaggio del ferro, ci ridona i momenti vissuti con loro,  ci ricorda quello che fanno, quanto sono importanti per noi. Prendersi cura del bucato di famiglia è una forma d'amore sottile, piacevole, unica. Un voler ammettere che solo noi possiamo toccare quei panni, e che nessuno potrebbe farlo meglio di noi, oltre al fatto che non concediamo a nessuno questo piacere tutto nostro.

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La letterina di Natale

Questa mania che ogni anno prende, in prossimità del Natale, di scrivere lettere, a Gesù, a Babbo Natale, a mamma e papà, è confortante, ed è una forma per incoraggiarsi,  prendersi cura di se stessi attraverso richieste varie, riflessioni, considerazioni. Ogni anno ci piace scrivere lettere a interlocutori vari soprattutto a Gesù, come se potesse darci la certezza che quello che chiediamo venga preso in considerazione. E così abbiamo educato anche i piccoli a questa  tradizione, vista come un piacevole obbligo soprattutto a mamma e papà che, come due angeli custodi,  vengono ad aiutarci.
Ci sono bambini che lo fanno con una serietà spiazzante, facendoci poi vergognare di non credere ai loro piccoli scritti. Dentro c'è di tutto: dai giocattoli agli abbracci, dal cibo alla cancelleria. Nella loro spontaneità i bambini sono anche efficienti, risoluti, chiari, contrariamente alla lettera di un adulto che risulta ipocrita o superficiale. 
A me piacerebbe scrivermi una lettera, sì, a me medesima, per dirmi tutte quelle cose che mi dico da sola, tra me e me e proprio per dirle tra me e me a volte le prendo per poco importanti. 
Cosa dovrei scriverci in questa lettera? Be' per prima cosa ricordarmi che è passato un altro anno e diciamoci la verità, si invecchia, ma questo preoccupa fino a un certo punto...anzi no, questa è la cosa che preoccupa di più, cambiare, trasformarsi e non avere più lo stesso aspetto. Mi auguro che con l'aspetto cambi anche la frenesia del fare le cose. Cosa sarebbe cambiare fisicamente e ritrovarsi con una forza sempre più grande nel fare? Ma d'altra parte non possiamo augurarci di essere meno efficienti, anzi, vogliamo mantenerci sempre in forze. Credo sia bello anche lasciarsi andare ai nostri momenti no, alla nostra stanchezza, alla nostra crescita interiore. Sono sicura però che la nostra anima ringiovanisca col tempo contrariamente al fisico, e questo è il vero problema. Con l'esperienza ci gestiamo meglio, sappiamo cosa vogliamo, e siamo più attenti. Poi vorrei dirmi di prendermi più tempo per me stessa. Credo che le nostre giornate debbano avere momenti di riposo come altri di riflessione. Oltre al fare c'è anche il riposare, ma nella nostra cultura, soprattutto meridionale, il piacere è all'ultimo gradino. Mia madre, quando mi vedeva seduta, magari a riflettere con un libro in mano, tra la lettura di una pagina e l'altra, mi diceva sempre che non dovevo stare con le mani in mano. Ma io non ero a perdere tempo, stavo lì a riflettere, e siccome lei non amava leggere, quando ero assorta nelle mie letture, credeva che non stessi facendo nulla. A volte le mamme ci mettono strane idee in testa e ora è colpa sua se mi rimbomba sempre nella mente questa frase che mi induce a fare una cosa dopo l'altra senza mai fermarmi. Così non mi ascolto, nella stanchezza come nella voglia di fare quello che più amo, sono eternamente alle prese con qualcosa.
Ancora mi vorrei dire di dare più spazio alle mie passioni, sì, e fare in modo che non vengano dopo tutto il resto. Non si è capito che il lavoro assorbe le nostre energie e non ce ne lascia per altro. Nessuno  tiene conto di questo e le passioni a volte dobbiamo rubarcele, come se fosse una debolezza fare quello che amiamo. Le passioni non sono meno importanti del lavoro e da questo momento in poi saranno per me  una priorità. E che sia una letterina valida per tutto l'anno e non solo in occasione del Natale.

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08/12/16

L'affare Sonia 22

Voleva raccontargli di suo padre, del grande uomo di mare, dei suoi sacrifici e constatare che anche lui aveva nel suo cuore i pensieri del suo papà. Voleva identificarsi in lui e vedergli in piccolo le sue caratteristiche. D’altra parte sarebbe stato difficile strapparlo a quel mondo così artefatto. Il suo posto era lì dove era nato, non avrebbe mai permesso di spostarsi altrove o poter capire il mondo del suo vero papà. Almeno nel pensiero cullava suo figlio perché solo lì poteva sentirlo suo, al riparo dalle convenzioni, dalle apparenze, semplicemente nel calore della verità. Immaginava le sue fattezze, le sue propensioni e lì al caldo dei suoi pensieri lo vedeva crescere meglio che se gli fosse stato accanto. Era questo particolare aspetto del suo carattere di pensare oltre misura su ogni cosa che non gli faceva rimpiangere la sua vista. 

Ogni tanto gli mancava il colore del sole e della sua terra, colori ineguagliabili. Era fortunato ad averli conosciuti: il bianco puro dei fiori d’arancio, il giallo dei limoni sempre profumati, il blu intenso del suo mare e il turchino del cielo o il verde dei monti intorno con tutte le sue gradazioni e ancora l’arancio intenso degli agrumeti sparsi ovunque. Tutti questi colori erano stampati nel suo cervello. L’unico interesse immediato, oltre al benessere dei suoi familiari erano gli affari che lo tenevano vivo. Sarebbe rimasto lì qualche mesetto prima di ripartire, là dove lo riportavano gli interessi sparsi per il mondo per poi ritornare alla sua seconda terra, Santa Cruz. Nel frattempo avrebbe retto i fili degli affari anche lì a Sorrento, aiutato da tutti i familiari e dagli stretti collaboratori. Nei giorni che seguirono rifinì la procedura per il divorzio con grande civiltà nei confronti della moglie. Le bambine ebbero il padre tutto per loro e si divertirono come un tempo sui colli vicino alla loro casa. Santo era ancora abile a tirare qualche palla o essere sbattuto sul prato e giocare con loro. Zack, fedele al suo ruolo di accompagnatore gli evitava tutti i pericoli. Le bambine erano veramente felici. Santo, a tratti, si immalinconiva, le cercava con le mani tese, le attirava a sé e le stringeva forte al petto: “Quanto mi siete mancate”!

“Papà fece Marika, perché non mi vedi?” “Perché ho giocato con un delfino che stava sotto la mia nave e alla fine mi ha fatto cadere in acqua e paf come per magia non ci vedo più!” “Allora è stato più forte di te?” “Molto più forte di me! Ora lo aspetto di nuovo e quando ritornerà lo affronterò con una forza maggiore”. “Oh papà, ti prego, fece Marika quasi piangendo, quello ti ammazzerà”.
“Ma che dici, stupida, fece Federica, mica è un uomo, è un pesce”.
“No, stai tranquilla, rispose il padre, ora so di essere più forte e lo ammazzerò, te lo prometto”.
“Bravo papà, sei sempre il più forte”. Zack accucciato al lato del padrone sembrava gradire quella conversazione e Marika liberatasi dalle braccia del padre gli diede un piccolo schiaffo e Zack intese che doveva giocare con lei.
Subito Federica si aggrappò al padre questa volta tutto per sé e lì appoggiata al suo petto dove poteva sentire il ritmo del suo cuore, sembrava al sicuro.
“Papà devi partire di nuovo?” “Federica adesso è tutto diverso. Papà non porta le navi, mai più. Ora papà le navi le compra e questo vuol dire che le mie assenze sono brevi e qualche volta porterò anche voi con me”.
“Papà perché hai lasciato mamma?” “Vedi, tesoro, la mamma è così buona con me e lo è sempre stata. Non voglio farla soffrire.
Lei ha sempre odiato le mie assenze. Moreno è stato il suo primo amore, mentre io amavo un’altra donna quando ero ancora ragazzo. Poi lei è stata mandata in America perché non volevano che si sposasse con me. Ora ci siamo incontrati a Santa Cruz, la mamma questo lo ha capito e non lo ha tollerato. Tra noi resta però l’affetto che ci ha uniti e voi che siete la nostra parte più bella. Insieme abbiamo deciso di stare con la persona che amiamo di più”.
“E noi? Ci ami di più come dici tu adesso che non stai più con la mamma?”
“Vedi, i figli si amano sempre di più rispetto a tutte le altre cose perché tu e Marika siete due pezzettini delle nostre vite, mia e di mamma. E’ come se qualcuno ti chiedesse se tu vuoi bene alla tua gamba o alle tue mani. Non puoi scegliere perché ami tutto il tuo corpo!” “E’ vero papà. Allora ci vorrai sempre bene?” “Come potrebbe essere diversamente? Adesso siete voi a farmi vedere. Ed io anche al buio vi vedo, siete i miei occhi.” “Papà sei così bravo e ti voglio sempre così”. Zack si unì a loro e insieme rotolarono sul prato primaverile, sotto il profumo degli aranci e limoni mentre in lontananza le scie delle navi solcavano il mare in ogni direzione.
Alida tornò a prendere le bambine. Santo la fece sedere accanto. Poteva immaginare le sue espressioni che conosceva bene ma molto meglio conosceva la sua bontà.
“Sei una donna straordinaria! Ti ho sposato proprio per questa caratteristica e sei stata contagiosa”. “Santo mi dispiace per tutto quello che è successo!” “Non lo dire. E’ solo colpa della mia testardaggine!” “Ora la vedi Sonia? State insieme?” “Non sto con lei. Mi sono trincerato dietro al mio buio. Devo prima risolvere qualche problema e poi vedremo”.


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