La nostra storia nelle mani

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Le mani, per quanto cerchiamo di tenerle curate e belle, mostrano i segni del tempo. Non quello dell’orologio, ma quello vissuto.

La mia mano sinistra, a guardarla, è una mano normale. Ma so che alla base del pollice c’è una stiratura del nervo, ricordo di un’ancora tirata male in barca da una posizione contorta. Mi riporta alle giornate di mare con mio padre, alle nostre chiacchierate e, ancora di più, alle risate. Ricordo perfettamente lo sforzo di quel momento, la tensione nel braccio, la presa stretta sulla cima.

A volte sento piccoli pizzichi che arrivano fino al polso. Allora apro il palmo e comincio ad accarezzarlo, dal centro della mano fino al braccio. È un modo per alleviare quel piccolo dolore, per rassicurarla che, lentamente, passerà.

E che dire dell’indice. Quando il tempo è cattivo, all’estremità,  proprio sulla falangetta, mi prende un torpore che mi riporta a una lavagna caduta dall’asse, finita con lo spigolo sopra il mio dito, rimasto intrappolato in quella posizione per un quarto d’ora. Non riuscii a trattenere il pianto dal dolore. I ragazzi in classe non sapevano come aiutarmi; li rassicurai finché arrivò il bidello a liberarmi da quella morsa. In quel punto è rimasto un leggerissimo rialzo. E ogni volta che il ricordo si riaccende nel corpo, accarezzo il dito come per proteggerlo. Dopo ogni piccolo massaggio mi sento alleggerita dalla tensione.

Poi ci sono i segni più quotidiani: screpolature, piccole bruciature lasciate dai fornelli. Tracce silenziose di gesti ripetuti, di cura donata agli altri.

La mia mano destra è quella tenace, quella che lavora di più. È leggermente più grande dell’altra, sempre pronta a fare qualcosa: è lì che si avverte maggiormente il peso del lavoro svolto.

E poi c’è il callo della scrittura: la penna appoggiata tra pollice e indice, sorretta dal medio, così caratteristico con quel piccolo rilievo sotto l’unghia, come un segno inciso dalla presa costante della penna.

Ogni segno, ogni piccola piega racconta una fatica, una giornata lunga, uno sforzo fatto senza clamore. Le mani non mentono: portano addosso la verità del lavoro, delle responsabilità, delle cose costruite poco alla volta. Sono il nostro primo strumento, quello che usiamo prima ancora di capire davvero quanto valga ciò che stiamo facendo.

Con le mani abbiamo imparato. Hanno stretto altre mani nei momenti importanti, hanno sorretto pesi visibili e invisibili, hanno creato qualcosa dal nulla. E mentre il resto di noi cambia quasi senza accorgercene, loro restano lì, fedeli, a testimoniare il cammino.

Ma la fatica si alleggerisce quando si intreccia con quella degli altri, quando troviamo riparo in qualcuno e lo facciamo tenendoci per mano. Il calore che si trasmettono è la vera linfa che le sostiene. In quei momenti non avvertiamo alcuna stanchezza.

Mi sorprende come la nostra storia passi attraverso le nostre mani.
Dentro le mie vivono quelle di mia madre e, prima ancora, quelle di mia nonna.
È così che il tempo continua: non nei giorni che scorrono, ma nei gesti che restano.

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