L'attaccapanni

 

                                                   


 

A voce alta ho espresso il desiderio di parlare dell’attaccapanni come se avessi scoperto l’uovo di Colombo. «Ma dimmi», mi sono detta, «chi può mai parlare dell’attaccapanni?»

Sembra assurdo, forse persino stupido. Eppure a me ispirano proprio le cose ovvie, quelle che nessuno prenderebbe in considerazione. Perché allora l’attaccapanni? Intanto, mi affascinano i vari modelli: a parete o a piantana, in legno o in ferro battuto. Ciascuno di essi esprime una pausa, un momento in cui i nostri soprabiti prendono congedo da noi. Non è facile seguire un cappotto per tutta la giornata; appenderlo significa concedergli una sosta, un piccolo distendersi.

Cerco di mantenere l’attaccapanni sempre libero, mai sovraccarico. Ma quando mi fermo a guardare i cappotti o gli impermeabili appesi, succede qualcosa di curioso: assumono caratteri propri. Il cappotto rosso di mia figlia, dritto e ben teso, sprigiona un’eleganza inattesa. Il mio blu marina, doppio petto con cintura, appare quasi vivo: le spalle ben sorrette, il collo ampio, la cintura che scende come un piccolo fiume. Separarmene sarebbe un tradimento. Lo osservo e mi vedo dentro di lui, sospeso tra movimento e memoria.

E poi ci sono borse, ombrelli, zaini e cappelli. L’attaccapanni diventa uno spaventapasseri gentile, vigile, un usciere che distribuisce protezioni adatte alle uscite. Quando è sovraccarico, sembra un omino di Botero alle prese con una dieta impossibile, ma persino sotto quel peso conserva un certo fascino.

Gli attaccapanni a muro, invece, danno un senso di solidità: i panni si aggrappano alla parete, frenati da quelli sovrapposti. Di solito sono in legno, caldi, tradizionali. Sono appoggi di passaggio, piccole pause fuori dall’armadio.

E poi ci sono le forme più strane degli indumenti appesi: ora grassi omini, ora stecchiti manichini senza forma. Curiosamente, a volte gli indumenti appaiono più eleganti senza le nostre protuberanze, più liberi e leggeri, quasi volessero ricordarci che la bellezza può esistere sospesa, senza di noi.

Quando resta solo con i cappelli, sembra privo di corpi ma ricco di teste da scaldare. Ce ne sono di tutte le forme, alcuni restano appesi fino a primavera, come se non volessero andare via. Stessa fine le sciarpe, che si avvolgono a forma di ciambella o scendono a terra come bisce curiose pronte a insinuarsi da qualche parte.

Con un po’ di attenzione, gli si possono dare anche forme umane: un ombrello, un cappello, una borsa, un cappotto posizionati nella giusta maniera possono trasformarlo in una persona sulla soglia di casa. Il suo ruolo è indispensabile: accompagna chi entra ed esce, fornendo tutto l’occorrente. E il suono che fa girando su sé stesso è unico: chi lo muove a vuoto, chi gira lamentandosi, chi cerca il cappotto, chi lo fa ruotare per curiosità.

Quando lo spolvero e lo vedo libero, appare quasi vuoto e inutile. Eppure il peso degli abiti è necessario per la sua funzione: sostiene, regge, attende. A volte mi diverto a cambiare il suo posto, a immaginare il suo giro nello spazio dell’ingresso come un piccolo sistema solare domestico.

E poi c’è la cosa più divertente: anche senza abiti, l’attaccapanni resta creativo. Si può vestire di altri oggetti, dare colori, forme e fantasia. Osservandolo da lontano, indica tregua, assestamento, riposo… attesa.

L’attaccapanni, insomma, è un piccolo teatro domestico. Silenzioso, paziente, un po’ comico. Ed io, controcorrente come sempre, lo guardo, lo ammiro e, sì, a volte gli parlo.




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