Ritrovarsi





Ieri, dopo tanti anni, ho rivisto una mia compagna di scuola.
L’incontro è stato organizzato da sua sorella che, avendomi scorta su Facebook, ha fatto da tramite. Quando su Messenger mi ha proposto di vederci, ho accettato subito, senza esitazioni, come se la memoria avesse già deciso per me.

Di lei ricordavo tutto con chiarezza: una ragazza alta, bella, di carattere, studiosa, grande lavoratrice. Materna, accogliente. Di una classe intera ricordo tutti, ma ci sono persone che, senza un motivo preciso, restano legate a noi in modo diverso. Come se ci si conoscesse da sempre, come se si appartenesse alla stessa famiglia. È una familiarità che non si spiega: si sente.

Mentre mi preparavo, ho avvertito un’emozione insolita. Prima perché una compagna mi cercava, poi per la curiosità: come ci saremmo ritrovate? Che tipo di donne eravamo diventate? La vita ci avrebbe cambiate? Ci saremmo riconosciute?
Nemmeno da bambina avevo provato una sensazione simile. Alle tante domande ho preferito non rispondere: mi piaceva l’attesa, la sorpresa.

In macchina sorridevo. La rivedevo entrare in classe, sempre luminosa, quasi una dea, con quei capelli mogano mossi, il profilo perfetto. E soprattutto quella capacità rara di vederti davvero. Capiva se stavi bene, se eri triste, se qualcosa non andava. Si avvicinava con un fare materno, cercava di comprendere. Condivideva confidenze, ascoltava le mie. Attraversava i banchi con lo sguardo rivolto agli altri, a volte si arrabbiava perfino con i professori. Era questo a renderla vera, sincera, profondamente umana.

Accettare il suo invito è stato naturale. Non ho dovuto pensarci: era giusto così.

Quando l’ho intravista in macchina, venirmi incontro nel punto in cui ci eravamo date appuntamento, ho rivisto la compagna che avevo lasciato e mi sono commossa. Possibile che il tempo abbia questa capacità: cambiarci, scavarci, renderci più fragili… o lasciarci esattamente dove eravamo?

Seguendola verso casa sua, lei davanti e io dietro, mi chiedevo perché certi incontri accadano. Perché proprio ora. Sorridevo pensando a noi due tra i banchi di scuola, alle confidenze, ai miei malesseri di allora, alle vite che avevamo immaginato e a quelle che poi sono state. Il passato, all’improvviso, ti travolge: pesa, ma è anche un ritorno dolce, un tempo che non potrai più avere e che proprio per questo fa male e bene insieme.

Una volta parcheggiate, non riuscivo a scendere dall’auto. Lei, impaziente, mi ha quasi trascinata fuori per abbracciarmi. Un abbraccio lungo, avvolgente, come quelli di mia madre. Non voleva lasciarmi. Mi chiedevo cosa avessi fatto per meritare tanto. Era impossibile non commuoversi. In quell’abbraccio si scioglievano i ricordi, un frammento di vita condivisa, la forza di due donne più mature già allora. I suoi occhi mi cercavano, confrontavano la donna davanti a lei con la ragazza di un tempo.
«Non sei cambiata per niente», mi ha detto. «Sei uguale a quando ti ho lasciata».

Sempre spontanea, genuina. Con uno slancio improvviso ha staccato una camelia rosa dall’albero davanti casa e me l’ha messa in mano: «Questa è per te».
L’ho tenuta con me per tutto il tempo passato davanti al camino, insieme alla sua famiglia. Quattro ore volate a raccontarci.

Sono rimasta stupita dall’accoglienza: mi hanno ricevuta come una figlia tornata da lontano. La madre, con un sorriso luminoso nonostante l’età, mi guardava con una tenerezza quasi sacra. Le sorelle, che finalmente mi incontravano dopo anni di racconti. Mai mi ero sentita così accolta.

Davanti al camino il tempo ha perso consistenza. Ci siamo raccontate le nostre vite come anime che si ritrovano. Io ho sempre custodito in silenzio la stima per lei; non avrei mai immaginato che fosse ricambiata, forse persino amplificata. È stata un’emozione difficile da contenere.

La giovinezza, le attese, i sorrisi, il futuro spalancato davanti: cosa rende certi incontri così speciali?

Eppure il tempo lascia nell’ombra molte esperienze. I ricordi sbiadiscono, si dimezzano, alcuni scompaiono. Restano quelli che abbiamo colorato di senso: un sorriso, un’emozione, qualcosa che ha cambiato il nostro modo di sentire.

Certe cose non si spiegano. Il feeling esiste. È quella sintonia profonda che nasce quando incontri qualcuno che ammiri, che stimi, che senti vicino.

Quattro donne intorno a un camino, ad ascoltarsi. Sembrava un’immagine di altri tempi. Ho dimenticato il telefono, la cena che mi aspettava a casa, la pioggia fuori, il rientro in solitudine. Ho dimenticato tutto. C’erano solo le parole, la sua voce un po’ roca, lenta, gli occhi attenti a cogliere ogni mia emozione.

Ho vissuto cosa significhi essere ascoltata davvero. Vedere sui volti degli altri il piacere dell’ascolto. Non esiste una parola che contenga tutto questo: forse sono attimi di felicità, quelli in cui esistiamo pienamente. Momenti veri, necessari, curativi. Sentirsi in sintonia è un dono impagabile.

Stamattina la camelia è ancora sulla mia scrivania, intatta. La guardo e sorrido.

Che cosa ho fatto io? Nulla, se non dire sì. Come se quel benessere nato a scuola non si fosse mai interrotto. Il tempo era rimasto sospeso.
Ieri lo abbiamo semplicemente ricucito.

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