Essere madre: una trasformazione silenziosa



                                            



Ieri ascoltavo una donna dire che non sopporta quelle persone che sostengono che, se non sei madre, non puoi capire davvero certe cose della vita.
Ci ho riflettuto a lungo, perché è una frase che ho sentito spesso e capisco bene perché possa ferire chi non ha figli, per scelta o per destino.

Eppure so anche che, quando è nato il mio primo figlio, qualcosa dentro di me è cambiato profondamente. È cambiata quasi la geografia del mio cervello.

Prima organizzavo la mia vita seguendo soprattutto ciò che desideravo, ciò che mi piaceva, i miei ritmi. Poi sono arrivati l’ansia, la paura, e una responsabilità continua che non ti lascia più davvero. Un esserino così piccolo riesce a spostare tutto: priorità, bisogni, progetti, perfino il modo di pensare.

Cominci a vivere tenendo conto di lui in ogni cosa: quello di cui ha bisogno, ciò che devi evitare, le parole che non vuoi pronunciargli davanti, le paure che cerchi di non mostrargli. Cambiano anche le tue abitudini più semplici: dormire quando puoi, mangiare appena riesci, evitare di stancarlo troppo se decidi di uscire.

E poi la quotidianità diventa un mondo nuovo: gli orari delle poppate, il tiralatte, le bottiglie, le bavette sparse ovunque. Se allatti, impari persino a nutrirti pensando prima a lui che a te stessa. Vorresti magari sederti al pianoforte, ma lui dorme; poi si sveglia, e comunque non puoi, perché ha bisogno di te.

Tutta questa palestra mentale ed emotiva ti cambia lentamente. A un certo punto non ti senti più una persona sola: è come se foste diventati due esseri intrecciati. Tutto dipende da te.

E sbaglierai anche. Nello svezzamento, nei momenti di stanchezza, quando perderai la pazienza o quando lui sarà ostinato e difficile da capire. Ma intanto, quasi senza accorgertene, il suo mondo prende spazio dentro il tuo. Tante volte diventa prioritario che mangi lui, che dorma lui, che stia bene lui. E tu finisci in secondo piano senza nemmeno decidere davvero che accada.

Poi arrivano le preoccupazioni che accomunano le madri da sempre: quanto ha mangiato, se cresce bene, le febbri, i denti, le prime parole, la scuola, i compiti, le amicizie, il futuro.

Molte volte rischi di perderti di vista, ma allo stesso tempo sviluppi un’attenzione assoluta verso ogni minimo cambiamento che lo riguarda. Impari a conoscere il suo carattere, le sue paure, i suoi talenti, le sue fragilità. È come esplorare una terra sconosciuta ogni giorno.

E in questo continuo confronto non solo insegni ma impari anche tu. Cambia il tuo modo di vedere la vita, le relazioni, il tempo, perfino te stessa.

Per questo, quando alcune donne dicono che la maternità cambia profondamente una persona, credo non vogliano rivendicare una superiorità o la semplice capacità di partorire. Credo parlino di questa trasformazione interiore: del vivere costantemente in relazione con qualcuno che, in qualche modo, continuerà ad abitarti dentro per sempre.

Perché anche quando i figli diventano adulti, non se ne vanno davvero. Restano da qualche parte dentro di te: in una preoccupazione improvvisa, in un pensiero che riaffiora, nel desiderio di sapere se stanno bene, cosa pensano, come stanno affrontando la vita.

E forse la maternità è proprio questo: un esercizio fisico, mentale ed emotivo che non finisce mai.

Ma tutto questo non significa che chi non ha figli ami meno, capisca meno o viva relazioni meno profonde. Esistono forme di cura, dedizione e maternità emotiva che attraversano tante vite diverse. Perché non è il parto, da solo, a fare una madre: è tutto ciò che si costruisce dopo, dentro l’amore e nella responsabilità verso qualcuno.

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