Leggere sotto l'ombrellone, oggi, non è più così semplice. Ci ho provato e, in un certo senso, ho fallito. E pensare a quanti libri ho letto in passato proprio in spiaggia! Si aspetta l'estate anche per questo: immaginando ore di tranquillità da dedicare alla lettura. E invece posso garantire che è diventata un'impresa.
Anzitutto è inutile portarsi tre libri quando il tempo basta appena per sfogliarne uno. Si pensa di poter scegliere sul momento da quale iniziare, ma non funziona così. La giornata al mare è fatta di bagni, asciugamani da stendere, shampoo, quattro chiacchiere, qualche passeggiata. Quando finalmente ci si sdraia, sembra arrivato il momento giusto. E invece bisogna cercare gli occhiali da lettura, perché quelli da sole non bastano. Io preferisco averli separati, ma appena li indosso ecco che la luce diventa troppo forte e leggere si fa faticoso.
Si resiste un quarto d'ora, forse venti minuti, senza che nella storia accada ancora qualcosa di davvero coinvolgente. Così il libro si richiude con la promessa di riprenderlo più tardi. Si prende allora il secondo, convinti che magari susciti maggiore interesse, ma il risultato è identico. Dopo poche pagine torna la voglia di fare un altro bagno.
Mentre si è in acqua si ripensa alle poche righe lette e ci si promette che, una volta usciti, si ricomincerà con più concentrazione. Ma tutto ricomincia da capo.
A complicare le cose c'è il telefonino. Ogni pochi minuti viene spontaneo controllare se qualcuno ha chiamato, scritto un messaggio o inviato una mail. È una distrazione continua che, senza quasi accorgercene, prende il sopravvento.
Eppure una volta non era così. Sotto l'ombrellone sembrava di stare su un'isola deserta, riparati non solo dal sole ma anche dal resto del mondo. Non esistevano i social, non c'era l'urgenza di sapere tutto e subito. C'eravamo soltanto noi e il libro. I capitoli scorrevano senza interruzioni e le pagine si divoravano una dopo l'altra.
Ricordo ancora quei libri con il sapore del mare, i granelli di sabbia rimasti tra le pagine, la copertina un po' incurvata dalla salsedine e dal vento. Ogni volta bastava scuoterli leggermente e tornavano quasi nuovi. Sotto quell'ombrellone le storie prendevano vita davanti agli occhi: i personaggi camminavano con noi e, a distanza di anni, ricordo meglio certe pagine lette che non molte giornate trascorse al mare.
Oggi, invece, la spiaggia sembra una palestra del tempo libero. Bisogna fare sempre qualcosa: nuotare, passeggiare, allenarsi, fotografare, controllare il telefono. Se lascio il libro sul lettino, il vento comincia subito a sfogliarlo come se volesse leggerlo lui. Allora lo proteggo, lo ripongo nella borsa quasi fosse una reliquia.
E non manca mai qualcuno che ti interrompe con una domanda, una richiesta o un piccolo imprevisto. Non fai in tempo a sdraiarti che devi già rialzarti.
Poi basta alzare gli occhi dalle pagine perché il mondo della spiaggia catturi l'attenzione. Una distesa di tatuaggi che sembrano raccontare intere enciclopedie: animali, scritte, simboli che sbucano dai punti più impensati del corpo.
L'altro giorno osservavo una ragazza distesa sul lettino. Continuava a fare smorfie e pose senza che riuscissi a capirne il motivo. Solo dopo mi sono accorta che teneva il telefonino nascosto per fotografarsi in continuazione. Quando finalmente si è alzata, non si era resa conto che il bikini, ormai ridotto ai minimi termini, lasciava ben poco all'immaginazione. Non sapevo se ridere o provare imbarazzo.
E poi c'è sempre il personaggio che arriva in spiaggia come se dovesse fare il suo ingresso in scena, con l'aria di chi sembra dire: «Eccomi, so che mi stavate aspettando.»
Anche i bambini sono cambiati. Sono pochi, perché ormai sembriamo davvero un popolo in estinzione, e arrivano armati di ogni genere di gonfiabile e natante. Noi, invece, con un secchiello e una paletta costruivamo castelli, fossati, fortezze e cunicoli per ore intere. C'era fantasia, pazienza e tanta voglia di inventare. Oggi il tempo si trascorre quasi tutto in acqua. Così, ogni volta che alzo lo sguardo dal libro, c'è qualcosa che interrompe il filo della storia.
L'altro giorno Federico II stava raccontando al suo fedele Addid i delicati rapporti con Al-Kamil quando, in lontananza, ho visto una barca dall'aspetto curioso: sembrava una zattera uscita da Robinson Crusoe, con due pali e un telo a fare da vela improvvisata. Mi sono messa a osservarla, cercando di immaginare da dove venisse e cosa ci facesse laggiù.
Quando sono tornata al libro, senza accorgermene avevo ripreso alcune pagine precedenti e continuavo a leggere convinta di essere andata avanti. Solo dopo qualche minuto ho capito l'errore. A quel punto ho chiuso il libro, quasi per protesta.
Mi succede anche di sorridere leggendo una battuta o un dialogo e di accorgermi che qualcuno mi osserva incuriosito. Allora provo a raccontare ciò che sto leggendo, pensando di condividere un piccolo momento di entusiasmo. Ma è tempo perso. Nessuno ascolta davvero. Ognuno torna immediatamente al proprio smartphone, a scorrere immagini, messaggi e notifiche.
Quando, raramente, alzano lo sguardo, hanno l'aria stanca di chi abbia già lavorato per ore. Se mettessi loro in mano un libro invece del telefono, credo che reagirebbero come davanti a un oggetto estraneo.
Io, però, continuo ostinatamente a portare i miei libri al mare. So che mi distrarrò, che il vento li sfoglierà e che qualcuno interromperà la lettura. Eppure, quando finalmente intorno torna un po' di silenzio, rientro volentieri nella stanza di Federico, ormai malato, accanto al suo amico e fedele guardia Addid.
Ascoltare l'imperatore che racconta la propria vita, mentre l'amico gli rinfresca la memoria e condivide con lui ricordi lontani, mi ricorda ogni volta quanto abbiamo ancora da imparare dagli uomini del passato. È un patrimonio di esperienze e di storie così vasto che, forse, non basterebbe un'intera vita per leggerlo tutto.
