La casa in montagna

 



Avevo una casa in montagna... Sembra l'incipit de "La mia Africa" di Karen Blixen. Dico sembra, poiché là cominciava così: "In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong".  Ci penso ogni anno all'approssimarsi del Natale.

Erano soprattutto i mesi invernali quelli in cui ci si andava, per una tregua indispensabile ai ritmi frenetici del lavoro in città. Non c'era alcun telefono lì, anzi, avevamo il primo prototipo di telefonino. 

Era una casetta a tre piani con spazi davanti e sul retro. Salendo verso l'ingresso, dalla strada principale, c'era un piccolo giardino con al centro il pino di Natale e le siepi intorno. Dalle camere, al secondo piano, il panorama era da cartolina: di fronte e tutto intorno le montagne che circondavano la zona, le cui cime, se imbiancate, davano uno spettacolo ancora più suggestivo. 

Di questi tempi era tutto innevato e  non si riusciva a guardare lontano: la distesa bianca non trovava confini. Quelle erano le giornate da passare con gli amici, al caldo, con un fuoco scoppiettante nel camino, o sul divano col plaid e un libro. Mettendo il naso fuori dalla porta, si avvertiva lo sbalzo di temperatura quando l'aria calda del respiro usciva come una nuvola che si allungava per poi disperdersi. Unica fonte di calore nella monotonia del bianco e freddo intorno. Il pino nell'aiuola centrale, davanti casa, dava sprazzi di un pallido verde e attendeva di essere allestito per il Natale. Misuravamo la sua bellezza dall'estensione e dagli  aghi per ramo. Quello del nostro vicino era, come lo definiva la nostra amica:"Un signor pino", per bellezza, altezza e colore intenso. Ma anche spogli da addobbi facevano il loro effetto. 

Quando finivo di leggere e il fuoco ravvivava in modo esagerato le mie gote, salivo in camera a dipingere. Il silenzio in cui ero ovattata mi  dava la giusta concentrazione per accogliere l'ispirazione. Ogni tanto aprivo la finestra per sentire l'aria ghiacciata sul viso, a prova che fuori il freddo stecchiva, e quella sferzata di brividi mi portava a chiudere subito, tornando al caldo e alla tela. A volte osservavo la vallata, i minimi particolari delle colline davanti, le aiuole giù, i bambini giocare senza sosta e pieni di energia, chi si attardava a entrare per chiacchierare con qualche amico fuori. Qualche volta si scendeva in paese prima di pranzo a prendere il pane e al ritorno, risalendo la collina, vedevo tutti i comignoli delle case sbuffare. Quelle nuvole irregolari che salivano verso il cielo, come scale sbilenche modello Mary Poppins, spennellavano un po' di ombre in quell'aria priva di contrasto. 

Per pranzo, inutile dirlo, avevo da sfamare i miei lupacchiotti, e non bastava mai niente: mangiavano a gettito continuo e con tutte le provviste, temevo di finire le scorte. Di solito eravamo sempre in compagnia, tra amici nostri e dei bambini. 

Pasti sempre caldi con la pasta in prima linea, dolci, frutta. E dal camino si prelevava qualche castagna scoppiettante. Dopo pranzo si riusciva  a far fronte al freddo con qualche passeggiata o a spaccare la legna, sistemare una siepe, qualche chiacchiera con i vicini. Ma dopo poco ci si rifugiava davanti al camino.  

 Di solito si partiva il venerdì con arrivo di sera, per restare lì fino alla domenica. Il momento di entrare in casa era sempre uno choc: il freddo ci impediva di muoverci, qualche ragnatela scendeva dal soffitto e andava tolta, urgeva spolverare, sistemare la biancheria, avviare il camino.

 Il primo giorno di soggiorno si andava in giro per il paese, o in cima alla montagna, o a cercare i negozi di ferro battuto e pentole di rame, a mangiare il dolce della pasticceria del paese che faceva una crostata di mele squisita, o in giro con amici. Arrivavamo fino al fiume, sempre imbacuccati, o andavamo nei paesi vicini. Non c'era differenza tra noi adulti e i bambini. Ci si divertiva allo stesso modo. Ma subito dopo, a casa, mi raccoglievo in camera per progettare disegni e fissare idee sulla tela.  Il silenzio, nel pomeriggio, conciliava anche una buona lettura. Raramente dormivo: per me era tempo perso, dovevo darmi da fare. Ho ultimato lì diversi lavori. Quando i miei non mi vedevano in giro, capivano e si dimenticavano di me.  Le uniche tensioni erano le preoccupazioni dei figli, quando qualche volta si allontanavano con gli amici. Allora stavo con le orecchie tese. 

Quando di domenica si tornava a casa, rientravo a malincuore. 

Crescendo i ragazzi preferivano restare a casa il sabato e la domenica e cominciammo ad andarci sempre più di rado. Passavano anche tre mesi prima di ritornarci.

Cambiano tempi e le esigenze ma restano i ricordi. 

Tutto torna

                                   

   

"Tutto torna": la vita ci riporta indietro quello che abbiamo dato. Tutte le nostre azioni, buone o cattive, hanno un percorso coerente.

 Quanto dai in bene o in male, tanto avrai. Come ti regoli con gli altri così faranno con te! 

Nel nostro agire dimentichiamo le reazioni ed emozioni del prossimo, mettendo al primo posto l'"io", "il più lurido dei pronomi", come lo definiva Carlo Emilio Gadda. E non poche volte calpestiamo gli altri pur di raggiungere i nostri scopi.

Pochi hanno la sensibilità di non ferire. 

Molti si aspettano di ricevere il corrispettivo di ciò che hanno dato, come se fossero dei cambiavalute. Allo stesso modo, se infliggono duri colpi agli altri, non sospettano minimamente la loro brutta reazione. Vogliamo essere ripagati delle nostre buone azioni ed essere perdonati o almeno ignorati quando lavoriamo contro. 

 E ancora, quando accadono brutti eventi a nostre spese, aspettiamo di vedere gli altri sotto la nostra scure. Ne siamo sicuri, forti del "tutto torna".

Ma la vita non va così. Non puoi attendere la benevolenza da chi ha ricevuto bene da te, o affetto da chi hai amato e mai si è preoccupato per te, o considerazione da chi hai messo sempre al primo posto.  Su tanta gente che riceve bene da noi solo qualcuno si comporterà allo stesso modo nei nostri confronti. Alcuni crederanno di meritarselo, altri che non devono niente a nessuno, altri ancora che non te lo hanno chiesto.  Molti  ignorano i tuoi gesti, non hanno tempo di pensarci, presi dalla loro vita. E da tutte queste esperienze nascono le nostre teorie filosofiche: se gli altri ci ignorano, anche loro saranno ignorati. Ma secondo il Vangelo non  è a chi hai fatto bene che ti restituirà ciò che attendi, ma da chi non te lo aspetti. Riceverai bene o male non dalle persone con cui hai interagito, ma da chi proprio non c'entra con le tue azioni.

Procedere senza dimenticare chi ci ha dato e chi ha ricevuto o se siamo stati corretti o reprensibili sarebbe un buon inizio. Ma tante volte accade che siamo noi a cambiare prima che le azioni tornino indietro. Ogni azione una sua reazione, è una legge fondamentale della fisica. Proprio come afferma il terzo principio della dinamica di Isaac Newton: a ogni azione può succedere una reazione uguale o contraria. Un po' quello che dice anche la legge del Karma: un'azione positiva ne porta un'altra di uguale tensione, così come quella negativa produrrà effetti spiacevoli. E a volte nella vita succedono più reazioni contrarie che di uguale forza.

 Nella realtà accade, per esempio, che, se aspetti l'attenzione di una persona e quel gesto giungerà tardi nella vita, sicuramente non starai più lì ad attenderla. Un altro, magari, proprio in quel momento comprende e vuol riparare, ma a te non interessa più. Così se ti sei dato da fare a mettere in croce qualcuno,  sicuro della sua impossibilità a reagire, ecco che, invece, ti viene contro in un momento in cui non eri preparato. 

La vita va più o meno così, solo che non ce ne accorgiamo. Tutti abbiamo sperimentato di ricevere attenzioni quando non ci speravamo più, di avere amore quando non ne avevamo più bisogno, di essere benvoluti da chi non attendiamo più. A volte tutto torna con gli interessi: una piccola mancanza diventa una tragedia, una piccola buona azione verrà triplicata, una richiesta elusa non servirà più.

La necessità di essere ricompensati a ogni nostra buona azione mostra il desiderio di essere ben voluti e sapere di non stare nei pensieri degli altri ci può far sentire inutili. Così come dispensando dispiaceri si crede che gli altri non ci facciano guerra.





Lo shopping impulsivo

 




Acquistare oggi è così facile da farci perdere il gusto di spostarci per andare al negozio con un'idea approssimativa o una lista.  Il lavaggio mentale  avviene ogni volta che accediamo ai social, con una massiccia pubblicità. È magico come capiscano i nostri gusti e i bisogni. Una volta fatta una scelta online, l'algoritmo ci prende di mira e ci fornisce continue proposte di acquisti ad hoc. 

Il click ci dice che abbiamo acquistato, il pagamento virtuale va a buon fine e noi siamo felici poiché, senza muoverci, davanti allo schermo, abbiamo comprato.  Ma può accadere anche di essere delusi. E in quel caso dobbiamo, invece, alzarci dalla scrivania e fare il grande sacrificio di preparare il pacco del reso che verranno a prelevare. Online si può acquistare di tutto. Se si decide di andare di persona nel negozio, sappiamo già dove e cosa comprare, a meno di non entrare nei grandi magazzini dove si spende  a ruota libera.

Mia madre, buonanima, amante dello shopping, usava tirarci dal letto in occasione di una spesa e, trascinandoci come somari recalcitranti, ci costringeva a seguirla, di negozio in negozio, fino a quando non trovavamo quello di cui avevamo bisogno. Si rientrava a casa solo ad acquisto fatto, nel pomeriggio, e sembravamo pellegrini tornati dalla Terra Santa. Tutto era scelto con cura, non c'era bisogno di alcun reso, si comprava ciò che si vedeva e solo quello di cui eravamo sicure.

Oggi accade anche di sbagliare taglia, di cambiare oggetto, di comprare troppo e cose che non si useranno mai. La tentazione di acquistare è un modo per sentirsi vivi, di accedere a ogni cosa, senza precludersi niente. Ma a volte non ci rendiamo conto di quanta roba accumuliamo e di cui non ci serviremo mai. Oggetti che restano nei cassetti, abiti mai indossati, che vanno a riempire i nostri armadi, utensili per il gusto di averli. Una volta si comprava solo l'indispensabile, ciò di cui non si poteva fare a meno. Se si usciva per comprare per un figlio, un altro doveva aspettare il suo turno, che significava rimandare al mese successivo. 

Oggi si spende per noia, per emulare qualcuno, per volere le stesse cose degli altri, per non privarsi di niente anche quando le condizioni non ce lo permettono. Davanti a una vetrina irresistibile si compra a qualunque costo anche se, spendendo quella cifra, si sa già di non arrivare a fine mese. Tanto ci pensano gli istituti di credito che dilazionano la cifra in tante rate. Il must è avere tutto, non deve mancarci nulla, dall'abito firmato al viaggio in terre lontane, perché così fan tutti e il confronto con gli altri viene prima del nostro portafogli.

Una volta prima di un acquisto  ci si chiedeva se fosse necessario, conveniente e solo dopo si decideva. Ogni cosa comprata era come una reliquia. Un maglioncino, un abito, delle scarpe prendevano una cura che oggi non c'è più. Se il golfino nuovo si sfilava, lo si rimetteva a posto, se si cresceva, si allungava l'abito, così come ci dispiaceva lasciare le nostre scarpe vecchie tenute così bene ma piccole, per le nuove. 

Oggi non ci basta niente. L'orologio, dopo sei mesi è vecchio, subentrano modelli nuovi; la moda esige il colore dell'anno e nuovi capi; la tecnologia vuole che si stia al passo con i tempi, fornendoci l'ultima trovata. Comprare è sinonimo di accumulare. Non tutto ciò che si compra sarà usato. Molte cose, anche costose, restano là dove le abbiamo relegate, e la cosa grave è che acquistare un nuovo capo o un'auto o una casa ci lasciano quasi sempre indifferenti, aspettiamo subito di passare a quello prossimo per sentirci meglio, o almeno sperare di essere più felici. Ma la felicità non è data dalle cose nuove o dalla quantità di cose che riusciamo a comprare. Non c'è nemmeno il tempo di desiderare che già abbiamo provveduto.

Il desiderio è il preludio di ogni cosa, quando manca, niente può avere valore per noi. E acquistare sarà solo un modo di adeguarsi alla realtà che vuole acquirenti seriali.


Io, Eracle e le fatiche

 





                          Copertina dell'artista Claudio Barba

È nato un nuovo libro. Conoscete la frase:"La vita è ciò che accade mentre stai facendo altri progetti" di John Lennon? Proprio così. Mi accingevo a scrivere per un progetto su Eracle affidatomi e nascono questi dialoghi ironici su un eroe che conoscono grandi e piccoli.

Voglio dire appartiene a quei libri a cui non pensi ma poi arrivano inaspettatamente. Mi sono  appassionata a questo personaggio mitologico tanto da trattarlo come un contemporaneo. 

L'argomento? Le dodici fatiche di Eracle. Chi non le conosce? Almeno una volta ne avrete sentito parlare! Sì, le fatiche che il re Euristeo impose a Eracle dopo che uccise i suoi figli, avuti dalla prima moglie Megara, in uno dei suoi momenti di follia. 

Euristeo, suo cugino tra l'altro, gli inflisse le dodici fatiche come espiazione di questa colpa. 

Immaginate quanto mi sia illuminata a immergermi nelle storie trasformando ogni fatica in una rappresentazione teatrale dal tono ironico, con un eroe a metà tra un dio e l'uomo.

Ma proprio quando tutto era pronto, il progetto, dopo tanto impegno, va a scemare. 

Ora, che cosa avreste fatto voi, dopo tre mesi di immersione completa, trovandomi con un lavoro che mi aveva preso molto e dove avevo profuso tempo, idee, e fatica? 

Saltato il progetto, non potevo far saltare Eracle e tutte le fatiche. L'ho accompagnato a catturare il leone di Nemea, l'Idra di Lerna, la cerva di Cerinea,  il cinghiale di Erimanto, a ripulire le stalle di Augia, a sgombrare la palude Stinfalia dagli uccelli,  a catturare  il toro di Creta, le cavalle di Diomede, a rubare la cintura di Ippolita,  i buoi di Gerione, a rubare i pomi delle Esperidi, a catturare Cerbero. Ne abbiamo visto delle belle insieme tra mostri, astuzie, viaggi, combattimenti...

Insieme ci siamo divertiti, anche un po' adirati, per certi versi scontrati, ma in compenso abbiamo riso tanto.

Ultimate le fatiche mi sono atteggiata a  sua mentore dandogli la possibilità di fare questo viaggio insolito per un semidio, che nel nostro immaginario era sempre stato l'uomo che superava ogni impresa con la forza. Sfatando questo mito, l'ho reso molto più terreno, ma lasciandogli i suoi poteri. La novità è nel privare l'eroe di ogni retorica e rivestirlo delle fragilità umane. L'ironia nasce da questo contrasto da cui emerge una figura più umana. 

Un testo adatto a chi si appresta a conoscere il mito con fare leggero, per ragazzi e giovani, ma meglio ancora per adulti, un testo pronto per una rappresentazione teatrale.  

"Serata delulu"

 



La lingua è in continua evoluzione, soprattutto a ogni cambio generazionale. I giovani sono sempre forieri di novità e ce ne accorgiamo soprattutto quando parlano tra loro, adottando un vocabolario sgangherato. Il meglio lo danno sui social, dove, per un motivo o per un altro, se ne escono con vocaboli da interpretare. Sono parole nuove tratte in parte dall'inglese, a cui aggiungono pezzi dialettali, espressioni o forme contratte, insomma un miscuglio di Babele che va tradotto. 

Mia figlia, a volte mi dice:"Ma ti sei flashata?", oppure: "Devo fare un check!" "Eh? Check in, check up... che cosa significa?" E lei magari se ne esce dicendo: "Scialla!" 

Ho provato a scrivere un testo contenente molte di queste parole per comprendere il nuovo linguaggio giovanile, quasi una nuova lingua. 

Tra parentesi il significato delle parole slang, a cui potremmo dare significato di "gergo".


                                      "Serata delulu"

Ieri sera doveva essere una serata chill, (tranquilla) ma è diventata un film.
Luca mi scriveva con un mood (stato d’animo) strano: diceva che aveva un beige flag (abitudine strana ma innocua), cioè quella sua mania di portarsi la sedia pieghevole ovunque. Io ho pensato: "Vabbè, scialla (stai calmo), sarà solo un po’ cringe (imbarazzante)".

Poi arriva con un outfit (coordinato di abiti e accessori) pieno di drip (stile, look curato)flexando (vantandosi) il suo nuovo giubbotto lucido:
"Fratè, guarda che swag (stile sicuro, figo)!" dice.
Io lo guardo e rispondo: «Sì, ma così sei troppo cheugy (fuori moda, forzatamente trendy)».

Durante la serata prova a fare il simpatico con Valeria, ma zero rizz (capacità di flirtare).
Lei lo friendzona (lo mette nella zona amicizia) in tre secondi.
Io mi trattengo dal ridere, ma lui si triggera (si irrita, reagisce male) e posta una story in POV ("point of view", punto di vista):
"Quando la tua bae (persona amata) ti ignora per il barista".
Un po’ delulu (fuori dalla realtà, illuso), no?

Nel frattempo Marco, che doveva venire, ci pacca (dà buca) all’ultimo minuto.
"Che sbatti (che fatica, che scocciatura)", dico.
Provo a chiamarlo, ma mi ghosta (sparisce senza rispondere) pure.

Intanto Leo fa il GOAT (Greatest Of All Time, il migliore di tutti) della serata al karaoke: canta come un super skillato (molto bravo, pieno di abilità).
Tutti a dire che la sua voce è bussin (eccezionale, pazzesca), davvero.

A un certo punto qualcuno inizia un dissing (insulto pubblico, sfida verbale) con i due DJ, che finisce tutto in un blast (umiliazione pubblica online) su TikTok.
Io commento "che buggato (che strano, difettoso) sto drama (vicenda triste e dolorosa)", e subito mi accusano di snitchare (fare la spia).

Alla fine arrivano pure dei tipi nuovi, molto legit (autentici, veri), anche se un po’ pick-me (che cercano attenzione per piacere agli altri): fanno i simpatici solo per farsi notare.
Tra una risata e l’altra, mi accorgo che la serata, nonostante tutto, è stata hype (entusiasmante, molto attesa) totale.
E mentre torno a casa penso: "Ok, forse siamo un po’ nabbì (principianti, inesperti), ma almeno non siamo noiosi".


E già si parla del Natale

 



L'altro giorno, per radio, sentivo che in alcune parti, e non solo d'Italia, ci sono persone che preparano l'albero di Natale già all'inizio di questo mese, ma anche prima. Al solo pensiero ho avuto i brividi. Ma ci pensate? Tirare tutto l'occorrente dalle scatole già adesso e decidere come addobbarlo, cosa manca, cosa comprare, come e dove è meglio farlo. Sembra un affare di stato e poi chiamare a raccolta tutti e chiedere il permesso della postazione scelta. Di solito si sistema in una parte  centrale della casa, lasciandolo lì fino a quasi metà gennaio. E poi c'è chi deve addobbarlo, chi sistemare le luci, chi mettere il puntale, chi solo aprire i rami, come in una catena di montaggio. Con gli anni si cerca anche di svignarsela da questo impegno, demandando gli altri o adducendo pretesti per non farlo. E mentre una volta bastavano poche ore, oggi si sta a rifinirlo per una settimana. E ancora scatole in giro, tra alte e basse, tende che cambiano sistemazione, ciabatte per collegare alla presa per accendere. Un delirio! Il pensiero mi ha prospettato quello che succede tra qui a qualche mese: un dispendio di energie, di tempo, di pensieri, di lavoro che a volte non si può evitare. Preferisco il presepe, il vero protagonista, ma l'albero fa la sua bella scena. Come dovrebbe essere il Natale? Essenziale e semplice, dagli addobbi al pranzo, ai regali. Diciamoci la verità, siamo stanchi di queste fiere della vanità a ogni festa. Sembrano momenti per strafare e nell'eccedere si dà più importanza al superfluo che al valore in sé della nascita del Bambino. Anzi, le feste negli anni si sono moltiplicate. Ce n'è una per ogni avvenimento. Sembra che festeggiare sia la nostra principale occupazione: il primo dente, il primo mese, il primo lavoro, il primo amore, il primo stipendio, la casa, l'auto...

Ritornando all'albero, perdiamo il nostro tempo ad addobbarlo secondo uno stile, a rimodernarlo secondo le mode, ci struggiamo se non troviamo le palline col bordo di un particolare colore, il puntale di un certo prestigio, le rifiniture come fossero stucchi del 600, i fiocchi di stoffe particolari. Tutto questo per avere più che un albero una sorta di gru al centro di una stanza o in un angolo della casa dove, se va bene, qualche pallina cadrà al suolo, qualche nodo si allenterà, una lucina farà capricci. E si dovrà pur spazzare nei paraggi, col pericolo di provocare un disastro. Insomma, abbiamo un altro componente della famiglia che ci fa compagnia per tutte le feste. E poi il presepe, a meno che non sia qualcosa di teatrale, deve comunque stare accanto all'albero e pertanto trovargli un altro appoggio, sacrificando un mobile, un tavolo, una sedia, perdendo in questo modo uno spazio utile. Ma sopravviviamo perché è un allestimento momentaneo. A volte penso che si debba tenere fisso in un cantuccio di casa come pezzo dell'arredamento, senza mai smontarlo. La nostra religione ha una ricca e lunga tradizione e del presepe non possiamo fare a meno. Se lo incorporassimo all'interno delle nostre case, sin dal nostro insediamento, sarebbe una santa cosa. Non dovremmo assistere a queste maratone di fine anno che ci fanno odiare il Natale. Avremmo modo di guardare la capanna, Gesù, Giuseppe e Maria con i pastori sempre, come se avessimo dato loro un riparo a vita. 

Ci sono alcuni, invece, allergici al presepe e tutto ciò che ricorda Natale, per cui se pongono la sacra famiglia in una capannuccia di minimo trent'anni, cioè sgangherata e due palline con un filo su un albero spelacchiato, è proprio il massimo. Questo perché a loro basta un simbolo, come dicono.

C'è anche chi preferisce allestire proprio una stanza come se fosse la Cappella Sistina, in un luogo inaccessibile della casa, lasciando entrare qualcuno solo quando lo permette e sotto sua visione.

A me basterebbe un alberello di media altezza con fili e palline e biscotti zuccherati a ricordarmi l'infanzia, lucine fioche bianche e una capanna accanto. Sarebbe opportuno  un Natale sobrio, anche in previsione del fatto che le nostre case sono piene di oggetti e continuiamo a riempirle come stive di navi. 

Il Natale è la festa più amata che mette tutti d'accordo, simbolo della nostra fede e unisce le famiglie almeno una volta all'anno. Si aspetta il Natale per vivere gli amici, i parenti, i figli, i nipoti. Molti lo aspettano sempre come la festa di quando erano bambini, vorrebbero riavere le stesse atmosfere, le stesse persone di allora. 

Caro albero, non me ne volere, ma mentre la capanna e i pastori sono presto posati a chiusura del Natale, tu prendi un tempo maggiore: le palline vanno nelle scatole per grandezza, colori, avvolte nella carta singolarmente, i fili ben piegati, selezionati per lunghezza, colore, spessore, le luci ben arrotolate, il puntale in una scatola a parte. Ma stai tranquillo che, per quanto a fine festa sia una fatica, la tua postazione è d'onore: accanto al balcone, con le splendide luci intermittenti che abbagliano chi guarda, un posto elegante per i doni che giacciono a terra in attesa della sera della vigilia. Sono secoli che ti sobbarchi della fatica di fare da sfondo ai regali, vivendo nelle case, ascoltando gli umori dei suoi abitanti, le richieste di ciò che chiedono. E poi certe volte ti caricano così tanto da scadere nel trash e più ti caricano più ci sarà da lavorare. E poi? Trascorrerai gran parte dell'anno in cantina o in un angolo buio per il resto dell'anno. Sembri un po' Cenerentola: per pochi giorni nello sfarzo e tutto il resto nascosto in un angolo. Ma a volte per un attimo di palcoscenico si è disposti a fare di tutto.


La morte nella vita




 La morte, per quanto ne dicano, è qualcosa di inaccettabile, anche per noi cristiani che confidiamo nella resurrezione. E qui la nostra parte umana, che ci impedisce di capire ciò che l'uomo può solo con la fede.

Restare al buio, non vedere più quella persona ci mette una tale angoscia che dobbiamo trovare per forza altre strade per raggiungerla. Eppure proprio quando si allontana per sempre da noi siamo, nei suoi confronti, più propensi a comprenderla. Riusciamo a ricordare perfettamente momenti insieme, come se tutto a un tratto ci venissero incontro travolgendoci. E stranamente ricordiamo solo cose positive, come se la mente cancellasse tutto il superfluo di una vita divina e non più umana. Ci appare in tutta la sua bellezza,  in un incantesimo. Il suo vuoto resta lì, in un posticino dentro di noi, che cerchiamo di colmare con i ricordi, i sorrisi, le parole, l'affetto palesato da vivo, le sue azioni a confermare quanto ci amasse. E' come se fluttuasse nell'aria dispensando la sua vera essenza, un profumo che ci inebria.

Siamo capaci, in questo caso, di perdonare, di vederla realmente, senza intralci dei nostri egoismi, orgogli, cattiverie. Siamo in una dimensione dove possiamo confrontarci e dialogare in modo corretto, riuscendo a riprendere anche momenti che in vita non abbiamo superato. Tutto si appiana, si regola, a metà strada, guardandoci in faccia per la prima volta. Non sono gli occhi che vedono, è la nostra energia che vuole a tutti i costi mettersi in contatto completamente, abbandonandoci a un sogno. E in questo sogno siamo sinceri, guardiamo e apprendiamo ancora tutto quello che, quand'era in vita, non siamo stati in grado di vedere. Potrebbe essere un paio di lenti di ingrandimento, la morte, un piano di lettura profondo che non può essere fatto diversamente e in vita, quando la nostra umanità invade ogni campo.

E non è un trasformare il ricordo o rielaborarlo a nostro favore e piacere, piuttosto spogliarlo dei suoi eccessi, dei suoi ricami e renderlo leggero, così leggero da oltrepassarci.

Ci sono cose che comprendiamo dopo, solo dopo. La sua morte la vediamo dal nostro futuro, girandoci indietro e guardando dove è finita la sua corsa, il punto preciso che ha segnato il suo distacco da noi per sempre. E torniamo lì, mille volte ad abbracciarlo, sollevarlo, sorridergli, accoglierlo, in una dimensione nuova. Nessuno, dopo aver perso una persona, può guardare solo avanti. Più persone care lasciano il nostro cammino più ci si affatica a procedere nel caricarsi coloro che sono rimasti indietro.

Chi muore resta in chi vive, sembra questo il suo compito. Lì la sua casa, e spende tutta la vita per restare in eterno di anima i anima. E la morte ci attraversa tutti.

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