Cantieri senza fine: quando la programmazione diventa un miraggio




D'estate, quando si registra un notevole afflusso di turisti e il traffico stradale aumenta sensibilmente, scattano immancabilmente i lavori. Che sia l'Anas, la Gori o qualche altra azienda, il risultato è sempre lo stesso: strade impraticabili, polvere, deviazioni, code interminabili e una viabilità che sembra appartenere a un'altra epoca.

Non c'è un'estate in cui non si vedano ruspe, operai, semafori provvisori e cartelli con la scritta "Lavori in corso". Per non parlare di quei luoghi che vengono interessati più volte dagli stessi interventi: prima gli scavi, poi i lavori, quindi la riasfaltatura. E, dopo pochi mesi, di nuovo le ruspe con la giustificazione che occorre integrare altri impianti o completare ulteriori opere. Una scena che si ripete con una regolarità disarmante.

Stamattina, ad esempio, le gallerie sono state chiuse a causa del distacco di una rete di protezione e per consentire gli interventi di ripristino. Il traffico è stato deviato sulla viabilità interna. Auto e camion, costretti a percorrere una strada cittadina, suonano continuamente il clacson, come se questo potesse risolvere l'ingorgo, senza rendersi conto che nei centri abitati l'uso del clacson dovrebbe essere limitato ai soli casi di effettiva necessità. Nel frattempo manca una gestione efficace del traffico e tutto procede nella più assoluta normalità, come se il disagio fosse inevitabile.

Ci si chiede come sia possibile che, pur sapendo di vivere in una zona ad alta vocazione turistica, proprio nei mesi estivi emergano improvvisamente sopralluoghi, verifiche tecniche, controlli e cantieri di ogni genere. Non sarebbe più logico programmare questi interventi nei periodi di minore afflusso, evitando di paralizzare la circolazione proprio quando le strade sono maggiormente utilizzate? E che si tenga conto, soprattutto, che una volta iniziati vengano portati a termine in breve tempo.

E non si tratta di una sola città o di una singola regione. Ovunque si vada si incontrano cantieri, corsie chiuse, restringimenti, deviazioni e tratti di strada che sembrano prolungamenti degli scavi di Pompei. Fa quasi sorridere pensare che nell'antica Roma la costruzione e la manutenzione delle strade rispondevano spesso a criteri di efficienza e organizzazione che, in molti casi, sembrano superiori a quelli odierni.

Viene spontaneo chiedersi anche come vengano pianificati questi interventi. Prima di avviare un'opera non dovrebbe esistere una programmazione dettagliata, un coordinamento tra gli enti coinvolti e un controllo finale che ne certifichi il completamento? Com'è possibile che, appena terminato un lavoro, si debba nuovamente scavare nello stesso punto per eseguirne un altro? È evidente che manca una regia capace di coordinare gli interventi e di evitare inutili duplicazioni, con conseguente spreco di denaro pubblico e di tempo per i cittadini.

Ogni estate la storia si ripete. Partono nuovi cantieri e diventa quasi impossibile trovare una strada libera da lavori. Il caldo, la polvere, il rumore e il traffico finiscono per accompagnare proprio quel periodo dell'anno che dovrebbe essere dedicato al riposo e alla serenità.

Le amministrazioni sembrano aver perso la cultura della prevenzione e della programmazione. Spesso manca un'adeguata informazione ai cittadini, così come manca una visione complessiva della mobilità urbana e della qualità della vita. Una città dovrebbe garantire ordine, servizi efficienti, sicurezza e una viabilità scorrevole. Invece, troppo spesso, prevalgono improvvisazione, disorganizzazione e precarietà.

La manutenzione delle infrastrutture è indispensabile e nessuno mette in discussione la necessità di intervenire quando la sicurezza lo richiede. Ciò che appare incomprensibile è l'assenza di una pianificazione capace di conciliare le esigenze dei lavori con quelle dei cittadini, delle attività economiche e del turismo. Programmare gli interventi nei periodi meno critici, coordinare gli enti che operano sul territorio e informare tempestivamente la popolazione non sono obiettivi irraggiungibili, ma il minimo che ci si aspetta da un'amministrazione moderna. Fino a quando prevarrà la logica dell'emergenza anziché quella della programmazione, ogni estate continuerà a trasformarsi nello stesso copione: traffico, disagi, polvere e la sensazione che il tempo passi, mentre l'organizzazione rimanga sempre ferma al punto di partenza.

Un gesto apparentemente strano

                                                                                                                                Immagine di Tulla Morwen

Gerardo, per la gente, era “un ragazzo strano” perché aveva l’abitudine di recarsi ogni giorno sul ponte che metteva in comunicazione due strade parallele all’autostrada. Arrivato a quel punto, mentre sotto le auto sfrecciavano a velocità supersonica, cominciava a incidere sul muro, con un sasso, una piccola asticella. Io ero bambina e lo vedevo quando, con mamma, andavo al supermercato proprio dall’altro lato del ponte.

Un giorno io, mia madre e una signora giungemmo a quel punto. La donna si avvicinò al muro e contò le asticelle: erano ben trentaquattro.

Il giorno dopo, mossa dalla curiosità, mi allontanai fino al ponte senza chiedere il permesso a mia madre.

Quando arrivai, Gerardo era lì che tracciava la sua solita asticella. Mentre si allontanava, gli chiesi cosa significassero quei segni. Lui mi guardò e proseguì senza rispondere.

Così contai le asticelle: erano trentacinque, una in più rispetto al giorno precedente.

Lungo la strada del ritorno incontrai Maria, la nostra vicina, alla quale chiesi perché ce l’avessero con quel ragazzo. Lei mi raccontò tutto.

Mi disse che anni prima era finito su un binario e che per poco un treno non lo aveva travolto. A causa di quell’incidente aveva quasi perso l’uso di un arto, rimasto incastrato nella ferraglia. Per molti anni non uscì di casa: era diventato claudicante e aveva rinunciato allo sport, agli amici e a una vita normale.

A ciò si aggiunse che sua madre, un giorno, lo trovò proprio su quel ponte, deciso a lanciarsi nel vuoto. La donna riuscì a richiamare la sua attenzione e gli promise che avrebbe potuto guarire del tutto se l’avesse accompagnata per una serie di esami clinici.

E alla fine ce l’aveva fatta. Il miracolo era avvenuto e, per la gioia, segnava i giorni trascorsi da quando aveva ripreso a essere quello di un tempo. Appena trentacinque giorni.

Nei primi giorni della sua ripresa fisica era persino riuscito a precipitarsi sull’asfalto dell’autostrada quando, dal ponte, aveva assistito a un incidente. Salvò un uomo estraendolo dall’abitacolo e gli impedì di lasciarsi sopraffare dalla disperazione quando si rese conto che le gambe non rispondevano più ai suoi comandi.

Dopo quell’episodio tutti cominciarono a guardare Gerardo come un ragazzo che aveva fatto miracoli.

Gerardo continuò ogni giorno ad andare sul ponte. Le sue asticelle non raccontavano più soltanto il trascorrere del tempo, ma anche qualcosa che gli altri avevano osservato per anni senza vedere: la fatica di ricominciare a vivere senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

Solo molto tempo dopo qualcuno si domandò se, in fondo, non avessero mai capito niente di quel ragazzo e se i pregiudizi non limitassero profondamente la conoscenza, quando non la impedissero del tutto.


Voler avere sempre ragione

                                             


La voglia di avere sempre ragione non è forza di pensiero. Spesso è un bisogno di difesa. Chi non tollera il dubbio non cerca la verità: cerca controllo.

Trasforma ogni confronto in una gara, ogni opinione diversa in un attacco, ogni errore in una minaccia alla propria identità. Avere sempre ragione significa non ascoltare davvero. Significa rispondere per vincere, non per capire; correggere per affermarsi, non per costruire.

Dietro l'ossessione di avere ragione si nasconde spesso la paura di perdere valore, autorevolezza o riconoscimento. Così il dialogo muore e resta soltanto il rumore dell'ego che si difende.

Le persone davvero solide non hanno bisogno di imporsi. Sanno che cambiare idea non è una sconfitta, ma una prova di intelligenza e maturità. Chi invece sente il bisogno di prevalere a ogni costo non sta necessariamente crescendo: spesso sta semplicemente proteggendo una fragilità. La verità non ha bisogno di essere urlata. Ha bisogno di spazio.

Quante volte, durante una discussione, ci sentiamo dire: «Allora vuoi dire che ho torto?». Di tutto il confronto resta questa domanda, come se il problema fosse stabilire un vincitore e un perdente. Come se il valore di una conversazione dipendesse soltanto da chi ha ragione e da chi ha torto.

Altre volte accade il contrario: si accusa l'altro di voler avere sempre ragione, trasformando il dialogo in una sorta di partita dove qualcuno deve per forza segnare un punto. In entrambi i casi si perde di vista ciò che conta davvero.

Ogni confronto dovrebbe poggiare sulla comprensione reciproca, sulla volontà di conoscere le ragioni dell'altro e di mettere alla prova le proprie convinzioni. Non si tratta di decretare chi abbia ragione, ma di capire meglio ciò che ciascuno pensa, sente e vive.

Confrontarsi significa mettere insieme idee, esperienze e prospettive differenti. Significa cercare un terreno comune che tenga conto delle esigenze e delle motivazioni di tutti, senza annullare le differenze.

Il vero problema nasce quando fondiamo il nostro valore personale sul giudizio degli altri. Allora sentiamo il bisogno di apparire sempre competenti, sempre preparati, sempre dalla parte della ragione. Ma il valore di una persona non si misura dal numero di discussioni vinte.

Anche il linguaggio che utilizziamo rivela questa tendenza. Spesso, dopo aver espresso un'opinione, concludiamo con un «Non ho ragione?». Come se ciò che conta davvero non fosse il contenuto di ciò che abbiamo detto, ma l'approvazione che riceviamo.

Eppure le parole non sono verità assolute. A volte ragioniamo con lucidità, altre volte siamo approssimativi, influenzati dalle emozioni, dalle esperienze o dalle informazioni che possediamo in quel momento. Per questo ogni punto di vista è inevitabilmente parziale.

Avere ragione non ci rende persone migliori. Può persino renderci più rigidi e meno disponibili ad ascoltare. Quando il bisogno di conferme alimenta continuamente il nostro ego, rischiamo di perdere la capacità di osservare la realtà con equilibrio.

La domanda più importante non è se abbiamo ragione. È se abbiamo capito. Se siamo riusciti a entrare, almeno in parte, nella prospettiva dell'altro. Comprendere non significa necessariamente essere d'accordo, ma riconoscere che la nostra visione del mondo non è l'unica possibile.

Spesso ciascuno possiede soltanto una parte della verità. È proprio dal confronto autentico tra queste diverse prospettive che può nascere una comprensione più ampia e più profonda della realtà.

La pagina bianca

 

                                                                                         Immagine di Rena Konsta


La pagina bianca ha sempre fatto paura a tutti. Restare con il foglio e la penna in mano, guardarlo e continuare a pensare: «Come lo riempirò?».

Di solito, davanti al foglio bianco, mi sembra di avere delle scosse. Nel bel mezzo di un'idea comincio a mettere giù qualche frase, la stessa che dopo due minuti cancello. Non perché non fosse buona, ma perché non riesco a trovarne il seguito. Allora cancello. Poi appoggio il capo sul gomito sinistro e, mentre rigiro la penna tra le dita, costruisco nella mente tutto ciò che vorrei dire.

Con il tempo ho capito che la pagina bianca non fa paura tanto per il modo in cui inizieremo a scriverla, quanto per il luogo in cui ci condurrà. La vera difficoltà non è trovare le parole, ma capire quale direzione dare al pensiero. Quando non sappiamo ancora con chiarezza che cosa vogliamo comunicare, ogni frase sembra insufficiente e ogni inizio appare sbagliato.

Un discorso assomiglia a un albero. Si conoscono le radici, cioè l'idea da cui nasce, ma quando si arriva alla chioma ci si può perdere tra i rami. Senza accorgercene, sviluppiamo troppo una parte e trascuriamo un'altra, fino a compromettere l'equilibrio dell'intero ragionamento. Per questo scrivere significa anche imparare a distribuire il peso delle idee.

Quando mettiamo la penna sulla carta e cominciamo a imbastire un testo, può accadere di perdere il filo, di non sapere quando fermarsi, di temere ciò che potrebbe emergere. Perché nella scrittura non esprimiamo soltanto delle opinioni: spesso mettiamo in gioco noi stessi. Ogni pagina racconta qualcosa dell'argomento trattato, ma anche di chi la scrive.

Ricordo che a scuola capitava spesso di dover giustificare un'affermazione particolarmente seria o insolita. Dopo averla scritta, arrivava inevitabilmente la domanda: «Che cosa intendi dire?». Quello era il momento più difficile, perché costringeva a verificare se dietro le parole ci fosse davvero un pensiero chiaro. E forse è proprio questa la prova più importante della scrittura: accorgersi se stiamo dicendo qualcosa che comprendiamo fino in fondo.

La difficoltà principale di chi scrive, infatti, è comprendere lo scopo per cui scrive. Questo dovrebbe essere chiaro fin dall'inizio. Solo allora le parole cominciano a disporsi con maggiore naturalezza.

Per questa ragione mi torna spesso in mente un episodio legato a un tema che scrissi su San Francesco. Prima di iniziare mi posi alcune domande: chi era? Che cosa aveva fatto? Perché era diventato un santo così amato? Più cercavo una risposta, più mi sembrava di non trovare nulla di straordinario da raccontare. Tutto in lui appariva semplice. Ed era proprio quella semplicità a bloccarmi.

A un certo punto, però, compresi che stavo cercando nel posto sbagliato. La semplicità non era un limite del tema: era il suo centro. Il vero significato della figura di San Francesco stava proprio in quel mondo fatto di umiltà, essenzialità e chiarezza. Una volta individuato questo nucleo, il testo prese forma quasi da solo. Non avevo più bisogno di cercare qualcosa da dire: avevo trovato ciò che valeva la pena dire.

Da allora ho imparato che la pagina bianca richiede soprattutto riflessione. Bisogna concedersi il tempo di osservare un argomento, interrogarlo, confrontarlo con altre idee e lasciarlo maturare. Le parole arrivano dopo. Quando il pensiero è ancora confuso, la scrittura fatica; quando invece il nucleo del discorso diventa chiaro, le frasi trovano più facilmente il loro posto.

Per questo credo che scrivere significhi soprattutto scegliere. Scegliere che cosa dire e che cosa lasciare fuori. Le parole chiedono ordine, precisione e attenzione. Non conta accumularne molte, ma trovare quelle necessarie. Anche il silenzio, in fondo, fa parte della scrittura, e perfino il niente può essere detto bene.

La pagina bianca ha bisogno di ragionare insieme a noi. Occorre attraversare quella sorta di nebbia iniziale che avvolge ogni argomento, fino a quando il percorso non appare distinguibile. Solo allora la scrittura diventa davvero possibile.

Oggi la pagina bianca non mi spaventa più come una volta. So che riuscirò a posarvi la penna. Prima, però, sento il bisogno di conoscere il terreno che sto per percorrere: comprenderne i confini, le asperità, la direzione. In questo assomiglia a un campo da coltivare. Nessun contadino getterebbe i semi senza sapere dove e come farlo.

Forse è proprio questo il significato dell'antica immagine dell'Indovinello Veronese. La pagina bianca è un campo da arare, e la penna è l'aratro che vi traccia i solchi. Ma prima ancora del gesto dello scrivere viene il lavoro della mente, che prepara il terreno e sceglie che cosa seminare. Solo allora il campo può dare frutto.

La cortesia del tempo


Immagine di Lauren Pleydell-Pearce


Fateci caso: se dobbiamo fare una visita, la cosiddetta visita di cortesia, che si tratti di incontrare una sposa o uno sposo portando un regalo, oppure di andare a trovare una famiglia colpita da un lutto o festeggiare la nascita di un bambino, il problema è sempre lo stesso: quando farla?

Spesso una visita viene rimandata a una data da destinarsi e, a furia di procrastinare, passano le stagioni. Se era per la nascita di un neonato, finiamo per andarlo a trovare quando sta mettendo il primo dentino. Tant'è: meglio tardi che mai.

Oggi le agende sono fitte di impegni e può anche capitare che una visita non si faccia più. Non per cattiva volontà, ma perché, passato troppo tempo, ci sembra quasi ridicolo presentarci con una motivazione ormai lontana.

Una volta non era così. Dopo una settimana si andavano a trovare i familiari del defunto. Bisognava portare rigorosamente zucchero e caffè: un classico, un vero must. Una volta mi permisi di aggiungere anche della cioccolata e una collega, il giorno dopo a scuola, mi fece una vera lezione su ciò che si può e non si può portare in caso di visita di condoglianze.

«La cioccolata va bene, ma solo fondente», mi disse.

Forse perché lo zucchero era considerato un conforto, mentre altri dolci erano ritenuti poco adatti all'occasione.

Poi c'era la visita al neonato. All'inizio c'era quasi l'urgenza di andare a trovarlo in ospedale, per accertarsi della nascita, un po' come accadeva un tempo per i reali, quando il parto doveva essere reso pubblico per evitare dubbi sull'erede. Successivamente si tornava a trovare il bambino a casa. Nel giro di poche settimane aveva già preso uno o due chili e sembrava quasi un'altra persona: bisognava essere testimoni di quei cambiamenti.

Ma non finiva lì. C'era poi il battesimo, al quale non si poteva mancare. La partecipazione era sentita quasi quanto quella a un matrimonio. Nel giro di tre mesi si erano già fatte tre visite.

Oggi, a dire il vero, le occasioni non sono diminuite, anzi. Ci sono la visita per la nascita, quella a casa, il battesimo, il primo dentino, i primi passi, il primo compleanno, la prima parola. Un bambino vede più gente nel primo anno di vita che in tutto il resto della sua esistenza.

La visita di cortesia è diventata quasi impossibile: manca il tempo, manca il momento, manca la voglia. Manca sempre qualcosa.

Oggi una visita è quasi un privilegio e, talvolta, rischia persino di essere percepita come un'ingerenza. Bisogna avvisare per tempo, concordare l'orario, sperare che non sorga un imprevisto all'ultimo momento. La regola vuole che la visita sia breve, che non limiti la libertà altrui e che non si facciano domande indiscrete. Insomma, la visita sembra diventata una sorta di esame da sostenere.

Quanto ai regali, ormai si cerca di risolvere tutto con il denaro. Almeno si evita di perdere tempo a girare per negozi e decidere cosa comprare. Tutte incombenze che mal si conciliano con le abitudini moderne: vorremmo tutto il tempo per noi e ne concediamo agli altri solo una manciata di minuti.

Una volta il regalo alla sposa era un rito. Ci si presentava a casa con pacchi enormi che potevano contenere il corredo, servizi di piatti, posate o oggetti per la casa. La sposa aveva in vetrina le posate d'argento della zia, i piatti della nonna, le porcellane degli zii, le tazzine regalate dai vicini.

Ovunque si girasse, vedeva oggetti che le ricordavano una persona.

Io ho ancora i piatti con il bordo dorato per il pesce. Li avrò usati una decina di volte in tutta la vita, ma ricordo perfettamente la vicina che me li regalò e che oggi non c'è più. Pace all'anima sua. Ogni volta che apparecchio con quei piatti, racconto qualche episodio della sua vita ai miei ospiti, che ascoltano come se stessi narrando una storia delle Mille e una notte.

Quando poi li lavo, osservo il disegno al centro e penso che siano davvero belli. Qualcuno dice che do i numeri perché parlo da solo.

Una sposa, in fondo, avrebbe avuto lunghi dialoghi silenziosi con tutti gli oggetti ricevuti in regalo, ricordando le persone che glieli avevano donati.

Oggi si vive in case moderne, essenziali, come avrebbe detto mia zia dall'Australia: case "easy". Al momento del matrimonio manca spesso metà delle cose necessarie, che si acquistano poco alla volta, man mano che servono e che la famiglia cresce.

Una volta, invece, quando si apriva la porta di casa dopo le nozze, sembrava di entrare in una chiesa: tutto nuovo, ancora profumato di scatola, tutto lucido e perfetto. Non mancava nulla. La casa era completa, ordinata, con la biancheria nuova in ogni armadio e gli immancabili oggetti portafortuna contro il malocchio.

Dopo qualche mese ricominciavano le visite degli amici e dei parenti. Anche quella era una visita di cortesia.

Una zia di mio marito mi confessò che aveva imparato un trucco: metteva il lenzuolo migliore, quello di Cantù, solo nella fascia visibile sotto i cuscini. Dopo quattro mesi di visite non ne poteva più di rifare ogni volta il letto come un altare. Così, durante il giorno, mostrava il lenzuolo elegante agli ospiti e la sera lo toglieva, tornando a quello di tutti i giorni.

Oggi gli inviti arrivano su WhatsApp, con richiesta di conferma per sapere quanti saranno gli invitati. Anche le partecipazioni si condividono in chat e solo ai parenti più stretti si porta ancora l'invito di persona.

Poi ci sono le visite ai malati, quelle che non si vorrebbero mai fare. Ma come si fa a non andarci? E poi, cosa si dice?

Mia suocera sosteneva che bisognasse andare subito perché era una "briogna". Non saprei tradurre esattamente questa parola dialettale. Forse significa vergogna, forse dovere morale.

So soltanto che, quando tornavo da quelle visite, finivo per somatizzare ciò che avevo visto. Mi sentivo malato anch'io e per giorni restavo turbato.

E poi c'erano le visite per comunioni, cresime, lauree, maggiori età, case nuove, automobili nuove, venticinquesimi anniversari, nozze d'oro.

Di tutto questo oggi è rimasto ben poco. Ma non sono sicuro che sia un miglioramento.

Un tempo la famiglia conosceva tutto di sé stessa; oggi ci si incontra quasi soltanto per matrimoni, funerali e poche altre occasioni. Non c'è più tempo per un pranzo insieme o per una semplice uscita. I parenti sono considerati una presenza scontata, mentre gli amici sembrano richiedere attenzioni continue.

Forse il problema non è che facciamo meno visite. È che abbiamo smesso di trovare il tempo per stare insieme.

L'accoglienza

 

                
                                                                             Immagine di Svyatogor


Vi è mai capitato di essere invitati a casa di qualcuno e di sentirvi davvero accolti? E ricordate il modo in cui siete stati ricevuti?

Personalmente, quando  ricevo delle persone, la prima cosa che faccio è dare loro il benvenuto e invitarle ad accomodarsi. Poi offro qualcosa: un caffè, un bicchiere d'acqua, una cioccolata o un dolce. Successivamente ci si siede insieme, si conversa, ci si ascolta e ci si racconta.

L'accoglienza non dipende dalla grandezza di una casa, dall'eleganza di un ambiente o dalla ricchezza di ciò che si offre. Spesso basta un sorriso sincero, una parola gentile o un ascolto autentico per far sentire una persona benvenuta.

Quando arriva un ospite, ciò che conta è non lasciarlo mai solo a sé stesso, ma stargli vicino e mostrargli attenzione. È importante ascoltare ciò che dice, comprendere i suoi desideri, accertarsi che si trovi a suo agio e che si senta libero di scegliere dove stare. In quel momento la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta all'ospite e al suo benessere.

L'accoglienza è un momento delicato: da essa dipendono la nostra educazione, la nostra sensibilità e il rispetto che siamo capaci di dimostrare agli altri. Può sembrare semplice, ma non lo è affatto. La vera accoglienza si manifesta quando ci  apriamo a chi ha idee, abitudini o culture diverse dalle nostre, senza pregiudizi e senza voler cambiare ciò che l'altro è.

La prima cosa che dovrebbe starci a cuore è il benessere dell'altro. Occorre saper ascoltare, comprendere, comunicare e offrire la propria attenzione. L'accoglienza non riguarda soltanto gli ospiti che entrano nelle nostre case: è un valore che si applica in molti ambiti della vita. Vale per chi arriva in un nuovo Paese e cerca ospitalità, per chi partecipa a un evento, per ogni componente della famiglia e per chiunque entri in relazione con noi.

Accogliere non significa soltanto dare, ma anche ricevere. Ogni persona che entra nella nostra casa, nella nostra famiglia o nella nostra comunità porta con sé una storia, delle esperienze e una ricchezza umana che possono arricchire anche noi.

Dal modo in cui si è capaci di accogliere si comprende il nostro modo di sentire, si misura la nostra sensibilità e si coglie la qualità umana che siamo in grado di esprimere.

Se l'accoglienza viene meno proprio negli ambienti che dovrebbero favorirla, forse è il segnale che occorre riflettere maggiormente sui propri atteggiamenti e sui propri pregiudizi. Accogliere significa aprirsi all'altro, riconoscerne la dignità e farlo sentire parte di una comunità.Una società si misura anche dalla sua capacità di accogliere. Dove le persone si sentono ascoltate, rispettate e valorizzate, nascono relazioni più forti, maggiore fiducia e un autentico senso di comunità. In fondo, tutti noi, prima o poi, siamo ospiti nella vita di qualcuno. Per questo l'accoglienza non è soltanto un gesto di cortesia, ma un atto di umanità che rende il mondo più abitabile e le relazioni più autentiche.

Giovanni Manganaro: la geometria dell'emozione

 




Nato a Vico Equense nel 1946, Giovanni Manganaro vive e lavora nella sua terra d'origine, luogo che continua a rappresentare una fonte inesauribile di ispirazione per la sua ricerca artistica. Dopo aver maturato una precoce passione per il disegno e la pittura, intraprende gli studi presso l'Accademia di Belle Arti, dove consegue il diploma nel 1971. Gli anni della formazione coincidono con un periodo di profonde trasformazioni nel panorama artistico italiano ed europeo, esperienze che contribuiscono a consolidare la sua sensibilità e a orientare la definizione di un linguaggio personale.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre collettive e personali, presentando le proprie opere in diverse sedi espositive e ottenendo apprezzamenti da parte di critici, collezionisti e appassionati d'arte. Il suo percorso testimonia una costante fedeltà alla pittura intesa come ricerca interiore e come strumento privilegiato di comunicazione umana.

La produzione artistica di Giovanni Manganaro si colloca idealmente tra alcune delle più significative esperienze del Novecento. Nelle sue opere si avverte talvolta l'eco della tensione costruttiva e dinamica di Boccioni, così come la sensibilità sintetica e cromatica di Kisling; tuttavia questi riferimenti non si traducono mai in citazione o imitazione. Essi vengono piuttosto assimilati e trasformati in una poetica autonoma, caratterizzata da una personale interpretazione della realtà.

Per Manganaro la realtà non è qualcosa da riprodurre fedelmente, ma da comprendere e rielaborare. Da qui nasce il processo di semplificazione che caratterizza molte delle sue opere: forme, paesaggi e figure vengono ricondotti a rapporti geometrici essenziali. La geometria non rappresenta una fuga dal reale, ma uno strumento per penetrarne la complessità. Attraverso la sintesi delle forme, l'artista cerca infatti di cogliere l'ordine nascosto delle cose e di restituirne l'essenza più profonda.

Alla base della sua ricerca vi è una concezione dell'arte profondamente umana. Quando gli si chiede quale sia il significato della sua pittura, Manganaro risponde con semplicità che dipinge per le emozioni che l'atto creativo genera in lui e in coloro che osservano le sue opere. L'emozione costituisce il centro della sua riflessione artistica e il criterio attraverso il quale giudicare il valore di un'opera.

A una domanda apparentemente semplice — «A cosa serve l'arte?» — l'artista offre una risposta essenziale: l'arte serve a emozionare. Ma l'emozione, nella sua visione, non è un fatto superficiale o passeggero. Essa rappresenta una forma di conoscenza, una via privilegiata attraverso cui l'uomo entra in contatto con la parte più autentica del proprio essere. Emozionarsi significa riconoscere la profondità della vita, percepirne la sostanza invisibile e accedere a una dimensione che sfugge alla sola ragione.

Le opere di Giovanni Manganaro si pongono dunque come luoghi d'incontro tra costruzione e sentimento, tra rigore compositivo e partecipazione emotiva. Nella sintesi geometrica delle forme e nell'armonia dei colori emerge una pittura che non si limita a rappresentare il mondo, ma invita a viverlo interiormente. È proprio in questa capacità di trasformare la realtà in emozione che risiede l'originalità e la forza della sua ricerca artistica.

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