La cortesia del tempo


Immagine di Lauren Pleydell-Pearce


Fateci caso: se dobbiamo fare una visita, la cosiddetta visita di cortesia, che si tratti di incontrare una sposa o uno sposo portando un regalo, oppure di andare a trovare una famiglia colpita da un lutto o festeggiare la nascita di un bambino, il problema è sempre lo stesso: quando farla?

Spesso una visita viene rimandata a una data da destinarsi e, a furia di procrastinare, passano le stagioni. Se era per la nascita di un neonato, finiamo per andarlo a trovare quando sta mettendo il primo dentino. Tant'è: meglio tardi che mai.

Oggi le agende sono fitte di impegni e può anche capitare che una visita non si faccia più. Non per cattiva volontà, ma perché, passato troppo tempo, ci sembra quasi ridicolo presentarci con una motivazione ormai lontana.

Una volta non era così. Dopo una settimana si andavano a trovare i familiari del defunto. Bisognava portare rigorosamente zucchero e caffè: un classico, un vero must. Una volta mi permisi di aggiungere anche della cioccolata e una collega, il giorno dopo a scuola, mi fece una vera lezione su ciò che si può e non si può portare in caso di visita di condoglianze.

«La cioccolata va bene, ma solo fondente», mi disse.

Forse perché lo zucchero era considerato un conforto, mentre altri dolci erano ritenuti poco adatti all'occasione.

Poi c'era la visita al neonato. All'inizio c'era quasi l'urgenza di andare a trovarlo in ospedale, per accertarsi della nascita, un po' come accadeva un tempo per i reali, quando il parto doveva essere reso pubblico per evitare dubbi sull'erede. Successivamente si tornava a trovare il bambino a casa. Nel giro di poche settimane aveva già preso uno o due chili e sembrava quasi un'altra persona: bisognava essere testimoni di quei cambiamenti.

Ma non finiva lì. C'era poi il battesimo, al quale non si poteva mancare. La partecipazione era sentita quasi quanto quella a un matrimonio. Nel giro di tre mesi si erano già fatte tre visite.

Oggi, a dire il vero, le occasioni non sono diminuite, anzi. Ci sono la visita per la nascita, quella a casa, il battesimo, il primo dentino, i primi passi, il primo compleanno, la prima parola. Un bambino vede più gente nel primo anno di vita che in tutto il resto della sua esistenza.

La visita di cortesia è diventata quasi impossibile: manca il tempo, manca il momento, manca la voglia. Manca sempre qualcosa.

Oggi una visita è quasi un privilegio e, talvolta, rischia persino di essere percepita come un'ingerenza. Bisogna avvisare per tempo, concordare l'orario, sperare che non sorga un imprevisto all'ultimo momento. La regola vuole che la visita sia breve, che non limiti la libertà altrui e che non si facciano domande indiscrete. Insomma, la visita sembra diventata una sorta di esame da sostenere.

Quanto ai regali, ormai si cerca di risolvere tutto con il denaro. Almeno si evita di perdere tempo a girare per negozi e decidere cosa comprare. Tutte incombenze che mal si conciliano con le abitudini moderne: vorremmo tutto il tempo per noi e ne concediamo agli altri solo una manciata di minuti.

Una volta il regalo alla sposa era un rito. Ci si presentava a casa con pacchi enormi che potevano contenere il corredo, servizi di piatti, posate o oggetti per la casa. La sposa aveva in vetrina le posate d'argento della zia, i piatti della nonna, le porcellane degli zii, le tazzine regalate dai vicini.

Ovunque si girasse, vedeva oggetti che le ricordavano una persona.

Io ho ancora i piatti con il bordo dorato per il pesce. Li avrò usati una decina di volte in tutta la vita, ma ricordo perfettamente la vicina che me li regalò e che oggi non c'è più. Pace all'anima sua. Ogni volta che apparecchio con quei piatti, racconto qualche episodio della sua vita ai miei ospiti, che ascoltano come se stessi narrando una storia delle Mille e una notte.

Quando poi li lavo, osservo il disegno al centro e penso che siano davvero belli. Qualcuno dice che do i numeri perché parlo da solo.

Una sposa, in fondo, avrebbe avuto lunghi dialoghi silenziosi con tutti gli oggetti ricevuti in regalo, ricordando le persone che glieli avevano donati.

Oggi si vive in case moderne, essenziali, come avrebbe detto mia zia dall'Australia: case "easy". Al momento del matrimonio manca spesso metà delle cose necessarie, che si acquistano poco alla volta, man mano che servono e che la famiglia cresce.

Una volta, invece, quando si apriva la porta di casa dopo le nozze, sembrava di entrare in una chiesa: tutto nuovo, ancora profumato di scatola, tutto lucido e perfetto. Non mancava nulla. La casa era completa, ordinata, con la biancheria nuova in ogni armadio e gli immancabili oggetti portafortuna contro il malocchio.

Dopo qualche mese ricominciavano le visite degli amici e dei parenti. Anche quella era una visita di cortesia.

Una zia di mio marito mi confessò che aveva imparato un trucco: metteva il lenzuolo migliore, quello di Cantù, solo nella fascia visibile sotto i cuscini. Dopo quattro mesi di visite non ne poteva più di rifare ogni volta il letto come un altare. Così, durante il giorno, mostrava il lenzuolo elegante agli ospiti e la sera lo toglieva, tornando a quello di tutti i giorni.

Oggi gli inviti arrivano su WhatsApp, con richiesta di conferma per sapere quanti saranno gli invitati. Anche le partecipazioni si condividono in chat e solo ai parenti più stretti si porta ancora l'invito di persona.

Poi ci sono le visite ai malati, quelle che non si vorrebbero mai fare. Ma come si fa a non andarci? E poi, cosa si dice?

Mia suocera sosteneva che bisognasse andare subito perché era una "briogna". Non saprei tradurre esattamente questa parola dialettale. Forse significa vergogna, forse dovere morale.

So soltanto che, quando tornavo da quelle visite, finivo per somatizzare ciò che avevo visto. Mi sentivo malato anch'io e per giorni restavo turbato.

E poi c'erano le visite per comunioni, cresime, lauree, maggiori età, case nuove, automobili nuove, venticinquesimi anniversari, nozze d'oro.

Di tutto questo oggi è rimasto ben poco. Ma non sono sicuro che sia un miglioramento.

Un tempo la famiglia conosceva tutto di sé stessa; oggi ci si incontra quasi soltanto per matrimoni, funerali e poche altre occasioni. Non c'è più tempo per un pranzo insieme o per una semplice uscita. I parenti sono considerati una presenza scontata, mentre gli amici sembrano richiedere attenzioni continue.

Forse il problema non è che facciamo meno visite. È che abbiamo smesso di trovare il tempo per stare insieme.

L'accoglienza

 

                
                                                                             Immagine di Svyatogor


Vi è mai capitato di essere invitati a casa di qualcuno e di sentirvi davvero accolti? E ricordate il modo in cui siete stati ricevuti?

Personalmente, quando  ricevo delle persone, la prima cosa che faccio è dare loro il benvenuto e invitarle ad accomodarsi. Poi offro qualcosa: un caffè, un bicchiere d'acqua, una cioccolata o un dolce. Successivamente ci si siede insieme, si conversa, ci si ascolta e ci si racconta.

L'accoglienza non dipende dalla grandezza di una casa, dall'eleganza di un ambiente o dalla ricchezza di ciò che si offre. Spesso basta un sorriso sincero, una parola gentile o un ascolto autentico per far sentire una persona benvenuta.

Quando arriva un ospite, ciò che conta è non lasciarlo mai solo a sé stesso, ma stargli vicino e mostrargli attenzione. È importante ascoltare ciò che dice, comprendere i suoi desideri, accertarsi che si trovi a suo agio e che si senta libero di scegliere dove stare. In quel momento la nostra attenzione dovrebbe essere rivolta all'ospite e al suo benessere.

L'accoglienza è un momento delicato: da essa dipendono la nostra educazione, la nostra sensibilità e il rispetto che siamo capaci di dimostrare agli altri. Può sembrare semplice, ma non lo è affatto. La vera accoglienza si manifesta quando ci  apriamo a chi ha idee, abitudini o culture diverse dalle nostre, senza pregiudizi e senza voler cambiare ciò che l'altro è.

La prima cosa che dovrebbe starci a cuore è il benessere dell'altro. Occorre saper ascoltare, comprendere, comunicare e offrire la propria attenzione. L'accoglienza non riguarda soltanto gli ospiti che entrano nelle nostre case: è un valore che si applica in molti ambiti della vita. Vale per chi arriva in un nuovo Paese e cerca ospitalità, per chi partecipa a un evento, per ogni componente della famiglia e per chiunque entri in relazione con noi.

Accogliere non significa soltanto dare, ma anche ricevere. Ogni persona che entra nella nostra casa, nella nostra famiglia o nella nostra comunità porta con sé una storia, delle esperienze e una ricchezza umana che possono arricchire anche noi.

Dal modo in cui si è capaci di accogliere si comprende il nostro modo di sentire, si misura la nostra sensibilità e si coglie la qualità umana che siamo in grado di esprimere.

Se l'accoglienza viene meno proprio negli ambienti che dovrebbero favorirla, forse è il segnale che occorre riflettere maggiormente sui propri atteggiamenti e sui propri pregiudizi. Accogliere significa aprirsi all'altro, riconoscerne la dignità e farlo sentire parte di una comunità.Una società si misura anche dalla sua capacità di accogliere. Dove le persone si sentono ascoltate, rispettate e valorizzate, nascono relazioni più forti, maggiore fiducia e un autentico senso di comunità. In fondo, tutti noi, prima o poi, siamo ospiti nella vita di qualcuno. Per questo l'accoglienza non è soltanto un gesto di cortesia, ma un atto di umanità che rende il mondo più abitabile e le relazioni più autentiche.

Giovanni Manganaro: la geometria dell'emozione

 




Nato a Vico Equense nel 1946, Giovanni Manganaro vive e lavora nella sua terra d'origine, luogo che continua a rappresentare una fonte inesauribile di ispirazione per la sua ricerca artistica. Dopo aver maturato una precoce passione per il disegno e la pittura, intraprende gli studi presso l'Accademia di Belle Arti, dove consegue il diploma nel 1971. Gli anni della formazione coincidono con un periodo di profonde trasformazioni nel panorama artistico italiano ed europeo, esperienze che contribuiscono a consolidare la sua sensibilità e a orientare la definizione di un linguaggio personale.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre collettive e personali, presentando le proprie opere in diverse sedi espositive e ottenendo apprezzamenti da parte di critici, collezionisti e appassionati d'arte. Il suo percorso testimonia una costante fedeltà alla pittura intesa come ricerca interiore e come strumento privilegiato di comunicazione umana.

La produzione artistica di Giovanni Manganaro si colloca idealmente tra alcune delle più significative esperienze del Novecento. Nelle sue opere si avverte talvolta l'eco della tensione costruttiva e dinamica di Boccioni, così come la sensibilità sintetica e cromatica di Kisling; tuttavia questi riferimenti non si traducono mai in citazione o imitazione. Essi vengono piuttosto assimilati e trasformati in una poetica autonoma, caratterizzata da una personale interpretazione della realtà.

Per Manganaro la realtà non è qualcosa da riprodurre fedelmente, ma da comprendere e rielaborare. Da qui nasce il processo di semplificazione che caratterizza molte delle sue opere: forme, paesaggi e figure vengono ricondotti a rapporti geometrici essenziali. La geometria non rappresenta una fuga dal reale, ma uno strumento per penetrarne la complessità. Attraverso la sintesi delle forme, l'artista cerca infatti di cogliere l'ordine nascosto delle cose e di restituirne l'essenza più profonda.

Alla base della sua ricerca vi è una concezione dell'arte profondamente umana. Quando gli si chiede quale sia il significato della sua pittura, Manganaro risponde con semplicità che dipinge per le emozioni che l'atto creativo genera in lui e in coloro che osservano le sue opere. L'emozione costituisce il centro della sua riflessione artistica e il criterio attraverso il quale giudicare il valore di un'opera.

A una domanda apparentemente semplice — «A cosa serve l'arte?» — l'artista offre una risposta essenziale: l'arte serve a emozionare. Ma l'emozione, nella sua visione, non è un fatto superficiale o passeggero. Essa rappresenta una forma di conoscenza, una via privilegiata attraverso cui l'uomo entra in contatto con la parte più autentica del proprio essere. Emozionarsi significa riconoscere la profondità della vita, percepirne la sostanza invisibile e accedere a una dimensione che sfugge alla sola ragione.

Le opere di Giovanni Manganaro si pongono dunque come luoghi d'incontro tra costruzione e sentimento, tra rigore compositivo e partecipazione emotiva. Nella sintesi geometrica delle forme e nell'armonia dei colori emerge una pittura che non si limita a rappresentare il mondo, ma invita a viverlo interiormente. È proprio in questa capacità di trasformare la realtà in emozione che risiede l'originalità e la forza della sua ricerca artistica.

L'ignoranza tra filosofia e società contemporanea

 


                             Immagine di Atrona Grizel

L'ignoranza viene generalmente definita come una condizione di insufficiente o totale mancanza di conoscenza. Tuttavia, nella storia del pensiero occidentale, una simile definizione appare riduttiva se si considera la complessità del fenomeno. Essa non rappresenta soltanto un limite individuale, ma una dimensione fondamentale dell'esperienza umana, che influisce sul modo in cui comprendiamo il mondo. Il rapporto tra ignoranza e sapere non è infatti di semplice opposizione, bensì di reciproca implicazione: la conoscenza nasce proprio dalla consapevolezza di ciò che ancora non si conosce.

Questa concezione affonda le sue radici nel pensiero di Socrate, il quale, attraverso il dialogo e il metodo maieutico, spingeva i suoi interlocutori a mettere in discussione le proprie convinzioni, mostrando come molte di esse fossero prive di un autentico fondamento razionale. È questo il significato della celebre espressione: «So di non sapere». Tale affermazione non esprime una forma di scetticismo radicale, ma il riconoscimento che la ricerca della verità richiede anzitutto la consapevolezza dei propri limiti. In questa prospettiva, l'ignoranza rappresenta il punto di partenza di ogni percorso di conoscenza.

Il tema dei limiti del sapere è stato approfondito in particolare da Immanuel Kant, il quale ha mostrato come la ragione umana non sia in grado di oltrepassare determinati confini. Secondo il filosofo tedesco, l'uomo può conoscere la realtà soltanto attraverso le forme della sensibilità e le categorie dell'intelletto, ma non può accedere direttamente alla "cosa in sé" (noumeno). La conoscenza risulta quindi inevitabilmente limitata dalla stessa struttura della mente umana. L'ignoranza, pertanto, non costituisce una mancanza contingente destinata a essere completamente eliminata, ma una dimensione intrinseca della condizione umana.

Una riflessione analoga emerge nella filosofia della scienza di Karl Popper. Opponendosi all'idea di una scienza fondata su verità definitive e immutabili, Popper sostiene che il progresso scientifico avviene attraverso la formulazione di ipotesi continuamente sottoposte a verifica e alla possibilità di essere confutate. Nessuna teoria può essere considerata definitivamente vera; ogni teoria scientifica rimane sempre esposta alla possibilità di essere smentita da nuove evidenze. Il sapere scientifico si configura così come un processo aperto e dinamico, fondato sulla consapevolezza della propria fallibilità.

L'ignoranza non costituisce dunque il contrario della scienza, ma uno dei motori che ne rendono possibile lo sviluppo. È proprio il riconoscimento di ciò che ancora non si sa a stimolare la ricerca e ad alimentare il progresso della conoscenza.

Oltre alla sua dimensione epistemologica, l'ignoranza possiede una rilevanza politica e sociale. Michel Foucault ha mostrato come sapere e potere siano strettamente intrecciati. Le forme della conoscenza non sono mai completamente neutrali, ma si sviluppano all'interno di rapporti di forza che determinano ciò che può essere considerato vero, legittimo o accettabile in una determinata epoca. Di conseguenza, anche l'ignoranza non può essere interpretata esclusivamente come un fenomeno individuale. Esistono infatti condizioni sociali, culturali e istituzionali che favoriscono la diffusione di determinate forme di non-conoscenza o che limitano l'accesso alle informazioni e agli strumenti critici necessari per comprenderle.

Questa questione assume un'importanza particolare nella società contemporanea. L'era digitale ha reso disponibile una quantità di informazioni senza precedenti nella storia dell'umanità. Tuttavia, come osserva Edgar Morin, l'accumulo delle informazioni non coincide necessariamente con un aumento della conoscenza. La frammentazione dei saperi, la rapidità della comunicazione e la diffusione di contenuti privi di adeguata verifica possono generare nuove forme di ignoranza. In questo contesto emerge il fenomeno della disinformazione, che non consiste soltanto nella presenza di notizie false, ma anche nella crescente difficoltà di distinguere tra fonti attendibili e fonti inaffidabili.

Particolarmente preoccupante è il fenomeno dell'ignoranza volontaria, ossia il rifiuto consapevole del confronto con dati, argomentazioni o evidenze che contraddicono le proprie convinzioni. Tale atteggiamento si manifesta frequentemente nei dibattiti pubblici contemporanei, dove il confronto razionale viene spesso sostituito dall'adesione emotiva a narrazioni identitarie. In questi casi, l'ignoranza non deriva dalla mancanza di conoscenze disponibili, ma dalla rinuncia a esercitare uno spirito critico nei confronti della realtà. Si tratta di una forma di chiusura intellettuale che ostacola il dialogo e indebolisce le basi della convivenza democratica.

Di fronte a queste sfide, il ruolo dell'educazione appare fondamentale. L'obiettivo della formazione non dovrebbe limitarsi alla semplice trasmissione di informazioni, ma comprendere anche lo sviluppo del pensiero critico, della capacità argomentativa e della consapevolezza dei limiti del proprio sapere. Educare significa insegnare a porre domande, a valutare criticamente le fonti, a riconoscere la complessità dei fenomeni e ad accettare l'incertezza come elemento costitutivo della conoscenza.

In conclusione, l'ignoranza non può essere considerata semplicemente una carenza da eliminare. Essa rappresenta una dimensione inevitabile dell'esistenza umana e accompagna ogni forma di sapere. Ciò che distingue l'atteggiamento filosofico e scientifico dalla chiusura dogmatica è proprio la capacità di riconoscere tale limite e di trasformarlo in occasione di ricerca. Come insegna la tradizione che va da Socrate a Popper, il progresso della conoscenza non nasce dalla pretesa di possedere la verità, ma dalla disponibilità a mettere continuamente in discussione le proprie certezze.

 

Siamo ciò che mangiamo, ma non sappiamo più cosa mangiamo



C’è un gesto quotidiano che abbiamo trasformato in un’azione automatica: mangiare. Eppure non lo è affatto. Mangiare è una scelta culturale, etica e politica prima ancora che nutrizionale.

Nell’epoca della grande distribuzione possiamo trovare di tutto, in ogni stagione, proveniente da ogni parte del mondo. Ma questa abbondanza ha un prezzo: la perdita di relazione con ciò che mettiamo nel piatto. Il consumatore moderno conosce sempre meno la storia del cibo che acquista e sempre più spesso si limita a riconoscerlo per prezzo, marca o estetica.

Eppure il punto non è la nostalgia di un passato idealizzato, ma una domanda più semplice e più scomoda: sappiamo davvero cosa stiamo mangiando?

Esiste ancora chi difende un rapporto diretto con il cibo, fondato sulla conoscenza della provenienza e sulla fiducia costruita nel tempo. Sapere chi produce un alimento, come viene lavorato e con quali tempi significa restituire al cibo una dimensione umana. Non si tratta di romanticismo, ma di responsabilità.

In questo senso, il cibo non è mai anonimo. Un formaggio, un pane, un ortaggio raccontano sempre una storia: di un territorio, di un metodo di produzione, di una scelta agricola. Il problema è che queste storie sono diventate invisibili dietro scaffali pieni e logiche di mercato globali.

La distanza tra chi produce e chi consuma ha generato un effetto collaterale evidente: la perdita di fiducia. Non fiducia cieca, ma consapevole. Quella che nasce dal conoscere ciò che si porta in tavola, dal riconoscere la qualità attraverso l’esperienza, dal dialogo diretto con chi produce.

Il pescivendolo che consiglia il pescato del giorno o il produttore locale che segue ogni fase della filiera non sono figure romantiche del passato: sono presidi di trasparenza alimentare. In un sistema dove tutto è standardizzato, rappresentano l’eccezione che restituisce senso alla scelta.

Nel frattempo, la produzione industriale ha risposto alla domanda di massa con efficienza e continuità, ma anche con omologazione e opacità. Il risultato è un paradosso: possiamo scegliere tra centinaia di prodotti, ma sappiamo sempre meno cosa contengano davvero.

Non è una questione di demonizzare l’industria alimentare, né di idealizzare il “naturale” come categoria assoluta. È piuttosto una questione di equilibrio: tra accessibilità e qualità, tra quantità e consapevolezza, tra globalizzazione e radicamento.

Mangiare, in fondo, non dovrebbe essere solo un atto di consumo. Dovrebbe restare un atto di relazione. Con il territorio, con chi produce, e soprattutto con il nostro corpo.

Perché ciò che scegliamo ogni giorno non si limita a riempirci: ci definisce.

Il faro come simbolo di orientamento e presenza


               
                                                                       Immagine di Syè Münir

Il faro è da sempre un elemento capace di esercitare un forte fascino nell’immaginario umano. Collocato tra terra e mare, tra stabilità e movimento, esso rappresenta un punto di riferimento che guida chi naviga nell’oscurità o nella tempesta. La sua funzione pratica si intreccia così con un significato simbolico più profondo, legato all’idea di orientamento, salvezza e attesa.

Dal punto di vista fisico, il faro è una torre isolata che si erge su coste rocciose o in prossimità dei porti. La sua luce intermittente rompe il buio e si impone come segnale di presenza costante. Non impedisce il mare di agitarsi, ma offre una direzione possibile, un invito al ritorno. In questo senso, il faro non elimina il pericolo, ma aiuta a attraversarlo.

Questo elemento ha spesso ispirato anche la letteratura e la riflessione artistica. In opere come Al faro di Virginia Woolf o nei richiami simbolici presenti nell’Ulisse di James Joyce, il faro assume il valore di meta interiore, di punto verso cui tende il pensiero umano. Non è soltanto un oggetto geografico, ma un’immagine della ricerca di senso e stabilità.

A livello personale, il faro può assumere una dimensione ancora più intima e affettiva. Può diventare metafora di una figura di riferimento, come quella di un nonno o di una persona capace di offrire sicurezza e guida. In questa prospettiva, il faro non è più soltanto una costruzione sul mare, ma una presenza umana che illumina il cammino, soprattutto nei momenti di difficoltà.

Il desiderio di abitare un faro esprime infine un bisogno di osservazione e distanza dal mondo, ma anche di partecipazione silenziosa ad esso. Vivere in un faro significa trovarsi in una posizione privilegiata: abbastanza lontani da non essere travolti dagli eventi, ma abbastanza vicini da comprenderli e anticiparli. È una condizione di solitudine attiva, in cui l’osservazione diventa consapevolezza.

Il faro è molto più di una struttura funzionale alla navigazione. Esso rappresenta un simbolo universale di orientamento, protezione e introspezione. La sua luce, fragile ma costante, continua a evocare l’idea di un ritorno possibile, di una direzione da seguire anche nei momenti più incerti.

Tra aspettative e realtà





Vivere non significa semplicemente soddisfare i bisogni biologici, ma partecipare attivamente all'esistenza: essere curiosi, coltivare dubbi, provare entusiasmo, lasciarsi guidare da ciò che accade. In questo senso, la vita non è solo sopravvivenza, ma esperienza, relazione e crescita.

La qualità della vita dipende profondamente dal rapporto con gli altri: dalla comprensione, dall'educazione, dalla capacità di cercare punti d'incontro. È una visione che mette al centro l'empatia e la reciprocità, invitandoci a offrire agli altri ciò che vorremmo ricevere. Questo richiama una delle intuizioni etiche più diffuse, spesso sintetizzata nella cosiddetta regola di trattare gli altri come vorremmo essere trattati.

"La vita è quello che vorremmo dagli altri e, nell'attesa, diamo ciò che ci piacerebbe ricevere."

È un invito a non aspettare passivamente che il mondo ci offra gentilezza, attenzione o comprensione, ma a diventare noi stessi la fonte di quelle qualità. Un atteggiamento che può migliorare i rapporti umani e, spesso, anche il modo in cui percepiamo la nostra stessa esistenza.

Sappiamo però che non sempre gli altri risponderanno con la stessa disponibilità o sensibilità che offriamo noi. Tuttavia, il valore di questo pensiero non risiede nella garanzia di una ricompensa, bensì nella scelta di vivere secondo determinati principi indipendentemente dalla risposta altrui.

"Si vive davvero quando si smette di aspettare dagli altri ciò che si può iniziare a donare."

Quando gli altri ci deludono, spesso non soffriamo soltanto per ciò che è accaduto, ma anche per la distanza tra ciò che ci aspettavamo e ciò che è successo realmente. La delusione può portare tristezza, rabbia, amarezza o senso di tradimento. Talvolta ci costringe a rivedere l'immagine che avevamo di una persona o persino della vita stessa.

In alcuni casi la delusione porta a prendere le distanze. In altri, può diventare un'occasione per conoscere meglio l'altra persona e ridefinire il rapporto in modo più realistico. Paradossalmente, le delusioni possono anche insegnarci qualcosa sulle nostre aspettative. A volte ci aspettavamo troppo; altre volte ci aspettavamo semplicemente rispetto, sincerità o affidabilità, e allora la delusione segnala che un nostro bisogno importante non è stato soddisfatto.

Forse il senso più profondo della vita non sta nell'evitare le delusioni, ma nell'imparare ad attraversarle senza perdere la capacità di credere negli altri e in ciò che riteniamo giusto. Ogni incontro ci lascia qualcosa: alcuni ci confermano che la fiducia può essere ben riposta, altri ci insegnano a guardare con maggiore lucidità la realtà e le persone. Questo non dovrebbe stravolgere il nostro animo né indurci a comportarci diversamente da ciò che siamo solo perché non abbiamo trovato corrispondenza nel nostro sentire. Dovremmo continuare a offrire ciò che vorremmo ricevere, senza permettere che le mancanze degli altri impoveriscano ciò che siamo.

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