La reciprocità

 



La reciprocità è un principio fondamentale delle relazioni umane e sociali. I comportamenti, le attenzioni e le azioni scambiate tra le persone tendono a essere corrisposte: ciò che offri agli altri influenza il modo in cui gli altri rispondono a te. Non si tratta di uno scambio meccanico o di un calcolo preciso, ma di un equilibrio dinamico che permette alle relazioni di funzionare nel tempo.

Nelle relazioni personali si basa su ascolto e rispetto reciproci; nella società sostiene la cooperazione e la fiducia, mentre nelle istituzioni regola diritti e doveri. La reciprocità rende le relazioni più stabili e soddisfacenti; quando manca, emergono squilibri, conflitti o distacco.

In ambito antropologico, Marcel Mauss, nel Saggio sul dono (1925), pone la reciprocità alla base delle società tradizionali, articolandosi nelle tre obbligazioni del dare, ricevere e ricambiare, attraverso cui si costruiscono legami sociali e sistemi di alleanze. In sociologia, Alvin Gouldner ha teorizzato la reciprocità come una norma indispensabile per la stabilità dei sistemi sociali: limita comportamenti opportunistici e promuove la cooperazione.

Dal punto di vista della psicologia sociale, la reciprocità è un meccanismo che orienta il comportamento individuale, inducendo gli individui a rispondere positivamente a benefici ricevuti, contribuendo così alla costruzione della fiducia e del senso di equità. In ambito politico e giuridico, infine, il principio di reciprocità assume una funzione regolativa nei rapporti tra soggetti e istituzioni.

Se l’amicizia è reciproca, anche l’altra persona ti cerca e ti sostiene. Se non lo è, col tempo ti senti stanco o dato per scontato. In una relazione sentimentale la reciprocità c’è quando entrambi fanno spazio all’altroSe uno dà e l’altro prende, nasce frustrazione.

Nel lavoro ci si aspetta rispetto, fiducia, riconoscimento. Se l’azienda prende e non restituisce, la motivazione cala.

Se tratti qualcuno con rispetto e cortesia, spesso ricevi lo stesso tono. Se invece rispondi con aggressività, l’altro tende a chiudersi o reagire allo stesso modo. In una relazione sana, anche i tuoi confini vengono rispettatiLa reciprocità non è solo nel dare, ma anche nel rispettare.

Quando viene meno, le conseguenze si manifestano sia a livello individuale sia a livello sociale, producendo squilibri relazionali e tensioni.

Dal punto di vista relazionale, l’assenza di reciprocità genera asimmetria: uno dei soggetti dà (tempo, attenzione, risorse, impegno) mentre l’altro riceve senza ricambiare in modo adeguato. Nel tempo, ciò produce sentimenti di frustrazione, risentimento e perdita di fiducia, fino al progressivo indebolimento o alla rottura del legame.

In psicologia sociale, la mancanza di reciprocità è percepita come un’ingiustizia. Secondo Gouldner, quando le aspettative vengono disattese, si attivano meccanismi di difesa: riduzione dell’impegno, ritiro emotivo o comportamenti compensativi. L’individuo tende a proteggersi interrompendo lo scambio.

A livello sociale e istituzionale, la mancanza di reciprocità compromette la cooperazione. Se i benefici non sono accompagnati da responsabilità condivise, si diffonde l’opportunismo e si indebolisce la fiducia nelle regole comuni. Ne deriva una minore coesione sociale e un aumento dei conflitti.

L’assenza di reciprocità rompe l’equilibrio dello scambio e trasforma la relazione rendendola disfunzionale, caratterizzata da dipendenza, sfruttamento o distacco. E' un principio relazionale basato sull’aspettativa di un ricambio, non necessariamente immediato né equivalente. Lo scambio si fonda su una logica più esplicita e razionale di dare e ricevere. A differenza della reciprocità, lo scambio tende a essere immediato, calcolato e simmetrico (ad esempio uno scambio economico o contrattuale).

 Mentre la reciprocità valorizza il legame, lo scambio privilegia l’utilità.

 La reciprocità non è altruismo, che  consiste, invece, nell’agire a beneficio dell’altro senza aspettarsi un ritorno. È motivato da empatia, valori morali o norme interiorizzate. Non presuppone equilibrio né ricambio, ma un dono unilaterale.

La solidarietà, ancora, indica un legame sociale fondato su appartenenza, responsabilità condivisa e sostegno reciproco, spesso in contesti collettivi (gruppi, classi sociali, comunità). Rispetto alla reciprocità, la solidarietà è meno legata allo scambio individuale e più orientata al bene comune.

Armati per sentirsi vivi





Čechov affermava che, se inserisci nel romanzo una pistola, poi la devi usare: altrimenti è un elemento inutile, e anche nella scrittura vale il principio dell’economia.

Quella pistola, prima o poi, servirà.

Questa premessa si ricollega a ciò che accade oggi ai ragazzi, agli adolescenti, ai giovani,  e talvolta anche a chi giovane non lo è più, che portano in tasca un coltello. Il famoso temperino che un tempo i nonni regalavano ai nipoti come segno di passaggio all’età adulta, attribuendo al coltello un valore simbolico di forza e maturità. Oggi quel passaggio non esiste più: il coltello lo si procura senza chiedere.

A che cosa serve? Un coltello serve sempre: per affilare un ramoscello, aprire qualcosa, spuntare, giocarci. Ma serve anche per ferire. È un simbolo di forza.

Nessuno presta loro attenzione, soprattutto se il ragazzo è tranquillo, “buono”, studia. Ma questi parametri non giustificano un uso distorto del coltello. D’altra parte lo metti nello zaino, nel taschino, nei calzini, e forse te ne ricordi solo la sera, quando ti spogli.

Le motivazioni non hanno una causa unica, ma sono il risultato di una concatenazione di fattori. Non esistono discriminazioni sociali: lo portano ragazzi benestanti e ragazzi più deprivati. L’attenzione dei genitori, talvolta, è blanda, quando non manca del tutto. A scuola dimentichiamo che si va per apprendere, e non può essere compito degli insegnanti fare i detective. E qualora accadesse, c’è sempre il genitore che attacca il docente accusandolo di aver violato la privacy del figlio, come se la detenzione di un’arma non fosse di per sé un fatto grave e reprensibile, da non poter essere nascosto sotto la coperta della privacy.

Ma genitori e scuola non sono i soli a mancare. Ci sono anche gli esempi che arrivano dal cinema e dalla televisione, ormai privi di filtri. Se pubblichi una foto con un bambino vieni subito accusato di sfruttamento dei minori; se invece in un film mostri armi usate ripetutamente, il messaggio passa senza problemi: l’arma dà potere. L’emulazione diventa così la risposta perfetta a una violenza gratuita.

I ragazzi oggi hanno bisogno di sicurezza, che la società non è più capace di fornire. C'è chi porta il coltello per difesa: “puoi sempre incontrare uno squilibrato che ti aggredisce”, in città percepite sempre più violente.

Ciò di cui hanno bisogno i giovani è essere seguiti, guardati, voluti bene, accompagnati. Hanno bisogno di modelli autentici, di guide paterne, di persone che li aiutino a crescere e non li sfruttino. Prima ancora, sono soggetti fragili, benvoluti dall’economia, ingannati con finti piaceri e facili guadagni, demotivati allo sforzo e alla conquista di obiettivi da raggiungere con sacrificio.

Un ragazzo insicuro, lasciato a se stesso, senza controllo, senza poter contare sulla famiglia o su amici solidi, diventa facilmente preda di situazioni più grandi di lui. Tra i 15 e i 19 anni la violenza è aumentata sensibilmente; dal 2019 al 2024 è più che raddoppiato il numero di minori segnalati per porto di armi improprie. Molti giovani dichiarano di portare un coltello per sentirsi più sicuri, anche solo perché percepiscono che “gli altri ce l’hanno”. La sensazione di insicurezza e vulnerabilità spinge verso l’arma come difesa. I social network, i video e la musica spesso glorificano la violenza o mostrano le armi come simboli di status e potere, rendendo questo comportamento più accettabile e attraente. Coltelli e armi improprie, inoltre, sono acquistabili online.

Ai giovani servono adulti credibili e affidabili, modelli con cui confrontarsi. Sapere di poter contare su qualcuno che dia fiducia e mantenga un atteggiamento coerente li rafforza e li rende più sicuri. L'allenatore, il docente, il parroco, un amico di famiglia, un nonno: tutte le figure che ruotano intorno a loro e che devono essere autentiche, capaci di instaurare rapporti leali e sinceri, senza ipocrisia.

Da un punto di vista educativo è fondamentale lavorare sulla paura e sull’insicurezza. I problemi vanno affrontati in famiglia, a scuola e altrove. Affrontarli significa comprenderli e individuare strategie adeguate per risolverli. Prima ancora che un adulto, il giovane vuole essere guardato: esserci per lui, riconoscerlo, non sentirsi un numero ma una persona di cui gli altri hanno bisogno.

Funzionano le relazioni sane, la presenza attiva degli adulti, la prevenzione precoce e una comunità in cui il ragazzo possa sentirsi accolto e al sicuro.

La noia come rivelazione




La noia si associa spesso a pigrizia, disinteresse o monotonia, ma la letteratura e la filosofia ci insegnano che non è mai superficiale. La noia è un silenzio interiore, un momento in cui il mondo esterno smette di distrarci e ci costringe a incontrare noi stessi.

Giacomo Leopardi, nei suoi Canti, descrive la noia come un fenomeno che nasce dall’intelligenza: la distanza tra il desiderio infinito dell’uomo e la finitezza della realtà. In questo senso, annoiarsi non è debolezza, ma consapevolezza del limite umano. La mente si apre a pensieri profondi, spesso scomodi, e inizia a interrogarsi sul senso delle cose.

Anche Charles Baudelaire, ne I fiori del male, parla di noia dell’anima moderna, non come apatia, ma un malessere profondo, una stanchezza esistenziale che nasce dall’incapacità di trovare piacere o significato in ciò che ci circonda.

In Madame Bovary, Flaubert mostra una noia più narrativa e concreta: quella di chi vive una realtà che non corrisponde ai propri sogni. Emma Bovary non si annoia per mancanza di cose da fare, ma perché ciò che ha non basta a riempire il suo immaginario. Qui la noia è frattura tra desiderio e realtà, tra aspettativa e vita reale.

Alberto Moravia, nel romanzo La noia, descrive una sensazione simile: un vuoto che nasce non dalla scarsità di esperienze, ma dall’incapacità di attribuire loro significato. È la coscienza della vacuità che rende l’esistenza pesante.

La lezione di questi autori è che la noia non è da combattere, ma da attraversare e comprendere. Quando ci annoiamo, ci troviamo davanti a un bivio: possiamo riempire il vuoto con distrazioni effimere, oppure ascoltarlo. La noia, se accolta, ci rivela dove manca senso, quali desideri sono autentici e quali illusioni abbiamo coltivato.

Fernando Pessoa e Emil Cioran vanno oltre: la noia è metafisica, ci mette faccia a faccia con l’essere e il tempo che passa. È crudele, ma necessaria: ci ricorda che crescere significa fare i conti con ciò che siamo davvero.

In un’epoca di iperstimolazione digitale, di sovraccarico di informazioni e distrazioni, la noia è un dono mascherato. È uno spazio in cui impariamo a conoscere noi stessi, a riflettere, a dare senso alle nostre vite. Non è nemica: è rivelazione, una guida silenziosa verso ciò che conta davvero. La noia potrebbe essere la chiave per scoprire qualcosa di prezioso in noi.

Alla ricerca del tempo perduto



"Una sera d'inverno, appena tornato a casa, sentendo freddo, mia madre, accorgendosi del mio stato, mi propose di prendere, contro il mio solito, un po' di tè. Io, che di solito non ne prendevo, esitai un poco, poi, su sua esortazione, accettai. Mia madre mi mandò a prendere una di quelle dolci pasticcerie tonde e rigonfie, dette "petite madeleine" che sembrano modellare le valve di una conchiglia di San Giacomo e che, piene di una gelatina fragrante e profumata, sembrano fatte della stessa sostanza di un angelo. [...] Non appena il sapore della pasticceria mescolata al tè mi toccò il palato, sussultai, fissando l'origine di una sensazione straordinaria che mi aveva invaso.[...] E ad un tratto il ricordo mi apparve. Era il ricordo della casa di Combray, nella sua stanza, della sua facciata, e di tutto il paese e i giardini circostanti, tutto ciò che prendeva forma e consistenza si elevava dalla mia tazza di tè." 

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è considerato un capolavoro della letteratura mondiale, ma la sua grandezza convive con difficoltà stilistiche e tematiche che meritano attenzione critica. L’opera di Proust è un’indagine profonda sulla memoria, sul tempo e sulla coscienza, e al contempo un ritratto della società francese della Belle Époque. Tuttavia, l’ammirazione che suscita non deve oscurare le tensioni e le limitazioni insite nel testo.

Il punto più originale del romanzo è l’uso della memoria involontaria: la famosa madeleine, un dolce immerso nel tè diventa simbolo di come il passato possa riaffiorare attraverso sensazioni e percezioni, superando i confini del tempo. Proust trasforma l’esperienza quotidiana in materia letteraria universale ed esplora, con rara precisione, la psicologia dei personaggi. La sua scrittura invita a una riflessione profonda sul senso della vita, sull’effimero e sull’intensità degli attimi.

Allo stesso tempo, il romanzo è caratterizzato da frasi lunghe, digressive e dettagliate, che rendono la lettura lenta e faticosa. L'eccessiva attenzione ai gesti, ai pensieri e ai dettagli sociali può apparire pedante. Il rischio è che la profondità si trasformi in ostacolo, soprattutto per i lettori non abituati a una scrittura così meditativa e riflessiva. In questo senso, l’opera è  impegnativa: una sfida intellettuale più che una lettura immediata.

Proust concentra la sua analisi sulla borghesia e sull’aristocrazia francese, trascurando altre classi sociali e contesti culturali. L'ossessione  ai dettagli estetici e psicologici può risultare elitista, e il romanzo rischia di apparire autoreferenziale. La perfezione stilistica non sempre corrisponde a un coinvolgimento emotivo universale: alcuni lettori possono percepire distacco o freddezza nel tratto dei personaggi.

Nonostante queste criticità, il contributo di Proust alla letteratura è innegabile. Ha rivoluzionato il modo di raccontare la coscienza e la memoria, ha reso visibile il flusso interiore dei pensieri, e ha trasformato l’esperienza quotidiana in oggetto di riflessione filosofica e poetica. L’opera resta un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia comprendere la psicologia, la temporalità e la complessità della vita umana.

Alla ricerca del tempo perduto è quindi un’opera sublime nella profondità e nell’introspezione, impegnativa nella forma. La sua lettura richiede pazienza e attenzione, ma offre in cambio una comprensione unica del tempo, della memoria e della condizione umana. Proust non scrive solo per raccontare una storia: invita il lettore a riflettere, osservare e vivere più intensamente ogni attimo, trasformando la lettura in esperienza esistenziale.

Itarella e le altre storie... peccati di gola

                                                         
      


È passato un anno, ma Itarella non è riuscita a fare alcun tipo di dieta. Continua a mangiare dolci. In un momento di debolezza ha mangiato due graffe e un budino. Ora corre ai ripari, almeno con la coscienza, recandosi da don Gennaro a confessare il suo peccato di gola.

«Eccomi qui! Manco avessi ucciso qualcuno. Don Gennà, mi dovete sentire. ’Ncoppa ’a tavola c’era nu vassoio ’e robba vecchia, ’e ieri mattina. Sarebbe stato nu schiaffo ’alla miseria e poi… cu ’a guerra ’n giro, me posso permettere ’e buttà ’o cibo? No! E allora ne ho fatto il mio pranzo.
’O budino era ’e Annuccia mia, che era nu poco “imbarazzata cu ’a panza”, mentre ’e duje graffe me chiamavano. Mmmmmm… don Gennà! E comme chiamavano!
Allora non ho resistito e ho mangiato tutto: ’e graffe e pure ’o budino! Jesce!!! Mo me sento ’n’assassina! Don Gennà, ’a dieta nun procede, qua lievito sempe. Mo nun vorrei dicere, ma che duje graffe e nu budino tengono chisto potere? Jamme bell’! Ce adda essere qualche disfunzione.
Intanto, ogni vota che vaco a Torino d’’o dietologo mio, spenno ’na barca ’e sorde. Don Gennà, che aggia fa?»

Itarella chiedeva al parroco come se avesse avuto la possibilità di toglierle i chili di dosso.

«Itarè, ’e peccate songo altri. Certo ca ce vo’ moderazione pure ’a tavola. Cerca ’e strategie pe’ nun penzà sempe ’o cibo, distraiti e accatta meno robba.»

«Don Gennà, io vulesse nu miracolo: ca diventasse ’na lice, secca secca, ’a fa schifo. Pure pecché ’e sti tiempe, cu ’a guerra ’n giro, se po’ essere obesi?
Nisciuno se piglia collera pe’ ’sta guerra? O forse ’a paura ce fa magnà cchiù assaje? Che vedimmo ’int’ ’a televisione? Sulo ’a guerra! Mo pure all'ato munno se fa guerra.
Si stessimo ’n pace e cchiù cuntente, mangeremmo ’e meno, camperemmo ’e cuntentezza. Don Gennà, ’a ggente è chiatta pecché è afflitta, sempe cu ’na paura.
All’ata guerra erano sicchi; mo, che ce sta tutta ’sta abbondanza, simmo tutt’ ’e chiatti.»

«Itarè, ’a guerra è ’na brutta bestia, ma nel nostro piccolo la dobbiamo cummattere tutt’ ’e juorne.»

«Difatti, ’int’ ’al mio piccolo ’a combatto in maniera energica: magno chello che lassano ll’ate.»

«Itarè, chesta nun è economia, è abbuffata!»

«Anzi, l’ato juorno aggio ditto a Cosimuccio mio ca, si nun bevessimo cchiù ’a Coca-Cola, altro che guerra sarebbe. Altro che!
Ingrassammo pecché magnamm’ ’e schifezze venute ’a tutto ’o munno. Don Gennà, tu nun me cride, ma io nun tocco niente!»

«Itarè, tu ’o cibo nun lo devi manco guardà!»

«Don Gennà, aggio magnato sulo ’ste tre cose da Natale a mo: ’na graffetella… anzi duje, e nu budino, manco tanto doce.
Chella ’a colpa è tutta ’e Cosimuccio mio: chillo nu juorno senza doce nun ’o sape sta, e io impasto, impasto e impasto.
Te devi vedé ’e suie uocchie quanno me vede ’a ’mpastà: pareno ’e palline d’’o giocoliere, girano comme ’na giostra. E po’ assaggia, chiede e, soprattutto, aspetta.
Io nun voglio fa’ mancà niente, manco nu sfizio!»

«Itarè, penza pure ’a salute.»

«Mo, ier’ sera, nun guardavamo ’a ’na guerra ’a destra e n’ata ’a sinistra? Mo pure ’a Groenlandia!
Ma s’arrecordano addò sta ’sta Groenlandia? Aggio asciuto ’ncopp’ ’o pianerottolo pe’ chiedere ’a vicina si me prestava l’Atlante, ca ’a casa mia scarseggia.
Maronna mia, quanno l’aggio apierto, ’a Groenlandia stava ’ncopp’ ’a tutto ’o munno, comme ’nu cuperchio ’ncuoll’ ’a ’na pentola.
Subbeto aggio penzato: “Chisti ce vonno spià ’a coppe”. Deve essere nu spasso, ’a chella terra, guardà ’a sotto ’l’Europa. Accussì ce mettono sotto ’e piede e zangheneano!»

«Che?»

«Sì, quanno se finisce ’int’ ’e pozzanghere, don Gennà.
Chi aveva mai penzato ca ’nu juorno ’a Groenlandia addiventava accussì famosa? Fino a mo nisciuno ’a conosceva manco.
Ma chisti nun dormono ’a notte pe’ penzà ’e cheste schifezze ’a fa’ ’e juorne. Don Gennà, ’e doce e ’sti tiempe ce vonno pe’ forza.
Ma ’sta ggente nun ha visto maje grazia ’e Dio? Ma ’sti capi nun hanno mai assaggiato nu babbà, ’na pastiera, ’na zeppola? Ma sulo nuje ingrassammo?»

«Ma che dici, Itarè! ’A dieta è ’na cosa e ’a guerra n’ata.»

«Eh no! Si ’a ggente fosse cuntenta, nun magnasse ’e doce. E io, davanti ’a ’sti fatte, songo infelice.
E songo convinta ca cchiù se fa ’a guerra, cchiù se ingrassa. Io m’immagino ’e pranzi laculliani che fanno quanno tornano ’a casa doppo che s’hanno scannato.»

«Luculliani, Itarè! Da Lucullo, famoso per i suoi banchetti e pe’ ’l'ospitalità.»

«E pecché, pure Lucullo faceva ’a guerra?»

«’O tiempo ’e Lucullo, ’e guerre erano all’ordine d’’o juorno.»

«Allora aggio ragione: ’a guerra fa ingrassà!»

«Sì, ma per altri motivi. E Romane avevano ’o fisico atletico, cumbattevano tutt’ ’e juorne.»

«E pure nuje cummattimmo tutt’ ’e juorne, ’a penzà ’a fa’ ’a dieta e a nun ingrassà. Ma niente!»

«Itarè, accumminciammo cu ’e fioretti piccerilli. Po’ famme sapé che dice ’o professore ’e Torino quanno vai ’a visita.»

«Nun me ’o arricordà. Quanno vaco, so’ centoni!»

«Centoni? Saje che cos’è nu centone?»

«Eccome! Fior ’e quattrine che se piglia pe’ ’na visita ’e venti minute!»

«’O centone, Itarè, è nu componimento r’a tarda latinità… e tu parle ’e sorde!»

«Uh, Maronna mia! Avimmo sempe ditto centone, mo addò è asciuto ’stu componimento?»

«Chi studia, ’o sape.»

«Chesto è vero. Allora, don Gennà, comme pozzo pagà ’stu peccato mio?»

«Intanto, ’a penitenza vale sulo se si’ propensa ’a nun ’o fa’ cchiù. Si pienze ’e appararti cu ’nu piccolo fioretto, nun vale!
Oltre ’e preghiere, te direi ’e fa’ ’o sforzo ’e accattà nu Atlante ’o posto ’e graffe. Sarà utilissimo pure pe’ Annuccia.»

«Don Gennà, me staje dicenn’ ca me devo studià ’a Groenlandia?»

«Accussì nun si’ costretta ’a jì ’a vicina ’a chiederlo!»




Hanta Edizioni è diventata una realtà



È nata insieme all’Associazione culturale Itinerando, da un’idea semplice ma vigorosa: dare voce alle storie che hanno un valore, una motivazione profonda, qualcosa di vero da condividere con gli altri.

Per noi il libro non è solo un contenuto.
È un incantesimo.
È un mondo che si apre, lentamente, a chi sceglie di attraversarlo.

Volevamo percorrere la vita di un libro in ogni sua fase: dall’intuizione iniziale fino all’incontro con il pubblico. Prenderci cura di ogni passaggio, dalla lettura del manoscritto alla stampa finale. Vivere questo processo è un’emozione unica, irripetibile.

La lettura, la scelta del testo su cui lavorare, le motivazioni che ci spingono a farlo, la copertina, il titolo, il pubblico a cui rivolgersi: ogni decisione è parte di una nascita. Trasformare fogli sparsi in un libro è dare vita a qualcosa che prima non esisteva.

Costruire un libro richiede competenze, passione e sacrificio, oltre all’impegno economico. Solo chi ama davvero questo lavoro può sostenere ritmi di lettura incessanti, correzioni continue, riletture in più fasi, limature finali e quell’attesa carica di tensione che accompagna l’uscita di un volume.

Refusi, ripetizioni, periodi da riscrivere, d eufoniche, sinonimi, smontaggi e ricostruzioni: è un lavoro da certosini. Artigiani che conoscono ogni riga del testo, ne assorbono il ritmo, la musica, la voce con cui si racconta.

È un lavoro di redazione, di squadra.
E quando il libro conclude il suo ciclo e diventa finalmente realtà su uno scaffale, inizia un’altra fase: la diffusione, la promozione, gli incontri, le presentazioni.

Il nome Hanta è un riferimento letterario al protagonista di Una solitudine troppo rumorosa, a testimonianza di un legame profondo con una letteratura consapevole e necessaria. Ad oggi, il catalogo della casa editrice conta otto titoli pubblicati.

Non ci interessa la quantità industriale, i libri sfornati in serie come pulcini. Ci interessa che ogni libro racconti qualcosa di buono a qualcuno. 

Questo è Hanta Edizioni. Un luogo dove le storie nascono, crescono e trovano la loro voce.

 

Nessuna nuova, buona nuova

 

eleonora021984


Viviamo immersi in una cultura che associa il valore al movimento e il progresso alla novità. A ogni inizio d’anno questa tendenza si accentua: nuovi piani, nuovi obiettivi, nuove narrazioni. La continuità, al contrario, viene spesso letta come mancanza di ambizione. Eppure, un’espressione antica continua a offrire una chiave di lettura sorprendentemente attuale: nessuna nuova, buona nuova.

Italo Calvino, nelle Lezioni americane, ricordava che la vera leggerezza non è superficialità, ma precisione e controllo. Anche la stabilità, quando è frutto di equilibrio, è una forma di competenza.

Per la cultura classica, ciò che funziona non richiede continue correzioni. Quod bene est, non mutandum: non per inerzia, ma per rispetto dell’equilibrio raggiunto. I latini chiamavano questa disposizione constantia, una virtù che indica fermezza senza rigidità, coerenza senza ostinazione. La stabilità non era il contrario del progresso, ma una sua condizione.

Eppure, Montaigne scriveva che «la maggior parte delle cose migliori della vita avviene senza rumore». Credibilità, autorevolezza, fiducia crescono lentamente, lontano dai riflettori.

In ambito professionale, l’assenza di novità può essere un segnale di salute. Processi che tengono, relazioni consolidate, decisioni che non necessitano di essere continuamente rilanciate. È una forma di ordine,  un ordo che non produce clamore, ma affidabilità.

La nostra epoca, invece, diffida del silenzio. Se nulla cambia, si presume che qualcosa non funzioni. Ma la tradizione classica invita alla misura. Orazio parlava di aurea mediocritas: la distanza dagli eccessi, anche da quello della novità fine a se stessa. Tacito, con sobrietà ancora più netta, ammoniva: plerumque quieta non movere, spesso è saggio non agitare ciò che è tranquillo.

Gennaio, mese simbolico di ripartenze obbligate, rende questa riflessione particolarmente urgente. Non ogni nuovo anno esige una svolta. Talvolta, la decisione più responsabile è la continuità. Saper restare fedeli a ciò che funziona non è mancanza di visione, ma segno di maturità culturale e professionale.

Nessuna nuova, buona nuova non è un rifiuto del cambiamento, ma un esercizio di discernimento. In un tempo che confonde il rumore con il valore, riconoscere l’equilibrio già raggiunto può essere la forma più discreta e più solida di progresso.

Per aggiungere "Il mio sole" ai tuoi Blog e Siti Preferiti del web clicca questo rigo!

Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

Cerca nel blog