"Tranquilla, mamma!"

 




Quando sento dire: «Ormai sono grandi, adesso sei più libera».

Ovviamente ci si riferisce ai figli. Ma sono sicuri che sia così?

Da piccoli erano uno spasso: curarli era più semplice, dipendevano in tutto da me, senza che avessero voce in capitolo. Sapevo dov’erano, cosa facevano, quando mangiavano, quando dormivano. E soprattutto sapevo che, se c’era qualcosa da sistemare, potevo farlo io.

Ora sono uomini e donne con una testa pensante e pretendono di gestirsi come vogliono.

Prendi ieri sera, per esempio. Lei esce per festeggiare il compleanno con gli amici. Appena me l’ha detto, sono andata in ansia. Perché? Perché quando lei esce significa che io non dormo.

Vago per casa come un’ombra, cercando di passare il tempo e di vederla arrivare. E poi esce già tardi, alle 11,30. E ti chiedi: ma a che ora vorrà ritirarsi? Ti risponde: «Mamma, vai a letto!» con un fare sbrigativo. E mentre il padre dorme beato, su di me pesa l’ansia come un macigno.

Poi accade un incidente sotto casa. Controllo dalla videocamera. Parte il messaggio per avvisarla, nel caso fortunato stesse tornando. E certo, sono l’una, sarebbe ora. Ma lei mi risponde di stare tranquilla. Per dire che la notte è ancora lunga. E quando le chiedo a che ora pensa di tornare, serafica mi risponde: «Tranquilla!»

Allora mi metto a leggere sul divano, controllando di continuo il telefonino. Al telefonino sostituisco l’uncinetto, vista la poca concentrazione nella lettura. Comincio a bere, poi controllo a che punto è il ripristino della strada dopo l’incidente. Ritorno sul divano, questa volta con un cuscino in modo da stendermi. E sono appena le due. Comincio a chiedermi quanto duri questo compleanno. Intanto nessun messaggio.

Glielo invio io, chiedendole a che ora pensa di tornare. Mi risponde che è ancora presto per loro. Sono le due e mezzo. E non credo che sia tardi solo per me.

Mi rassegno a vegliare sul divano con la luce piccola accesa. Giù è tornata la normalità: il traffico scorre tranquillamente. Do uno sguardo al telefonino, avvio delle ricerche, leggo notizie. Gli occhi chiedono pietà, ma io sono più forte e vado avanti con la lettura. Ormai sono le tre. Sono sicura che di lì a poco torni e, nel pensarlo, chiudo gli occhi. Il guaito di un cane me li fa aprire. Comincio a innervosirmi. Capisce come mi riduco quando esce e torna tardi? Se le dici qualcosa, ti risponde che non è più una bambina.

Ma la mia mente non sembra averlo ancora capito, che resta abbarbicata al fatto che uscire sia per me un fatto straordinario, mentre per lei è la cosa più normale che ci sia. Sono senza speranze e, mentre mi affanno col pensiero, non ricordo più nulla. Ormai sono le tre e mezzo e non reggo più. Dopo una mezz’ora mi sveglio di soprassalto: la luce all’ingresso è spenta. Segno che è rientrata. In mezz’ora è ritornata e si è messa a letto. Intanto controllo se mi aveva mandato qualche messaggio.

Non ho nemmeno la forza di andare a letto. Dal balcone aperto entra una brezza che durante il giorno ce la sogniamo e resto dove sono. Finalmente sprofondo nel sonno, girandomi sul divano come un pesce che sta passando nella farina: si attorciglia il cuscino con me e con quello del divano, insieme al telo preso per metterlo a mo’ di lenzuolo.

Stamattina mi hanno svegliato presto i telefonini messi sul tavolino accanto al divano, che suonano a ogni messaggio nella chat di famiglia dove inviano gli auguri di compleanno per lei. Il suono era continuo. Li avrei presi e buttati giù. Erano appena le sei.

Significa che avevo dormito soltanto due ore e mezzo.

Quando lei è tornata nel mondo reale alle 10, orario della sua sveglia, mi ha anche detto che stanotte, tornata con un fascio di fiori, si è avvicinata al divano, dove non si era resa conto che dormissi lì, e ha preso il vaso grande dal mobile per metterci i fiori. In quel momento ha pensato che, se mi fossi svegliata, mi sarei presa uno spavento per la manovra azzardata che stava facendo. Potevo prenderla per un ladro, come diceva lei.

E cosa dovevo dirle? Ormai non ha senso dirle niente. Comincio a ricordarle che quando sarà madre potrà capire.

Tutta questa cronaca per dire che oggi ha compiuto gli anni, è maggiorenne, laureata, ha un lavoro, un mondo suo, e io mi comporto sempre come se fosse la piccola di casa. Non so se si tratti di deformazione mentale o di cos’altro. So solo che quando lei dice: «Stasera esco», a me vengono le fisime.

Già so che non dormirò, che girerò per casa, che non troverò un posto dove stare, che camminerò al buio come una ladra, che andrò in paranoia, che passerò in rassegna tutti i pericoli, che allora mi verranno in mente fatti inquietanti e che non riuscirò a rassicurarmi con niente.

In questi momenti ritorno a quando era piccola, a come era dolce e affettuosa, un angioletto che ascoltava, ubbidiva, giocava serenamente. La chiamavo “la vecchia di casa”.

Ora niente è più così. Forse in questa apprensione c’è anche il fatto di non accettare completamente questa trasformazione, perché niente più dipende da noi. Eppure il corpo e la mente sembrano non saperlo. Per anni siamo stati allenati alla vigilanza: a sentire un pianto, un rumore, una tosse, una porta che si apriva. A sapere se avevano mangiato, se avevano la febbre, se erano arrivati a scuola. Era una tensione fisiologica, facente parte del nostro DNA di genitori. Poi loro crescono, ma quella tensione non riceve la notizia. La bambina è diventata una donna, ma dentro di noi è rimasto in piedi quel vecchio sistema d’allarme.

Solo che adesso non abbiamo più il potere di intervenire. Ed è forse questo il punto più difficile.

Quando sono piccoli, la nostra ansia ha un oggetto concreto. Se hanno paura, li prendiamo in braccio. Se stanno male, li curiamo. Se fanno qualcosa di pericoloso, interveniamo. Siamo noi a stabilire i confini. Quando crescono, invece, possiamo ancora preoccuparci, ma non possiamo più controllare. Lei esce e io non posso decidere quando deve tornare. Posso solo aspettare.

E forse è proprio questa la vera perdita che accompagna la loro crescita: non perdiamo i figli, perdiamo il potere che avevamo sulle loro vite.

Ogni compleanno ci allontaniamo un po’ di più dalle immagini dei figli piccoli e, in qualche modo, viviamo questa distanza come una piccola usurpazione. Come se ogni anno ci togliesse qualcosa del nostro vecchio essere genitori. Non siamo più quelli di una volta. Non siamo più i detentori delle loro vite.

Eppure tutto questo è ricompensato dal vederli autonomi, capaci di gestirsi e di gestire, di risolversi, di saper fare. In certe cose sanno meglio di noi come risolvere i problemi. Vedi la loro destrezza, ascolti le loro tesi, il modo in cui ragionano, e pensi che non abbiano bisogno più di niente.

E allora ti accorgi che il dolore della loro autonomia convive con un orgoglio immenso. Perché quello che ti viene sottratto da una parte ti viene restituito dall’altra.Non hanno più bisogno di una madre che dica loro cosa fare. Hanno bisogno di una madre che ci sia. Sempre lì.Come un faro.

Non per indicare loro la rotta, perché ormai la rotta se la scelgono da soli. Ma perché, quando serve, possano sapere dove tornare. Forse è questa la nuova maternità: imparare ad amare senza poter più controllare.

E non è detto che ci si riesca sempre. Io, per esempio, ieri notte ero ancora sul divano alle tre e mezzo, con il telefonino, il cuscino e la paranoia. Lei, invece, era fuori a festeggiare il suo compleanno.

Forse diventare genitori di figli grandi significa proprio questo: sapere perfettamente che non sono più bambini e, contemporaneamente, non riuscire mai del tutto a smettere di considerarli tali. E forse va bene così.

Perché se loro possono finalmente vivere senza di noi, la nostra conquista non è smettere di preoccuparci. È imparare, lentamente, a esserci senza pretendere di proteggerli da tutto.

Anche quando sono le tre di notte.

Anche quando dicono: «Mamma, tranquilla!»

Anche quando noi, tranquilli, proprio non riusciamo a esserlo.

La personalità al volante



Ci sono molti modi per cercare di comprendere la personalità di una persona; tra questi, anche il modo in cui guida. Sì, osservare qualcuno al volante può essere un po' come scattare una fotografia del suo modo di essere. La guida, infatti, può offrirci un quadro, quasi analogico, delle sue capacità, del suo modo di comportarsi, di interagire e di vivere il rapporto con gli altri.

Quando mi trovo accanto al conducente, non mi sfugge quasi nulla. Vado in apprensione quando assisto a manovre azzardate o a situazioni di pericolo che l'altro non sembra aver considerato. Solo allora mi permetto di raccomandargli di procedere con prudenza. Chi viaggia in macchina con me dice spesso che vado veloce; poi, però, quando si accorge che sono prudente, che ho riflessi pronti e che rispetto le norme, si tranquillizza e mi dice che si fida di me.

Quando sono sulla strada, mi guardo intorno e vedo persone che guidano in modo davvero riprovevole. A volte penso che dovrebbero rifare tutto il percorso per riprendere la patente.

Già il modo di tenere il volante può dire qualcosa. C'è chi vi si aggrappa come se fosse ancorato a qualcosa a cui affidarsi per sentirsi al sicuro, invece di essere lui a condurre il veicolo. Una presa eccessivamente forte, movimenti rigidi e una scarsa capacità di attenzione possono fare sì che, al momento opportuno, non si reagisca in tempo, risultando lenti nelle frenate, nelle manovre o nel dare la precedenza.

C'è poi chi procede con una sola mano mentre tiene l'altro braccio appoggiato al finestrino. E con quel braccio fuori è capace di dirigere un'orchestra: lo alza continuamente, lo agita, gesticola mentre parla.

Molti lasciano la mano destra sul cambio senza mai toglierla e girano in ogni direzione con l'altra, come se fossero sulle macchinine delle giostre. Alcuni sembrano affrontare la strada come se andassero in guerra; altri, invece, come se fossero comodamente seduti nel salotto di casa.

Ci sono poi quelli che partono senza rendersi conto di avere gli specchietti laterali chiusi, dimostrando di non essere consapevoli di ciò che accade intorno a loro. E già questo dovrebbe far riflettere: guidare significa, prima di tutto, essere presenti e avere la percezione di ciò che ci circonda.

Secondo alcuni, il modo di stare al volante dipende soprattutto dal comportamento e dal carattere. In realtà, per quanto la personalità possa influenzare le nostre azioni, guidare un'auto è qualcosa di più complesso. Conoscere le norme non basta: occorrono attenzione, autocontrollo, capacità di valutare le situazioni, rispetto delle precedenze e dei limiti di velocità, oltre alla cura nei confronti dei pedoni e degli altri utenti della strada.

Un momento di vero panico arriva, per alcuni, quando bisogna fare retromarcia. Sembra una cosa semplicissima, eppure c'è chi la vive come una prova insormontabile: non riesce a completarla senza toccare prima a destra e poi a sinistra, fino a rischiare di urtare le auto vicine. Alcuni non si girano nemmeno e pretendono di fare tutto guardando soltanto gli specchietti, fermandosi quando ormai sentono l'urto.

Sarà forse una questione di orientamento, ma sicuramente serve pratica per imparare a fare bene una retromarcia. Anche in questo caso, però, si può osservare un aspetto interessante: di fronte a una difficoltà, alcune persone non rallentano e non prendono le dovute precauzioni, ma cercano di uscirne velocemente, quasi volessero liberarsi del problema prima ancora di averlo compreso.

Molto spesso diciamo che «chi va piano va sano e va lontano», ma anche procedere troppo lentamente può diventare un problema. Quando si viaggia a una velocità eccessivamente ridotta, in assenza di limiti particolari, si finisce per creare una lunga fila di auto dietro di sé, costringendo gli altri a rallentare e contribuendo alla formazione di ingorghi.

Per giunta, c'è chi tende a tenere una marcia troppo alta anche a velocità inadeguata, sottoponendo inutilmente il motore a uno sforzo. E non si rende conto che anche l'auto «soffre». Chi sta dietro sente quel rombo smorzato del motore e si chiede come sia possibile non accorgersi di nulla. Anche qui, forse, si può intravedere un tratto del carattere: la difficoltà a capire quando è necessario reagire, affrontare una situazione con decisione e vincere una certa inerzia.

Non è soltanto il comportamento al volante a mostrarci quanto una persona sia attenta o distratta, rispettosa o incurante: anche il modo in cui tiene la propria auto può raccontare qualcosa.

Spesso se ne vedono alcune ricoperte da una coltre di polvere, come se il deserto fosse finito tutto lì. Per non parlare dell'abitacolo, dove si trova di tutto: carte, bottiglie, polvere e chissà cos'altro. A volte bisogna perfino pensarci prima di sedersi.

Di fronte a un simile disordine viene spontaneo chiedersi quale attenzione quella persona riservi, in generale, alle proprie cose e agli ambienti che la circondano. E, per associazione, si può essere portati a domandarsi se quel disordine esteriore non rifletta, almeno in parte, anche un certo disordine interiore. Naturalmente non è una regola: è soltanto un'impressione, una delle tante che il comportamento quotidiano può suscitare.

E ancora c'è il «santo telefonino», dal quale molti sembrano dipendere. Lo guardano mentre sono in movimento, parlano al telefono, scrivono messaggi e continuano a farlo come se tutto ciò che accade intorno a loro fosse secondario. Eppure le norme sono chiare e il rischio è evidente.

Mi chiedo quanto rispetto abbiano per le persone che stanno loro intorno, se arrivano a ignorare così tranquillamente le regole della strada e, soprattutto, la sicurezza degli altri. E quando commettono un'infrazione, talvolta hanno persino la presunzione di sentirsi dalla parte della ragione.

Stare al volante rispecchia, almeno in qualche misura, il nostro modo di stare nel mondo: come ci comportiamo con gli altri, il rispetto che dimostriamo, l'esempio che offriamo e, soprattutto, quanta attenzione siamo disposti a riservare alle persone che ci circondano.

Ma ci sono anche quelli che, osservandoli alla guida, ci offrono tutte le coordinate per riconoscerli come persone per bene, nel senso più pieno della parola.

Rispettano tutti, a cominciare dai pedoni. Sanno aspettare nel traffico, al semaforo e ai caselli senza strombazzare come galline in un pollaio e senza inveire contro chi non si muove abbastanza rapidamente. Sanno dare la precedenza quando spetta agli altri, moderano la velocità, si accorgono di chi attraversa sulle strisce pedonali e, talvolta, fanno passare gli altri con educazione anche quando non sarebbero obbligati a farlo.

Sono comportamenti semplici, quasi banali. Eppure proprio nelle piccole cose si misura spesso il rispetto che abbiamo per chi ci sta intorno.

Senza voler interpretare il carattere di chi è alla guida, qualcosa di una persona si può intuire suo malgrado. Attraverso i suoi comportamenti, ci offre una sorta di lettura di sé. Forse è proprio questo il punto: quando siamo al volante non possiamo nasconderci completamente. Ogni gesto, ogni esitazione, ogni accelerazione, ogni precedenza data o negata racconta qualcosa del nostro rapporto con il mondo.

Questo non significa che il modo di guidare possa definire una persona o permetterci di giudicarne il carattere con certezza. Una giornata difficile, la paura, l'inesperienza o una semplice distrazione possono spiegare un comportamento al volante. Ma, osservati nel tempo, certi atteggiamenti possono comunque suggerire qualcosa: il nostro modo di affrontare le difficoltà, la capacità di controllarci, la disponibilità ad aspettare, il rispetto delle regole e l'attenzione verso gli altri.

E forse è proprio questo che rende la strada così interessante: è uno dei luoghi in cui siamo chiamati a convivere con persone che non conosciamo e a condividere uno spazio che appartiene a tutti. Non possiamo sapere chi siano gli altri automobilisti, ma possiamo osservare come si comportano nei nostri confronti.

La strada diventa così una piccola rappresentazione della vita quotidiana. C'è chi pretende di avere sempre ragione, chi non sa aspettare, chi pensa soltanto a se stesso e chi, invece, riesce a moderare la propria fretta per lasciare spazio agli altri. C'è chi considera le regole un ostacolo e chi le rispetta perché comprende che servono a proteggere tutti.

Forse è proprio nelle situazioni più ordinarie che emerge il nostro senso di civiltà. Non quando siamo osservati o quando dobbiamo dimostrare qualcosa, ma quando nessuno ci obbliga a essere gentili, pazienti e rispettosi.

Si attribuisce a Winston Churchill un pensiero secondo cui il livello di civiltà e di democrazia di un popolo si manifesta anche nel rispetto che i cittadini dimostrano gli uni verso gli altri nei gesti quotidiani. Al di là dell'esatta attribuzione della frase, il concetto rimane significativo: una società non si misura soltanto dalle grandi dichiarazioni, ma anche dai comportamenti di ogni giorno.

E forse la strada è proprio uno dei luoghi in cui questo rispetto, o la sua assenza, diventa più evidente.

Perché, strada facendo, non mostriamo soltanto come sappiamo guidare.

Spesso, senza rendercene conto, raccontiamo anche chi siamo.


Quali libri consiglieresti da leggere?



Sembra una domanda semplice, ma in realtà dice tutto e niente.

La scelta è talmente vasta e variegata che finisce inevitabilmente per essere legata a ciò che ciascuno di noi ha letto, al momento della vita in cui lo ha letto e, soprattutto, a ciò che quel libro ha lasciato dentro di noi.

Ci sono poi i libri che dovremmo aver letto quasi per dovere: quelli che racchiudono la nostra cultura, la nostra storia, la nostra letteratura.

E allora nasce un'altra domanda: da dove cominciare?

Dai classici? Dai libri contemporanei? Da quelli che hanno segnato intere generazioni? Da quelli che la critica considera imprescindibili? Oppure semplicemente da quelli che hanno saputo emozionarci?

Forse è necessario fare un po' d'ordine.

Partirei dalla letteratura italiana, da quei libri che, al di là dei gusti personali, fanno parte del nostro patrimonio culturale: La Divina Commedia di Dante, il Decameron di Boccaccio, L'Orlando furioso di Ariosto, La Gerusalemme liberata di Tasso, I promessi sposi di Manzoni, La coscienza di Zeno di Svevo, Il fu Mattia Pascal di Pirandello, I Viceré di De Roberto, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Il barone rampante di Calvino, L'isola di Arturo di Elsa Morante.

Sono soltanto alcuni dei libri che hanno fatto epoca e che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a costruire la nostra idea di letteratura.

Poi c'è la letteratura straniera.

Shakespeare, naturalmente. E poi Il giovane Holden di Salinger, La campana di vetro di Sylvia Plath, Il grande Gatsby di Fitzgerald, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

E ancora i grandi romanzi russi: Guerra e pace e Anna Karenina di Tolstoj, senza dimenticare Dostoevskij.

La letteratura francese, con Madame Bovary, Il rosso e il nero, I miserabili, Il conte di Montecristo.

Quella spagnola, con l'immortale Don Chisciotte della Mancia di Cervantes.

E poi la letteratura inglese, con i suoi grandi classici: David Copperfield di Charles Dickens, i romanzi di Jane Austen, quelli di Virginia Woolf, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, 1984 e La fattoria degli animali di George Orwell.

Continuerei con I dolori del giovane Werther di Goethe, La montagna incantata e I Buddenbrook di Thomas Mann, per arrivare a Kafka e Hermann Hesse.

E poi ci sono gli autori più vicini a noi, quelli che hanno saputo raccontare il nostro tempo con uno sguardo diverso: Ruiz Zafón, Márquez e tanti altri.

Ma c'è un'altra categoria di libri che forse conta ancora di più: quelli che non necessariamente troviamo nei canoni ufficiali, ma che hanno lasciato un'orma indelebile nella nostra esperienza di lettori.

Penso ai libri di Doris Lessing, a Via col vento, e a romanzi italiani che rischiano di essere dimenticati ma che meriterebbero di essere riscoperti: Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, La ragazza di Bube di Cassola, Il mulino del Po di Bacchelli, Malombra di Fogazzaro, Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani.

E ancora Moravia, con Gli indifferenti e La noia; Pasolini, con Ragazzi di vita, Teorema, Petrolio.

E potremmo continuare ancora a lungo. Perché, alla fine, una lista di libri non può essere davvero definitiva.

Ci sono i libri che bisogna leggere. Ci sono quelli che vale la pena leggere. E poi ci sono quelli che, una volta letti, non ci lasciano più.

Forse è proprio da questi ultimi che dovrebbe partire la nostra personale biblioteca.

Perché il libro più importante non è necessariamente quello considerato un capolavoro dalla critica, né quello che ha venduto milioni di copie.

È quello che, in qualche momento della nostra vita, ha cambiato qualcosa dentro di noi.

E voi, se qualcuno vi chiedesse oggi: “Quali sono i libri che consiglieresti assolutamente di leggere?”

Da quali comincereste?

Via del Greto- III

 

"Via del Greto"
Romanzo inedito a puntate
Capitolo terzo

                                          Capitolo III

La Sardegna accolse Alfonso con un vento secco e una luce che sembrava non concedere tregua. Appena sceso dal traghetto, ebbe la sensazione che tutto fosse più netto: i contorni delle cose, i colori, persino i rumori. Come se l’isola chiedesse attenzione immediata, senza mediazioni.

Con gli amici il tempo si riempì in fretta. Spiagge diverse ogni giorno, risate, cene lunghe, notti che finivano tardi. Era quello che aveva voluto: staccare, muoversi, non pensare. Eppure, già dal secondo giorno, si accorse che qualcosa non tornava.

Non era nostalgia. Piuttosto uno scarto, come se una parte di lui fosse rimasta indietro.

Il mare era uno spettacolo, ma non era il suo mare. Più aperto, più selvatico. Bellissimo. E distante.

Alfonso nuotava a lungo, spingendosi oltre gli altri, finché la voce degli amici diventava un brusio indistinto. Restava a galla, il sale sulla pelle, e guardava l’orizzonte. Non cercava nulla di preciso. Ma non riusciva nemmeno a smettere.

Pensò a casa. Alla collina. Alla quiete dei campi al mattino presto.

Pensò a Letizia senza volerlo.

Gli tornava il modo in cui si muoveva nella casa, come se ci fosse sempre appartenuta. Il silenzio con cui aveva accettato la sua partenza. Quella corsa alla stazione che ancora non riusciva a spiegarsi del tutto.

Una notte si svegliò prima degli altri. Uscì e si sedette su uno scoglio. Il mare era scuro, appena increspato.

Per la prima volta ebbe la sensazione che tutta quella bellezza non bastasse. Che il movimento, da solo, non fosse una risposta.

Prese il telefono. Lo accese.

Nessun messaggio.

Restò qualche secondo con lo schermo illuminato, poi lo spense.

Non scrisse.

Nei giorni successivi provò a scrollarsi di dosso quella sensazione. Si immerse nel rumore, nel sole, nella compagnia. Funzionava per qualche ora, poi tornava.

E con lei tornava sempre lo stesso pensiero: perché Letizia aveva scritto proprio a lui?

Era questo che non riusciva a mettere a posto. Se lei lo ricordava, perché lui non riusciva nemmeno a ricostruire con chiarezza il ricordo di lei? E se invece era stato soltanto un caso, perché quella sua presenza continuava a tornargli in mente?

La notte dormiva poco. Al mattino, appena gli altri uscivano dalla stanza, si addormentava di nuovo.

Gli amici cominciarono a prenderlo in giro.

«Sei venuto in Sardegna per dormire?»

Alfonso sorrideva e non rispondeva.

Poi arrivò anche la telefonata di Maria.

«Non ti sei ancora degnato di fare una telefonata a casa.»

«Vi chiamo adesso.»

«No, adesso no. Adesso devi prima ricordarti che hai una famiglia.»

Alfonso rise.

«Ohi, Alfo’, torna presto che dobbiamo occuparci del matrimonio!»

Con Maria non bastavano giustificazioni. Accolse il rimprovero e il giorno dopo chiamò casa.

L’ultimo giorno, mentre la nave si allontanava dall’isola, guardò la costa farsi più piccola. Ebbe un attimo di esitazione, come se stesse lasciando qualcosa che non aveva ancora capito.

Poi pensò alla collina, al mare visto dall’alto, alla casa.

E fu felice di tornare.


Alfonso arrivò che era quasi sera.

Il taxi lo lasciò davanti al portone e per qualche secondo rimase fermo sul marciapiede, con il borsone in mano. Il motore si allontanò piano.

Aveva ancora addosso l’odore del traghetto e il sale secco sui vestiti. Si passò una mano tra i capelli e guardò le finestre illuminate.

Quando salì le scale sentì già le voci dentro casa.

Sua madre parlava più forte del solito — segno che c’era qualcuno — e suo padre rideva in quel modo breve e ripetuto che usava con gli ospiti.

Alfonso infilò la chiave senza fare rumore.

Quando aprì, la vide.

Letizia era seduta al tavolo della cucina, di profilo, con una tazza tra le mani.

Non si alzò subito. Soltanto gli rivolse uno sguardo rapido, come per assicurarsi che fosse davvero lui.

«Bentornato.»

«Ciao.»

La sua risposta misurata la fece sorridere appena.

Quando era partito, una settimana prima, gli era sembrato impossibile lasciare quella donna appena conosciuta. Aveva costruito in fretta una vicinanza fatta di sere sul pianerottolo, frasi lasciate a metà, sigarette condivise senza confidenza.

Poi il mare, gli amici, il caldo pieno della Sardegna avevano allentato tutto, come fanno le cose lontane.

Più di una volta si era sorpreso a pensare a lei senza riuscire a ricordarne bene il viso.

Ora invece era lì.

Più concreta di quanto ricordasse. E soprattutto più distante.

Sua madre continuava a parlare per tutti.

«Diglielo anche a Letizia che ti sei quasi ustionato.»

«Non è vero» disse Alfonso, appoggiando la borsa vicino alla porta.

Letizia sollevò appena lo sguardo.

«Un po’ sì.»

Lui accennò un sorriso.

«Mi controllavi già prima che partissi?»

«No. Ma tua madre manda fotografie terribili nei gruppi.»

La cucina rise attorno a loro.

Alfonso si versò un bicchiere d’acqua senza sedersi. Aveva la sensazione che qualunque gesto troppo naturale sarebbe sembrato forzato.

Letizia tornò a guardare dentro la tazza.

Aveva tagliato i capelli di poco. Parlava meno della settimana prima. E quando i loro occhi si incontravano, era sempre lei a distogliere lo sguardo per prima.

Alfonso si accorse che stava facendo lo stesso.

«Quanto resti?» chiese lei dopo un po’.

«Stavolta?»

«Già.»

«Non riparto.»

Letizia annuì.

Non aggiunse altro.

Più tardi, mentre sua madre sparecchiava, Alfonso uscì sul balcone per fumare.

Sentì la porta aprirsi quasi subito.

Letizia uscì senza chiedere permesso e si appoggiò alla ringhiera opposta, lasciando tra loro tutta la larghezza stretta del balcone.

Sotto, il quartiere era pieno di televisori accesi e motorini lontani.

«La Sardegna ti è piaciuta?» chiese lei.

«Sì.»

«Ti vedo deluso nel dirlo.»

Alfonso buttò fuori il fumo lentamente.

«Non deluso.»

«Allora?»

Lui scrollò le spalle.

«Pensavo peggio tornare.»

Letizia lo guardò di lato.

«E invece?»

Per un attimo Alfonso pensò di dirglielo.

Poi lasciò cadere la cenere oltre la ringhiera.

«Invece casa è sempre casa.»

Letizia sorrise appena.

«Già.»

Rimasero ancora un po’ sul balcone. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Dalla terrazza di fronte Enea sorprese il figlio insieme a Letizia. Sua moglie gli si affiancò.

Si guardarono.

Non dissero nulla.


Era ormai notte fonda quando Alfonso accompagnò Letizia verso la sua stanza.

«Domani vieni con me.»

Lei si fermò sulla soglia.

«Dove?»

«In barca. Ti porto a fare un giro lungo la costa.»

Letizia lo guardò per qualche secondo.

«A che ora?»

«Presto.»

«Allora è meglio che vada a dormire.»

«Appunto.»

Lei sorrise.

«Buonanotte, Alfonso.»

«Buonanotte.»

La porta si chiuse piano.


La mattina dopo Andrea bloccò tutti mentre facevano colazione.

Mancavano pochi giorni al matrimonio e voleva condividere ciò che era stato fatto e ciò che ancora restava da organizzare. Aveva deciso che prima del grande giorno ci sarebbe stata una serata in famiglia al podere, con i genitori degli sposi e i parenti più stretti.

«Voglio una serata tranquilla» disse. «Una cosa nostra. Al matrimonio saremo tutti vestiti bene, tutti composti, tutti a dire le stesse cose. Qui invece voglio stare insieme davvero.»

Poi cominciò a distribuire incarichi.

Ad Alfonso affidò la parte economica.

«Tu controlli i conti. E soprattutto non mi fare spendere più di quanto abbiamo stabilito.»

«Questo è il tuo modo per dirmi che ti fidi di me?»

«È il mio modo per dirti che sei l’unico che sa usare una calcolatrice senza farsi prendere dal panico.»

Alfonso scosse la testa.

A Letizia affidò invece l’organizzazione del viaggio di nozze.

«Tu hai più pazienza di tutti noi. Voglio che controlli tutto: prenotazioni, spostamenti, alberghi. Tutto.»

Letizia annuì.

«Va bene.»

Andrea continuò a distribuire compiti finché Maria non lo interruppe.

«Hai intenzione di sposarti o di organizzare le Olimpiadi?»

«Sono la stessa cosa, in questa famiglia.»

Quando ebbe finito, Andrea batté le mani.

«E non dimenticate di vestirvi secondo l’argomento preso in considerazione.»

Alfonso lo guardò perplesso.

«Quale argomento?»

«Il tema del matrimonio.»

Andrea si prese una pausa teatrale.

«Il sole.»

Poi scoppiò a ridere.

«Vogliamo che tutto risplenda come il sole!»

«Andrea, una cosa più semplice non ti piaceva?» disse il fratello. «Con questo caldo sarà difficile starti dietro con tutti questi ordini.»

Alfonso lo guardò e, per un istante, rivide il bambino che gli correva dietro al podere, nelle loro vecchie scorribande.

Ora quel bambino era cresciuto.

Stava per sposarsi.

Gli venne da chiedersi quando fosse successo. Come si potesse diventare uomini quasi senza accorgersene.

Andrea sarebbe rimasto lì, al podere, nella dependance di famiglia. E in fondo Alfonso sapeva che non avrebbe potuto rinunciare alla sua presenza: era uno di quelli capaci di tenere gli animi accesi anche quando non ce n’era bisogno.

Sentì qualcosa stringergli gli occhi.

Si sistemò gli occhiali.

Maria gli passò un braccio intorno alle spalle.

«Non cominciare.»

«Non comincio niente.»

«Certo.»

Lo abbracciò.

«Vedrai che sistemiamo tutto.»

Alfonso sorrise.

Per qualche secondo lasciò che fosse lei a tenerlo stretto.



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L'amore nell'epoca delle infinite possibilità


                                                              bbusinessdreamingmarathi


L'amore è in crisi.

Lo diciamo osservando matrimoni che finiscono, relazioni sempre più brevi, giovani che rinviano ogni scelta definitiva, applicazioni che permettono di incontrare centinaia di persone con il semplice movimento di un dito. La conclusione sembra inevitabile: non sappiamo più amare. Eppure questa spiegazione è troppo semplice.

Forse non è l'amore a essere entrato in crisi. È cambiato il modo in cui l'uomo contemporaneo vive la libertà, la scelta e il limite.

Questo non significa che un tempo si amasse meglio. Per secoli molte relazioni sono sopravvissute non perché fossero più profonde, ma perché sostenute dalla necessità economica, dalla pressione sociale, dalla religione o dall'assenza di alternative. La libertà conquistata dalle società contemporanee rappresenta una conquista irrinunciabile: ha permesso a molte persone di uscire da legami ingiusti, violenti o umilianti. Il problema, allora, non è la libertà.

Il problema nasce quando la libertà viene identificata soltanto con la possibilità di continuare a scegliere, senza mai assumere fino in fondo il peso di una scelta.

La libertà ci ha liberati dall'obbligo di restare. Ma una volta conquistata la possibilità di scegliere, abbiamo scoperto un problema nuovo: come si fa a scegliere quando le alternative sembrano infinite?

Possiamo conoscere più persone, cambiare città, lavoro, stile di vita, relazione. Possiamo ricominciare. Questa possibilità è una conquista. Ma può trasformarsi in una tentazione: quella di considerare ogni scelta provvisoria, perché da qualche parte potrebbe sempre esistere un'alternativa migliore.

È qui che emerge il paradosso del nostro tempo: una libertà che non sa fermarsi può finire per diventare prigioniera delle proprie possibilità. Non sappiamo più, forse, abitare il limite.

Eppure tutta l'esistenza umana è costruita sui limiti. Non possiamo vivere due vite contemporaneamente. Non possiamo essere ovunque. Non possiamo amare tutti. Ogni scelta esclude necessariamente altre possibilità.

Amare significa anche questo: accettare che una scelta abbia delle conseguenze e che, per costruire qualcosa, sia necessario rinunciare a qualcos'altro. È un atto profondamente controcorrente.

Kierkegaard aveva compreso qualcosa di essenziale: l'esistenza non si costruisce soltanto attraverso le possibilità che abbiamo davanti, ma attraverso quelle che decidiamo di assumere. Una possibilità diventa realmente nostra quando la trasformiamo in una scelta. Anche l'amore appartiene a questa logica.

A un certo punto non basta più chiedersi quale persona potremmo incontrare. Diventa necessario decidere quale relazione siamo disposti a costruire.

L'uomo che vuole conservare tutte le possibilità finisce, paradossalmente, per non vivere davvero nessuna. Non perché scegliere significhi rinunciare alla libertà, ma perché è proprio attraverso la scelta che la libertà diventa concreta. L'amore ci obbliga a questa responsabilità. Dice: tra milioni di volti, io scelgo il tuo.

E questa frase, apparentemente semplice, è forse una delle più controcorrente che si possano pronunciare nel XXI secolo. Viviamo infatti nell'epoca dell'algoritmo.

Le piattaforme digitali hanno introdotto qualcosa di nuovo: la possibilità di trasformare la scelta in un confronto permanente. Ogni scelta può essere immediatamente comparata con altre cento. Il ristorante può essere confrontato con altri ristoranti, il lavoro con altri lavori, una casa con altre case e, sempre più spesso, una persona con altre persone. Il problema non è che confrontare sia sempre sbagliato. Cercare non è un male. Sarebbe assurdo sostenere che ogni scelta debba essere immediata o irrevocabile.

Il problema nasce quando il confronto non finisce mai. Perché quando ogni scelta può essere continuamente confrontata con un'alternativa, anche ciò che abbiamo rischia di sembrarci provvisorio.

L'illusione diventa allora sottile: forse esiste qualcuno più compatibile, più interessante, più affascinante. Forse, da qualche parte, esiste una relazione migliore. Ma l'amore non può essere costruito continuando a confrontare ciò che stiamo vivendo con tutte le relazioni che non abbiamo vissuto.

L'amore non cerca la perfezione. A un certo punto interrompe la ricerca. Non perché abbia trovato l'essere umano perfetto, ma perché comprende che nessuna relazione può diventare profonda se rimane costantemente sottoposta al giudizio di tutte le alternative possibili.

È qui che la riflessione di Zygmunt Bauman sull'amore liquido diventa particolarmente significativa. Bauman ha descritto la fragilità, la reversibilità e l'incertezza dei legami contemporanei. Ma forse oggi possiamo spingere la sua diagnosi un passo oltre. Il problema non è soltanto che i legami siano diventati più fragili.

È che rischiamo di guardare l'altro con la stessa logica con cui guardiamo le possibilità di consumo: attraverso criteri di compatibilità, convenienza, prestazione e sostituibilità. L'altro diventa un'opzione.

E ciò che è un'opzione può sempre essere sostituito. Quando una persona viene trasformata in un'opzione, smettiamo lentamente di incontrarla nella sua irriducibile complessità e cominciamo a valutarla secondo ciò che può offrirci. È precisamente contro questa riduzione dell'altro che la filosofia di Emmanuel Lévinas conserva una forza sorprendente.

Per Lévinas, il volto dell'altro non è semplicemente qualcosa che possiamo possedere, classificare o consumare. È un appello. Ci ricorda che il mondo non finisce con il nostro desiderio e che esiste qualcuno che non può essere ridotto ai nostri bisogni.

L'altro non è soltanto ciò che io scelgo. È qualcuno che mi interpella. Amare significa allora uscire, almeno in parte, dalla dittatura dell'io. Ed è forse questa la rivoluzione più difficile della nostra epoca.

Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a migliorarci, proteggerci, valorizzarci, raccontarci. Tutto ruota attorno all'identità personale. È una conquista importante, perché per secoli l'individuo è stato sacrificato alla famiglia, alla religione o alla società. Ma ogni conquista porta con sé un'ombra.

Quando l'io occupa tutto lo spazio, il noi diventa più difficile. L'amore non chiede di smettere di essere se stessi. Chiede qualcosa di molto più difficile: essere pienamente se stessi senza considerarsi il centro dell'universo.

Qui torna utile Erich Fromm. In L'arte di amare, Fromm considera l'amore non semplicemente come un sentimento che ci accade, ma come una capacità che richiede maturità, attenzione, responsabilità e pratica. L'amore, in questo senso, è un'arte. Non soltanto un'emozione. Non soltanto un colpo di fortuna.

Un'arte. E ogni arte richiede disciplina, esercizio, umiltà. Nessun musicista cresce seguendo soltanto l'ispirazione. Nessun pittore diventa maestro senza confrontarsi con il fallimento. Perché dovrebbe essere diverso nell'amore? L'innamoramento può accadere. L'amore, invece, deve anche essere costruito. Ed è qui che emerge una domanda più difficile di quella con cui abbiamo iniziato. Non soltanto: sappiamo ancora amare? Ma: siamo ancora capaci di restare?

Restare quando finisce l'entusiasmo. Quando arrivano i difetti. Quando il dialogo diventa faticoso. Quando la quotidianità sostituisce l'eccezione. Quando l'immagine che avevamo dell'altro si confronta finalmente con la persona reale. Restare, però, non è una virtù in sé.

Non significa sopportare tutto. Non significa trasformare la fedeltà in una prigione o il sacrificio in una virtù. Esistono relazioni che salvano e relazioni che consumano. Esistono legami che attraversano una crisi e legami dai quali bisogna avere il coraggio di uscire. La maturità consiste anche nel riconoscere la differenza.

La vera domanda, allora, diventa ancora più difficile: sappiamo distinguere tra una relazione che attraversa una difficoltà e una relazione che ci distrugge? Perché scegliere qualcuno non significa scegliere di soffrire a ogni costo. Significa scegliere di costruire, quando costruire è ancora possibile.

Forse è questa la distinzione che stiamo perdendo. L'amore non garantisce una felicità permanente. Ci espone invece alla trasformazione: dell'altro, di noi stessi, delle nostre aspettative e dell'idea che avevamo della vita insieme. Perché ogni amore autentico costringe almeno una volta a rinunciare all'idea più seducente che abbiamo di noi stessi: quella di poter bastare completamente a noi.

Ed è proprio questa rinuncia a renderlo così difficile. E forse anche così necessario. In un mondo che ci insegna ad accumulare possibilità, l'amore insegna il valore della scelta. In un mondo che celebra l'individuo, ricorda la dignità del legame.

In un mondo che trasforma tutto in qualcosa di sostituibile, ci chiede di riconoscere nell'altro qualcuno che non può essere sostituito semplicemente perché non è un oggetto da scegliere. La libertà, allora, non consiste nel mantenere aperte per sempre tutte le possibilità. Consiste anche nell'avere il coraggio di scegliere che cosa fare della propria libertà. E dopo aver scelto, esserci. Perché forse l'amore contemporaneo non ha bisogno di meno libertà. Ha bisogno di una libertà capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Una libertà che sappia, finalmente, fermarsi.


Un pollaio sull'attico

 


Da qualche tempo coltivo un'idea che, appena pronunciata ad alta voce, ha suscitato più sorrisi che interesse: costruire un piccolo pollaio sull'attico di casa. Non un allevamento, non una fattoria. Soltanto uno spazio dignitoso per qualche pollo e qualche gallina. Cinque animali, forse sei. Quanto basta per sapere da dove arrivano la carne e le uova che finiscono sulla nostra tavola.

Per me era una proposta. Per i miei è diventata subito un problema.

«Dove lo metti?» 

«Hai idea della puzza che farà d'estate?»

«E quando piove?»

«Chi li pulisce?»

«E se si ammalano?»

«E se dobbiamo andare via qualche giorno?»

Le domande si sono accavallate una dopo l'altra, come se avessero aspettato soltanto il momento giusto per uscire allo scoperto.

Io, invece, mi aspettavo altro. Pensavo che qualcuno dicesse: «Vediamo se è possibile». Che si provasse almeno a immaginare una soluzione.

Ho scoperto che davanti a un'idea le persone si dividono in due categorie: quelle che cercano un modo per realizzarla e quelle che cercano il motivo per cui non si può fare. Le seconde sono molto più veloci.

Eppure il mio non è un capriccio.

Ogni tanto riaffiora il ricordo dei polli che si mangiavano una volta. Erano animali diversi da quelli che troviamo oggi. La pelle era soda, quasi coriacea; la carne richiedeva una lunga cottura e non si staccava dall'osso con la facilità a cui siamo abituati.

Ma che sapore avevano.

Ricordo le padelle di pollo alla cacciatora che sobbollivano lentamente, il profumo delle erbe aromatiche, la pelle che diventava croccante, le braci sulle quali si cuocevano pezzi di pollo grandi quasi come una fiorentina. È proprio questo che vorrei.

Vorrei un pollo che avesse il tempo di fare il pollo: guardarsi intorno, razzolare, beccare un insetto, cercare un filo d'erba, prendere il sole, ripararsi all'ombra e battere le ali.

Vorrei un pollo che fosse, per quanto può esserlo un pollo, libero di fare il pollo.

Qualcuno trova ridicola questa idea. «Alla fine sempre in pentola deve finire», mi hanno detto. Ed è vero. Non ho mai pensato il contrario.

Proprio perché finirà sulla mia tavola, sento di avere un dovere nei confronti di quell'animale. Se deve nutrirmi, desidero almeno che abbia vissuto secondo la sua natura.

Per questo ormai faccio fatica a mangiare pollo quando non ne conosco la provenienza. Non è una fissazione gastronomica. È il desiderio di sapere che cosa sto mangiando e come quell'animale ha vissuto.

Naturalmente le obiezioni continuano:l'odore, gli insetti, la sporcizia, le malattie, la pulizia quotidiana, le vacanze, lo schiamazzo delle galline.

Sembra che ogni problema trovi subito il suo posto, mentre le possibili soluzioni rimangano sempre qualche passo indietro. Eppure, a forza di parlarne, qualcosa è cambiato. Uno ha suggerito un materiale per costruire la gabbia. Un altro ha immaginato come proteggerla dagli animali. Qualcuno ha persino iniziato a discutere di dove sistemare gli abbeveratoi. È bastato questo per farmi capire che il "non si può" aveva già lasciato spazio a un timido "forse".

Vorrei anche qualche gallina per le uova.

Qualcuno ha protestato: «Ci toccherà sentire il suo schiamazzare ogni volta che depone».Ho sorriso.

Viviamo immersi nei clacson, nelle sirene, nei motorini che rombano sotto le finestre, e improvvisamente il problema dovrebbe essere il verso di una gallina. No, non credo che il mio sogno sia così assurdo. Forse è solo fuori dall'abitudine. Magari un giorno, davanti a un pollo cresciuto sul nostro attico, qualcuno mi guarderà e dirà:

«Ne valeva davvero la pena? Tutta questa fatica per un po' di carne e qualche uovo?» Io credo di conoscere già la risposta: «Sì».


Oggi do i numeri

                                                        The Stone King

Da molto tempo non facevo sogni da interpretare. In questo caso, da tradurre anche in numeri.

Il caldo di queste giornate bollenti ci fa dormire male. Di sera, più che dormire, si cerca un posto della casa fresco dove stare tranquilli. Si va a letto il più tardi possibile, per poi alzarsi all'alba.

Stamattina, però, ci ha pensato il telefono a chiamare presto. Che fatica alzarsi per andare a rispondere! Dopo la seccatura, ritorno a letto e mi addormento di nuovo, come se non avessi mai dormito. Cado in un sonno così profondo che faccio un sogno.

La telefonata mi aveva lasciata preoccupata: mio padre che, a quell'ora, sbaglia numero. Dopo aver chiuso, però, faccio mille pensieri e proprio su quelli mi addormento.

Il sogno è indistinto, ma tre cose colgono la mia attenzione.

Un vaso. Sì, un grande vaso di terracotta, sul quale si concentra tutta la mia attenzione. Stranamente, non ricordo nulla di ciò che c'è intorno. Ricordo soltanto il vaso: grande, di quelli che si possono sistemare su colonne, ingressi o tavoli. È di un colore rossiccio e ha due sinuosi manici ai lati. Che cosa faccio nel sogno con questo vaso? Guardo dentro. E ho la presunzione di voler vedere, nei minimi particolari, che cosa si nasconda al suo interno.

Ora, una mia caratteristica quando sogno è quella di fare la critica ai fatti che accadono. E così, mentre cerco di sbirciare dentro il vaso, mi dico, sempre nel sogno, che sono stupida. Come posso vedere all'interno del vaso senza gli occhiali? Ci provo lo stesso.

Poi rido da sola, sempre nel sogno, perché mi viene in mente la favola della cicogna e della volpe. Ve la ricordate?

La volpe invita la cicogna a pranzo e le prepara una pietanza in un recipiente piatto e basso, nel quale la poverina non riesce a mangiare a causa del suo lungo becco. Quando è la cicogna a invitare la volpe, le serve il cibo in un recipiente stretto e alto. Di conseguenza, anche la volpe non riuscirà a mangiare.

Per tornare al mio sogno: che cosa potevo mai riuscire a sbirciare a occhio nudo dentro un vaso stretto, il cui interno era completamente buio? Quindi, vista la situazione, nel sogno rido e abbandono il vaso.

Alzando lo sguardo, solo allora noto ciò che mi circonda: una casa vecchia, con una ricca struttura architettonica, ben impostata, piena di piante. E quel vaso, a terra, caduto chissà da dove, ma senza essersi rotto. Sembrava una scena tratta da un film o da un libro. Ma le sorprese non sono finite.

Girando lo sguardo dietro di me, vedo un giardino fiorito. Non grande, ma ben curato.

Sempre vigile, anche nel sogno, mi chiedo come possa esserci un giardino così curato all'interno di una struttura tanto vecchia.

Ed è proprio qui che mi sveglio di nuovo, convinta che quel sogno voglia dirmi qualcosa in riferimento alla telefonata. Ma non riesco a vedere alcun nesso.

 La telefonata introduce nel sonno una preoccupazione reale: mio padre che telefona a un'ora insolita e, per di più, sbaglia numero. La mia mente rimane quindi in uno stato di allerta. Quando mi riaddormento, quella vigilanza entra direttamente nel sogno.

E infatti nel sogno non smetto mai di osservare, controllare e mettere in discussione ciò che vedo.

Il vaso è il primo elemento fondamentale. È un contenitore, ma il suo interno è buio ed io voglio sapere cosa contiene. Il problema è che non posso vederlo bene. E qui arriva la cosa più significativa: invece di inventarmi cosa ci sia dentro, mi accorgo del limite e ne rido. "Come posso vedere senza gli occhiali?" È quasi una piccola lezione che il sogno mi fa fare: non tutto ciò che vorremmo sapere è immediatamente visibile.

Poi mi riporto a pensare alla favola della cicogna e della volpe. E, secondo me, non è un elemento casuale. Nella favola ciascuno dei due animali si trova davanti a un contenitore che rende impossibile raggiungere ciò che c'è dentro. La questione, quindi, non è soltanto "cosa c'è nel vaso?", ma il rapporto tra ciò che vogliamo vedere,conoscere e gli strumenti che abbiamo per farlo.

Nel sogno, alla fine smetto di cercare come vedere dentro il vaso e alzo lo sguardo. Ed è proprio allora che compare il resto.

Una casa vecchia, architettonicamente ricca, piena di piante. Poi, alle tue spalle, un giardino fiorito, piccolo ma curato.

Questa sequenza mi sembra molto più importante del vaso stesso: vaso,  limite della vista,  rinuncia a controllare,  alzare lo sguardo, casa,  giardino.

Potrebbe essere letta come un passaggio dal voler conoscere ciò che è nascosto al riconoscere ciò che è già visibile.

La casa vecchia potrebbe rappresentare qualcosa di antico, familiare, legato alla memoria e alla mia storia personale. E il giardino curato, proprio perché nasce dentro o accanto a una struttura vecchia, introduce invece l'idea di qualcosa che continua a essere vivo, curato e fiorente nonostante il tempo.

Per questo, se dovessi dare un significato complessivo al sogno, non lo leggerei come un cattivo presagio legato alla telefonata. Anzi, trovo rassicurante il fatto che il vaso cada e non si rompa e che dietro di me appaia un giardino fiorito. È come se il sogno dicesse: non riesci a vedere ciò che c'è dentro? Va bene. Non tutto deve essere svelato. Guarda intorno: la struttura c'è ancora, e qualcosa continua a fiorire. E allora, come si fa con i sogni, lo traduco in numeri da giocare:

7, il vaso.
51, il giardino.
68, la casa vecchia.

Se li giocate, forse il mio sogno avrà davvero voluto dire qualcosa.

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