Ovviamente ci si riferisce ai figli. Ma sono sicuri che sia così?
Da piccoli erano uno spasso: curarli era più semplice, dipendevano in tutto da me, senza che avessero voce in capitolo. Sapevo dov’erano, cosa facevano, quando mangiavano, quando dormivano. E soprattutto sapevo che, se c’era qualcosa da sistemare, potevo farlo io.
Ora sono uomini e donne con una testa pensante e pretendono di gestirsi come vogliono.
Prendi ieri sera, per esempio. Lei esce per festeggiare il compleanno con gli amici. Appena me l’ha detto, sono andata in ansia. Perché? Perché quando lei esce significa che io non dormo.
Vago per casa come un’ombra, cercando di passare il tempo e di vederla arrivare. E poi esce già tardi, alle 11,30. E ti chiedi: ma a che ora vorrà ritirarsi? Ti risponde: «Mamma, vai a letto!» con un fare sbrigativo. E mentre il padre dorme beato, su di me pesa l’ansia come un macigno.
Poi accade un incidente sotto casa. Controllo dalla videocamera. Parte il messaggio per avvisarla, nel caso fortunato stesse tornando. E certo, sono l’una, sarebbe ora. Ma lei mi risponde di stare tranquilla. Per dire che la notte è ancora lunga. E quando le chiedo a che ora pensa di tornare, serafica mi risponde: «Tranquilla!»
Allora mi metto a leggere sul divano, controllando di continuo il telefonino. Al telefonino sostituisco l’uncinetto, vista la poca concentrazione nella lettura. Comincio a bere, poi controllo a che punto è il ripristino della strada dopo l’incidente. Ritorno sul divano, questa volta con un cuscino in modo da stendermi. E sono appena le due. Comincio a chiedermi quanto duri questo compleanno. Intanto nessun messaggio.
Glielo invio io, chiedendole a che ora pensa di tornare. Mi risponde che è ancora presto per loro. Sono le due e mezzo. E non credo che sia tardi solo per me.
Mi rassegno a vegliare sul divano con la luce piccola accesa. Giù è tornata la normalità: il traffico scorre tranquillamente. Do uno sguardo al telefonino, avvio delle ricerche, leggo notizie. Gli occhi chiedono pietà, ma io sono più forte e vado avanti con la lettura. Ormai sono le tre. Sono sicura che di lì a poco torni e, nel pensarlo, chiudo gli occhi. Il guaito di un cane me li fa aprire. Comincio a innervosirmi. Capisce come mi riduco quando esce e torna tardi? Se le dici qualcosa, ti risponde che non è più una bambina.
Ma la mia mente non sembra averlo ancora capito, che resta abbarbicata al fatto che uscire sia per me un fatto straordinario, mentre per lei è la cosa più normale che ci sia. Sono senza speranze e, mentre mi affanno col pensiero, non ricordo più nulla. Ormai sono le tre e mezzo e non reggo più. Dopo una mezz’ora mi sveglio di soprassalto: la luce all’ingresso è spenta. Segno che è rientrata. In mezz’ora è ritornata e si è messa a letto. Intanto controllo se mi aveva mandato qualche messaggio.
Non ho nemmeno la forza di andare a letto. Dal balcone aperto entra una brezza che durante il giorno ce la sogniamo e resto dove sono. Finalmente sprofondo nel sonno, girandomi sul divano come un pesce che sta passando nella farina: si attorciglia il cuscino con me e con quello del divano, insieme al telo preso per metterlo a mo’ di lenzuolo.
Stamattina mi hanno svegliato presto i telefonini messi sul tavolino accanto al divano, che suonano a ogni messaggio nella chat di famiglia dove inviano gli auguri di compleanno per lei. Il suono era continuo. Li avrei presi e buttati giù. Erano appena le sei.
Significa che avevo dormito soltanto due ore e mezzo.
Quando lei è tornata nel mondo reale alle 10, orario della sua sveglia, mi ha anche detto che stanotte, tornata con un fascio di fiori, si è avvicinata al divano, dove non si era resa conto che dormissi lì, e ha preso il vaso grande dal mobile per metterci i fiori. In quel momento ha pensato che, se mi fossi svegliata, mi sarei presa uno spavento per la manovra azzardata che stava facendo. Potevo prenderla per un ladro, come diceva lei.
E cosa dovevo dirle? Ormai non ha senso dirle niente. Comincio a ricordarle che quando sarà madre potrà capire.
Tutta questa cronaca per dire che oggi ha compiuto gli anni, è maggiorenne, laureata, ha un lavoro, un mondo suo, e io mi comporto sempre come se fosse la piccola di casa. Non so se si tratti di deformazione mentale o di cos’altro. So solo che quando lei dice: «Stasera esco», a me vengono le fisime.
Già so che non dormirò, che girerò per casa, che non troverò un posto dove stare, che camminerò al buio come una ladra, che andrò in paranoia, che passerò in rassegna tutti i pericoli, che allora mi verranno in mente fatti inquietanti e che non riuscirò a rassicurarmi con niente.
In questi momenti ritorno a quando era piccola, a come era dolce e affettuosa, un angioletto che ascoltava, ubbidiva, giocava serenamente. La chiamavo “la vecchia di casa”.
Ora niente è più così. Forse in questa apprensione c’è anche il fatto di non accettare completamente questa trasformazione, perché niente più dipende da noi. Eppure il corpo e la mente sembrano non saperlo. Per anni siamo stati allenati alla vigilanza: a sentire un pianto, un rumore, una tosse, una porta che si apriva. A sapere se avevano mangiato, se avevano la febbre, se erano arrivati a scuola. Era una tensione fisiologica, facente parte del nostro DNA di genitori. Poi loro crescono, ma quella tensione non riceve la notizia. La bambina è diventata una donna, ma dentro di noi è rimasto in piedi quel vecchio sistema d’allarme.
Solo che adesso non abbiamo più il potere di intervenire. Ed è forse questo il punto più difficile.
Quando sono piccoli, la nostra ansia ha un oggetto concreto. Se hanno paura, li prendiamo in braccio. Se stanno male, li curiamo. Se fanno qualcosa di pericoloso, interveniamo. Siamo noi a stabilire i confini. Quando crescono, invece, possiamo ancora preoccuparci, ma non possiamo più controllare. Lei esce e io non posso decidere quando deve tornare. Posso solo aspettare.
E forse è proprio questa la vera perdita che accompagna la loro crescita: non perdiamo i figli, perdiamo il potere che avevamo sulle loro vite.
Ogni compleanno ci allontaniamo un po’ di più dalle immagini dei figli piccoli e, in qualche modo, viviamo questa distanza come una piccola usurpazione. Come se ogni anno ci togliesse qualcosa del nostro vecchio essere genitori. Non siamo più quelli di una volta. Non siamo più i detentori delle loro vite.
Eppure tutto questo è ricompensato dal vederli autonomi, capaci di gestirsi e di gestire, di risolversi, di saper fare. In certe cose sanno meglio di noi come risolvere i problemi. Vedi la loro destrezza, ascolti le loro tesi, il modo in cui ragionano, e pensi che non abbiano bisogno più di niente.
E allora ti accorgi che il dolore della loro autonomia convive con un orgoglio immenso. Perché quello che ti viene sottratto da una parte ti viene restituito dall’altra.Non hanno più bisogno di una madre che dica loro cosa fare. Hanno bisogno di una madre che ci sia. Sempre lì.Come un faro.
Non per indicare loro la rotta, perché ormai la rotta se la scelgono da soli. Ma perché, quando serve, possano sapere dove tornare. Forse è questa la nuova maternità: imparare ad amare senza poter più controllare.
E non è detto che ci si riesca sempre. Io, per esempio, ieri notte ero ancora sul divano alle tre e mezzo, con il telefonino, il cuscino e la paranoia. Lei, invece, era fuori a festeggiare il suo compleanno.
Forse diventare genitori di figli grandi significa proprio questo: sapere perfettamente che non sono più bambini e, contemporaneamente, non riuscire mai del tutto a smettere di considerarli tali. E forse va bene così.
Perché se loro possono finalmente vivere senza di noi, la nostra conquista non è smettere di preoccuparci. È imparare, lentamente, a esserci senza pretendere di proteggerli da tutto.
Anche quando sono le tre di notte.
Anche quando dicono: «Mamma, tranquilla!»
Anche quando noi, tranquilli, proprio non riusciamo a esserlo.
